Le COP che non ti aspetti: i Paesi ospitanti aumenteranno produzione fossili del 32%

Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno organizzato la COP28 l’anno scorso, l’Azerbaigian, che ospiterà la COP29 a partire dall’11 novembre, e il Brasile, futuro ospite della COP30 l’anno prossimo, stanno pianificando di aumentare la loro produzione di combustibili fossili del 32% entro il 2035. Lo rivela un rapporto pubblicato dall’Ong Oil Change International.

Questi tre Paesi hanno annunciato a febbraio, pochi mesi dopo l’accordo della COP28 a favore di una graduale eliminazione dei combustibili fossili al fine di limitare le emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento globale, di voler formare una “troika di presidenze della COP” con l’obiettivo di “migliorare la cooperazione e la continuità” nei negoziati globali sul clima al fine di limitare il riscaldamento a 1,5 gradi.

Mentre i Paesi del Nord, come gli Stati Uniti, rimangono i maggiori produttori di petrolio e gas e hanno la responsabilità e i mezzi per guidare la graduale eliminazione dei combustibili fossili, i Paesi della troika hanno il particolare dovere di dare l’esempio”, afferma Oil Change International in un comunicato stampa.

Questi tre Paesi si sono impegnati a includere riduzioni delle emissioni compatibili con il limite di 1,5 gradi nelle loro prossime Nationally Determined Contributions (NDC) per il 2035 e hanno esortato gli altri Paesi a fare lo stesso entro febbraio 2025. Tuttavia, secondo Oil Change International, il Brasile prevede di aumentare la propria produzione di petrolio e gas del 36% entro il 2035 rispetto al 2023, gli Emirati Arabi Uniti del 34% e l’Azerbaigian del 14%.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) stima che la produzione globale di combustibili fossili dovrà diminuire di quasi il 55% da qui al 2035 se vogliamo rimanere entro il limite di 1,5 gradi per il riscaldamento globale, considerato l’obiettivo più sicuro nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Proseguendo con i loro piani di sfruttamento dei combustibili fossili, quindi, “la troika rischia di compromettere l’obiettivo di cui dovrebbe essere custode e di dare un pessimo esempio agli altri Paesi”, sottolinea Shady Khalil, uno dei responsabili di Oil Change International.

L’Ong attacca anche i Paesi del nord. Secondo uno studio precedente, Stati Uniti, Canada, Australia, Norvegia e Regno Unito potrebbero essere responsabili di circa il 50% dell’inquinamento da carbonio prodotto dai nuovi giacimenti di petrolio e gas e dai pozzi di fratturazione idraulica entro il 2050. “Senza un’azione immediata da parte di questi ricchi produttori di petrolio e gas, l’obiettivo di raggiungere una giusta ed equa eliminazione globale dei combustibili fossili sarà bloccato”, conclude l’associazione, chiedendo “la fine dell’espansione dei combustibili fossili ovunque, anche nei Paesi” della troika.

emissioni gas serra

Il Wmo avverte: “Concentrazioni record di gas serra nell’atmosfera nel 2023”

Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto nuovi record nel 2023, il che porterà inevitabilmente a un aumento della temperatura nei prossimi anni, ha avvertito lunedì l’Onu.
I livelli dei tre principali gas serra – anidride carbonica (CO2), metano (CH4) e protossido di azoto (N2O), che contribuiscono al riscaldamento globale – sono tutti aumentati nuovamente lo scorso anno, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) In particolare, l’agenzia meteorologica e climatica delle Nazioni Unite ha rilevato che la CO2 si sta accumulando più velocemente che mai nell’atmosfera, aumentando di oltre il 10% in due decenni. “Un altro anno. Un altro record. Questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme tra i responsabili delle decisioni. Siamo in netto ritardo rispetto all’obiettivo fissato nell’Accordo sul clima di Parigi del 2015”, ha dichiarato Celeste Saulo, segretaria generale del Wmo. In quell’occasione, i Paesi hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a meno di 2°C rispetto ai livelli preindustriali, e addirittura a 1,5°C se possibile.

Il rapporto annuale del Wmo sui gas serra viene pubblicato in vista del COP29, il prossimo vertice delle Nazioni Unite sul clima che si terrà dall’11 al 22 novembre a Baku, in Azerbaigian.
Finché le emissioni continueranno, i gas serra continueranno ad accumularsi nell’atmosfera, aumentando le temperature, deplora il Wmo. Già nel 2023 le temperature globali sulla terraferma e in mare sono state “le più alte registrate dal 1850”, sottolinea il Wmo. E data la durata di vita della CO2 nell’atmosfera, gli attuali livelli di temperatura persisteranno per decenni, anche se le emissioni scenderanno rapidamente a zero. Nel 2023, le concentrazioni di CO2 raggiungeranno 420 parti per milione (ppm), il metano 1.934 parti per miliardo (ppb) e il protossido di azoto 336 ppb. Ciò rappresenta rispettivamente il 151%, il 265% e il 125% dei livelli del 1750 (+1 punto in un anno per i tre gas).

Queste non sono solo statistiche. Ogni parte per milione e ogni frazione di grado di aumento della temperatura ha un impatto reale sulle nostre vite e sul nostro pianeta”, ha dichiarato Saulo, citata in un comunicato stampa. Per quanto riguarda la CO2, responsabile di circa il 64% del riscaldamento globale, l’aumento di 2,3 ppm osservato nel 2023 è il 12° aumento annuale consecutivo superiore a 2 ppm, dovuto alle “emissioni di CO2 da combustibili fossili storicamente elevate negli anni 2010 e 2020”, secondo il rapporto. “La CO2 si sta accumulando nell’atmosfera più velocemente che in qualsiasi altro momento della storia umana”, avverte il Wmo. La Terra ha sperimentato una concentrazione così elevata di CO2 da 3 a 5 milioni di anni fa, quando le temperature erano da 2 a 3°C più alte e il livello del mare da 10 a 20 metri più alto di oggi, sottolinea il rapporto. Poco meno della metà delle emissioni di CO2 rimane nell’atmosfera, mentre il resto viene assorbito dagli ecosistemi oceanici e terrestri. Ma oggi “ci troviamo di fronte a un potenziale circolo vizioso”, avverte Ko Barret, vice segretario generale del Wmo. Il cambiamento climatico stesso potrebbe presto “far sì che gli ecosistemi diventino emettitori più significativi di gas serra”, afferma. Gli incendi boschivi potrebbero rilasciare più emissioni di carbonio nell’atmosfera, mentre gli oceani più caldi potrebbero assorbire meno CO2. Di conseguenza, una maggiore quantità di CO2 potrebbe rimanere nell’atmosfera e accelerare il riscaldamento globale, avverte l’autrice.

