Clima, l’Europa deve fare di più per evitare conseguenze catastrofiche

L’Europa deve fare di più per il clima per evitare conseguenze catastrofiche. E’ l’avvertimento lanciato dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (Aea), secondo la quale l’Europa potrebbe trovarsi di fronte a situazioni “catastrofiche” se non prenderà le misure dei rischi climatici che deve affrontare, molti dei quali hanno già raggiunto un livello critico. “Il caldo estremo, la siccità, gli incendi boschivi e le inondazioni che abbiamo sperimentato negli ultimi anni in Europa peggioreranno, anche in scenari ottimistici di riscaldamento globale, e influenzeranno le condizioni di vita in tutto il continente“, ha scritto l’agenzia in un comunicato di presentazione del suo primo rapporto sulla valutazione dei rischi climatici in Europa. “Questi eventi rappresentano la nuova normalità“, ha insistito il direttore dell’Aea Leena Ylä-Mononen durante un incontro con la stampa. “Dovrebbero anche essere un campanello d’allarme“.

Lo studio elenca 36 grandi rischi climatici per l’Europa. Di questi, 21 richiedono un’azione più immediata e otto una risposta di emergenza. Tra questi, i principali sono i rischi per gli ecosistemi, soprattutto marini e costieri. Ad esempio, gli effetti combinati delle ondate di calore marine, dell’acidificazione e dell’esaurimento dell’ossigeno nei mari e di altri fattori antropici (inquinamento, pesca, ecc.) stanno minacciando il funzionamento degli ecosistemi marini, si legge nel rapporto. “Il risultato può essere una perdita sostanziale di biodiversità, compresi eventi di mortalità di massa“, aggiunge il rapporto.

Per l’Aea, la priorità è che i governi e le popolazioni europee riconoscano unanimemente i rischi e decidano di fare di più e più rapidamente. “Dobbiamo fare di più e avere politiche più forti“, ha insistito Ylä-Mononen. Tuttavia, l’agenzia ha riconosciuto i “notevoli progressi” compiuti “nella comprensione dei rischi climatici (…) e nella preparazione ad essi“. Per l’Aea, le aree più a rischio sono l’Europa meridionale (incendi, scarsità d’acqua e relativi effetti sulla produzione agricola, impatto del caldo sul lavoro all’aperto e sulla salute) e le regioni costiere a bassa quota (inondazioni, erosione, intrusione di acqua salata). L’Europa settentrionale non è comunque risparmiata, come dimostrano le recenti inondazioni in Germania e gli incendi boschivi in Svezia.

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Confindustria, quattro candidati uniti sull’Europa e divisi sull’energia

Ora che sono stati svelati i programmi dei quattro candidati alla presidenza di Confindustria, a prescindere dall’esito delle elezioni del 4 aprile, affiorano alcune considerazioni. La prima, e tracimante, è che tutti – cioè Garrone, Gozzi, Orsini e Marenghi – vedono ‘ questa’ Europa inadatta a coniugare le esigenze della transizione ecologica con le necessità concrete dell’industria. Un fronte compatto, insomma. Per chiarirci, è l’Europa di Ursula von der Leyen (che però si ripropone per la presidenza della Commissione) e dell’ex vicepresidente Frans Timmermans, l’Europa delle auto elettriche e delle case green, degli imballaggi e dei pesticidi. Insomma, quell’Europa intransigente e irrealistica che ha rischiato di implodere e che non se la passa benissimo. Tutto giusto, ma come fare? Perché sarebbe illegittimo trascurare un dettaglio non proprio marginale legato a chi vincerà le elezioni, a quale maggioranza avrà il Parlamento, a che tipo di deriva prenderà la Commissione. Incidere a livello decisionale può diventare un esercizio facile o complicato, dipende dagli interlocutori…

Antonio Gozzi – gran capo di Duferco e presidente di Federacciai – ha frequentato Bruxelles per molti anni, conosce vantaggi, svantaggi e dinamiche spesso non lineari; ma anche gli altri hanno ‘saggiato’ cosa significhi confrontarsi con realtà profondamente diverse da quella italiana, in cui ogni Paese tira l’acqua al proprio mulino. E di mulini ce ne sono 27… Non si può fare a meno della Ue, ci mancherebbe, ma si devono gettare basi diverse per la gestione all’interno e all’esterno della stessa. Le strade per riuscirci, secondo i confindustriali, sono quelle del dialogo sotto traccia non dello scontro. Con una postilla: Cina, Usa, Russia e India non stanno a guardare come le stelle di Cronin. E l’Europa è già in ritardo.

La seconda considerazione riguarda l’industria – nello specifico il fattore energetico – e fa emergere una scomposizione ideologica frutto di una visione strategica differente e di tornaconti spiccioli, anche se va detto che l’obiettivo della decarbonizzazione è il fil rouge capace di legare ragionamenti opposti. Il gas fino a un anno fa metteva paura, adesso il prezzo è sotto controllo anche grazie alle temperature miti e agli stoccaggi. C’è chi ne vorrebbe congelare il prezzo per allinearsi al trend di alcuni Stati membri (la Germania), in maniera da consolidare la competitività industriale, c’è chi invita a battere strade alternative. Garrone, che ha dato vita alla trasformazione di Erg da raffineria a società dedita alla produzione di energia elettrica da fonti pulite, spinge per le rinnovabili, altri per il nucleare. Di sole e vento non si può campare, il nucleare rimane una soluzione non immediata, resta sempre il gas…

