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Studio Bankitalia mette in dubbio effetti positivi da ritorno nucleare in Italia

Nucleare sì, nucleare no? Un nuovo paper dal titolo ‘L’atomo fuggente: analisi di un possibile ritorno al nucleare in Italia‘, curato da Luciano Lavecchia e Alessandra Pasquini, pubblicato sul sito della Banca d’Italia esamina in dettaglio i potenziali vantaggi e le criticità di una possibile reintroduzione dell’energia atomica nel mix energetico nazionale, aggiornando le analisi condotte nel 2012. Il lavoro prende in considerazione anche le linee guida emerse di recente dal Governo, che ha inserito il nucleare tra le opzioni strategiche per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione fissati per i prossimi decenni. Dall’analisi emerge che il nucleare potrebbe contribuire a stabilizzare il prezzo dell’elettricità, soprattutto grazie alla possibilità di stipulare contratti a lungo termine.

Tuttavia, il suo impatto sul contenimento dei prezzi finali pagati dagli utenti appare limitato. Questo è dovuto principalmente alla struttura del mercato elettrico italiano, che comprende componenti tariffarie e oneri fissi poco influenzati dalla fonte di generazione. Sul piano della sicurezza energetica, i possibili effetti sono ambivalenti. Se da un lato la produzione interna di energia nucleare ridurrebbe la dipendenza dalle importazioni di gas e di elettricità — quest’ultima proveniente in gran parte dalla Francia e prodotta con tecnologia nucleare — dall’altro il Paese sarebbe costretto a importare il combustibile e le tecnologie necessarie.

Le riserve mondiali di uranio sono considerate adeguate anche in scenari di espansione della capacità produttiva, ma le fasi più sensibili della filiera — come l’arricchimento e la produzione delle barre di combustibile — restano concentrate in pochi Paesi, tra cui la Russia, che presenta un elevato rischio geopolitico. Questo implica la necessità, già riconosciuta a livello internazionale, di rafforzare una filiera occidentale del combustibile nucleare. Un’altra criticità riguarda la dipendenza tecnologica. Negli ultimi venticinque anni, il primato nella costruzione di impianti nucleari si è progressivamente spostato dall’Occidente verso Russia e Cina. Per ridurre tale dipendenza, l’Italia dovrebbe investire nel proprio capitale umano e rafforzare il collegamento tra industria, università e sistema formativo, avviando collaborazioni con le poche aziende occidentali ancora attive nel settore. Dal punto di vista ambientale, il nucleare offre vantaggi rilevanti rispetto ad altre fonti low carbon. Non solo garantisce basse emissioni di gas serra lungo tutto il ciclo di vita, ma permette anche una produzione continua (carico di base) e un impatto relativamente contenuto in termini di occupazione del suolo. Tuttavia, resta aperta la questione dello smaltimento delle scorie radioattive.

A oggi, l’Italia non ha ancora avviato il processo per la costruzione di un deposito nazionale, necessario sia per le scorie accumulate in passato sia per quelle future, incluse quelle derivanti da usi medici e industriali. In questo contesto, la strategia delineata dal Governo guarda con interesse alle nuove tecnologie modulari basate sulla fissione, note come Smr (Small Modular Reactors), e alle prospettive a più lungo termine della fusione nucleare. Le prime, in particolare, potrebbero rappresentare un punto di svolta grazie alla maggiore flessibilità, ai tempi di costruzione più rapidi e alla possibilità di produzione in serie. Tuttavia, tali benefici restano per ora potenziali: i prototipi attivi o in costruzione sono pochi e localizzati in paesi come Russia e Cina, e il passaggio a una produzione industriale su scala non è ancora avviato. Inoltre, sarà necessario adattare queste tecnologie agli standard di sicurezza italiani, il che potrebbe comportare ulteriori ritardi. Lo scenario delineato nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (il Pniec) prevede un’installazione di 8 gigawatt di capacità nucleare tra il 2030 e il 2050, con un possibile raddoppio a 16 gigawatt, per coprire circa l’11% del fabbisogno elettrico nazionale. Si tratta di un obiettivo ambizioso, che richiederà non solo scelte industriali e tecnologiche mirate, ma anche un significativo coinvolgimento pubblico. In un settore che comporta investimenti elevati e tempi lunghi, lo Stato potrebbe essere chiamato a giocare un ruolo attivo, sia come finanziatore diretto sia tramite partecipazioni in società operanti nel comparto.

