I rincari della spesa familiare: +105% shampoo, boom dei tovaglioli. Giù pere e finocchi

Fare la spesa costa sempre più caro. Non è una novità. Tuttavia, spulciando i dati forniti dall’Osservatorio prezzi – città per città – fornito dal ministero delle Imprese e del Made in Italy, si può andare in profondità. E notare ad esempio che il prezzo dello shampoo ha fatto un salto del 105% in un anno. Un prodotto di prima necessità, così come lo zucchero, rincarato di oltre il 60%. Una percentuale simile a quella dei tovaglioli di carta. Pochi, rari, i prodotti che invece sono calati rispetto a un anno fa. Fra questi i finocchi o le pere, questo per dire che l’ortofrutta – finito sul banco degli imputati per i rincari degli ultimi mesi – non è tutto uguale.

La scorsa settimana l’Istat aveva sottolineato che “ad aprile la fase di rientro dell’inflazione si interrompe, principalmente a causa di una nuova accelerazione della dinamica tendenziale dei prezzi dei Beni Energetici non regolamentati, il cui andamento riflette un aumento su base mensile del 2,3% (che si confronta con un -3,9% dell’aprile 2022). Nel settore alimentare, i prezzi dei prodotti lavorati, come anche quelli dei beni non lavorati, evidenziano un’attenuazione della loro crescita in ragione d’anno, che contribuisce al rallentamento dell’inflazione di fondo (che si attesta a +6,2%). Si accentua, infine, la decelerazione su base tendenziale dei prezzi del ‘carrello della spesa’, che è scesa a +11,6%”.

Nel carrello della spesa tuttavia c’è di tutto. E come è emerso dal rapporto Eurispes presentato questa mattina nell’ultimo anno sono state ridotte le spese per i regali (69,6%). Sono stati acquistati più prodotti in saldo (64,6%), vestiti in punti vendita più economici (61%), prodotti alimentari nei discount (56,2%). E molti italiani hanno cambiato marca di un prodotto alimentare se più conveniente (64%).

A Roma, nel confronto aprile 2023 su aprile 2022, gli alimentari hanno visto impennare i prezzi della birra (+38,1%), del latte scremato a lunga conservazione (+30,9%), dell’olio extra vergine di oliva (+37,3%), della passata di pomodoro (+35%), dei pomodori pelati (+40%), del riso (+42%), degli spinaci surgelati (+39,1%) e dello zucchero (+66,3%). Costa invece meno (quasi -10%) l’insalata in confezione e l’olio di semi di girasole (circa un quinto inferiore). Al reparto ortofrutta perdono terreno anche i finocchi tondi (-11,8%), i kiwi verdi (-4,7%) e le pere Abate (-15%). Salgono forte i peperoni quadrati (+28%) e i cavolfiori bianchi così come le cipolle dorate di Parma (circa +22%).

E’ nei prodotti per l’igiene e la pulizia della casa che troviamo infine rincari consistenti: shampoo (250 ml) +105,8%, poi sapone toletta +74,5%, tovaglioli di carta +61%. E ancora: carta igienica +26,7%, candeggina +29,5% e detersivo per stoviglie a mano +35%. Unica consolazione, in tempi di crisi demografica, il prezzo dei pannolini per bambino: la confezione da 20 pezzi costa il 13% in meno rispetto a un anno fa.

Usa, l’inflazione cala e Fed si ferma sui tassi. La Bce no…

L’inflazione cala, poco, negli Usa, lasciando presagire una pausa della Federal Reserve nell’aumento dei tassi a giugno. In Europa invece, col costo del denaro al 3,75% contro il 5,25% statunitense, la stretta è destinata a continuare, emerge leggendo l’intervista di Christine Lagarde al giapponese Nikkei. La forbice tra i due continenti sulla politica monetaria potrebbe prendere due strade distinte, se i dati sui prezzi alla produzione industriale Usa, in uscita domani, confermeranno il raffreddamento delle fiammate inflattive.

Ad aprile l’inflazione a stelle e strisce è salita dello 0,4% mensile e del 4,9% annuale. Le stime erano per un +0,4% mensile, confermate, e per un 5% annuale, quindi sotto le attese. I prezzi al consumo sono leggermente scesi, a livello tendenziale, rispetto al dato di marzo (5%), mentre sono saliti a livello congiunturale (+0,1% nel mese precedente). L’indice shelter, legato a tutto quello che ruota attorno alla casa, è stato quello che ha fornito il contributo maggiore all’aumento mensile di tutti gli articoli, seguito dagli incrementi dell’indice di auto e autocarri usati, e a quello della benzina. L’aumento di quest’ultimo ha compensato il calo degli altri indici dei componenti energetici, così l’indice energetico è salito dello 0,6% ad aprile. L’indice di tutti gli articoli è appunto aumentato del 4,9% annuale, l’incremento più piccolo da maggio 2021. L’indice core, che esclude cibo ed energia, è invece cresciuto mensilmente dello 0,4% ad aprile come a marzo. Anno su anno è salito del 5,5%, stabile nei confronti del dato precedente. A livello tendenziale l’indice energetico è diminuito del 5,1% mentre quello alimentare è aumentato del 7,7%. In ogni caso cibo ed energia sono le voci che hanno fatto diminuire l’indice complessivo.