Sul Green Deal autogol dell’Europa che però non può essere abbandonata

In questi mesi che precedono le elezioni, il sentire (abbastanza) comune è criticare l’Europa. Non in assoluto, no, ma quella messa in piedi da Frans Timmermans e Ursula von der Leyen, l’Europa del Green Deal tanto ‘nobile’ nelle intenzioni quanto spropositato nell’applicazione. Al punto da ripiegarsi su se stesso e da venire sconfessato pezzetto dopo pezzetto. L’ultimo dietrofront è stato sui pesticidi, con la colonna sonora assordante dei trattori che hanno invaso (con danni) Bruxelles. I motivi di questo flop sono ormai una cantilena e diventa facile sintetizzarli: va bene decarbonizzare, ci mancherebbe, ma farlo in questa maniera esasperata, ponendo obiettivi irraggiungibili ed economicamente insostenibili, significa generare un movimento di rifiuto che poco alla volta produce effetti contrari.

In fondo, le ‘trattorate’ di queste ore sono l’ultimo meccanismo di espulsione da una politica verde che ha generato malumori in grandi ei e piccole aziende, nei cittadini ‘comuni’. Perché, riavvolgendo il nastro del tempo, non è possibile sorvolare sui guasti della direttiva sulle auto elettriche, sulle case green, sui gas serra, sugli imballaggi. Battaglie che l’Europa di Timmermans e Vdl ha perso, specialmente da quando l’ultra-ambientalista olandese ha lasciato i suoi incarichi a Bruxelles. Giugno è domani e con questo andazzo sarà complicato portare i cittadini alle urne, almeno in Italia. Nel 2019 la percentuale di votanti è stata di poco superiore al 50%, pressoché in linea con il resto d’Europa a eccezione di Belgio, Lussemburgo e Malta. Questo per dire che un’elezione ‘sentita poco’ rischia di essere addirittura ignorata in una situazione di massimo disagio quando, al contrario, diventa importantissimo votare per scegliere chi governerà tra Strasburgo e Bruxelles, incidendo poi sulle politiche dei vari Paesi. Per l’Europa presa in mezzo tra Putin e Netanyahu, smaniosa di sapere che strada prenderanno gli Stati Uniti, è fondamentale uscire fortificata dalle urne. Tocca alla politica farlo capire a chi non possiede una sensibilità europea e considera le decisioni di palazzo Berlaymont una sorta di implacabile mannaia. Che sia Europa o Stati Uniti d’Europa non è dirimente, basta che sia.

Quattro mesi non sano tanti ma neppure pochissimi, conviene che la tessitura della tela cominci subito e non sia schiava della campagna elettorale che, spesso, porta a una visione miope del futuro. Proprio sul tema ambientale, ad esempio, l’Europa si gioca molto: deve continuare a essere un esempio per il mondo senza dimenticare che la sua produzione di gas serra corrisponde più o meno all’8% di quella planetaria. Cina, India, Stati Uniti ‘valgono’ infinitamente di più e sono Paesi che per adesso hanno sempre anteposto i propri interessi economici a quelli della collettività. La condivisione di due esigenze contrapposte è una sfida, la vera sfida. Senza estremismi deleteri, usando persino l’attaccatutto per tenere unito il Vecchio Continente.

INFOGRAFICA INTERATTIVA Stoccaggio del gas, l’Italia cala al 77,98%

Nell’infografica interattiva di GEA si mostra l’aggiornamento degli stoccaggi di gas nei Paesi dell’Ue. Secondo la piattaforma Gie Agsi-Aggregated Gas Storage Inventory (aggiornata all’8 gennaio), l’Italia scende al 77,98% di riempimento e resta terzultima in Ue preceduta da Lettonia (73,26%) e Croazia (71,38%). La media Ue scende all’83,48% mentre il Portogallo è in testa con 97,93%.

Patto di stabilità, Giorgetti: “E’ un compromesso, vittoria italiana sul Pnrr”. Opposizioni all’attacco

La riforma del Patto di stabilità e crescita europeo continua a infiammare lo scontro politico in Italia. Come richiesto dalle opposizioni, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, si presenta in commissione Bilancio alla Camera per una informativa sulla legge di Bilancio 2024. Ma, a dispetto delle indiscrezioni della vigilia, non si sottrae (sarebbe stato forse difficile fare il contrario) alle domande sull’accordo raggiunto solo pochi giorni fa in Ecofin, dopo un negoziato difficile, durato mesi, dal quale il nostro Paese non sembra essere uscito senza ‘graffi’.

Il responsabile del Mef ricorda che si tratta di un compromesso, senza il quale “dal 1 gennaio sarebbero tornate in vigore le vecchie regole scritte col Fiscal Compact”. Quindi, “da questo punto di vista è stato fatto un passo avanti”. Poi, però, ammette che rispetto alla proposta originaria della Commissione Ue può essere visto anche come un passo indietro, ma “la valutazione la faremo tra qualche tempo”, quando si saranno dispiegati gli effetti. Anche se, chiarisce, “il 2024 non sarà toccato dalle nuove regole”, perché il nuovo Patto “non può che partire dal 2025”.

Alle critiche ricevute risponde a tono: “Abbiamo ottenuto che le spese del Pnrr siano ritenute leggibili a livello europeo, questo è il successo italiano che trovate in qualche modo nel Patto di stabilità”. Ma, avverte Giorgetti, la clausola di allungamento del Patto da 4 a 7 anni è per coloro “che rispettano il Piano in tutto: negli investimenti ma anche nelle riforme“.

