Ex Ilva, governo prende 3 settimane per chiudere con Flacks. Sindacati: “Nazionalizzare”

Sul futuro dell’ex Ilva ci sono altre tre settimane di attesa. E’ il timing chiesto da Adolfo Urso ai commissari straordinari per “finalizzare il negoziato in corso con il gruppo Flacks, alle condizioni già illustrate rispetto alla sostenibilità finanziaria del piano e al coinvolgimento di partner industriali attivi nel settore siderurgico”. Lo ha spiegato lo stesso ministro delle Imprese e del Made in Italy al tavolo di confronto, a Palazzo Chigi (il primo dopo più di tre mesi), tra governo e sindacati. Le sigle, però, rispondono con quella che ritengono ormai l’unica soluzione possibile: la nazionalizzazione dell’azienda.

Due visioni differenti di risolvere una vertenza decennale. Da un lato c’è l’esecutivo, alle prese con il problema di dover integrare l’Autorizzazione integrata ambientale del 2025 che i giudici della XV sezione civile di Milano ritengono incompleta, pena la chiusura della produzione a caldo dal 24 agosto 2026. Uno scenario che blocca, di fatto, la trattativa con il fondo Usa e, a cascata, il prestito ponte di 390 milioni autorizzato dalla Commissione Ue perché in vista di un closing a stretto giro. Tra l’altro, vacillando questo criterio, Bruxelles chiede a governo e azienda chiarimenti sugli effetti della dispositivo del tribunale meneghino. Fattori che hanno spinto Urso ad avanzare un’altra richiesta ad AdI e Ilva in as: “Fare tutto il possibile per evitare la chiusura dell’area a caldo di Taranto, impugnando la decisione nei tempi già annunciati e formulando al più presto un’Aia sostenibile” e nel frattempo “completare la manutenzione di Afo4 entro aprile”.

Dall’altro lato del tavolo ci sono i lavoratori, che giorno dopo giorno convivono con la paura che la più grande industria siderurgica del Paese abbassi la serranda per sempre. “La chiusura può essere fermata solo a una condizione: che il governo si assuma la responsabilità di realizzare il piano di decarbonizzazione che abbiamo condiviso insieme”, dice il segretario generale della Fiom, Michele De Palma. La posizione è unitaria: “Sulla vendita continua la testardaggine del governo di provarci con Flacks – mette in luce il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano -. Abbiamo ribadito che devono iniziare a pensare a un Piano B dove il governo è la parte trainante dell’assetto proprietario, poi aggregando gli industriali del paese”. In questo senso, disponibilità come quella del presidente di Federmeccanica vanno tenute in considerazione, perché sugli americani “c’è un ottimismo secondo noi sfrenato”, rincara la dose Uliano. La Uilm da par suo annota l’impegno preso da Urso, ma non cambia idea: “A noi non convince e lo abbiamo ribadito, riteniamo ci siano tante lacune e tanti problemi irrisolti”, spiega il segretario generale.

Ad aggravare la situazione ci sono due vittime sul lavoro in due mesi: a gennaio Claudio Salamida (46 anni), pochi giorni fa Loris Costantino (36). Infatti, è questo il tema che apre e impegna la gran parte dell’incontro a Palazzo Chigi. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che presiede la riunione, esprime cordoglio a nome del governo e invita i commissari straordinari di AdI e Ilva Spa “a promuovere le massime condizioni di sicurezza sul lavoro e garantire il pieno rispetto delle normative a tutela dei lavoratori”. La risposta è immediata, con la disponibilità ad aprire, a Taranto, il prossimo 13 marzo, un tavolo tecnico specifico sulle procedure insieme alle sigle.

Non solo, perché contemporaneamente l’idea è aprire un altro confronto, stavolta al ministero del Lavoro, su sicurezza e occupazione. Anche perché tra le ipotesi, fanno sapere fonti di governo, c’è quella di “estendere il contratto del comparto metalmeccanici alle attività esterne di particolare complessità operate dalle aziende appaltatrici”. I sindacati annotano, ma ora vogliono atti concreti. “Un fondo di gestione straordinaria degli impianti e di tutti i danni che ha fatto anche la gestione AcelorMittal, che corrispondono a circa a 7 miliardi di euro”, rivela Sasha Colautti (Usb). “Se non sarà sufficiente, vuol dire che ci fermeremo”, avvisa Palombella.

L’appello di Urso è di mantenere “la coesione e la massima responsabilità da parte di tutti”, perché “la sfida era già di per sé molto difficile, ora si è ulteriormente complicata anche per effetto della sentenza del Tribunale di Milano”.

