Materie critiche, assalto ai fondali delle Isole Cook aperti a esplorazione mineraria

Nelle Isole Cook, una nave da 1.000 tonnellate esplora le ricche profondità del Pacifico alla ricerca dei minerali da sfruttare. Circondate da lagune scintillanti e spiagge ornate di palme, le Isole Cook, nel Pacifico meridionale, hanno aperto le loro acque territoriali all’esplorazione mineraria.

Navi da ricerca solcano i mari alla ricerca di giacimenti di metalli per batterie, terre rare e minerali critici che giacciono nelle profondità dell’oceano. L’Anuanua Moana sta conducendo studi per lo sfruttamento minerario in alto mare: un’industria pionieristica che alcuni paragonano a una corsa all’oro dei tempi moderni e che altri definiscono una “follia” ambientale. “Le risorse hanno un valore potenziale stimato di circa 4 miliardi di dollari (americani)”, spiega Hans Smit, direttore generale di Moana Mineral.

Da due anni la nave solca le acque tropicali delle Isole Cook, a metà strada tra la Nuova Zelanda e le Hawaii, raccogliendo dati per convincere le autorità di regolamentazione che l’estrazione mineraria in acque profonde è sicura. Nessuna azienda ha ancora avviato lo sfruttamento commerciale dei fondali marini. “Voglio iniziare lo sfruttamento prima del 2030”, spiega Smit, tra il rombo delle gru che caricano casse di legno. Moana Minerals, filiale di una società texana, detiene i diritti di esplorazione su 20.000 chilometri quadrati nella zona economica esclusiva (ZEE) delle Isole Cook. Secondo alcuni ricercatori australiani, si tratta del giacimento di noduli polimetallici, una sorta di ciottoli ricchi di manganese, cobalto, rame o nichel, il più grande e ricco al mondo all’interno di un territorio sovrano.

Queste rocce sono ricche di minerali come manganese, nichel, cobalto, rame o terre rare, molto apprezzati soprattutto per i veicoli elettrici e le apparecchiature elettroniche. Ma gli abitanti delle isole temono che l’estrazione mineraria possa contaminare per sempre il loro prezioso “moana”, ovvero l’oceano. “Ho visto la nave nel porto”, dice Ngametua Mamanu, una guida locale di 55 anni. “Perché abbiamo bisogno di queste attrezzature per distruggere gli oceani?”. Ana Walker, una pensionata di 74 anni, teme che venga saccheggiato a vantaggio di interessi stranieri. “Pensiamo che queste persone vengano qui per fare soldi e lasciarci il caos”, confida. “Se tutto va bene, c’è qualcosa di buono da ricavarne. Dal punto di vista finanziario”, commenta James Kora, 31 anni, allevatore di perle come suo padre e suo nonno prima di lui. Con gli occhi socchiusi per l’intensità del sole, il biologo marino Teina Rongo osserva da vicino dalla sua piccola barca le attività dell’Anuanua Moana. “Non abbiamo mai voluto esplorare il fondo dell’oceano, perché i nostri antenati credevano che fosse il luogo degli dei”, racconta.

Le società minerarie stanno ancora studiando il modo migliore per estrarre i noduli che giacciono a cinque chilometri o più di profondità. I loro sforzi si concentrano su macchine robotizzate che setacciano il fondo dell’oceano. Secondo l’ambientalista Alanna Smith, i ricercatori hanno pochissime conoscenze sui fondali marini. “Saremmo davvero delle cavie per l’industria, lanciandoci per primi”, afferma, aggiungendo che si tratta di un passo “molto, molto rischioso”. Negli anni ’50, una spedizione di ricerca sostenuta dagli Stati Uniti fu la prima a scoprire “enormi giacimenti” di noduli polimetallici nel Pacifico meridionale. Successivamente, una flotta di navi giapponesi, francesi, americane e russe ha perlustrato la zona per mappare questo tesoro.