Maltempo fino al weekend, poi arriva l’Estate di San Martino in anticipo

In arrivo la tanto attesa svolta, da domenica tornerà il bel tempo quasi ovunque. Andrea Garbinato, responsabile redazione del sito www.iLMeteo.it, conferma un deciso miglioramento meteo già sabato al Sud e su parte del Centro, poi da domenica su quasi tutta l’Italia. La prossima settimana sarà in prevalenza soleggiata seppur con l’insidia di nubi basse, foschie e locali nebbie in pianura.

Nelle prossime ore, intanto, avremo diffuso maltempo con piogge sparse su tutto il Centro e al Nord-Est prima e al Nord-Ovest poi; attenzione a fenomeni persistenti su Toscana, Umbria e Lazio, ma anche a qualche rovescio intenso verso le regioni adriatiche. In sintesi, un deciso miglioramento interesserà ancora solo il Sud.

Le temperature, a quasi 2 mesi dal Natale, risultano ancora anomale ed elevate per il periodo: ancora notti tropicali con 21°C a Cagliari, Messina, Palermo e Reggio Calabria, 19°C anche al Centro Italia tra Ancona, Rimini ed Ascoli Piceno. Firenze e Roma con 18°C risultano circa 7-8°C oltre la media all’alba, così come molte altre città, non solo del Centro-Sud ma anche del Nord (Genova, Forlì, La Spezia con 18°C). E dopo le ‘notti tropicali’, anche di giorno le massime vanno ‘fuori stagione’: su tutto il Sud sono previsti valori sui 25-26°C, con picchi in Sicilia di 28°C, al 24 di ottobre. A 2 mesi esatti dal Natale, venerdì 25 ottobre, sembrerà di essere ancora in Estate, soprattutto per le temperature minime: a Bolzano sono previsti addirittura 18°C durante la notte.

Oltre al caldo anomalo dobbiamo, però, sottolineare il maltempo che colpirà ancora soprattutto il Nord-Ovest e le regioni centrali tirreniche: venerdì sono attese piogge moderate, non particolarmente abbondanti, ma i terreni sono saturi e i fiumi in piena.

Nel weekend assisteremo a due situazioni meteorologiche importanti e contrapposte: persisterà il rischio alluvioni al Nord-Ovest a causa di un altro carico di pioggia atteso sia sabato sia sabato, anche in Sardegna e localmente sul Triveneto (al Centro-Sud comunque il tempo sarà perlopiù soleggiato).

Aspettiamo dunque domenica 27 ottobre che, con il ritorno all’ora solare, ci regalerà tramonti anticipati di un’ora ma ricchi di raggi solari soltanto al Centro-Sud, pioverà ancora al Nord, specie a ovest. Buone notizie invece per la prossima settimana, giorni di Halloween e Ognissanti compresi; il bel tempo infatti dovrebbe dominare su tutta l’Italia a partire da martedì con la rimonta di un campo di alta pressione. Arriva l’Estate di San Martino in anticipo.

Alta pressione in autunno-inverno significa, però, anche la possibilità di persistenza di nubi basse, foschie e nebbie in pianura e nelle valli: il sole sarà prevalente lungo le coste, in montagna e al Sud, non ci dovremo sorprendere altrove di giornate a tratti grigie e meno calde.

Torna a Modena FestiValori: il primo festival italiano dedicato alla finanza etica

Un primo piano sul mondo della finanza etica e sulla sua influenza nella società. Si rinnova l’appuntamento con FestiValori, il primo festival italiano dedicato alla finanza etica, che ritorna a Modena dal 17 al 20 ottobre. Organizzato da Valori.it e Fondazione Finanza Etica, la manifestazione giunge quest’anno alla sua terza edizione. ‘Il festival della finanza etica per leggere la quotidianità’ è il titolo che fa da filo conduttore agli incontri di questa edizione, accompagnato dal claim ‘Dipende da come usi i tuoi soldi’, un monito per ricordare che la finanza riguarda tutti, perché è proprio la finanza a occuparsi di noi. Quattro giorni di dibattiti e tavole rotonde, workshop e momenti formativi, corsi e pranzi sostenibili, dedicati alla finanza etica declinata nei diversi ambiti, dalla politica all’economia di pace, dal sociale alla sostenibilità. Gli incontri sono rivolti a un pubblico generalista, per far emergere i collegamenti esistenti con questioni quotidiane e del nostro tempo, ma ci saranno anche appuntamenti rivolti a specialisti e addetti ai lavori. Spazio poi a workshop e momenti formativi per le scuole, pensati per introdurre pubblici diversi ai concetti fondamentali della finanza. Rinnovato l’appuntamento con il contest musicale ‘Eticanto. Canzoni di questo mondo’, iniziativa – promossa da Fondazione Finanza Etica, Valori.it, GIT (Gruppo di Iniziativa Territoriale) dei soci di Banca Popolare Etica di Modena e provincia e dal Circolo ARCI Vibra – che premierà la più bella canzone su temi etici e di sostenibilità. Continua anche quest’anno Valori in tavola, il progetto, sviluppato dal Circolo della ciambella e da Slow food Modena, per stimolare i ristoranti modenesi a inserire nei loro menù piatti sostenibili.

La finanza è troppo spesso vista come qualcosa di distante dalla nostra vita, dal nostro quotidiano. Eppure, ci riguarda tutte e tutti – spiega la direttrice di FestiValori, Claudia Vagoperché opera ‘con i nostri soldi’: i nostri depositi in banca, i nostri risparmi investiti, il denaro delle nostre polizze assicurative“. E prosegue: “FestiValori vuole rendere visibile il collegamento diretto che c’è tra i nostri soldi e la finanza. Vuole rendere concreta la sua influenza sulle nostre esistenze. Svelare ogni piccolo atto finanziario del nostro quotidiano, affinché ‘finanza’ smetta di essere qualcosa che spaventa e cominci a essere qualcosa di cui ciascuno di noi si occupa ogni giorno“.