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Ex Ilva, operaio muore durante controllo. Sindacati in sciopero: “Non è fatalità”

Un operaio di 46 anni è morto all’ex Ilva di Taranto, precipitando da un’altezza di 8 metri mentre stava controllando delle valvole. La tragedia riaccende i riflettori sull’ex colosso della siderurgia italiana e i sindacati dei metalmeccanici proclamano 24 ore di sciopero immediato in tutte le sedi, chiedendo a gran voce che il governo acceleri sul rilancio.

Claudio Salamida, si chiamava così il lavoratore che ha perso la vita nell’incidente dell’Acciaieria 2, su cui la struttura commissariale di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria (che esprime cordoglio alla famiglia) assicura di aver attivato “tutte le verifiche necessarie per accertare la dinamica dei fatti”, confermando “la piena disponibilità a fornire tutti gli elementi utili a far luce sull’accaduto”. Anche dal governo arriva il “profondo cordoglio e vicinanza ai familiari e ai colleghi di Salamida”, attraverso la nota del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Che ha presieduto, al termine del Cdm, una riunione assieme ai ministri del Tavolo interministeriale sull’ex Ilva, ribadendo “l’impegno del governo per rafforzare la sicurezza sul lavoro, in linea col recente decreto legge, affinché condizioni di piena tutela siano sempre prioritariamente garantite”.

Intanto, Fiom, Uilm e Fim Cisl decidono di incrociare immediatamente le braccia per 24 ore. “Il problema è tutt’altro che risolto”, tuona la segretaria confederale della Uil, Ivana Veronese. “È l’ulteriore perdita insopportabile di vite umane che si somma al sacrificio di questi lunghi anni e pone l’accento sull’emergenza legata ai mancati investimenti sulla manutenzione degli impianti e sulla sicurezza”, rincara la dose il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella.

Alza la voce anche Fim Cisl: “E’ un fatto di una gravità estrema che non può e non deve essere archiviato come una tragica fatalità”, affermano in una nota congiunta il segretario generale, Ferdinando Uliano, e il segretario nazionale, Valerio d’Alò.. Duro anche il commento della Fiom: “E’ una tragedia che doveva essere evitata, ma le nostre richieste sono rimaste inascoltate”, lamentano il segretario generale, Michele De Palma, e il coordinatore nazionale siderurgia dei metalmeccanici Cgil, Loris Scarpa, ritenendo “inaccettabile l’infortunio mortale all’ex Ilva a Taranto”. Per il segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, poi, “colpisce e indigna che una tragedia di questa gravità si sia verificata in un impianto da anni sottoposto a controlli continui, prescrizioni stringenti e a un livello di vigilanza (teoricamente) tra i più elevati del Paese. Questo rende l’accaduto ancora più grave”.

Cordoglio per la morte di Salamida arriva anche dalle istituzioni locali. Per il neo presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro “il cordoglio non basta”, per questo chiede “con forza che si metta immediatamente in campo un piano straordinario di manutenzione e risanamento”, perché “in queste condizioni – avverte – l’acciaieria non ha futuro”.

L’incidente mortale all’ex Ilva unisce anche la politica. La presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, Chiara Gribaudo (Pd), invita il governo “ad accelerare i tempi per mettere in pratica, con i decreti, le poche e insufficienti novità del decreto Sicurezza sul lavoro e discutere insieme, in Parlamento”. Il senatore leghista e segretario del Carroccio in Puglia, Roberto Marti, esprime “sgomento e profondo cordoglio per la tragica morte dell’operaio” di 46 anni: “E’ necessario accertare con precisione la dinamica dei fatti e le cause del cedimento del grigliato”. Da Forza Italia è la deputata, Chiara Tenerini, a chiedere “serietà e attenzione alle condizioni reali in cui si lavora, soprattutto in contesti industriali complessi”.

Per il senatore di Avs, Tino Magni, occorre fare “piena luce per chiarire la dinamica dell’incidente e accertare eventuali responsabilità”. Mentre i Cinquestelle, che presentano un’interrogazione alla ministra del Lavoro, Marina Calderone, ricordano che “la grave situazione in cui versano gli impianti non è più rinviabile”. Profondo cordoglio lo esprime anche il deputato pugliese di FdI, Giovanni Maiorano: “Questa tragica vicenda ci impone ancora di più una profonda riflessione sull’importanza della sicurezza sul lavoro, tema cruciale per il governo Meloni”. Infine, Annamaria Furlan, senatrice di Iv, dà pieno sostegno ai sindacati: “La sicurezza sul lavoro non può essere considerata una variabile secondaria né rinviabile. È evidente che occorra fare molto di più per tutelare l’incolumità dei lavoratori”.