Il passaggio che accende lo scontro con le opposizioni, però, è quello sulle misure varate in questi ultimi anni, anche a causa della crisi economica provocata dalla pandemia e che ha imposto interventi drastici e non convenzionali. Quello che Giorgetti lamenta è una mancata visione d’insieme dei suoi predecessori: “Un concetto deve essere chiaro, il dibattito è viziato dall’allucinazione psichedelica che abbiamo vissuto negli ultimi quattro anni in cui abbiamo pensato che gli scostamenti, debito e deficit si potessero fare senza tornare a un sistema di regole”. Parla di disciplina il responsabile del Mef, poi affonda il colpo: “Ci siamo assuefatti a questo ‘Lsd’ preso in questi anni“.

Parole che scatenano la rabbia degli avversari politici. “La premier Giorgia Meloni si renda conto delle parole pronunciate oggi in audizione da Giorgetti”, tuona il presidente dei senatori M5S, Stefano Patuanelli. Per il ministro dell’Economia “la sospensione del Patto di stabilità è stata solo un’allucinazione collettiva e non un’occasione per cambiare in modo strutturale le regole verso una maggiore integrazione e solidarietà europee”, commenta la capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga. Che aggiunge: “Ora dà lezioni contro il debito e accetta il Patto di stabilità dopo aver messo l’Italia nelle condizioni di non contare nulla e di far pagare al Paese a breve il prezzo di un compromesso che è passato sulla testa del governo e della Meloni“.

La partita ovviamente non si esaurirà qui. L’impressione è che lo scontro sia solo l’inizio di una lunga campagna elettorale che porterà alle europee del giugno prossimo. In attesa, ovviamente, di vedere che effetti avrà il nuovo Patto di stabilità sull’Italia.

Dopo la Cop28 troveremo carbone (fossile) sotto l’albero di Natale

Che la Cop 28 sia stata un fiasco o quasi un fiasco dipende solo dai punti di vista più o meno ideologici. Che molto poco si potesse pretendere da un evento che ha avuto come presidente Sultan Ahmed al-Jaber, amministratore delegato di Abu Dahbi National Oil Company (la Adnoc, principale compagnia petrolifera degli Emirati Arabi), era abbastanza scontato. Che la Cop28 potesse riservare un epilogo analogo alla Cop27 era persino prevedibile. Che non tutte le posizioni emerse dalla convention Onu di Dubai siano da buttare nel bidone della spazzatura un’altra evidenza sulla quale riflettere.

Dopo una decina di giorni di chiacchiere e confronti, alla fine sembra che troveremo carbone (fossile) sotto l’albero di Natale. La prima bozza di accordo non convince, gas & oil continuano a farla da padrone, i Paesi produttori non ne vogliono sapere di dare un taglio alla loro principale fonte di introiti, la progressiva dismissione dei combustibili fossili pare abbia la cadenza musicale del fado. E pure la sua tristezza. La luce in fondo al tunnel sono le rinnovabili e, forse, il nucleare. Ma tra mille eccezioni, come da dichiarazione del ministro Gilberto Pichetto Fratin per quanto riguarda la posizione dell’Italia: una fessura non un’apertura. E, comunque, siamo nell’ordine di molti anni, insomma non una soluzione immediata.

Mentre le associazioni ambientaliste si ostinano a gettare vernice verde in fiumi, lagune e fontane, il mondo prende la sua piega. La spaccatura che emerge è netta. C’è preoccupazione per l’innalzamento della temperatura planetaria e per i risultati non in linea con le prospettive delineate dall’accordo di Parigi, probabilmente adesso c’è anche minore distanza tra Europa, Usa, Cina e India, nessuno dubita sulla necessità di “fare qualcosa”, ma sono i tempi e i modi che generano lo stallo. Da un lato la Ue che pesta sull’acceleratore per velocizzare la transizione green, dall’altro i Paesi produttori e in via di sviluppo che azionano il freno. Usando la ragione e non la pancia, è inimmaginabile pensare al mondo senza gas e senza petrolio in uno spazio temporale ristretto. Sultan al-Jaber sostiene con un’iperbole che si tornerebbe alla caverne: non è così, però non è nemmeno possibile ipotizzare a breve una società spinta solo da energie rinnovabili o biocarburanti. E siccome di radicalismo si perisce, lo sforzo maggiore dovrebbe farlo il buonsenso che non produce gas serra: non tutto subito, ma nemmeno niente per sempre. Sarebbe utile conoscere, oltre alla posizione del Governo, anche quelle delle nostre aziende di bandiera: da Eni a Enel, fino a Terna e Edison, Eph, A2A. Come si pongono in questa controversia?

La fotografia scattata alla Cop28 è chiarissima: Emirati, Arabia Saudita, Iraq, Iran e Russia non vogliono abbandonare la strada dei combustibili fossili, gli Stati Uniti stanno strategicamente nel mezzo, i giganti Cina e India manco si sono fatti sentire e tirano dritto allegramente. Insieme fanno 3 miliardi di persone, oltre un terzo della popolazione mondiale. Assodato che la transizione ecologica costi cara, vanno tutelate parimenti la stabilità delle economie e la salute del pianeta. Senza la prima non c’è la seconda. Sono da evitare gli estremismi o le asticelle fissate troppo in alto. E qui l’Europa può e deve darsi una regolata perché l’era-Timmermans ha prodotto guasti e lasciato strascichi. C’era una volta l’Europa che dettava il ritmo al mondo, adesso ci sono nazioni che da sole contano più di un continente intero. E che inquinano anche di più. Prenderne coscienza non è avere meno peso geopolitico ma capire in che epoca si sta vivendo. Diceva Seneca: non possiamo dirigere il vento ma possiamo orientare le vele.