Protagonista assoluta di FestiValori è la finanza etica. Si parte con una lezione sulla finanza etica in Europa con Oltre il profitto: le banche etiche e il futuro della finanza in Europa con Andrea Baranes, ricercatore di Fondazione Finanza Etica e Costanza Torricelli, professoressa ordinaria di Metodi matematici dell’economia e delle scienze attuariali e finanziarie presso il dipartimento di economia Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia. In Padroni a casa vostra, lo storico e docente dell’Università di Pisa Alessandro Volpi dialogherà con il direttore di Valori.it, Andrea Barolini, per affrontare il tema dell’influenza della finanza. La connessione tra finanza e intelligenza artificiale sarà oggetto di dibattito nel panel Medioevo digitale: chi controlla l’intelligenza artificiale in un dialogo corale di esperti tra cui Claudia Biancotti, economista presso Banca d’Italia, Dario Guarascio, ricercatore e responsabile della struttura ‘Strumenti e metodologie per le competenze e le transizioni’ presso l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, Juan Carlos De Martin, informatico e professore ordinario presso il dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino e Riccardo Staglianò, scrittore e giornalista, corrispondente per La Repubblica che in occasione del festival presenterà il suo ultimo libro Hanno vinto i ricchi (Einaudi, 2024). In un mix di spettacolo e laboratorio, Nudismo finanziario sarà un workshop che vedrà protagonista Espérance Hakuzwimana Ripanti, scrittrice ruandese e attivista culturale in prima linea nella lotta al razzismo. I partecipanti saranno accompagnati da Giorgia Nardelli, giornalista esperta di diritti dei consumatori e finanza personale e da Teresa Masciopinto, presidente di Fondazione Finanza Etica, a compiere piccoli esercizi di consapevolezza finanziaria.

Per indagare il ruolo della finanza etica nella società non si può prescindere dal parlare di economia di guerra. Un tema caldo che sarà ripreso in più occasioni nel corso delle quattro giornate del festival. Con Cryptovalute e politica: da Milei a Trump, passando per El Salvador, insieme a Giovanni Paglia, deputato alla Camera, esploreremo come le criptovalute stiano influenzando le strategie politiche globali. Sarà ospite del festival Cecilia Strada, filantropa, attivista e parlamentare europea, ex presidente dell’ONG Emergency, che parteciperà all’incontro Effetto guerra sui temi della pace, delle diseguaglianze e dell’ambiente. I venti di guerra in Medio Oriente, con un focus sulla Palestina, nel panel Palestina: la finanza rasa al suolo, durante il quale si esamineranno le sfide affrontate dal sistema finanziario palestinese nell’ottica di una ripresa economica che sembra essere impossibile.

Spazio anche a momenti di confronto e di scambio sui temi che riguardano l’ambiente e stili di vita più sostenibili. Come nel panel La ricerca della sostenibilità, un’anticipazione dell’indagine ACLI su famiglie, stili di vita e sostenibilità. Il clima sarà il tema caldo al centro dell’intervista al meteorologo Luca Lombroso, nell’incontro L’arca di Noè, con Andrea Barolini. E di clima si parlerà anche nel panel Agricoltura e clima: è la stessa crisi, a cui interverranno fra gli altri Maurizio Martina, vice direttore generale della FAO e Barbara Nappini, presidente Slow Food per discutere del tema quanto mai attuale del cambiamento climatico e dell’impatto che ha e che avrà sull’agricoltura e i suoi operatori. Di sostenibilità delle filiere alimentari si parlerà anche durante il pranzo con dibattito presso il ristorante Roots, insieme a Mauro Lusetti, presidente di Conad, e Mario Cifiello, presidente di Coop Alleanza 3.0.

Anche il settore del non profit non è estraneo all’influenza del mercato e delle complesse dinamiche che possono influire sul loro operato. Si parlerà proprio di questo nel panel L’assedio del sociale. Il terzo settore tra criminalità, mercato e politica con Antonio Vesco, antropologo, ricercatore all’Università di Catania che si occupa di mafia e Stato, politica e consenso e Gianni Belloni, coordinatore dell’Osservatorio ambiente e legalità di Venezia e nel comitato scientifico del laboratorio di analisi e ricerca sulla criminalità organizzata dell’Università di Torino. Al festival anche un momento di ricognizione sui GAS, gruppi d’acquisto solidali, che quest’anno compiono 30 anni, nel panel Dal produttore al consumatore: percorsi di sostenibilità.

Inizio settimana con l’alta pressione, poi arriva una nuova perturbazione

Avvio di settimana con l’alta pressione, poi però cambia di nuovo tutto a causa dell’arrivo di una perturbazione atlantica che durerà per parecchi giorni, portando nuovamente un carico di maltempo su tante regioni. Antonio Sanò, fondatore del sito www.iLMeteo.it, comunica che dalla giornata odierna e fino a martedì 15 ottobre avremo condizioni di tempo stabile e pure piuttosto mite, con valori oltre i 24-25°C specie al Centro Sud e sulle due Isole Maggiori, grazie alla presenza di un campo di alta pressione di origine africana. Da segnalare soltanto un cielo più coperto al Nord tra oggi e domani, anche con possibili piogge modeste soprattutto sulle regioni più occidentali.

La nostra attenzione si sposta poi alla seconda parte della settimana: da mercoledì 16 quando si materializzerà una nuova svolta atmosferica. La causa va ricercata nella pulsazione di una vasta depressione (ciclone) in discesa dal Nord Atlantico, sospinta da correnti d’aria fredde ed instabili di origine polare, in grado di pilotare delle perturbazioni dapprima verso l’Europa occidentale e poi anche verso l’Italia. E’ lecito attendersi una fase decisamente più dinamica con il ritorno delle precipitazioni a partire dalle regioni del Centro-Nord. Vista la configurazione sinottica attesa a scala continentale si formerà un ciclone sui nostri mari: si tratta in sostanza di un’area di bassa pressione in grado di innescare una pericolosa fase di maltempo specie tra le giornate di giovedì e venerdì e probabilmente anche nel weekend, con piogge, temporali e nubifragi che questa volta potrebbero interessare in misura maggiore le aree tirreniche centro-meridionali e la Sicilia.

