La Cop30 in Amazzonia si chiude al ribasso, ma i Paesi trovano l’accordo

La Cop30 di Belém si chiude ai supplementari, il giorno dopo e per di più con un accordo molto al ribasso. Non c’è un piano di uscita dalle energie fossili, risultato che delude molti (Europa in testa) ma che non sorprende, dato il momento storico.

Il multilateralismo ha vinto”, festeggia Lula, a Johannesburg per il G20. Il presidente brasiliano cerca di rivendicare un successo che la Conferenza effettivamente non ha avuto, considerando anche il rischio che si chiudesse senza nessun accordo.

Nella dichiarazione finale si celebra l’accordo di Parigi e la cooperazione climatica. Ma l’invito ad accelerare l’azione è soltanto “volontario” e fa sull’uscita dai fossili il riferimento è solo indiretto, con un richiamo alla Cop28 di Dubai.

Dobbiamo sostenerlo perché, almeno, ci porta nella giusta direzione”, si giustifica il commissario europeo per il clima Wopke Hoesktra, inizialmente molto contrario al testo, dopo una notte di negoziati e una riunione di coordinamento con i Ventisette. “Non nascondiamo che avremmo preferito di più, e più ambizione su tutto”.

Abbiamo raggiunto un punto di equilibrio tra i 195 paesi presenti”, spiega Gilberto Pichetto Fratin, parlando di una “mediazione tra le tante posizioni“. Per il ministro italiano dell’Ambiente, “è importante che si sia raggiunto questo obiettivo che che mantiene il percorso definito Cop28 di Dubai per quanto riguarda l’obiettivo climatico, mantiene l’obiettivo di Cop29 a Baku per quanto riguarda l’impegno all’adattamento nei vari territori al cambiamento climatico”.

La francese Monique Barbut sottolinea che gli europei hanno preferito accettare questo testo a causa del “processo che è stato fatto agli europei, secondo cui ci si opponeva a questo testo era perché non si voleva pagare per i paesi più poveri”.

Il capo della delegazione cinese, Li Gao, saluta un “successo in una situazione molto difficile”.

Nel 2023, i paesi si erano impegnati a ‘operare una transizione giusta, ordinata ed equa verso l’abbandono dei combustibili fossili nei sistemi energetici’, per la prima volta nella storia delle conferenze sul clima delle Nazioni Unite. Da allora però, i paesi che producono o dipendono dalle energie fossili respingono tutti i tentativi di ripetere questo segnale in un contesto multilaterale. Paesi come la Russia, l’Arabia Saudita o l’India vengono indicati dalla Francia come capofila del fronte del rifiuto, ma non sono gli unici. Una parte del mondo in via di sviluppo non aveva come priorità la lotta contro i combustibili fossili. Per loro, i finanziamenti sono più urgenti e la Cop30 offre loro un vantaggio: si prevede un triplicamento degli aiuti per l’adattamento dei paesi in via di sviluppo entro il 2035, rispetto all’attuale obiettivo di 40 miliardi all’anno.

Molte economie, povere o emergenti, non hanno infatti i mezzi per passare alle energie rinnovabili  in breve tempo e chiedono ai paesi più ricchi nuovi impegni finanziari per aiutare le nazioni meno ricche.

Nel testo, c’è anche l’istituzione di un “dialogo” sul commercio mondiale, un risultato che si può considerare un successo della Cina, che guida la rivolta dei paesi emergenti contro le tasse sul carbonio alle frontiere.

Per gli analisti di Ecco, il think tank italiano del clima, non si tratta di una debacle. Il risultato, osservano, pur non risolvendo tutte le divergenze, “dimostra che la cooperazione multilaterale sul clima prosegue nonostante le tensioni geopolitiche”. Ampie e nuove coalizioni di Paesi, “segno di una riorganizzazione degli schemi globali”, hanno chiesto il massimo livello possibile di ambizione, inclusa una chiara tabella di marcia per l’uscita dalle fonti fossili, e un passaggio dalla stagione delle promesse a quella dell’implementazione. Sebbene la Mutirão Decision, il testo finale della COP30, non citi esplicitamente i combustibili fossili e non accolga l’appello del Presidente Lula e di oltre 80 Paesi per una roadmap su fossili e deforestazione, proseguono gli esperti, “mantiene viva la traiettoria tracciata a Dubai su questo tema”.

Cop30, Lula a Belém per spingere sui negoziati. Ue cerca punto di caduta sulle fossili

Ignacio Lula da Silva è arrivato in Amazzonia per spingere l’acceleratore sui negoziati della Cop30. La città di Belém, sede della Conferenza, è blindata dall’alba: uomini dell’esercito e della polizia in tenuta antisommossa vengono schierati in massa, fucili alla mano, intorno ai capannoni dell’Onu e in tutta la città, per l’arrivo del presidente.