TAP Melendugno

Gozzi: “L’Italia deve definire una strategia energetica per il futuro”

È ormai del tutto evidente che l’Europa non riesce a fare una politica energetica comune. Le vicende recenti lo dimostrano ampiamente: dall’impossibilità pratica di trovare un accordo sul price cap del gas nel pieno della crisi causata dall’invasione russa dell’Ucraina, alle politiche di sussidio ai prezzi dell’energia che i singoli Stati, specie i più forti come Germania Francia, hanno deciso di fare autonomamente piuttosto che impegnarsi per un accordo complessivo europeo.

Le politiche di sussidio ai prezzi sono state consentite dal fatto che di fronte alla crisi economica provocata dal Covid prima e dalle conseguenze della guerra Russia-Ucraina poi, la Commissione Europea è intervenuta con il Temporary crisis and transiction framework, in pratica una deroga alle stringenti regole sugli aiuti di stato che ha consentito ai singoli governi di intervenire secondo una logica “ognun per sé Dio per tutti” per alleviare il caro energia per famiglie ed imprese.

Ovviamente questi interventi, specie quelli a favore delle imprese e in particolare delle imprese energivore, creano asimmetrie competitive gravi tra le imprese degli stati forti, che tali interventi si possono permettere, e quelle degli stati meno forti finanziariamente. E ciò mina alla base il principio del mercato unico.

Si potrebbe ovviare a queste distorsioni istituendo ad esempio una tariffa elettrica comune europea per le imprese energivore. Ma purtroppo nessuno ne parla, da un lato perché a Bruxelles, come abbiamo più volte ricordato, a causa dell’ubriacatura dell’estremismo ambientalista c’è disinteresse, se non un vero e proprio pregiudizio, nei confronti dell’industria di base; dall’altro perché i singoli Stati, schiacciati dalle stringenti regole europee sul climate change, stanno cercando, ognuno per proprio conto, una via alla transizione energetica che consenta contemporaneamente di decarbonizzare e di abbassare il costo dell’energia.

Vasto programma che a breve farà i conti con la realtà, in particolare mostrando che gli obiettivi del cosiddetto Green Deal al 2050 (zero emissioni nette di gas con effetto serra, crescita economica dissociata dall’uso delle risorse senza trascurare nessuna persona e nessun luogo) sono di fatto irraggiungibili. Ma tant’è.

Realisticamente dobbiamo prendere atto che una politica comune europea dell’energia, sia pure auspicabile, non è possibile per i troppi conflitti di interesse fra Stati e per la diversità dei punti di partenza che spesso rappresentano vantaggi competitivi per i sistemi economici e industriali nazionali a cui chi ne può godere non vuole rinunciare.

Alla luce di ciò l’Italia, secondo sistema industriale d’Europa, si deve rapidamente attrezzare con una strategia energetica di medio-lungo periodo che consenta alla sua industria di rimanere competitiva.

Gli altri grandi Stati europei stanno facendo così. Basta guardare i differenziali di prezzo dell’energia dei maggiori Paesi Europei rispetto all’Italia che si trova fortemente penalizzata.

La Germania ha puntato moltissimo sul vento del mare del Nord, sul fotovoltaico e sull’approvvigionamento di idrogeno. Negli ultimi mesi si stanno installando nel Paese l’equivalente di 30 campi di calcio di fotovoltaico al giorno e 4-5 turbine eoliche al giorno. Per raggiungere gli obiettivi climatici al 2030 i tedeschi dichiarano che sarà necessario costruire 43 campi di calcio al giorno di fotovoltaico e mantenere il ritmo di 5 turbine eoliche al giorno. Ci riusciranno? Si vedrà. Nel frattempo la chiusura di centrali nucleari e centrali a carbone spiazza l’industria tedesca e la obbliga a riscoprire le centrali a gas: Ansaldo Energia ha recentemente vinto una gara in Germania per la costruzione di una grande centrale a gas.

La Francia, coerentemente alla sua storia, ha fatto e ribadito la scelta del nucleare. Vinta la battaglia in Europa per inserirlo nella Tassonomia (la lista delle tecnologie ammissibili con il Green Deal) da un lato sta facendo giganteschi interventi di manutenzione sulle centrali esistenti, tutte risalenti a molti decenni fa, dall’altro è all’avanguardia sui progetti di nucleare di quarta generazione, molto più sicuro e meno costoso del tradizionale, su cui mantiene e manterrà una leadership continentale. Il nucleare, specie quello di nuova generazione, è naturalmente la fonte energetica ideale per l’industria: completamente decarbonizzata e stabile, sicura e relativamente poco costosa nel lungo periodo.

La Spagna sta sfruttando intelligentemente la sua configurazione geografica che le mette a disposizione enormi estensioni pianeggianti poco abitate e quindi ideali per installare fotovoltaico ed eolico, ed una grande estensione costiera grazie alla quale con l’aiuto europeo ha installato, già molti anni fa, diversi rigassificatori per l’importazione di LNG (gas naturale liquefatto); e può contare su tutte le tecnologie energetiche disponibili, perché accanto alle rinnovabili vi troviamo ben 5 centrali nucleari e molte centrali a gas.

