Consumi in crescita ma effetto guerra non ancora arrivato: rischio fiammata prezzi

Aumento dei consumi in Italia, a dispetto dei venti contrari. Nonostante le incertezze sul fronte geopolitico e un’inflazione che comincia a pesare sul carrello della spesa, la domanda interna mostra segnali di tenuta. Secondo Istat, a marzo le vendite al dettaglio sono in aumento sia in valore (+0,8%) sia in volume (+0,7%) rispetto al mese precedente. In crescita sia il comparto degli alimentari (+0,9% in valore e +0,5% in volume) sia i beni non alimentari (rispettivamente +0,7% e +0,9%). Su base tendenziale, le vendite al dettaglio registrano una crescita del 3,7% in valore e del 2,1% in volume: +4,3% in valore e +1,5% in volume gli alimentari e rispettivamente +3,3% e +2,7% i non alimentari.

Dati che suggeriscono come l’impatto della guerra in Medio Oriente, principalmente con la spinta sui prezzi, non si sia ancora manifestato pienamente. Considerando il primo trimestre, i consumi vedono un incremento in valore (+0,6%) e in volume (+0,2%), mentre rispetto a marzo 2025 la spesa è in aumento per tutte le forme distributive: la grande distribuzione (+3,7%), le imprese operanti su piccole superfici (+3,1%), le vendite al di fuori dei negozi (+3,4%) e, in modo più significativo, il commercio online (+11,2%).

Manca ancora l’effetto Iran. I dati positivi sono solo un miraggio purtroppo destinato presto a svanire. A marzo, infatti, il rialzo dell’inflazione era ancora contenuto, da 1,5% di febbraio a 1,7%, e il caro energia e i rincari dei carburanti non si erano ancora trasferiti sui prezzi finali dei prodotti, se non in minima parte su voli aerei internazionali e alcuni tipi di frutta” dichiara Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (Unc), prevedendo un peggioramento ad aprile nonostante le vendite di Pasqua. Anche il Codacons sostiene che a marzo le conseguenze del conflitto siano state “solo parzialmente” trasferite sui listini al dettaglio, con le vendite alimentari che crescono in valore di quasi il triplo rispetto ai volumi.

Cauta anche la lettura di Federdistribuzione, che considera anche il clima di fiducia di consumatori e imprese. Secondo la recente rilevazione Ipsos Doxa, quasi 9 italiani su 10 (89%) hanno già adottato comportamenti di contenimento della spesa. In ambito alimentare, le famiglie cercano offerte e promozioni (48%), ponendo più attenzione alla riduzione degli sprechi (35%). Inoltre, quasi un italiano su quattro (23%) ha ridotto la quantità di prodotti acquistati, mentre il 16% dichiara di aver diminuito l’attenzione alla qualità.

Restano dunque i timori per i prossimi mesi: Confesercenti avverte che “gli andamenti dei primi giorni di maggio rendono improbabile un rientro rapido delle pressioni inflazionistiche. Ne risentirà inevitabilmente la spesa delle famiglie e, se le tensioni attuali dovessero permanere, si prospetta un indebolimento dei consumi già nel corso del secondo trimestre”. Secondo gli esperti di Confcommercio, “è chiaro che sul versante dei consumi i moderati miglioramenti degli ultimi mesi non riescono a compensare le importanti perdite subite dalle vendite al dettaglio nel medio periodo, soprattutto per le imprese di minori dimensioni. Ed è altrettanto ovvio che permangono rischi rilevanti per una seconda parte dell’anno più complicata”.

Allarme della Banca mondiale: “Prezzi energia mai così alti da 4 anni”

Quest’anno i prezzi dell’energia dovrebbero registrare un’impennata del 24%, raggiungendo il livello più alto dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, mentre la guerra in Medio Oriente sta causando un forte shock sui mercati globali delle materie prime. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Commodity Markets Outlook della Banca mondiale, secondo cui, inoltre, i prezzi complessivi delle materie prime aumenteranno del 16% nel 2026, trainati dal forte aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti e dai prezzi record di diversi metalli chiave. L’analisi indica che lo shock “avrà gravi implicazioni per la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo”.

Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni delle spedizioni nello Stretto di Hormuz, che gestisce circa il 35% del commercio mondiale di petrolio greggio via mare, hanno innescato il più grande shock di approvvigionamento petrolifero mai registrato, con una riduzione iniziale dell’offerta globale di petrolio di circa 10 milioni di barili al giorno. Anche dopo essersi attenuati rispetto al picco recente, a metà aprile i prezzi del petrolio Brent sono rimasti superiori di oltre il 50% rispetto a quelli di inizio anno. Si prevede che il petrolio Brent avrà un prezzo medio di 86 dollari al barile nel 2026, in forte aumento rispetto ai 69 dollari al barile del 2025. Queste previsioni presuppongono che le interruzioni più gravi terminino a maggio e che il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz torni gradualmente ai livelli prebellici entro la fine del 2026. La previsione è comunque migliore rispetto a quella di Goldman Sachs, secondo cui il prezzo del Brent si attesterà in media a 90 dollari al barile negli ultimi quattro mesi dell’anno rispetto agli 80 dollari previsti in precedenza.

