Prestiti verdi per attivare l’economia e alleggerire le bollette: “Serve armonizzazione Ue”

A quanti sarà capitato di sognare una casa a prova di bolletta, ma guardando gli estratti conto hanno deciso di rimandare o rinunciare alla ristrutturazione. Con i cosiddetti ‘prestiti green’, però, il sogno può diventare realtà.

Sulla carta è uno dei prodotti più innovativi nel bouquet che una banca commerciale possa offrire ai propri clienti, ma “non esiste ancora una definizione ampiamente utilizzata di prestito verde nell’Unione europea”. A sostenerlo è lo studio della Banca d’Italia contenuto nella pubblicazione dal titolo ‘Prestiti Verdi: una proposta per una definizione Ue semplificata‘, a cura di Valeria Lionetti, Tommaso Loizzo, Ludovico Ridi e Federico Schimperna. Cercando di semplificare al massimo il concetto, il punto di partenza è che “la definizione di riferimento, basata sulla Tassonomia Ue, è spesso percepita dalle banche come difficile da applicare, in particolare a causa delle lacune nei dati e dell’onere operativo derivante dalla valutazione dei criteri del ‘Do No Significant Harm’ (Dnsh)”, letteralmente il principio di ‘Non arrecare un danno significativo’, “e delle salvaguardie minime”. La conseguenza, ritiene lo studio, è che “gli standard di mercato e i criteri interni delle banche sono proliferati, frammentando così le pratiche e riducendo la comparabilità tra le istituzioni”.

Per capire il problema bisogna mettere in fila i fattori. Primo tra tutti: “Nell’Unione europea gli edifici assorbono circa il 40% del consumo totale di energia e sono responsabili del 36% delle emissioni totali di Co2”. Ragion per cui avere un innalzamento delle classi energetiche sarebbe un boost per la lotta al cambiamento climatico, ma anche per l’economia in generale. Tra il 2022 e il 2024, “la maggior parte delle banche dichiara di offrire questo tipo di prodotto, e il loro portafoglio verde finanzia principalmente le famiglie, con i mutui verdi per l’acquisto e la ristrutturazione di immobili residenziali che rappresentano l’11-12% delle nuove erogazioni di prestiti alle famiglie”, riporta il documento di Bankitalia citando i dati Eba, l’Autorità bancaria europea.

Questo prodotto potrebbe essere più diffuso? La risposta ovviamente non può che essere positiva, se però non ci fossero alcuni ostacoli. L’analisi ne riporta i principali, come “la mancanza di una definizione armonizzata”, perché attualmente “la definizione che si affida alla Tassonomia dell’Ue è spesso considerata dalle banche come troppo complessa da applicare, anche a causa della limitata disponibilità di dati a livello nazionale” e questo “ha spinto le parti interessate a sviluppare definizioni alternative con criteri differenti”. Gli esempi citati sono “gli standard stabiliti dalla Energy Efficient Mortgages Initiative e i Green Loan Principles sviluppati dalla Loan Market Association”. Inoltre, “gli istituti di credito hanno sviluppato anche standard interni più semplici, sfruttando le iniziative di mercato rilevanti e i criteri tecnici della Tassonomia“. Ancora l’Eba viene in soccorso per capire la portata: “Quando interrogate sugli standard e sui criteri in uso, 83 banche europee hanno indicato un approccio flessibile: di queste, 50 applicano standard interni, 12 seguono le regole stabilite nella Tassonomia dell’Ue ma limitatamente ai criteri di vaglio tecnico, 7 applicano le regole della Tassonomia dell’Ue incluse le disposizioni sul Dnsh, 6 adottano i Green Loan Principles della Lma, 5 utilizzano gli standard Eemi e 11 si affidano ad altri”.

Non solo, “circa l’80% dei rispondenti ha dichiarato che le informazioni sulla classe energetica degli immobili sono state acquisite al momento dell’erogazione del prestito, ma solo il 14% era disposto a condividere informazioni sul fenomeno, mentre l’11% era disposta a fornire dati sui mutui verdi”. Dunque, tirando le somme, questo quadro “suggerisce che le banche incontrano difficoltà nell’applicare i criteri della Tassonomia dell’Ue e che potrebbero essere diffidenti persino nel parlare di prestiti verdi per evitare accuse di greenwashing dovute alla mancanza di una definizione praticabile e comunemente concordata”.

