Ursula von der Leyen

Clima, il 6 febbraio la proposta Ue sul target intermedio al 2040

Sei febbraio. La comunicazione della Commissione europea sul nuovo obiettivo climatico intermedio al 2040 sarà discussa e adottata dal collegio a guida von der Leyen proprio in questa data a Strasburgo, secondo l’ultimo ordine del giorno della riunione del collegio dei commissari (sempre suscettibile a cambiamenti dell’ultima ora).

La Legge Ue per il clima (adottata a Bruxelles nel 2021) impegna tra le altre cose l’Unione europea a stabilire un nuovo obiettivo intermedio per il 2040 e un bilancio indicativo previsto per i gas a effetto serra dell’Unione per il periodo 2030-2050, ovvero quante emissioni nette di gas serra possono essere emesse in quell’arco temporale senza mettere a rischio gli impegni dell’Unione.
La legge sul clima ha fissato il target di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Il 2040 è il secondo target intermedio prima di arrivare alla neutralità carbonica nel 2050. Dopo il 2050 si considerano emissioni negative: cioè non potranno più essercene di nuove, ma rimarranno quelle esistenti. La tempistica delle discussioni per il 2040 è strettamente legata al ciclo di ambizione quinquennale dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015, che fissa l’impegno a limitare l’aumento della temperatura entro 1,5°C. Si prevede che tutte le parti dell’accordo inizieranno a pensare al prossimo obiettivo quest’anno per poi comunicarlo prima della Cop29 (29esima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che si terrà il prossimo anno a Baku, in Azerbaijan.

I consulenti scientifici dell’Ue hanno suggerito una riduzione delle emissioni del 90% (rispetto ai livelli del 1990) entro il 2040, pubblicando uno studio con raccomandazioni sulla fattibilità tecnologica, limiti e rischi ambientali, cooperazione internazionale. Il commissario Ue per azione per il clima, Wopke Hoekstra, ha promesso che la Commissione preparerà una valutazione d’impatto approfondita e analizzerà diversi scenari, costi e benefici, impegnandosi a lavorare in linea con i suggerimenti del comitato consultivo e dunque ha sostenuto personalmente l’obiettivo del 90% entro il 2040, anche se la decisione dovrà essere collegiale (di tutta la Commissione europea).

In attesa della proposta da parte della Commissione europea, i ministri Ue dell’Ambiente hanno avuto questa settimana a Bruxelles un primo confronto sull’argomento pranzo informale sul tema con Ottmar Edenhofer, presidente della Comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici. E anche l’Italia sembra possibilista sul target. Per l’Italia si tratta di “un obiettivo ambizioso, ma che dobbiamo perseguire. E’ legato allo sviluppo delle tecnologie e in linea con la riduzione del 55% al 2030, pertanto l’Italia deve fare di tutto per riuscirci e può riuscirci”, ha dichiarato il ministro per l’Ambiente e la sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, in un punto a Bruxelles.

Il target climatico è tra le ultime grandi proposte che la Commissione europea ormai alla fine della legislatura si troverà ad avanzare. Anche dopo la comunicazione di febbraio, l’iter sarà appena avviato e spetterà alla prossima Commissione europea raggiungere un accordo politico con Parlamento e Consiglio Ue.

DNA polpi antartici rivela: calotta polare si scioglie più velocemente del previsto

Il Dna dei polpi antartici rivela che la calotta polare potrebbe sciogliersi più velocemente di quanto si pensi. Per studiare i cambiamenti passati della calotta antartica, gli scienziati hanno esaminato i geni di un polpo che vive in queste acque polari, scoprendo che una parte di questo gigantesco ghiacciaio potrebbe sciogliersi più velocemente del previsto. Uno studio pubblicato sulla rivista Science rivela che le attuali popolazioni isolate di polpo di Turquet, che vivono nelle profondità dell’Antartide, si sono accoppiate liberamente 125.000 anni fa, il che implica che la parte occidentale del continente fosse allora libera dai ghiacci. La scoperta suggerisce che questa parte della calotta glaciale, nota come West Antarctic Ice Sheet, potrebbe sciogliersi molto più velocemente del previsto.

