Trenta artisti all’Onu: fare di più contro la plastica

Alla vigilia dell’apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si terrà a New York, circa 30 personalità del mondo dello spettacolo, dello sport e dell’attivismo internazionale hanno sottoscritto una lettera aperta rivolta ai leader mondiali per chiedere loro di sostenere un ambizioso Trattato globale sulla plastica, basato su una drastica riduzione della produzione e sul divieto dell’usa e getta. Tra i firmatari figurano il premio Oscar Lupita Nyong’o, la pluripremiata attrice e cantante Bette Midler, la cantautrice Anggun e anche l’italiano Carlo Cudicini, Club Ambassador del Chelsea. L’appello segue la pubblicazione di un sondaggio commissionato da Greenpeace International secondo cui l’80% della popolazione interpellata in 19 Paesi è a favore di una riduzione della produzione di plastica.

“Come cittadini interessati al problema, sosteniamo gli sforzi per ridurre l’impiego di plastica monouso, ripulire le nostre spiagge e fare la raccolta differenziata. Ma tutto questo non è abbastanza, non lo è da molto tempo”, si legge nella lettera pubblicata oggi. “Viviamo in un sistema insostenibile, dominato dalla plastica usa e getta, e nessuna soluzione o politica pubblica sarà sufficiente, a meno che non riduciamo a monte la quantità di materiale plastico prodotto e consumato”.

L’appello arriva poche settimane prima del round finale dei negoziati ONU per definire un Trattato globale sulla plastica, in programma a Busan (Corea del Sud) dal 25 novembre al 1° dicembre: in quell’occasione, i leader mondiali dovranno arrivare a un accordo legalmente vincolante in grado di arginare la crisi globale della plastica.

“I governi non possono perdere tempo ad ascoltare l’industria petrolchimica e dei combustibili fossili che antepone il profitto al nostro futuro”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “I leader mondiali devono, piuttosto, ascoltare le persone e definire un Trattato globale sulla plastica che riduca a monte la produzione e ponga fine all’era del monouso: ne va della nostra salute e del nostro clima”.

Greenpeace chiede che il Trattato riduca di almeno il 75% la produzione totale di plastica entro il 2040, per proteggere la biodiversità e garantire che l’aumento delle temperature globali rimanga al di sotto della soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Oltre il 99% della plastica, ricorda l’organizzazione ambientalista, è ricavato da idrocarburi come petrolio e gas fossile, e il vertiginoso aumento nella produzione contribuisce in maniera significativa alla crisi climatica.

inquinamento

Clima, Onu: Meno inquinamento atmosferico da polveri sottili in Europa e Cina

L’inquinamento atmosferico da polveri sottili è diminuito lo scorso anno in Europa e in Cina grazie alla riduzione delle emissioni legate alle attività umane. Lo ha reso noto l’Onu, invitando ad affrontare congiuntamente il cambiamento climatico e la qualità dell’aria.
Le particelle sottili PM2,5 (con un diametro non superiore a 2,5 micron) rappresentano un grave rischio per la salute se inalate per lunghi periodi, poiché sono abbastanza piccole da raggiungere il flusso sanguigno.

Le fonti di queste particelle sono le emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili, come i veicoli e l’industria, ma anche fonti naturali come gli incendi boschivi o la polvere del deserto trasportata dal vento.

“I dati per l’anno 2023 indicano un’anomalia negativa, cioè una diminuzione del PM2,5 rispetto al periodo di riferimento 2003-2023, su Cina ed Europa”, ha dichiarato il dottor Lorenzo Labrador, esperto scientifico dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), in occasione della pubblicazione del bollettino annuale sulla qualità dell’aria e il clima.

Il bollettino, pubblicato dall’OMM, un’agenzia delle Nazioni Unite, in vista della Giornata internazionale dell’aria pulita per cieli blu, che si celebra il 7 settembre, sottolinea che la qualità dell’aria e il cambiamento climatico sono correlati, poiché le sostanze chimiche responsabili dell’inquinamento atmosferico sono generalmente emesse contemporaneamente ai gas serra.
Il cambiamento climatico e la qualità dell’aria non possono essere trattati separatamente. Vanno di pari passo e devono essere affrontati insieme”, ha dichiarato il segretario generale aggiunto dell’OMM Ko Barrett in un comunicato stampa. L’OMM avverte: “Il circolo vizioso tra cambiamenti climatici, incendi boschivi e inquinamento atmosferico sta avendo impatti negativi sempre più gravi sulla salute umana, sugli ecosistemi e sull’agricoltura”.