Ex Ilva, attese entro oggi offerte vincolanti. Urso: “Realistico intervento soggetto pubblico”

Per l’ex Ilva di Taranto è arrivato il giorno X, quello delle offerte vincolanti. I commissari dell’amministrazione straordinaria attendono entro mezzanotte i piani industriali e le proposte economiche dei due soggetti che hanno formalizzato il loro interesse. Si tratta del fondo statunitense Bedrock Industries, candidatosi a rilevare l’intero gruppo siderurgico in amministrazione controllata, e la cordata Flacks Group–Steel Business Europe.

E’ l’ultimo passaggio di una procedura iniziata a settembre, quando alla chiusura del bando erano arrivate dieci offerte. Ma solo due – per l’appunto quelle di Bedrock Industries e Flacks Group–Steel Business Europe – riguardavano l’intero perimetro industriale. Altri operatori italiani si erano detti interessati invece solo agli stabilimenti del Nord Italia. I due gruppi dovranno ora devono trasformare le manifestazioni d’interesse in offerte vincolanti con un piano industriale dettagliato, in ballo c’è un sito industriale considerato strategico per la siderurgia italiana.

Bedrock Industries è un investitore specializzato in grandi complessi siderurgici in crisi. La cordata è invece composta dalla statunitense Flacks Group e da Steel Business Europe, società slovacca del settore.

Questa mattina il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso è stato audito in Commissione Industria del Senato proprio sul nuovo decreto ex Ilva varato in Cdm il primo di dicembre, pensato per garantire la continuità produttiva degli stabilimenti ex Ilva e sostenere l’amministrazione straordinaria in questa fase di transizione. “Dobbiamo aspettare la giornata e soprattutto le offerte che arrivano ai commissari, che devono poi eventualmente valutarle”, ha spiegato a margine. Lo stesso Urso ritiene però ormai realistico l’intervento di un soggetto pubblico “che rafforzi un eventuale piano di investimenti o realizzi con altri una proposta all’interno della procedura di gara, perché si tratta di una gara internazionale che così come è stata concepita sin dall’inizio, a differenza della precedente, prevede sempre la possibilità di un soggetto che si presenti. Purché abbia una proposta migliorativa rispetto a quella in campo”.

Secondo il ministro, “l’attuale piano di transizione è un piano di rilancio produttivo, perché nessuno investirebbe risorse per riattivare gli altoforni per poi chiuderli, sarebbe folle”. Per il futuro, ha assicurato, il governo non si tirerà indietro. E a chi gli ha chiesto se sarà necessario un nuovo intervento nella fase tra la conclusione della procedura negoziale e il nuovo ingresso operativo, ha ribadito: “Come ha dimostrato questo decreto e come ha dimostrato la storia in questi tre anni, il governo non si è mai tirato indietro”. Parole che non hanno soddisfatto il M5s. Il ministro Urso “scarica tutto e non risolve nulla, urge un piano salva-Taranto”, sostengono il vicepresidente al Senato Mario Turco, coordinatore comitato Economia, Lavoro-Impresa, e la capogruppo in Commissione Industria Sabrina Licheri. “In audizione sull’ex Ilva – ribadiscono – abbiamo assistito all’ennesima autoassoluzione del ministro, impegnato a scaricare responsabilità su governi precedenti, Procura, enti locali e Mittal, senza riconoscere che in tre anni il Governo Meloni non ha risolto nulla”.

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Ex Ilva, termine offerte slitta al 26 settembre. Sindacati: “Urgente tavolo a Palazzo Chigi”

L’uscita di scena di Baku Steel non è un fulmine a ciel sereno, ma un bel problema di sicuro. Il futuro dell’ex Ilva dipende ora dalla prossima gara, cui prenderanno parte Jindal e il fondo americano Bedrock, che avranno a disposizione una decina di giorni in più per mettere insieme la documentazione utile al bando. I commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e Ilva, infatti, “come richiesto dai soggetti proponenti” allargano i termini entro cui presentare le offerte vincolanti per la cessione dei complessi aziendali, passando dal 15 settembre al 26 settembre. “La decisione è stata assunta con l’obiettivo di consentire ai proponenti di completare la documentazione necessaria, nel pieno rispetto dei principi di trasparenza e parità di trattamento tra gli operatori coinvolti”, spiegano.

La decisione è parsa subito l’unica possibile. Anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ne è consapevole, al punto che già giovedì pomeriggio, a margine del question time in Senato, ha praticamente preconizzato quello che è accaduto meno di 24 ore dopo. “Le condizioni che abbiamo posto per la piena decarbonizzazione nel più breve tempo possibile sono stringenti” oltre al fatto che chiunque voglia rilevare lo stabilimento di Taranto deve prendere atto “necessariamente che non ci sarà una nave rigassificatrice a dare il gas necessario, pur realizzando il polo del preridotto a Taranto”.