Va ricordato inoltre che questo periodo dell’anno risulta spesso piuttosto delicato a causa dei forti contrasti che si vengono a creare tra masse d’aria completamente diverse: gli ultimi caldi da una parte e gli affondi freddi in discesa dal Nord Europa dall’altra.

COP29, a un mese dal vertice l’accordo sugli aiuti al clima è ancora in sospeso

A un mese dall’inizio della Cop29, le nazioni sembrano ancora in stallo sui negoziati cruciali per gli aiuti al clima, con divisioni su chi paga e quanto, che minacciano le possibilità di un accordo alla fine del summit. Questa Cop, definita “finanziaria”, inizierà sei giorni dopo le elezioni presidenziali degli Stati Uniti. La sfida principale sarà quella di ottenere un impegno da parte dei Paesi ricchi, maggiormente responsabili del riscaldamento globale, ad aumentare sostanzialmente gli aiuti ai Paesi poveri per combattere il cambiamento climatico. Il possibile ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi, incombe già sui negoziati, che riuniranno oltre 50.000 partecipanti dall’11 al 22 novembre in Azerbaigian.

L’importo attuale degli aiuti per il clima, fissato a 100 miliardi di dollari all’anno, con scadenza nel 2025, è considerato ben al di sotto di quanto necessario. Il Climate Action Network, un gruppo di Ong, ha recentemente stimato, in una lettera inviata ai negoziatori, che sarebbe necessario “almeno un trilione di dollari all’anno” in sussidi.

Ma i principali donatori, tra cui l’Unione Europea e gli Stati Uniti, non hanno ancora indicato quanto sono disposti a contribuire.
Mercoledì, i ministri si incontreranno a Baku per cercare di portare avanti le cose in una “ultima fase critica” prima della Cop29, secondo l’Azerbaigian. “Si tratta di negoziati complessi – se fossero facili, avrebbero già avuto successo – e i ministri avranno successo o falliranno insieme”, ha dichiarato a settembre il presidente della Cop29, Mukhtar Babayev, ex dirigente del settore petrolifero e ministro dell’Ecologia dell’Azerbaigian. Gli osservatori ritengono che quest’anno sia mancata la leadership sul clima, con l’attenzione concentrata altrove, anche se incendi, inondazioni, ondate di calore e siccità hanno colpito in tutto il mondo.

Gli attuali sforzi internazionali per ridurre le emissioni di gas serra non sono sufficienti per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali, il limite più sicuro stabilito dall’Accordo di Parigi. In ottobre, Jim Skea, Presidente del Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC), ha dichiarato: “Siamo potenzialmente diretti verso un riscaldamento globale di 3°C entro il 2100, se continuiamo con le politiche attuali”.

I Paesi in via di sviluppo, le principali vittime dei disastri climatici, vogliono che il nuovo accordo copra non solo le tecnologie a basse emissioni di carbonio e le misure di adattamento, ma anche la ricostruzione post-catastrofe, oltre ad un aumento degli aiuti, che i Paesi sviluppati rifiutano.

I Paesi obbligati a pagare – un elenco di Paesi industrializzati stabilito nel 1992 e riaffermato nell’Accordo di Parigi – vorrebbero che anche le ricche economie emergenti contribuissero.

Ma per i Paesi in via di sviluppo, l’aggiunta di donatori non è il problema. “Non dobbiamo lasciare che gli altri si sottraggano alle loro responsabilità”, ha sottolineato Evans Njewa del Malawi, che presiede il gruppo dei Paesi meno sviluppati, le 45 nazioni più vulnerabili al cambiamento climatico. La Cina, attualmente il più grande inquinatore del pianeta, sta già versando fondi per combattere il cambiamento climatico, ma vuole continuare a farlo alle sue condizioni. Di fronte a un’impasse nelle discussioni iniziali, l’Azerbaigian ha chiesto ai produttori di combustibili fossili di raccogliere un miliardo di dollari per l’azione climatica, promettendo di essere il primo donatore. Gli attivisti per il clima vedono in questo una forma di greenwashing, mentre l’Azerbaigian continua ad espandere la sua produzione di combustibili fossili e il suo presidente Ilham Aliev ha descritto le riserve di gas del suo Paese come un “dono di Dio”.

La riluttanza di questa ex repubblica sovietica ad affrontare la questione dell’eliminazione graduale dei combustibili fossili – una promessa della Cop28 – è un “modello preoccupante”, secondo Andreas Sieber della Ong 350.org. Un altro punto di vigilanza sarà la questione dei diritti umani in questo Stato, descritto come “repressivo” da Human Rights Watch. Amnesty International e i senatori statunitensi hanno espresso preoccupazione per la recente ondata di repressione in Azerbaigian. “La situazione sul campo è piuttosto triste… Quando l’Azerbaigian ospiterà la Cop29, non rimarrà molto della società civile”, ha dichiarato Arzu Geybulla, giornalista indipendente azera. Il numero di leader internazionali attesi a Baku rimane incerto. La Cop29 è meno sotto i riflettori rispetto al suo predecessore a Dubai, e molti credono che la Cop30 in Brasile l’anno prossimo avrà più peso.

Scoperta la relazione tra eventi meteo estremi e la violenza contro le donne

I cambiamenti climatici potrebbero aumentare la violenza contro le donne. A individuare la possibile correlazione sono stati i ricercatori dell’University College di Londra. La studio, pubblicato su PLOS Climate, ha esaminato il modo in cui gli shock climatici, come tempeste, frane e inondazioni, possono essere collegati a tassi più elevati di violenza nelle relazioni di coppia nei due anni successivi all’evento.

I dati sono stati raccolti sulla base di 363 indagini condotte in 156 Paesi tra il 1993 e il 2019 e hanno preso in considerazione gli episodi di violenza da parte del partner, sia fisici sia sessuali, subiti dalle donne nel corso dell’anno precedente. Queste informazioni sono state successivamente confrontate con quelle relative agli shock climatici avvenuti tra il 1920 e il 2022 in 190 Paesi, tenendo conto anche dello stato economico di questi ultimi.