Non parliamo dei Paesi del Nord Europa, in particolare Norvegia Svezia, dove la risorsa idroelettrica è sovrana. Ma accanto all’idroelettrico la Svezia, consapevole che le rinnovabili non sono sufficienti per garantire l’approvvigionamento energetico del Paese, ha annunciato un piano per la costruzione di altri 10 reattori nucleari oltre ai 6 già esistenti. La Norvegia, accanto alle immense risorse idroelettriche che soddisfano il 60% del fabbisogno energetico del Paese, è un grande produttore di gas. Nel 2022 ha fornito, con enormi guadagni, circa 90 miliardi di metri cubi di gas all’UE e 36 alla Gran Bretagna. Inoltre il paese è all’avanguardia nelle tecnologie di cattura e stoccaggio delle CO2.

E l’Italia?

L’Italia dal punto di vista delle emissioni di CO2 è in una posizione virtuosa in Europa. Pur essendo un grande paese industriale abbiamo emissioni molto più basse ad esempio della Germania. Ciò si deve soprattutto al fatto che l’industria italiana negli ultimi 20 anni ha fatto importantissime politiche di risparmio energetico; che il settore della produzione d’acciaio, secondo in Europa dopo quello tedesco, è praticamente decarbonizzato perché usa per più dell’80% delle produzioni la tecnologia del forno elettrico; che negli ultimi anni c’è stato un importante sviluppo delle energie rinnovabili.

La configurazione orografica del Paese, con pochi o nessun terreno pianeggiante non dedicato all’agricoltura, la non cospicua presenza di zone ventose, le grandi bellezze naturali e paesaggistiche, il sistema delle regole e burocratico non efficiente: tutto ciò non consente né consentirà all’Italia di crescere più di tanto nelle energie rinnovabili.

I Paesi industriali come il nostro hanno un gran bisogno, accanto alle energie intermittenti come sono le rinnovabili, di energia di base (base load) decarbonizzata. Le uniche due tecnologie capaci di assicurare energia elettrica di base stabile per almeno 6000 ore l’anno sono le centrali turbogas e in prospettiva il nucleare di quarta generazione. Del nucleare di quarta generazione si parlerà come minimo tra quindici anni e non è chiaro che ruolo potrà avere l’Italia sullo sviluppo di questa tecnologia.

Per fortuna anche negli anni del nucleare messo al bando Ansaldo ha mantenuto una capacità di ricerca e di intervento che è stata impiegata fuori dall’Italia e oggi può essere una grandissima risorsa per il Paese.

Ma dobbiamo risolvere il problema dei prossimi 15/20 anni senza essere completamente spiazzati nel costo dell’energia rispetto a quello di cui potranno godere gli altri Paesi europei.

Anche noi abbiamo un grande vantaggio competitivo per posizione geografica e infrastrutturazione: siamo l’unico Paese europeo che ha 5 pipe line di ingresso del gas e 5 rigassificatori, e siamo quindi in posizione ideale per l’importazione di gas.

Il prezzo del gas naturale potrebbe scendere significativamente nei prossimi anni per il combinato disposto di una riduzione della domanda europea e una contemporanea forte crescita di offerta nel bacino del Mediterraneo. L’Algeria ha in programma di passare in cinque anni dai 120 miliardi di metri cubi di produzione annuale attuale a 160 miliardi di metri cubi, i giacimenti tra CiproEgitto ed Israele sono di dimensione gigantesca e non se ne conosce ancora la reale dimensione, la stessa Libia una volta stabilizzata aumenterà la sua produzione annuale di gas.

Insomma si potrà comprare il gas a buon prezzo e ciò aiuterà a produrre energia elettrica a basso costo nelle nostre centrali turbogas. Ovviamente a queste centrali vanno applicate le tecnologie della Carbon Capture Utilisation e Storage (CCUS). Queste tecnologie, che in Italia soprattutto l’Eni conosce e domina, e che consistono nel catturare la CO2 dai processi industriali e utilizzarla ad esempio per produrre metano sintetico o carburanti sintetici decarbonizzati (metanolo) e/o nello stoccarla in giacimenti esausti, come fanno da tempo inglesi e norvegesi, stupidamente sono state osteggiate per molto tempo a livello europeo perché l’ideologia estremista ritiene che il gas, che è enormemente meno inquinante del carbone, non possa essere utilizzato neppure se decarbonizzato.

L’Italia dovrebbe lanciare invece una grande campagna a favore di queste tecnologie e applicarle intensivamente alle centrali elettriche turbogas. Esistono problemi di costi che vanno stimati e gestiti, bisogna promuovere molta ricerca per abbattere questi costi come si è fatto per le rinnovabili, ma questa è l’unica strada intelligente che il nostro Paese ha per gestire la fase di transizione senza chiudere le sue industrie.

Frans Timmermans

Gozzi: “Timmermans ha smesso di fare danni ma la sua eredità è pesante”

Frans Timmermans, olandese, socialista, Vice-Presidente della Commissione europea con delega al cosiddetto ‘Green Deal’, ha lasciato il suo incarico per candidarsi primo ministro dello schieramento di sinistra per le elezioni che si terranno prossimamente nel suo Paese.

Gli ultimi mesi della sua attività europea sono stati frenetici nel tentativo di far passare, nel complesso meccanismo legislativo comunitario (Commissione, Consiglio Europeo e Parlamento, il cosiddetto Trilogo), il maggior numero di norme e regolamenti riguardanti la transizione energetica e la lotta al climate change.