Lula vuole chiudere già nelle prossime ore per, ha spiegato, “infliggere una nuova sconfitta ai negazionisti del clima” e dimostrare in Amazzonia che il mondo non ha abbandonato la cooperazione climatica, nonostante il contesto geopolitico. “Tornerò a Belém il 19 novembre per incontrare il Segretario Generale delle Nazioni Unite in uno sforzo congiunto per rafforzare la governance del clima e il multilateralismo. Parteciperò anche a riunioni con vari paesi, rappresentanti della società civile, popolazioni indigene e tradizionali, governatori e sindaci”, ha detto nel messaggio letto dalla ministra dell’Ambiente Marina Silva nel fine settimana.

L’obiettivo del ritorno alla Cop è contribuire alle negoziazioni su temi sui quali le posizioni dei Paesi sono ancora divergenti, come il finanziamento climatico, il divario tra gli obiettivi climatici presentati, il Cbam e le relazioni sulla trasparenza. Ma, soprattutto, Lula vorrebbe che nella dichiarazione finale fosse inclusa una “roadmap” sull’allontanamento dai combustibili fossili.

Le parti iniziano ad appoggiarlo: dei 197 Paesi più l’Ue, sono 82 i favorevoli alla tabella di marcia sponsorizzata dal Brasile. A chiedere una decisione che incoraggi i paesi ad attuare effettivamente l’uscita graduale dai fossili è un fronte composto da decine di paesi europei, latinoamericani e insulari. Si oppone ai paesi produttori di petrolio, che a Belém sono rimasti silenti, ma attivi nelle sale negoziali. Il percorso sembra necessario per mantenere vivo l’obiettivo di 1,5°C perché, come ricordano i Paesi in via di sviluppo, la transizione non può essere giusta se non è programmata, equa e sostenuta finanziariamente. In Europa, l’Italia e la Polonia, primariamente, frenano. Roma è cauta, non ha ancora aderito formalmente ma è aperta ad aderire, alla luce di quello che conterrà la proposta. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin vorrebbe rassicurazioni sul paragrafo 29 della dichiarazione finale della Cop28 di Dubai, che riconosce che i combustibili fossili possono svolgere un ruolo nel facilitare la transizione energetica, garantendo al tempo stesso la sicurezza energetica. Al contrario della Francia, che non ha problemi in termini di sicurezza energetica, grazie al nucleare.

Secondo Parigi, a due giorni dalla chiusura dei lavori, le parti sono ancora “lontane dall’accordo”. Il ministro della Transizione ecologica, Monique Barbut, si dice comunque “più ottimista” rispetto a ieri. Il commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra sostiene di appoggiare l’idea della roadmap, anche se probabilmente sarà definita diversamente: “Per essere chiari, ci piace molto. In Europa potremmo non usare la parola tabella di marcia, ma abbiamo davanti un percorso molto, molto chiaro – spiega -. Si tratta di eliminare gradualmente i combustibili fossili, di assicurarci di passare a un sistema energetico completamente diverso da quello che abbiamo oggi”.

I negoziatori lavorano giorno e notte e, per aiutarli, Lula torna a Belém per incontrare i rappresentanti dei paesi emergenti, poi quelli europei, gli Stati insulari, i rappresentanti delle popolazioni indigene e della società civile. Sul fronte della finanza, gli europei non intendono rivedere il finanziamento dei paesi ricchi a quelli vulnerabili: “ Non prevediamo alcun aumento dei finanziamenti per l’adattamento“, mette in chiaro Darragh O’Brien, ministro irlandese dell’Ambiente. “La discussione sulla finanza sovente acceca la concretezza rispetto alle azioni da svolgere“, media Pichetto, che invita a non perdere di vista i fatti: “Come agiamo a livello mondiale su mitigazione e adattamento? Quali sono i progetti che concorrono a creare l’adattamento?” domanda, rilevando che “la crescita economica e sociale crea le condizioni per raggiungere anche indirettamente gli obiettivi climatici”. Il ministro italiano porta l’Adaptation Accelerator Hub del G7 come modello per l’azione globale di adattamento al cambiamento climatico: “In questo primo anno di attività – riferisce – i progressi sono già significativi“. In Etiopia, grazie anche al Memorandum firmato con l’Italia, si lavora per definire la prima strategia nazionale di investimento per l’adattamento, ma si formalizzano collaborazioni in Senegal, Mauritius, Cambogia e Maldive, in partenariato con i membri del G7 e istituzioni finanziarie.

Ieri mattina è stato pubblicato un tentativo avanzato di compromesso da parte della presidenza brasiliana della Cop30, per trovare un punto di caduta tra ambizione climatica, commercio e finanza. Un secondo testo più conciso è atteso nelle prossime ore. Il Brasile spera di poterlo far approvare in plenaria il prima possibile, obiettivo eccessivamente ambizioso agli occhi di molti.