“La guerra sta colpendo l’economia globale a ondate cumulative: prima attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, poi dei prezzi dei generi alimentari e, infine, attraverso un aumento dell’inflazione, che spingerà al rialzo i tassi di interesse e renderà il debito ancora più oneroso”, spiega Indermit Gill, capo economista e vicepresidente senior per l’economia dello sviluppo del Gruppo Banca Mondiale. “Le persone più povere, che spendono la quota maggiore del loro reddito in cibo e carburanti, saranno le più colpite, così come le economie in via di sviluppo già alle prese con un pesante fardello di debiti. Tutto ciò ci ricorda una cruda verità: la guerra è lo sviluppo al contrario”.

Gli aumenti riguarderanno anche i fertilizzanti: l’analisi prevede un rincaro del 31% nel 2026, trainati da un balzo del 60% dei prezzi dell’urea. L’accessibilità economica dei fertilizzanti scenderà al livello più basso dal 2022, “erodendo i redditi degli agricoltori e minacciando i raccolti futuri”. Se il conflitto dovesse protrarsi, queste pressioni sull’approvvigionamento alimentare e sull’accessibilità economica potrebbero spingere fino a 45 milioni di persone in più verso una grave insicurezza alimentare quest’anno, secondo il Programma Alimentare Mondiale.

Anche i prezzi dei metalli di base, tra cui alluminio, rame e stagno, dovrebbero raggiungere livelli record, riflettendo la forte domanda legata a settori quali i data center, i veicoli elettrici e le energie rinnovabili. I metalli preziosi continuano a battere record di costo e volatilità, con prezzi medi che dovrebbero aumentare del 42% nel 2026, poiché l’incertezza geopolitica alimenta la domanda di beni rifugio.

La conseguenza sarà un aumento dell’inflazione e il rallentamento della crescita in tutto il mondo. Nelle economie in via di sviluppo, l’inflazione dovrebbe ora attestarsi in media al 5,1% nel 2026 secondo le ipotesi di base: un punto percentuale in più rispetto a quanto previsto prima della guerra e un aumento rispetto al 4,7% dello scorso anno.

 

Scorte jet fuel ai minimi da 6 anni. Ma Ue assicura: “Nessuna carenza”

Il mercato sta sottovalutando le conseguenze di un lockdown energetico”. Ne è certo il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), Fatih Birol, che in un’intervista al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung rilancia il monito sulla “più grave crisi petrolifera della storia”. “Allo scoppio ufficiale della guerra nel Medio Oriente diverse petroliere e metaniere erano già in rotta verso le loro destinazioni”, ma ora si sta creando un vuoto: “A marzo non sono state caricate nuove petroliere”.

Le conseguenze non riguardano solo il prezzo – che resta alto sui benchmark internazionali – ma soprattutto la disponibilità fisica. Il rischio è una riduzione dell’attività delle raffinerie a livello globale, con effetti diretti su jet fuel e gasolio. Già l’Aie aveva indicato che, ai livelli attuali, le scorte di cherosene sarebbero sufficienti per circa sei settimane. In alcuni Paesi, avverte, questo può tradursi in disagi nel trasporto aereo fino alla cancellazione di voli, mentre il comparto industriale resta esposto alla carenza di gasolio.

Un allarme condiviso anche dal settore dell’aviazione. “La valutazione dell’Aie sulle possibili carenze di carburante per aerei è preoccupante. Abbiamo stimato che entro la fine di maggio si potrebbero iniziare a vedere cancellazioni in Europa per mancanza di jet fuel. In alcune parti dell’Asia questo sta già accadendo”, ha dichiarato Willie Walsh, direttore generale della Iata, richiamando la necessità di rafforzare le rotte alternative di approvvigionamento e invitando le autorità “a predisporre piani chiari e coordinati, nel caso in cui diventi necessario introdurre forme di razionamento, compresa la gestione degli slot aeroportuali”.

Gli analisti di Kpler sottolineano un quadro disomogeneo. L’offerta di diesel rimane “relativamente solida, sostenuta da una buona flessibilità nelle importazioni e da livelli di scorte ancora stabili”. Il jet fuel invece affronta una fase più marcata di irrigidimento. Le scorte dovrebbero scendere da oltre 50 giorni a meno di 30 entro luglio e la dipendenza dai flussi mediorientali “limita fortemente la possibilità di sostituzione delle forniture”. Questo squilibrio rende il jet fuel molto più vincolato rispetto al diesel, sostenendo prezzi e margini più elevati. Con un’offerta in calo e minore copertura tramite hedging, le compagnie aeree più esposte rischiano maggiori costi e difficoltà operative nel picco estivo.

