Pesca, allarme Agenzia Ambiente Ue: “Mari in cattive condizioni, stop pratiche nocive”

La pesca si basa su ecosistemi marini sani e produttivi, ma i mari europei sono generalmente in cattive condizioni a causa delle crescenti pressioni esercitate dalle attività umane e dai cambiamenti climatici. Pesca eccessiva, catture accessorie (cioè quelle involontarie, ndr), scarti di cattura, attrezzi da pesca abbandonati o persi, inquinamento o rilascio di carbonio e degrado degli habitat sono le cause principali del declino della biodiversità marina. E il risultato è che circa il 40% delle popolazioni di pesci e molluschi nei mari europei non si trova in buono stato o non viene pescato in modo sostenibile. È quanto emerge da un documento dell’Agenzia europea dell’Ambiente (Aea), ‘Mari sani, pesca fiorente: transizione verso un settore ecologicamente sostenibile’, che affronta la necessità di una transizione verso una pesca sostenibile e supporta la necessità di un approccio basato sugli ecosistemi per lo sfruttamento possibile delle risorse marine e l’abbandono delle pratiche nocive.

Attualmente “le aree marine protette coprono il 12,1% dell’area marina dell’Ue, ma forniscono un sollievo minimo o nullo” dato che di queste superfici “solo il 2% dispone di piani di gestione e meno dell’1% offre una protezione rigorosa, anche dalla pesca”. Per queste ragioni, secondo l’Aea, “sarebbe fondamentale espandere e gestire meglio la rete di aree marine protette”. E, in questo contesto, nel documento si sottolinea che “l’Ue si è impegnata a proteggere il 30% dei suoi mari entro il 2030, con il 10% rigorosamente protetto”. L’Agenzia ha anche precisato che l’Ue e i suoi Stati membri hanno a disposizione una serie di misure “chiare, comprovate e vantaggiose per affrontare le crisi in corso in materia di biodiversità, inquinamento e clima”. Ad esempio, “la garanzia che tutti gli stock pescati siano sfruttati a livelli sostenibili, la promozione di attività a basso impatto e la creazione di una rete di aree marine protette su larga scala, ben progettata e gestita in modo efficace”. Inoltre, per un futuro sostenibile della pesca, secondo l’Aea è “fondamentale l’eliminazione graduale di pratiche avverse”, come la pesca eccessiva, le catture accessorie e l’uso di strumenti e attrezzi che danneggiano gli ecosistemi marini.

Sul fronte normativo, l’Agenzia ha sottolineato che il Green deal europeo ha “affrontato la necessità di raggiungere la sostenibilità nella pesca dell’Ue e garantire una transizione equa e giusta” e che un piano d’azione per proteggere e ripristinare gli ecosistemi marini per una pesca sostenibile e resiliente è stato pubblicato come parte di un pacchetto completo per la pesca e gli oceani nel 2023, che è collegato alla strategia sulla biodiversità per il 2030. Infine, le recenti linee guida politiche per la prossima Commissione europea, presentate dalla presidente Ursula von der Leyen, “fanno riferimento alla garanzia che il settore della pesca ‘rimanga sostenibile, competitivo e resiliente e che mantenga condizioni di parità per la filiera della pesca europea’, e che ‘un patto europeo per gli oceani si concentrerà sul rafforzamento dell’economia blu e sulla garanzia della buona governance e della sostenibilità dei nostri oceani in tutte le loro dimensioni’”.

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Blue economy vale oltre 10% di Pil. Musumeci: “Presto disegno di legge in Cdm”

Il mare come nuova leva di sviluppo e risorsa geostrategica. E’ la linea adottata dal governo che, insieme allo Spazio, vede nel dominio subacqueo un nuovo fronte per contare sullo scacchiere internazionale.

Dopo il decreto sulla Space economy presentato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il ministro per la protezione civile, Nello Musumeci, annuncia che presto in Cdm arriverà un suo decreto sulla dimensione subacquea: “L’industria ha puntato l’attenzione, parliamo di robotica e della necessità di scoprire una parte dell’80% della dimensione sottomarina che ancora non si conosce“, spiega. Il ministro insiste sulla centralità del mare, “una carta del mazzo mai giocata“, scandisce, e che è in grado di liberare il Sud da quella gabbia ideologica che è la ‘questione meridionale’: “C’è solo una questione ed è nazionale, dobbiamo fare una sintesi“.

In effetti, l’economia del mare vale non poco: con 227.975 imprese e 1.040.172 di occupati, genera un valore aggiunto diretto da 64,6 miliardi di euro, che, se si considera quello attivato nel resto dell’economia, raggiunge i 178,3 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil nazionale.