Timmermans, che parla un perfetto italiano e che è tutt’altro che un idealista sognatore ma, a detta di chi lo conosce bene, un politico scaltro e navigato che ha cavalcato l’onda ambientalista, è stato l’esempio e l’alfiere di un approccio ideologico ed estremista che ha pervaso tutta l’azione europea degli ultimi anni in tema di transizione, decarbonizzazione, emissioni di CO2. Un approccio fatto di obiettivi irraggiungibili in tema di decarbonizzazione (Fit for 55), di sovrana noncuranza per le conseguenze economiche, industriali e sociali delle scelte estremiste che hanno trasformato le politiche ambientali e la lotta al cambiamento climatico in una nuova religione pagana del nostro tempo, che demonizza il progresso economico e tecnologico e predica un futuro di sacrifici dolorosi oppure l’Apocalisse imminente.

In molti hanno salutato il suo ritiro dalla scena europea dicendo che “ha finito di fare danni”.

In particolare sembra finalmente farsi strada, all’interno del mondo industriale europeo, una più forte riflessione e consapevolezza sulle conseguenze e sui danni provocati da un approccio estremista alla transizione. Non stiamo parlando di posizioni negazioniste, ma al contrario di soggetti attivi che perseguono convintamente politiche di decarbonizzazione dei processi industriali, fatte però con razionalità e pragmatismo e senza fanatismi ideologici.

Alla Assemblea di Assolombarda tenutasi nel luglio scorso il presidente Alessandro Spada ha ad esempio affermato: “L’Unione Europea con i suoi ambiziosi obiettivi ambientali sta forzatamente intaccando la competitività delle imprese manifatturiere europee. E quello che è del tutto irragionevole è l’accelerazione impressa dalla Commissione Europea che con questi tempi e modalità sta dimostrando di voler scaricare sulle imprese i costi della transizione ecologica”.

Una riflessione matura sul tema apre molteplici interrogativi.

Quale è la ragione per la quale un’area del mondo, l’Europa, responsabile di meno dell’8% delle emissioni globali di CO2 deve adottare un atteggiamento così estremista e così negativo per il futuro economico, industriale e quindi sociale del continente quando a livello mondiale le emissioni crescono ogni anno soprattutto per la fame di energia e di crescita che caratterizza quelli che una volta si chiamavano paesi in via di sviluppo?

Se con un colpo di bacchetta magica l’industria europea, tutta l’industria europea, che è responsabile di meno della metà di quell’8%, chiudesse i battenti (con le conseguenze economiche e sociali facilmente immaginabili) a livello mondiale non cambierebbe praticamente niente in termini di emissioni di CO2.

Quale è la ragione per la quale l’Europa è l’unica tra le grandi aree del pianeta ad aver vietato dal 2035 la produzione di auto a combustione interna e per ridurre le emissioni ha scelto di puntare tutto sull’elettrico (senza peraltro dire come verrà prodotta tutta questa energia elettrica) anziché farlo anche attraverso l’uso di altri combustibili come biocarburanti, carburanti sintetici ecc.?

Le conseguenze di questa scelta, fatta sulla base di un postulato ideologico (rifiuto della neutralità tecnologica ma scelta di una sola tecnologia per la decarbonizzazione e cioè l’elettrico), sono l’aver creato una nuova gigantesca dipendenza dalla Cina, primo paese al mondo per la produzione di auto e di auto elettriche e quasi monopolista nel controllo di tutte le materie prime necessarie alla produzione di batterie (litio, cobalto, vanadio, nichel). Su queste basi il futuro è quello di una grave perdita di quote di mercato dell’industria dell’auto europea a favore di quella cinese.

Quale è la ragione per la quale l’Europa si appresta a perdere una parte consistente della sua produzione di acciaio fatto con gli altoforni e con il carbone quando questo acciaio, detto da ‘ciclo integrale’, è indispensabile alla produzione automobilistica?

E ancora: se perderemo quote importanti di produzione di acciaio, settore in cui l’Italia eccelle (perché applica per più dell’80% della sua produzione la tecnologia del forno elettrico che ha ridottissime emissioni di CO2) perché dobbiamo farlo a favore di Cina, India, Indonesia ecc. mettendoci in condizione di esportare lavoratori disoccupati e di importare CO2?

Abbiamo sostenuto più volte, anche da queste pagine, che l’applicazione delle direttive europee nei prossimi anni comporterà la desertificazione industriale del continente con la scomparsa e/o il ridimensionamento di settori strategici quali l’acciaio, la chimica, la carta, il cemento, il vetro, la ceramica.

Perché tutto questo? Ritorniamo alla domanda iniziale.

L’atteggiamento di Timmermans e della maggioranza della sinistra europea può essere spiegato con il fatto che, persa la rappresentanza della classe operaia e dei ceti produttivi (ad esempio, il 75% degli operai iscritti alla Fiom di Brescia, sulla base di un sondaggio coraggiosamente pubblicato dalla Fiom stessa, ha votato Lega) ha sposato l’ecologismo estremista come nuovo rifugio ideologico.

La sinistra radicale, che non ha mai vinto le elezioni in Europa, non può fare a meno di un nemico (i capitalisti che inquinano) e di un totem ideologico (la decrescita infelice).

Questo estremismo della sinistra, che purtroppo ha condizionato e talvolta improntato le politiche europee, nasce anche da un senso di colpa sui temi dell’ambiente che considerata la situazione dell’Europa è totalmente ingiustificato. Questo senso di colpa non tiene conto infatti degli importantissimi risultati positivi messi a segno, in questi anni, dalla UE sul fronte della difesa dell’ambiente.