Nel frattempo, tra i lavoratori, si riaffacciano con forza i pensieri di sventura. Se all’esito della prima gara, quella vinta dagli azeri, la cui offerta era risultata la più attendibile, sembravano potersi aprire spiragli di luce sul futuro degli stabilimenti, dopo l’incendio dell’Altoforno, i sigilli della magistratura e l’Aia che tardava ad arrivare, i primi segnali di insofferenza provenienti da Baku avevano provveduto a ritappare la luce in fondo al tunnel. Adesso, con gli ultimi sviluppi della vicenda e un piano di decarbonizzazione che diventa indispensabile ma sempre più dispendioso, la faccenda si complica ulteriormente. Ragion per cui i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm, Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella, hanno chiesto nuovamente al governo un confronto. “Alla luce di un quadro di sempre maggiori criticità ed incertezze relative al piano di salvataggio dell’ex Ilva, alla decarbonizzazione, al continuo rinvio del bando di gara senza alcuna spiegazione valida e preventiva e ai drammatici effetti sociali ed occupazionali” scrivono i leader metalmeccanici, chiedendo “con urgenza la convocazione del tavolo permanente presso la Presidenza del Consiglio”, non al Mimit.

In attesa della risposta di Palazzo Chigi, dall’esecutivo arriva intanto un segnale sulla Cigs. Il ministero del Lavoro, infatti, cambia nuovamente data per la riunione con i sindacati sulla Cassa integrazione straordinaria dei lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, anticipata dal 30 al 18 settembre, alle ore 15.30. Se a via Giulia si trovasse un accordo sarebbe una boccata di ossigeno importante in uno scenario che torna a essere dominato dall’incertezza.

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Ex Ilva, sì Genova a forno elettrico. Urso: “Alternativa preridotto è Gioia Tauro”

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ottiene il sì di Genova per mantenere la siderurgia e il forno elettrico dell’ex Ilva. Al termine di una serie di incontri svolti questa mattina nella prefettura del capoluogo ligure con enti locali, sindacati cittadini, imprese e comitati, il ministro annuncia il “sì unitario” alla possibilità di un forno elettrico nell’acciaieria ex Ilva di Cornigliano, “come previsto nel nostro piano di decarbonizzazione”.

Un piano che prevede, “ove ci fosse l’interesse del player industriale”, di realizzare anche un forno elettrico nella città di Genova per l’area nord. Secondo Urso si tratta di “un’opportunità che può essere data agli investitori, a fronte del fatto che a Taranto sono previsti al massimo tre forni elettrici, per una capacità complessiva che non può superare i sei milioni di tonnellate all’anno. Il problema vero però è dove localizzare gli impianti di Dri, strutture che, ricorda Urso, “producono la materia prima”, cioè il preridotto che serve ad alimentare i forni elettrici per realizzare acciaio di qualità per auto, elettrodomestici, rotaie ad alta velocità, tubi, industria della difesa. Poi c’è quello per lo spazio, che “deve essere un acciaio pulito, che si realizza attraverso i forni a caldo, oppure si può realizzare attraverso i forni elettrici, ma solo se alimentati con questa materia prima chiamata preridotto”. Ove fossero alimentati, come accade nei 34 forni elettrici che oggi sono in produzione in 29 località italiane, alcune ad alta densità abitative, non produrrebbero un acciaio utile se fossero alimentati dal rottame ferroso”. Per questo, il ministro ha ipotizzato che il polo del preridotto sia localizzato a Taranto, “sia perché sono immediatamente corrispondenti dei forni elettrici, sia perché assorbirebbero gran parte dell’occupazione che non potrebbe essere assorbita dagli stabilimenti siderurgici”. Se poi Taranto non desse l’autorizzazione all’approdo temporaneo di una nave rigassificatrice “dovremmo trarne le conseguenze e realizzarlo altrove”. Urso chiederà nelle prossime ore al Comune pugliese se intende o meno far approdare una nave rigassificatrice. L’alternativa “sarà Gioia Tauro”, anticipa Urso, dove già governo regionale e Comune hanno manifestato interesse. Un incontro è previsto giovedì prossimo. Proprio su questo punto insiste Ilaria Cavo, presidente del consiglio nazionale di Noi Moderati. “Genova oggi si è presa le proprie responsabilità”, sottolinea chiedendo a Taranto di fare lo stesso. Se il cronoprogramma dovesse essere rispettato, ipotizza ancora Urso, “si potranno assegnare gli impianti ai nuovi investitori privati già nella prima parte del prossimo anno. A quel punto potremmo passare alla fase degli accordi di programma con gli investitori e gli enti locali. Sarà fatto anche con un confronto con le organizzazioni sindacali”.

