Bankitalia smorza l’allarme dazi: -1% fatturato per chi esporta negli Usa

L’imposizione dei dazi da parte degli Stati Uniti potrebbe pesare sulle imprese italiane esportatrici, ma alcuni fattori strutturali del nostro sistema produttivo potrebbero attenuarne gli effetti più critici. È quanto emerge dal secondo Bollettino economico della Bankitalia, che analizza le prospettive economiche italiane alla luce delle recenti tensioni commerciali internazionali. Secondo le proiezioni contenute nel documento, il Prodotto interno lordo dell’Italia crescerà dello 0,6% nel 2025, dello 0,8% nel 2026 e dello 0,7% nel 2027.

Queste stime includono già una prima, seppur parziale, valutazione degli effetti derivanti dai dazi annunciati dagli Stati Uniti lo scorso 2 aprile. Tuttavia, non considerano possibili contromisure da parte dell’Europa o altre conseguenze sui mercati internazionali, né la sospensione parziale dei dazi annunciata il 9 aprile. L’impatto principale sull’economia italiana sarà un rallentamento della domanda estera, che influenzerà negativamente il Pil.

A contrastare questo effetto interverrà però la crescita dei consumi interni, favorita dall’andamento positivo dei redditi reali. Gli investimenti saranno sostenuti dalle misure del Pnrr, anche se potrebbero essere frenati dall’incertezza derivante dalle tensioni commerciali e dalla fine degli incentivi all’edilizia residenziale. L’inflazione al consumo dovrebbe mantenersi stabile attorno all’1,5% nel 2025 e nel 2026, per poi salire al 2% nel 2027. Bankitalia avverte che ulteriori peggioramenti dello scenario potrebbero derivare da un inasprimento delle politiche commerciali, con ripercussioni su domanda estera, fiducia degli operatori economici e mercati finanziari.

Gli Stati Uniti rappresentano uno sbocco strategico per le esportazioni italiane, con un valore complessivo di 60 miliardi di euro nel 2024, pari al 10,4% del totale. Tuttavia, l’impatto dei dazi va valutato anche tenendo conto delle catene globali del valore, che rendono rilevante non solo l’esposizione diretta, ma anche quella indiretta, legata all’uso di componenti italiane da parte di altri Paesi che esportano verso gli Usa. Secondo le analisi di Via Nazionale, circa l’8,1% del valore aggiunto generato dalla manifattura italiana – ovvero l’1,2% del Pil – è destinato direttamente o indirettamente al mercato statunitense. I settori più esposti risultano essere la farmaceutica e quello dei mezzi di trasporto, in particolare cantieristica e aerospazio. Nonostante l’esposizione significativa, il sistema produttivo italiano presenta caratteristiche che potrebbero però mitigare gli effetti negativi nel breve periodo, sottolinea Bankitalia. Solo un terzo delle imprese esportatrici vende direttamente negli Stati Uniti, ma oltre la metà delle esportazioni verso questo mercato è realizzata da aziende di grandi dimensioni, con almeno 250 addetti, che godono di una maggiore diversificazione. L’impatto dei dazi sarà comunque legato a due fattori principali: la capacità delle imprese statunitensi di sostituire i prodotti italiani e quella delle aziende italiane di assorbire i rincari riducendo i margini di profitto. Da questo punto di vista, la natura multilaterale dei dazi imposti dagli Stati Uniti limita le possibilità di sostituzione con beni provenienti da altri Paesi, anch’essi colpiti da misure simili. Inoltre, il 92% dei prodotti italiani esportati è di fascia medio-alta o alta, meno soggetta a una riduzione della domanda legata al prezzo, poiché destinata a consumatori benestanti o imprese di fascia alta. Questo posizionamento qualitativo è superiore a quello della maggior parte dei concorrenti Ocse, ad eccezione di Francia e Germania, evidenzia Via Nazionale. Nel dettaglio, secondo Bankitalia le imprese italiane che esportano negli Usa registrano in media il 5,5% del loro fatturato proprio da questo mercato, con margini operativi lordi pari al 10% del totale. Anche in caso di rincari dovuti ai dazi, la riduzione media del fatturato sarebbe contenuta a circa l’1%. Per tre quarti delle imprese, i margini scenderebbero al massimo di mezzo punto percentuale. Solo una piccola quota di aziende vedrebbe i propri margini virare in negativo, mentre la percentuale di imprese con perdite elevate crescerebbe di circa 4 punti percentuali, colpendo soprattutto le realtà più piccole.