Il settore è in netta crescita in ogni suo aspetto: cresce il valore aggiunto diretto con un +15,1%, pari a due volte la crescita media italiana si ferma al 6,9%; cresce il valore aggiunto complessivo di quasi un punto percentuale rispetto a quanto rilevato dall’XI Rapporto del 2023; cresce il moltiplicatore, pari quest’anno a 1,8, a fronte dell’1,7% della scorsa rilevazione. Ossia per ogni euro speso nei settori direttamente afferenti alla filiera mare se ne attivano altri 1,8 nel resto dell’economia; crescono gli addetti, con un aumento occupazionale del 6,6%, pari a quasi quattro volte quello registrato nel Paese (1,7%). Rimane, invece, stabile il numero delle imprese. L’istantanea la scatta il XII Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare curato dall’Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare Ossermare, Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere, Informare, Camera di commercio Frosinone Latina e Blue Forum Italia Network.

Il Rapporto mette sotto la lente di ingrandimento i diversi settori che compongono la forza produttiva “blu”: le filiere dell’ittica e della cantieristica, i servizi di alloggio e ristorazione, le attività sportive e ricreative, l’industria delle estrazioni marine, la movimentazione di merci e passeggeri, la ricerca, regolamentazione e tutela ambiente.

Il futuro dell’Italia, ne siamo convinti, è sullo spazio e sul mare“, conferma Urso, anticipando che il collegato alla manovra economica sullo spazio è in fase di bollinatura e inizierà fra pochi giorni l’iter parlamentare. Ma la blue economy, ricorda, “è direttamente collegata spesso con la nuova tecnologia spaziale“. Un settore vasto, che abbraccia attività diverse e che torna in maniera preponderante all’attenzione dell’Europa. Un’Europa che negli ultimi 30 anni è cresciuta sul piano continentale, ma che ad avviso dei ministri, nei prossimi decenni dovrà crescere nella direttrice meridionale. “L’Europa guardi con più attenzione al Mediterraneo – insiste Musumeci -, perché oggi la partita geopolitica ed economica si gioca a Sud e non nel Mar Baltico“.

Le Cinque Vele di Legambiente: Pollica è la località balneare più bella

Acque cristalline, luoghi unici per le loro bellezze paesaggistiche, attenti alla sostenibilità ma anche alla tutela della biodiversità. Sono le località balneari italiane dove sventolano le Cinque Vele di Legambiente e Touring Club Italiano. 21 i comuni turistici marini e 12 le località lacustri insignite con l’importante vessillo e premiati oggi a Roma in occasione della presentazione della guida ‘Il Mare più bello 2024’, curata dall’associazione ambientalista e dal Touring Club Italiano. La guida raccoglie informazioni turistiche e caratteristiche ambientali dei comuni a Cinque Vele, compreso l’impegno nella tutela delle tartarughe Caretta caretta. A guidare la top five del 2024 è Pollica, Acciaroli e Pioppi, (Sa) il comune cilentano inserito all’interno del comprensorio del Cilento Antico, in Campania. Al secondo posto il comune di Nardò, in provincia di Lecce nel comprensorio pugliese dell’Alto Salento Ionico, seguito da Baunei, in provincia di Nuoro sulla costa orientale sarda. Quarto posto per la località Domus De Maria sul Litorale di Chia, sempre in Sardegna, e quinto posto per Castiglione della Pescaia, nel comprensorio della Maremma Toscana. Fa notizia l’esclusione della Sicilia, per il primo anno, dal vertice della classifica. Pantelleria (Tp) perde due vele passando da cinque a 3 vessilli a causa di una serie di interventi turistici discutibili e di un eccesso di consumo di suolo che sono costati cari all’isola in provincia di Trapani. Santa Marina Salina (Me) sull’isola di Salina perde una vela – passando da cinque e 4 vessilli – per aver fatto registrare un arretramento, sia pur lieve, dei valori generali.