Ma l’estrazione mineraria in acque profonde è rimasta un’idea marginale fino al 2018 circa, quando l’industria dei veicoli elettrici ha fatto impennare i prezzi dei metalli. Una manciata di aziende si contendono ora lo sfruttamento dei quattro principali giacimenti di noduli, tre dei quali si trovano in acque internazionali e l’ultimo nelle Isole Cook. L’Autorità internazionale dei fondali marini (AIFM) si riunisce questo mese per elaborare le norme per lo sfruttamento della “zona di frattura di Clipperton”, nell’Oceano Pacifico. Finora, le Isole Cook hanno dichiarato che il loro approccio all’estrazione mineraria, anche nelle proprie acque, sarà strettamente “allineato” alle regole dell’AIFM. Ma “non fissiamo un calendario per l’avvio di questa attività”, ha dichiarato Edward Herman, dell’Autorità per i minerali dei fondali marini delle Isole Cook, un’agenzia pubblica. A giugno, il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “una follia lanciare un’azione economica predatoria che sconvolgerà i fondali marini quando non ne sappiamo nulla!”. Ma le Isole Cook hanno amici potenti. Quest’anno hanno firmato un accordo di partenariato con la Cina sul commercio e lo sfruttamento minerario sottomarino.

Materie critiche, Usa e Paesi del Quad si impegnano a cooperare contro predominio Cina

Stati Uniti, Giappone, India e Australia si sono impegnati a collaborare per garantire un approvvigionamento stabile di minerali critici, in un contesto di crescenti preoccupazioni circa il predominio della Cina su queste risorse, essenziali per le nuove tecnologie.

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha ospitato a Washington i suoi omologhi del Quad (Australia, India e Giappone), riallacciando i rapporti con l’Asia dopo un inizio del suo mandato caratterizzato dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente.

I ministri hanno deciso di lanciare un’iniziativa congiunta sui minerali critici, “un’ambiziosa espansione del nostro partenariato  volta a garantire la sicurezza e la diversificazione delle catene di approvvigionamento”, hanno affermato in una dichiarazione congiunta rilasciata dopo l’incontro. Hanno fornito pochi dettagli, ma hanno chiarito che l’obiettivo è ridurre la dipendenza dalla Cina, che possiede ricche riserve di minerali strategici. “La dipendenza da un singolo Paese per la lavorazione e la raffinazione di minerali essenziali e la produzione di prodotti derivati ​​espone le nostre industrie a coercizione economica, manipolazione dei prezzi e interruzioni della catena di approvvigionamento”, si legge nel testo. Senza menzionare specificamente la Cina, hanno anche espresso “grave preoccupazione per le azioni pericolose e provocatorie” nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, che “minacciano la pace e la stabilità nella regione”.

Il Quad ha inoltre condannato la Corea del Nord per i suoi “lanci missilistici destabilizzanti” e ha insistito sulla sua “completa denuclearizzazione”, una delle principali preoccupazioni per il Giappone.

Rubio ha ospitato i ministri degli esteri del Quad il 21 gennaio, il giorno dopo l’insediamento del presidente Donald Trump, dimostrando la sua volontà di dare priorità al dialogo con i Paesi che condividono la sua visione per contrastare la Cina. Ma la realtà ha preso il sopravvento, e il capo della diplomazia americana… Nel frattempo nominato consigliere per la sicurezza nazionale, si è concentrato principalmente sulla ricerca, senza successo, di un cessate il fuoco tra Ucraina e Russia e sulle guerre in Medio Oriente, affrontando al contempo le priorità interne del presidente Trump, come la lotta all’immigrazione clandestina. Il “Quad” è principalmente un forum per discutere di questioni di sicurezza, in particolare di sicurezza marittima, ma Washington vuole ampliarne la portata per includere economia e commercio. La Cina si è ripetutamente opposta a questo gruppo, sospettato di cercare di contrastare l’ascesa del gigante asiatico.

Il presidente degli Stati Uniti dovrebbe visitare l’India entro la fine dell’anno per un vertice dei leader del “Quad”. Donald Trump ha a lungo descritto la Cina come il principale avversario degli Stati Uniti, ma da quando è tornato al potere ha anche elogiato i suoi rapporti con il presidente cinese Xi Jinping. I ministri indiano e giapponese hanno sottolineato, in brevi dichiarazioni alla stampa, la necessità di un “Indo-Pacifico libero e aperto”, la nota espressione che allude alle ambizioni espansionistiche della Cina.