Secondo l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, che tiene conto delle pressioni esercitate sull’ambiente da ogni singola nazione, l’Italia figura, nell’elenco dei virtuosi, terza al mondo dopo Regno UnitoSpagna e, tra i paesi che emettono meno CO2, sette sui primi dieci in classifica, tra cui anche Germania Francia oltreché l’Italia, appartengono all’Unione Europea.

Il perché di una posizione ambientalista radicale, astratta e ideologica della sinistra può dunque essere spiegato come sopra, anche se è in contraddizione con la tradizione di quello schieramento politico storicamente attento all’economia e ai problemi del mondo del lavoro.

Ma perché il Partito Popolare e le altre forze moderate, compreso Renew Europe di Macron, hanno seguito questo approccio in maniera quasi acritica? Mistero.

Un mistero che ha aperto spazi e consenso a movimenti populisti e sovranisti di destra cresciuti in molti paesi riscuotendo sostegno in fasce di popolazione che non si sono sentite rappresentate (gilets jaunes in Francia, il partito dei contadini in Olanda, AfD in Germania).

A me sembra che oggi si presenti l’occasione di rilanciare una nuova visione europeista, non sovranista né populista, che non neghi i problemi del climate change, che continui ad essere attenta ai problemi della transizione energetica, ma che lo faccia con gradualità e buon senso e con la consapevolezza che solo le tecnologie e le imprese possono essere i motori di questa transizione. Ciò significa mettere al centro dell’agenda europea la difesa dell’industria, la sua competitività, il suo accompagnamento e sostegno nel difficilissimo sentiero della transizione.

Tale visione deve essere comune a tutte le grandi famiglie politiche europee: Popolari, Liberal-democratici, e perfino i Verdi tedeschi che ultimamente sembrano riflettere sugli errori commessi seguendo l’approccio radicale alla Timmermans. Le recenti dichiarazioni della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen sembrano andare in questa direzione anche se non si può negare che l’appoggio dei verdi e dei socialisti alla sua presidenza l’abbia condizionata non poco.

Anche i socialisti dovrebbero adottare una visione più realistica e razionale invece di continuare ad assecondare la retorica ideologica degli ambientalisti estremisti di fatto nemici dell’Europa. Un aiuto più importante del Sindacato in questo senso forse aiuterebbe, richiamando la sinistra al fatto che senza economia e senza lavoro l’unica transizione è verso la miseria e sarebbero i ceti più deboli a pagarne le peggiori conseguenze.

Europa

Governo prepara inverno: nel mirino Patto stabilità Ue. Elettricità sopra 100 euro/MWh

Agatha Christie sosteneva che “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Al momento, sull’azione politica del governo da settembre in poi ce ne sono soltanto due, ma autorevoli: il ché fa supporre fortemente che non sia frutto della casualità. Ieri Giancarlo Giorgetti, oggi Raffaele Fitto, infatti, hanno lanciato messaggi piuttosto chiari all’Europa che sarà quello il campo da gioco ‘preferito’ nel prossimo autunno-inverno per Giorgia Meloni e la sua squadra. Dalle regole sul Patto di stabilità e crescita che il ministro dell’Economia vorrebbe non vedere riattivate nel 2024, alla flessibilità invocata – e rivendicata – dal responsabile degli Affari Ue, la Coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, è abbastanza nitido l’orizzonte. Anche i toni sembrano proprio quelli da clima pre elettorale: del resto, le europee sono in programma nella prima decade di giugno del prossimo anno.

Come insegna la ‘regina dei romanzi gialli’, è meglio mettere in ordine i fatti. Già da qualche settimana prima della pausa ferragostana, da esponenti del governo italiano erano partiti i primi avvertimenti all’attuale maggioranza che sostiene la Commissione guidata da Ursula von der Leyen: ‘l’anno prossimo si cambia’ i messaggi (poco velati), ad esempio, di ministri con portafoglio di peso come Adolfo Urso o Matteo Salvini. Ora è il turno di quelli più vicini alla premier, Giorgia Meloni: chi per importanza della delega (Mef), chi politicamente (Fitto). Entrambi puntano forte contro la fine della sospensione alle regole del Patto di stabilità, che riporterebbe in auge il temibile rapporto deficit/Pil al 3%, cui tutti gli esecutivi hanno attribuito la colpa di mancati investimenti per paura di sforare e finire nel mirino della Troika.

Per Giorgetti il Prodotto interno lordo non è, però, un indicatore sufficiente a misurare la politica economica del Paese, perché “si può gonfiare anche facendo spese totalmente assurde o che non promuovano assolutamente lo sviluppo economico”, non permettendo di “cogliere fenomeni importanti“, come “il degrado dell’ambiente, che oggi è diventato veramente un tema centrale“. Semmai, per l’esponente della Lega, il tema è scegliere priorità e assicurarsi che ci sia sostenibilità nelle scelte compiute. A rinforzare questo ragionamento è Fitto. Dal palco del Meeting di Rimini, esattamente come fatto dal collega di governo 24 ore prima, il ministro degli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, avvisa sui rischi che comporterebbe il ritorno alle regole pre-pandemia. Proprio ora che le condizioni geopolitiche sono cambiate e non stabili a causa della crisi energetica prima e della guerra scatenata dalla Russia in Ucraina poi.