A livello regionale la Sardegna è di gran lunga la regione con più comuni premiati con le Cinque Vele: accanto a Baunei (Nu) e a Domus de Maria (Sud Sardegna) figurano, infatti, anche i comuni di Cabras (Or), Santa Teresa di Gallura (Ss), San Teodoro (Ss) Posada (Nu), Bosa (Or). A seguire la Toscana che, oltre a Castiglion della Pescaia (Gr), piazza i comuni di Capraia Isola (Li), Isola del Giglio (Gr), Capalbio (Gr) e Marina di Grosseto (Gr); quindi la Campania con una pattuglia di comuni tutti in provincia di Salerno: alla prima classificata si affiancano i comuni di San Giovanni a Piro (Sa), Castellabate (Sa) e San Mauro Cilento (Sa). Tre comuni a Cinque Vele per la Puglia con Nardò (Le), Vieste (Fg) e Gallipoli (Le)e una bandiera anche per la Liguria, con i tre comuni delle Cinque Terre (Riomaggiore, Vernazza a Monterosso al Mare in provincia della Spezia) e la Basilicata con Maratea (Pz).

Novità di quest’anno, presente anche all’interno della guida il Mare più bello, sono anche i 33 comuni amici delle tartarughe marine segnalati con l’apposito simbolo ‘la tartaruga’ e dove sventolano le vele di Legambiente e Touring Club Italiano. Da Maratea alle isole Tremiti, da San Teodoro a Gaeta passando per Silvi, Caorle e Castiglione della Pescaia, solo per citarne alcuni. Si tratta di quelle amministrazioni che, attraverso un apposito protocollo d’intesa, si sono impegnate a adottare una serie di misure per rendere le spiagge accoglienti anche per le tartarughe che depongono le uova oltre che per i bagnanti. Ad oggi in totale sono 74 i comuni in tutta Italia (guida al momento la classifica la Campania con 22 comuni) che hanno firmato il protocollo, di questi 33 sono quelle in cui sventolano anche le vele di Legambiente e Touring Club Italiano.  L’iniziativa ‘comuni amici delle tartarughe’ rientra nel progetto Life TURTLENEST che mira a tutelare gli habitat di nidificazione della Caretta caretta aumentando le probabilità di successo riproduttivo e tenendo conto di clima e antropizzazione. Nato grazie al sostegno del programma LIFE dell’Unione Europea, il progetto è coordinato da Legambiente e riunisce 13 partner di 3 diversi Paesi (Italia, Spagna e Francia). In prima linea insieme ai comuni amici delle tartarughe anche le aree protette (34 quelle che ad oggi hanno firmato il protocollo), entrambi premiati oggi a Roma.

Dal mare ai laghi il passo è breve. Regina incontrastata in questa sezione restano le province autonome di Trentino e Alto Adige al primo e al secondo posto con le Cinque Vele assegnate al comune di Molveno (Tn), sul lago omonimo, e ad Appiano sulla Strada del Vino (Bz) sul lago di Monticolo. Terzo posto per Massa Marittima (Gr), località maremmana sul Lago dell’Accesa, in Toscana. A seguire Sospirolo (Bl) sul lago del Mis, in Veneto, e Avigliana, sul lago omonimo in Piemonte. Per il secondo anno consecutivo si conferma a Cinque Vele la località di Scanno (Aq) sul lago omonimo, new entry nel 2023.

A livello regionale, il Trentino-Alto Adige si conferma la regione con più località premiate con i vessilli della sostenibilità, seguita a parimerito da Piemonte e Lombardia.

Le località a cinque vele che premiamo quest’anno – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambienteconfermano ancora una volta il grande lavoro e l’attenzione che molte realtà marine e lacustri stanno portando avanti nel segno della sostenibilità ambientale, anche alla luce della crisi climatica che avanza e che sta avendo impatti importanti sempre più sulla costa e sulle aree interne.  Le località di mare dovranno essere lungimiranti, molte già lo sono, e mettere in atto sempre più strategie di adattamento al cambiamento climatico che tengano conto di queste tendenze, offrendo ai propri ospiti proposte di vacanza capaci di coniugare la proposta costiera con quella dell’entroterra, integrandola con esperienze nuove e allargando l’areale del turista verso temperature più sopportabili”.

Dal 2000 dedichiamo una guida al mare più bello d’Italia – afferma Giulio Lattanzi, Direttore Generale del Touring Club Italiano – una mappatura geografica che fotografa le eccezionali ricchezze dei mari e dei laghi italiani e segnala le buone pratiche ambientali, amministrative, turistiche che contribuiscono a conservarle e a farle conoscere. Un itinerario che stimola la nostra capacità di sognare ma anche, anzi soprattutto, un vaglio rigoroso dello stato di salute dei nostri mari e dell’adeguatezza delle politiche ambientali. Alle descrizioni dei luoghi e delle spiagge si accompagnano consigli su gite culturali e attività nella natura, indicazioni su eventi autentici a cui partecipare e sapori di cui fare esperienza. E, novità di questa edizione, in collaborazione con Hsa Italia abbiamo indicato le strutture diving che propongono attività per persone con disabilità. Questo volume è anche uno spunto per ripensare il nostro rapporto con l’ambiente fondandolo su più stringenti logiche di sostenibilità, responsabilità, rispetto della terra e delle generazioni future. Un paradigma cui l’accurato censimento degli ambienti marini e delle località che qui proponiamo – frutto della lunga collaborazione tra Touring Club Italiano e Legambiente, in condivisione di valori e distinzione di storia e missioni, – è fin dalle origini legato”.