Il G7 punta sui minerali critici: piano d’azione per investimenti e sicurezza

Un piano d’azione sui minerali critici, basato sul lavoro portato avanti dal Giappone nel 2023 e dall’Italia nel 2024, dedicato alla diversificazione della produzione e dell’approvvigionamento, alla spinta verso gli investimenti e alla promozione dell’innovazione. E’ uno dei punti chiave del G7 che si è concluso in Canada. Una dichiarazione congiunta di intenti che punta a valorizzare i minerali critici come “elementi fondamentali delle economie digitali e energeticamente sicure del futuro”. Un punto, questo, che per la premier Giorgia Meloni, è “un ottimo risultato” anche perché bisogna “ripensare le nostre catene di approvvigionamento”.

I leader dei Paesi del G7 chiedono “trasparenza, diversificazione, sicurezza, pratiche minerarie sostenibili, affidabilità e attendibilità come principi essenziali per la resilienza delle catene di approvvigionamento dei minerali critici” e riconoscono “l’importanza della tracciabilità, del commercio e del lavoro dignitoso nel contribuire alla nostra prosperità economica e a quella dei nostri partner”.

Il piano presentato dalla presidenza osserva che esiste una “minaccia”, rappresentata da “politiche e pratiche non di mercato nel settore dei minerali critici” e per questo è necessario “proteggere rapidamente la nostra sicurezza economica e nazionale. Ciò comprenderà l’anticipazione delle carenze di minerali critici, il coordinamento delle risposte alle perturbazioni deliberate del mercato e la diversificazione dell’estrazione, della trasformazione, della produzione e del riciclo”.

Il primo passo, spiegano i leader al termine del G7, è quello di presentare una tabella di marciaper promuovere mercati basati su standard per i minerali critici, in collaborazione con l’industria, le organizzazioni internazionali, i paesi produttori di risorse, le popolazioni indigene, le comunità locali, i sindacati e la società civile”. La roadmap  stabilirà una serie di criteri che costituiscono “una soglia minima per i mercati basati su standard, rafforzando la tracciabilità come misura necessaria”. Nell’ambito di questi sforzi, “valuteremo i potenziali impatti sul mercato”.

Spetterà ora ai ministri competenti fissare le tappe da raggiungere per l’adempimento di questo impegno, entro la fine dell’anno.

Tutto il piano sarà basato sul rafforzamento degli investimenti, “immediati e su larga scala” anche provenienti dal settore privato e sulla collaborazione “con i partner dei mercati emergenti e dei paesi in via di sviluppo per sviluppare infrastrutture di qualità, come i corridoi economici”.

Focus anche sull’innovazione, “con particolare attenzione alla trasformazione, alla concessione di licenze, al riciclo” e “all’economia circolare”.

costa rica - batterie -

Clima, l’Aie avverte: “Fare di più o rischio tensioni su forniture globali di materie prime”

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) teme “tensioni” sulle forniture globali di minerali e metalli critici, essenziali per la transizione energetica, e incoraggia un aumento degli investimenti minerari se si vuole che il pianeta riesca a limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi entro la fine del secolo.

“Il calo dei prezzi di minerali critici come il rame, il litio e il nichel, utilizzati per condurre l’elettricità o nelle batterie per i veicoli elettrici, le turbine eoliche e i pannelli solari, ‘maschera il rischio di future tensioni sull’offerta’” afferma l’Aie nel suo secondo rapporto annuale sui metalli, ‘Global Critical Minerals Outlook 2024’. L’Agenzia stima che saranno necessari “800 miliardi di dollari” in investimenti minerari in tutto il mondo da qui al 2040 se il pianeta vuole raggiungere l’obiettivo fissato dall’accordo internazionale sul clima firmato a Parigi nel 2015 di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale.