Occorre trovare una soluzione, e la pubblicazione di Bankitalia offre qualche spunto interessante per correggere la rotta e offrire una definizione omogenea a livello europeo di ‘prestito verde’. Gli autori propongono una possibile definizione armonizzata di prestiti verdi, che mantenga la Tassonomia Ue come riferimento principale (il cosiddetto ‘Tier 1’) e introducono al contempo un percorso semplificato (il cosiddetto ‘Tier 2’), basato su metriche standardizzate di prestazione energetica, come ad esempio Ape (Attestato di performance energetica) o Ped (Domanda primaria di energia) per la costruzione di nuovi edifici, l’acquisto nuovi o esistenti e la ristrutturazione.

Dunque, la proposta tiene ben saldi i piedi nelle regole continentali e prende a modello sia le raccomandazioni dell’Eba sia le pratiche di mercato prevalenti. Ma allo stesso tempo introduce “un percorso operativo complementare, anziché sostitutivo, basato su metriche di prestazione energetica che sono già ampiamente utilizzate nei processi di concessione dei prestiti”. Nel documento viene vagliata anche una “opzione politica”, ma “sarebbe consigliabile che l’adozione della classificazione come ‘prestito verde Ue’ rimanga volontaria, in modo da non ostacolare le pratiche di mercato che i finanziatori ritengono più appropriate per i propri modelli di business” e che l’inclusione dello strumento “nell’ambito dei prestiti verdi sia effettuata al momento dell’erogazione e rivista solo quando vi sia la ragionevole certezza che l’impegno non possa essere mantenuto”. Tutto è migliorabile, dunque: lo dimostra Bankitalia. Con la crisi climatica sempre più pressante, poi, migliorare può diventare anche l’occasione per muovere l’economia, che di questi tempi non è affatto male.

Inflazione stabile a giugno (0,8%). Ma preoccupano prospettive per l’industria

A giugno l’inflazione resta sostanzialmente stabile, con l’indice nazionale dei prezzi al consumo che, al lordo dei tabacchi, fa un piccolo scatto in avanti dello 0,1%, mentre su base mensile resta allo 0,8%, in tendenza con maggio. A certificarlo sono i dati dell’Istat, ponendo sul piatto alcuni dettagli su andamenti contrapposti. Rallentano, infatti, i prezzi dei beni alimentari non lavorati, che passano da +2,2% a +0,4%. Si attenua ancora la flessione dei prezzi degli energetici non regolamentati, che fanno uno switch da -13,5% a -10,3 percento. Di contro, accelerano i beni alimentari lavorati, passando da +1,8 a +2,2 percento.

Anche l’inflazione di fondo resta stabile al +2% a giugno, al netto di energetici e alimentari freschi, passando da +2% a +1,9% al netto dei soli energetici. Entrando ancora nel dettaglio dell’analisi Istat, l’istituto rileva che i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona rallentano su base tendenziale (da +1,8% a +1,4%), come anche quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +2,5% a +2,1%). “Il processo di rientro dei prezzi si stabilizza ma restano alcune tensioni sugli energetici“, avvisa Confesercenti, che invita a “mantenere un adeguato livello di guardia per evitare di essere colti alla sprovvista“.

Dall’Istituto nazionale di statistica arrivano anche altri report di cui tenere conto, quelli sull’industria. Ad aprile, infatti, la stima sul fatturato, al netto dei fattori stagionali, aumenta dello 0,8% sia in valore che in volume, anche se fa registrare una lieve flessione su quello estero (-0,6%). Mentre su base annua, c’è un calo del 2%, di cui l’1,7 sul mercato interno e il 2,5 su quello estero. Crescono, però, i volumi (+0,5%).

Non va meglio con l’indagine rapida sull’attività delle grandi imprese industriali del centro studi Confindustria. Perché a giugno di quest’anno registra una produzione stabile sui livelli del mese precedente per oltre la metà delle aziende (per 53,9% degli associati la produzione rimarrà invariata dal 48,8% della rilevazione di maggio), ma aumenta il rischio percepito di un peggioramento, con un 12,7 percento di imprese che prospettano una contrazione. In calo anche la percentuale di aziende che invece si aspettano un miglioramento: 33,4% (in precedenza era del 45).

Previsioni poco rassicuranti anche quelle della Banca d’Italia. I dati dell’Indagine sulle imprese industriali e dei servizi di Palazzo Koch rivelano che per il 2024 “le imprese prefigurano un lieve incremento del volume delle vendite (0,2% nel complesso; 1,0 nella manifattura e -0,6 nei servizi)“, con un aumento dei prezzi rallentato, tendenzialmente del 2,3 percento. Quello che preoccupa è invece l’espansione degli investimenti, che “proseguirebbe a un ritmo inferiore al 2023 (0,8%)”. Numeri che fanno il paio con quelli delle vendite 2023 che, nel complesso delle imprese dell’Industria in senso stretto (almeno 20 addetti), sono diminuite dell’1,4% a prezzi costanti, secondo il documento di Bankitalia. Campanelli d’allarme da non sottovalutare.