La plastica in mare si vede dallo spazio: i satelliti monitorano i rifiuti galleggianti

I satelliti attualmente in orbita possono essere usati per monitorare lo stato dell’inquinamento da plastiche del mare. È quanto ha messo in luce una ricerca internazionale a cui ha partecipato l’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Lerici (Cnr-Ismar). Utilizzando una serie di 300.000 immagini satellitari scattate ogni tre giorni per sei anni, con una risoluzione spaziale di 10 metri, sono state individuate migliaia di strisce di rifiuti, alcune lunghe più di un chilometro e alcune fino a 20 km. Questi dati hanno permesso di creare la mappa più completa fino ad oggi dell’inquinamento dei rifiuti marini galleggianti nel Mediterraneo.

Per essere rilevabili dai satelliti esistenti, la plastica e altri detriti galleggianti devono aggregarsi in zone dense lunghe almeno una decina di metri. Queste formazioni galleggianti, note come windrows, chiazze, strisce o andane, assumono spesso la forma di filamenti, risultanti dalla convergenza delle correnti sulla superficie del mare. La presenza di una striscia di rifiuti indica un elevato livello di inquinamento in un luogo e in un momento specifici. Attraverso la ricerca si è visto che l’abbondanza di queste chiazze è sufficiente per tracciare mappe dell’inquinamento e rivelare le tendenze nel tempo.

Le immagini sono state riprese dai satelliti Sentinel-2 del programma Copernicus dell’Unione Europea, i cui sensori, però non sono progettati per il rilevamento dei rifiuti, e hanno quindi una capacità piuttosto limitata per il rilevamento della plastica. “Cercare aggregati di rifiuti di diversi metri sulla superficie del mare è come cercare aghi in un pagliaio”, spiega Stefano Aliani, direttore di ricerca ed oceanografo di Cnr-Ismar. “Nonostante i satelliti non specializzati, siamo riusciti a identificare le aree più inquinate e i loro principali cambiamenti nel corso di settimane o anni. Ad esempio, abbiamo osservato che molti rifiuti entrano in mare quando ci sono i temporali”, continua Aliani.

L’analisi delle immagini satellitari, effettuata con supercomputer e algoritmi avanzati, ha permesso di comprenderei che questi accumuli nelle andane costiere sono principalmente dovuti alle emissioni di rifiuti terrestri nei giorni immediatamente precedenti. Conoscere questo aspetto rende, pertanto, tali formazioni particolarmente utili per la sorveglianza e la gestione dell’inquinamento da plastica, dimostrando l’applicabilità dello studio a casi reali.

Questo strumento è pronto per essere utilizzato in diversi contesti: siamo convinti che ci insegnerà molto sul fenomeno dei rifiuti, compresa l’identificazione delle fonti e dei percorsi verso l’oceano”, afferma Giuseppe Suaria, ricercatore del Cnr-Ismar di Lerici. “Inoltre, la nostra capacità di rilevamento migliorerebbe enormemente se mettessimo in orbita una tecnologia di osservazione dedicata alla plastica. L’implementazione di un sensore ad alta risoluzione specificamente dedicato al rilevamento e all’identificazione di oggetti galleggianti di un metro di dimensione potrebbe essere utile anche in altre questioni rilevanti come il monitoraggio degli sversamenti di petrolio, perdite di carico dalle navi o attività di ricerca e salvataggio in mare”.
Il lavoro è stato finanziato dal Discovery Element dell’Agenzia spaziale europea (Esa) ed il consorzio è composto da società spaziali multinazionali e istituti di ricerca di sei Paesi.

