Siamo 8 miliardi sulla Terra. L’Onu: “Dobbiamo prenderci cura del nostro Pianeta”

Da oggi la popolazione mondiale ha ufficialmente superato gli 8 miliardi. La stima ufficiale è dell’Onu che richiama alla “nostra responsabilità condivisa di prenderci cura del nostro Pianeta”. Per le Nazioni Unite, “questa crescita senza precedenti” – nel 1950 si contavano 2,5 miliardi di abitanti – è il risultato “di un progressivo aumento della durata della vita grazie ai progressi compiuti in termini di salute, alimentazione, igiene personale e medicina”.

Ma la crescita della popolazione ci pone di fronte a enormi sfide, soprattutto nei Paesi più poveri, in cui esiste un problema di sovrappopolazione. La soglia degli 8 miliardi viene superata nel bel mezzo della conferenza mondiale sul clima, Cop27, a Sharm el-Sheikh, dove è stata ribadita più volte la necessità che i Paesi ricchi – i maggiori responsabili del riscaldamento globale – supportino i Paesi più poveri nella strada verso la transizione ecologica. Infatti, ricorda l’Onu, “se la crescita demografica amplifica l’impatto ambientale dello sviluppo economico”, “i Paesi dove il consumo di risorse materiali e le emissioni di gas serra per abitante sono più elevati, sono in genere quelli dove il reddito pro capite è il più alto e non quelli in cui la popolazione sta crescendo rapidamente”.

“Il nostro impatto sul pianeta è determinato molto più dal nostro comportamento che dai nostri numeri”, riassume Jennifer Sciubba, ricercatrice presso il think tank del Wilson Center. Ma è proprio nei Paesi più poveri che la crescita della popolazione pone sfide importanti. “La persistenza di alti livelli di fertilità, che guidano una rapida crescita della popolazione, è sia un sintomo sia una causa del lento progresso dello sviluppo”, scrive l’Onu.

Così l’India, che conta 1,4 miliardi di abitanti e che diventerà il Paese più popoloso del mondo nel 2023, superando la Cina, andrà incontro a un sovraffollamento urbano e alla scarsità di risorse. A Bombay, circa il 40% della popolazione vive in baraccopoli, la maggior parte delle quali prive di acqua corrente, elettricità e servizi igienici. I numeri forniti dall’Onu evidenziano un’immensa diversità demografica. Pertanto, più della metà della crescita della popolazione entro il 2050 proverrà da soli 8 Paesi: Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Etiopia, India, Nigeria, Pakistan, Filippine e Tanzania. Ed entro la fine del secolo, le tre città più popolose del mondo saranno africane: Lagos in Nigeria, Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo e Dar Es Salaam in Tanzania.

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L’Onu lancia un sistema di allerta satellitare sulle emissioni di metano

Un sistema di rilevamento e di allerta dallo spazio per arginare le emissioni di metano è stato presentato dall’agenzia ambientale dell’Onu a Sharm-el Sheikh, in Egitto, dove è in corso la 27esima conferenza sul clima. Il programma satellitare, che si chiama ‘Methane alert and response system (Mars)’, sarà “il primo sistema globale e pubblico in grado di collegare in modo trasparente il rilevamento del metano a un processo di notifica”, spiega l’agenzia delle Nazioni Unite. Il metano è un potente gas serra, che contribuisce per almeno un quarto al riscaldamento climatico. Anche se è più potente della Co2, la sua durata nell’atmosfera è molto più breve – 12 anni contro secoli – quindi la riduzione delle sue emissioni potrebbe portare a risultati rapidi. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change, è necessario ridurre le emissioni di almeno il 30% entro il 2030 per evitare di superare il limite di temperatura di 1,5°C. Circa la metà delle emissioni di metano sono legate all’attività umana, in particolare all’industria petrolifera e del gas e all’agricoltura.

