Dal cambiamento climatico perdite economiche per 24,7 trilioni di dollari entro il 2060

La perdita di Pil globale dovuta ai cambiamenti climatici aumenterà esponenzialmente quanto più il pianeta si riscalderà, se si tiene conto del suo impatto a cascata sulle catene di approvvigionamento globali. E’ quanto emerge da una nuova ricerca guidata da ricercatori dell’University College London (UCL).

Lo studio, pubblicato su Nature, è il primo a tracciare le “perdite economiche indirette” del cambiamento climatico sulle catene di approvvigionamento globali che interesseranno regioni potenzialmente meno colpite dal previsto aumento delle temperature.

Queste interruzioni delle catene di approvvigionamento aggraveranno ulteriormente le perdite economiche previste a causa dei cambiamenti climatici, portando a una perdita economica netta prevista tra i 3,75 trilioni e i 24,7 trilioni di dollari entro il 2060, a seconda della quantità di anidride carbonica emessa.

L’autore principale, il professor Dabo Guan (UCL Bartlett School of Sustainable Construction) spiega che “questi impatti economici previsti sono sconcertanti. Le perdite peggiorano con l’aumentare del riscaldamento del pianeta e, se si considerano gli effetti sulle catene di approvvigionamento globali, si capisce come ogni luogo sia a rischio economico”.

Poiché l’economia globale è diventata sempre più interconnessa, le perturbazioni in una parte del mondo hanno effetti a catena nel resto del globo, a volte in modo inaspettato. I fallimenti dei raccolti, i rallentamenti del lavoro e altre perturbazioni economiche in una regione possono influire sulle forniture di materie prime che affluiscono in altre parti del mondo che ne dipendono, interrompendo la produzione e il commercio in Paesi anche lontani.

Più la Terra si riscalda, più peggiora la sua situazione economica, con un aggravamento dei danni e delle perdite economiche che aumenta esponenzialmente con il passare del tempo e con l’aumento del calore. I cambiamenti climatici danneggiano l’economia globale soprattutto a causa dei costi sanitari dovuti all’esposizione al calore, all’interruzione del lavoro quando fa troppo caldo e agli stop che si propagano a cascata attraverso le catene di approvvigionamento.

I ricercatori hanno confrontato le perdite economiche previste in tre scenari di riscaldamento globale. Quello migliore prevede un aumento delle temperature globali di soli 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali entro il 2060, quello intermedio, che secondo la maggior parte degli esperti si trova attualmente sulla Terra, prevede un aumento delle temperature globali di circa 3 gradi centigradi, mentre lo scenario peggiore prevede un aumento delle temperature globali di 7 gradi centigradi.

Entro il 2060, le perdite economiche previste saranno quasi cinque volte maggiori con il percorso di emissioni più alto rispetto a quello più basso, con perdite economiche che peggioreranno progressivamente con l’aumento del riscaldamento. Entro il 2060, le perdite totali del Pil ammonteranno allo 0,8% con un riscaldamento di 1,5 gradi, al 2,0% con un riscaldamento di 3 gradi e al 3,9% con un riscaldamento di 7 gradi.

Anche il costo umano diretto è significativo. Anche nel caso del percorso più basso, nel 2060 si registrerà il 24% in più di giorni di ondate di calore estremo e 590.000 morti in più all’anno, mentre nel caso del percorso più alto il numero di ondate di calore sarà più che raddoppiato e si prevedono 1,12 milioni di morti in più all’anno. Questi impatti non saranno distribuiti uniformemente in tutto il mondo, ma saranno i Paesi vicini all’equatore a sopportare il peso maggiore del cambiamento climatico, in particolare quelli in via di sviluppo.

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Ansia climatica della Generazione Z è reale: preoccupati 8 giovani su 10

La cosiddetta ansia climatica – cioè la preoccupazione, la paura o l’ansia cronica legata al destino ambientale del pianeta per via di gravi eventi climatici – è reale e lo è ancora di più. Nelle persone più giovani e in quelle più sensibili ai temi di riscaldamento globale, cambiamenti climatici, aumento dell’incidenza di disastri naturali, deforestazione, innalzamento del livello del mare, ed eventi meteorologici estremi, l’ansia climatica può manifestarsi con sintomi specifici di stress.