INFOGRAFICA INTERATTIVA Le Bandiere Blu 2024 regione per regione

Nella mappa INTERATTIVA di GEA, le Bandiere Blu 2024 in Italia. Il riconoscimento internazionale della Fee (Foundation for Environmental Education) si applica sulla base di 32 criteri: quest’anno salgono a 236 le località rivierasche, dieci in più dell’anno scorso. Un riconoscimento che quest’anno, per la 38esimaa edizione, sventolerà su 485 spiagge con “mare eccellente” per 4 anni consecutivi (27 in più rispetto al 2023) che corrispondono a circa l’11,5% di quelle premiate a livello mondiale. Scendono invece da 84 a 81 gli approdi turistici che hanno ottenuto il riconoscimento internazionale assegnato. el dettaglio, 14 sono i nuovi ingressi, 4 i Comuni non confermati. Entrano, fra le 14 novità, Ortona, Porto Sant’Elpidio, Lecce, Taormina e Borgio Verezzi. Escono invece in quattro: Ameglia e Taggia (in Liguria), Margherita di Savoia (Puglia) e Marciana Marina (Toscana).

Mare, governo al lavoro su legge quadro sul subacqueo. Musumeci: “Tutela necessaria”

Una legge quadro sul mondo subacqueo e una trasformazione della struttura di missione in dipartimento. E’ la strategia del governo per tutelare il mare, al quale già è stato dedicato un ministero. Nei prossimi anni, la competizione internazionale si giocherà nello spazio e nel subacqueo, ricorda il ministro Nello Musumeci. Su entrambi i fronti, l’esecutivo lavora a normative chiare.

Sulla Blue Economy, in particolare, il ministro della protezione civile e delle politiche del Mare cita l’aiuto della Marina Militare, della Guardia di Finanza, della Guardia Costiera, della Fondazione Lonardo, di Fincantieri: “una squadra ben formata“. Sarà definita una legge quadro che disciplini il ruolo pubblico e privato sotto il livello del mare, “il cui grado di conoscenza per noi si ferma al 20%“, ricorda.

La struttura di missione, poi, che nasce e può morire con uno specifico governo, sarà convertita in dipartimento che, spiega Musumeci “ha una struttura solida, non limitata alla durata dei singoli esecutivi“. “Siamo convinti che la risorsa mare possa diventare una straordinaria opportunità. Dobbiamo lavorare per la lotta all’inquinamento, per cancellare l’iniquità che l’Ue pone sui nostri pescatori e sulle nostre flotte, a volte, e perché tutte le amministrazioni possano muoversi per fare rete“, chiosa.

Il mare, dunque, viene considerato come nuovo motore di crescita dell’economia italiana dopo, denuncia il ministro, “decenni di disattenzione, superficialità, colpevole distrazione“. Oggi sul mare si gioca la competizione fra le regioni e sullo scacchiere internazionale, extraeuropeo: “Può diventare quella carta che avremmo potuto giocare e che abbiamo tenuto nel mazzo“, afferma.

Realizzare prima della pausa estiva la legge sulla Blue Economy è necessario alla luce dei nuovi assetti geopolitici globali, che impongono all’Italia e all’Europa di lavorare sul mare, anche per il ministro delle Imprese, Adolfo Urso. “Negli ultimi 30 anni l’Europa è cresciuta sulla terra. Gli eventi decisi da altri hanno cambiato gli assetti e assistiamo a una guerra devastante nel confine orientale d’Europa che perdura da due anni. E’ stata rialzata di fatto un’altra cortina di ferro. L’Europa non può più approvvigionarsi di gas e materie prime, dovrà crescere nei prossimi anni con il Sud, è una proiezione epocale, che non durerà pochi mesi. In questa prospettiva obbligata l’Italia è al centro del Mediterraneo“, fa presente.

Roma è “in prima linea, a livello nazionale e in tutti i consessi globali, nella difesa di un tesoro inestimabile“, gli fa eco il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto. Pensa all’accordo di Montreal sulla protezione delle acque e all’intesa raggiunta nel G7 di Sapporo per fermare l’inquinamento da plastica entro il 2040. Il Mase ha confermato il supporto alla ratifica della Convenzione per la protezione della biodiversità al di là delle giurisdizioni nazionali.

Va avanti, inoltre, l’investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nel progetto ‘Mer’, attuato da Ispra, che prevede interventi di ripristino e mappatura degli habitat, per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo globale ed europeo di proteggere almeno il 30% di aree marine, oltre che terrestri entro il 2030.

Sulla Blue Economy un lavoro di squadra è indispensabile, avverte la ministra del Turismo, Daniela Santanchè: “Non dobbiamo vedere più i vari compartimenti disgiunti e distanti. Il concetto vincente – e ne sono certa – dello sviluppo dell’economia del Mare, come negli altri settori, è sapere lavorare in squadra. Questa è una cosa fondamentale“. Anche perché, insiste, “non si può disgiungere il mare dal turismo o dall’industria o dall’ambiente. Il concetto di quadra è fondamentale per vincere. Non è sufficiente, però, la squadra del governo, serve la squadra degli italiani, delle associazioni di categoria, dei lavoratori. Una squadra che può e deve determinarsi, se prima di tutto ci riappropriamo della nostra identità e del nostro orgoglio di essere italiani“.

