Umanesimo spaziale e Made in Italy, Urso: “Ecco la via italiana per abitare la Luna”

Definire le condizioni per una permanenza umana nello Spazio a misura d’uomo e individuare nuovi modelli per abitare la Luna. La conferenza organizzata al Mimit dall’Agenzia Spaziale Italiana e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha messo al centro l’Umanesimo spaziale. Non si parla più solo di tecnologia ma di una visione che pone la persona al centro delle future missioni. L’obiettivo è connettere la filiera scientifica e industriale con quella umanistica attraverso il progetto “Space Habitat. La via italiana”.

Il contesto mondiale è cambiato e la Luna non è più un traguardo lontano. “La nuova stagione dell’esplorazione spaziale ci invita a ripensare la Luna: non più semplice meta di esplorazione ma reale estensione della presenza umana oltre la Terra”, ha spiegato il ministro Adolfo Urso. Per il titolare del Mimit il ritorno dell’uomo sulla superficie e la prospettiva di una base permanente delineano un percorso ormai “concreto e irreversibile verso una presenza stabile, continua e organizzata sul suolo lunare”.

Il cuore dell’azione italiana passa per la forza delle sue imprese. “La Space Economy è un settore che oggi coinvolge circa novecento imprese nel nostro Paese”, ha sottolineato Urso, ricordando che lo sviluppo dei distretti industriali è una realtà certificata in quindici o sedici regioni, coinvolgendo non solo il Nord, ma anche il Centro e il Sud. Lo spazio entra così tra le eccellenze produttive nazionali. “Abbiamo inserito lo Spazio tra le cinque principali nuove frontiere del Made in Italy”, ha aggiunto, sottolineando come il comparto abbia il potenziale per diversificare e rilanciare il sistema produttivo sfruttando “capacità di resilienza e rilancio”.

Anche il presidente dell’Asi, Teodoro Valente, punta sulla forza del modello Italia: “Il design e l’ingegno italiano permettono agli astronauti di vivere, in maniera confortevole, fuori del nostro pianeta da decenni”. La tecnologia di frontiera diventerà quindi un motore di crescita che migliora la vita quotidiana. “Il sistema produttivo spaziale italiano è all’avanguardia a livello globale”, ha concluso il presidente dell’Agenzia Spaziale, convinto che il Paese sia nelle condizioni di cogliere ogni opportunità futura.

Le opportunità sono comunque già realtà operative, grazie agli accordi internazionali. Urso cita la missione a Washington e l’intesa con la Nasa per realizzare il primo modulo abitativo della futura stazione lunare. “La casa degli astronauti”, come l’ha definita il ministro, vedrà la luce in Piemonte. “I moduli abitativi permanenti, dove vivranno e lavoreranno gli astronauti, saranno realizzati in Italia, a Torino, all’interno della filiera industriale piemontese”, ha annunciato con soddisfazione. L’obiettivo finale resta l’uomo. “Abitare la Luna non è solo uno slogan, ma una reale opportunità”, ha precisato Urso, evidenziando come l’ottica sia cambiata e oggi si inizi a guardare la Terra dalla Luna.

Le prospettive per i nostri astronauti sono concrete.L’Italia non avrà un solo astronauta italiano sulla superficie lunare. Ma ne avremo due”, ha svelato Valente riportando l’esito dei colloqui con la Nasa. Per Urso è la conferma di un primato, con l’augurio che un italiano sia tra i primi a camminare stabilmente sul satellite, perché “l’Italia vola ancora più in alto”.

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L’umanità torna verso la Luna, al via la missione Artemis 2. Urso: “Momento storico”

(Foto: @ESA/S. Corvaja)

Artemis 2 è in volo verso la Luna. Nella notte tra il 1 e il 2 aprile alle 00:35 ora italiana, il razzo Space Launch System della Nasa è decollato dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral portando quattro astronauti in viaggio verso la Luna per la prima volta in oltre cinquant’anni. A bordo della capsula Orion – costruita in Europa – si trovano il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e la specialista di missione Christina Koch della Nasa, insieme a Jeremy Hansen, dell’Agenzia spaziale canadese.

La missione di circa dieci giorni li porterà a circumnavigare la Luna, con la possibilità di stabilire un nuovo record di distanza dalla Terra, superando quello dell’Apollo 13 del 1970. L’obiettivo principale della missione Artemis 2 è quello di gettare le basi per il ritorno di esseri umani sulla superficie lunare, con la possibilità in futuro di consentire lunghe permanenze.

Nello specifico, la missione si concentrerà sulla dimostrazione della capacità dell’equipaggio e dei sistemi della navicella Orion di volare nello spazio profondo e tornare sulla Terra, testando il supporto vitale, la navigazione e la comunicazione ottica, per la trasmissione ad alta velocità Luna – Terra. La missione testerà inoltre lo Space Launch System con un equipaggio a bordo, validando le procedure di rientro, compresa la dimostrazione della guida di Orion in un ambiente senza Gps.