Una nuova ricerca della Curtin University ha dimostrato che i giovani australiani sono molto preoccupati per il cambiamento climatico, che sta avendo un impatto significativo sulle loro vite e potrebbe avere conseguenze più ampie nei decenni a venire. Pubblicato su Sustainable Earth Reviews, lo studio ha intervistato gli studenti universitari australiani appartenenti alla Generazione Z (persone nate tra il 1995 e il 2010) e ha rilevato che il cambiamento climatico è la loro preoccupazione ambientale numero uno.

Oltre l’80% ha dichiarato di essere “preoccupato” o “molto preoccupato” per il cambiamento climatico e molti hanno rivelato di sentirsi in ansia per questo problema. L’ansia da clima vede la preoccupazione per il cambiamento climatico manifestarsi come pensieri inquietanti, angoscia opprimente per i futuri disastri climatici e per il continuo destino dell’umanità e del mondo. Può anche tradursi in sentimenti di paura, insicurezza, rabbia, esaurimento, impotenza e tristezza.

Per Dora Marinova, professoressa di sostenibilità alla Curtin, l’ansia da clima è un fattore che contribuisce al senso di disagio generale della Gen Z nei confronti del futuro, che potrebbe avere importanti ripercussioni anche tra molti anni. “Questi giovani sono molto preoccupati e, in un certo senso, intimoriti dalla mancanza di azioni concrete per combattere il cambiamento climatico“, ha spiega l’esperta. “La generazione Z ha serie preoccupazioni che non solo avranno un impatto sulla loro salute mentale – cosa che la società e il sistema sanitario pubblico dovranno affrontare – ma anche sulle scelte che i giovani fanno: come spendono i loro soldi, se hanno una famiglia, la scelta della loro carriera e altro ancora“.

Lo studio ha anche rivelato che, nonostante le loro preoccupazioni, solo il 35% della generazione Z si impegna regolarmente nell’attivismo per il clima, come la raccolta di fondi, la donazione di denaro per cause meritevoli, il sostegno a campagne politiche o la partecipazione a eventi come marce o proteste.

Diana Bogueva, ricercatrice del Curtin, conferma, però, che gli intervistati utilizzano regolarmente i social media per esprimere le proprie preoccupazioni e reperire informazioni. Secondo la ricercatrice, anche se le loro attività online sono importanti, la generazione Z potrebbe aver bisogno di impegnarsi in altri modi per alleviare l’ansia climatica e promuovere il cambiamento.
Per la ricercatrice non è solo responsabilità della generazione Z risolvere il cambiamento climatico – un problema che non hanno creato loro – ma intraprendere un’azione significativa può aiutare ad alleviare i sentimenti di ansia e impotenza di un individuo. “Questo può includere scoprire come possono essere parte della soluzione nella loro vita personale, sia che si tratti di scegliere una carriera che abbia un impatto, sia che si tratti di modificare i prodotti o gli alimenti che consumano“, dice. “Anche se le sfide del cambiamento climatico possono spaventare, non è troppo tardi per la generazione Z per fare la differenza lottando per un futuro sostenibile“.

caldo record

INFOGRAFICA INTERATTIVA Clima, le anomalie globali di temperatura dal 1880 al 2023

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, su dati forniti da Copernicus, sono illustrate le anomalie termiche registrate a livello globale dal 1880 al 2023 rispetto alla media 1951-1980. Secondo l’Accordo di Parigi del 2015 l’incremento della temperatura deve essere contenuto entro 1,5 °C rispetto al periodo pre industriale; a settembre 2023 il dato era già a +1,21 °C.