Mare e cultura come due elementi intrinsecamente connessi sono quelli che intravede il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano: “La storia del Mediterraneo è ricca di popoli che hanno navigato e praticato il commercio, diffondendo culture e conoscenze. Il rapporto simbiotico con le colonie greche e l’antica Roma sono la conferma della ricchezza del nostro Mare, risorsa vitale da custodire e valorizzare per le future generazioni“, ricorda.

Non riusciremo con un bicchierino a svuotare il mare dalle sue problematiche, a partire dal grande tema della plastica“, osserva il ministro dello Sport, Andrea Abodi, che per questo chiede che “la cultura del mare e dell’ambiente trovi nello sport uno strumento di accelerazione e moltiplicazione delle opportunità in termini di sensibilizzazione“.

Un’economia europea più resistente per contrastare shock futuri è invocata anche dalla presidente del parlamento europeo Roberta Metsola: “Anche il settore marittimo ha subito le conseguenze della pandemia, di una guerra di aggressione al nostro continente, della crisi energetica, dell’aumento del costo della vita. E sullo sfondo una crisi climatica. Ma se questo periodo ci ha insegnato qualcosa è l’urgenza di costruire un’Europa più resistente per contrastare shock simili in futuro“, segnala.

La sicurezza sopra e sotto il mare: un progetto strategico per l’industria italiana

In una bella intervista al ‘Foglio’ (7/3/2024) Pierroberto Folgiero, Amministratore Delegato di Fincantieri, rilancia il tema della sicurezza nel Mediterraneo e spiega come sia vitale, per il nostro Paese, disporre di un apparato industriale e di tecnologie capaci di far giocare all’Italia un ruolo da protagonista in questa partita. Abbiamo più volte sostenuto su queste pagine che il baricentro dell’Unione Europea, storicamente determinato dal rapporto franco-tedesco, sia destinato a spostarsi verso sud, verso il Mediterraneo, area nella quale si registreranno in futuro i maggiori tassi di crescita e le maggiori potenzialità di sviluppo. Il Mediterraneo e l’area balcanica anche per questo sono tornati ad essere luoghi strategici per il confronto tra occidente e altre potenze regionali, con la delicatezza rappresentata dalle turbolenze in medio oriente, da un probabile futuro minor impegno degli USA in quest’area, da una sempre maggiore iniziativa turca, da una sempre maggiore presenza della marina militare russa (11 navi da guerra presenti in questo momento rispetto alle poche unità di qualche anno fa).

In questo contesto il ruolo dell’Italia, della sua economia, del suo apparato industriale saranno sempre più importanti. Per collocazione geografica, storia, cultura possiamo svolgere un ruolo fondamentale di ambasciatori e traduttori dei valori dell’occidente in questa area del mondo, e probabilmente siamo i soli a poterlo fare grazie alla tradizionale capacità di dialogo della nostra diplomazia e grazie alla nostra naturale empatia con quei popoli. Ma le ambizioni e le possibilità concrete di giocare questa partita si misurano innanzi tutto con la capacità di tutelare l’interesse nazionale ed europeo attraverso una rinnovata politica della sicurezza.

Folgiero chiarisce bene che la sicurezza non riguarda soltanto i traffici marittimi di superficie così importanti per un’economia manifatturiera come la nostra, ma anche tutto ciò che sta sotto la superficie del mare e sui fondali, in primis infrastrutture energetiche e cavi per la trasmissione dei dati. Si pensi che la nostra Marina Militare in questo momento ha molte unità impegnate nella sorveglianza e protezione di queste infrastrutture. Vi immaginate cosa succederebbe se un attentato come quello che ha gravemente danneggiato il gasdotto North Stream 2 colpisse il tubo del Trans Med (gasdotto Enrico Mattei) che porta in Italia il gas algerino oggi vitale per l’approvvigionamento energetico del Paese? O ancora se vi fossero danneggiamenti alle grandi dorsali dei cavi che portano dati, come è recentemente successo nel mar Rosso dove l’affondamento di una nave portacontainers inglese, causato da missili Houti, ha provocato una riduzione di oltre il 25% del traffico internet tra Asia e Europa? Il danneggiamento di cavi sottomarini, dai quali passa ormai la stragrande maggioranza dei dati globali, deriva da molte cause; le prevalenti, per ora, non sono quelle dovute al terrorismo ma quelle legate alla posa delle ancore delle navi e alla pesca a strascico.