Si apre la Cop30 a Belem. Combustibili fossili e risorse finanziarie i nodi cruciali

A differenza degli ultimi anni, nessun tema emblematico dominerà la Cop30 di Belém, che si apre oggi 10 novembre a Belém, in Brasile, ma alcune questioni decisamente controverse sono sul piatto, tra cui la debolezza delle ambizioni climatiche, la grave carenza di finanziamenti per i paesi poveri e la protezione delle foreste.

COMBUSTIBILI FOSSILI. Uno dei nodi più importanti da sciogliere resta quello dei combustibili fossili. Ciò che serve davvero è un abbandono “giusto” e “ordinato” delle energie fossili, ha detto il presidente brasiliano Lula, durante il vertice dei leader mondiali che precede la COP30. A due anni dall’adozione senza precedenti alla COP28 di Dubai di un impegno generale ad abbandonare gradualmente le energie fossili, il tema non figura come tale nell’agenda della conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si aprirà lunedì per due settimane in questa città dell’Amazzonia brasiliana. Ma alcuni paesi come il Brasile – pur essendo l’ottavo produttore mondiale di petrolio – vogliono riportare l’argomento al centro del dibattito, in assenza dei grandi paesi produttori di petrolio, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump. “La Terra non può più sopportare il modello di sviluppo basato sull’uso intensivo di combustibili fossili che ha prevalso negli ultimi 200 anni”, ha affermato Luiz Inacio Lula da Silva.

ROADMAP CLIMATICA. Gli impegni climatici dei paesi di tutto il mondo saranno all’ordine del giorno della Cop30 di quest’anno, con una constatazione: non sono sufficienti. Questi piani puntano a ridurre le emissioni di gas serra solo “di circa il 10% entro il 2035” rispetto al 2019, secondo un calcolo delle Nazioni Unite pubblicato la scorsa settimana, ma che rimane molto parziale a causa del ritardo di un centinaio di paesi nella pubblicazione delle loro roadmap. Molti paesi chiederanno a quelli che emettono più gas serra di aumentare i loro impegni. Dal 2015, anno dell’accordo di Parigi, i paesi devono aggiornare ogni cinque anni i loro piani, che descrivono in dettaglio come intendono ridurre le emissioni di gas serra, ad esempio sviluppando le energie rinnovabili. Queste tabelle di marcia “rappresentano la visione del nostro futuro comune”, sottolinea la presidenza brasiliana, che ha riconosciuto che la Cop dovrebbe rispondere politicamente, anche se la questione non è all’ordine del giorno dei negoziati.

FOCUS SULLA FINANZA. L’anno scorso, la Cop29 ha fissato con difficoltà un nuovo obiettivo di aiuti dei paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo pari a 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, il triplo dell’obiettivo precedente ma quattro volte meno di quanto previsto dai paesi poveri. Questi fondi devono servire loro per adattarsi alle inondazioni, alle ondate di calore e alla siccità. Ma anche per investire in energie a basse emissioni di carbonio invece di sviluppare le loro economie bruciando carbone e petrolio. I paesi si sono anche prefissati un obiettivo più vago: mobilitare, da fonti pubbliche diverse ma anche private, un importo totale di 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Le modalità di questo obiettivo, legato a una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, devono essere precisate in un documento (la “roadmap da Baku a Belém”) che sarà discusso alla Cop30.

FORESTE DA PROTEGGERE. Il Brasile ha voluto organizzare la COP in Amazzonia per attirare l’attenzione sulla questione delle foreste, pozzi di carbonio e serbatoi di biodiversità minacciati, mentre la distruzione delle foreste vergini tropicali ha raggiunto lo scorso anno un livello record da almeno 20 anni. La presidenza vuole formalizzare un fondo di nuovo tipo, il TFFF o “Fondo per il finanziamento delle foreste tropicali”. Questo TFFF intende raccogliere 125 miliardi di dollari, che saranno investiti sui mercati finanziari; i profitti saranno destinati ai paesi con un’elevata copertura forestale e un basso tasso di deforestazione per i loro sforzi di conservazione. Ad esempio Colombia, Ghana, Repubblica Democratica del Congo o Indonesia.

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COP28, da Lula proposta fondo internazionale per foreste tropicali

Durante la COP28, che si terrà la prossima settimana a Dubai (30 novembre-12 dicembre), il Presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva proporrà la creazione di un fondo per preservare le foreste tropicali di circa 80 Paesi.

L’iniziativa consiste in “un meccanismo di pagamento per foresta, per ettaro, per aiutare a proteggere le foreste tropicali degli 80 Paesi” che le hanno sul loro territorio, ha spiegato la ministra dell’Ambiente, Marina Silva, durante un seminario sulla valutazione e il miglioramento della spesa pubblica a Brasilia.