Meteo, in arrivo anticiclone africano: la primavera in anticipo con sole e oltre 20 gradi

Il caldo non si farà attendere. L’Equinozio di Primavera cadrà alle ore 4.06 di mercoledì 20 marzo 2024. Con una settimana di anticipo, arrivano condizioni miti, soleggiate e primaverili quasi ovunque. Lorenzo Tedici, meteorologo del sito www.iLMeteo.it, conferma l’arrivo della Primavera in anticipo, salvo alcune note instabili al Sud e sul medio Adriatico nella giornata di oggi. Dal punto di vista astronomico è successo ininterrottamente dal 2008, e succederà ancora: fino al 2043, il 20 marzo sarà sempre il primo giorno della Primavera. Scalzato il 21 marzo dal calendario astronomico, per almeno una ventina di anni ancora, ecco che nel 2024 le condizioni primaverili arriveranno ancora prima: dalle prossime ore un anticiclone di matrice sub-tropicale, l’anticiclone africano, rimonterà dal Marocco e dall’Algeria verso l’Italia portando tanto sole e temperature massime fino ed oltre i 20 gradi centigradi.

In tutto questo contesto tranquillo e gradevole, dobbiamo sottolineare per pignoleria qualcosa di rilevante e significativo: il pericolo valanghe resterà molto alto, grado 4 su una scala che va da un minimo di 1 ad un massimo di 5. Pericolo ‘Forte’ su gran parte della catena alpina centro-occidentale per gli accumuli record di neve del mese di marzo. Niente fuoripista o ciaspolate, per ora. Oltre alle condizioni nivologiche difficili, ritroveremo anche dei rovesci al Sud e localmente sul medio Adriatico a causa di residui ciclonici in quota e del riscaldamento diurno: oggi si formeranno soprattutto dei temporali di calore pomeridiani, nella normale evoluzione primaverile.

Le temperature massime saliranno fino a circa 20°C anche al Nord; attenzione, però, le minime saranno frizzanti, localmente intorno ai 2-4°C in pianura. Questo significherà, per alcuni giorni, doversi vestire a cipolla, coperti al mattino per poi spogliarsi durante il giorno. Dal punto di vista previsionale, dopo un mercoledì 13 marzo all’insegna di qualche temporale, avremo prevalenza di sole da Nord a Sud giovedì e venerdì. Sabato ritroveremo qualche temporale al Centro-Sud, mentre domenica 17 marzo il cielo sarà azzurro ed il tempo mite ovunque (a Bolzano attesi 21°C): tutto sommato, il prossimo weekend interromperà la maledizione dei fine settimana. Eravamo infatti arrivati a 3 weekend di fila guastati dal maltempo; adesso possiamo finalmente progettare la prima gita al mare o una bella sciata, sempre in pista però fino a quando le tonnellate di neve caduta non si saranno assestate per bene.

Il sole di metà marzo, è bene ricordarlo, presenta un’intensità dei raggi pari a quella di metà settembre: una prima mano di crema solare non guasterà, soprattutto sulle pelli più bianche di chi ha vissuto la lunga ‘maledizione dei weekend’ in casa o sotto cieli grigi e plumbei.

Entrando nel dettaglio, oggi al nord sole e clima primaverile salvo nebbie/cielo coperto al mattino sul Triveneto, al centro soleggiato, al sud qualche temporale in Calabria. Domani, 14 marzo, al nord bel tempo e clima mite, al centro sole prevalente e al sud bel tempo. Venerdì 15 marzo al nord tante nuvole, pioviggine in Liguria, piogge notturne al Nordest. Al centro cielo via via più coperto, piovaschi su alta Toscana e al sud bel tempo. La tendenza sarà di un’atmosfera piuttosto stabile anche per il weekend del 16 e 17 marzo. Sabato con qualche temporale in più al Centro-Sud.