“Le nostre valutazioni sono che i dati sulle pressioni inflazionistiche mostrano un lieve miglioramento ma soprattutto non registrano sorprese negative che avrebbero potuto portare argomentazioni ai membri più falchi all’interno della commissione operativa della Federal Reserve per effettuare ancora un rialzo del costo del denaro nella prossima riunione di giugno”, sottolinea Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, che aggiunge: “Riteniamo, infatti, che la Fed possa decidere di fare una pausa nel processo di rialzo dei tassi di interesse, esaminando così ancora più attentamente gli effetti delle politiche monetarie portate avanti negli ultimi mesi sull’economia reale in particolare su inflazione, occupazione, crescita delle attività economiche e salari dei lavoratori. Solamente dati fuori dalla norma nel prossimo report sul mondo del lavoro sulla crescita dei salari dei lavoratori potrebbe convincere i banchieri centrali ad applicare un nuovo rialzo”.

Tutt’altra musica nell’eurozona. “Siamo determinati a domare l’inflazione e riportarla al nostro obiettivo a medio termine del 2% in modo tempestivo”, ha detto a Nikkei la presidente della Bce, Christine Lagarde. “Abbiamo già intrapreso un’azione politica considerevole per farlo, ma c’è ancora molto terreno da percorrere”. “Ci sono fattori che possono indurre significativi rischi al rialzo per le prospettive di inflazione. E siamo ancora in una situazione in cui l’incertezza sul percorso dell’inflazione è elevata, quindi dobbiamo essere estremamente attenti a quei potenziali rischi, il cui elenco esatto troverete nella nostra ultima dichiarazione di politica monetaria, in particolare in relazione all’aumento dei salari in vari Paesi europei”, ha continuato la numero uno dell’Eurotower. La Bce poteva alzare i tassi prima? “Possibile. Avrebbe fatto una differenza enorme? Probabilmente no”, ha aggiunto Lagarde. “Quello che so è che siamo determinati a domare l’inflazione, per riportarlo al nostro obiettivo a medio termine del 2 per cento in modo tempestivo e abbiamo già effettuato un aggiustamento considerevole. Ma abbiamo ancora più terreno da percorrere”.

In Usa tassi più alti dell’inflazione, soffre il petrolio. Oggi la stretta Bce

Il costo del denaro sale al massimo dal 2007 negli Usa e vale più dell’inflazione. La Federal Reserve, come da attese, aumenta il costo del denaro di un altro 0,25% portandolo così al 5,25% contro un carovita al 5%. Il mercato si aspettava anche l’annuncio di una pausa nella stretta monetaria, ma il presidente della Fed, Jerome Powell, ha detto che “non è stata decisa una pausa” durante il meeting. La banca centrale americana ha rimosso una frase dal comunicato che recitava che “alcuni aumenti di policy aggiuntivi potrebbero essere appropriati“. Ma come al solito, Powell ha rimarcato che qualsiasi futuro aumento dei tassi sarà “dipendente dai dati” escludendo comunque un taglio dei tassi quest’anno se i prezzi resteranno sostenuti. Entro l’anno, riportando le previsioni degli esperti della Fed, potrebbe invece esserci una “leggera recessione” anche se mister Fed ci crede poco. Queste ultime dichiarazioni hanno deciso l’andamento dei mercati.

L’esclusione di un taglio tassi ha fatto chiudere Wall Street in negativo, dopo una giornata passata in territorio più che positivo. Il mercato, considerando appunto la contrazione dell’economia, punta da tempo in una retromarcia della Fed in autunno. Non è detto comunque che gli investitori non ritenteranno la grande scommessa nelle prossime settimane, anche se la Fed – partita tardi col rialzo tassi – non sembra intenzionata a farsi condizionare per non essere accusata di far ripartire una seconda ondata inflattiva, com’era accaduto negli anni ’70. La recessione annunciata – che tuttavia non è detto che accada vedendo i dati forti del lavoro Usa e dei servizi – continua ad affondare il prezzo del greggio.

I signori del petrolio, ovvero Emirati Arabi e Arabia Saudita, hanno immediatamente copiato la decisione della Fed, portando i tassi rispettivamente al 5,15% e al 5,75%, anche perché il Riyal saudita è ancorato al dollaro. I futures sull’oro nero invece sono ulteriormente scivolati di oltre 4 punti percentuali: il Wti texano dopo le 22 era scambiato addirittura a 68 dollari al barile, mentre il Brent valeva poco più di 71 dollari. Condizioni finanziarie più restrittive spingeranno le principali economie a contrarsi. Inoltre, una frenata e a sorpresa della manifatturiera cinese ha lanciato l’allarme su una contrazione globale. A chiudere la giornata negativa del petrolio l’ultimo rapporto settimanale dell’Eia americana, che ha mostrato come le scorte di benzina negli Stati Uniti siano aumentate inaspettatamente la scorsa settimana.

Oggi toccherà alla Bce comunicare la sua politica restrittiva. Scontato un aumento dei tassi, che secondo le attese del mercato sarà dello 0,25%. Se però la Fed è arrivata al capolinea anche se ufficialmente non è stata annunciata la pausa, la Bce domani alzerà il costo del denaro al 3,75%, ovvero un punto e mezzo inferiore a quello statunitense. La stretta probabilmente continuerà dunque, nonostante l’inflazione sia dovuta per due terzi all’aumento dei margini aziendali. I prezzi energetici sono in discesa e non preoccupano più i banchieri centrali, però se il gas dovesse salire in autunno, considerando la necessità di riempire gli stoccaggi, la Bce avrebbe le armi spuntate per fermare i rincari.