La minaccia è che il livello del mare possa aumentare di oltre 3 metri se il mondo non riuscirà a raggiungere l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi di non superare 1,5°C di riscaldamento globale. Un tale innalzamento del livello del mare trasformerebbe notevolmente la geografia mondiale, sommergendo isole e territori costieri. Sally Lau, biologa evoluzionista della James Cook University e autrice principale dello studio, ha dichiarato all’AFP che il polpo di Turquet era un candidato ideale per lo studio della calotta glaciale dell’Antartide occidentale, in particolare per la sua presenza in tutto il continente di ghiaccio, e che di questo invertebrato si conoscono già informazioni di base, come la sua aspettativa di vita e il fatto che esiste da circa quattro milioni di anni.

Lungo circa 15 cm senza tentacoli e con un peso di circa 600 grammi, deposita grandi uova in piccole quantità sul fondale marino. Questo significa che i polpi devono assicurarsi che la loro prole si schiuda, costringendoli a uno stile di vita che impedisce loro di allontanarsi troppo. La loro libertà di movimento è inoltre limitata dalle correnti oceaniche. Sally Lau e il suo team hanno sequenziato il Dna di 96 campioni, di solito raccolti inavvertitamente dai pescatori e poi lasciati negli archivi dei musei. La loro ricerca dimostra che un tempo esistevano passaggi marini che collegavano i mari di Amundsen, Ross e Weddell. La miscela genetica trovata nei campioni indica che la calotta glaciale dell’Antartide occidentale si è sciolta due volte. In primo luogo, a metà del Pliocene, circa 3-3,5 milioni di anni fa, uno scioglimento che gli scienziati erano già certi esistesse. Poi durante un’epoca di riscaldamento, durante l’ultimo periodo interglaciale, da 116.000 a 129.000 anni fa.

Questo è stato l’ultimo periodo in cui il pianeta è stato più caldo di circa 1,5°C rispetto ai livelli della rivoluzione preindustriale“, spiega Sally Lau. L’attività umana, principalmente la combustione di combustibili fossili, ha finora aumentato le temperature globali di 1,2°C rispetto a quelle della fine del XVIII secolo. Diversi studi precedenti a quello pubblicato giovedì su Science avevano già suggerito che la calotta antartica occidentale si fosse sciolta in passato, ma le loro conclusioni erano tutt’altro che definitive a causa della mancanza di dati geologici o genetici precisi. “Questo studio fornisce la prova empirica che la calotta glaciale dell’Antartide occidentale è collassata quando la temperatura media globale era simile a quella attuale, suggerendo che il punto di svolta per un futuro collasso della calotta glaciale dell’Antartide occidentale è vicino“, scrivono gli autori.

Gli autori di un articolo di accompagnamento alla pubblicazione su Science, Andrea Dutton dell’Università del Wisconsin-Madison e Robert DeConto dell’Università del Massachusetts ad Amherst, negli Stati Uniti, hanno definito lo studio “pionieristico“, aggiungendo che pone domande intriganti sulla possibilità che la storia si ripeta. Tuttavia, essi sottolineano che rimangono aperte diverse domande, tra cui se i precedenti crolli della calotta glaciale siano stati causati solo dall’aumento delle temperature o se altre variabili, come il cambiamento delle correnti oceaniche e le complesse relazioni ghiaccio-terra, siano state fattori di questi scioglimenti. Inoltre, non è chiaro se l’innalzamento del livello del mare avverrà nell’arco di diversi millenni o con balzi più rapidi. Tuttavia, queste incertezze non sono una scusa per l’inazione contro il riscaldamento globale, sostengono Andrea Dutton e Robert DeConto, e “questa nuova prova del Dna del polpo aggiunge un altro elemento a un castello di carte già traballante“.