Ma come funzionerà il sistema dell’Onu? I satelliti saranno in grado di identificare grandi perdite di questo gas e i governi e le aziende saranno avvisati immediatamente in modo da poter agire subito. Potranno inoltre beneficiare di consigli su come risolvere il problema. “La trasparenza è una parte vitale della soluzione per risolvere il problema del metano e questo nuovo sistema aiuterà i produttori a rilevare le perdite e a fermarle senza indugio se e quando si verificano”, ha spiegato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia.

Le Ong si aspettano una dichiarazione congiunta dell’Unione Europea e degli Stati Uniti durante la Cop27 per lanciare un’iniziativa finalizzata a ridurre le emissioni di metano da parte dei principali Paesi importatori ed esportatori di petrolio e gas. “Tagliare il metano è l’opportunità più rapida per ridurre il riscaldamento e mantenere a portata di mano 1,5°C, e questo nuovo sistema di allerta e risposta sarà uno strumento fondamentale per aiutare tutti noi a rispettare il Global Methane Pledge”, ha affermato John Kerry, inviato Usa per il clima.

Nada Al-Nashif

Allarme Onu su ritorno a combustibili fossili: “Crisi climatica irreversibile”

Limitare l’impatto dell’attuale crisi energetica sul pianeta. È quanto si è ripromessa di fare l’Onu, esortando gli Stati europei a evitare un ritorno all’utilizzo dei combustibili fossili per far fronte al caro-bollette. “Mentre i prezzi dell’energia salgono, minacciando di colpire i più vulnerabili con l’avvicinarsi dell’inverno, alcuni Stati membri dell’Ue si stanno rivolgendo a investimenti in infrastrutture e fornitura di combustibili fossili. Sebbene questo impulso sia comprensibile, esorto l’Ue e i suoi Stati membri a considerare le conseguenze a lungo termine della costruzione di infrastrutture per i combustibili fossili“, ha dichiarato l’Alto Commissario ad interim, Nada Al-Nashif, nel suo discorso di apertura alla 51esima sessione del Consiglio per i diritti umani, invitando gli Stati europei ad accelerare lo sviluppo di progetti di efficienza energetica e di energie rinnovabili. “Non c’è spazio per tornare indietro di fronte all’attuale crisi climatica“, ha ricordato loro.

Il 28 luglio scorso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che riconosce il diritto degli esseri umani a un ambiente pulito, sano e sostenibile. Il voto ha fatto seguito all’adozione nel 2021 da parte del Consiglio dei diritti umani di una risoluzione per il riconoscimento universale del diritto umano a un ambiente sano.

L’Europa è duramente colpita dall’aumento dei prezzi mondiali dell’energia. Alimentata prima dalla ripresa post-covid, ora è la guerra in Ucraina a far temere carenze con la graduale cessazione delle consegne di gas russo. Nel 2021, circa il 40% delle importazioni di gas dell’Ue proveniva dalla Russia: ora rappresentano il 9%. In vista dell’inverno, alcuni paesi, tra cui la Germania, hanno annunciato un maggiore utilizzo del carbone. Se il cancelliere Olaf Scholz ha assicurato di non rinunciare al suo obiettivo di abbandonare questo tipo di energia inquinante nel 2030, e ha escluso “una rinascita dei combustibili fossili, in particolare del carbone“, tuttavia il suo utilizzo sembra più che mai un’alternativa necessaria per riscaldare le popolazioni europee. La neo premier britannica, Liz Truss, ha infatti annunciato una revisione della politica ‘green’ attuata dal predecessore Boris Johnson: nel maxi piano per contenere il forte aumento delle bollette e del costo della vita la prima ministra ha previsto anche la riapertura di centrali a carbone e la fine del divieto di fracking (la modalità di estrazione del gas dal sottosuolo). Non solo. Ha anche annunciato che il piano di emissioni zero entro il 2050 sarà rivalutato in linea con gli obiettivi energetici e di crescita.