Ad aprile l’energia spinge in alto l’inflazione, ma restano stabili i prezzi di luce e gas

Calano i prezzi alla produzione industriale, aumentano i prezzi al dettaglio. Ad aprile, secondo le stime preliminari di Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività registra un aumento dello 0,5% su base mensile e dell’8,3% su base annua, da +7,6% del mese precedente. Superate le stime degli analisti che ipotizzavano un +0,3% mensile e un +8,2% annuale.

L’accelerazione del carovita – sottolinea l’istituto di statistica – si deve, in prima battuta, all’aumento su base tendenziale dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (da +18,9% a +26,7%) e, in misura minore, a quelli dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +6,3% a +6,7%) e dei Servizi vari (da +2,5% a +2,9%). Effetti solo in parte compensati dalla flessione più marcata dei prezzi degli Energetici regolamentati (da -20,3% a -26,4%) e dal rallentamento di quelli degli Alimentari lavorati (da +15,3% a +14,7%), degli Alimentari non lavorati (da +9,1% a +8,4%), dei Servizi relativi all’abitazione (da +3,5% a +3,2%) e dei Servizi relativi ai trasporti (da +6,3% a +6,0%). A livello mensile anche l’aumento congiunturale si deve principalmente all’aumento dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti e degli Energetici non regolamentati (entrambi a +2,4%), degli Alimentari lavorati (+1,1%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,9%) e dei Beni non durevoli (+0,6%). Rialzi compensati ancora una volta dal calo dei prezzi degli Energetici regolamentati (-19,3%).

La media dei prezzi industriali del gas ad aprile è però pressoché simile a quella di marzo, quando l’Authority per l’energia decide un ribasso della bolletta del 13,4%, dopo i cali registrati per i consumi dei mesi di gennaio (-34,2%) e febbraio (-13%) e in seguito al -55% deciso per le bollette luce del secondo trimestre. Tutti ribassi riferiti al mercato tutelato. In quello libero invece, da quanto emerge dall’Istat, sono saliti i costi nonostante le quotazioni di energia elettrica e gas siano appunto ai minimi da oltre un anno. E il mercato libero dell’energia comprende la stragrande maggioranza delle famiglie.

Inoltre i prezzi alla produzione industriali, come spiega sempre l’istituto di statistica basandosi sulle rilevazioni di marzo, “continuano a diminuire (-1,5%) su base mensile – grazie soprattutto agli ulteriori ribassi sul mercato interno dei prezzi dei prodotti energetici – e segnano una decisa decelerazione della crescita tendenziale (+3,8% da +9,6% di febbraio). Quest’ultima, con riguardo al mercato interno, si riporta esattamente sul valore di due anni prima, consolidando la fase di rientro del fenomeno inflattivo a monte. La crescita su base annua dei prezzi rallenta ancora per quasi tutti i settori manifatturieri e, per la prima volta dopo oltre due anni, si rileva una flessione tendenziale dei prezzi per coke e prodotti petroliferi raffinati e metalli e prodotti in metallo”.

“Temiamo che sull’andamento dei listini al dettaglio si stiano registrando speculazioni e anomalie, con alcuni beni che su base annua vedono incrementi a due cifre anche in assenza di rialzi delle materie prime, e senza alcuna ripercussione causata dalla guerra in Ucraina o dall’andamento delle bollette”, spiega Furio Truzzi, presidente di Assoutenti.

Secondo l’Ufficio economico Confesercenti “non si deve abbassare la guardia: l’inflazione per ora acquisita è pari al 5,4% mentre quella di fondo, al netto dei soli energetici, resta ferma al 6,4%. Livelli ancora preoccupanti, che prefigurano una nuova rilevante erosione del potere d’acquisto delle famiglie, che già hanno registrato 12 miliardi in meno lo scorso anno ed hanno portato a livelli mai visti (5%) la propensione al risparmio”.

“Siamo preoccupati dell’effetto dell’inflazione sull’andamento delle vendite, soprattutto di beni di largo consumo e ortofrutta. Le nostre imprese – commenta Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzionerimangono sotto pressione perché compresse tra l’aumento dei costi all’acquisto e le difficoltà derivanti dall’attuale livello dei prezzi al consumo. L’attuale debolezza dei volumi di consumo, che stagnano intorno al -5%, è un fattore di rischio per l’intero sistema agroalimentare italiano, rappresentato da numerose filiere di eccellenza, così come per le nostre imprese”.

FMI WASHINGTON

Fmi vede crollo del petrolio, ma alza stime sull’inflazione che cala

Il Fondo Monetario internazionale, nel suo nuovo Outlook, alza le stime sull’inflazione mondiale, rivede al ribasso la crescita economica globale del 2023, +2,8% (ai livelli del 1990), ipotizza una Germania in recessione (-0,1%), ritocca all’insù di un decimo di punto il Pil italiano (+0,7%) e parla di scenario peggiorato. Incertezza.

Oltre al tema prezzi-guerra-inflazione, c’è anche il pericolo di una stretta monetaria dopo i crac statunitensi di marzo e da capire come agiranno le banche centrali: continueranno ad alzare i tassi rischiando un atterraggio duro dell’economia? L’Fmi ipotizza due scenari e in entrambi c’è una costante. Il prezzo del petrolio scenderà pesantemente rispetto al 2022. “Lo scenario di base ipotizza che le recenti turbolenze del settore finanziario non generino perturbazioni sostanziali dell’attività economica globale con una diffusa recessione. I prezzi dei combustibili e delle materie prime non combustibili sono visti in calo nel 2023, a causa del rallentamento della domanda globale. Il prezzo del greggio è previsto in discesa di circa il 24% nel 2023 e di un ulteriore 5,8% nel 2024, mentre i prezzi delle materie prime non combustibili dovrebbero rimanere sostanzialmente invariati“, si legge nel World Economic Outlook. Secondo scenario, più brutto.