Clima, l’Europa deve fare di più per evitare conseguenze catastrofiche

L’Europa deve fare di più per il clima per evitare conseguenze catastrofiche. E’ l’avvertimento lanciato dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (Aea), secondo la quale l’Europa potrebbe trovarsi di fronte a situazioni “catastrofiche” se non prenderà le misure dei rischi climatici che deve affrontare, molti dei quali hanno già raggiunto un livello critico. “Il caldo estremo, la siccità, gli incendi boschivi e le inondazioni che abbiamo sperimentato negli ultimi anni in Europa peggioreranno, anche in scenari ottimistici di riscaldamento globale, e influenzeranno le condizioni di vita in tutto il continente“, ha scritto l’agenzia in un comunicato di presentazione del suo primo rapporto sulla valutazione dei rischi climatici in Europa. “Questi eventi rappresentano la nuova normalità“, ha insistito il direttore dell’Aea Leena Ylä-Mononen durante un incontro con la stampa. “Dovrebbero anche essere un campanello d’allarme“.

Lo studio elenca 36 grandi rischi climatici per l’Europa. Di questi, 21 richiedono un’azione più immediata e otto una risposta di emergenza. Tra questi, i principali sono i rischi per gli ecosistemi, soprattutto marini e costieri. Ad esempio, gli effetti combinati delle ondate di calore marine, dell’acidificazione e dell’esaurimento dell’ossigeno nei mari e di altri fattori antropici (inquinamento, pesca, ecc.) stanno minacciando il funzionamento degli ecosistemi marini, si legge nel rapporto. “Il risultato può essere una perdita sostanziale di biodiversità, compresi eventi di mortalità di massa“, aggiunge il rapporto.

Per l’Aea, la priorità è che i governi e le popolazioni europee riconoscano unanimemente i rischi e decidano di fare di più e più rapidamente. “Dobbiamo fare di più e avere politiche più forti“, ha insistito Ylä-Mononen. Tuttavia, l’agenzia ha riconosciuto i “notevoli progressi” compiuti “nella comprensione dei rischi climatici (…) e nella preparazione ad essi“. Per l’Aea, le aree più a rischio sono l’Europa meridionale (incendi, scarsità d’acqua e relativi effetti sulla produzione agricola, impatto del caldo sul lavoro all’aperto e sulla salute) e le regioni costiere a bassa quota (inondazioni, erosione, intrusione di acqua salata). L’Europa settentrionale non è comunque risparmiata, come dimostrano le recenti inondazioni in Germania e gli incendi boschivi in Svezia.

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El Nino contribuirà a temperature superiori alla norma tra marzo e maggio

Il fenomeno meteorologico El Nino ha raggiunto il suo picco a dicembre ed è uno dei cinque più potenti mai registrati, ha dichiarato martedì l’Organizzazione meteorologica mondiale, prevedendo temperature superiori alla norma tra marzo e maggio sulle aree terrestri. “Si prevedono temperature superiori alla norma su quasi tutte le aree terrestri tra marzo e maggio“, ha dichiarato. El Nino “si sta gradualmente indebolendo ma continuerà ad avere un impatto sul clima globale nei prossimi mesi, alimentando il calore intrappolato dai gas serra prodotti dalle attività umane“, aggiunge l’organizzazione.

El Nino è un fenomeno meteorologico naturale che riscalda gran parte del Pacifico tropicale e si verifica ogni due-sette anni, con una durata compresa tra i nove e i dodici mesi. Modifica la circolazione dell’atmosfera su scala planetaria, riscaldando aree lontane e, come sottolinea l’Omm, si verifica nel contesto di un clima modificato dalle attività umane. “C’è circa il 60% di possibilità che El Nino persista tra marzo e maggio e l’80% che si osservino condizioni neutre (né El Nino né La Nina) da aprile a giugno“, ha dichiarato l’Omm.

Ogni mese dal giugno 2023 ha stabilito un nuovo record di temperatura mensile e il 2023 è stato di gran lunga l’anno più caldo mai registrato“, ha spiegato Celeste Saulo, nuovo segretario generale dell’Omm. “El Niño ha contribuito a queste temperature record, ma i gas serra che intrappolano il calore sono inequivocabilmente i principali responsabili“, ha affermato. “Le temperature della superficie oceanica nel Pacifico equatoriale riflettono chiaramente El Nino. Ma le temperature della superficie del mare in altre parti del globo sono state persistenti e insolitamente alte negli ultimi 10 mesi“, ha detto la meteorologa argentina, che da gennaio è a capo dell’organizzazione. “La temperatura superficiale del mare nel gennaio 2024 è stata di gran lunga la più alta mai registrata per il mese di gennaio. Questo è preoccupante e non può essere spiegato solo da El Nino“, ha avvertito.