Gli scienziati hanno riscontrato un legame significativo tra la violenza contro le donne e alcuni fenomeni climatici, tra cui tempeste, frane e inondazioni. Altri tipi di eventi estremi, come terremoti e incendi, non hanno invece mostrato una chiara relazione con la violenza nelle relazioni di coppia. I Paesi con un Pil più elevato sembrano, inoltre, essere meno interessati dal fenomeno rispetto a quelli a basso reddito, avendo registrato tassi di violenza minori.

“Le prove esistenti hanno rilevato che quando una donna subisce un evento legato al clima, ha maggiori probabilità di subire violenza in alcuni Paesi e per alcuni tipi di violenza, ma non in altri”, spiega Jenevieve Mannell, professoressa dell’University College di Londra. “Ci siamo proposti di esplorare ciò che stava accadendo a livello nazionale per contribuire a informare la politica internazionale sui cambiamenti climatici”, aggiunge.

I ricercatori non sono stati in grado di valutare perché alcuni fenomeni estremi abbiano un impatto maggiore sulla violenza da parte del partner. Tuttavia, ritengono che i diversi shock climatici possano richiedere tempi diversi per avere un effetto sulla violenza e questo potrebbe non essere stato colto nella finestra di due anni studiata. Di conseguenza, chiedono che i Paesi raccolgano più regolarmente dati sulla violenza contro le donne.

“Un piccolo numero di prove dimostra che il caldo e l’umidità aumentano i comportamenti aggressivi, compresa la violenza. I disastri legati al clima aumentano lo stress e l’insicurezza alimentare nelle famiglie in modi che possono portare a un aumento della violenza. Inoltre, riducono i servizi sociali spesso disponibili per affrontare la violenza dei partner, come la polizia e la società civile, che si concentrano maggiormente sul disastro” dice Mannell. “Allo stesso tempo, i governi possono creare rifugi per i soccorsi in caso di calamità, spesso sovraffollati e poco sicuri, senza pensare ai rischi di violenza sessuale”. Secondo l’esperta, “tutto questo accade più spesso e con maggiore gravità nei Paesi in cui vigono norme di genere patriarcali e in cui l’uso della violenza contro le donne è ampiamente accettato come comportamento normale”.

I ricercatori ritengono che gli sforzi di mitigazione e adattamento al clima possano e debbano svolgere un ruolo importante nella riduzione della violenza contro le donne. A tal fine si potrebbe, ad esempio, includere il tema negli impegni assunti dai Paesi in materia di cambiamento climatico e stanziare fondi per affrontarlo, oppure sviluppare Piani d’Azione per il Cambiamento Climatico di Genere, come già hanno fatto, tra gli altri, Samoa e Fiji. I ricercatori consigliano, infine, di tenere conto della violenza contro le donne nei processi di pianificazione delle catastrofi nei Paesi.

Sostenibile, equa e competitiva: appello delle associazioni al G7 per un’agricoltura resiliente

Serve “un approccio centrato sugli agricoltori per costruire sistemi alimentari locali sostenibili, resilienti e competitivi. Questi sistemi sono fondamentali per valorizzare il lavoro degli agricoltori, garantire catene del valore eque e contribuire alla sicurezza alimentare globale”. Parte da qui la dichiarazione congiunta firmata questa mattina dalle principali organizzazioni in occasione del G7 delle associazioni agricole, organizzato e guidato da Coldiretti, che si è svolto a Siracusa. Il documento è stato consegnato al ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, presidente di turno del G7 agricolo e a John Steenhuisen, ministro dell’Agricoltura del Sud Africa, per poi essere trasferito a tutti i ministri.

L’evento è stato l’occasione per ricordare “il ruolo cruciale” che gli agricoltori e le loro organizzazioni svolgono nella costruzione di sistemi alimentari resilienti, inclusivi e sostenibili e l’appello arriva in un momento critico, segnato dall’instabilità geopolitica e dalla crescente crisi climatica. La dichiarazione congiunta, sostenuta anche dall’Organizzazione Mondiale degli Agricoltori (WFO), non solo riflette la voce collettiva degli agricoltori del G7, ma si allinea anche all’impegno della comunità agricola globale per sistemi alimentari sostenibili.

Le raccomandazioni chiave delineate nella dichiarazione includono “maggiori investimenti pubblici in pratiche agricole sostenibili e rispettose del clima, il rafforzamento del commercio internazionale equo basato sulla reciprocità e sulla trasparenza, e il progresso dell’innovazione incentrata sugli agricoltori che colmi il divario tra produttori e comunità di ricerca”.

Si richiama inoltre a “un approccio equilibrato” ai sistemi alimentari, investendo sia in filiere del valore locali corte che supportano comunità floride, sia in filiere del valore internazionali lunghe ed eque, che garantiscano trasparenza ed equità nel commercio globale. Queste misure “sono cruciali non solo per i Paesi del G7, ma anche per l’impegno globale volto a rispondere alla duplice sfida di nutrire una popolazione in crescita e mitigare i cambiamenti climatici”.

“Abbiamo voluto allargare i nostri lavori anche al tema dell’Africa, perché vediamo tutte le potenzialità di un continente dove uno sviluppo agricolo equo può diventare una risposta concreta alla fame, alla necessità di occupazione e alle spinte migratorie”, ha detto Ettore Prandini, presidente Coldiretti. “Ora – ha aggiunto – dobbiamo lavorare insieme per un’agricoltura che sia sostenibile, equa, in grado di rispondere alle sfide globali, partendo dal garantire un giusto reddito agli agricoltori. Solo attraverso un’azione coordinata potremo garantire la sicurezza alimentare per le generazioni future, per questo abbiamo proposto agli altri colleghi il tavolo permanente”.

Per Cristiano Fini, presidente della Cia-Agricoltori italiani, “senza agricoltura non c’è futuro, ma per continuare a garantire la sicurezza alimentare globale dobbiamo sostenere i produttori, assicurare un reddito equo, investire nelle aree interne, combattere il consumo di suolo e promuovere l’innovazione contro i cambiamenti climatici”.