Per quanto riguarda il particolato, il bollettino non presenta un’analisi globale o regione per regione, ma riporta diverse tendenze regionali.
Sulla base dei dati del servizio europeo di monitoraggio atmosferico Copernicus e della NASA, l’OMM ha rilevato che “in India sono stati misurati livelli di PM2,5 superiori alla media, a causa dell’aumento delle emissioni di inquinanti legate alle attività umane e industriali”, secondo il comunicato. Questo “aumento di PM2,5” riguarda “il subcontinente indiano e alcune parti del Sud-Est asiatico”, secondo Lorenzo Labrador. D’altra parte, la Cina e l’Europa hanno misurato livelli inferiori alla media, secondo l’OMM.

Tendiamo a pensare che il calo dell’inquinamento in Europa e in Cina sia il risultato diretto di una riduzione delle emissioni in questi Paesi nel corso degli anni. Abbiamo notato questa tendenza da quando abbiamo iniziato a pubblicare il bollettino nel 2021”, ha aggiunto lo scienziato, che ne ha coordinato la pubblicazione. Negli Stati Uniti, la situazione è essenzialmente “come al solito rispetto al periodo di riferimento”, ha spiegato, ma i dati mostrano che gli incendi boschivi in Nord America, secondo l’OMM, “hanno causato emissioni di PM2,5 eccezionalmente elevate rispetto al periodo di riferimento 2003-2023”. Il WMO segnala anche emissioni di polvere inferiori al normale nei deserti della Penisola Arabica e in gran parte del Nord Africa.

Ambiente, Guterres lancia “Sos globale” su innalzamento acque nel Pacifico

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha lanciato un “Sos globale” sull’innalzamento del livello del mare nel Pacifico, in occasione del vertice del Forum delle Isole del Pacifico, presentando una ricerca che mostra come la regione si stia innalzando più velocemente della media globale. “Sono a Tonga per lanciare un ‘Sos’ globale – Save our Seas, ndr – sull’innalzamento del livello del mare. Una catastrofe globale sta minacciando questo paradiso del Pacifico”, ha detto Guterres.

Le isole del Pacifico, scarsamente popolate e con poche industrie pesanti, emettono collettivamente meno dello 0,02% delle emissioni annuali di gas serra del mondo. Ma questo vasto gruppo di isole vulcaniche e atolli corallini a bassa quota sta subendo duramente gli effetti del riscaldamento globale, soprattutto a causa dell’innalzamento del livello del mare. Secondo un nuovo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) presentato al Forum, negli ultimi trent’anni il livello del mare è aumentato in media di 9,4 cm in tutto il mondo. In alcune zone del Pacifico l’innalzamento raggiunge i 15 cm. “È sempre più chiaro che stiamo rapidamente esaurendo il tempo a nostra disposizione per arrestare la tendenza”, avverte Celeste Saulo, segretario generale di questa importante agenzia delle Nazioni Unite.

Le popolazioni, le economie e gli ecosistemi dell’intera regione del Pacifico sud-occidentale sono fortemente colpiti dagli effetti a cascata” del cambiamento climatico, sottolinea nella prefazione del rapporto. In alcuni luoghi, come Kiribati e le Isole Cook, le misurazioni dell’innalzamento del livello del mare sono pari o inferiori alla media globale. Ma altrove, in particolare nelle Samoa e nelle Figi, l’innalzamento osservato è tre volte superiore. A Tuvalu, la superficie terrestre è già così ridotta che i bambini usano l’asfalto dell’aeroporto internazionale come parco giochi.

Secondo gli esperti, anche se in futuro l’innalzamento del livello del mare sarà contenuto, Tuvalu potrebbe essere completamente sommersa entro 30 anni. “I disastri si susseguono e perdiamo la capacità di ricostruire, di resistere a un altro ciclone o a un’altra inondazione”, ha dichiarato a France Presse il ministro del Clima di Tuvalu, Maina Talia, a margine del vertice Ifp. “Per gli Stati insulari a bassa quota è una questione di sopravvivenza”, ha aggiunto. La situazione dei Paesi del Pacifico è stata ignorata in passato, soprattutto a causa del loro isolamento e del loro minor peso economico. Ma i ricercatori considerano la regione come un indicatore di ciò che potrebbe accadere in altre parti del mondo. “Questo nuovo rapporto conferma ciò che i leader del Pacifico dicono da anni”, ha dichiarato all’Afp il ricercatore australiano sul clima Wes Morgan. “Il cambiamento climatico è la loro più grande minaccia per la sicurezza. Le nazioni del Pacifico sono impegnate in una lotta per la sopravvivenza e fermare l’inquinamento climatico è essenziale per il loro futuro”, ha insistito.