L’underwater sarà in futuro il campo di sviluppo e innovazione tecnologica per le imprese italiane, all’interno delle quali Fincantieri è destinata a svolgere il ruolo di pivot candidandosi ad essere il campione nazionale della subacquea. Il colosso di Trieste ha la straordinaria opportunità e possibilità di estendere agli usi civili le soluzioni e le tecnologie sperimentate in ambito militare. Da questa ambizione e prospettiva nasce anche l’iniziativa del Ministero della Difesa di istituire a La Spezia il Polo Nazionale della subacquea. Si tratta di un’iniziativa strategica per l’Italia che vede la Liguria al centro, e che vede il rilancio delle attività di blue economy come uno degli assi portanti per il futuro della nostra regione.

In un mondo sempre più turbolento i temi della sicurezza strategica e della difesa, sul mare e sotto il mare, saranno al centro della scena. L’apparato industriale italiano fatto da grandi imprese a controllo pubblico (Fincantieri, Leonardo, Eni, Terna, Enel, Snam, Saipem ecc.) ma anche di moltissime imprese private di varie dimensioni impegnate nelle filiere e nell’indotto può dire la sua in maniera autorevole.

Occorre un grande disegno strategico e un’interlocuzione operativa su progetti e tecnologie che consentano all’industria italiana di cogliere questa grande opportunità di sviluppo e innovazione. Occorre costruire le occasioni e i luoghi perché ciò avvenga. Il lavoro è appena cominciato.

Il viaggio mortale della plastica: nella pancia di una tartaruga il dito di una strega di Halloween

(Photo credit: University of Exeter)

Un viaggio lunghissimo, partito chissà dove e finito nel peggiore dei modi. C’era anche il dito di una strega – parte di un travestimento di Halloween – tra le centinaia di oggetti di plastica trovati nelle viscere di una delle decine di tartarughe morte nel Mediterraneo e analizzate dagli scienziati.

Il team di ricerca, guidato dall’Università di Exeter e dalla Società per la protezione delle tartarughe di Cipro Nord (SPOT), ha esaminato 135 tartarughe marine spiaggiate o uccise come “bycatch” (catture accidentali) nelle reti da pesca al largo di Cipro settentrionale. Oltre il 40% delle tartarughe conteneva macroplastiche (pezzi più grandi di 5 mm), tra cui tappi di bottiglia e un dito di gomma da strega.

Per i ricercatori le tartarughe marine sono una potenziale specie “bioindicatrice” che potrebbe aiutare a comprendere la portata e l’impatto dell’inquinamento da plastica. “Il viaggio di quel giocattolo di Halloween – dal costume di un bambino all’interno di una tartaruga marina – è uno sguardo affascinante sul ciclo di vita della plastica”, spiega Emily Duncan, del Centre for Ecology and Conservation del Penryn Campus di Exeter, in Cornovaglia. “Queste tartarughe si nutrono di prede gelatinose come le meduse e di prede del fondo marino come i crostacei, ed è facile capire come questo oggetto possa assomigliare a una chela di granchio”.

Lo studio ha trovato un totale di 492 pezzi di macroplastica, di cui 67 all’interno di una sola tartaruga. Le tartarughe hanno mostrato una “forte selettività” verso alcuni tipi, colori e forme di plastica.

“Quella che abbiamo trovato era in gran parte simile a fogli (62%), trasparente (41%) o bianca (25%) e i polimeri più comuni identificati erano il polipropilene (37%) e il polietilene (35%)”, riferisce Duncan. È probabile, quindi, che le tartarughe ingeriscano le plastiche più simili ai loro alimenti.

Le tartarughe oggetto dello studio sono state trovate in un periodo di 10 anni (2012-22) e l’incidenza dell’ingestione di macroplastica non è aumentata nel corso di questo periodo, ma è rimasta stabile. Lo studio fornisce informazioni fondamentali sull’inquinamento da plastica nel Mediterraneo orientale, ma sono necessarie ulteriori ricerche.