Caldo record

INFOGRAFICA INTERATTIVA Clima, il costante surriscaldamento dell’aria

Nell’infografica interattiva di GEA, su dati Copernicus, si può vedere come la temperatura media dell’aria sulla Terra sia aumentata costantemente nel corso degli anni, dal 1940, quando era 15,57 °C al 2023 (16,77 °C). Passando con il cursore su ogni barra è possibile scoprire la temperatura relativa all’anno.
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Rapporto Eco Media: clima e alluvioni fra i temi ambientali più presenti sui media

Un milione di articoli in un anno su ambiente e sviluppo sostenibile da parte dei media italiani. E’ il numero che emerge dal Rapporto Eco Media 2023, presentato durante il 10° Forum ‘L’informazione ambientale in Italia, verso il Green New Deal’, promosso da Pentapolis Institute ETS ed Eco in Città, con il sostegno del Parlamento Europeo – Rappresentanza in Italia, insieme all’Ordine nazionale dei Giornalisti e alla Fieg – Federazione italiana editori giornali, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e con l’Adesione del Presidente della Repubblica. Tra le tematiche analizzate, emerge la predominanza del cluster ‘crisi’ che indica – in maniera più ampia – i temi del cambiamento climatico e della crisi ambientale. Raggiunge un picco di citazioni – per quanto concerne il 2022 – a novembre, mentre si segnala maggio 2023 come il più alto picco dell’anno (oltre 150.000 citazioni). A seguire, troviamo tra le tematiche più trattate energia, economia, biodiversità, risorse, istituzioni e società. Il tema trasporti è invece quello che riscuote in assoluto minor successo mediatico, non soltanto considerando tutti i palinsesti, ma anche all’interno dei palinsesti singoli. Dal report emerge inoltre che è meno presente il tema delle energie rinnovabili e, quando si tratta di energia, i media si concentrino prevalentemente su quelle che possono essere definite ‘risorse’ – come idrogeno e gas – o sulle infrastrutture come, per esempio, i rigassificatori.

A mostrare un interesse maggiore è il web (67% delle citazioni totali), seguito dalla stampa (20%). Il palinsesto televisivo con il 9% delle trasmissioni, prevale su quello radiofonico (4%). La parola che compare più di frequente è ‘alluvioni’. Il dato non stupisce, considerando che il 2023, soprattutto nei primi 6 mesi, le ha viste purtroppo protagoniste dei fatti di cronaca, in particolare a maggio per quanto accaduto in Emilia-Romagna. La fonte stampa più prolifica è Avvenire. Per il web, troviamo come quotidiani principali ilrestodelcarlino.it, repubblica.it, lastampa.it e lanazione.it. Seguono all’interno della classifica delle 20 fonti top, LiberoQuotidiano.it, ilsecoloxix.it, Affari Italiani e ilgazzettino.it. Per la tv, dedicano un maggior numero di trasmissioni al cluster ‘crisi’, RaiNews, Sky Tg24, Rai3, Tgcom24, La7 e Telenorba. Per le radio Radio24, Radio1, Giornale Radio, Radio Radicale e Radio Popolare.

Il monitoraggio, redatto da Volocom, con il supporto scientifico di Green Factor, si è svolto dal 1° ottobre 2022 al 30 settembre 2023 sui palinsesti stampa, web, tv e radio; i dati sono stati estrapolati da un flusso alimentato da oltre 4 milioni di notizie al giorno e composto da oltre 200mila fonti complessive. Si è utilizzato il solo palinsesto di fonti italiane, nello specifico: stampa: 440; web: 12.088; radio: 121; tv: 121.

Il percorso italiano sul doppio binario del Green New Deal e dell’Agenda 2030 è ancora un po’ in ritardo, nonostante segnali incoraggianti. Sono necessarie strategie condivise, politiche integrate, azioni concrete e un’informazione all’altezza del compito – afferma il direttore Massimiliano Pontillo, presidente di Pentapolis Group –. È importante sottolineare un crescente impegno della società civile, delle imprese e da qualche tempo del mondo della finanza; la nostra società, anche grazie al recente dinamismo dei giovani, ha ormai preso coscienza dei problemi che abbiamo di fronte e domanda interventi urgenti, che operino una giusta transizione ecologica: in questo scenario, i media hanno un ruolo molto importante, decisivo, di formazione e accelerazione nel centrare i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile“.