Lo scorso anno, il crollo del 75% del prezzo del litio e il calo dal 30% al 45% dei prezzi di cobalto, nichel e grafite hanno portato a una diminuzione media del 14% dei prezzi delle batterie, ma anche al rischio di un rallentamento degli investimenti nel settore minerario rispetto agli anni precedenti. In termini di volume, i due metalli più a rischio di “tensione” dell’offerta sono il litio e il rame, che mostrano un “divario significativo” tra produzione e prospettive di consumo, secondo il rapporto. Questo perché la domanda è in crescita. Nel 2023, le vendite delle sole auto elettriche sono aumentate del 35% e la diffusione dei pannelli solari e dell’energia eolica è cresciuta del 75%. Gli elettrolizzatori che producono l’idrogeno verde necessario per decarbonizzare l’industria pesante e i trasporti richiedono metalli come il nichel, il platino e lo zircone. Eppure le loro installazioni stanno crescendo in modo esponenziale: +360% entro il 2023, secondo il rapporto.

L’Aie richiama inoltre l’attenzione sulla necessità di diversificare le forniture per contrastare l’egemonia della Cina, in particolare nella produzione di due componenti chiave per le batterie per auto: gli anodi (il 98% della produzione proviene dalla Cina) e i catodi (90%). “Più della metà del processo di produzione del litio e del cobalto avviene in Cina. E il Paese domina l’intera catena di produzione della grafite”, utilizzata sia nelle batterie che nell’industria nucleare, secondo il rapporto.

“Non sarei sorpreso di vedere un interesse sempre maggiore per l’estrazione del litio” tra le major petrolifere, ha sottolineato Tim Gould, capo economista dell’Aie. L’americana Exxon Mobil, la più grande compagnia petrolifera del mondo, ha già annunciato investimenti in questo settore. Tuttavia, lo sviluppo di queste miniere comporta molti rischi sociali e ambientali per le comunità locali vicine, come hanno avvertito le Ong pochi giorni fa in vista di una riunione dell’Ocse sul tema a Parigi. La corsa ai minerali critici sta infliggendo “gravi costi” alle popolazioni indigene e alle loro terre tradizionali, spiega Galina Angarova, della tribù Buryat in Siberia, a capo di una coalizione di associazioni che difendono i diritti delle popolazioni indigene.

“Se continuiamo di questo passo, corriamo il rischio di distruggere la natura, la biodiversità e i diritti umani” in un’economia a basse emissioni di carbonio che si è allontanata da petrolio, gas e carbone, dice. “Siamo sulla soglia della prossima rivoluzione industriale… e dobbiamo fare le cose per bene”, aggiunge Angarova. Adam Anthony, dell’Ong Publish what you pay, sottolinea che i minatori si stanno precipitando in Africa senza che il continente benefici del valore aggiunto dell’estrazione di minerali e metalli. “Quando parliamo di minerali critici, dobbiamo chiederci per chi sono critici”, dice. “Non riceviamo alcun beneficio da questa estrazione”.

La Tanzania, ad esempio, estrae manganese e grafite, ma non produce nessuna delle apparecchiature – auto elettriche o batterie – che li utilizzano.

Transizione energetica, correggere il tiro prima che sia troppo tardi

Il dibattito politico ed economico internazionale è segnato da tempo dal tema della ‘transizione energetica’, ma gli ultimi diciotto mesi hanno mostrato chiaramente come questo obiettivo sia molto più sfidante e complesso di quello che si poteva immaginare. Da molte parti, senza mettere in questione l’obiettivo della decarbonizzazione che tutti condividono, si sottolinea che esso va perseguito con razionalità e pragmatismo, abbandonando visioni estremiste e unilaterali che hanno messo in secondo piano problemi importantissimi come la sicurezza energetica e la disponibilità di materie prime necessarie per la transizione.

Anche negli Usa e in Europa, aree nelle quali sono state adottate misure imponenti per perseguire l’obiettivo della transizione e della decarbonizzazione (come ad esempio l’Inflation Reduction Act negli Usa e il RePowerEu in Europa), lo sviluppo, la diffusione e la crescita delle nuove tecnologie su cui si basa la transizione avverrà in un tempo molto più lungo di quello inizialmente previsto. E ciò perché le economie sviluppate non sono in grado di passare in pochi anni da un modello economico basato sugli idrocarburi ad un altro basato esclusivamente sulle energie rinnovabili.