Secondo le Nazioni Unite, la stragrande maggioranza degli abitanti dei Paesi del Pacifico meridionale vive a meno di cinque chilometri dalla costa. L’innalzamento del livello del mare, sommergendo la terra, riduce non solo lo spazio vitale ma anche le risorse idriche e alimentari delle persone, sottolinea l’organizzazione. L’innalzamento della temperatura dell’acqua provoca anche disastri naturali più violenti, mentre l’acidificazione degli oceani influisce sulla catena alimentare marina. Per Rosanne Martyr, esperta del Climate Analytics Institute di Berlino, “il prezzo da pagare aumenterà inesorabilmente se non si interviene con urgenza”. Paesi come Vanuatu, Papua Nuova Guinea e Micronesia hanno già perso “più dell’1% del loro Pil a causa dell’innalzamento del livello del mare”, afferma l’esperta.

Le nazioni insulari del Pacifico sono logicamente “in prima linea nella battaglia contro il cambiamento climatico”, ha sottolineato il segretario generale dell’IFP Baron Waqa, dell’isola di Nauru, all’apertura del forum. Il ministro del Clima di Tuvalu, Maina Talia, ha esortato i “Paesi più inquinanti” a pagare i costi crescenti del cambiamento climatico, in linea con il principio “chi inquina paga”.

Il forum PIF, che riunisce 18 Stati e territori associati, tra cui la Nuova Caledonia e la Polinesia francese, durerà fino a giovedì 29 agosto.

Le stagioni di una volta tra Green Deal e Agenda Onu 2030

Un fisico del Cnr, Antonello Pasini, ha spiegato nei giorni scorsi su Repubblica perché l’Italia è/era spaccata in due: clima autunnale al Nord, clima africano al Sud. E perché lo sarà sempre di più, là dove il Po diventa il crinale tra il fresco/freddo e le temperature da altoforno e, soprattutto, là dove una volta troneggiava l’anticiclone delle Azzorre e adesso dominano gli anticicloni africani. Lo ha fatto sostenendo che le attività umane hanno “prodotto tutto questo” e ci ha messo in guardia sul futuro perché “si lascia intendere che quanto sta accadendo sia colpa di una natura matrigna, contro cui nulla possiamo, mentre invece sappiamo che le cause sono umane e potremmo rimuoverle”.

Pasini non è il primo e non sarà probabilmente nemmeno l’ultimo scienziato che lancerà l’allarme sul climate change e ci esorterà ad avere comportamenti meno brutali nei confronti di un pianeta che si sta ribellando ai disastri dell’uomo. Allarmi che devono necessariamente essere colti da chi governa la politica: nazionale e internazionale. Quel “non esistono più le stagioni di una volta” è diventato il claim un po’ surreale di uno stato di fatto in realtà preoccupante, anche se il punto è sempre lo stesso: bandire le ideologie e trovare un punto di incontro tra la salvaguardia della terra e la tutela degli interessi industriali. Non sarà facile e non potrà essere prerogativa solo europea. Quindi sarà difficilissimo allineare Cina e India e Stati Uniti. Insomma, un nuovo Green Deal più equilibrato ma pure nuovi atteggiamenti collettivi.

“Il cambiamento climatico non ha colore politico: danneggerà chi crede che il mondo debba essere più equo e giusto, ma anche chi punta sul libero mercato”, il pensiero conclusivo di Pasini che non può non accompagnare a riflessioni inevitabilmente profonde sui flagelli dell’estate 2024, il Nord sott’acqua e il Centro-Sud arrosto, fiumi in piena e siccità estrema, incendi diffusi dagli usa all’Australia e il brutto non è ancora cominciato. Qualcosa non va (più) questo è certo, qualcosa va fatto (questo è altrettanto certo), qualcuno deve prendersi la responsabilità di agire, non c’è più tempo per bisticciare sul negazionismo, non c’è più margine per arrovellarsi sui 17 obiettivi stabiliti dalle Nazioni Unite per l’agenda 2030. Sei anni e ci siamo. Sei anni così, però, sono lunghissimi. E faticossissimi.

G7, si lavora alla bozza: alla Cina si chiederà lo stop degli aiuti a Russia. Appello dell’Onu per il clima

La Cina smetta di sostenere la guerra della Russia in Ucraina e Hamas accetti l’accordo per il cessate il fuoco proposto dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Sono due punti su cui lavorano gli sherpa del G7 per il documento finale che dovrà essere adottato dai leader a Borgo Egnazia, in Puglia (13-15 giugno).