Cop28, Pichetto chiede uno sforzo per risultati ambiziosi. Le opposizioni attaccano

L’Italia chiede alla Cop28soluzioni costruttive che non siano ostaggio di posizioni estreme e ideologiche”. Mentre i negoziati sul documento finale è ancora work in progress, il nostro Paese, assieme ai partner europei e internazionali, spinge “perché prevalga un approccio concreto e pragmatico che consenta di giungere a una soluzione condivisa sull’obiettivo della decarbonizzazione, che tenga conto a livello globale delle esigenze legate alla sicurezza energetica e alla sostenibilità economica e sociale“, trapela da fonti del Mase.

A capo della delegazione italiana ci sono il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, con il suo vice ministro, Vannia Gava. “Si può e si deve fare di più. Stiamo lavorando con i partner europei per migliorare la proposta della Presidenza emiratina”, dice il responsabile del dicastero di via Cristoforo Colombo al termine della riunione di coordinamento dei ministri dell’Unione europea. Sottolineando, però, che rispetto alla bozza circolata a Dubai “serve uno sforzo ulteriore per un testo più ambizioso”.

L’obiettivo italiano è, infatti, quello di far prevalere un approccio concreto e pragmatico che consenta di giungere a una soluzione condivisa sull’obiettivo della decarbonizzazione, che tenga conto a livello globale delle esigenze legate alla sicurezza energetica e alla sostenibilità economica e sociale. Mentre negli Emirati Arabi si continua a lavorare su un compromesso, non mancano le reazioni nel dibattito politico italiano. Soprattutto dopo le notizie circolate sul documento finale, che non menziona l’uscita dalle fonti fossili. “E’ la vittoria dei petrolieri che, con oltre 2500 lobbisti, hanno invaso la conferenza sul clima, ma principalmente è la vittoria di Putin, che pur non avendo partecipato alla Cop28, il 6 dicembre si è recato ad Abu Dhabi e Riad per concordare con i sauditi il fallimento della conferenza“, commenta Angelo Bonelli (Europa Verde). Che poi accusa: “In questo contesto è imbarazzante la posizione dell’Italia: a parole si dice allineata con la Ue, ma nella pratica ha dimostrato di sostenere le posizioni dei paesi produttori di petrolio”. Dal M5S è il vicepresidente della Camera, Sergio Costa, ad augurarsi che il nostro Paese “non si discosti dall’ambizione europea, e non remi contro. Non possono esserci compromessi – ribadisce l’ex ministro dell’Ambiente – quando è in gioco il futuro dell’umanità. Il Pianeta senza i Sapiens sopravvive, ma il genere umano senza il Pianeta no“. Negativa anche la reazione delle associazioni, come il Wwf: “La nuova bozza di testo è deludente e molto meno ambiziosa di quelle precedenti, se passasse com’è sarebbe un disastro, un fallimento per i Governi chiamati ad affrontare, finalmente, la causa della crisi climatica, i combustibili fossili“, dice la Responsabile Clima ed Energia, Mariagrazia Midulla. Che avvisa: “Nessuno pensi di tornare a casa con un testo del genere, bisogna fare gli straordinari. Anche per la presidenza sarebbe uno smacco, visto che cercava risultati ambiziosi“.