Clima, nell’ultimo anno metà dell’umanità ha vissuto un mese di caldo estremo in più

Secondo uno studio della World Weather Attribution, di Climate Central e del Centro climatico della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, nell’ultimo anno metà della popolazione mondiale ha subito un mese di caldo estremo in più rispetto alla norma a causa del riscaldamento globale provocato dall’uomo.

I risultati sottolineano quanto l’uso continuato di combustibili fossili sia dannoso per la salute e il benessere in tutti i continenti, con effetti particolarmente sottovalutati nei paesi in via di sviluppo, secondo i ricercatori.

Con ogni barile di petrolio bruciato, ogni tonnellata di anidride carbonica rilasciata e ogni frazione di grado di riscaldamento, le ondate di calore colpiranno un numero sempre maggiore di persone”, osserva Friederike Otto, climatologa dell’Imperial College di Londra e coautrice del rapporto.

L’analisi è stata pubblicata prima della Giornata mondiale di azione contro il calore del 2 giugno, dedicata quest’anno ai pericoli dell’esaurimento causato dalle ondate di calore. Per valutare l’influenza del riscaldamento globale, i ricercatori hanno analizzato il periodo dal 1° maggio 2024 al 1° maggio 2025. I “giorni di caldo estremo” sono stati definiti come quelli in cui la temperatura era superiore al 90% della media delle temperature registrate in un determinato luogo tra il 1991 e il 2020.

I ricercatori hanno confrontato il numero di questi giorni con quello di un mondo simulato senza riscaldamento causato dall’uomo. I risultati sono inequivocabili: circa quattro miliardi di persone, pari al 49% della popolazione mondiale, hanno vissuto almeno 30 giorni di caldo estremo in più nell’ultimo anno rispetto al mondo simulato.

Lo studio ha registrato 67 episodi di caldo estremo nel corso dell’anno, tutti caratterizzati dall’impronta del riscaldamento globale. L’isola di Aruba, nei Caraibi, è stata la più colpita, con 187 giorni di caldo estremo, ovvero 45 in più rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare in un mondo senza cambiamenti climatici. Il 2024 è stato infatti l’anno più caldo mai registrato, superando il 2023, mentre il 2025 ha registrato il mese di gennaio più caldo. In media, su un periodo di cinque anni, le temperature globali sono ora superiori di 1,3 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Nel 2024 hanno superato 1,5 °C, il limite simbolico fissato dall’accordo di Parigi sul clima. Il rapporto evidenzia anche una grave carenza di dati sugli impatti sanitari legati al calore nelle regioni più povere. Mentre l’Europa ha registrato oltre 61.000 decessi legati al caldo durante l’estate del 2022, altrove non sono disponibili dati significativi al riguardo. Molti decessi legati al caldo sono erroneamente attribuiti a malattie cardiache o polmonari.

Il Green Deal non si può fare senza Cina: lo studio dell’Europarlamento

Il Green Deal europeo non può fare a meno della Cina. Il cambio di paradigma operato dalla Commissione von der Leyen produce una dipendenza, tutta nuova, da cui sottrarsi non appare possibile. Perché la repubblica popolare è troppo presente in quei settori e in quei mercati di cui l’Ue è povera eppur tanto, troppo bisognosa. Per fare della transizione verde servono terre rare, ma pure metalli quali niobio e tantalio, “essenziali per l’industria della difesa e l’energia rinnovabile in tutto il mondo”, rileva un’analisi del centro studi e ricerche del Parlamento europeo. Queste risorse sono tutte in mano cinese.