Panetta: “Fronte comune Ue su transizioni e materie critiche. Puntare sul capitale umano”

Fronte comune in Europa per portare avanti le transizioni (verde e digitale), aumentare l’indipendenza energetica rafforzando le rinnovabili ma allo stesso tempo stringere rapporti “solidi e reciprocamente vantaggiosi” con i Paesi ricchi di materie critiche.

Nelle sue prime considerazioni finali da Governatore della Banca d’Italia e a pochi giorni dalle elezioni europee, Fabio Panetta guarda a Roma, ma soprattutto a Bruxelles, invitando a puntare molto sulla dimensione comune per non restare indietro rispetto ai grandi competitor internazionali. Innovazione e capitale umano sono le parole chiave di una relazione di ampio respiro, che non tralascia i rischi dell’Intelligenza artificiale. L’Ia, è il monito, potrebbe creare rapporti di costi-vantaggi disomogenei e avere effetti, in Italia, su due lavoratori su tre.

La visione del governatore è ottimista: nell’Unione, Roma ha tutte le carte in regola per tornare a crescere e “contare“, scandisce. Cruciale è rilanciare la produttività, aprire alla concorrenza, ridurre il debito, soprattutto. Un “fardello“, lo definisce, da cui però potersi liberare. Come? “Coniugando prudenza fiscale e crescita“, suggerisce.

Politiche comuni, precisa Panetta, “sono necessarie nel campo ambientale, della difesa, dell’immigrazione, della formazione e in altri ancora”, osserva il governatore, “poiché molti progetti riguardano beni pubblici comuni quali l’ambiente e la sicurezza esterna, un ammontare di investimenti insufficiente danneggerebbe tutti i paesi e tutti i cittadini dell’Unione. È pertanto necessario, nell’interesse collettivo, realizzare iniziative a livello europeo“.

Per le sole transizioni climatica e digitale e per aumentare la spesa militare al 2 per cento del Pil, la Commissione europea stima infatti un fabbisogno di investimenti pubblici e privati di oltre 800 miliardi ogni anno fino al 2030: “Perseguire un piano così vasto a livello nazionale comporterebbe duplicazioni di spesa e la rinuncia alle economie di scala“, mette in guardia Panetta.

Sugli investimenti in capitale umano, parla di “un’esigenza pressante“, data la minore disponibilità, rispetto al resto dell’area dell’euro, di lavoratori con livelli di competenza elevati nel campo dell’innovazione.

Poi l’invito alla piena attuazione degli investimenti e delle riforme previste dal Pnrr che, oltre a innalzare il prodotto di oltre di 2 punti percentuali nel breve termine, “avrebbe effetti duraturi sulla crescita dovuti a incrementi di produttività stimabili tra 3 e 6 punti percentuali in un decennio”, ricorda Panetta.
E’ comunque sul fronte della tecnologia che “si giocherà la partita del futuro“, per l’Italia e per il resto d’Europa. Servirà, scandisce, “valorizzare la ricerca, accompagnare il sistema produttivo nella sua trasformazione proteggendo i più svantaggiati, creare un ambiente normativo, economico e finanziario che favorisca l’assunzione di rischi imprenditoriali nei settori innovativi e che limiti il potere monopolistico di pochi grandi attori”.

Bankitalia: 2023 a due fasi, prima la crescita poi lo stop. Restano rischi sul prezzo del gas

Il Pil italiano è cresciuto nella prima parte dell’anno, ma ora questo trend si è “sostanzialmente arrestato”. Anche i dati della Banca d’Italia confermano che il nostro Paese è in una fase molto particolare per l’economia, con un 2023 a due fasi. I dati raccolti nel terzo Bollettino economico di via Nazionale mostrano che nei primi tre mesi dell’anno “il Pil italiano è tornato a crescere dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, i consumi delle famiglie sono saliti, sospinti dal parziale recupero del reddito disponibile reale e da condizioni più favorevoli del mercato del lavoro, e gli investimenti totali, che hanno raggiunto livelli di oltre il 20% superiori a quelli del 2019, hanno continuato ad aumentare“. Ma allo stesso modo, da aprile a giugno c’è stata una evidenza frenata.