Questa settimana, il governo brasiliano ha presentato l’idea agli altri membri dell’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica (ACTO), un blocco socio-ambientale che condivide con altri sette Paesi dove si estende la più grande foresta tropicale del mondo. Il fondo ha “un’architettura semplice, che è innovativa ed efficace“, ha commentato Silva, riservando i dettagli dell’annuncio a Lula in occasione della 28a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Il leader della sinistra ha ribadito che i Paesi industrializzati devono assumersi la responsabilità dell’inquinamento e della deforestazione contribuendo finanziariamente alla conservazione di foreste e giungle. Il meccanismo si differenzia dal Fondo per l’Amazzonia già esistente, che è amministrato dalla Banca pubblica di sviluppo (BNDES). Il nuovo fondo internazionale sarà gestito da “un’istituzione finanziaria multilaterale“, ha dichiarato Silva ai media locali.

Roberto Perosa, Segretario per il Commercio e le Relazioni Internazionali del Ministero dell’Agricoltura, ha annunciato poi, in un’altra conferenza stampa, che il Brasile presenterà un piano alla COP28 per aumentare la superficie agricola del Paese senza deforestazione, convertendo i terreni da pascolo.

Abbiamo condotto uno studio e contato quasi 160 milioni di ettari di pascoli. Di questi, circa 40 milioni di ettari sono pascoli degradati, ma molto adatti alle colture. Quindi, con un certo investimento nel suolo, questi terreni possono essere convertiti in terreni coltivabili“, ha precisato Perosa con i media internazionali.

In dieci anni, il governo prevede di investire 120 miliardi di dollari e di espandere le aree coltivate del Brasile da 65 a 105 milioni di ettari, senza deforestazione. “Ci espanderemo senza abbattere alcun albero”, ha detto il funzionario, facendo riferimento a una “grande rivoluzione“. L’iniziativa privata sta attualmente consentendo di convertire quasi un milione e mezzo di ettari ogni anno.

Il presidente di sinistra Lula, tornato al potere a gennaio, ha fatto della difesa dell’ambiente, e dell’Amazzonia in particolare, uno dei cavalli di battaglia della sua politica, soprattutto sulla scena internazionale. Ma vuole anche consentire lo sviluppo del potente settore agroalimentare, in un momento in cui il Brasile è diventato un gigante agricolo. La deforestazione in Amazzonia è aumentata notevolmente sotto il suo predecessore di estrema destra Jair Bolsonaro, che aveva incoraggiato l’espansione delle attività minerarie e agricole nella regione. Lula aveva promesso di sradicare la deforestazione illegale entro il 2030.

L’appello di Lula per l’Amazzonia: I paesi ricchi si facciano avanti

Al termine del vertice sull’Amazzonia, il presidente brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva chiede ai Paesi ricchi di contribuire finanziariamente agli sforzi per frenare la deforestazione. “Non sono i Paesi come Brasile, Colombia e Venezuela ad avere bisogno di soldi. È la natura“, scandisce.

È a Belem, città di 1,3 milioni di abitanti nel nord del Brasile che ha ospitato il vertice, che si terrà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima nel 2025. Qui in questi giorni, per la prima volta dopo 14 anni, si sono riuniti i rappresentanti degli otto Paesi membri del Trattato di cooperazione amazzonica (OTCA). Brasile, Colombia, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela hanno firmato la “Dichiarazione di Belem“, che prevede la creazione di un’Alleanza contro la deforestazione, ma senza fissare obiettivi concreti.

Non ci sono misure chiare per rispondere all’emergenza climatica, né obiettivi precisi o scadenze fissate per sradicare la deforestazione“, denuncia Leandro Ramos della sezione brasiliana di Greenpeace. Avrebbe voluto che la dichiarazione menzionasse anche “la fine delle esplorazioni petrolifere” in Amazzonia.

“Per garantire che la nostra visione non resti sulla carta, dobbiamo adottare azioni concrete“, ammette il ministro degli Esteri brasiliano, Mauro Vieira.

Ieri al vertice si sono uniti i presidenti del Congo-Brazzaville e della Repubblica del Congo, Paesi che ospitano vaste foreste tropicali. Presenti anche l’Indonesia e Saint Vincent e Grenadine.

Al termine delle discussioni, è stata rilasciata una dichiarazione congiunta a nome di questi Paesi e degli otto membri sudamericani dell’OTCA, in cui si afferma l’impegno per “la conservazione delle foreste, la riduzione delle cause della deforestazione e la ricerca di una giusta transizione ecologica“.

I Paesi hanno anche espresso “preoccupazione per il mancato rispetto degli impegni finanziari da parte dei Paesi sviluppati“, citando i 100 miliardi di dollari promessi ogni anno ai Paesi in via di sviluppo per combattere il riscaldamento globale. Questo impegno risale al 2009 e aveva una scadenza al 2020.