L’attuale episodio di El Nino, iniziato nel giugno 2023, ha raggiunto il suo picco tra novembre e gennaio. Ha registrato un valore massimo di circa 2,0°C al di sopra della temperatura media della superficie del mare nel periodo 1991-2020 per l’Oceano Pacifico tropicale orientale e centrale. L’O,, afferma che esiste la possibilità che La Nina – che, a differenza di El Nino, abbassa le temperature – si sviluppi “più avanti nel corso dell’anno” dopo le condizioni neutre (né l’una né l’altra) tra aprile e giugno. Ma l’Omm ritiene che le probabilità siano troppo incerte per il momento.

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Clima, emissioni e sostenibilità: la Commissione europea rivendica i 10 “risultati chiave”

La prima legge europea sul clima, il fondo europeo per una transizione giusta, il dispiegamento di colonnine elettriche su strade e autostrade d’Europa. E, ancora, la revisione dell’Ets, il sistema di certificati di emissioni, affiancato dal nuovo sistema di carbon tax transfrontaliero. Con la legislatura europea agli sgoccioli la Commissione prova a fare un bilancio dell’attività svolta e i successi ottenuti nel corso del mandato. Per quanto riguarda la parte ‘green’ dell’azione dell’esecutivo comunitario, il rapporto stilato a Bruxelles, si concentra su 10 risultati considerati chiave.

Al primo posto viene menzionata la prima legge europea sul clima, approvata nel 2021, che fissa obiettivi chiari per fare dell’Ue una regione climaticamente neutrale entro il 2050, oltre a fissare l’obiettivo di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030, rispetto al 1990. Obiettivi rivisti a febbraio 2024, con la raccomandazione della Commissione per un ulteriore obiettivo intermedio di ridurre del 90% le emissioni entro il 2040.

Secondo obiettivo chiave raggiunto: il Just Transition Fund. “Con il sostegno di 19,7 miliardi di euro di finanziamenti – rivendica la Commissione – l’Ue ha aiutato le regioni vulnerabili a diversificare le attività economiche e ad affrontare l’impatto socioeconomico della transizione pulita”.

Terzo risultato della lista: sostegno a gli agricoltori di 22 Stati membri con 330 milioni di euro per far fronte agli impatti degli eventi climatici e ai maggiori costi dei fattori di produzione. A questo si aggiunge la concessione di flessibilità ai governi nazionali per integrare il sostegno dell’U e fino al 200% con fondi nazionali e di fornire anticipi più elevati sui fondi della politica agricola comune per migliorare il flusso di cassa degli agricoltori.

Risultato numero quattro: “Dal 2019 abbiamo approvato sette importanti progetti di comune interesse europeo (IPCEI) che coinvolgono 22 Stati membri”. Questi progetti ambiziosi riguardano, ad esempio, le batterie, la microelettronica, l’idrogeno e il cloud computing. Con aiuti di Stato pari a 32,9 miliardi di euro, si sbloccheranno almeno 50,3 miliardi di euro di investimenti privati aggiuntivi.

Il punto numero 5 della lista dei principali obiettivi ‘green’ raggiunti nella legislatura riguarda lazione per utilizzare meglio le risorse scarse e ridurre i rifiuti. Qui, sottolinea la Commissione, “abbiamo adottato misure per rendere i prodotti più sostenibili, riducendo i 2,2 miliardi di tonnellate di rifiuti che l’Ue produce ogni anno”.

In termini di efficienza e sostenibilità, il grande successo numero sei per la Commissione è “la nostra forte attenzione all’uso più intelligente dei materiali” dimostrata con il Nuovo Bauhaus europeo. “Con oltre 600 organizzazioni partner ufficiali che vanno dalle reti a livello europeo alle iniziative locali, il Bauhaus raggiunge ora milioni di cittadini”.