Bollette e alimentari spingono l’inflazione italiana ai massimi da un anno e mezzo

In attesa dei dazi, salgono i prezzi. Balzo oltre le attese dell’inflazione italiana che rivede i livelli di settembre 2023. Dopo un anno e mezzo sotto il 2% – il target fissato dalla Bce come soglia di stabilità – il carovita tricolore rivede questo target, anzi lo supera se solo consideriamo il carrello della spesa balzato al +2,1%.

A febbraio l’inflazione era all’1,6%. Una percentuale che secondo il mercato si sarebbe dovuta confermare anche in queste ultime settimane. Invece c’è stata una inaspettata risalita, principalmente per le variazioni dei prezzi delle bollette e degli alimentari, che stanno accelerando in modo preoccupante. Secondo le stime preliminari dell’Istata, i prezzi degli energetici non regolamentati registrano un forte balzo, passando da un incremento contenuto dello 0,6% a un più marcato +3,2%. Il principale fattore di questo aumento è la risalita dei costi del gas naturale e dell’energia elettrica nel mercato libero, che spingono al rialzo l’inflazione complessiva. Anche i prezzi degli alimentari non lavorati segnano un’impennata, passando da un incremento tendenziale del 2,9% a un più elevato 3,3%. E tra gli alimenti freschi, frutta e verdura registrano aumenti notevoli, contribuendo al pesante aumento del “carrello della spesa” che cresce del 2,1% su base annua.

Il dato confortante – almeno per ora – riguarda però l’inflazione di fondo, quella che esclude gli alimentari freschi e gli energetici. Quest’ultima resta stabile a +1,7%, anche se quella al netto degli energetici accelera leggermente, portandosi a +1,8%. Merito del taglio dei tassi Bce che ha alleggerito a cascata le spese sostenute dalle imprese, le quali finora non hanno scaricato gli aumenti sui clienti.

Non solo bollette e alimentari, però… anche i tabacchi subiscono un incremento nei loro prezzi, con un aumento dal 4,1% al 4,6%, dovuto anche all’incremento delle accise, deciso dal governo. Insomma, “nel complesso, per ora, non c’è da allarmarsi, in quanto l’inflazione acquisita è pari ad 1,4% e non desta preoccupazioni, ma certo questi aumenti sul mercato libero dell’energia vanno monitorati e danno da riflettere, nel momento in cui i clienti del mercato libero sono circa l’80% e quindi il peso di questa voce sull’indice è cresciuto molto”, commenta Confesercenti. Il problema semmai è che questa fiammata dell’inflazione “compromette il potere d’acquisto delle famiglie e rischia di spegnere i già deboli segnali di recupero dei consumi. Una situazione che deve essere considerata con la massima attenzione, dal momento che la spesa delle famiglie è al momento il principale fattore di sostegno della congiuntura, con il ciclo degli investimenti che già nel 2024 è entrato in fase negativa e le esportazioni che saranno presto colpite dalla nuova politica protezionistica degli Stati Uniti”, conclude Confesercenti.

L’inflazione sale e cresce anche il carrello della spesa. M5S: “Senza Rdc famiglie sul lastrico”

Inflazione in leggera accelerazione a febbraio. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentata dello 0,2% rispetto a gennaio 2025 e dell’1,6% rispetto a febbraio 2024 (da +1,5% del mese precedente). La stima preliminare era +1,7%. A renderlo noto è l’Istat, che ha diffuso le stime preliminari dei prezzi al consumo. Sempre a febbraio, il cosiddetto ‘carrello della spesa’ torna ad accelerare ma meno del previsto: il tasso tendenziale di variazione dei prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona sale infatti dal +1,7% di gennaio a +2,0%, con le stime preliminari che prevedevano un incremento del 2,2%.