Rivalutato anche il nucleare: sempre Berlino ha deciso di ‘congelare’ il progetto di chiusura degli ultimi impianti nucleari ancora in funzione, mettendo in standby due dei tre reattori. Almeno fino alla primavera, come si è trovato costretto ad accettare il ministro ‘verde’ all’Economia Robert Habeck, in modo che possano essere disponibili come riserve all’occorrenza.

Pakistan

Pakistan sotto scacco dei monsoni. Da Onu aiuti per 160 mln

Sono stati intensificati gli sforzi per aiutare decine di milioni di pakistani colpiti dalle incessanti piogge monsoniche che da giugno hanno sommerso un terzo del Paese e ucciso più di 1.100 persone. Il primo ministro Shehbaz Sharif l’ha definita “la peggiore alluvione della storia del Pakistan” e ha stimato che saranno necessari almeno 10 miliardi di dollari per riparare i danni nel Paese. “Prometto solennemente che ogni centesimo (degli aiuti internazionali, ndr) sarà speso in modo trasparente. Ogni centesimo andrà a chi ne ha bisogno“, ha aggiunto.

Da parte sua, il ministro della Pianificazione e dello Sviluppo Ahsan Iqbal ha dichiarato all’Afp che “sono stati causati ingenti danni alle infrastrutture, soprattutto nei settori delle telecomunicazioni, delle strade, dell’agricoltura e dei mezzi di sussistenza“. Le piogge hanno distrutto o gravemente danneggiato più di un milione di case e devastato vaste aree agricole vitali per l’economia del Paese.

Le alluvioni sono arrivate nel momento peggiore per il Pakistan, che aveva già chiesto aiuto internazionale per la sua economia in difficoltà. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto il sostegno della comunità internazionale. Intanto le Nazioni Unite e il governo pakistano hanno lanciato un piano di risposta urgente per 160 milioni di dollari per aiutare le vittime delle catastrofiche inondazioni che hanno colpito il Paese. Il denaro finanzierà un piano d’emergenza per i prossimi sei mesi per fornire servizi sanitari di base, cibo, acqua e alloggi ai 5,2 milioni di persone più colpite dalle storiche piogge monsoniche, ha dichiarato Jens Laerke, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA), durante il regolare briefing delle Nazioni Unite a Ginevra. Gli aiuti dovrebbero anche contribuire a prevenire le epidemie di colera, ad esempio, e fornire pacchi alimentari alle madri e ai loro bambini. Lunedì il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha approvato la ripresa di un programma di sostegno finanziario a lungo negoziato e vitale per il Paese, annunciando l’erogazione di un pacchetto di 1,1 miliardi di dollari.

Le autorità e le agenzie umanitarie stanno lottando per accelerare la consegna degli aiuti agli oltre 33 milioni di persone, ovvero un pakistano su sette, colpiti dalle inondazioni. Il compito è difficile, perché le acque alluvionali hanno spazzato via molte strade e ponti, lasciando alcune aree completamente isolate. Nel sud e nell’ovest non è quasi rimasta terra asciutta e gli sfollati sono costretti ad accalcarsi sulle strade principali o sulle ferrovie per sfuggire alle pianure alluvionali. Nelle aree montuose settentrionali, le autorità stanno ancora cercando di raggiungere i villaggi più remoti, dove potrebbe aumentare il bilancio delle vittime.

I funzionari pakistani attribuiscono la colpa del tempo devastante al cambiamento climatico, affermando che il loro Paese sta subendo le conseguenze di pratiche ambientali irresponsabili in altre parti del mondo. “Vedere la devastazione sul terreno è davvero sconvolgente“, ha dichiarato lunedì all’Afp il ministro per i Cambiamenti climatici Sherry Rehman, riferendosi a una “crisi di proporzioni inimmaginabili“.