Gli eventi recenti hanno rivelato come le fragilità più gravi del previsto in alcuni segmenti del sistema bancario degli Stati Uniti e di altre regioni possano provocare turbolenze nel settore finanziario. Sono plausibili ulteriori shock derivanti da tali fragilità, con un impatto potenzialmente significativo sull’economia globale“, dice l’Fmi, che “ipotizza un ulteriore moderato inasprimento delle condizioni di credito“. L’impatto complessivo sarebbe una minore offerta di credito e un aumento degli spread per imprese e famiglie. In questo caso lo stock di prestiti bancari reali negli Stati Uniti calerebbe del 2% nel 2023, rispetto al valore di riferimento”.

L’inasprimento” si dovrebbe comunque dissipare “gradualmente dopo il 2023“. Però “una diminuzione simile del credito e un aumento simile degli spread” si verificherebbe anche “nell’area dell’euro e in Giappone“. Infine “i Paesi” sarebbe colpiti inoltre “dalle ricadute commerciali e dall’impatto sui prezzi globali delle materie prime“. In questo caso Fmi “ipotizza che la politica monetaria risponda alla al conseguente calo dell’attività economica e alle pressioni inflazionistiche, con tassi di policy più bassi rispetto allo scenario di base“.

Banche centrali chiamate in causa anche sul fronte caldo, il carovita. “La previsione di base è che l’inflazione globale complessiva scenda dall’8,7% nel 2022 al 7,0% nel 2023. Questa previsione è più alta (di 0,4 punti percentuali) rispetto a quella di gennaio 2023 ma ma quasi il doppio della previsione di gennaio 2022. La disinflazione è prevista in tutti i principali gruppi di paesi, con circa il 76% delle economie che dovrebbe registrare inflazione complessiva più bassa nel 2023“, sottolinea il World Economic Outlook.

La disinflazione prevista riflette il calo dei prezzi dei combustibili e delle materie prime non combustibili, nonché i previsti effetti di raffreddamento dell’inasprimento monetario sull’attività economica. Allo stesso tempo, si prevede che l’inflazione che esclude generi alimentari ed energia cali a livello globale molto più gradualmente nel 2023: di soli 0,2 punti percentuali, al 6,2%, riflettendo la già citata vischiosità dell’inflazione sottostante. Una previsione, questa, più alta (di 0,5 punti percentuali) rispetto a quella di gennaio 2023. Nello scenario alternativo, che c’è anche nel caso dei prezzi, “con un ulteriore inasprimento delle condizioni di credito, l’inflazione globale complessiva diminuisce di circa 0,2 punti percentuali in più nel 2023, in parte a causa della discesa delle materie prime. I prezzi del petrolio diminuiscono del 3% in più, in media, nel 2023 rispetto allo scenario di base. E l’inflazione al netto dei generi alimentari e dell’energia subisce un ulteriore modesto calo“. Per questo – è l’invito finale del Fondo Monetario internazionale – “data l’elevata volatilità dei mercati mercati finanziari, le banche centrali dovrebbero essere pronte ad affrontare i rischi legati alla liquidità e al settore finanziario e ricalibrare con attenzione la politica monetaria, compresi i tempi e l’entità delle variazioni dei tassi di policy necessarie per allineare i tassi d’inflazione ai loro obiettivi“. Anche perchè – studi alla mano – “le stime del ritardo nella trasmissione della politica monetaria ai prezzi variano”. Ci sono “effetti quasi immediati e uno sfasamento di circa tre trimestri”, ma le stime indicano che si può arrivare anche a un ritardo di circa 1,5-2,5 anni. Sbagliare strategia potrebbe portare il mondo a un atterraggio duro dell’economia.

Imprese più resilienti ma corsa a inflazione ‘brucia’ potere di acquisto delle famiglie

Imprese più resilienti ma famiglie più deboli rispetto al boom dell’inflazione. E’ quanto emerge incrociando i dati dell’indice Pmi Composite di marzo con quelli diffusi da Istat su consumi e potere d’acquisto. L’Indice S&P Global Pmi che mette insieme industria e terziario in Italia, basato su 400 interviste ai principali direttori acquisti, è sostenuto dalla forte accelerazione di crescita del settore terziario e ha registrato a marzo un forte rialzo, toccando il valore più alto in 16 mesi. L’indice si è posizionato su 55.2, ovvero tre punti in più rispetto a 52.2 di febbraio. Salgono a 3 i mesi consecutivi in cui l’indice segna valori superiori alla soglia di non cambiamento di 50 (sopra espansione e sotto contrazione) e, insieme ad una crescita più forte del settore terziario, è stato di nuovo sostenuto dal forte incremento della produzione manifatturiera. Il volume registrato dai nuovi ordini è stato simile, e quello del terziario ha supportato l’elevato rialzo delle commesse totali ricevute a marzo. “Con il calo dei prezzi di acquisto registrato nel settore manifatturiero, le spese operative generali hanno indicato il più debole rialzo in più di due anni. Similmente, i prezzi di vendita sono aumentati ad un tasso molto minore”, si legge nella nota che accompagna la diffusione dell’indice Pmi.