Diminuisce invece la variazione tendenziale dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto, da +2,0% di gennaio a +1,9% a febbraio. La dinamica tendenziale dei prezzi dei beni evidenzia una nuova accelerazione (da +0,7% a +1,1%), mentre quella dei servizi rallenta (da +2,6% a +2,4%). Il differenziale inflazionistico tra il comparto dei servizi e quello dei beni scende quindi a +1,3 punti percentuali (dai +1,9 di gennaio 2025), mentre l’”inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, si riduce, così come quella al netto dei soli beni energetici (entrambe le variazioni tendenziali passano da +1,8% a +1,7%). L’inflazione acquisita per il 2025 è pari a +1,1% per l’indice generale e a +0,6% per la componente di fondo. L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente ai prezzi degli Energetici regolamentati (+0,8%) e non regolamentati (+0,7%), ma anche a quelli dei Beni non durevoli (+0,4%) e dei Servizi relativi all’abitazione (+0,3%); i prezzi dei Tabacchi (+2,5%) risentono anche dell’aumento delle accise. Gli effetti dei suddetti aumenti sono stati solo in parte compensati dalla diminuzione dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti e dei Beni durevoli (entrambi a -0,2%). A livello geografico, la variazione percentuale del tasso di inflazione sui dodici mesi, a febbraio, è più alta di quella nazionale nel Nord-Est, nel Sud (per entrambe passa da +1,7% a +1,8%) e nel Centro (da +1,6% a +1,7%), è uguale alla nazionale nelle Isole (stabile a +1,6%), mentre risulta inferiore nel Nord-Ovest (da +1,3% a +1,4%). Tra i capoluoghi delle regioni e delle province autonome e nei comuni non capoluoghi di regione con più di 150mila abitanti, l’inflazione più elevata si osserva a Rimini (+2,7%), Bolzano (+2,6%) e Padova (+2,4%), mentre la più contenuta si registra a Modena (+1,1%), ad Aosta e a Firenze (+0,9% entrambe). Sull’altro fronte della classifica non c’è più nessuna città in deflazione. La città più virtuosa d’Italia è Lodi, dove con +0,8%, l’inflazione più bassa d’Italia, si ha un aumento annuo di 210 euro. Al secondo posto Caserta, +1% e un maggior costo di 214 euro. Medaglia di bronzo per Catanzaro, +1,3% e +230 euro.

In testa alla classifica delle regioni più “costose“, con un’inflazione annua a +2,1%, il Trentino che registra a famiglia un aggravio medio pari a 597 euro su base annua. Segue il Friuli Venezia Giulia (+1,9%, +450 euro) e al terzo posto Veneto ed Emilia Romagna, ex aequo con + 449 euro e un’inflazione pari, rispettivamente, a +1,8% e +1,7 per cento. La regione più risparmiosa è la Valle d’Aosta: +0,9% e +234 euro. In seconda posizione la Sardegna, in terza il Molise. L’Istat ha poi effettuato delle simulazioni valutando gli effetti sui redditi disponibili delle famiglie generati dalle politiche redistributive introdotte nel 2024. In particolare, gli effetti della riforma di aliquote e scaglioni Irpef e detrazioni da lavoro, dell’eliminazione del Reddito di cittadinanza (RDC) e dell’introduzione dell’Assegno di Inclusione (Adi), della prosecuzione dell’esonero contributivo parziale per i lavoratori dipendenti e dell’introduzione dell’esonero totale per le lavoratrici dipendenti madri e, infine, dell’indennità una tantum per i lavoratori dipendenti (Bonus Natale). Dalla simulazione, si stima che siano 11,8 milioni le famiglie che vedono migliorare, grazie alle misure, il proprio reddito disponibile, per un ammontare medio annuo di 586 euro. Ma ci sono 300mila famiglie che invece registrano una perdita. Il peggioramento, pari in media a 426 euro, è riconducibile in larga parte alla perdita del diritto al trattamento integrativo dei redditi da lavoro dipendente (Bonus Irpef). L’indennità una tantum di 100 euro per i lavoratori dipendenti si stima abbia raggiunto circa 3 milioni di famiglie (11,6% delle famiglie residenti), generando una variazione del reddito disponibile pari in media allo 0,2%. Mentre il passaggio dal reddito di cittadinanza, già depotenziato nel corso del 2023, all’assegno di inclusione ha comportato un peggioramento dei redditi disponibili per circa 850mila famiglie (3,2% delle famiglie residenti). La perdita media annua è di circa 2mila 600 euro e interessa quasi esclusivamente le famiglie che appartengono al gruppo delle famiglie più povere.