(Photo credits: Asif HASSAN / AFP)

Firmato accordo Kiev-Mosca per sblocco grano, Onu e Turchia garanti

Mosca e Kiev firmano a Istanbul l’accordo per lo sblocco di circa 25 milioni di tonnellate di grano e cereali, bloccati da mesi nei porti del Mar Nero a causa della guerra scatenata dalla Russia in Ucraina. L’intesa, duramente negoziata da aprile, arriva a cinque mesi dall’inizio del conflitto e porta la firma del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, dei ministri della Difesa turco e russo, Hulusi Akar e Sergei Shoigu, e del ministro delle Infrastrutture ucraino, Oleksandr Kubrakov.

Si tratta di due testi perfettamente identici ma separati, su richiesta proprio degli ucraini, che si sono rifiutati di siglare qualsiasi documento con i russi. Con l’intesa raggiunta grazie alla mediazione di Ankara, e il sostegno di tutta la comunità internazionale, si risolve una situazione che rischia pericolosamente di creare una crisi alimentare a livello mondiale.

L’accordo prevede un centro di coordinamento a Istanbul gestito da delegati delle parti coinvolte: un rappresentante ucraino, uno russo, uno turco e uno delle Nazioni Unite, assistiti dai rispettivi team. Questa ‘cabina di regia’, secondo Guterres, sarà costituita entro pochi giorni e sarà responsabile della programmazione della rotazione delle navi nel Mar Nero. “Non posso darvi una data precisa. Ma al massimo tra quindici giorni“, ha fatto sapere il segretario generale. Inoltre, ci saranno ispezioni (in mare) delle navi che trasportano il grano alla partenza e all’arrivo in Turchia, come richiesto da Mosca, per garantire che non vengano contemporaneamente consegnate armi all’Ucraina. Altro punto è la garanzia di un corridoio di navigazione sicuro attraverso il Mar Nero, libero da attività militari.

Le navi partiranno da tre porti ucraini: Odessa, Pivdenny (Yuzhne) e Chornomorsk, e i ‘piloti ucraini’ apriranno la strada alle navi da carico nelle acque territoriali.

L’accordo è valido per 120 giorni. Le circa 25 milioni di tonnellate di grano attualmente ferme nei silos dei porti ucraini, saranno portate a destinazione con cadenza di otto milioni di tonnellate al mese, dunque quattro mesi dovrebbero essere sufficiente a smaltire le scorte, anche se praticamente a ridosso del nuovo raccolto. È stato poi raggiunto un’intesa per facilitare l’esportazione di prodotti agricoli e fertilizzanti russi, su richiesta di Mosca, che voleva proteggerli dalle sanzioni occidentali. Conditio sine qua non del Cremlino per dare il via libera al documento. Nel dossier c’è anche il capitolo dedicato allo sminamento delle acque che proteggono i porti, operazione per la quale la Turchia si è offerta di dare il proprio contributo come soggetto terzo, “se necessario“.

La notizia, ovviamente, ha fatto il giro del mondo. “Milioni di tonnellate di grano disperatamente necessarie bloccate dalla guerra russa lasceranno finalmente il Mar Nero per aiutare a sfamare le persone in tutto il mondo“, twitta la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ringrazia Guterres per gli “instancabili sforzi” profusi nella trattativa. Breve ma incisivo il commento di Paolo Gentiloni: “Finalmente una buona notizia“. Anche per l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, “l’accordo di Istanbul è un passo nella giusta direzione, chiediamo la sua rapida attuazione“.

In Italia è il premier, Mario Draghi, a far sentire la sua voce: “Un’ottima notizia per tutta la comunità internazionale“, dichiara in una nota. Sottolineando che “lo sblocco è essenziale per permettere a questi carichi di raggiungere i cittadini di molti Paesi a medio e basso reddito e evitare una crisi alimentare mondiale“. Avvertendo, allo stesso tempo, che “il successo di questo piano dipenderà dalla rapida e piena attuazione” delle intese. Auspicando che siano “un primo passo verso concrete prospettive di pace” ma “in termini accettabili per l’Ucraina“.