Luigi Scordamaglia, responsabile delle politiche internazionali di Coldiretti e Ceo di Filiera Italia, è stato coordinatore dei lavori per la dichiarazione congiunta, alla quale si è arrivati “partendo da posizioni inizialmente divergenti”. “Abbiamo detto no a un mondo frammentato in blocchi geografici in costante conflitto commerciale, con dazi e barriere – ha ricordato – e abbiamo riaffermato la necessità di un multilateralismo inclusivo che coinvolga anche il Sud del mondo. Condividiamo valori, standard e obiettivi comuni, riconoscendo gli agricoltori come attori chiave nelle sfide sociali e ambientali globali”. 

Studio Wwa: “Crisi climatica raddoppia possibilità alluvioni mortali”

La tempesta Boris, che nelle scorse settimane ha sferzato ampie aree dell’Europa Centrale e provocato successivamente l’alluvione in Emilia-Romagna, è stata resa due volte più probabile dal cambiamento climatico. A rivelarlo è uno studio di World Weather Attribution. La ricerca, che ha analizzato l’arco temporale che va dal 12 al 16 settembre, ha inoltre messo in evidenza come il quantitativo di pioggia caduta in Europa Centrale durante i 4 giorni esaminati sia il più alto mai registrato.

Secondo gli esperti, le inondazioni diventeranno sempre più distruttive a causa del cambiamento climatico provocato dall’uomo, con un conseguente aumento dei relativi costi, che ha già portato all’impegno da parte dell’Unione Europea per lo stanziamento di 10 miliardi di euro per riparare i danni causati dalla tempesta Boris. Come dichiara Joyce Kimutai, ricercatore dell’Imperial College di Londra “il nostro studio ha trovato le impronte digitali del cambiamento climatico nelle raffiche di pioggia che hanno inondato l’Europa centrale. Ancora una volta, queste inondazioni evidenziano i risultati devastanti del riscaldamento provocato dai combustibili fossili. Finché il petrolio, il gas e il carbone non saranno sostituiti da energie rinnovabili, tempeste come Boris scateneranno precipitazioni ancora più intense, provocando inondazioni devastanti per l’economia”.

La tempesta, che ha riguardato Polonia, Romania, Slovacchia, Austria, Cechia e Germania, ha causato la morte di 24 persone, oltre ad aver devastato case, spazzato via ponti e causato diffuse interruzioni di corrente.

All’origine del fenomeno, secondo gli studiosi, ci sarebbe una combinazione di fenomeni meteorologici, tra cui l’aria fredda in movimento sulle Alpi e l’aria molto calda sul Mediterraneo e sul Mar Nero, che ha creato una “tempesta perfetta” caratterizzata da forti precipitazioni su un’ampia regione. Sulla base dei dati storici, si prevede che l’evento di quattro giorni di precipitazioni si verifichi in media circa una volta ogni 100-300 anni nel clima odierno con un riscaldamento di 1,3°C.

Le alluvioni del 1997 e del 2002 in Europa centrale sono state descritte come eventi che si verificano una volta ogni secolo, ma due decenni dopo, il riscaldamento globale è aumentato da 0,5 a 1,3°C, e sono accadute di nuovo. L’Europa si sta riscaldando anche più velocemente del resto del mondo. La tendenza è chiara: se l’uomo continua a riempire l’atmosfera con le emissioni di combustibili fossili, la situazione sarà più grave. Dobbiamo lottare per fermare il cambiamento climatico per evitare enormi costi sociali ed economici”, spiega Bogdan H. Chojnicki, climatologo della Poznań University of Life Sciences.

Sebbene la tempesta Boris rappresenti un evento unico nel suo genere, il cambiamento climatico, causato principalmente dalla combustione di petrolio, gas e carbone, lo ha reso più intenso e più probabile. Combinando le osservazioni meteorologiche con i modelli climatici, gli scienziati hanno scoperto che il cambiamento climatico ha reso le precipitazioni almeno due volte più probabili e il 7% più intense. Se il mondo non abbandonerà i combustibili fossili, causando un riscaldamento globale di 2°C, simili eventi di pioggia di quattro giorni diventeranno più intensi del 5% e più frequenti del 50%, con il rischio di inondazioni ancora più distruttive.

I ricercatori sottolineano la necessità di dare priorità all’adattamento e alla sua implementazione. È, quindi, importante investire in spazi di stoccaggio su larga scala nelle pianure alluvionali e in sistemi di allerta, nonché ridurre al minimo lo sviluppo urbano nelle aree a rischio di inondazioni, ridurrà l’impatto e salverà vite umane.

Siccità, caldo e maltempo frenano crescita vendemmia: 41 milioni di ettolitri di vino stimati

Sono 41 milioni gli ettolitri stimati per la vendemmia 2024, che segna una timida risalita del Vigneto Italia dopo la scorsa annata ultra-light. Pur registrando un +7% sui valori del 2023, segnalano le previsioni ufficiali dell’Osservatorio Assoenologi, Ismea e Unione italiana vini (Uiv) presentate a Ortigia (SR) nell’ambito dell’Expo Divinazione in occasione del G7 Agricoltura, il raccolto 2024 rimane infatti distante (-12,8%) dalla media produttiva dell’ultimo quinquennio, mancando l’obiettivo ottimale stimato dalle imprese del vino tra i 43-45 milioni di ettolitri. A contenere il potenziale produttivo, l’ormai consueto impatto di fenomeni climatici estremi, dalle piogge eccessive al Centro-Nord alla siccità nel Sud. Nel complesso un’annata contenuta nella quantità ma complessivamente di qualità buona, con diverse punte ottime. Le premesse per firmare un ottimo millesimo, nonostante le bizzarrie del tempo, ci sono tutte.

L’indagine vendemmiale, realizzata attraverso un processo di armonizzazione delle metodologie adottate da Assoenologi, Unione italiana vini (UIV) e Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA) al quale si aggiunge il contributo dell’Ufficio competente del Masaf e delle regioni, rispetto allo scorso anno fotografa una sostanziale tenuta al Nord (+0,6% la performance della macroregione), accompagnata da una ripresa importante nel Centro (+29,1%) e da un incremento contenuto nel Sud (+15,5%) che, tuttavia, non bastano a riportare la produzione sui livelli di medio-periodo. Mentre Nord e Centro si discostano dalle medie quinquennali (2019-2023) rispettivamente del 5,3% e 5,4%, la performance dei vigneti di Sud e Isole si conferma in forte flessione, a -25,7%. Nello scenario globale, la drastica contrazione della Francia (-18% sui valori 2023) riconsegna all’Italia il primato produttivo mondiale.