Tale dinamica sarebbe già emersa in Europa. Secondo i dati di Insights Global citati da Argus, nella settimana conclusa il 15 aprile le riserve di jet fuel nell’hub Amsterdam-Rotterdam-Anversa (Ara) sono scese ai minimi degli ultimi sei anni. Le scorte sono calate del 7,6% in una settimana, a circa 600.000 tonnellate, il livello più basso da aprile 2020. Il calo segue una tendenza iniziata a fine gennaio, aggravata dall’interruzione dei flussi dal Golfo Persico dopo le tensioni tra Stati Uniti e Iran e dal successivo dirottamento delle forniture verso il Regno Unito in vista della domanda estiva. Le scorte di nafta sono scese del 13,9%, ai minimi da un anno, mentre la benzina è aumentata del 2,5% grazie a una domanda interna più debole e a minori esportazioni verso alcune regioni africane. Gli operatori segnalano anche un calo dell’interesse per la miscelazione, segnale di un mercato europeo della benzina più saturo del previsto.

A fronte di questi segnali di tensione, dalle istituzioni europee arriva però un invito alla cautela. “Stiamo monitorando attentamente gli sviluppi nei mercati energetici, compreso quello del carburante per aerei. E voglio essere molto chiaro: negli ultimi due giorni sono circolate alcune notizie secondo cui l’Europa potrebbe essere vicina all’esaurimento delle scorte di carburante per aerei. Ciò non riflette accuratamente la situazione”, ha dichiarato il commissario europeo per i Trasporti e il Turismo sostenibile Apostolos Tzitzikostas al termine della riunione informale dei ministri del Turismo a Nicosia.

Il carburante per aerei, ha ricordato, “fa parte di un mercato globale, rifornito in modo continuo e sostenuto da produzione, importazioni e scorte”, sottolineando anche la presenza di una significativa capacità di raffinazione all’interno dell’Europa. “Siamo consapevoli che i mercati del carburante per aerei sono più tesi e vengono monitorati attentamente”, ha aggiunto, evidenziando come l’Europa disponga di scorte di emergenza in linea con la normativa Ue, attivabili se necessario in coordinamento con il mercato. “In questa fase, tuttavia, il mercato sta gestendo questa tensione e non vi sono prove di effettive carenze”, ha concluso Tzitzikostas. “Non vi è inoltre alcuna indicazione di carenze sistematiche di carburante che potrebbero portare a cancellazioni diffuse di voli in tutta Europa”.

In vigore tregua di 10 giorni tra Libano e Israele. Teheran: “Hormuz completamente aperto”

E’ scattata alle 23 ora italiana di giovedì la tregua tra il Libano e Israele, come annunciato giovedì dal presidente Usa, Donald Trump. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. “Spero che Hezbollah si comporti in modo corretto e onesto durante questo importante periodo. Sarebbe un momento enorme per loro se lo facessero. Basta uccisioni. Dobbiamo finalmente avere la pace”, ha commentato il tycoon. Il primo effetto immediato della tregua è la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran: “In linea con la tregua in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione Portuale e Marittima della Repubblica Islamica dell’Iran”, ha scritto su X il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.  Una riapertura, però, che, precisa il presidente Usa Donald Trump, non cambierà il blocco navale nei confronti dell’Iran che “rimarrà pienamente in vigore” fino alla fine dei negoziati.

Secondo quanto riportato da un funzionario della sicurezza israeliana, Israele non ha comunque intenzione di ritirare le proprie truppe dal Libano meridionale durante il cessate il fuoco. Martedì, i due Paesi si erano incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. Giovedì lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato annunciando di voler invitare Netanyahu e Aoun, alla Casa Bianca “per i primi colloqui significativi tra Israele e Libano dal 1983, un periodo ormai lontanissimo”. “Entrambe le parti desiderano la pace, e credo che ciò avverrà rapidamente”, ha scritto.

Nonostante la “buona giornata”, il presidente Usa è tornato ad accusare il nostro Paese, dopo le critiche dei giorni scorsi alla premier Giorgia Meloni e poi a Papa Leone XIV. “L’Italia non c’era per noi, e noi non ci saremo per loro”, ha assicurato a commento di un articolo del 31 marzo di The Guardian sul ‘no’ del nostro Paese all’uso della base di Sigonella.

Oggi intanto la presidente del Consiglio sarà a Parigi per partecipare alla conferenza sul blocco a Hormuz, organizzata da Emmanuel Macron, con Keir Starmer e Friedrich Merz. Al centro, c’è una possibile spedizione europea nello Stretto, per le attività di sminamento. La presenza a Parigi consentirà a Meloni di riaffermare un posizionamento attivo dell’Italia con la coalizione dei volenterosi e di ribilanciare le tensioni con gli Stati Uniti, dopo giorni di attacchi continui del presidente.