Guerre, crisi climatica e collasso economico. Onu: “Servono 46 miliardi di aiuti”

Conflitti, emergenze climatiche, collasso economico… le prospettive per il 2024 sono “desolanti” e servono 46,4 miliardi di dollari per aiutare 180,5 milioni di persone nel mondo. Senza fondi sufficienti, “le persone pagheranno con la vita”, è l’avvertimento lanciato dall’Onu. Mentre i riflettori sono attualmente puntati sulla guerra nella Striscia di Gaza, le Nazioni Unite sottolineano che anche il Medio Oriente, il Sudan e l’Afghanistan sono stati oggetto di importanti operazioni di aiuto internazionale. Tuttavia, la portata dell’appello annuale e il numero di beneficiari che l’Onu cerca di aiutare sono stati rivisti al ribasso rispetto al 2023, a causa del calo delle donazioni.
“Gli aiuti umanitari salvano vite umane, combattono la fame, proteggono i bambini, scongiurano le epidemie e forniscono riparo e servizi igienici nelle situazioni più disumane”, ha dichiarato il capo degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite Martin Griffiths in un comunicato. “Ma il necessario sostegno della comunità internazionale non è commisurato ai bisogni”, ha aggiunto

Le Nazioni Unite avevano lanciato un appello per il 2023 per 56,7 miliardi di dollari, ma ne hanno ricevuto solo il 35%, il peggior deficit di fondi da anni. Le agenzie dell’Onu hanno fornito assistenza e protezione a 128 milioni di persone.

Il 2023 è destinato a diventare il primo anno dal 2010 in cui le donazioni per gli aiuti umanitari sono diminuite rispetto all’anno precedente. Per il 2024, l’Onu ha quindi deciso di ridimensionare l’appello alle donazioni, scegliendo di concentrarsi sui bisogni più urgenti.

Griffiths ha riconosciuto che la somma richiesta è ancora “enorme” e che probabilmente sarà difficile da raccogliere, dato che molti Paesi donatori stanno attraversando difficoltà economiche. Ma “senza finanziamenti adeguati, non saremo in grado di fornire un’assistenza vitale. E se non riusciremo a fornirla, le persone pagheranno con le loro vite”. L’appello alle donazioni è volto a finanziare le operazioni in 72 Paesi: 26 in crisi e 46 limitrofi che ne subiscono le ripercussioni, come l’afflusso di rifugiati.
La priorità assoluta è la Siria (4,4 miliardi di dollari), seguita da Ucraina (3,1 miliardi), Afghanistan (3 miliardi), Etiopia (2,9 miliardi) e Yemen (2,8 miliardi). Il Medio Oriente e il Nord Africa (13,9 miliardi) sono la prima area geografica a cui si rivolge l’appello.

Griffiths ha anche richiamato l’attenzione sulle necessità della Birmania, dell’Ucraina, che sta attraversando un “inverno disperato” con la prospettiva di un’intensificazione della guerra, e del Sudan, che, a suo avviso, non riceve l’attenzione che merita dalle capitali occidentali.

Per quanto riguarda il Venezuela, il funzionario delle Nazioni Unite ha detto di sperare che il dialogo politico permetta di sbloccare i beni congelati e che sia un “ottimo esempio che porta a ricompense sociali”. Per l’Afghanistan, ha ritenuto che se si potessero effettuare investimenti economici senza perdere di vista i diritti umani, la comunità internazionale potrebbe evitare una potenziale carestia a costi inferiori.

Anche le esigenze legate agli effetti del cambiamento climatico sono sempre più importanti. “Non c’è dubbio che il clima sia in competizione con i conflitti come motore dei bisogni”, ha spiegato. “Il clima sta muovendo più bambini oggi che le guerre. Non era mai stato così in passato”.

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Cop28, Creecy (Sudafrica): “Circostanze nazionali chiave per accordo sui fossili”

Alla COP28, qualsiasi impegno per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili dovrà riconoscere “le differenze nelle circostanze nazionali“, spiega all’AFP la ministra sudafricana dell’Ambiente Barbara Creecy, nominata dalla presidenza degli Emirati Arabi Uniti per svolgere un importante ruolo di intermediario nei negoziati.

In che modo il Sudafrica è interessato dalla crisi climatica?