Ancora, durante questo mandato la Commissione ha aggiornato il sistema di scambio di quote di emissioni dell’Ue (ETS) per coprire più attività, motivando più settori economici ad attuare riforme verso la transizione pulita. Ciò genera maggiori entrate che verranno reinvestite in innovazione, azione per il clima e sostegno sociale, ad esempio attraverso il Fondo per l’innovazione, il Fondo per la modernizzazione e il Fondo sociale per il clima.

Risultato ‘green’ numero otto: la trasformazione sostenibile del settore trasporti. “Abbiamo sostenuto la produzione di batterie nell’Ue e lo sviluppo dell’idrogeno pulito”, sottolinea la Commissione. “Abbiamo inoltre stabilito requisiti per garantire che le stazioni di ricarica per veicoli elettrici siano disponibili ogni 60 km nella rete transeuropea dei trasporti”.

Nove: il meccanismo di adeguamento delle frontiere del carbonio (Cbam). Con questo meccanismo “abbiamo affrontato la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, assicurandoci che le emissioni siano ridotte ovunque vengano prodotte, e non semplicemente all’estero”.

Infine, il Piano d’azione ‘Inquinamento zero’ (Zero Pollution) della Commissione, che ha portato a proposte per standard modernizzati sulla qualità dell’acqua, della qualità dell’aria, delle emissioni industriali e delle sostanze chimiche.

siccità

Clima, allarme scienziati: +60% parti pretermine con surriscaldamento globale

L’aumento del numero di nascite pretermine, l’incremento dell’incidenza di malattie respiratorie e di decessi e l’aumento del numero di bambini ricoverati in ospedale sono alcuni degli esiti negativi che il mondo sta affrontando a causa degli impatti dei cambiamenti climatici estremi. Gli scienziati hanno passato decenni a mettere in guardia il mondo sui rischi delle temperature estreme, delle inondazioni e degli incendi, ma un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment è il primo a raccogliere tutte le prove scientifiche disponibili sugli effetti del cambiamento climatico sulla salute dei bambini.

La ricerca, guidata da Lewis Weeda, ricercatore della University of Western Australia e del Wal-yan Respiratory Research Centre del Telethon Kids Institute, e dal professore di ecologia globale Matthew Flinders, Corey Bradshaw, della Flinders University, mostra che il rischio di parto pretermine aumenterà in media del 60% in seguito all’esposizione a temperature estreme. Gli scienziati hanno esaminato i risultati di 163 studi sulla salute provenienti da tutto il mondo per condurre la loro ricerca e hanno scoperto, ad esempio, che le malattie respiratorie, la mortalità e la morbilità dei più piccoli sono state peggiorate dal cambiamento climatico. Non solo: a ciascun estremo climatico corrisponde un problema di salute specifico: il freddo estremo dà origine a malattie respiratorie, mentre la siccità e le precipitazioni estreme possono causare una crescita stentata per una popolazione.

Gli effetti di questo meccanismo saranno anche economici. “Dato che il clima influenza le malattie infantili – spiega Bradshaw – i costi sociali e finanziari continueranno ad aumentare con il progredire dei cambiamenti climatici, esercitando una pressione crescente sulle famiglie e sui servizi sanitari”.

“La nostra ricerca – dice Weeda – riconosce alcune aree in cui i bambini sono più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Lo sviluppo di politiche di salute pubblica per contrastare queste malattie legate al clima, insieme agli sforzi per ridurre i cambiamenti climatici antropogenici, deve essere affrontato se vogliamo proteggere i bambini attuali e futuri”.

ghiacciai

‘Turismo migliore grazie a scioglimento ghiacci’: ecco come la Russia distorce il cambiamento climatico