Kiev, però, continua a credere poco nelle buone intenzioni della Russia. “Contiamo sull’Onu per l’attuazione dell’accordo per le esportazioni, perché di Mosca “non ci si può fidare della Russia“. Il ministro della Difesa di Putin, però, assicura: “Non approfitteremo del fatto che questi porti ucraini siano stati liberati dalle mine e aperti, abbiamo preso l’impegno“. La situazione, dunque, resta sempre complicata, ma il passo avanti di oggi fa tirare almeno un piccolo sospiro di sollievo. Senza illusioni, la convinzione generale è che la strada sia ancora molto lunga prima che le armi finalmente tacciano.

Jason Momoa

Jason Momoa nominato inviato speciale Onu per gli Oceani

Jason Momoa, che al cinema interpreta il supereroe Aquaman, ha invitato all’azione a favore della conservazione delle risorse marine, perché “gli oceani hanno bisogno di noi“. L’attore si trova a Lisbona, in Portogallo, dove si svolge la conferenza dell’Onu sulla difesa degli oceani e dove è stato investito del ruolo di ‘Special Envoy of the Ocean’ per il suo impegno.

Dobbiamo cercare di riparare ai torti che abbiamo causato“, perché “senza un oceano sano, il nostro pianeta come lo conosciamo non esisterebbe“, ha ricordato Momoa parlando di fronte a un centinaio di giovani provenienti da tutto il mondo per discutere le azioni da intraprendere per amplificare e accelerare l’azione delle nuove generazioni a favore degli oceani.

Jason Momoa, divenuto famoso grazie al suo ruolo di supereroe dei mari, ha preso parte alla sessione di chiusura del forum della gioventù e dell’innovazione, che si è tenuta domenica sulla spiaggia di Carcavelos, a una ventina di chilometri da Lisbona.

All’attore e a un centinaio di giovani delegati da tutto il mondo si sono aggiunti poco dopo il presidente portoghese, Marcelo Rebelo de Sousa, e il segretario generale delle Nazioni Unite, il portoghese Antonio Guterres, che hanno condannato la lentezza delle decisioni politiche per preservare gli oceani.

Non è la prima volta che l’attore si schiera a favore dell’ambiente. Nato a Honolulu, alle Hawaii, da tempi si mette a disposizione delle grandi battaglie ecologiste, da quelle contro l’uso di plastiche monouso alla sostenibilità dei packaging.

(Photo credits: CARLOS COSTA / AFP)

Mattarella

Mattarella: “Condividere obiettivi per superare emergenza climatica”

Per uscire dalle crisi in atto, ‘condivisione’ deve essere la parola d’ordine. Aprendo la Conferenza nazionale della Cooperazione allo sviluppo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è stato chirurgico nell’affrontare i temi che tormentano il mondo intero. In cima alla lista delle priorità c’è la necessità di una condivisione degli obiettivi da parte della comunità internazionale: “La pandemia ha reso evidente che non esistono risposte locali a sfide globali come quelle dell’emergenza sanitaria, dei cambiamenti climatici, della povertà estrema, dell’insicurezza alimentare”, ha affermato Mattarella, riflettendo in seguito sulle strategie presenti e future del nostro Paese nel campo della cooperazione allo sviluppo.

Se a monte, l’approccio da seguire deve essere condiviso a livello internazionale, a valle, i partenariati territoriali non possono permettersi di trascurarlo: “Le nostre Regioni e le nostre città promuovono buone pratiche di sviluppo locale. Alcuni obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite sarebbero irraggiungibili senza il contributo delle comunità locali“, ha ricordato il presidente della Repubblica.