“Il continente africano si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale. Nel nostro Paese il clima è già più caldo di 2,2 gradi in media e stiamo vivendo fenomeni meteorologici estremi come inondazioni, siccità, incendi, tempeste e innalzamento del livello del mare. Siamo determinati a dare il miglior contributo possibile alla riduzione delle emissioni di gas serra, tenendo conto delle circostanze nazionali. Ma chiediamo anche alla comunità internazionale, e in particolare ai Paesi sviluppati, di aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi di riduzione delle emissioni e a costruire la nostra resilienza ai cambiamenti climatici”.

Quali sono le sfide che il Sudafrica deve affrontare per il successo della sua transizione energetica?

“Il Sudafrica sta attualmente affrontando l’insicurezza energetica e la carenza di energia. Dipendiamo per il 90% dalla produzione di energia elettrica a carbone e, a causa delle scarse prestazioni di queste centrali, è molto difficile rispettare il calendario per il loro smantellamento. Ciononostante, rimaniamo impegnati nella transizione energetica, ma sarà molto importante garantire che ci siano più megawatt di energia sulla rete prima di poter chiudere le centrali. È un equilibrio complesso da raggiungere, per assicurarci di raggiungere gli obiettivi climatici mantenendo la sicurezza energetica”.

Il mondo dovrebbe accettare di eliminare gradualmente tutti i combustibili fossili alla COP28?

“Il problema che affrontiamo come Paesi in via di sviluppo è quello delle circostanze nazionali: abbiamo una responsabilità comune, ma abbiamo circostanze nazionali diverse e capacità diverse. I Paesi in via di sviluppo non devono scegliere tra la costruzione della loro resilienza climatica e il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Dobbiamo fare entrambe le cose. E abbiamo bisogno di aiuto per farlo. Ma non ci sono finanziamenti nuovi, prevedibili e su larga scala. Quindi continuiamo a spingere affinché gli impegni di finanziamento pubblico per il clima siano rispettati”.

Lei e il suo omologo danese siete stati incaricati di facilitare i negoziati tra i ministri di quasi 200 Paesi. Quale sarà il vostro ruolo?

“Da venerdì dovremo consultare i diversi Paesi e i diversi gruppi negoziali sul loro approccio alla valutazione globale dell’Accordo di Parigi (che costituisce la bozza di accordo per la COP28, ndr). Tutti concordano sulla necessità di guardare sia indietro che avanti. Dobbiamo tenere conto della migliore scienza disponibile e dell’equità. Come in ogni COP, il diavolo si nasconde nei dettagli. Dovremo sederci insieme e ascoltare molto attentamente, per identificare la forma finale di un accordo che sia estremamente ambizioso ma che promuova anche la massima equità per i Paesi in via di sviluppo”.

siccità

Clima, Copernicus conferma: 2023 sarà l’anno più caldo della storia

Non è una sorpresa, ma ora Copernicus Climate Change Service, il servizio europeo di monitoraggio del clima, lo conferma: il 2023 sarà l’anno più caldo della storia. Quest’anno, “ha già registrato sei mesi e due stagioni da record. Le straordinarie temperature globali di novembre, tra cui due giorni più caldi di 2ºC rispetto al periodo preindustriale, fanno sì che il 2023 sia l’anno più caldo della storia registrata”, dice Samantha Burgess, vicedirettrice di Copernicus.

“Finché le concentrazioni di gas serra continueranno ad aumentare – spiega Carlo Buontempo, direttore del servizio – non possiamo aspettarci risultati diversi da quelli visti quest’anno. La temperatura continuerà a salire e così anche l’impatto delle ondate di calore e della siccità. Raggiungere lo zero netto il prima possibile è un modo efficace per gestire i nostri rischi climatici”.

E anche i dati del mese scorso non sono positivi. Quello del 2023 è stato il novembre più caldo mai registrato a livello globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 14,22°C, cioè 0,85°C al di sopra della media di novembre 1991-2020 e 0,32°C al di sopra della temperatura del precedente novembre più caldo, quello del 2020.