In giornata, si solleva la polemica su un punto saltato, in cui i Grandi della Terra sottolineavano l’importanza di garantire “un accesso effettivo e sicuro all’aborto, inserito nel corso del G7 di Hiroshima. Il punto sarebbe stato eliminato su iniziativa del governo Meloni, creando tensioni tra le delegazioni. Fonti della presidenza italiana fanno però sapere che “nessuno Stato ha chiesto di eliminare il riferimento alle questioni relative all’aborto dalla bozza” e che “tutto quello che entrerà nel documento conclusivo sarà un punto di caduta finale frutto di un negoziato fra i membri G7”.

Sulla Cina, “Il continuo sostegno di Pechino alla base industriale della difesa russa ha implicazioni significative e di ampia portata sulla sicurezza”, si legge nella bozza che Bloolmerg ha lasciato trapelare.

Gli alleati di Kiev accuserebbero Pechino di fornire alla Russia tecnologie e componenti – sia presenti nelle armi sia necessari per costruirle – aiutando gli sforzi di Mosca per aggirare i pacchetti di restrizioni commerciali del G7 su molti di questi beni. I materiali vietati infatti spesso arrivano in Russia attraverso paesi terzi come Cina e Turchia o attraverso reti di intermediari. Le misure in discussione includono la quotazione di più società, il targeting delle banche di paesi terzi che facilitano gli scambi, la richiesta che le aziende intensifichino i controlli sulle loro filiali e subappaltatori all’estero e l’espansione delle restrizioni sui prodotti di marca occidentale che continuano a finire in Russia.

Il G7 chiederà anche a Pechino di spingere la Russia a ritirarsi dall’Ucraina e a sostenere una pace giusta. Si prevede che i leader affermino che le politiche della Cina “stanno creando ricadute globali, distorsioni del mercato e dannosa sovraccapacità in una serie di settori”. E ancora, i leader del G7 metteranno in guardia la Russia da minacce nucleari “irresponsabili”.

Quanto al Medioriente, ci sarà la sollecitazione ad Hamas ad accettare l’accordo di cessate il fuoco a Gaza presentato dal presidente Usa Joe Biden. Israele dovrebbe essere direttamente sollecitata ad allentare l’escalation di una “offensiva militare su vasta scala” a Rafah: la bozza potrebbe includere un linguaggio che chieda con decisione un passo in questo senso, in linea con le misure provvisorie ordinate dalla Corte internazionale di giustizia. “Esortiamo i paesi che hanno influenza su Hamas” a contribuire a garantire che accetti un cessate il fuoco, si legge.

Non c’è invece per il momento accordo unanime sul riconoscimento dello Stato palestinese come parte di un processo di pace a due Stati. “Notiamo che il riconoscimento di uno Stato palestinese, al momento opportuno, sarebbe una componente cruciale”, si legge nel testo provvisorio.

Arriva dal segretario dell’Onu Antonio Guterres, in un punto con la stampa a Ginevra, l’invito ai leader per un impegno alla fine all’uso del carbone entro il 2030. “I Paesi più grandi – ha aggiunto – hanno la responsabilità di andare più lontano, più velocemente” e per questo è necessario “creare sistemi energetici privi di combustibili fossili e ridurre la domanda e l’offerta di petrolio e gas del 60% entro il 2035”. “I leader del G7 hanno una responsabilità particolare, in primo luogo, sul clima”, sottolinea Guterres che denuncia il “vortice dell’inazione climatica, con alluvioni, incendi, siccità e caldo devastanti”.

C’è attesa intanto per il bilaterale più importante che Meloni potrà avere in questo senso: quello con il presidente americano Joe Biden, che questa sera arriva all’aeroporto di Brindisi. Il faccia a faccia dovrebbe avvenire, secondo quanto riferisce la Casa Bianca, venerdì 14 giugno, a margine, del summit. Cruciale sarà anche il bilaterale di Biden con Papa Francesco e la conferenza stampa, attesa per domani, giovedì 13 giugno, con il presidente ucraino Volodomir Zelensky.

ambiente

E’ la Giornata mondiale dell’ambiente. Edizione 2024 dedicata al ripristino del territorio

Il 5 giugno è la Giornata mondiale dell’Ambiente. Ma come è nata e perché si festeggia? Nel 1972, durante la conferenza di Stoccolma sull’Ambiente umano, le Nazioni Unite scelsero questa data per incoraggiare la consapevolezza e l’azione a livello mondiale a favore dell’ambiente. Un’altra risoluzione, adottata dall’Assemblea generale lo stesso giorno, ha portato alla creazione dell’Unep, il programma ambientale dell’Onu. La Giornata mondiale dell’ambiente è la più grande piattaforma globale per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica in materia ambientale ed è celebrata da milioni di persone. Quest’anno è ospitata dall’Arabia Saudita.