L’impegno dei leader europei nello Stretto avverrebbe comunque solo con un cessate il fuoco solido. Ma un’azione dell’Europa per difendere la navigazione è richiesta urgentemente dagli Stati Uniti. Tanto che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha fatto riferimento ai molti alleati che “parlano molto e non fanno nulla”: “Questa è una via navigabile che il commercio americano non utilizza poi così tanto. Noi non dipendiamo dall’energia proveniente dallo Stretto di Hormuz, ma l’Asia sì, e l’Europa sì, e gran parte del resto del mondo sì”, ha sottolineato ricordando che “sentiamo e vediamo i discorsi al riguardo, ma quando quei paesi erano necessari, non non erano al nostro fianco”. Se la situazione dovesse concludersi, “cosa che crediamo accadrà, allora accoglieremmo con favore l’intervento di altri paesi a posteriori”, ammette, avvertendo però che “non si può vivere in un mondo – e questo è un messaggio al resto del mondo e ai nostri alleati – in cui ci si affida semplicemente all’America per fare continuamente il lavoro pesante”. Che gli alleati si impegnino attivamente per liberare lo Stretto sin da subito è una richiesta esplicita: “Non ci contiamo, ma sarebbe meraviglioso se mai si concretizzasse”.

Iran, a rischio la ‘fragile’ tregua. Trump: “Forze Usa in campo fino a un accordo reale”

A poco più di 24 ore dalla “fragile” tregua raggiunta in Iran, la tensione nella regione del Medioriente resta alta.  L’esercito americano, assicura su Truth il presidente Usa, Donald Trump resta schierato.Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, insieme a ulteriori munizioni, armamenti e qualsiasi altro mezzo ritenuto opportuno e necessario per l’attacco letale e la distruzione di un nemico già sostanzialmente indebolito – scrive il repubblicano – rimarranno dispiegati in Iran e nelle zone circostanti fino a quando l’accordo reale raggiunto non sarà pienamente rispettato”. L’avvertimento è chiaro: “Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse avvenire, cosa altamente improbabile – aggiunge – allora inizieranno gli scontro a fuoco più grandi e più potenti di quanto chiunque abbia mai visto prima. È stato concordato, molto tempo fa, e nonostante tutta la falsa retorica contraria: nessuna arma nucleare e lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro”. Ma Trump guarda già oltre: “Le nostre grandi forze armate si stanno rifornendo e riposando, guardando avanti, in realtà, alla loro prossima conquista. L’America è tornata!”.

Durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, Trump ha ribadito la propria “delusione” per la posizione assunta dagli alleati. L’alleanza, dice, “non c’era quando ne avevamo bisogno e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito malissimo”. Secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca sta valutando un piano per ‘punire’ alcuni membri della Nato che, secondo il presidente Trump, non hanno aiutato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra con l’Iran. La proposta prevede il trasferimento delle truppe statunitensi dai paesi membri della Nato ritenuti poco collaborativi nella guerra contro l’Iran, verso paesi che si sono dimostrati più favorevoli. Durante il faccia a faccia Rutte spiega di aver sottolineato il fatto che “la grande maggioranza delle nazioni europee si è dimostrata disponibile per quanto riguarda le basi, la logistica, i sorvoli, assicurandosi di rispettare gli impegni”. 

Il Libano resta lo scenario più preoccupante, dal momento che l’esercito israeliano non ha cessato gli attacchi. L’Iran “garantirà la sicurezza del passaggio sicuro” attraverso lo Stretto di Hormuz, ma la riapertura avverrà solo “dopo che gli Stati Uniti avranno effettivamente ritirato questa aggressione”, contro il Libano, dice alla Bbc il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh. Gli Usa, spiega, “devono scegliere” se vogliono la guerra o la pace. “Non possono avere entrambe allo stesso tempo. Sono incompatibili, è chiarissimo”. L’accordo raggiunto, assicura, include il Libano e l’Iran e i suoi alleati erano disposti ad “accettare il cessate il fuoco”. Il traffico navale nello Stretto rimane trascurabile. Secondo i dati di Marine Traffic, registrati questa mattina numerosi gruppi di navi erano ancora ancorati nel Golfo Persico. Nella regione si trovavano ancora oltre 400 petroliere, 34 navi cisterna per GPL e 19 navi metaniere. Prima della guerra, secondo i dati di Lloyd’s List, una media di 107 navi mercantili transitavano quotidianamente nello Stretto di Hormuz.

Intanto i ministri degli Esteri di Iran e Arabia Saudita hanno avuto oggi un colloquio telefonico , in quello che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa AFP, rappresenta il primo contatto ufficiale tra i due Paesi dall’inizio della guerra. Il ministero degli affari esteri saudita ha dichiarato in un comunicato stampa che il ministro degli esteri del Paese, il principe Faisal bin Farhan, ha ricevuto una telefonata dal suo omologo iraniano, Abbas Araghchi. Nella nota si legge che “durante la telefonata, hanno esaminato gli ultimi sviluppi e discusso le modalità per ridurre le tensioni al fine di ripristinare la sicurezza e la stabilità nella regione”. 