Per quanto concerne le tempistiche della vendemmia, la trasversalità dell’andamento climatico ha influenzato i tempi di raccolta in base alle varietà, alla tipologia, alla giacitura e alla disposizione dei terreni, fornendo uno scenario variegato. Al Sud, dove allo stress da carenza idrica si è aggiunto (da maggio) anche lo stress termico, il periodo della raccolta è stato anticipato, come al Centro e al Nord per le varietà precoci. Rientrano invece nelle medie stagionali le varietà tardive del Nord. La siccità ha influito sicuramente in maniera negativa sui volumi, ma l’andamento delle temperature ha consentito una maturità fenolica completa che rappresenta il vero valore aggiunto di questa annata enologica.

Per il presidente di Assoenologi, Riccardo Cotarella, “è stata una delle vendemmie più impegnative che ricordi nella mia ormai lunga esperienza di enologo. Una vendemmia quella del 2024 condizionata in maniera importante da una significativa trasversalità meteorologica che ha messo alla prova i viticoltori italiani da nord a sud del Paese. In particolare, la vendemmia di quest’anno si inserisce in un quadro meteorologico estremo, caratterizzato da un’instabilità climatica che ha influito inevitabilmente sulla produzione delle uve. Le varietà più precoci, in alcune zone, sono state raccolte con rese inferiori e una qualità segnata dalle condizioni meteorologiche avverse, mentre le varietà più tardive hanno subito ritardi o anticipi nella maturazione, con un impatto significativo sul bilancio zuccherino e acidico delle uve stesse. Tuttavia, nonostante le difficoltà, ciò che emerge come un fattore determinante per la qualità finale dei vini è proprio il lavoro degli enologi. Mai come quest’anno, siamo stati chiamati a dimostrare la nostra competenza scientifica e il nostro sapere tecnico per gestire al meglio sia la conduzione della vigna sia quella della cantina. In campo, abbiamo dovuto adottare strategie precise per ottimizzare l’uso delle risorse idriche, monitorare lo stato di salute delle piante e decidere il momento esatto della vendemmia per ottenere uve al massimo del loro potenziale. In cantina, il lavoro è stato cruciale per valorizzare la materia prima, lavorando con precisione per compensare gli squilibri creati dalle condizioni meteorologiche”.

Per il presidente di ISMEA, Livio Proietti, “le stime vendemmiali di quest’anno ci restituiscono un quadro complesso ma allo stesso tempo ci consentono di mettere a fuoco alcune azioni da mettere in campo. Certamente è necessario continuare a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici con tecnologie e innovazioni mirate anche all’adattamento al nuovo contesto, che comunque richiederà sempre più conoscenza e preparazione tecnica di chi opera in vigna, adoperandosi per mantenere il forte appeal che per i giovani ha fin qui avuto il lavoro in vigna e in cantina. Attirare le giovani generazioni è lo scopo di percorsi di studio specifici, in grado di cogliere con adeguato anticipo le tendenze in atto e utilizzare la tecnologia al meglio valorizzando il vino per preservare ed esaltarne la cultura. In questa direzione ISMEA interviene con misure specifiche a supporto dei giovani e delle donne, come Più Impresa e Generazione Terra. C’è poi il tema dei continui cambiamenti dei modelli di consumo che va presidiato e richiede uno story telling adeguato e accattivante che tocchi anche il tema del consumo responsabile, per un vero e proprio salto di qualità del settore”.

Per il presidente di Unione italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi, “abbiamo bisogno di un vigneto Italia ‘a fisarmonica’, reso più gestibile e flessibile da strumenti di intervento in grado di tamponare il tema delle eccedenze e, per quanto possibile, di rendere meno traumatiche le annate scarse. Gli estirpi, di cui si parla in Europa, non risolvono la situazione italiana: per comprenderne gli effetti basta ricordare quanto accaduto 13 anni fa, quando, a fronte di una spesa pubblica di circa 300 milioni di euro e 30 mila ettari espiantati soprattutto in collina e in aree Doc, ci siamo ritrovati due anni dopo con una vendemmia record da 53 milioni di ettolitri. Gli espianti per Uiv rappresentano di per sé un rischio sociale, perché impattano su intere economie in aree collinari vocate – e sappiamo che il vigneto in collina significa anche gestione del territorio, prevenzione da frane e incendi -, ma i tagli finanziati di vigneto che tolgono risorse alla crescita sono peggio della grandine sotto vendemmia. Il settore vive una stagione complicata – inutile girarci attorno, anche se l’Italia sta facendo meglio dei competitor -, ma non per questo si deve pensare di distrarre i fondi strategici per incentivare gli estirpi. La stragrande maggioranza delle nostre aziende – ha concluso Frescobaldi – è sana e ha bisogno di innovarsi, promuoversi, sintonizzarsi con un mercato in forte cambiamento; per questo il tavolo Ue del Gruppo di alto livello deve concentrarsi più a sostenere chi vuole restare nel business che a incentivare chi vuole abbandonare”.

Per Gaya Ducceschi, Head of Wine & Society and Communicationdel Comité Européen des Entreprises Vins (CEEV), l’associazione che rappresenta le aziende vinicole europee nell’industria e nel commercio di vino, “il declino strutturale a lungo termine dei consumi, soprattutto nei mercati tradizionali, è al centro della crisi attuale del settore. Mentre il mercato globale degli alcolici e dei prodotti a basso o zero alcol è in crescita, il consumo di vino continua a diminuire. Il supporto dell’Ue dovrebbe concentrarsi sul miglioramento della competitività, riducendo i costi e favorendo l’accesso ai nuovi consumatori. A tal riguardo, insieme alla filiera europea del vino, stiamo per lanciare in tutta Europa VITÆVINO, una campagna a difesa del nostro settore, per proteggere il vino come parte di uno stile di vita sano ed equilibrato, mettendo in evidenza il suo ruolo culturale e socio-economico. La campagna si concentrerà nel generare un ampio supporto pubblico attraverso un impegno collettivo, incoraggiando cittadini, consumatori e la comunità globale del vino a firmare una Dichiarazione che sostiene il ruolo del vino nella società e ne difende il patrimonio culturale”.