“L’attività è stata sostenuta dai servizi (soprattutto quelli turistico-ricreativi)“, spiega lo studio, ma “la produzione manifatturiera è diminuita, frenata in particolare dall’indebolimento del ciclo industriale globale“. Dunque, “in attesa che lo stimolo derivante dal Pnrr si dispieghi pienamente“, l’attività sembra ridotta “anche nel settore delle costruzioni, risentendo della graduale attenuazione degli effetti degli incentivi fiscali legati al Superbonus 110%“. Almeno in questo quadro un aspetto positivo c’è, perché secondo le valutazioni di Bankitalia, anche se “su un insieme ancora limitato di dati“, l’alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna lo scorso mese di maggio “pur avendo conseguenze rilevanti sull’economia locale, non ha avuto un impatto significativo sulla crescita del prodotto dell’Italia nel complesso del secondo trimestre“.

Altro capitolo delicato è quello relativo all’energia e riguarda tutta Europa, dunque Italia compresa. Ad oggi lo scenario è quello di un costante trend di calo dei prezzi di gas naturale al Ttf, la borsa di riferimento. Nella prima settimana di luglio è arrivato a toccare una quota poco inferiore ai 35 euro per megawattora, una cifra decisamente migliore dei circa 50 euro/Mwh di fine marzo. Merito del livello di stoccaggi molto ampio, combinato all’andamento moderato dei consumi industriali e l’abbondante offerta di Gnl a livello globale. Ma guai ad abbassare la guardia, avverte la Banca d’Italia, perché “i rischi che gravano sul prezzo del gas per la prossima stagione invernale rimangono non trascurabili”. Restando in tema, sono molto positive le cifre disavanzo energetico, che nei primi tre mesi del 2023 “si è dimezzato“, arrivando al 3,6% del Pil, “grazie alla forte riduzione del valore delle importazioni (da 8,6 a 4,6 miliardi di euro)”.

Nel primo trimestre 2023, poi, la progressiva riduzione dei prezzi dell’energia e dei beni importati ha determinando un “calo dei costi variabili per unità di prodotto dell’1,6%” rispetto al trimestre precedente, mette in luce il Bollettino. Il margine operativo lordo rapportato al valore della produzione è quindi cresciuto di circa 1,8 punti percentuali, “recuperando pienamente i livelli del 2021“. Questo aumento dei margini di profitto ha riguardato tutti i settori della manifattura, inclusi quelli della metallurgia, della chimica e della produzione di carta e legno, nei quali nonostante la contrazione dei prezzi si è osservata una diminuzione dei costi più intensa. Ma “nel complesso del manifatturiero i margini di profitto sono tornati ai livelli pre-pandemici“, sebbene “gli andamenti sono stati tuttavia eterogenei tra comparti“.

La diminuzione dei prezzi dell’energia ha contribuito notevolmente anche al calo dell’inflazione. Stando al Bollettino di Bankitalia, dalla seconda metà del 2022 negli Usa, sulla base dell’indice dei prezzi al consumo, è scesa di circa 6 punti percentuali (dal 9,1% di giugno 2022 al 3 in giugno di quest’anno)”. Ma l’andamento è simile anche nell’area dell’euro, che passa “dal 10,6% di ottobre 2022 al 5,5 del mese scorso, appaiando la dinamica degli degli Stati Uniti, seppure “con alcuni mesi di ritardo”. Nella media del secondo trimestre è proseguita anche la discesa dell’inflazione armonizzata al consumo, che a giugno raggiunge 6,7%. Sui prezzi dei beni alimentari c’è un lieve allentamento, ma in sostanza “continuano a risentire degli effetti ritardati dello shock energetico sui costi di produzione lungo l’intera filiera“. Inoltre, avverte Bankitalia, “pressioni al rialzo potrebbero derivare dagli ingenti danni alla produzione agricola causati dall’alluvione in Emilia-Romagna”.

Guardando al prossimo futuro, però, secondo le proiezioni della Banca d’Italia per l’economia italiana, nello scenario di base il Pil aumenterebbe dell’1,3% quest’anno, dello 0,9 nel 2024 e dell’1 percento nel 2025. Inoltre, l’inflazione sarebbe al 6% nel 2023 per poi scendere al 2,3 nel 2024 e al 2 nel 2025. “Il quadro macroeconomico continua a essere caratterizzato da forte incertezza, con rischi orientati al ribasso per la crescita e bilanciati sull’inflazione”, sottolinea via Nazionale. Specificando che in questo quadro “si ipotizza che le tensioni connesse con il conflitto in Ucraina non comportino ulteriori difficoltà nell’approvvigionamento di materie prime energetiche“.