Considerando l’agenda politica europea e il contesto geopolitico internazionale, “gli impegni di neutralità climatica dell’Ue e le risposte degli Stati membri ai rischi sollevati dall’invasione russa dell’Ucraina hanno contribuito a una crescente domanda di tali metalli che dovrebbe continuare a medio termine”. Nel 2020, si ricorda nel documento, la Commissione europea ha stimato che la domanda di elementi di terre rare utilizzati nei magneti permanenti aumenterebbe di dieci volte entro il 2050. Con la Cina e le sue industrie a farla da padrone per una politica ponderata che ha permesso di conquistare vantaggio.

La Cina beneficia di un controllo schiacciante dell’estrazione e della lavorazione delle terre rare, un’industria considerata di grande importanza strategica”. Per l’Unione europea “evitare ogni cooperazione con aziende legate alla Cina potrebbe rivelarsi impossibile in un settore dominato in modo schiacciante dalla Cina”. L’unica strada percorribile, per non ritrovarsi tra le braccia del Dragone, è scegliere con cura gli investimenti e i partner. Si tratterebbe di procedere ad uno ‘screening’ delle imprese, della loro partecipazione azionaria asiatica e i lori rapporti con la Repubblica popolare cinese, presente anche nell’unico polo di lavorazione delle terre rare su suolo europeo.

L’Ue è in ritardo. Ha avviato una transizione senza essere pronta. “Gli Stati membri dell’Ue non dispongono di miniere di terre rare attive, mentre allo stesso tempo importanti progetti di estrazione di terre rare al di fuori della Cina, come quelli in Groenlandia, non sono ancora diventati operativi”. Inoltre, “anche la capacità di trasformazione europea è limitata, poiché è in gran parte concentrata in un unico impianto, vale a dire lo stabilimento Silmet in Estonia”. Ma di proprietà extra-Ue. Silmet a è di proprietà della Neo Performance Materials Corp (Npm), azienda canadese con sede a Toronto. Principale azionista di Npm è l’azienda australiana Hastings Technology Metals Ltd, attiva nel settore delle terre rare. “Wyloo Metals, di proprietà del fondo di investimento Tattarang, ha finanziato Hastings per l’acquisizione di Npm”. In questo gioco di acquisizioni e partecipazioni, “Tattarang è ancora di proprietà della famiglia dell’imprenditore minerario australiano Andrew Forrest, i cui legami con la Cina sono particolarmente estesi”. In particolare “la sua attività principale, Fortescue Metals Group, estrae ed esporta minerale di ferro in Cina, che è il mercato principale dell’azienda per questo prodotto. Forrest è stato ripetutamente collegato ai tentativi del partito-stato cinese di influenzare la politica del suo paese d’origine”.

Il dominio cinese su terre rare, niobio e tantalio si spiega anche con una politica avviata con largo anticipo, mirata e finalizzata a conquistare vantaggi. In aggiunta al suo controllo sulle risorse di terre rare, ricorda il documento, “ la Cina ha ripetutamente cercato di ottenere il controllo di importanti giacimenti all’estero, una strategia coerente con il desiderio di mantenere la leva finanziaria che la Cina ha sfruttato per fini politici controversi”. Oltre al pieno controllo della catena di approvvigionamento della Cina, il predominio del mercato globale delle terre rare “significa che il Paese può scegliere di assumere una posizione ostile nel raggiungimento degli obiettivi politici”, come dimostrato dagli eventi del 2010, quando il governo cinese ha imposto quote di esportazione al Giappone e ha interrotto le esportazioni poiché ha chiesto il rilascio di un capitano cinese detenuto per aver pescato in acque che la Cina rivendica come proprie. Se è vero che “nel 2023 i resoconti dei media hanno affermato che il governo stava prendendo in considerazione un divieto di esportazione di terre rare”, Green Deal e transizione verde europea passano per la Cina.