GEOGRAFIA DEL VIGNETO ITALIA. Pur tenendo in considerazione le disomogeneità determinate dalle peculiarità dell’andamento climatico nei singoli areali, nel Nord Ovest si assiste alla buona ripresa del Piemonte (+10% a/a), a cui si affianca una riduzione dei volumi consistente in Lombardia (-30%), Valle d’Aosta (-20%) e, più lieve, in Liguria (-3%). Variegata la situazione nel Nord-Est dove, a una crescita moderata in Emilia-Romagna (+7%), si sommano la flessione del Trentino-Alto Adige (-12,4%) e la stabilità di Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Più omogenea la situazione al Centro, caratterizzato da recuperi in doppia cifra rispetto alla scarsa produzione 2023, con Marche a +25% e Toscana, Umbria e Lazio a +30%. Al Sud, invece, si hanno incrementi significativi soprattutto in Abruzzo e Molise (rispettivamente +85% e +100% dopo il flagello della Peronospora dello scorso anno), seguiti da Basilicata e Campania (entrambe a +30%), Puglia (+18%) e Calabria (+10%). Con il segno meno, invece, Sicilia (-16%) e Sardegna (-20%) dove è la siccità a dettare ormai le regole. Sul fronte della classifica regionale, con 11 milioni di ettolitri e una quota pari al 27% del raccolto made in Italy, il Veneto si conferma la principale regione produttiva italiana, seguita da Emilia-Romagna e Puglia, in sostanziale parimerito con circa il 17%. Seguono nella top5 Piemonte e Sicilia, tallonata dalla Toscana.

LA VENDEMMIA IN EUROPA. L’impatto del cambiamento climatico sul settore risulta evidente anche nello scenario europeo, con una produzione di vino nell’UE ancora una volta inferiore alla media. A pesare sul bilancio produttivo del Vigneto Europa, i raccolti di Francia (-18% a 39,28 milioni di ettolitri), Germania (-2% a 8,40 milioni di ettolitri) e Portogallo (-8% a 6,90 milioni di ettolitri). In ripresa la produzione spagnola, che con 39,75 milioni di ettolitri registra un aumento del 20% sui volumi 2023 e scalza la Francia dalla seconda posizione nella classifica dei produttori. Nonostante le difficili condizioni climatiche e l’aumento delle fitopatie in alcune aree, la qualità del raccolto rimane buona grazie al lavoro eccellente dei viticoltori.

ANDAMENTO CLIMATICO E VEGETATIVO. La stagione è stata caratterizzata da piogge eccessive nel Centro-Nord, soprattutto nel periodo primaverile. Se da un lato queste hanno ricostituito le risorse idriche, dall’altro hanno creato apprensione per la gestione delle fitopatie, in particolare la Peronospora. A differenza dello scorso anno i danni sono stati più localizzati e contenuti, anche grazie ad una buona programmazione dell’azione di contenimento. Tra le più colpite, le aree a coltivazione biologica. Al Sud, invece, gli sporadici violenti temporali, in particolare nelle aree centrali, non hanno compensato una carenza idrica durata mesi, che ha indotto i viticoltori ad anticipare le operazioni di una vendemmia che quest’anno si prospetta molto lunga. Per questo motivo l’andamento climatico delle prossime settimane sarà cruciale e, se le condizioni meteo permetteranno una maturazione ottimale delle uve, soprattutto per le varietà più tardive, la produzione potrebbe essere più generosa delle stime. Rimane l’incognita delle rese, che in alcune aree risultano inferiori alle attese. Come ogni anno, il risultato finale sarà legato alla capacità delle aziende di gestire in maniera efficace e tempestiva le avversità.

MERCATO E COMMERCIO CON L’ESTERO. La nuova campagna vendemmiale si inserisce in momento di forte complessità per il settore vino su scala globale. In questo contesto, caratterizzato dal cambiamento dei modelli di consumo, dalle difficoltà congiunturali e dall’impatto dei cambiamenti climatici, l’Italia sta dimostrando più anticorpi dei competitor, a partire dalla Francia. Per quanto riguarda le quotazioni, a fronte di una vendemmia 2023 con il raccolto più scarso degli ultimi decenni, l’indice Ismea dei prezzi alla produzione restituisce per la campagna 2023/24 un incremento dei listini generali intorno all’11%, maturato però con contributi totalmente differenti da parte dei singoli segmenti. Mentre sono cresciuti molto i vini da tavola (+42%, con i rossi meglio dei bianchi), le Igt hanno registrato un incremento ben più modesto (+4%), e i vini Dop hanno mostrato un segno negativo, soprattutto tra i bianchi. Risultano poi sempre più evidenti le disomogeneità all’interno delle singole Dop. Tra i capitoli fondamentali per comprendere il mercato, quello relativo alle scorte. Dai dati di Cantina Italia risulta che a fine luglio i vini in giacenza erano il 14% in meno rispetto a quelli del pari periodo precedente, a fronte però di una produzione che ha fatto mancare il 23%. Si evince come nel corso di questa campagna i trend di uscita del vino dalle cantine siano stati piuttosto lenti, spia di un mercato che fa fatica ad assorbire con regolarità il prodotto. Sul fronte della domanda, infatti, i consumi delle famiglie italiane risultano in lieve calo rispetto alla prima metà dell’anno scorso, e i segnali positivi dai mercati esteri non bastano a bilanciare le perdite interne. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Uiv-Ismea su dati Istat, il primo semestre 2024 si è chiuso con risultati meno brillanti di quanto ci si aspettasse, a +2,4% sui volumi (a/a) e +3,2% in valore, complice una primavera sottotono rispetto al primo quadrimestre (ad aprile si registravano ancora crescite del 6-7%). Gli spumanti sono i veri protagonisti e tornano a fare da traino all’export nazionale con +11% in volume e +7% negli incassi. Sfusi e bag in box, invece, hanno visto scendere le consegne all’estero del 6% e 5%. Reggono i vini in bottiglia grazie soprattutto alle Igt. Tra i Paesi clienti, si sottolinea la lieve ripresa degli Usa e del Regno Unito a fronte della frenata di Canada, Francia e Svizzera.