Apertura anche della sindaca di Genova, Silvia Salis: “Sarebbe un errore perdere la filiera dell’acciaio in Italia, non solo per la ricaduta occupazionale: un Paese che perde industria è un Paese che perde potere e posizionamento internazionale”. Disponibilità per il quadrante Nord-Ovest anche del vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, in rappresentanza del presidente Cirio: “Il Piemonte ha ribadito la disponibilità ad assumere un ruolo di protagonista nel rilancio industriale e del settore siderurgico italiano. Siamo a fianco dei lavoratori degli stabilimenti di Novi Ligure, Racconigi e Gattinara, determinati, insieme Governo, a lavorare per la realizzazione di un polo dell’acciaio sostenibile, che valorizzi i nostri stabilimenti e il know-how unico dei nostri lavoratori”. Il senatore di Fratelli d’Italia, Gianni Berrino, esulta per “l’ottima notizia. Genova ha detto sì alla possibilità di un forno elettrico all’ex Ilva di Cornigliano. Grazie al governo Meloni e al lavoro del ministro Urso si è raggiunto un importante risultato. Siamo sulla strada giusta”. Italia Viva invece incalza ancora il ministro, con la capogruppo al Senato Raffaella Paita e la senatrice Annamaria Furlan: “Se il governo crede davvero in questo progetto di rilancio che noi sosteniamo – chiedono – perché non accetta di prevedere la presenza dello Stato nella società, almeno per la prima fase?”.

Ex Ilva, nuovo round di incontri al Mimit. Ma con gli enti locali manca ancora l’intesa

In Italia fa caldo, all’Ilva di Taranto molto di più. Può darsi, anzi è molto probabile, che il nuovo round di incontri in programma il 12 agosto al ministero delle Imprese e del Made in Italy non sblocchi la situazione. Ma si tratta di una tappa importante per il futuro dell’ex colosso italiano della siderurgia.

In ballo c’è l’Accordo di programma presentato dal ministro, Adolfo Urso, che gli enti locali non sono intenzionati a firmare. Da quello, sostiene il governo, dipende molto del destino dello stabilimento e dell’intera Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Così come il processo di riconversione industriale di alcune delle aree nevralgiche del territorio tarantino, che il responsabile del Mimit vorrebbe dedicare per realizzare il polo italiano della siderurgia con la produzione di Dri, il preridotto che dovrebbe ‘riaccendere’ Ilva, seguendo il programma di decarbonizzazione. In alternativa, Gioia Tauro già scalda i motori per ospitare il complesso industriale nell’area del porto.

Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, però, non è dello stesso avviso e non ci sta a passare per l’unico ‘responsabile‘ in caso si fosse costretti a chiudere i cancelli. “Abbiamo espresso parere negativo in merito all’Autorizzazione integrata ambientale, abbiamo raccolto le sollecitazioni degli attori sociali per fare sintesi degli interessi e delle sensibilità rappresentative della comunità ionica, non abbiamo firmato l’Accordo interistituzionale di programma perché lo abbiamo considerato non all’altezza delle nostre aspettative. E tuttavia – giova sottolinearlo – essere in disaccordo con il governo non equivale a disconoscerne la funzione e i poteri che esercita; e ancora: l’Ilva non si chiude solo perché il Comune di Taranto non ha firmato l’accordo di programma”, ha scritto domenica sui suoi profili social.

L’idea della sua Amministrazione comunale è già nelle mani di Urso, sostiene Bitetti: “Proteggere la salute dei cittadini che è un diritto costituzionale incomprimibile; tutelare l’ambiente, salvaguardare i posti di lavoro e prevedere, nel caso di possibili esuberi, alternative occupazionali credibili e cospicui investimenti in altri comparti produttivi. Il percorso di decarbonizzazione della fabbrica, da noi sostenuto e sul quale abbiamo presentato precisa proposta al governo, deve iniziare subito per consentire di chiudere l’area a caldo entro cinque anni”.

Intanto c’è l’appuntamento del 12 agosto a Roma. Il Mimit non ha concesso ulteriori slittamenti, ma ha aperto alla possibilità di incontrare gli amministratori prima delle riunioni. Quella del 12 agosto “sarà quindi l’occasione per consentire alle autorità locali di esprimere con compiutezza e nella sede istituzionale preposta, di fronte alle altre autorità nazionali competenti, le proprie posizioni in merito al Piano formulato già nella riunione del 15 luglio scorso e alla localizzazione degli impianti di DRI necessari alla piena decarbonizzazione dello stabilimento ex Ilva di Taranto e, ove vi fossero, eventuali piani alternativi predisposti dalle stesse autorità locali”, precisano fonti del ministero.