E la recente crisi energetica causata dall’aggressione russa dell’Ucraina lo ha mostrato con chiarezza. Il mondo, ad esempio, sta usando oggi tre volte più carbone di quanto ne usasse dieci anni fa, e nel 2022 si è raggiunto il record storico nel consumo di questa fonte di energia. Ciò si deve certamente alla crescita dei fabbisogni energetici di molti Paesi del mondo in via di sviluppo che hanno trovato nel carbone la fonte più conveniente, ma anche al fatto che molti paesi europei, Germania e Italia in testa, che avevano deciso di chiudere le loro centrali elettriche a carbone, hanno dovuto fare marcia indietro per fronteggiare la mancanza di gas e l’esplosione dei prezzi energetici causati dalla guerra.

Alla luce di ciò è lecito porsi la domanda: ma perché le famiglie e le imprese europee, che sono responsabili di non più del 9% delle emissioni mondiali di CO2, devono essere quelle che sopportano di più il peso della transizione? Se per ipotesi tutte le industrie europee, che sono responsabili di meno del 4% di tutte le emissioni mondiali di CO2, chiudessero i battenti contemporaneamente, l’effetto sulle emissioni mondiali e quindi sulla causa primaria del climate change sarebbe insignificante.

In un interessante paper del 2021 del Peterson Institute for International Economics un importante economista francese, Jean Pisani-Ferry, ha affermato che muoversi troppo rapidamente verso l’obiettivo di emissioni zero potrebbe provocare una drammatica crisi dell’offerta industriale, ancora più grave di quella creata dallo shock energetico dell’inizio degli anni 70 conseguente alla  guerra arabo-israeliana. L’economista mette in guardia dal fatto che un processo di transizione energetica precipitoso potrebbe provocare disastri, e sollecita i policy makers a rendersene conto e ad assumere le decisioni adeguate.

Quali sono i fatti nuovi che hanno cambiato così radicalmente la prospettiva? Innanzitutto la sicurezza energetica, come detto, è tornata ad essere la priorità. E la sicurezza energetica è fatta di disponibilità di fonti e di prezzi ragionevoli dell’energia. Il Presidente degli Usa Biden ad esempio, benché sia molto concentrato sugli obiettivi della transizione, nel corso dell’ultimo anno ha sollecitato le compagnie petrolifere nazionali a incrementare la produzione, così da aumentare le Strategic Petroleum Reserve come non era mai avvenuto con le precedenti Amministrazioni.

I verdi tedeschi al governo della Germania hanno spinto moltissimo per aumentare la capacità di impianti di rigassificazione del Paese, così da incrementare significativamente le importazioni di LNG (gas naturale liquido) dagli Stati Uniti. E in non più di 200 giorni la Germania è stata capace di dotarsi di nuovi rigassificatori galleggianti come quelli che dobbiamo fare anche in Italia, ma che sono in ritardo a Piombino per l’opposizione del Sindaco, che proviene dalle fila del partito del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

La seconda questione riguarda la dimensione del problema. Oggi 100 trilioni di dollari Usa (centomila miliardi di dollari!) dell’economia mondiale dipendono da più dell’80% di approvvigionamento energetico da idrocarburi, e nulla come un così gigantesco e complesso sistema energetico mondiale può essere rapidamente e facilmente cambiato. In un interessante volume fresco di stampa, ‘How The World Really Works’, di uno studioso di economia dell’energia, Vaclav Smil, si sottolinea come i quattro pilastri della moderna civilizzazione – cemento, acciaio, plastica e ammonio (per i fertilizzanti) – siano ciascuno fortemente dipendente dall’attuale sistema energetico.

C’è poi un terzo punto fondamentale: la divisione tra Nord Sud del mondo. Nell’emisfero Nord del mondo, in particolare Stati Uniti d’America e Europa, il tema del climate change è al primo posto dell’agenda politica. Ma nell’emisfero Sud questa priorità coesiste con altre priorità come la promozione della crescita economica, la riduzione della povertà e il miglioramento della qualità della vita e della salute con la riduzione della combustione di legno e rifiuti attraverso un uso più intenso del gas naturale.

Questa divisione è stata plasticamente rappresentata lo scorso anno da un voto di denuncia e censura del Parlamento Europeo (di cui i media a dire il vero hanno parlato assai poco) relativo alla costruzione di una nuova pipeline per il gas dall’Uganda attraverso la Tanzania fino all’Oceano Indiano.