Una volta raggiunto lo spazio, Orion ha dispiegato i suoi pannelli solari, consentendo alla navicella di ricevere energia dal Sole, mentre l’equipaggio e gli ingegneri a terra hanno immediatamente iniziato la transizione dalla fase di lancio a quella di volo per iniziare a testare i sistemi chiave.

Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy e Autorità delegata alle Politiche spaziali e aerospaziali, Adolfo Urso si tratta di un “momento storico”. “L’Italia – spiega – sarà protagonista anche in questa nuova fase dell’esplorazione lunare”.  Mercoledì a Washington, infatti, il titolare del Mimit ha firmato con l’amministratore capo della Nasa uno Statement of Intent sulla cooperazione per la superficie lunare, “rafforzando il ruolo del nostro Paese nella nuova corsa alla Luna. Un riconoscimento importante dell’eccellenza dell’industria italiana chiamata a realizzare i moduli abitativi destinati a consentire una presenza sicura e prolungata degli astronauti sulla superficie. Oggi l’Italia vola in alto e guarda al cielo con orgoglio e ambizione”.

“È l’inizio di una nuova fase della nostra presenza nello spazio profondo e un passo fondamentale verso le future missioni lunari e, in prospettiva, verso Marte”, dice il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Teodoro Valente.

Hanno contribuito 10 paesi europei, coinvolgendo 20 appaltatori principali e oltre 100 fornitori europei, dalla creazione della struttura portante da parte di Thales Alenia Space a Torino, all’integrazione di tutti i componenti da parte dell’appaltatore principale Airbus a Brema, in Germania.

Dall’Arca di Noè al deposito sulla Luna: ecco come salvare la biodiversità

Una volta c’era l’Arca di Noè, oggi il biorepository lunare. Con numerose specie a rischio di estinzione, un team internazionale di ricercatori ha proposto una soluzione innovativa per proteggere la biodiversità del pianeta: una sorta di ‘deposito’ di campioni crioconservati custodito sulla luna.

Guidato dalla dottoressa Mary Hagedorn del National Zoo and Conservation Biology Institute dello Smithsonian, il team prevede di sfruttare le temperature naturalmente fredde della Luna, in particolare nelle regioni permanentemente in ombra vicino ai poli, dove si resta costantemente al di sotto dei -196 gradi Celsius. Queste condizioni sono ideali per la conservazione a lungo termine di campioni biologici senza la necessità di intervento umano o di alimentazione, due fattori che potrebbero minacciare la resilienza dei depositi sulla Terra. Altri vantaggi chiave di una struttura lunare sono la protezione dai disastri naturali terrestri, dai cambiamenti climatici e dai conflitti geopolitici.

Un primo obiettivo nello sviluppo di un biorepository lunare sarebbe la crioconservazione di campioni di pelle animale con cellule di fibroblasti. Il team di autori ha già iniziato a sviluppare protocolli utilizzando l’Asterropteryx semipunctata, un tipo di pesce, cui seguiranno altre specie. Gli autori prevedono inoltre di “sfruttare il campionamento su scala continentale attualmente in corso presso la National 190 Ecological Observatory Network (NEON) della U.S. National Science Foundation” come fonte per il futuro sviluppo di cellule di fibroblasti.

Le sfide da affrontare includono lo sviluppo di un imballaggio robusto per il trasporto nello spazio, l’attenuazione degli effetti delle radiazioni e la creazione di un complesso quadro di governance internazionale per il deposito. Per questo gli autori richiedono un’ampia collaborazione tra nazioni, agenzie e parti interessate internazionali per realizzare questo programma decennale. I prossimi passi comprendono l’ampliamento delle partnership, in particolare con le agenzie di ricerca spaziale, e la conduzione di ulteriori test sulla Terra e a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Nonostante le sfide da superare, gli autori sottolineano che la necessità di agire è forte: “A causa di una moltitudine di fattori antropici, un’alta percentuale di specie ed ecosistemi si trova ad affrontare minacce di destabilizzazione ed estinzione che stanno accelerando più velocemente della nostra capacità di salvare queste specie nel loro ambiente naturale”.

L’Esa al lavoro per una vita sostenibile sulla Luna. Obiettivo ‘zero rifiuti’

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità“. E’ il 20 luglio 1969, e Neil Armstrong compie la prima camminata sulla Luna. Immagini e frasi che segnano un’epoca e che, a distanza di oltre mezzo secolo, vedono l’uomo proiettato sempre di più sul satellite della Terra. Tanto che l’Agenzia spaziale europea (Esa) lavora a questo scenario futuristico, in chiave sostenibile. La vita sulla Luna è davvero possibile? La risposta è scontata, visto che l’organizzazione internazionale ci sta lavorando. Una cosa sembra certa: “Non ci saranno rifiuti”. Che sia una questione di gravità o la voglia di non ripetere l’esperienza del pianeta Terra, un progetto specifico ha studiato un nuovo metodo di stampa 3D che potrebbe consentire il riutilizzo di rottami metallici recuperati da vecchi veicoli spaziali o lander (le navicelle d’atterraggio) per la produzione sulla Luna di nuove parti ad alte prestazioni.