Il conflitto in Ucraina, oltre ad aver provocato enormi difficoltà sul piano economico e alimentare, ha anche reso “più difficile la collaborazione internazionale in materia climatica e ambientale”, ha avvertito il capo dello Stato. “L’azione per gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite – ha aggiunto – ne esce indebolita, si riaprono scenari che apparivano definitamente superati o in via di superamento. La guerra genera effetti gravissimi”.

importazioni petrolio

Ue vicina agli obiettivi di sviluppo dell’Onu ma ancora troppo dipendente da fossili

Buoni progressi verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile che riguardano il consumo energetico, la fornitura di energia e l’accesso all’energia a prezzi accessibili, ma l’Unione Europea rimane ancora troppo dipendente dalle importazioni, specialmente quelle fossili. Sono le osservazioni dell’ultima relazione di monitoraggio sui progressi dell’Unione Europea verso i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, adottati dalle Nazioni Unite (ONU) nel settembre 2015, pubblicata lunedì da Eurostat. Monitorando in particolare i progressi raggiunti dall’Unione europea verso l’obiettivo numero 7 – che chiede di garantire l’accesso universale ai servizi energetici moderni, migliorare l’efficienza energetica e aumentare la quota di energia rinnovabile – l’ufficio statistico dell’Ue osserva che i maggiori progressi dell’Ue sono stati compiuti nel consumo di energia. “Le misure adottate in risposta alla pandemia di COVID-19 e le relative restrizioni alla vita pubblica e alla riduzione dell’attività economica hanno ridotto notevolmente i consumi nel 2020”, si legge nel rapporto. Motivo per cui l’Ue è stata in grado di raggiungere l’obiettivo fissato per il 2020 e sembra sulla buona strada per raggiungere quello fissato per il 2030. Lo stesso si riscontra per quanto riguarda l’energia prodotta da risorse rinnovabili, come il sole o il vento: l’Ue è nella giusta traiettoria per gli obiettivi al 2030.

Il documento, di oltre 380 pagine, è meno ottimista per quanto riguarda la dipendenza dell’Ue dalle importazioni di energia da Paesi terzi e in particolare le risorse fossili. Si osserva “un miglioramento”, ma negli ultimi 5 anni il trend per l’Unione europea è stato quello di un progressivo allontanamento dagli obiettivi dell’Onu per quanto riguarda la dipendenza energetica. L’Ue dipendeancora fortemente dai combustibili fossili per la sua energia”, si legge nel documento, in cui viene specificato che la relazione osserva i progressi compiuti dall’Ue nel 2020, quindi non tiene conto dell’aumento dei prezzi dell’energia causati anche dalla guerra di Russia in Ucraina. Ma proprio la guerra di Ucraina deve portare l’Ue a riconsiderare le proprie forniture energetiche.

I numeri snocciolati nel documento parlano di importazioni di combustibili dai Paesi extra-Ue che hanno contribuito al 57,5% dell’energia disponibile lorda nel 2020 nel Vecchio continente. Si tratta di una quota quasi identica a quella del 2005, quando le importazioni coprivano il 57,8%. Questa stagnazione secondo Eurostat può essere spiegata in due modi: da un lato, l’Ue ha ridotto il suo consumo di energia e ha aumentato l’uso delle energie rinnovabili nazionali; dall’altro lato, però, ha assistito a una riduzione della produzione primaria di combustibili fossili a causa dell’esaurimento o dell’antieconomicità delle fonti interne, in particolare del gas naturale. In sostanza, dal momento che costano tanto, meglio importarle.

Tanto che, nel 2020, le principali importazioni nette sono state di petrolio e prodotti petroliferi (97,0%), seguite dal gas naturale (83,6%) e dai combustibili solidi (prevalentemente carbone, per il 35,9% importato). Le importazioni nette di energie rinnovabili, compresi i biocarburanti, hanno rappresentato solo l’8,5% dell’energia rinnovabile lorda disponibile nel 2020 e solo l’1,7% delle importazioni nette totali. Il rapporto ricorda che la Russia ha continuato a essere il principale fornitore di energia all’Ue nel 2020, con il 43,6% del gas, il 28,9% dei prodotti petroliferi e il 53,7% delle importazioni di combustibili solidi da paesi terzi. I successivi maggiori fornitori di gas e prodotti petroliferi sono stati i Paesi europei che non fanno parte dell’Ue (principalmente Norvegia e Regno Unito), che hanno fornito il 25,4% del gas e il 16,5% delle importazioni di petrolio.