Se i Paesi ricchi vogliono davvero preservare le foreste esistenti, devono investire denaro e non solo prendersi cura degli alberi, ma anche delle persone che vivono sotto di loro e che vogliono vivere dignitosamente“, insiste Lula, stimando che il vertice sarà “visto in futuro come un punto di svolta per lo sviluppo sostenibile“. “Abbiamo gettato le basi per costruire un’agenda comune con i Paesi in via di sviluppo con foreste tropicali, fino a quando non ci incontreremo di nuovo qui a Belem per la COP30“, aggiunge.

La dichiarazione congiunta dei Paesi dell’OTCA, un documento in 113 punti, ha definito in dettaglio le tappe della cooperazione “per evitare che l’Amazzonia raggiunga il punto di non ritorno” in questa vasta regione che ospita circa il 10% della biodiversità mondiale.
Se si raggiungesse questo punto di non ritorno, l’Amazzonia emetterebbe più carbonio di quanto ne assorba, aggravando il riscaldamento globale.
Secondo i dati raccolti dal progetto di ricerca MapBiomas, tra il 1985 e il 2021 la foresta amazzonica ha perso il 17% della sua vegetazione.

Dal vertice di Belem Alleanza contro la deforestazione dell’Amazzonia

Photo credit: AFP

Nel summit di Belem, i Paesi sudamericani dell’Amazzonia hanno deciso di formare una “alleanza” contro la deforestazione. Non sono stati fissati obiettivi concreti, ma il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva saluta l’iniziativa come un “punto di svolta“.
La creazione di un’entità denominata “Alleanza amazzonica per la lotta alla deforestazione” è contenuta in una dichiarazione congiunta firmata da Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela.

L’alleanza “mira a promuovere la cooperazione regionale nella lotta contro la deforestazione, per evitare che l’Amazzonia raggiunga il punto di non ritorno“. Se questo punto di non ritorno venisse raggiunto, l’Amazzonia emetterebbe più carbonio di quanto ne assorbe, aggravando il riscaldamento globale.

Ma, contrariamente alle aspettative delle organizzazioni ambientaliste, la dichiarazione congiunta pubblicata al termine della prima delle due giornate del vertice non definisce alcun obiettivo comune per l’eliminazione totale della deforestazione, come il Brasile ha promesso di fare entro il 2030.

Il documento, in 113 punti, definisce in dettaglio le tappe fondamentali della cooperazione tra gli otto Paesi membri dell’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica (OTCA), per promuovere lo sviluppo sostenibile in questa vasta regione che ospita circa il 10% della biodiversità mondiale.

È un primo passo, ma non ci sono decisioni concrete, è solo un elenco di promesse“, sostiene Marcio Astrini, responsabile dell’Osservatorio sul clima, ONG brasiliana.
In un momento in cui i record di temperatura vengono battuti ogni giorno, è impensabile che i leader dei Paesi amazzonici non siano in grado di mettere nero su bianco in una dichiarazione che la deforestazione deve essere ridotta a zero“, denuncia.
Il vertice si è aperto nel giorno in cui il servizio europeo Copernicus ha confermato che luglio è stato il mese più caldo mai registrato sulla Terra.

Non è mai stato così urgente riprendere ed estendere la nostra cooperazione“, ribadisce Lula in apertura, facendo riferimento a un “nuovo sogno amazzonico“.

Il suo omologo colombiano Gustavo Petro, da parte sua, chiede che le parole si traducano al più presto in azioni concrete. “Se siamo sull’orlo dell’estinzione, se questo è il decennio in cui si devono prendere decisioni, cosa stiamo facendo, a parte i discorsi?“, domanda.

Lula e Gustavo Petro saranno raggiunti a Belem dai loro omologhi di Bolivia, Colombia e Perù.
L’Ecuador, la Guyana e il Suriname sono rappresentati da ministri, mentre il presidente venezuelano Nicolas Maduro, affetto da un’infezione all’orecchio, è stato sostituito con breve preavviso dal suo vicepresidente Delcy Rodriguez.

Il vertice di Belém è una prova generale per questa città portuale di 1,3 milioni di abitanti nel nord del Brasile, che ospiterà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima COP30 nel 2025.

Tornato al potere a gennaio, Lula si è impegnato a fermare la deforestazione, che è aumentata notevolmente sotto il suo predecessore di estrema destra Jair Bolsonaro, entro il 2030. I terreni deforestati vengono spesso trasformati in pascoli per il bestiame, ma la distruzione è causata anche dai cercatori d’oro e dai trafficanti di legname.