Carburanti, dal Cdm via libera al taglio di 25 centesimi al litro per 20 giorni

Dopo la fiammata dei prezzi dei carburanti, che dura da settimane, arriva un primo taglio delle accise, per 20 giorni. Prima del referendum del 21 e 22 marzo, il governo porta in Consiglio dei ministri un provvedimento che dà respiro alle famiglie e frena i rincari, portando giù i prezzi di 25 centesimi al litro. “Combattiamo la speculazione e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo”, spiega la premier Giorgia Meloni al Tg1. Secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, intervenuto al Tg4: “Se oggi il diesel è mediamente a 2-2,10 euro al litro, è chiaro che domani deve scendere sotto l’euro e 90”. Un “sostanzioso aiuto, ovviamente a tempo”, precisa il vicepremier, rivendicando che dalle prossime ore “gli italiani pagheranno di meno rispetto a tedeschi, francesi e spagnoli”.

Nel provvedimento, che doveva andare in Cdm già dieci giorni fa, c’è anche un bonus sul credito d’imposta per autotrasportatori per l’acquisto del gasolio, oltre all’istituzione di uno speciale regime anti-speculazione, nel sistema di distribuzione dei carburanti che coinvolge Mr Prezzi, la guardia di finanza e l’Antitrust per eventuali sanzioni e, se necessario, anche la magistratura. “Introduciamo un credito d’imposta perché non vogliamo che l’aumento del prezzo si trasferisca sui beni di consumo e diamo vita a un meccanismo anti-speculazione che di fatto lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi”, scandisce Meloni.

Nel pomeriggio, Salvini ha riunito in prefettura nel capoluogo lombardo le compagnie petrolifere: “abbiamo chiesto ai petrolieri un prezzo medio massimo da non superare”, ha spiegato alle big oil al tavolo, Eni, Ip, Tamoil, Q8 e a Vega Carburanti, Pad Multienergy, Retitalia, Costantin, Keropetrol, Beyfin, San Marco Petroli, Energas, Toil. Il tavolo sarà riconvocato anche la settimana prossima, con “l’obiettivo di non abbassare la guardia”, spiega Salvini.

Con il credito d’imposta, arriva anche il sostegno al settore ittico, particolarmente colpito dal caro carburanti. Si tratta di 10 milioni di euro destinato a coprire le spese per l’acquisto del carburante a partire da marzo, aprile e maggio del 2026 nella misura del 20%. “A partire da domani le nostre marinerie, i nostri pescatori, potranno attutire i rincari del costo del carburante necessario a far lavorare le imbarcazioni”, chiarisce il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. È una misura che, ribadisce, “ha un impatto sia sulle nostre imprese ittiche che sui cittadini che potranno continuare a scegliere cibo di qualità senza ulteriori aumenti derivanti dall’aumento dei costi di produzione sopportati dai pescatori”.

siccità

Iran tra siccità e guerra del Golfo: crisi climatica e idrica senza precedenti

L’Iran sta affrontando una delle più gravi crisi idriche della sua storia recente. Il Paese è alle prese con il sesto anno consecutivo di siccità, aggravata dai cambiamenti climatici causati dall’uomo e da decenni di gestione inefficace delle risorse idriche. Le temperature estive possono superare i 50°C, aumentando l’evaporazione dai bacini e mettendo sotto pressione falde e fiumi già in diminuzione.

Molte delle difficoltà attuali, spiega un’accurata analisi di Carbon Brief, derivano da scelte politiche e infrastrutturali. Per secoli, i qanat – tunnel sotterranei che portano acqua dalle colline alle città e alle campagne – hanno fornito approvvigionamento idrico affidabile. Negli ultimi decenni, però, il governo li ha abbandonati, puntando su dighe e pozzi di pompaggio che hanno peggiorato la scarsità idrica a lungo termine.

L’agricoltura, responsabile del 90% del consumo d’acqua, ha portato a un prelievo eccessivo, con oltre 200 km³ di riserve sotterranee perse tra il 2003 e il 2019. Conseguenza visibile di questa gestione è il quasi completo prosciugamento del lago Urmia, un tempo il più grande del Medio Oriente. Il rischio di raggiungere il cosiddetto ‘giorno zero dell’acqua’ – quando le principali città dovrebbero razionare o interrompere l’erogazione – è stato segnalato per Teheran, Mashhad e Tabriz. Secondo gli analisti di Carbon Brief, la capitale, con i suoi 10 milioni di abitanti, consuma quasi un quarto delle risorse nazionali e negli ultimi anni le proteste dei cittadini contro la cattiva gestione delle acque sono state numerose, spesso represse.

Il presidente iraniano ha perfino ipotizzato il trasferimento della capitale in una regione costiera, evidenziando la pressione estrema sulle infrastrutture e sulle risorse naturali. Gli esperti sottolineano che la crisi idrica iraniana “è il risultato di un mix di fattori climatici e antropici”. Il professor Kaveh Madani, ex vicepresidente dell’Iran e direttore dell’Istituto universitario delle Nazioni Unite per l’acqua, l’ambiente e la salute, ha ricordato a Carbon Brief che “l’uso inefficiente dell’acqua in agricoltura, la concentrazione della popolazione in grandi città e la costruzione di infrastrutture inadatte abbiano aggravato il problema”.