Perché partecipare? Il tempo, avverte l’Onu, “sta per scadere e la natura è in modalità di emergenza”. Per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C in questo secolo, bisogna dimezzare le emissioni annuali di gas serra entro il 2030. Senza un intervento, “l’esposizione all’inquinamento atmosferico oltre le linee guida di sicurezza aumenterà del 50% entro un decennio e i rifiuti di plastica che finiscono negli ecosistemi acquatici quasi triplicheranno entro il 2040”.

In tutto il mondo gli ecosistemi sono minacciati. Dalle foreste alle zone aride, dai terreni agricoli ai laghi, gli spazi naturali da cui dipende l’esistenza dell’umanità stanno raggiungendo un punto di svolta. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, fino al 40% delle terre del pianeta è degradato, con conseguenze dirette sulla metà della popolazione mondiale. Il numero e la durata delle siccità sono aumentati del 29% dal 2000 e, in assenza di interventi urgenti, la siccità potrebbe colpire oltre tre quarti della popolazione mondiale entro il 2050.

Il ripristino dei terreni è un pilastro fondamentale del Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi (2021-2030), un appello per la protezione e la rinascita degli ecosistemi in tutto il mondo, fondamentale per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Per questo motivo la Giornata mondiale dell’ambiente 2024 si concentra sul ripristino del territorio, sull’arresto della desertificazione e sulla costruzione della resilienza alla siccità con lo slogan ‘La nostra terra. Il nostro futuro. Noi siamo la #GenerazioneRestauro’. “Non possiamo tornare indietro nel tempo – dice l’Onu – ma possiamo far crescere le foreste, riattivare le fonti d’acqua e ripristinare i terreni. Siamo la generazione che può fare pace con la terra”.

Nel 2024 ricorrerà il 30° anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta alla desertificazione. La sedicesima sessione della Conferenza delle Parti (COP16) della Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta alla desertificazione (UNCCD) si terrà nella capitale saudita, Riyadh, dal 2 al 13 dicembre 2024.

Mattarella in visita all’Onu per ribadire l’impegno dell’Italia per il multilateralismo

Ribadire l’importanza del multilateralismo e fare il punto sul monitoraggio dell’obiettivo 16 dell’Agenda 2030 dell’Onu. Sono questi gli scopi principali della visita ufficiale del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’Onu da domenica 5 maggio a martedì 7.

Fitta l’agenda del capo dello Stato, che avrà anche incontri bilaterali per confrontarsi sui temi più stringenti dell’attualità geopolitica. L’arrivo a New York è fissato per domenica 5 maggio e prevede una visita al Metropolitan Museum, accompagnayto dal direttore, Max Hollein, per alcune opere permanenti e la mostra ‘The Harlem Renaissance and transatlantic modernism‘.

Da lunedì 6 maggio si entra subito nel vivo, con l’indirizzo di saluto di Mattarella alla Conferenza sullo stato di attuazione dell’obiettivo di sviluppo 16 ‘Pace, giustizia e istituzioni per lo sviluppo sostenibile’, organizzata dalla Rappresentanza permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, dal segretario dell’Onu e dall’Idlo, che per la prima volta si svolge al Palazzo di Vetro, in ambito Ecosoc (Consiglio economico e sociale), uno tra i primi tre organismi più importanti dell’Onu, che opera sulle questioni di carattere economico, sociale ed ambientale. Sarà un appuntamento molto importante per l’Italia: il numero 16 è di sicuro il goal più complesso dell’Agenda 2030, perché si prefigge di raggiungere un equilibrio a livello mondiale su temi come la pace, la democrazia, la governance e la giustizia. Proprio la delicatezza degli argomenti ha spinto, anni fa, il nostro Paese ad attivare una sorta di monitoraggio lo stato di attuazione di questo obiettivo, i cui risultati sono stati presentati ogni anno, a Roma, in una conferenza che stavolta si terrà negli Usa in concomitanza con la visita del presidente della Repubblica.

Mattarella in tarda mattinata vedrà anche i funzionari italiani delle Nazioni Unite e a seguire, al Metropolitan Club, una rappresentanza qualificata della comunità italiana che vive negli States.