La robusta risalita dell’economia italiana è figlia del calo, appunto, delle bollette e dell’aumento dei prezzi di vendita deciso dal 60% delle imprese, come aveva certificato proprio l’Istat ieri nel suo rapporto sulla competitività delle aziende. Rincari che hanno però impoverito le famiglie consumatrici, dato che mediamente gli stipendi sono saliti di un quinto rispetto all’incremento dell’inflazione. E così, come segnalato dall’istituto di statistica, nel quarto trimestre 2022 il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 3,7%. Secondo Confesercenti si tratta di un impoverimento di 12 miliardi. I consumi tuttavia, almeno fino allo scorso anno hanno anche tenuto, intaccando i risparmi visto che proprio “la propensione al risparmio è scesa di 2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente”. Tuttavia a febbraio, l’accumulo dei rincari soprattutto energetici ed alimentari hanno fatto scendere anche le vendite al dettaglio a livello nominale (un dato per certi versi drogato proprio dall’inflazione). In particolare i consumi sono diminuiti dello 0,1% mensile, in lieve calo rispetto all’aumento dell’1,7% del massimo di otto mesi nel mese precedente, quando però era forte l’effetto saldi. Le vendite di generi alimentari sono scese dello 0,3% dopo il +2,2% di gennaio.

Nel frattempo, le vendite non alimentari sono cresciute dello 0,1% amplificando il +1,4% di inizio anno. Questi i dati appunto nominali. Se si guardano invece i volumi, è tutto un segno rosso: -0,9% la percentuale complessiva, -1,8% quella relativa ai soli alimentari, -0,3% per i beni non alimentari. E’ “il nono mese consecutivo di contrazione tendenziale, con una flessione che ha ormai raggiunto il 2% rispetto a un anno fa”, sottolinea ancora Confesercenti, preoccupata “soprattutto per le piccole superfici di vendita che, stimiamo, abbiano già registrato un crollo in volume del 5% in soli due mesi, contro un -0,6% della Grande distribuzione. Questa perdita mostra come le realtà commerciali di minori dimensioni siano quelle in maggiore difficoltà a causa dell’aumento dei prezzi”. In effetti, il dato sulle imprese legato all’indice Pmi andrebbe spacchettato, come spiegava ieri Istat in tema di competitività: “La reazione più frequente, a fronte di entrambi gli shock (energetico e pandemico, ndr), è rappresentata dall’aumento dei prezzi di vendita, con una caratterizzazione in termini dimensionali: per le piccole e medie imprese l’unica alternativa all’aumento dei prezzi sembra essere rappresentata dal sacrificio dei margini di profitto mentre le grandi sembrano poter attuare strategie più complesse, incentrate anche sulla rinegoziazione dei contratti di fornitura e, in misura più contenuta, sul consumo di elettricità autoprodotta e sull’efficientamento energetico degli impianti”.

L’inflazione cala poco, sale quella extra energia

L’inflazione cala in Italia, complice la discesa dei prezzi energetici. Risale, però, il carrello della spesa e soprattutto continua a crescere la cosiddetta inflazione core, quella extra energia ed extra alimentari, che arriva al +6,4% a febbraio. Segno che il carovita ora dipende meno dalle bollette, ma più dalle aziende che scaricano i costi sostenuti nei mesi scorsi sui prezzi finali. La tendenza è osservata dall’indagine Pmi S&P Global diffusa ieri secondo la quale “le aziende manifatturiere applicano maggiorazioni dovute alle più alte spese operative”. Per Carlo Alberto Buttarelli, direttore Ufficio Studi e Relazioni con la Filiera di Federdistribuzione, “nel corso dell’ultimo anno le aziende della Distribuzione Moderna hanno fatto uno sforzo economico significativo, assorbendo parte degli aumenti generalizzati sui beni di consumo, per attenuare l’impatto sui prezzi e tutelare il potere di acquisto degli italiani. Oggi da parte delle nostre aziende non ci sono le condizioni per assorbire nuovi incrementi dei prezzi – conclude Buttarelli -, ci auguriamo che i chiari segnali di rallentamento sui costi dell’energia e delle materie prime di queste settimane portino anche il sistema industriale ad agire in questo senso e porre un freno alla spinta agli aumenti che ha caratterizzato il mercato in questi mesi”.

“Si mantengono le spinte al rialzo dei prezzi nel comparto dei Beni alimentari, lavorati e non, dei Tabacchi e dei Servizi, tutti in accelerazione tendenziale. Come conseguenza di tali andamenti, si accentua la crescita su base annua della componente di fondo (+6,4%) e quella del cosiddetto carrello della spesa, che risale a +13%, dopo il rallentamento osservato a gennaio”, commenta l’Istat i dati di febbraio. Dati che complessivamente vedono l’indice nazionale dei prezzi al consumo registrare un aumento dello 0,3% su base mensile e del 9,2% su base annua, da +10% nel mese precedente ma più dell’8,8% stimato dagli analisti. L’aumento congiunturale – mese su mese – dell’indice generale “si deve prevalentemente ai prezzi degli Alimentari non lavorati (+2,2%), dei Tabacchi (+1,9%), degli Alimentari lavorati (+1,5%), dei Beni durevoli e non durevoli (+0,8% e +0,6% rispettivamente), dei Servizi relativi ai trasporti (+0,7%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona e dei Servizi relativi all’abitazione (+0,5% per entrambi); un effetto di contenimento deriva invece dal calo dei prezzi degli Energetici, sia regolamentati (-5,2%) sia non regolamentati (-4,2%)”, conclude l’istituto di statistica.