Nessuna agenda politica per il clima, scarsa pianificazione all’adattamento, distruzione dell’atmosfera a causa delle operazioni militari – che aggiungono sostanze tossiche e rifiuti pericolosi al suolo, all’aria e all’acqua – ma anzi, investimenti sui combustibili fossili e una narrazione autoreferenziale che porta a raccontare, ad esempio, quanto sia ‘bello’ lo scioglimento dei ghiacci artici perché consente di viaggiare senza troppi disagi. Debra Javeline, professoressa associata di Scienze politiche all’Università di Notre Dame, è l’autrice principale di uno studio dedicato al rapporto tra la Russia e il cambiamento climatico, dal quale emerge un quadro decisamente preoccupante. La ricerca è stata condotta insieme a un gruppo di esperti del Ponars (Program on New Approaches to Research and Security in Eurasia), che hanno analizzato l’agricoltura, gli affari internazionali, il cambiamento dell’Artico, la salute pubblica, la società civile e la governance.

I ricercatori hanno scoperto che la Russia sta già soffrendo per una serie di impatti del cambiamento climatico – nonostante le dichiarazioni del governo – ed è mal preparata a mitigare o ad adattarsi alla nuova situazione. Inoltre, mentre il resto del mondo si sta convertendo alle fonti di energia rinnovabili, il governo russo, dipendente dai combustibili fossili, non è disposto o pronto a fare piani alternativi per il Paese. E mentre Mosca continua a condurre una guerra ad alta intensità di carbonio in Ucraina, rimane “sempre più isolata dalla comunità internazionale e dai suoi sforzi per ridurre le emissioni di gas serra”, scrivono gli esperti.

Il motivo di preoccupazione sta nel fatto che la Russia non solo è considerata il Paese più grande del mondo, occupando più della metà delle coste dell’Oceano Artico, ma si sta anche riscaldando quattro volte più velocemente della Terra ed è uno dei principali emettitori di gas serra. Gli impatti ambientali già in atto includono inondazioni, ondate di calore, siccità e incendi che colpiscono non solo le comunità, ma anche l’agricoltura, la silvicoltura e le risorse idriche.

Il riscaldamento globale, poi, ha avuto un’enorme influenza sul permafrost russo, che ora si sta scongelando a ritmi allarmanti. Quello che una volta era considerato un terreno stabile ora si sta spostando causando danni enormi. Lo studio ha evidenziato un aumento delle inondazioni, delle frane, dello sprofondamento del terreno che sostiene le infrastrutture esistenti, con conseguenti crepe nelle fondamenta e compromissione dei rifugi.

Secondo gli studiosi del Ponars, tuttavia, la leadership russa interpreta questi impatti climatici in modo autoreferenziale e incoraggia i cittadini ad accettarli come benefici. Ad esempio, mentre gli scienziati mettono in guardia dalle temperature estreme e dalla diminuzione del ghiaccio marino, il governo pubblicizza una rotta artica per tutto l’anno e un clima complessivamente più vivibile. Inoltre, le politiche per ridurre la vulnerabilità di alcune regioni agli impatti climatici sono limitate, e in generale la pianificazione dell’adattamento è scarsa e l’attuazione degli adattamenti effettivi ancora di più. Inoltre, “nessun leader politico di primo piano si fa promotore di un’agenda per il clima”, dicono gli esperti, e “chi occupa le più alte posizioni di potere o sta in silenzio o è negazionista”.

Infine, l’invasione dell’Ucraina ha aggravato l’emergenza climatica. “Il disastro umanitario è della massima importanza, ma il danno collaterale è l’intensa distruzione dell’atmosfera”, osservano i ricercatori. La guerra ha portato danni irreparabili al clima globale a causa dell’aumento delle emissioni militari, che, dicono i ricercatori, hanno assunto la forma di “diversi milioni di tonnellate extra di anidride carbonica equivalente”.

‘Climate change doesn’t exist’: provocazione alla Fashion Week

Una vecchia automobile rossa con la scritta ‘Climate change doesn’t exist‘ è distrutta da blocchi di grandine grandi come macigni. Una bicicletta nera sulla fiancata, un cartello pubblicitario accanto recita: ‘It’s time to change‘, è arrivato il momento di cambiare rotta. E’ un piccolo scenario apocalittico parcheggiato tra i civici 19 e 21 di via Paolo Sarpi a Milano, un’installazione che resterà lì da oggi, 20 febbraio, al 25 febbraio per lanciare un allarme sull’emergenza climatica durante la Fashion Week.