Dunque, si procede come da programma. Anche l’agenda del ministro Urso lo conferma. Alle ore 11.30, a Palazzo Piacentini. è previsto l’incontro per la definizione dell’Accordo di Programma Interistituzionale con le amministrazioni nazionali e locali della Puglia per la piena decarbonizzazione dell’ex Ilva di Taranto. Alle 14, in videoconferenza, invece, si svolgerà il tavolo con i sindacati per aggiornarli sul percorso dell’Api e, infine, alle 15.30 Urso incontrerà, sempre in videocall, le associazioni d’impresa nazionali e pugliesi e i rappresentanti dell’ex Ilva. Solo al termine di questo nuovo giro (forse) si capirà che futuro attende la siderurgia italiana.

Ex Ilva, Avs: “Governo nasconde relazione Iss su rischi”. Urso: “Martedì tavolo finale”

Nuovo scontro sull’ex Ilva di Taranto. A ventiquattr’ore di distanza della riunione fiume al Mimit tra il ministro Adolfo Urso e gli enti locali, conclusa con una fumata grigia e lo slittamento della firma dell’accordo di programma a martedì prossimo, l’Alleanza Verdi Sinistra annuncia un’interrogazione parlamentare. L’Istituto superiore di sanità (Iss) – sostengono i rossoverdi – ha segnalato “lacune” nella Valutazione di impatto sanitario (Vis) presentata da Acciaierie d’Italia per ottenere la nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) dell’ex Ilva, ma il governo “ha nascosto la relazione” da cui emerge una sottovalutazione dell’impatto degli effetti delle emissioni prodotte dallo stabilimento tarantino. Il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, tuona: “Da mesi chiedevo, in qualità di parlamentare, la relazione dell’Iss che mette nero su bianco come rimangano non completate le stime di impatto e rischio per la salute”. Da qui la domanda: “Perché Urso, anche ieri, non ha comunicato agli enti locali, a partire dal Comune di Taranto, la dura critica dell’Iss sulla valutazione del danno sanitario?”. Anche il vicepresidente e responsabile del Comitato Economia, Lavoro e Imprese M5s, Mario Turco, parla di “denuncia chiara, scientifica e inequivocabile” dell’Iss, “non esistono le condizioni per autorizzare la prosecuzione della produzione senza compromettere gravemente la salute pubblica. È inaccettabile che il Governo continui a ignorare questi rilievi e ad autorizzare, di fatto, l’inquinamento sistematico di un’intera città”. Pronta la replica del ministero, che bolla come “fuorvianti e strumentali” le ricostruzioni delle ultime ore, “basate su presupposti errati e superati, volte solo a ostacolare un percorso condiviso e responsabile”. L’Iss, sostiene il Mimit, “non ha mai ‘bocciato’ la Vis presentata dal gestore, ma si è limitato a richiedere integrazioni, successivamente presentate, grazie alle quali il parere finale ha concluso per l’accettabilità del rischio”.

Il governo tira quindi dritto. Urso ha convocato ufficialmente il tavolo per definire l’accordo di programma interistituzionale. Martedì prossimo, alle 9, d’intesa con il Presidente della Regione Puglia e con i Sindaci di Taranto e Statte, sono attese le organizzazioni sindacali nazionali e di categoria per un aggiornamento sulla situazione dell’Ex Ilva che avverrà alla presenza di governo ed enti locali. Alle 10.30, poi, riunione con tutte le amministrazioni nazionali e locali della Puglia coinvolte per definire l’accordo. Sul tavolo ci sono due opzioni. La prima prevede il mantenimento del ruolo strategico dell’impianto con un percorso di decarbonizzazione di 8 anni, la seconda è invece subordinata all’eventuale indisponibilità della nave rigassificatrice che impedirebbe di garantire l’approvvigionamento di gas necessario ai forni Dri. Così la decarbonizzazione si completerebbe in 7 anni.

A meno di una settimana dall’incontro, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano chiede un indirizzo politico: “Non credo sia normale che le autorità locali decidano di vicende su una installazione strategica per la Repubblica. Conoscere il punto di vista del Parlamento su una vicenda così complessa è di vitale importanza per noi. Siamo di fronte ad una scelta sicuramente complessa, non ci spaventa ma non possiamo sottovalutare”. La fumata grigia nell’incontro di ieri ha infine generato il rinvio di una settimana – dal 10 al 17 luglio – della Conferenza dei Servizi propedeutica al rinnovo dell’Aia. Lo slittamento è stato disposto dal Mase, d’intesa col Mimit, raccogliendo così le esigenze condivise da amministrazioni nazionali e locali pugliesi. Nel frattempo, parallelamente alla vicenda generale, c’è il decreto legge Ilva in fase di conversione. “E’ centrale e va coordinato nei tempi con la trattativa”, chiede Emiliano

Ex Ilva, l’offerta migliore è della cordata azera. Urso: “Ora si apre il negoziato”

Sull’ex Ilva, la spunta la cordata Baku Steel-Azerbaijan Investment Company. La conferma arriva dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, che lo annuncia a margine del Cosmoprof di Bologna: “I commissari mi hanno preannunciato che oggi invieranno una richiesta formale per essere autorizzati a un negoziato con il soggetto internazionale che ha fatto la proposta migliore, che verosimilmente sarà quella della compagine azera”, riferisce.