Cala ma non come dovrebbe anche l’inflazione nell’eurozona. Secondo la stima flash di Eurostat, è salita dell’8,5% a febbraio, in calo rispetto all’8,6% di gennaio ma più dell’8,2% stimato. Mese su mese il rialzo è stato dello 0,8%, quando invece nel primo mese del 2023 i prezzi erano scesi dello 0,2%. Cibo, alcol e tabacco hanno il tasso annuo più alto a febbraio (15,0%, in calo rispetto al 14,1% di gennaio), seguito dall’energia (13,7%, rispetto al 18,9% di gennaio), dai beni non alimentari e dal tabacco. 18,9% a gennaio), i beni industriali non energetici (6,8%, rispetto al 6,7% di gennaio) e i servizi (4,8%, rispetto al 4,4% di gennaio).

La ripresa del carovita era attesa dopo il ritorno di fiamma dei prezzi in Germania e Spagna. Ora i riflettori sono puntati sulla Bce. Christine Lagarde stamattina durante una intervista all’emittente spagnola Antena 3, dove si è commossa per aver visto uno dei fratelli in collegamento ricordando il padre morto quando aveva 16 anni, ha annunciato che probabilmente aumenterà i tassi anche dopo la stretta da +0,5% già decisa per marzo: in questo mese “i dati scenderanno, continueranno a scendere, ma sappiamo che è ancora molto alta. Quando vado a fare la spesa vedo che tutto è aumentato, speriamo di riuscire a ridurlo, ma ci vorrà tempo”.

“Un rialzo di 50 punti base a marzo è ormai cosa fatta e si prevede che la riunione della BCE di maggio risulterà in un rialzo di 0,4%. Ci aspettiamo – ipotizza Tim Graf, Managing Director, Head of Macro Strategy for EMEA di State Street Global Markets – che la comunicazione della Bce non solo confermi questo dato, ma accenni con forza a un ulteriore rialzo di 50 pb a maggio, proprio come si è effettivamente impegnata a 50 pb a marzo”. Più pessimista è invece Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia: “L’inflazione soprattutto core continua a essere persistente su livelli alti. La Bce dovrà necessariamente cambiare passo sia nelle scelte sui tassi di interesse ma soprattutto nella comunicazione. E qualcosa in effetti è cambiato nelle ultime dichiarazioni da parte dei membri del Governing Council. Nelle ultime ore il governatore della banca centrale francese Villeroy ha affermato che il picco del livello dei tassi potrebbe essere raggiunto in estate, al massimo nel mese di settembre. Crediamo che l’istituto di Francoforte dovrà prolungare molto più a lungo del previsto gli sforzi per riportare l’inflazione in un sentiero per raggiungere il 2%. Ci aspettiamo un aumento di 125 punti base del costo del denaro nei prossimi mesi. Nel dettaglio – continua Diodovich – crediamo che il Governing Council alzerà a marzo il costo del denaro di 50 pb per poi continuare ad aumentarlo anche nelle riunioni di maggio, giugno e luglio (25 pb a riunione portando il tasso benchmark a un terminal rate del 4,25%)”.

Un anno di guerra in Ucraina: le conseguenze fra energia e inflazione

Il primo colpo, il primo sparo, e l’inizio di un periodo fatto non solo di aggressione, morti e distruzione, ma pure di crisi delle materie prime, shock energetici, crisi alimentare mondiale, inflazione a doppia cifra, rincaro dei generi alimentari. 24 febbraio 2022-24 febbraio 2023, un anno di guerra russo-ucraina che ha ridisegnato anche l’agenda europea per la sostenibilità. Da un punto di vista a dodici stelle l’ha fatto imprimendo un’accelerazione verso la realizzazione di una vera green-economy, ma innescando all’interno della stessa Unione un dibattito tutto nuovo sul nucleare tradizionale considerato come necessità, in tempi di corsa alla ricerca di alternative al gas per decenni pompato da Gazprom. Un dibattito che non ha lasciato indifferente l’Italia, dove il cambio di governo avvenuto a settembre ha visto riproporre la questione dell’energia prodotta da atomo. La Lega di Matteo Salvini torna a insistere su questo punto.

Le sfide nella sfida. L’Unione europea che ha saputo varare nove pacchetti di sanzioni contro la Russia, in questo anno di attività militare su suolo ucraino ha dovuto cercare soprattutto di trovare un’unità non scontata. Perché sull’energia i 27 modelli economici, interconnessi ma non identici, sono andati in difficoltà. Eppure in nome dell’obiettivo di privare le casse di Mosca di risorse utili al finanziamento della guerra, la Germania ha saputo liberarsi dei gasdotti NordStream e Nordstream 2, l’Ue ha prima messo una moratoria al carbone russo, poi al petrolio, quindi trovato il meccanismo per calmierare i listini del gas naturale. Una richiesta posta sul tavolo da Mario Draghi, ai tempi in cui sedeva a palazzo Chigi, e che ha richiesto mesi prima di una realizzazione pratica e condivisa. Adesso scatterà automaticamente un ‘price cap’ di fronte a due condizioni contemporanee: quando il prezzo del la risorsa sul mercato olandese TTF supera i 180 euro per Megawattora per 3 giorni lavorativi e quando il prezzo TTF mensile è superiore di 35 euro rispetto al prezzo di riferimento del GNL sui mercati globali per gli stessi tre giorni lavorativi.

E’ questo uno dei successi dell’Ue, non immediato né semplice. Ma doveroso. Perché l’aumento dei prezzi dell’energia ha trainato l’inflazione, rendendo complicata la vita di famiglie e imprese, e facendo paventare rischi di una nuova recessione per l’Eurozona. Rischi scongiurati, ma solo alla fine del 2022, quando la contrazione data per scontata non si è materializzata. Merito della sospensione delle regole europee di finanza pubblica e dell’allentamento delle regole sugli aiuti di Stato che hanno permesso di contrastare il caro-bollette. Merito anche di un accordo trovato grazie alle mediazione della Turchia che ha permesso la partenza delle navi cariche di grano ferme nel porto di Odessa.