A febbraio, ricorda Fitto, l’Italia era riuscita a far inserire il criterio della flessibilità – in merito agli aiuti di Stato, ma non solo – nelle conclusioni del Consiglio europeo. Ora questo strumento diventa fondamentale per non sprecare l’occasione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (che al suo interno ha anche i capitoli aggiuntivi del RePowerEu) e le risorse dei Fondi di coesione 2021-2027. Per questo occorre “mettere in campo scelte che vanno nella direzione di poter utilizzare le risorse in funzione anche dei cambiamenti”, perché “sarebbe paradossale non modificare nulla lasciando quanto si è deciso prima degli accadimenti che hanno modificato complessivamente lo scenario”. Volendoci proprio vedere un risvolto politico, il messaggio tra le righe a von der Leyen e i suoi commissari è quello di non avere fretta di tornare al passato, altrimenti a pensarci sarà la prossima maggioranza. A patto, ovviamente, che il centrodestra e le forze popolari e conservatrici vincano le elezioni.

Piccolo inciso rispetto allo scenario, i prezzi iniziano a risalire. Non solo la benzina, ma anche quelli dell’energia, seppur di poco. A certificarlo sono i dati del Gestore mercati energetici, che ha registrato, nella settimana dal 14 al 20 agosto, un aumento del 10% rispetto alla settimana scorsa, raggiungendo quota 105,79 euro per megawattora. Un segnale, nemmeno troppo preoccupante (l’Italia ha visto di peggio nella sua storia recente), ma che comunque non va sottovalutato. In patria, come in Europa.

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Foreste in pericolo in Ue: aumentano fattori di ‘disturbo’ come vento e incendi

Vento, fuoco, scolitidi di abete rosso europeo e altri agenti biotici e abiotici (come funghi, nematodi, siccità, gelo o grandine). Tutte fonti di ‘disturbo’ per le foreste che in settant’anni, tra il 1950 e il 2019, hanno causato perdite in 34 Paesi del vecchio continente che si stimano tra 52,4 milioni di metri cubi (Mm 3) e 62,1 Mm 3 di legname ogni anno, in media. A rivelarlo uno studio finanziato dalla Commissione europea, a cura della Science Communication Unit, dell’Università di Bristol, in Inghilterra, che sottolinea come un disturbo eccessivo per l’ecosistema forestale sia dannoso, in quanto “minaccia la fornitura di servizi ecosistemici vitali, come lo stoccaggio del carbonio e la fornitura di habitat per la fauna selvatica”. Inoltre, un disturbo eccessivo “rende più difficile raggiungere obiettivi politici che dipendono da foreste sane”.

Tra cui quelli varati dalla Commissione europea nel quadro del suo Green Deal, il Patto verde per l’Europa. È del 16 luglio 2021 la strategia europea per le foreste, in cui hanno trovato spazio sia nuovi obiettivi di assorbimento della CO2, sia azioni concrete per migliorare la quantità e la qualità delle foreste sul territorio dell’Unione. Proprio gli ecosistemi forestali rappresentano i più grandi pozzi di assorbimento di carbonio, ma la Commissione Ue ha riconosciuto che quelli europei soffrono di molteplici pressioni, incluso il cambiamento climatico. Da qui arriva la proposta di piantare tre miliardi di nuovi alberi entro l’inizio del prossimo decennio, per rispondere anche all’obiettivo vincolante di rimuovere 310 milioni di tonnellate di CO2 equivalente al 2030.

I ricercatori hanno creato un database online gratuito di disturbi forestali, coprendo 34 paesi europei e utilizzando i dati di studi scientifici e una rete di esperti. Il set di dati risultante contiene 173.506 record provenienti da 600 fonti e, in particolare, migliora il quadro per paesi come Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia e Serbia, dove i dati erano precedentemente di difficile accessibilità. Quando i ricercatori hanno esaminato i cambiamenti nelle perdite, hanno registrato alcune tendenze: ovvero che in media le perdite di legname sono cresciute di 845mila metri cubi all’anno e negli ultimi 20 anni, la quantità totale di legno danneggiato all’anno è stata in media di 80 milioni di metri cubi, abbastanza per costruire l’edificio in legno più alto d’Europa, il Mjostarnet di 18 piani, sul lago Mjosa, Norvegia, 15 volte.

Lo studio osserva che a causare il danno maggiore è stato il vento, rappresentando il 46% del volume di legname ‘disturbato’. Gli anni ’90 e 2000 hanno registrato tassi di disturbo del vento particolarmente elevati (rispettivamente 47,8 e 38,3 Mm 3/anno). Sia gli eventi estremi che i danni cronici sono aumentati durante il periodo di studio. Il fuoco è stato il secondo disturbo più significativo, rappresentando il 24% dei danni al volume di legname. Il suo impatto è aumentato in modo significativo, con ampi picchi negli anni ’70 e ’90 in poi. Fin dagli anni ’90 sono state utilizzate migliori strategie di gestione degli incendi, ma sono contrastate dagli effetti del cambiamento climatico. Anche i coleotteri della corteccia hanno causato un forte aumento del disturbo, con il 17% del volume di legname disturbato, principalmente a causa delle enormi epidemie dell’ultimo decennio. Anche il cambiamento climatico guida questa tendenza creando condizioni più ospitali per i coleotteri.

Infine, altri disturbi biotici hanno rappresentato l’8% del volume di legname danneggiato, con un forte aumento dopo gli anni ’80. Il volume medio di legname danneggiato da altri disturbi abiotici è aumentato di quasi sei volte. Alla luce di questi risultati, lo studio raccomanda ai gestori forestali e ai responsabili politici di porre nuove strategie di adattamento al centro della pratica. I ricercatori suggeriscono che è necessario un sistema paneuropeo di monitoraggio e segnalazione dei disturbi forestali armonizzato, coerente e quasi in tempo reale, che combini osservazioni da terra e telerilevamento.

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