Nessuno scherzo né sceneggiature per film di fantascienza. “Questo progetto ha dimostrato che la tecnologia Lmm per produzione di metalli basata sulla litografia è in grado di utilizzare polvere riciclata per il materiale di base e fornire un flusso di lavoro sostenibile a zero rifiuti”, commenta Gerald Mitteramskogler, amministratore delegato di Incus, azienda austriaca tra i capofila del progetto.

Nel concepire una presenza umana stabile e fissa sulla Luna si ragiona a modelli di vita e modelli economici. Ebbene, continua l’Esa, “per stabilire un’economia lunare vitale, i futuri coloni dovranno utilizzare tutte le risorse a loro disposizione, compresi i rottami metallici”. Vuol dire riciclo e riuso. In estrema sintesi: economia circolare al 100%. Obiettivo imprescindibile, perché per rimanere sulla Luna uomini e donne del futuro “dovranno superare le sfide ambientali, in particolare l’elevata probabilità che i processi di produzione vengano contaminati dalla polvere lunare”. Da qui la voglia di andare avanti. I risultati raggiunti sono incoraggianti, e né l’Esa né Incus intendono fermarsi. “Prevediamo che ulteriori sviluppi nelle tecnologie di riciclaggio dei metalli apriranno la strada a materiali metallici con processi di sinterizzazione più consolidati per l’ambiente lunare”, confida Mitteramskogler.

Anche all’Agenzia spaziale europea si ostenta ottimismo. “Considerando la sfida di riportare gli esseri umani sulla Luna e costruire una base, il tema dell’utilizzo delle risorse in situ sta guadagnando slancio significativo”, sottolinea Martina Meisnar, funzionario tecnico dell’Esa per il progetto. “Metodi di produzione come Lmm sono ottimi candidati per supportare tale impresa”. A distanza di oltre mezzo secolo dalla passeggiata di Armostrong la corsa alla Luna dunque prosegue. Ma in ottica sostenibile.

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La scoperta della Nasa: “Le piante possono crescere sulla Luna”

Un piccolo vaso di terra, ma un grande passo verso l’agricoltura spaziale. Dalla Nasa arriva la scoperta che – potenzialmente – potrebbe rendere possibile coltivare piante direttamente sulla Luna. Gli scienziati, per la prima volta nella storia, sono riusciti a far crescere alcune piante in pochi grammi di suolo lunare, portato sulla Terra dagli astronauti delle missioni Apollo 11, 12 e 17. Il progetto è stato realizzato dall’Università della Florida e pubblicato sulla rivista Communications Biology.

Questa ricerca è cruciale per gli obiettivi di esplorazione umana a lungo termine della Nasa“, ha affermato il capo dell’agenzia spaziale Usa, Bill Nelson in una dichiarazione. “Avremo bisogno di utilizzare le risorse sulla Luna e su Marte – ha aggiunto – per sviluppare fonti di cibo per i futuri astronauti che vivranno nello spazio profondo“.

Per il loro esperimento, i ricercatori hanno utilizzato solo 12 grammi di suolo lunare (pochi cucchiaini), raccolto da diversi punti della Luna durante le missioni del programma Apollo, iniziate nel 1969 e concluse nel 1972. In piccoli vasi delle dimensioni di un ditale, hanno inserito circa un grammo di terreno (chiamato regolite), aggiungendo acqua e semi e, quotidianamente, una soluzione nutritiva.

La pianta utilizzata è stata l’arabidopsis thaliana, scelta perché cresce facilmente e, soprattutto, perché è già stata molto studiata: il suo codice genetico, così come il modo in cui si comporta in ambienti ostili – anche nello spazio – sono noti. I semi sono stati piantati contemporaneamente anche nel suolo terrestre e in campioni che imitavano quelli lunare e marziano, per fungere da confronto. Il risultato? Dopo due giorni, i semi dei campioni lunari sono germinati.

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Tutte le piante, sia nel suolo lunare che nei campioni di controllo, si assomigliavano fino al sesto giorno“, ha affermato Anna-Lisa Paul, autrice principale dello studio, in una dichiarazione. Ma in seguito, si è scoperto che le piante lunari crescono più lentamente e hanno radici rachitiche.

Dopo 20 giorni, gli scienziati hanno raccolto le piante e ne hanno studiato il DNA. Hanno scoperto, così, che le piante lunari avevano risposto nel modo in cui i vegetali reagiscono a un ambiente ostile, come quando un terreno contiene troppo sale o metalli pesanti. In futuro, gli scienziati vogliono cercare di capire come rendere più ospitale il terreno.

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Photo credit: Tyler Jones, University of Florida/IFAS