Studi scientifici confermano che la siccità che oggi colpisce l’Iran, senza il riscaldamento globale, si sarebbe verificata una volta ogni 80 anni; oggi capita in media ogni cinque anni, e potrebbe intensificarsi ulteriormente se la temperatura globale aumenterà di 2°C.

La situazione è resa più complessa dagli attacchi recenti a impianti di desalinizzazione in Iran e Bahrein, che evidenziano come i conflitti armati possano aggravare l’insicurezza idrica. Sebbene l’Iran possieda oltre 160 impianti di desalinizzazione, il Paese dipende ancora principalmente da falde acquifere e bacini artificiali, a differenza di Kuwait, Qatar e Oman, che ottengono oltre l’80% dell’acqua potabile dalla desalinizzazione. Gli attacchi alle infrastrutture critiche rischiano di colpire anche città del Golfo come Dubai e Abu Dhabi, con impatti su salute pubblica, igiene e attività economiche.

La scarsità d’acqua non colpisce solo le grandi città: villaggi rurali rischiano di rimanere senza approvvigionamento, costringendo le famiglie a lunghi spostamenti per reperire acqua potabile. La mancanza d’acqua influisce anche sulla produzione agricola, aumentando il rischio di insicurezza alimentare e la pressione sulle comunità più vulnerabili. Per cercare di alleviare la crisi, l’Iran ha ripreso tecniche come il ‘cloud seeding’, ma gli esperti avvertono che queste soluzioni non affrontano le cause strutturali del problema. La scarsità d’acqua in Iran non è solo una conseguenza della siccità, ma il frutto di anni di politiche inefficaci, sovrasfruttamento delle risorse idriche e conflitti che mettono ulteriormente a rischio un sistema già fragile. Gli impatti economici sono evidenti: la scarsità d’acqua aumenta i costi dell’energia idroelettrica, limita la produzione industriale e obbliga le autorità a investire ingenti risorse in infrastrutture inefficaci. La combinazione di siccità, gestione inadeguata e conflitti rende il Paese particolarmente vulnerabile a crisi ricorrenti, con ripercussioni che si estendono ben oltre l’approvvigionamento idrico, minacciando la stabilità sociale e lo sviluppo economico.

Iran, Meloni sente Starmer, Macron e Merz: “Diplomazia e stretto coordinamento militare”

Photo credit: governo.it

 

Per gestire in maniera coordinata la crisi in Medio Oriente, Giorgia Meloni sente il premier britannico Keir Starmer, con il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Nelle prossime ore e nei prossimi giorni saranno fondamentali un’intensa attività diplomatica e uno stretto coordinamento militare“, fa sapere in una nota il numero 10 di Downing Street. I leader condannano gli attacchi dell’Iran, accolgono con favore la “competenza di primo piano nel campo dell’intercettazione dei droni che il presidente Zelensky ha offerto ai partner nella regione” e sottolineano “l’importanza di garantire che il sostegno all’Ucraina continui su larga scala“.

Continuiamo a seguire con la massima attenzione gli sviluppi della crisi in Medio Oriente“, conferma sui social la premier italiana, assicurando che il Governo è al lavoro “senza sosta”, in contatto con gli alleati e con i partner della regione, per monitorare la situazione e tutelare la sicurezza dei concittadini.

Stiamo vigilando su tutti i fronti, dalla sicurezza agli effetti economici della crisi, valutando ogni possibile azione di mitigazione in questi ambiti“, scrive Meloni, ribadendo che l’Italia “continuerà a fare la sua parte con responsabilità e determinazione“. L’11 marzo, la presidente del Consiglio sarà in Parlamento per le comunicazioni sulla situazione internazionale.

Per il momento, insiste la premier, la priorità è “proteggere i nostri connazionali e lavorare, insieme ai nostri principali partner e alleati, per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un ritorno alla diplomazia e al dialogo tra le parti“.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani riunisce in videoconferenza le ambasciate italiane, incontra alla Farnesina l’ambasciatrice in Iran Paola Amadei, rientrata da Baku per fare il punto con il ministro sulla situazione, e riceve gli ambasciatori in Italia dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Lega Araba, Azerbaijan e Turchia.

Dagli Emirati oggi, venerdì 6 marzo, partiranno 2.500 italiani complessivamente. Il ministero lavora anche al rientro di altri cittadini da Israele, che partiranno dall’Egitto. Per quanto riguarda le Maldive, è partito un primo volo NEOS, ma nelle isole sono rimasti bloccati circa 3.300 turisti: “Ci vorrà qualche giorno, perché stiamo dando priorità alle aree di guerra”, spiega Tajani.

Nella serata del 5 marzo sono usciti dall’Iran, e sono arrivati in Azerbaijan, tutti i cittadini italiani che volevano lasciare il paese e con loro anche gli ultimi diplomatici e tutto il personale dell’ambasciata italiana.