Per Petro però la “deforestazione zero” sarebbe “insufficiente“. “La scienza ci ha dimostrato che anche se copriamo tutto il mondo di alberi, non sarà sufficiente ad assorbire le emissioni di CO2. Dobbiamo abbandonare i combustibili fossili“, insiste. A suo avviso, questa responsabilità ricade principalmente sui “Paesi del Nord“, mentre “noi (i Paesi amazzonici) dobbiamo proteggere la spugna“, come descrive la foresta tropicale.
Ma la transizione energetica è una questione più delicata per i principali produttori di idrocarburi della regione amazzonica, come Venezuela e Brasile.

A Parigi concerto per il Pianeta: Lula e Billie Eilish protagonisti, Macron fischiato

Billie Eilish headliner, Lula rockstar e Emmanuel Macron fischiato: il concerto-evento per il pianeta che si è tenuto giovedì sera ai piedi della Torre Eiffel a Parigi ha assunto inaspettate sfumature politiche. Considerato il numero di magliette con l’effigie della 21enne cantante californiana presenti tra il giovane pubblico (20.000 persone in tutto), la cantante era effettivamente l’attrazione della serata. Ma i primi e più applauditi partecipanti non sono stati Lenny Kravitz, Jon Batiste, H.E.R. o Finneas, fratello e collaboratore di Billie Eilish. Il presidente brasiliano Lula, tra gli oratori previsti tra una canzone e l’altra a difesa dell’ambiente, ha rubato la scena agli artisti in cartellone. Invitato al vertice per un nuovo patto finanziario globale per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici, organizzato giovedì e venerdì nella capitale francese su iniziativa del presidente Macron, Lula è salito anche sul palco dell’evento collaterale ‘Power our planet: live in Paris’.Vestito in abito scuro e camicia blu ha ribadito il suo obiettivo di “deforestazione zero” dell’Amazzonia, accolto con una standing ovation della folla.

Il pubblico ha potuto assistere gratuitamente a questo concerto-evento registrandosi in anticipo per ottenere un biglietto sul sito dell’ONG Global Citizen e impegnandosi a trasmettere azioni per il pianeta sui social network. Una delle oratrici, Mia Mottley, primo ministro delle Barbados, ha avuto la sfortuna di menzionare che il vertice politico di Parigi era stato organizzato da “Mr Macron“. Il nome del presidente francese, che non era presente, è stato a lungo fischiato, prima che il pubblico urlasse più volte “Macron dimettiti“.

Un altro dei momenti politici della serata è stato quello dell’attivista ambientale francese Camille Etienne, che ha attirato gli applausi parlando di Les Soulèvements de la terre (SLT), un collettivo sciolto mercoledì dal Consiglio dei ministri francese con l’accusa di “incitamento” e “partecipazione alla violenza“, una decisione impugnata davanti al Consiglio di Stato dal gruppo ambientalista. L’attrice Aïssa Maïga, che ha anche realizzato un documentario sulle vittime del riscaldamento globale nel Sahel, ha chiesto “una riforma profonda della Banca Mondiale che potrebbe liberare 1.000 miliardi di dollari e potremmo utilizzare questa somma per il clima“.

Dal punto di vista musicale, la prima nota positiva è arrivata da Common, l’erudita star del rap americano e ospite a sorpresa del set di Jon Batiste. Poi Billie Eilish ha infiammato la folla sul Campo di Marte, sede dell’evento dal 2021. La star mondiale si è esibita in un breve formato, tre canzoni, in un contesto folk, chitarra acustica e tastiera, al fianco del fratello Finneas. I fan, in lacrime in prima fila, hanno cantato a squarciagola le sue canzoni, tra cui ‘Happier than ever’. Vestita con pantaloni, camicia e cravatta, Billie Eilish ha anche invocato “un completo cambiamento di sistema per il pianeta, ora“.

In Brasile 100 giorni di presidenza Lula: ma per l’ambiente è ancora tutto da fare

Quando è tornato alla presidenza del Brasile, Lula ha promesso di affrontare la questione ambientale con urgenza. Ma dopo 100 giorni di mandato, che saranno trascorsi lunedì, non ha ancora agito e la comunità internazionale sta procedendo a rilento nel fornire fondi al Brasile.

Annunciando una rottura radicale con il suo predecessore Jair Bolsonaro, che si era autoproclamato ‘Capitan Motosega’ dopo aver incoraggiato una deforestazione record in Amazzonia, Luiz Inacio Lula da Silva ha promesso di frenare la lotta contro il riscaldamento globale e di azzerare la deforestazione. Il presidente di sinistra ha persino nominato Marina Silva, un’indiscussa ambientalista, come ministro dell’Ambiente ed è stato accolto come una rockstar al vertice delle Nazioni Unite sul clima in Egitto a novembre, ancor prima di entrare in carica il 1° gennaio seguente. Nel suo primo giorno di mandato ha firmato una serie di decreti, creando una task force interministeriale sulla deforestazione e riattivando il Fondo per l’Amazzonia, che era stato sospeso sotto Bolsonaro.