Negli ultimi cinque anni un ”leggero allontanamento” rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile per la vita sulla terraferma (l’obiettivo numero 15), indicano che gli ecosistemi e la biodiversità sono rimasti “sotto pressione”, principalmente a causa delle attività umane. Sebbene sia la superficie forestale dell’Ue che le aree protette terrestri “siano leggermente aumentate, la pressione sulla biodiversità ha continuato ad intensificarsi”. Ad esempio, si legge, la presenza di uccelli comuni è un indicatore di biodiversità perché molti di loro richiedono habitat specifici per riprodursi e trovare cibo, che spesso ospitano anche molte specie animali e vegetali minacciate. Dal 2000, Eurostat stima “che il numero di uccelli comuni sia diminuito del 10%. Tuttavia, dopo molti anni di declino, sembra che il numero di uccelli comuni abbia iniziato a stabilizzarsi”, conclude il rapporto.

Obiettivi per lo sviluppo sostenibile

Messa

Università, Messa: “Miliardi di euro nella ricerca green, i fondi non mancano più”

“Protagonisti e trascinatori”. Maria Cristina Messa, ministra dell’Università e della Ricerca, vede così gli studenti italiani impegnati per gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu. “Sentono particolarmente la necessità di costruire comunità più sostenibili”, spiega, intervistata da GEA. Recentemente, il Mur ha istituito un Tavolo tecnico per lo studio di proposte in tema di risparmio energetico destinate alle istituzioni della formazione superiore e degli enti di ricerca, con il compito di realizzare “un’attenta mappatura delle fonti energetiche nel sistema e individuare strategie migliorative in tema di risparmio energetico”, racconta. “Nell’individuare le buone pratiche e nel proporre soluzioni, anche inedite, per ridurre i consumi, sicuramente i giovani avranno un ruolo fondamentale”.

La rete RUS, università per lo sviluppo sostenibile, coordina gli Atenei impegnati sui temi della sostenibilità ambientale e della responsabilità sociale. Si può pensare di estendere strutturalmente progetti ed esperienze del RUS a tutte le università italiane?
“Non solo si può pensare, abbiamo già coinvolto la RUS nello studio di proposte di sostenibilità per gli atenei. Si devono estendere buone pratiche e progetti sostenibili poiché gli effetti positivi di azioni e misure volte allo sviluppo sostenibile sono tanto più solidi quanto più ampiamente adottati dalle diverse realtà. Tra l’altro, tra gli obiettivi della rete RUS ci sono proprio l’armonizzazione delle attività istituzionali, la creazione di una comunità capace non solo di sviluppare ma anche trasferire buone pratiche nazionali e internazionali, la promozione di progetti già sperimentati con successo affinché possano essere adottati da un numero sempre maggiore di università”.

La sostenibilità è fatta di piccoli gesti, di idee, di stili di vita, ma anche di ricerca. Sono sufficienti i fondi? Quanto e cosa servirebbe per una vera svolta green nelle università italiane?
“Se gli investimenti nella ricerca sono stati, obiettivamente, carenti nel passato, per il presente e il futuro, almeno a medio termine, non mancheranno, sia grazie al PNRR sia grazie alle risorse previste in legge di bilancio. Quando parliamo di transizione ecologica facciamo riferimento sia alla ricerca fondamentale, quella con un livello di trasferimento tecnologico basso, sia a quella più disruptive che prevede un rapido passaggio verso l’applicazione nel business. Ecco, con fondi europei e nazionali ora siamo in grado di coprire adeguatamente tutti i fronti e lo stiamo facendo, con bandi per diversi miliardi di euro che riguardano, per esempio, borse di dottorato nel settore green, grandi progettualità per la costruzione di un Centro nazionale per la mobilità sostenibile, partenariati estesi alle università, ai centri di ricerca, alle aziende sul territorio nazionale che abbiano al centro, come temi, gli scenari energetici del futuro, i rischi ambientali, naturali e antropici, i modelli per un’alimentazione sostenibile, il made in Italy circolare e sostenibile. La svolta green, non solo nelle università, è poi legata a comportamenti, alla riqualificazione del patrimonio edilizio, all’efficientamento dei laboratori, al migliore utilizzo delle risorse. Anche per questo le risorse ci sono”.