L’ambasciata resta temporaneamente chiusa a Teheran, ma aperta a Baku, chiarisce il vicepremier: “Continuiamo a avere un’ambasciata presso l’Iran che opererà però dalla capitale dell’Azerbaigian, quindi non c’è assolutamente un’interruzione delle relazioni diplomatiche, perché in questo momento noi crediamo che si debba continuare a parlare, il dialogo deve rimanere sempre aperto, il nostro obiettivo è quello di raggiungere nel tempo più rapido possibile la fine delle ostilità”.

Zelensky chiede ancora incontro con Putin. Mosca: “E’ troppo insistente”

Un incontro con Vladimir Putin è il modo “più efficace per andare avanti”. Nel giorno della Festa dell’indipendenza ucraina, il presidente Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere un faccia a faccia con il suo omologo russo, mentre Mosca gli ha rimproverato l’insistenza nel richiederlo “a tutti i costi”, in un momento in cui gli sforzi diplomatici per risolvere il conflitto sembrano arenarsi.

Invitato a Kiev, il primo ministro canadese Mark Carney ha avvertito che, a suo avviso, l’invasione russa dell’Ucraina “non si fermerà qui” se rimarrà “senza risposta” da parte degli alleati di questo Paese. “Dobbiamo continuare a fare pressione sulla Russia affinché ponga fine a questa guerra, affinché la ponga fine con dignità, con sicurezza e pace garantite. Ciò è possibile solo grazie alla forza combinata di tutti coloro che, nel mondo, vogliono la pace e rispettano il diritto internazionale. Il formato dei colloqui tra i leader è il modo più efficace per andare avanti”, ha detto Zelensky durante la conferenza stampa congiunta.

Dopo gli sforzi del presidente americano Donald Trump per negoziare un incontro tra i suoi omologhi russo e ucraino, le speranze di pace sono diminuite quando venerdì la Russia ha escluso l’organizzazione del vertice nell’immediato.

Poco prima, il capo della diplomazia russa, Sergei Lavrov, aveva denunciato la posizione del capo dello Stato ucraino che, aveva ribadito, “si ostina, pone condizioni, chiede a tutti i costi” questo incontro.

Anche l’inviato americano in Ucraina Keith Kellogg era nella capitale ucraina domenica, dove ha assistito alle celebrazioni per la Festa dell’Indipendenza e in questa occasione è stato insignito di un’onorificenza. In un’intervista alla rete televisiva Nbc trasmessa, il vicepresidente americano JD Vance ha affermato che negli ultimi tempi i russi hanno fatto “importanti concessioni” sull’Ucraina a Donald Trump. “In realtà vogliono essere flessibili su alcune delle loro richieste fondamentali”, ha spiegato.

Ciascuna delle parti belligeranti sta cercando di ingraziarsi gli Stati Uniti, desiderosi di porre fine a tre anni di conflitto in Ucraina, dopo che il presidente americano ha incontrato Vladimir Putin in Alaska il 15 agosto e Volodymyr Zelensky e i suoi alleati europei subito dopo. “Non spetta alla Russia decidere come garantire la sovranità, l’indipendenza e la libertà dell’Ucraina in futuro. È una scelta dell’Ucraina e delle decisioni dei suoi partner”, ha insistito Mark Carney davanti ai giornalisti. Domenica ha inoltre chiesto un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina, mentre Trump preferisce un accordo di pace diretto tra i due paesi per porre fine alla guerra.

Mentre sul fronte l’esercito russo continua ad avanzare, il comandante in capo delle forze ucraine, Oleksandre Syrsky, ha assicurato domenica che i suoi soldati hanno ripreso il controllo di tre villaggi nella regione orientale di Donetsk che erano caduti sotto il controllo della Russia. “Le nostre truppe hanno contrattaccato con successo e liberato dal nemico i villaggi di Mykhailivka, Zeleniï Gai e Volodymyrivka nella regione di Donetsk”, situati non lontano dalla regione centrale di Dnipropetrovsk, ha annunciato su Facebook. Una donna di 47 anni è stata uccisa la mattina stessa in un attacco con droni russi nella stessa regione, secondo il governatore.

La Russia ha lanciato 72 droni di tipo Shahed e vari esche, oltre a un missile balistico, hanno riferito le forze aeree ucraine. Sempre domenica, l’Ucraina e la Russia hanno affermato di aver rimandato a casa 146 prigionieri di guerra e civili nell’ambito di una serie di scambi che rimangono uno dei rari ambiti di cooperazione tra Kiev e Mosca.