L’anomalia della temperatura globale è stata pari a quella di ottobre 2023 e inferiore solo all’anomalia del settembre 2023, pari a 0,93°C. Novembre 2023 è stato più caldo di circa 1,75°C rispetto alla stima della media di novembre tra il 1850-1900, cioè il periodo di riferimento preindustriale.

Anche il monitoraggio degli 11 mesi del 2023 rivela nuovi record. Da gennaio a novembre, la temperatura media globale è la più alta mai registrata, 1,46°C al di sopra della media preindustriale del 1850-1900 e 0,13°C in più rispetto alla media degli undici mesi del 2016, attualmente l’anno solare più caldo mai registrato.

L’estensione del ghiaccio marino artico, spiega Copernicus, ha raggiunto l’ottavo valore più basso di novembre, con un 4% al di sotto della media, ben al di sopra del valore più basso di novembre registrato nel 2016 (13% al di sotto della media). L’estensione del ghiaccio marino antartico è stata la seconda più bassa di novembre, con il 9% al di sotto della media, dopo aver raggiunto valori record per questo periodo dell’anno con ampi margini per sei mesi consecutivi.

ambulanza caldo

Cambiamento climatico fattore di rischio importante per l’asma in Italia

Il clima sta cambiando rapidamente su scala globale: aumentano le temperature medie e i fenomeni meteorologici estremi, come le ondate di calore, la siccità e l’aridità. A formulare un’ipotesi sulla possibile relazione tra clima arido e incidenza dell’asma in Italia è un team del Consiglio nazionale delle ricerche, che riunisce ricercatori dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria (Cnr-Igag), Istituto di farmacologia traslazionale (Cnr-Ift) e Istituto di fisiologia clinica (Cnr-Ifc), in collaborazione con pneumologi, biostatistici ed epidemiologi di diverse università italiane (Verona, Ancona, Ferrara, Palermo, Pavia, Torino e Sassari). La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Scientific Reports.

Per verificare l’esistenza di un legame tra siccità, cambiamenti climatici e incidenza dell’asma, il gruppo di ricerca ha analizzato le oscillazioni periodiche intercorse tra il 1957 e il 2006. “Per quanto riguarda l’Italia, le variazioni di siccità ricostruite attraverso l’indice di Palmer (sc-PDSI) – che misura il grado di severità della stessa – sono state messe in relazione alle fluttuazioni di un indice climatico, la Summer North Atlantic Oscillation (S-NAO) che, nella sua fase negativa, genera condizioni umide sull’Europa nordoccidentale e condizioni aride sul Mediterraneo centrale. È emerso che nel nostro Paese l’incidenza dell’asma condivide lo stesso schema di fluttuazioni, con una periodicità media di 6 anni”, illustra Sergio Bonomo, ricercatore del Cnr-Igag e autore della ricerca.

Il clima della Terra è andato incontro a numerosi e intensi cambiamenti nel corso del tempo, causati da fattori di diversa natura. “Alcuni sono dovuti a fenomeni astronomici come le variazioni dell’orbita della Terra attorno al Sole e dell’inclinazione dell’asse terrestre. Altri sono conseguenti alle variazioni di emissioni della radiazione solare e alle oscillazioni della circolazione oceanica e atmosferica. A partire dalla rivoluzione industriale, a questi fattori si è aggiunta l’attività dell’uomo che, soprattutto con l’incremento della concentrazione di gas serra, sta determinando l’aumento delle temperature e l’intensificazione di eventi estremi come periodi di siccità e di aridità. Nel 2019 abbiamo cominciato a studiare le oscillazioni cicliche dell’aridità correlandole ai tassi di mortalità per asma negli Usa: da qui l’idea di estendere quanto osservato, studiando anche i dati sull’incidenza dell’asma nel nostro Paese. Questo studio innovativo vuole aprire la strada all’identificazione di strategie di prevenzione e mitigazione dei danni alla salute, confermando l’importanza e la necessità di agire contro i cambiamenti climatici“, conclude Bonomo.