Il progetto, ideato e prodotto da Fondazione CESVI e Factanza Media, insieme a Mirror, nasce con l’obiettivo di trasformare un concetto astratto in un’esperienza visiva, per stimolare riflessioni sulla responsabilità individuale e collettiva. Gli eventi climatici estremi sono sempre più presenti, anche in Italia. Proprio Milano, che in questi giorni porta l’impietoso record di città tra le più inquinate al mondo, è ancora ferita dalle violente piogge che l’hanno recentemente colpita, come le devastanti alluvioni hanno messo in ginocchio l’Emilia-Romagna. Non si può più parlare di fenomeni passeggeri o imprevedibili. Questi sono gli effetti del riscaldamento globale: il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato, con una temperatura media di 0,60° superiore al periodo 1991-2000 e di 1,48° rispetto al livello preindustriale. Tra 1970 e 2021 i fenomeni meteorologici estremi nel mondo sono stati 11.778, con 4.300 miliardi di dollari di danni economici e la morte di 2 milioni di persone, per il 90% nei Paesi in Via di Sviluppo. Cesvi e Factanza invitano a ricordare che un’automobile distrutta non è nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che capita regolarmente in altri Paesi del mondo, dove gli eventi meteorologici estremi spazzano via ogni cosa. Come avvenuto in Pakistan tra il 2022 e il 2023.

Per questo, poco distante dall’installazione, un totem multimediale mostra l’impatto dei cambiamenti climatici in tutto il mondo con un approfondimento sul Pakistan, Paese simbolo dell’ingiustizia climatica: tra i più colpiti al mondo dagli eventi naturali estremi, sebbene sia tra i minori produttori di gas serra. Le alluvioni del 2022 hanno sommerso un terzo del Paese, tanto che oltre 33 milioni di persone sono state colpite e più di 8,2 milioni costrette ad abbandonare le proprie case. Ma l’emergenza si è estesa nel 2023 anche nel Punjab dove più di 750.000 persone sono state colpite da piogge estreme con oltre 630mila persone sfollate e quasi mezzo milione di acri di coltivazioni danneggiati.

Il messaggio è chiaro, per Gloria Zavatta, Presidente di Cesvi: “Se pensiamo che quel che accade in Europa e Italia sia drammatico, è necessario guardare più lontano, spesso ai Paesi già colpiti dalla crisi climatica e martoriati da povertà, fame, malattie, guerre, ingabbiati in un circolo vizioso che non lascia scampo ai loro abitanti”, scandisce, ricordando che il cambiamento climatico “esacerba le diseguaglianze e le ingiustizie sia a livello internazionale che locale“. Da un lato i Paesi che soffrono maggiormente gli impatti del cambiamento climatico non sono quelli che hanno contribuito di più alla genesi del fenomeno. Dall’altro, in ogni singolo Paese sono le comunità più povere e marginalizzate ad essere le più colpite. “La scelta di ribadire l’allarme sull’emergenza climatica in concomitanza della Fashion Week ci permette di attenzionare un tema di rilevanza assoluta in un momento di grande visibilità per Milano, città della moda, ma sempre più attenta alle tematiche legate alla sostenibilità“, spiega.

L’installazione è “simbolo e monito a riconoscere la realtà del cambiamento climatico e le sue conseguenze devastanti“, le fa eco Bianca Arrighini, Ceo e co-founder di Factanza, uno dei leader tra le piattaforme digitali. “Non si tratta solo di una manifestazione di solidarietà – garantisce-, ma di un impegno tangibile verso la causa. Portare avanti questo progetto significa mettere in luce le storie e gli impatti umani legati alle crisi climatiche, promuovendo azioni concrete che ricordino l’importanza di un’immediata azione globale“.