Ma gli ambientalisti sono ancora in attesa di azioni concrete contro la distruzione dell’Amazzonia da parte di agricoltori, allevatori e cercatori d’oro. “Il governo ha detto le cose giuste. Ora stiamo aspettando che passi dalla modalità di pianificazione a quella di azione“, afferma Cristiane Mazzetti di Greenpeace Brasile, “Abbiamo bisogno di vedere dei risultati”, aggiunge.
Ma Lula sta lottando per ottenere impegni finanziari dai Paesi ricchi per proteggere l’Amazzonia. Dalla sua visita alla Casa Bianca, a febbraio, è tornato solo con una vaga dichiarazione degli Stati Uniti sulla loro “intenzione” di contribuire al Fondo per l’Amazzonia, senza alcun importo o data. A gennaio, la Germania aveva offerto 200 milioni di euro per l’ambiente in Brasile, compresi 35 milioni di euro per il Fondo per l’Amazzonia, lanciato nel 2008 con 1 miliardo di dollari dalla Norvegia. Ma gli sforzi di Brasilia per attrarre finanziamenti dall’Unione Europea, dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dalla Spagna non hanno finora prodotto nulla di concreto.

Il governo Lula si trova in un vicolo cieco: ha bisogno di fondi per ridurre la deforestazione, ma deve prima ridurla per creare fiducia e attirare i finanziamenti. Dopo anni di impunità per chi distrugge le foreste, il problema è troppo radicato per essere risolto rapidamente, dicono gli esperti. I dati relativi al secondo mese di presidenza Lula, febbraio, non sono confortanti, con la deforestazione che ha raggiunto un nuovo record mensile in Amazzonia. Lula deve agire su diversi fronti: ristrutturare le operazioni di sorveglianza, smantellare le reti della criminalità organizzata che traggono profitto dalla distruzione delle foreste, investire nell’economia verde e mantenere le promesse di creare nuove riserve indigene. “Per il momento, il governo Lula si è dedicato soprattutto a risolvere i problemi lasciati dall’amministrazione Bolsonaro“, afferma Raul do Valle del WWF Brasile. Ma “non c’è tempo da perdere“, avverte Cristiane Mazzetti, ricordando l’importanza cruciale della conservazione dell’Amazzonia nella lotta al riscaldamento globale.

Deforestazione record in Amazzonia: perso l’equivalente di quasi 3mila campi da calcio al giorno

In Amazzonia, nel 2022, sono andati persi l’equivalente di 3mila campi da calcio di foresta al giorno. Sono gli impressionanti dati del monitoraggio satellitare di Imazon che parla del quinto record annuale consecutivo di deforestazione. Tra gennaio e dicembre sono stati devastati 10.573 km², la più grande distruzione degli ultimi 15 anni, da quando l’istituto di ricerca ha iniziato a monitorare la regione nel 2008. Con questo, la deforestazione accumulata negli ultimi quattro anni, tra il 2019 e il 2022, ha raggiunto i 35.193 km². Un’area che supera le dimensioni di due Stati: Sergipe e Alagoas, che misurano rispettivamente 21 e 27mila km². Oltre a rappresentare un aumento di quasi il 150% rispetto al precedente quadriennio, tra il 2015 e il 2018, quando furono devastati 14.424 km².

“Speriamo che questo sia l’ultimo record di deforestazione riportato dal nostro sistema di monitoraggio satellitare, poiché il nuovo governo ha promesso di dare priorità alla protezione dell’Amazzonia. Ma perché ciò avvenga, è necessario che l’amministrazione cerchi la massima efficacia nelle misure di contrasto alla devastazione, come quelle già annunciate per tornare alla demarcazione delle terre indigene, ristrutturare gli organi di controllo e incoraggiare la generazione di reddito dalle foreste in piedi“, afferma Bianca Santos, ricercatrice di Imazon.

Nel solo mese di dicembre, l’Amazzonia ha perso 287 km² di foresta, con un aumento del 105% rispetto allo stesso mese del 2021, quando erano stati devastati 140 km². È stato il mese con il più alto tasso di deforestazione dell’anno. “Nell’ultimo mese dell’anno si è assistito a una corsa sfrenata al disboscamento, mentre si sono aperte le porte al bestiame, alla speculazione fondiaria, all’estrazione mineraria illegale e alla deforestazione nelle terre indigene e nelle unità di conservazione. Questo dimostra la dimensione della sfida che il nuovo governo deve affrontare“, commenta Carlos Souza Jr.

Proprio nel giorno di questo impressionante annuncio, l’agenzia ambientale statale Ibama ha dichiarato che sono iniziate questa settimana le prime operazioni sul campo per combattere la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana sotto il governo del nuovo presidente Luiz Inacio Lula da Silva. “Il dispiegamento delle squadre per l’inizio delle operazioni di ispezione è iniziato il 16 gennaio 2023“, ha dichiarato l’agenzia all’Afp, senza tuttavia specificare dove siano iniziate queste prime operazioni. Il presidente, che ha iniziato il suo terzo mandato alla guida del Paese il 1° gennaio, ha promesso di lottare per azzerare la deforestazione entro il 2030, dopo quattro anni di distruzione massiccia sotto il precedente governo di Jair Bolsonaro.