A quel punto, ci sarà da attendere il parere del comitato di sorveglianza e la delibera del Mimit. “Si apre una nuova e importante decisiva fase: quella del negoziato con il soggetto che allo Stato ha fatto l’offerta migliore”, scandisce il titolare di Palazzo Piacentini.

ArcelorMittal, che aveva una quota del 62%, ha lasciato le redini del colosso dell’acciaio ormai un anno fa. L’offerta azera è stata preferita a quelle dell’indiana Jindal Steel e del fondo americano Bedrock Industries.

Il cambio di guida dell’ex Ilva avviene in un momento cruciale per il polo siderurgico, con il settore che rischia di collassare sotto i dazi doganali del 25% imposti da Donald Trump. Con l’aumento dei prezzi dell’energia e il calo della domanda di acciaio, nel 2023 la fabbrica di Taranto ha prodotto meno di 3 milioni di tonnellate di acciaio e nel 2024 appena 2 milioni. Al momento, sono in funzione due altiforni su quattro.

Baku Steel, sostenuta dallo Stato azero, gestisce un’acciaieria con una capacità produttiva di 800mila tonnellate all’anno e si è impegnata a portare un rigassificatore nel porto di Taranto, offerta che deve aver pesato sul piatto della bilancia, nonostante i timori per l’ambiente.

Intanto, i sindacati domandano a una voce sola un nuovo tavolo con il governo prima dell’avvio delle trattative. Un confronto “imprescindibile” per Rocco Palombella, segretario generale Uilm, che domanda di conoscere i contenuti dell’offerta presentata. Il timore è che il nuovo piano rischi di “distruggere la produzione e provocare migliaia di esuberi”. Le parti sociali, avverte, non accetteranno “pacchi preconfezionati”. “Non siamo affezionati al nome e alla nazionalità, ma saremo attentissimi al piano proposto”, garantisce il segretario nazionale Fim Valerio D’Alò, sottolineando l’importanza di un approccio che tenga conto non solo degli aspetti economici, ma anche della salvaguardia dei posti di lavoro e della sostenibilità ambientale. Anche Fim Cisl evidenzia la necessità di un coinvolgimento diretto e trasparente da parte del governo italiano: “Attendiamo di conoscere come lo Stato declinerà la volontà di essere presente”, aggiunge D’Alò. Garanzia della piena occupazione, decarbonizzazione, integrità del gruppo, presenza pubblica dello Stato. Questo metteranno sul tavolo i sindacati: “E’ il tempo in cui tutti i soggetti dovranno essere partecipi”, osserva Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil. “I precedenti Governi hanno condotto trattative segrete – denuncia -, ora i lavoratori devono essere protagonisti di questa discussione fin da subito”.

Ex Ilva, countdown per la vendita. Sindacati insistono: Tavolo a Palazzo Chigi

Inizia il conto alla rovescia per la cessione dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria. I commissari sono al lavoro per vagliare l‘offerta migliore tra le 10 presentate dai player interessati alla più grande siderurgica italiana. Riannodando i fili, si tratta di tre per tutti i complessi aziendali: quella della cordata composta da Baku Steel Company Cjsc e Azerbaijan Investment Company Ojsc, poi quelle di Bedrock Industries Management Co Inc e Jindal Steel International. Altre sette, invece, sono sui singoli asset: quella della cordata formata da Car Segnaletica Stradale Srl, Monge & C. SpA e Trans Isole Srl, Eusider Spa; quella della cordata Eusider Spa, Marcegaglia Steel Spa, Profilmec Spa, Imc Spa e Marcegaglia Steel Spa; poi la cordata Marcegaglia Steel Spa-Sideralba Spa; infine l’offerta della Vitali Spa.