Uno dei mantra ripetuti è quello per cui la guerra innescata il 24 febbraio di un anno fa offre l’opportunità di accelerare la transizione verde, e il passaggio ad un’economia davvero a prova di surriscaldamento del pianeta. In questo non semplice esercizio l’Italia può giocare un ruolo da protagonista. La sostituzione del gas naturale con quello liquefatto (Gnl) rimette in moto i cantieri, crea occupazione, e può permettere al Paese di diventare il terzo hub dell’Ue per capacità. Qui, la sfida nella sfida è fare presto e bene. Presto e bene è anche la condizione numero uno per l’attuazione dei piani di ripresa, divenuti centrali per la Commissione Ue e anche per l’insieme degli Stati riuniti in Consiglio. Con l’Europa a caccia di materie prime necessarie per realizzare pannelli fotovoltaici, batterie elettriche, turbine eoliche, e alla ricerca di fornitori più affidabili di energia, si ridisegna anche la cartina geopolitica, con l’Italia anche qui protagonista. Da Draghi a Meloni il governo ha iniziato a scrivere una nuova pagina di relazioni con i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Fondamentali, in tempi in cui gli Stati Uniti hanno deciso di sostenere massicciamente la propria industria tecnologica pulita.

La Casa Bianca produce l’Inflation Reduction Act, piano da circa 369 miliardi di dollari per rispondere all’aumento generalizzato dei prezzi. Sovvenzioni e sgravi fiscali per rilanciare l’industria, quella al centro dell’agenda dell’Ue, che sulla scia delle conseguenze della guerra vede anche lo spettro della concorrenza del partner transatlantico, e i dubbi che non sia leale. Non si vuole lo scontro, ma l’Ue si trova comunque a dover correre e rispondere in un contesto che resta di incertezza e instabilità.

Vale anche per il piano ambientale. L’occupazione delle centrale nucleare di Zaporizhzhia , con combattimenti tutt’attorno tiene col fiato sospeso non solo l’Unione europea, per i rischi di incidenti dalle conseguenze irreparabili per natura e salute. I pacchetti di sanzioni dell’Ue includono personalità ritenute responsabili anche di questo atto. Il blocco dei Ventisette vorrebbe annunciare il decimo pacchetto di misure restrittive nelle prossime ore, per ragioni simboliche: un anno dall’inizio della guerra.

Potenza la città meno cara d’Italia. Il governatore Bardi: “Tutto merito del gas gratis ai cittadini”

A gennaio l’inflazione è aumentata annualmente del 10% rispetto allo stesso mese del 2022, un dato inferiore alla stima preliminare diffusa da Istat nei giorni scorsi. A livello territoriale l’inflazione più marcata si registra nelle Isole (+11,7%, in lieve rallentamento da +13,9% di dicembre), a cui segue il Nord-Ovest (+10%, da +11,4% del mese precedente). Tassi inferiori alla media nazionale si registrano invece nel Sud (+9,9%, da +11,7%), nel Nord-Est (+9,7%, da +11,5%) e nel Centro (+9,6%, da +11%). Nei capoluoghi delle regioni e delle province autonome e nei Comuni non capoluoghi di regione con più di 150mila abitanti – precisa l’istituto di statistica – l’inflazione più elevata si osserva a Catania (+12,6%), Genova (+11,8%) e Palermo (+11,7%), mentre le variazioni tendenziali più contenute si registrano ad Aosta (+7,6%) e all’ultimo posto c’è Potenza (+7,5%).

Il capoluogo della Basilicata, secondo l’Unione Nazionale Consumatori, è la più virtuosa d’Italia, con una spesa aggiuntiva per una famiglia media da 2,3 componenti pari a “solo” 1481 euro, che arriva a 1613 euro per una di 3 persone. Niente in confronto a Bolzano Bolzano, dove l’inflazione pari a +10,4%, pur essendo la decima più alta d’Italia, si traduce nella maggior spesa aggiuntiva, equivalente, in media, a 2764 euro su base annua, ma che sale a 3647 euro per una famiglia di 3 persone. Al secondo posto – nella top ten dei rincari stilata da Unc – Milano, dove il rialzo dei prezzi del 10,8%, la settima inflazione più elevata, determina un incremento di spesa annuo pari a 2932 euro per una famiglia tipo, +3505 euro per una famiglia di 3 componenti. Sul gradino più basso del podio Genova che con +11,8%, la seconda maggiore inflazione, ha una spesa supplementare pari a 2572 euro annui per una famiglia media da 2,3 componenti, ma che arriva a 3320 euro per una da tre. Più del doppio dei rincari di Potenza. A favorire la virtuosità della Basilicata è stata la scelta del governatore Vito Bardi di azzerare le bollette del gas per le famiglie lucane.

Presidente, si aspettava di vedere Potenza in testa alla classifica delle città meno care d’Italia?

“Siamo felici del dato dell’inflazione a Potenza e in Basilicata, anche se ovviamente l’inflazione è ancora troppo alta a livello nazionale. La nostra misura sul ‘gas gratis a tutti i lucani’ ha sicuramente contribuito e questi numeri confermano la caratterizzazione sociale della nostra scelta senza precedenti e senza eguali in Europa”.