Nella notte tra sabato e domenica, l’esercito ucraino ha lanciato una serie di attacchi con droni sul territorio russo, provocando incendi in una centrale nucleare e in un terminal petrolifero. “Ecco come reagisce l’Ucraina quando i suoi appelli alla pace vengono ignorati”, ha dichiarato il presidente Zelensky, illustrando lo stallo dei negoziati. Uno dei droni “è esploso e ha danneggiato un trasformatore ausiliario” della centrale nucleare situata nella regione russa di confine di Kursk, ha annunciato il suo operatore sul suo account Telegram. “Il livello di radiazioni sul posto (…) e nelle zone circostanti non è cambiato e corrisponde ai livelli normali”, secondo la stessa fonte.
Sulle rive del Mar Baltico, raid di droni ucraini che hanno preso di mira il porto di Ust-Luga hanno provocato un incendio in un terminal petrolifero del gruppo russo Novatek, ha sottolineato il governatore regionale Alexander Drozdenko su Telegram.
Un attacco rivendicato dall’Ucraina. L’esercito ucraino ha anche assicurato di aver colpito la raffineria di petrolio di Syzran, a 800 km dal confine, nella regione meridionale russa di Samara, già presa di mira in passato.

Zelensky: “Incontro con Putin solo dopo garanzie sulla sicurezza”. Record di droni e missili russi

Il bilaterale con il presidente russo, Vladimir Putin, potrà avvenire soltanto “dopo un accordo sulle garanzie di sicurezza per Kiev”. Lo ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, parlando con un gruppo di giornalisti. “Vogliamo raggiungere un’intesa sull’architettura delle garanzie di sicurezza entro sette-dieci giorni. E sulla base di tale intesa, intendiamo organizzare un incontro trilaterale” che includa il presidente americano Donald Trump, ha precisato il leader ucraino. Esclusa l’ipotesi di Mosca, il faccia a faccia, dovrebbe avvenire “in Austria, Svizzera o Turchia”. “Riteniamo giusto – ha detto Zelensky– che l’incontro si svolga in un paese europeo neutrale”. Tenere questa riunione a Budapest “non sarebbe facile” vista la vicinanza tra l’Ungheria e la Russia. Anche se, “non c’è ancora alcun segnale da Mosca che dimostri che hanno davvero intenzione di avviare negoziati significativi e porre fine a questa guerra. È necessaria pressione. Sanzioni forti, tariffe forti”.

Il leader ucraino ha precisato che “la Cina non può essere garante della sicurezza” di Kiev, “in primo luogo” perché “non ci ha aiutato a porre fine a questa guerra sin dall’inizio. In secondo luogo, ha aiutato la Russia aprendo il mercato dei droni”. “Non abbiamo bisogno di garanti che non aiutano l’Ucraina”, ha aggiunto.

Negli ultimi giorni si sono intensificati i contatti diplomatici per trovare una via d’uscita all’invasione russa iniziata nel febbraio 2022, il peggior conflitto armato in Europa dalla seconda guerra mondiale. Ma l’intensità delle ostilità non accenna a diminuire e entrambe le parti sembrano prepararsi a un proseguimento dei combattimenti. Le incognite rimangono numerose, date le posizioni opposte di Mosca e Kiev, in particolare sulla questione dei territori ucraini occupati e sulle garanzie di sicurezza che Kiev sta negoziando con i suoi alleati. Trovare un accordo si preannuncia complesso.

Negli ultimi mesi, europei e americani hanno evocato diverse possibilità, che vanno da garanzie simili al famoso articolo 5 della Nato allo schieramento di un contingente militare in Ucraina o ancora al sostegno in materia di formazione, aerea o navale. L’Ucraina ritiene che, anche se si trovasse una soluzione a questa guerra, la Russia tenterebbe comunque di invaderla, da qui l’importanza di tali garanzie. Mosca, che considera l’espansione della Nato ai suoi confini come una delle “cause profonde” che hanno portato al conflitto, respinge categoricamente la maggior parte di queste ipotesi e vuole che le sue richieste siano prese in considerazione.

Nonostante gli incontri diplomatici, il conflitto non mostra segni di rallentamento. Nella notte tra mercoledì e giovedì, la Russia ha lanciato il suo più grande attacco con droni e missili delle ultime settimane, causando un morto e una quindicina di feriti, secondo le autorità locali. Mosca ha utilizzato 574 droni e 40 missili, ha affermato l’aviazione ucraina. Zelensky ha accusato Mosca di ammassare truppe nella parte occupata della regione di Zaporijjia, nel sud dell’Ucraina, in vista di una potenziale offensiva. Secondo il leader ucraino, Mosca sta trasferendo in questa zona le sue forze dalla regione russa di Kursk, una piccola parte della quale era stata occupata dalle forze ucraine fino alla primavera scorsa e dove Kiev afferma di continuare i suoi attacchi.

Da parte sua, l’Ucraina sta cercando di aumentare la produzione di armi, un modo per ridurre la sua dipendenza dagli aiuti degli alleati.  Zelensky ha affermato che il suo Paese ha testato con successo un nuovo missile con una gittata di 3.000 chilometri chiamato Flamingo. “Si tratta attualmente del nostro missile più potente”, ha dichiarato, evocando una possibile produzione di massa entro la fine dell’anno o all’inizio del 2026.