Biodiversità

Verso Cop15 su biodiversità: pesano assenza leader e spettro flop

Dopo aver mostrato le loro divisioni alla Cop27 sul clima, i rappresentanti di tutto il mondo si incontrano mercoledì a Montreal con una nuova sfida: risolvere le loro divergenze in due settimane per approvare una tabella di marcia storica in grado di salvaguardare la natura entro il 2030. Si apre il 7 dicembre in Canada, con due anni di ritardo, a causa della pandemia di Covid-19, la 15esima conferenza della Convenzione Onu sulla diversità biologica (CBD), nota come Cop15 Biodiversity: già in partenza vi sono molti dubbi sul fatto che si arriverà a un accordo credibile al termine del summit, previsto il 19 dicembre.
Dopo tre anni di laboriose trattative, sono infatti tanti i punti di attrito tra i membri della CBD (195 Stati e l’Unione Europea, ma senza gli Stati Uniti, comunque influenti osservatori). Resta da decidere il finanziamento, da Nord verso Sud, in cambio di impegni ecologici vincolanti. E il Brasile, con la sua Amazzonia ma il cui presidente eletto Lula non ha ancora preso il governo, è molto deciso, insieme all’Argentina, a preservare la sua industria agroalimentare.

Nessun leader mondiale ha però annunciato la propria partecipazione a Montreal per pesare sui negoziati, in mancanza di un invito da parte della Cina, che presiede la COP15 ma che ha rinunciato a ospitare il vertice (in Egitto per la cop27 erano presenti più di 110 leader). Eppure le due Cop sono inscindibili: “Le soluzioni basate sulla natura potrebbero fornire circa un terzo delle misure di mitigazione del clima e svolgere un ruolo essenziale nell’adattamento al riscaldamento globale”, ha ricordato Zoe Quiroz Cullen, dell’Ong Fauna&Flora International. “Il successo non è garantito”, sintetizza una fonte europea vicina alle trattative.
Resta l’ambizione di suggellare un accordo sulla biodiversità storico come quello di Parigi per il clima siglato nel 2015. Ma molti esperti temono un fallimento simile a quello riportato nel vertice sul clima di Copenaghen nel 2009. Tuttavia, il tempo sta per scadere: il 70% degli ecosistemi mondiali è degradato, in gran parte a causa dell’attività umana, secondo i rapporti dell’IPBES, l’organizzazione degli esperti di biodiversità delle Nazioni Unite. Più di un milione di specie sono minacciate di estinzione sul pianeta, che sta vivendo, secondo alcuni scienziati, una “sesta estinzione di massa”. “Ciò che è in gioco sono le fondamenta dell’esistenza umana”, ha avvertito il segretario esecutivo del CBD, la tanzaniana Elizabeth Maruma Mrema. Perché “ecosistemi biodiversi ed equilibrati assicurano la regolazione del clima, la fertilità del suolo e degli alimenti, la purezza dell’acqua, le medicine moderne e la base delle nostre economie”.

I negoziati che si apriranno a Montreal dovranno stabilire un “quadro globale post-2020”, ovvero una roadmap di una ventina di obiettivi da raggiungere entro il 2030. Questo quadro deve seguire gli ‘Obiettivi di Aichi’ (Giappone) adottati nel 2010, anche se quasi nessuno di questi è stato portato a termine. L’obiettivo più importante è proteggere il 30% della terra e dei mari. Più di un centinaio di paesi, compresi gli stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) e l’Unione Europea, sostengono l’obiettivo. Nell’elenco anche il rimboschimento, il ripristino degli ambienti naturali, la riduzione dei pesticidi, la lotta contro le specie invasive, pesca e agricoltura sostenibili. Per raggiungere questi ambiziosi obiettivi, il denaro rimane una questione scottante. Il Brasile, sostenuto da 22 paesi tra cui Argentina, Sudafrica, Camerun e Indonesia, ha chiesto agli stati ricchi di fornire “almeno 100 miliardi di dollari all’anno fino al 2030” ai paesi in via di sviluppo. Gli europei sono riluttanti a creare un altro fondo. Il coinvolgimento delle popolazioni indigene, “spesso i più grandi custodi della natura”, sarà un altro punto chiave, ha ricordato il ministro dell’Ambiente del Costa Rica alla COP27, Franz Tattenbach.
Infine, per non ripetere gli errori del passato, l’“attuazione” degli impegni sarà un tema importante, con indicatori chiari, insiste la fonte europea. “È la loro assenza che ha reso il quadro Aichi così inefficace”.