Infatti solo la Germania ha pagato la bolletta ai tedeschi a dicembre… Secondo voi è possibile estendere lo sgravio anche nella bolletta della luce?

“Il nostro obiettivo adesso è estendere questi benefici alle imprese e poi dedicarci ad applicare la medesima filosofia ad acqua ed energia elettrica. Servirà un po’ di tempo, ma la Basilicata produce idrocarburi per tutto il paese, energia da fonti rinnovabili che finisce tutta nel GSE, dà l’acqua alle regioni limitrofe e quindi i cittadini devono avere dei benefici tangibili e diretti da queste risorse naturali. Ci stiamo lavorando, già in sede di bilancio”.

Ma quanto è costato il provvedimento?

“L’intervento prevede uno stanziamento di 60 milioni per il 2022 e 200 milioni per il 2023 e 2024. La misura durerà 9 anni”.

Ultima domanda: come ha fatto a conciliare il contributo col bilancio regionale?
“Abbiamo utilizzato le risorse derivanti dalle compensazioni ambientali legate alle attività estrattive delle compagnie energetiche”.

Imprese scaricano costi energetici su consumatori: rincari record da 25 anni

C’è la ripresa, ci sono i rincari. Gennaio è partito alla grande per l’economia italiana, come testimoniano le indagini S&P Global Pmi, preziose per capire il trend visto che si basano su interviste – quasi in tempo reale – a 400 direttori acquisti. L’indice manifatturiero ha registrato 50.4, in salita da 48.5 di dicembre ponendo fine a sei mesi consecutivi di risultati inferiori a 50.0, dato spartiacque tra espansione e contrazione, quello relativo ai servizi – che rappresentano quasi il 70% delle attività economiche – si è posizionato a 51.2, in rialzo da 49.9 di dicembre. La migliore lettura da giugno scorso.
Nel caso dell’industria il calo della domanda ha permesso alle aziende di svuotare i magazzini, mentre nel terziario si è assistito anche a un aumento degli ordini. In entrambi i casi, gennaio ha segnato la fine della tregua tra produttori e consumatori: per molti mesi i primi avevano sopportato, non alzando i prezzi, i vertiginosi aumenti delle bollette, ora invece si sta assistendo ad una accelerazione dei prezzi di vendita finale. Lo spiegava pochi giorni fa Carlo Alberto Buttarelli, direttore Ufficio Studi e Relazioni con la Filiera di Federdistribuzione: “Lo scorso anno le imprese della distribuzione moderna hanno contrastato in maniera rilevante la crescita dell’inflazione, investendo ingenti risorse economiche e riducendo i propri margini per assorbire parte dell’aumento dei listini industriali, con l’obiettivo di tutelare il potere d’acquisto degli italiani. Oggi”, proseguiva Buttarelli, “le aziende della distribuzione non hanno più margini di intervento economico”.

Sul fronte manifatturiero l’indagine S&P Global Pmi di gennaio ha sottolineato “come l’inflazione dei costi si sia ridotta al livello più basso da agosto 2020. L’inflazione riportata però è stata notevolmente maggiore di quella dei prezzi di acquisto, le aziende infatti, dopo un lungo periodo di aumento dei costi, hanno cercato di recuperare i loro margini”. Paul Smith, Economics Director di S&P Market Intelligence , definisce “forti” gli aumenti dei “prezzi di vendita”, i quali sommati alle “condizioni del mercato del lavoro che rimangono difficili”, potrebbero aumentare la “pressione sull’inflazione di fondo” rischiando di “diventare la preoccupazione principale per i mesi futuri”.

Per quanto riguarda il terziario, “l’inflazione dei costi gestionali ha continuato decisamente a diminuire, scendendo ai minimi in 15 mesi. I prezzi, tuttavia, seguitano ad aumentare a ritmi storicamente elevati. Le aziende hanno segnalato il continuo aumento dei prezzi imposti dai fornitori, con le spese salariali che contribuiscono al rialzo dei costi operativi. A tale rialzo dei costi – evidenzia S&P Global PMI – il campione intervistato ha reagito con l’aumento delle tariffe applicate ai clienti, approfittando anche del miglioramento della domanda di inizio anno. I prezzi di vendita sono generalmente aumentati per il sedicesimo mese consecutivo“, segnando il più alto rialzo da 25 anni. Visto “un rafforzamento del potere delle aziende sui prezzi e una persistente pressione salariale al rialzo – ricorda Smith – “c’è il timore che le spinte inflazionistiche resteranno elevate ancora per qualche tempo”.

A soffiare sui rincari c’è infatti anche la Bce, col suo rialzo dei tassi. Una stretta – commenta Confesercenti – che rischia di pesare come un macigno sui conti delle imprese italiane, già provate da pandemia, inflazione e caro energia. Secondo le stime dell’organizzazione, il solo aumento dei tassi rappresenta un aggravio del costo dei finanziamenti di almeno 9 miliardi nel corso del prossimo triennio. Queste cifre, continua Confesercenti, vanno ad aggravare ulteriormente il quadro attuale che vede una decisa frenata della ripresa dei consumi, con gravi conseguenze sulle prospettive di crescita del Paese. Tra caro-energia ed inflazione, infatti, nel 2022 le famiglie italiane sono state costrette a bruciare 41,5 miliardi dei propri risparmi per mantenere il proprio tenore di vita. E alla fine del 2023 il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti risulterà inferiore di 2.800 euro rispetto al 2021, mentre per i lavoratori autonomi la capacità di spesa si ridurrebbe di 2.200 euro.