Nel pomeriggio, invece, si svolgerà il bilaterale con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Saranno due ore intense per discutere di tutte le questioni più importanti che sono attualmente sullo scacchiere internazionale. Sicuramente Mattarella e Guterres discuteranno delle due grandi crisi, quella in Ucraina con l’invasione russa, e in Medio Oriente, dove il conflitto tra Israele e Palestina continua a destabilizzare l’area espando, però, gli effetti negativi anche oltre i confini regionali. Ci sarà spazio anche per discutere dell’Africa e delle altre criticità che esistono in diverse zone della terra. Si parlerà, poi, di cambiamenti climatici, dell’Agenda 2030, ma soprattutto degli obiettivi che si è posta l’Onu con il Summit del futuro‘, in programma il 22 e 23 settembre prossimi. Un vertice che dovrà riaccendere una riflessione collettiva sulle possibili riforme per le Nazioni Unite, ma che dovrà essere anche l’occasione per attivare decisioni concrete che aiutino a superare non solo i problemi strutturali, ma anche le difficoltà politiche ad affrontare e risolvere divisioni e contrapposizioni, che finora non hanno consentito di fare sintesi.

All’incontro tra Mattarella e Guterres seguirà un pranzo di lavoro, al quale sono attesi anche la vice segretaria generale, Amina J. Mohammed, e la segretaria generale aggiunta per gli Affari politici e il Pacebuilding, Rosemary DeCarlo.

Il momento clou della visita del capo dello Stato a New York sarà il giorno dopo, 7 maggio. Mattarella, infatti, interverrà all’Assemblea generale dell’Onu con un’allocuzione dal titolo ‘Italia, Nazioni Unite e multilateralismo per affrontare le sfide comuni. L’intervento sarà di ampia portata e servirà a ribadire l’impegno dell’Italia in questi 75 anni, anche in altri ambiti come il G7 e l’Unione europea, ritenendo il sistema multilaterale l’unico strumento per portare avanti i principi della Carta delle Nazioni Unite, che ha come obiettivo quello di trovare soluzioni alle controversie con mezzi pacifici. Il presidente della Repubblica, poi, prima di rientrare a Roma, sarà all’Italian Academy della Columbia University per incontrare il Comitato dei garanti, e al Consolato generale italiano, per un saluto con il console, Fabrizio Di Michele, e il personale della struttura.

caldo record

Nel 2023 in Europa numero record di giorni di stress da caldo estremo

Nel 2023, l’Europa ha registrato un numero record di giorni in cui il calore percepito è stato “estremo” per i corpi umani, a causa di temperature superiori a 35°C o 40°C, i cui effetti sugli organismi sono stati accentuati dall’umidità, dall’assenza di vento o dal calore del cemento urbano. Secondo un rapporto dell’osservatorio europeo Copernicus e dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), il 2023 ha visto un numero record di giorni di “stress da caldo estremo”, ossia di giorni in cui la “temperatura percepita” ha superato l’equivalente di 46°C. Questo indice di “stress da caldo” tiene conto dell’effetto sul corpo umano della temperatura combinata con altri fattori (umidità, vento, radiazioni).

Oltre alle ondate di calore, nel corso dell’anno il continente ha vissuto una serie di eventi meteorologici estremi: due milioni di persone sono state colpite da inondazioni o tempeste, gravi siccità hanno interessato la penisola iberica e l’Europa orientale e il più grande incendio boschivo della storia del continente ha devastato 96.000 ettari in Grecia, secondo il rapporto annuale del Servizio per il cambiamento climatico (C3S) di Copernicus, realizzato in collaborazione con l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile delle questioni meteorologiche, climatiche e idriche. Questi disastri sono costati 13,4 miliardi di euro, l’80% dei quali è stato attribuito alle inondazioni in un anno caratterizzato da precipitazioni ben al di sopra della media, sottolineano le due istituzioni.

Il rapporto presta particolare attenzione all’impatto sulla salute delle ondate di calore, in un momento in cui il riscaldamento globale rende le estati sempre più calde e mortali nel continente. “Stiamo osservando una tendenza all’aumento del numero di giorni di stress da caldo in Europa, e il 2023 non ha fatto eccezione” con questo nuovo record, che tuttavia non viene quantificato nel rapporto, ha dichiarato Rebecca Emerton, climatologa del Copernicus. Per misurare il comfort termico, il C3S e l’OMM fanno riferimento all’Indice Universale di Clima Termico (UTCI), che rappresenta il calore percepito dal corpo umano tenendo conto non solo della temperatura, ma anche dell’umidità, della velocità del vento, dell’insolazione e del calore emesso dall’ambiente, il cui effetto è più pronunciato nelle città dove i materiali (cemento, asfalto, ecc.) assorbono maggiormente la radiazione solare.