La pandemia, come spesso accade per ogni crisi, è stata un acceleratore sulla transizione in molti settori, cosa resta e cosa va archiviato dell’università in lockdown?
Dobbiamo recuperare il valore della socialità, dello scambio, del confronto diretto che abbiamo sacrificato in questi anni di contrasto alla diffusione del contagio. Ma di certo l’università non perderà gli aspetti positivi che ha portato l’utilizzo della tecnologia per promuovere modalità di insegnamento misto, in presenza e a distanza, volto a formare studenti in modo più completo e agevole, per organizzare seminari tra atenei anche distanti migliaia di chilometri, per costruire percorsi formativi sempre più flessibili e interdisciplinari. Sarà un nuovo equilibrio, diverso da prima, non necessariamente migliore o peggiore di quello precedente, semplicemente più adatto a questi tempi.

Qual è la sua idea per l’Università del futuro?
“Un sistema dinamico, innovativo e tecnologicamente avanzato, che metta al centro le persone e le loro competenze, un sistema che accompagni studenti, ricercatori e docenti a costruire un Paese migliore”.

Abiti sposa

Pronovias: con ‘Second Life’ l’abito da sposa riprende vita

In salute e malattia, finché spreco non ci separi. La stagione delle nozze è iniziata e se c’è un’occasione nella vita tradizionalmente poco sostenibile è proprio quella del “grande giorno”. Almeno finora, perché in tanti stanno cercando di cambiare strada. L’eco-friendly diventa una tendenza, il tema, persino un “filtro” di ricerca nei portali specializzati. Anche per l’abito crescono le scelte consapevoli: dagli affitti agli acquisti vintage, passando per l’equo solidale e le sartorie a chilometro zero.

Così le case di moda si adeguano. Il primo grande marchio a lanciare un progetto su larga scala è Pronovias, che quest’anno ha presentato la collezione ‘Second Life’.

Si tratta di una selezione di abiti, curata dalla direttrice creativa Alessandra Rinaudo, che prevede la possibilità di trasformare i capi e poterli riutilizzare in occasioni importanti, senza costi aggiuntivi, entro un anno dall’acquisto. Lunghezze ridotte, maniche eliminate, aggiunta di cinture, spalline, fasce e l’abito prende nuova vita. Rinaudo ha ridisegnato la collezione, includendo diversi stili, per diverse esigenze, romantico, boho, elegante, party.

È un altro passo di Pronovias lungo la strada della sostenibilità, intrapresa ormai da anni. La casa ha in piedi diversi progetti, uno di questi è #WeDoEco, una selezione di abiti realizzati con tessuti e materiali ecologici al 100%. Ma anche #MyDressxHerFuture a sostegno di ‘Brides do Good’ e ‘Brides for a Cause’, no-profit che supportano donne in situazioni di difficoltà attraverso programmi di sostegno sociale. Con #MyDressxHerFuture, invece, la sposa può donare il suo abito ad associazioni a supporto dei progetti di sostegno. In partnership con RECOVO, piattaforma che promuove il riciclo del tessuto in eccedenza per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti tessili, Pronovias riconverte le eccedenze in materie prime per altre aziende. E con il programma Global Compact dell’Onu, il gruppo si impegna a garantire il rispetto di diritti umani, lavoro, impatto sociale, ambiente e pratiche anticorruzione.