Critico il Movimento Cinquestelle:Mentre l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie italiane, con aumenti del 31,4% sui beni energetici e del 2% sui prodotti alimentari, ben 850mila famiglie hanno subito un drastico impoverimento a causa dell’abolizione del Reddito di cittadinanza. Un colpo mortale inferto proprio alle fasce più vulnerabili della popolazione”. “Grazie al governo Meloni, un milione di occupati”, replica il vice responsabile nazionale del Dipartimento Imprese e mondi produttivi di FdI, Lino Ricchiuti. Preoccupate le associazioni. “L’inflazione rialza la testa in Italia con i prezzi al dettaglio che a febbraio salgono all’1,6% – commenta il Codacons – una accelerazione che, in termini di spesa e considerata la totalità dei consumi di una famiglia, equivale ad un aggravio pari in media a +526 euro annui per la famiglia ‘tipo’, +716 euro per un nucleo con due figli”. Per il presidente Codacons, Carlo Rienzi, i numeri Istat certificano come “l’emergenza energia abbia effetti a cascata sull’economia nazionale e sulle tasche delle famiglie. Per questo consideriamo inadeguate le misure introdotte dal governo col recente decreto bollette, che non intervengono per contrastare le cause strutturali che fanno salire le tariffe di luce e gas e non risolvono il problema del caro-energia sul lungo periodo”.

Parla di “dati allarmanti” l’Unione Nazionale Consumatori: “Un’impennata che, su base tendenziale, prosegue ininterrottamente da settembre 2024, passando da 0,7% a 1,6%, più del doppio in appena 5 mesi”. Per il presidente UNC, Massimiliano Dona, la fiammata “è dovuta anche al caro bollette, contro le quali, purtroppo, il Governo è intervenuto tardivamente, non impedendo gli effetti nefasti sull’inflazione”. Per Assoutenti, i dati “evidenziano ancora una volta la necessità di intervenire sulle cause che scatenano il rialzo dei prezzi in Italia, a partire dal caro-energia, combattendo le speculazioni e tutelando la capacità di spesa degli italiani”.

Pandoro e panettone sempre più ‘salati’: rincari da capogiro

Fiocchi e regali sotto l’albero, pandori e panettoni sulla tavola. Non serve scomodare l’inflazionatissima formula ‘i re delle feste’ per intuire che i dolci tipici del Natale risultano ancora amatissimi e assai presenti nelle case degli italiani. Siano artigianali o industriali, anche e soprattutto i grandi lievitati hanno dovuto fare i conti proprio con l’aumento dei prezzi. Tradotto: i consumatori spenderanno di più anche quest’anno. In dato assoluto, secondo l’Osservatorio di Federconsumatori, panettone e pandoro registrano prezzi lievemente più alti rispetto allo scorso anno (un lieve +0,6% in media) ma, ha spiegato l’associazione, “con importanti differenze a seconda della categoria e della tipologia prescelta”. L’indagine diffusa a fine novembre rileva che il prezzo del panettone tradizionale aumenta del 4% e il pandoro classico stacca un +2%. In tema di prodotti artigianali, l’aumento medio +3%, che non è poco per prodotti da 1 kg il cui scontrino recita in media 35 euro con punte di 50 euro. Calano invece, secondo Federconsumatori, i prezzi delle versioni ‘speciali’ come il panettone senza lattosio (-6%) e vegano (-5%). Per i celiaci una notizia amara, dato che sui prodotti gluten free sono stati rilevati rincari medi del +5%.