L’indice, espresso come l’equivalente di una “temperatura percepita” in gradi Celsius, comprende dieci diverse categorie: dallo stress da freddo estremo (superiore a -40) allo stress da caldo estremo (superiore a 46), fino all’assenza di stress da caldo (tra 9 e 26). L’esposizione prolungata allo stress da calore aumenta il rischio di malattie ed è particolarmente pericolosa per le persone vulnerabili.

Il 23 luglio, al culmine dell’ondata di calore, il 13% dell’Europa stava sperimentando almeno un grado di stress da caldo, un livello senza precedenti. Il caldo estremo ha colpito maggiormente l’Europa meridionale, con temperature dell’aria fino a 48,2°C in Sicilia, 0,6 gradi al di sotto del record continentale. Non sono ancora note le cifre relative all’eccesso di mortalità legata al caldo nel 2023, ma il rapporto sottolinea che decine di migliaia di persone sono morte in Europa durante le estati torride del 2003, 2010 e 2022. Causato dalle emissioni di gas serra prodotte dall’attività umana, il riscaldamento globale sta aumentando l’intensità, la durata e la frequenza delle ondate di calore.

Il fenomeno è particolarmente visibile in Europa, che si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale e il cui clima globale è già più caldo di almeno 1,2°C rispetto a prima dell’era industriale.

L’aumento del riscaldamento in Europa, unito all’invecchiamento della popolazione e al crescente numero di abitanti delle città, avrà “gravi conseguenze per la salute pubblica”, aggiunge il rapporto. E “le attuali misure per combattere le ondate di calore saranno presto insufficienti” per farvi fronte.

A livello globale, il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato, sotto l’effetto del cambiamento climatico accentuato dal ritorno del fenomeno ciclico El Niño. E la temperatura degli oceani, che assorbono il 90% del calore in eccesso causato dall’uomo, è rimasta a livelli senza precedenti nell’ultimo anno.

spreco alimentare

Un miliardo di pasti viene sprecato ogni giorno in tutto il mondo

Secondo le stime dell’Onu, che mercoledì ha condannato la “tragedia globale” dello spreco alimentare, nel 2022 le famiglie hanno gettato via inutilmente l’equivalente di un miliardo di pasti al giorno in tutto il mondo. Si tratta solo di una stima del cibo commestibile scartato e “la quantità effettiva potrebbe essere molto più alta“, secondo il rapporto Food Waste Index del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep). “Lo spreco alimentare è una tragedia globale. Milioni di persone in tutto il mondo soffrono la fame mentre il cibo viene buttato via“, denuncia la direttrice esecutiva dell’Unep Inger Andersen. Richard Swannell, dell’ONG WRAP, che ha contribuito alla stesura del rapporto, dichiara all’Afp: “È semplicemente sconcertante“. “Potremmo sfamare tutte le persone affamate del mondo – ce ne sono circa 800 milioni – con un pasto al giorno, solo con il cibo che viene sprecato“, ha sottolineato.

Le famiglie rappresentano il 60% di questi sprechi, ovvero 631 milioni di tonnellate nel mondo nel 2022 su un totale di oltre un miliardo. I servizi di ristorazione (mense, ristoranti, ecc.) rappresentano il 28% e supermercati, macellerie e negozi di alimentari di ogni tipo il 12%. Secondo le stime, ciò equivale a più di 1.000 miliardi di dollari all’anno buttati via inutilmente. Questo rapporto, il secondo pubblicato dalle Nazioni Unite sull’argomento, fornisce la panoramica più completa fino ad oggi. L’entità del problema è diventata più chiara con il miglioramento della raccolta dei dati. “Più cerchiamo gli sprechi alimentari, più ne troviamo“, afferma Clementine O’Connor dell’Unep.

Secondo Richard Swannell, gran parte degli sprechi che avvengono a casa sono legati al fatto che le persone acquistano più di quanto abbiano realmente bisogno, valutano male le dimensioni delle porzioni e non consumano gli avanzi. I consumatori buttano via anche prodotti perfettamente commestibili che hanno superato la data di scadenza. Molti alimenti vanno persi anche per motivi diversi dalla semplice disattenzione, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, ad esempio per problemi di refrigerazione. Ma, contrariamente a quanto si crede, lo spreco alimentare non è solo un “problema dei Paesi ricchi” e può essere osservato in tutto il mondo.