Sono davvero biodegradabili? La vita delle cannucce nel mare è di 8-20 mesi

Le cannucce di plastica che finiscono negli ecosistemi marini rendono antiestetiche le spiagge e creano problemi a tartarughe e uccelli marini. Per questo motivo, le persone preferiscono sempre di più le alternative commercializzate come biodegradabili o compostabili. Ma i microrganismi marini riescono degradare le cannucce? Uno studio pubblicato su ACS Sustainable Chemistry & Engineering rivela che alcune cannucce commerciali in bioplastica o carta potrebbero disintegrarsi entro otto o 20 mesi negli oceani.

Per combattere l’inquinamento da plastica, alcune regioni degli Stati Uniti hanno limitato la presenza di polimeri tradizionali, come il polipropilene (PP), nelle cannucce. Queste politiche hanno fatto crescere il mercato degli articoli monouso in carta o bioplastica. Tuttavia, i materiali sostitutivi devono mantenere la loro funzionalità, in modo che non si sfaldino al primo sorso, ma si degradino se finiscono nel terreno, nell’acqua dolce o in quella salata. Sebbene la prossima generazione di bioplastiche potrà essere in grado di soddisfare entrambi i requisiti, si sa poco su quanto tempo i prodotti realizzati con questi materiali durino nell’oceano prima di degradarsi completamente rispetto ad altri materiali. Bryan James, Collin Ward e colleghi dell’American Chemical Society hanno quindi condotto esperimenti utilizzando acqua di mare per studiare la durata ambientale di diverse cannucce e trovare un modo per accelerare la degradazione delle bioplastiche di nuova generazione.

Il team ha scoperto che dopo 16 settimane le cannucce di carta hanno perso il 25-50% del loro peso iniziale. Secondo i ricercatori, questi prodotti dovrebbero disintegrarsi completamente negli oceani costieri entro 10 mesi per la carta, 15 mesi per il PHA (poliidrossialcanoati) e 20 mesi per il CDA.

Utilizzando le stesse condizioni sperimentali, i ricercatori hanno poi esaminato come la modifica della struttura del materiale CDA, da solido a schiuma, abbia influito sulla durata della bioplastica nell’ambiente. Hanno osservato che la schiuma CDA si rompeva almeno due volte più velocemente della versione solida e hanno stimato che una cannuccia fatta con il prototipo di schiuma si sarebbe disintegrata nell’acqua di mare in otto mesi – la durata più breve di qualsiasi altro materiale testato.

Giappone, iniziata la seconda fase di scarico delle acque di Fukushima

La seconda fase dello scarico in mare delle acque trattate dalla centrale nucleare giapponese di Fukushima è iniziata questa mattina.
Il Giappone ha iniziato a scaricare nell’Oceano Pacifico l’acqua utilizzata per raffreddare i nuclei dei tre reattori della centrale di Fukushima Daiichi, che si sono fusi dopo lo tsunami del 2011, il 24 agosto scorso.

Quest’acqua, che proviene anche dalle falde acquifere e dalla pioggia, è stata conservata a lungo in enormi serbatoi nel sito della centrale e trattata per liberarla dalle sostanze radioattive, ad eccezione del trizio che, secondo gli esperti, è pericoloso solo in dosi concentrate molto elevate.

La Tepco diluisce molto l’acqua triziata con acqua di mare prima di scaricarla nell’oceano, per garantire che il suo livello di radioattività non superi il limite di 1.500 Bq/L. Il limite è 40 volte inferiore allo standard giapponese per questo tipo di scarico in mare ed è anche quasi sette volte inferiore al limite fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’acqua potabile (10.000 Bq/L). Lo scarico in mare è stato approvato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Ma l’avvio del processo ha scatenato una crisi diplomatica tra il Giappone e la Cina, che alla fine di agosto ha sospeso tutte le importazioni di prodotti ittici giapponesi.

La Russia, le cui relazioni con il Giappone sono state messe a dura prova anche dalle sanzioni imposte da Tokyo contro Mosca dall’inizio della guerra in Ucraina, starebbe valutando di fare lo stesso. “Come per il primo rilascio, continueremo a monitorare i livelli di trizio. Continueremo a informare il pubblico in modo chiaro e comprensibile, sulla base di prove scientifiche”, ha dichiarato la scorsa settimana un funzionario della Tepco alla stampa.

Durante la prima fase, durata 17 giorni, sono stati scaricati in totale circa 7.800 m3 di acqua triziata. La Tepco ha pianificato altre tre operazioni simili fino alla fine di marzo 2024. In totale, il Giappone prevede di scaricare nell’Oceano Pacifico oltre 1,3 milioni di m3 di acqua triziata proveniente da Fukushima – l’equivalente di 540 piscine olimpioniche – ma in modo estremamente graduale, fino all’inizio del 2050, secondo il programma attuale.