I criteri con cui la scelta verrà effettuata riguardano principalmente “gli aspetti occupazionali, la decarbonizzazione e l’entità degli investimenti”, fanno sapere dalla struttura commissariale.  Lo scopo, infatti, è quello di “assicurare uno sviluppo sostenibile degli impianti e la massima tutela del lavoratori coinvolti”. Una metodologia apprezzata anche dal governo, non a caso il primo commento del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, sabato scorso, è stato: “Siamo sulla strada giusta per il rilancio della siderurgia italiana”. Al Mimit è stata particolarmente apprezzata la “partecipazione così significativa di grandi attori internazionali”, invocando allo stesso tempo “responsabilità, coesione e unità di intenti” perché siamo davanti alla “fase decisiva” della vicenda. Sui tempi non ci sono scadenze imposte, dunque l’opera di valutazione delle offerte sarà effettuata in un “periodo congruo” ma non ancora definito. Nel frattempo i sindacati insistono nella richiesta di attivare un tavolo di confronto direttamente a Palazzo Chigi, per monitorare da vicino una situazione che, in attesa del closing, sta diventando difficile per i lavoratori. Per la Fiom-Cgil le priorità sono “la presenza in equity dello Stato, la garanzia del mantenimento dell’occupazione, gli investimenti necessari all’utilizzo degli impianti e alla transizione ecologica per la tutela della sicurezza e della salute ambientale”. Sulla stessa lunghezza d’onda sono anche la Fim-Cisl e la Uilm, che chiede di non ricorrere a “strumenti fumosi come la golden power”. Perché “la situazione è drammatica con quasi tremila lavoratori in cassa integrazione, produzione al minimo storico, impianti fermi e l’appalto in forte difficoltà con il ritardo dei pagamenti e degli stipendi dei lavoratori da mesi“.

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Ex Ilva, gip ordina chiusura ma Taranto va avanti. Urso: “Siderurgia irrinunciabile”

Per la magistratura l’ex Ilva di Taranto deve fermarsi, ma la produzione andrà avanti. La notizia viene rilanciata dalla ‘Gazzetta del Mezzogiorno’: la giudice per le indagini preliminari di Potenza emette un nuovo decreto di sequestro dell’area a caldo dello stabilimento. Il provvedimento è stato già notificato alla struttura commissariale di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria, ma per le norme approvate in questi anni le macchine continueranno a lavorare.

L’ambito in cui nasce il dispositivo è quello del processo ‘Ambiente svenduto’, dopo che la sezione distaccata di Taranto della Corte d’assiste d’appello di Lecce ha annullato, lo scorso settembre, la sentenza di primo grado per disastro ambientale a carico della gestione dell’ex Ilva da parte dei Riva, giudicando competente il tribunale di Potenza. Di fatto, accogliendo il ricorso del pool difensivo, che sin dalle prime battute aveva ritenuto indispensabile cambiare perché da ritenere “parti offese” i giudici togati e popolari che avevano emesso il verdetto di colpevolezza a carico di 37 imputati e tre aziende.

Il decreto di sequestro emesso dalla gip di Potenza, foro dove sono stati trasferiti gli atti, è dunque un atto dovuto. La richiesta di sigilli riguarda i reparti ritenuti causa di emissione nocive tra il 1995 e il 2012, ovvero l’Area Parchi Minerali, Cokerie, Agglomerato, Altiforni, Acciaierie e infine l’area Gestione Rottami Ferrosi. Il provvedimento, però, non troverà riscontro pratico in funzione della legislazione che nel frattempo è cambiata.

Sul rilancio dell’ex Ilva il governo sta puntando molte delle sue fiches politiche. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, proprio martedì scorso è stato a Taranto per la cerimonia di riaccensione dell’Afo1, che permetterà di incrementare la produzione in una fase cruciale della procedura che porterà alla cessione dell’azienda. Sottolineando che sono già 15 i player che hanno manifestato il loro interesse per AdI, di cui 3 per l’intero pacchetto di asset produttivo. Ora si dovrà procedere alla fase informativa e, successivamente, le aziende dovranno presentare la propria offerta. Nel frattempo, il governo ha annunciato che eserciterà la golden power, per porre prescrizioni vincolanti nella cessione. E il 30 ottobre prossimo i sindacati saranno a Palazzo Chigi per un “aggiornamento sulla situazione del Gruppo Acciaierie d’Italia”.

Tutto a dimostrazione dell’importanza che ricopre per la politica industriale a cui mira l’esecutivo. Del resto, il concetto è ribadito dallo stesso Urso a poche ore dalla notizia del nuovo dispositivo di sequestro. “La siderurgia è il pilastro dell’industria manufatturiera a cui non si può assolutamente rinunciare, tanto più alla luce dei cambiamenti geopolitici”, dice in occasione della presentazione del nuovo rapporto Asvis.

Non cambia nemmeno la linea delle opposizioni, però. Dai Cinquestelle è il senatore pugliese e vicepresidente del partito, Mario Turco, ad attaccare: “Il sequestro disposto oggi dal Gip di Potenza nei confronti dell’ex Ilva di Taranto, che ha parlato di utilizzo ‘criminale’ degli impianti dell’acciaieria, è la controprova che anche su questo fronte il governo Meloni non ne azzecca una”. Perché, continua, “soltanto 48 ore fa, tutto il centrodestra italiano festeggiava la sconsiderata riapertura dell’altoforno 1 e il ripristino del ciclo integrale a carbone a Taranto. Guardare sempre indietro – accusa l’esponente M5S –: questo è l’imperativo di chi ci governa”. Intanto, la produzione va avanti.