Per quanto riguarda le aziende, attualmente è spesso più conveniente buttare via il cibo piuttosto che trovare un’alternativa più sostenibile. “È più facile e veloce perché le tasse sui rifiuti sono nulle o molto basse“, afferma Clementine O’Connor. Questo spreco, che rappresenta quasi un quinto del cibo disponibile, è sinonimo di “fallimento ambientale“, sottolineano gli autori del rapporto: genera fino al 10% delle emissioni mondiali di gas serra e richiede enormi superfici agricole per coltivare colture che non verranno mai consumate. Se fosse un Paese, “sarebbe il terzo emettitore di gas serra dopo Stati Uniti e Cina”, osserva Richard Swannell. “Eppure la gente non ci pensa molto“. “Ci auguriamo che questo rapporto metta in luce l’opportunità per tutti noi di ridurre le nostre emissioni di gas serra e di risparmiare denaro, semplicemente facendo un uso migliore degli alimenti che già acquistiamo“, conclude.

L’Onu avverte: “Dopo un decennio di caldo record la Terra è sull’orlo dell’abisso”

Temperature oceaniche da record, innalzamento del livello del mare, ritiro dei ghiacciai. Il 2023 ha concluso il decennio più caldo mai registrato, spingendo il pianeta “sull’orlo dell’abisso“, ha avvertito martedì l’Onu. Un nuovo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), agenzia delle Nazioni Unite, mostra che sono stati superati, e in alcuni casi “frantumati“, i record in termini di livelli di gas serra, temperature superficiali, contenuto di calore e acidificazione degli oceani, innalzamento del livello del mare, estensione della banchisa antartica e ritiro dei ghiacciai. Il pianeta è “sull’orlo del collasso” mentre “l’inquinamento da combustibili fossili sta causando un caos climatico senza precedenti“, ha avvertito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. “C’è ancora tempo per lanciare un’ancora di salvezza alle persone e al pianeta“, ha dichiarato, ma bisogna agire “ora“.

Il rapporto conferma che il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato, con una temperatura media della superficie globale di 1,45°C al di sopra del periodo preindustriale. “Ogni frazione di grado di riscaldamento globale ha un impatto sul futuro della vita sulla Terra“, ha avvertito il capo delle Nazioni Unite. “La crisi climatica è la sfida principale che l’umanità deve affrontare ed è inestricabilmente legata alla crisi delle disuguaglianze, come dimostrano la crescente insicurezza alimentare, lo spostamento della popolazione e la perdita di biodiversità“, ha aggiunto la segretaria generale dell’Omm Celeste Saulo.

Ondate di calore, inondazioni, siccità, incendi e la rapida intensificazione dei cicloni tropicali stanno seminando “miseria e caos“, sconvolgendo la vita quotidiana di milioni di persone e infliggendo perdite economiche per diversi miliardi di dollari, avverte l’Omm. Questo è anche il decennio più caldo (2014-2023) mai registrato, superando di 1,20°C la media del 1850-1900. L’aumento a lungo termine della temperatura globale è dovuto all’incremento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera, che ha raggiunto livelli record nel 2022.

Secondo l’Omm, anche l’arrivo del fenomeno El Niño a metà del 2023 ha contribuito al rapido aumento delle temperature. Per Saulo, “non siamo mai stati così vicini – anche se per il momento temporaneamente – al limite inferiore di 1,5°C fissato dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici“. “La comunità meteorologica mondiale sta avvertendo il mondo e lanciando l’allerta: siamo in allarme rosso“, ha dichiarato. “Quello a cui abbiamo assistito nel 2023, in particolare il riscaldamento senza precedenti degli oceani, il ritiro dei ghiacciai e la perdita di ghiaccio marino antartico, è motivo di grande preoccupazione“, ha osservato Saulo.

L’anno scorso, quasi un terzo degli oceani del mondo era in preda a un’ondata di calore marino. Secondo l’Omm, entro la fine del 2023, oltre il 90% degli oceani del mondo sarà stato colpito da ondate di calore in qualche momento dell’anno. L’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore marine sta avendo un profondo impatto negativo sugli ecosistemi marini e sulle barriere coralline. Inoltre, il livello medio globale del mare ha raggiunto un livello record nel 2023, a causa del continuo riscaldamento degli oceani (espansione termica) e dello scioglimento dei ghiacciai e delle calotte glaciali. Preoccupante è il fatto che il tasso di aumento del livello medio nell’ultimo decennio (2014-2023) è più del doppio di quello del primo decennio dell’era satellitare (1993-2002).

Secondo i dati preliminari, i ghiacciai di riferimento in tutto il pianeta hanno subito il più grande ritiro mai registrato dal 1950, a seguito dell’estremo scioglimento nel Nord America occidentale e in Europa. Secondo l’Omm, tuttavia, c’è “un barlume di speranza“: la capacità di produzione di energia rinnovabile nel 2023 è aumentata di quasi il 50% su base annua, il tasso più alto registrato negli ultimi due decenni.

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