Suona quasi banale, ma la speculazione non c’entra. Nonostante l’inflazione sia ben sotto la soglia di guardia del 2%, per gli italiani il ‘carrello della spesa’, vedi alla voce ‘alimentari’, resta molto oneroso in paragone al periodo pre-pandemico. Per una concorrenza di cause, che ormai appare altrettanto banale citare (shock energetici, guerre e instabilità geopolitica, cambiamento climatico, catene di fornitura scariche). Il settore dei grandi lievitati di Natale, orgoglio e vanto d’Italia, è paradigmatico. E alla base, ovviamente, ci sono i rincari sulle materie prime: farina a parte, i prezzi di burro, vaniglia, uvetta e canditi sono schizzati alle stelle. Per quanto riguarda l’ingrediente principe del pandoro, il burro, l’elaborazione Clal mostra un aumento più o meno costante dall’agosto 2023, da 4,30 euro/kg a 7,80 euro/kg di questo dicembre. In un anno l’aumento è del 45%. Più o meno la stessa variazione tendenziale dell’uvetta che da 3,80 euro/kg del 2023 ha quasi superato i 6 euro/kg. Gli eventi estremi che hanno travolto la Turchia negli ultimi anni ne hanno decimato la produzione, considerata di prima qualità, spingendola fino a prezzi proibitivi. L’alternativa a buon mercato (ma con qualità assai inferiore) sta nelle forniture da Cina e Sudamerica.

Quanto all’oro del Madagascar, la vaniglia Bourbon, la più usata in pasticceria, gli scambi toccano cifre da far girare la testa. Sul mercato professionale, all’ingrosso, è quotata fino a 600 dollari/kg. Un bel salto ma che anche in questo caso è più una scalata considerando che all’inizio dei 2000 costava 20 dollari/kg, nel 2005 già toccava quota 35 dollari/kg e nel 2020 era a 60 dollari/kg. Poi l’ascesa, inarrestabile, con il prezzo che si è decuplicato in soli 4 anni. Vaniglia e uvetta che, come il cacao, sono tra le vittime più illustri del cambiamenti climatico. Anche il cioccolato, amato ingrediente di farcitura di panettoni e pandori, sale sul banco degli imputati in tema di rincari. L’andamento dei futures sul cacao appaiono come una tappa di montagna, con arrivo in salita, del Giro d’Italia: oltre 11.600 dollari a tonnellata, +179% in un anno.

Anche rendere più ‘ricco’ e nutriente un panettone, va da sé, risulta più costoso. Il cambiamento climatico ha ridotto la produzione delle nocciole facendo balzare il prezzo di un +40%, mentre la siccità ha aggravato la crisi degli agrumi, fondamentali per i canditi: sempre meno raccolti e prodotti sempre più piccoli. In tal modo i frutti di “prima categoria”, più grossi e ambiti, diminuiscono in volume e aumentano in valore. Per non parlare del caffè, entrato da anni nelle farciture di pandori e panettoni ma che, visti i rincari, è già salato al bancone del bar.

Inflazione, a novembre -0,1% mensile e +1,3% annuale in Italia

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, l’andamento dell’inflazione in Italia. Secondo Istat, a novembre 2024 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,1% su base mensile e aumenta dell’1,3% su base annua (da +0,9% del mese precedente). La stima preliminare era +1,4%.

Se madame Lagarde vede rischi al ribasso per l’eurozona

Recessione alle porte e prezzi ancora su in Europa? Se fosse così ritorneremmo a uno scenario di stagflazione come negli Anni ’70: l’inflazione era esplosa innescata da uno choc energetico (all’epoca era colpa del petrolio, oggi delle conseguenze dell’invasione russa in Ucraina), poi ci fu un calo seguito da una seconda ondata di rincari (negli ultimi mesi sta risalendo ancora il gas) accompagnata da una crisi dell’economia decimata da riduzione consumi e crisi aziendali.

Ecco, nel novembre del 2024, l’economia dell’eurozona ha subito un altro colpo, entrando nuovamente in contrazione. Secondo i dati dell’indagine Pmi, dopo una fase di stabilizzazione ad ottobre, i livelli di attività economica hanno registrato la più rapida diminuzione dall’inizio dell’anno, dovuta principalmente al rinnovato calo della produzione nel settore terziario. Il dato è preoccupante, considerando che per il sesto mese consecutivo i nuovi ordini del settore privato sono diminuiti, raggiungendo il tasso di declino più veloce da inizio 2024. Un segnale inequivocabile di indebolimento della domanda interna, aggravato dalla continua flessione dell’export.