Cop28, ‘perdite e danni’, global stocktake, Accordo di Parigi: le parole chiave della conferenza

La Cop28, cioè la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si è aperta il 30 novembre a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ha riportato all’attenzione del mondo una serie di parole e concetti chiave legati al cambiamento climatico.

FONDO ‘PERDITE E DANNI’. Nel corso della prima giornata, le parti hanno concordato di rendere operativo il cosiddetto ‘Fondo perdite e danni (Loss and damage)’, a favore dei paesi particolarmente vulnerabili ai disastri climatici e storicamente meno responsabili delle emissioni di gas effetto serra. Si tratta di uno dei punti chiave di questa Cop. Durante quella dello scorso anno, che si è tenuta a Sharm-el-Sheikh, in Egitto, era stato creato il fondo destinato a compensare le ‘perdite e i danni’, ma la sua attuazione si è rivelata molto complessa. All’inizio di novembre era stato trovato un fragile compromesso sul suo funzionamento e Sultan Al Jaber aveva espresso il desiderio che potesse essere approvato dalle parti proprio all’inizio della Conferenza. E così è stato. Resta da vedere, ora, quanto denaro verrà messo nel fondo, che sarà provvisoriamente ospitato dalla Banca Mondiale. Le prime promesse sono iniziate: 100 milioni di dollari dagli Emirati Arabi Uniti, altrettanti da Italia e Germania, 10 milioni dal Giappone, 17,5 milioni dagli Stati Uniti, fino a 40 milioni di sterline (circa 50 milioni di dollari) dal Regno Unito. La Commissione europea contribuirà con 270 milioni di euro. Questi importi, però, sono ancora molto lontani dalle decine di miliardi necessarie per finanziare i danni climatici nei paesi vulnerabili, che spingono verso l’obiettivo di 100 miliardi di dollari.

ACCORDO DI PARIGI. Siglato nel 2015 durante la Cop21, l’Accordo di Parigi ha mobilitato l’azione collettiva globale per proseguire gli sforzi volti a limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. L’accordo chiede ai Paesi di rivedere gli impegni ogni cinque anni, di fornire finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo per mitigare i cambiamenti climatici, di rafforzare la resilienza e migliorare le capacità di adattamento agli impatti del clima. Ma perché è importante mantenere la temperatura sotto 1,5°C? La frequenza e l’intensità degli eventi meteorologici estremi e gli effetti irreversibili e permanenti, così come l’innalzamento del livello del mare, aumenteranno in modo significativo a meno che non si intervenga in modo sostanziale per contenere le temperature globali. Gli scienziati hanno raggiunto un consenso globale: dobbiamo limitare l’aumento della temperatura media mondiale a 1,5°C (equivalente a 2,7°F) rispetto ai livelli preindustriali per garantire il nostro futuro. Questa soglia è fondamentale per prevenire un ulteriore degrado ed evitare conseguenze potenzialmente irreversibili.

GLOBAL STOCKTAKE. Un’altra delle parole chiave di questa Cop28, è Global Stocktake. Ma che cos’è? E’ una valutazione dei progressi compiuti per mitigare il riscaldamento globale dall’Accordo di Parigi del 2015. Si tratta, insomma, di capire cosa è stato fatto da allora e cosa resta da fare. E’ un processo biennale previsto ogni cinque anni: il primo è iniziato nel 2022 e si concluderà proprio durante la Cop28. Il prossimo avverrà nel 2028 e poi di nuovo nel 2033. L’obiettivo è quello di coordinare gli sforzi sull’azione per il clima, comprese le misure per colmare le lacune nei progressi. Il Global Stocktake è previsto dall’articolo 14 dell’Accordo di Parigi. Questa valutazione comporta una revisione completa di tutti gli aspetti relativi all’azione e al sostegno globale per il clima, consentendo di identificare le carenze e di sviluppare in modo collaborativo le soluzioni, sia per il futuro immediato sia per il periodo successivo al 2030. Alla Cop28 la speranza è che il bilancio sia positivo.