Il Parlamento Europeo ha stigmatizzato e condannato la realizzazione di questa infrastruttura perché il progetto poteva avere aspetti negativi per il clima, l’ambiente e ‘i diritti umani’. Nello stesso tempo lo stesso Parlamento dava il suo voto favorevole per un’infrastruttura analoga tra la Francia e il Belgio, paesi nei quali il reddito pro-capite è rispettivamente 50 e 60 volte maggiore di quello dell’Uganda, dove la nuova pipeline è vista come un fattore determinante per lo sviluppo del Paese. La risoluzione europea ha provocato in Africa reazioni furiose. Lo speaker del parlamento dell’Uganda ha denunciato l’atteggiamento europeo come il migliore esempio “dell’alto livello di neocolonialismo e di imperialismo contro la sovranità dell’Uganda e della Tanzania”.

Il quarto nodo è rappresentato dai fabbisogni di nuovi materiali per la transizione. L’elettrificazione dei sistemi energetici, industriali e di trasporto alla base della transizione richiede un’enormità di nuove materie prime: rame, cobalto, nickel, litio e terre rare, che possono essere reperite soltanto con nuove e intensive attività minerarie enormemente energivore. Si pone il serio problema dell’aumento esponenziale della loro produzione, che se si guardano i numeri è stato giustamente definito sconvolgente: entro il 2040 la produzione di nickel dovrà crescere di 41 volte, quella di cobalto 21 volte, quella di rame di 28 volte e quella di graffite di 28 volte. Perché un così grande consumo di queste materie prime? Semplice: in termini di chilogrammi di minerali necessari per la produzione di un megawatt di energia elettrica gli impianti eolici offshore ne richiedono 16 tonnellate, il solare fotovoltaico 6,8, quando una centrale turbogas chiede appena 1,1 tonnellate. Le energie convenzionali compreso il nucleare sembrano tutte essere assai meno consumatrici di minerali di quanto non siano le fonti rinnovabili (naturalmente solo per la costruzione degli impianti).

E con riferimento all’offerta? Scrive Marcello Minenna su ‘Il Sole 24 Ore’ di domenica scorsa: “…al ritmo attuale di estrazione e considerati i progetti di espansione della produzione già avviati, la domanda globale di rame supererà l’offerta già nel 2025. Non solo. Senza un nuovo piano aggressivo di incremento della capacità produttiva (che vuol dire nuovi giganteschi investimenti minerari) l’offerta comincerà a declinare a partire dal 2024, amplificando il gap con le necessità dell’economia globale. Stesso destino è previsto per il cobalto, con la domanda che supererà l’offerta nel 2024 e nel 2030 dovrebbe essere 2,5 volte maggiore della capacità produttiva globale, prevista sostanzialmente stabile. Per il litio nel 2030 senza uno sforzo senza precedenti per espandere l’estrazione il fabbisogno globale sarebbe 2,5 volte l’offerta”.

Tutto ciò significa come detto nuovi giganteschi investimenti minerari, con altissimi consumi di energia connessi, che la cultura ambientalista vede come il fumo negli occhi. Senza contare che tali fabbisogni sono destinati a creare nuove influenze geo-politiche e nuove dipendenze in particolare a favore della Cina. L’industria chimica cinese raffina il 40% del rame, il 35% del nickel, il 65% del cobalto e il 58% del litio prodotti a livello mondiale. Sulle terre rare si può parlare di monopolio cinese non solo nella produzione ma anche nella raffinazione. Quanto detto dimostra ancora una volta che un approccio ideologico e dogmatico alla transizione energetica rischia di provocare disastri economici e sociali alle economie dell’occidente. Occorre al contrario perseguire la via della neutralità tecnologica, che significa non privilegiare solo le fonti rinnovabili e l’elettrificazione ma anche le altre tecnologie che conducono alla decarbonizzazione di processi, e prodotti  come il nucleare di nuova generazione, i biocombustibili e il biogas, le tecnologie di cattura, stoccaggio e utilizzo delle CO2.

La politica deve prendere nota di queste contraddizioni e correggere il tiro sui metodi e sui tempi della transizione energetica prima che sia troppo tardi.