L’occupazione ha registrato un nuovo calo e la fiducia è precipitata ai minimi livelli in un anno. Parallelamente, i tassi di inflazione sui prezzi di acquisto e vendita hanno raggiunto i massimi da tre mesi, con un incremento che segna l’acuirsi delle difficoltà per i consumatori. L’Indice Pmi composito (manifattura più servizi) è sceso a 48,3 a novembre, indicando una nuova contrazione del settore privato. In particolare, la produzione industriale continua a segnare il ventesimo mese consecutivo di calo, il più lungo periodo di contrazione dall’inizio dell’indagini. Le tre principali economie della zona euro — Germania, Francia e Italia — sono tutte entrate in fase di recessione alla fine del 2024, seppure alcune nazioni, come Irlanda e Spagna, abbiano registrato una crescita, con l’Irlanda che ha visto l’espansione più forte della produzione negli ultimi due anni e mezzo.

L’Italia, nel contesto europeo, ha visto una netta inversione di tendenza nel settore terziario, che ha registrato la prima contrazione in 11 mesi. Questo dato è stato influenzato da un forte calo dei nuovi ordini, il cui tasso di riduzione è stato il più alto in oltre due anni. Anche il commercio estero ha avuto un impatto negativo sul volume complessivo degli ordini, continuando ad evidenziare una debolezza della domanda. E così l’indice Pmi dei servizi, che ad ottobre si trovava a 52,4, è sceso a 49,2 a novembre, per la prima volta sotto la soglia di non cambiamento di 50,0, segnando la fine di un periodo di dieci mesi consecutivi di crescita.

A commento di questi dati, il capo economista della Hamburg Commercial Bank, Cyrus de la Rubia, ha sottolineato che l’eurozona sta attraversando una situazione di stagflazione, con una contrazione dell’economia accompagnata da un’inflazione in aumento. La Bce, che si trova di fronte alla difficoltà di stimolare la crescita economica senza alimentare ulteriormente l’inflazione, potrebbe optare per un taglio dei tassi più contenuto ma il contesto resta complesso, ha spiegato. L’economia sta chiaramente soffrendo e ha bisogno di un supporto monetario, però l’inflazione continua a rimanere ostinatamente alta, alimentata principalmente dal settore dei servizi. La Bce si prepara a prendere decisioni più prudenziali il prossimo 18 dicembre, misure che non sembrano destinata a avviare una ripresa rapida, soprattutto considerando che i nuovi ordini continuano a contrarsi.

La presidente della Bce, Christine Lagarde, intervenendo al Parlamento Europeo, ha confermato uno scenario economico incerto e dominato da rischi al ribasso. Ha confermato che il processo di disinflazione è “ben avviato”, ma la strada per riportare l’inflazione verso l’obiettivo stabilito non è ancora conclusa. La Banca centrale europea, secondo la Lagarde, continuerà a prendere decisioni “meeting by meeting”, senza impegnarsi a percorsi predeterminati, evidenziando la difficoltà di navigare in un contesto globale così turbolento.

Inflazione, a ottobre risalita a 2% nell’eurozona e 2,3% in Ue

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, l’andamento dell’Inflazione nell’eurozona e in Ue. Secondo Eurostat, il tasso annuale nell’area euro è stato del 2% a ottobre 2024, in aumento rispetto all’1,7% di settembre. Un anno prima, il tasso era del 2,9%. L’Inflazione annuale nell’Ue è stata del 2,3% a ottobre 2024, in aumento rispetto al 2,1% di settembre. Un anno prima, il tasso era del 3,6%.

Inflazione, i prezzi al consumo per settore

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, gli indici dei prezzi al consumo per divisione di spesa. Secondo Istat, a settembre la variazione tendenziale dell’indice generale rallenta a +0,7%, a causa principalmente dei prezzi delle divisioni Trasporti (che amplia la flessione da -0,2% a -2,3%), di Ricreazione, spettacoli e cultura (da +2,0% a +1,6%), di Servizi ricettivi e di ristorazione (da +4,4% a +4,0%) e Istruzione (da +1,8% a +1,6%); di contro, accelerano i prezzi dei Prodotti alimentari e bevande analcoliche (da +0,9% a +1,2%).

Inflazione, ad agosto +0,2% mensile e +1,1% annuale

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, l’andamento dell’Inflazione in Italia. Secondo Istat, ad agosto l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,1% su base annua (da +1,3% del mese precedente), confermando la stima preliminare.

Inflazione in calo e la Bce taglia i tassi, Lagarde: No traiettorie prestabilite

L’inflazione fa meno paura, e la Banca centrale europea decide di ridare respiro e fiducia ritoccando di tassi di interesse. Il Consiglio direttivo opera un taglio dello 0,25%, perché i dati in possesso dello staff della Bce sono tali da giustificare un allentamento. “E’ ora opportuno compiere un altro passo nella moderazione del grado di restrizione della politica monetaria”, recita il documento di fine seduta. La decisione è stata “unanime”, assicura Christine Lagarde, la presidente della Bce che però vuole evitare facili conclusioni. “Le decisioni di oggi non sono un impegno preventivo verso un particolare percorso”, mette in chiaro. Vuol dire che si deciderà volta per volta, e che i l taglio di oggi non ne esclude di nuovi, ma neppure li garantisce. “ Per il futuro – aggiunge Lagarde – userò lo spagnolo: que sera sera”.

Con il taglio, atteso da molti addetti ai lavori, il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principale quindi scende al 3,65%, il tasso di interesse sulla linea di rifinanziamento marginale scende a quota 3,90 % e il tasso di interesse sulla linea di deposito scende al 3,50%. Alla base della scelta un’inflazione complessiva pressoché stabile rispetto alle proiezioni di giugno, attesa al 2,5% nel 2024, al 2,2% nel 2025 e all’1,9% nel 2026 . Ma sono soprattutto i dati sull’inflazione di fondo (esclusi dunque i beni dai prezzi più volatili, energia e alimentari) a fornire indicazioni positive tali da giustificare l’aggiustamento al ribasso della politica monetaria. A Francoforte si attendono, per l’inflazione di fondo, “un rapido calo” , dal 2,9% di quest’anno al 2,3% nel 2025 e al 2% nel 2026.

Le cose sembrano mettersi bene, ma a Francoforte si mantiene la linea della prudenza. Perché, sottolinea la numero uno dell’Eurotower, “sulla crescita continuano a soffiare venti contrari “, e permangono dunque “rischi al ribasso”. L’allarme su una crescita ‘zero’ della Germania lanciato dall’istituto Ifo nei giorni scorsi ne è una riprova. Lagarde ripete il mantra per cui tutto dipenderà dai dati, e che si resta pronti a mantenere politiche monetarie restrittive per tutto il tempo che si riterrà necessario e per l’entità che si riterrà necessaria, per il bene della stabilità dei prezzi, che resta l’obiettivo di riferimento, e la tenuta dell’economia dell’eurozona. Quest’ultima passa però per l’azione dei governi, a cui viene chiesto un nuovo e più deciso slancio.
Si prende il tempo che serve, Lagarde, per tributare il lavoro svolto dall’ex presidente del Consiglio nonché suo predecessore alla guida della Bce. “Il rapporto Draghi è straordinario“, enfatizza: “Si concentra sulla riforme, offrendo proposte pratiche per farle, che aiutano anche noi della Bce a raggiungere i nostri obiettivi”. Il documento che getta le basi per i lavori della nuova legislatura europea sottolinea “l’ urgente necessità di riforme”.  Anche sulla spinta del rapporto Draghi, insiste Lagarde, “i governi dovrebbero ora dare il via con decisione in questa direzione nei loro piani a medio termine per le politiche strutturali e di bilancio”. Una sottolineatura non casuale, poiché “le riforme strutturali non sono responsabilità della Bce, bensì dei governi nazionali”. Non solo. Per tradurre in pratica la ricetta di Draghi occorre “leadership a livello europeo”. Anche la Bce adesso sferza la Commissione.