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Marsiglia: “Senza Stretto Hormuz scompare greggio, preoccupa gas”

La guerra in Iran ha fatto precipitare il mondo in un vortice di incertezza che si riflette anche sull’economia globale. Nodo centrale lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito marittimo, ormai paralizzato dal timore di ritorsioni belliche. Con il prezzo del petrolio in ostaggio della speculazione e le forniture di gas che registrano impennate preoccupanti già in apertura di mercato, l’ombra di uno shock energetico senza precedenti si allunga sull’Europa.

In questo scenario di estrema tensione, Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, analizza con GEA i rischi di un isolamento che potrebbe cambiare definitivamente le rotte dell’approvvigionamento. “Purtroppo, conoscendo bene l’Iran sin dal 2008, prevale il pessimismo“, afferma. Concentrarsi su previsioni numeriche è un errore di prospettiva, “parlare di un barile a 130 o 150 dollari è concettualmente sbagliato: nel momento in cui lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso definitivamente secondo il diritto internazionale, impedendo entrate e uscite, il problema non sarebbe più il prezzo, ma la totale assenza di greggio sul mercato“.

In una simile eventualità, il petrolio americano rimarrebbe l’unica alternativa, pur risultando insufficiente e soggetto a costi fuori controllo. A differenza della crisi russa, dove il flusso era una scelta politica, la chiusura di Hormuz rappresenterebbe un blocco fisico e totale. La situazione operativa è già critica; circa 200 petroliere sono ferme nei porti poiché nessun armatore intende correre rischi. Marsiglia sottolinea come “QatarEnergy ha già sospeso la produzione di GNL, a dimostrazione di quanto le ripercussioni siano ampie“.

Oltre al mercato fisico, la speculazione finanziaria spinge al rialzo WTI e Brent, ma è il gas a destare l’allarme maggiore. “Abbiamo una criticità sugli stoccaggi a livello italiano ed europeo”, “il fatto che il gas abbia guadagnato sette punti già in apertura di mercato avrà un impatto diretto e pesante sulla bolletta energetica delle famiglie”. Nonostante l’Italia goda di una posizione favorevole grazie alla diversificazione attuata con l’Africa, il coinvolgimento del Qatar compromette l’intero indotto del GNL. Marsiglia chiarisce che il problema non riguarda solo le forniture dirette ma la redistribuzione delle quote globali. “Meno risorsa c’è, più la ‘torta’ deve essere divisa, ed è questo il grande problema di ogni conflitto bellico”. L’Italia, dipendente per oltre il 95% dall’estero, resta vulnerabile; “ad ogni minimo sussulto geopolitico rischiamo il default o ci troviamo a tremare per la tenuta del sistema”.

L’asse con gli Stati Uniti e il Venezuela, mediato dagli accordi tra Trump e von der Leyen, rappresenta una via d’uscita, ma a caro prezzo. “Acquistare dagli Stati Uniti – aggiunge Marsiglia – comporta costi completamente diversi rispetto al vantaggio economico garantito dal Medio Oriente o dall’Africa, aree geograficamente molto più vicine a noi”. Attualmente, l’industria si trova in una fase di attesa simile alla guerra dei dazi. Il nodo cruciale dei prossimi giorni sarà la tenuta delle raffinerie e la disponibilità di greggio nei depositi per garantire la continuità del ciclo produttivo. Infine il presidente punta il dito contro i mercati finanziari, attribuendo il 50% dei rincari alla pura speculazione: “In questa fase il mercato si sposterà quasi esclusivamente sull’acquisto di carichi spot: petroliere già in transito nel Mediterraneo che venderanno a prezzi esorbitanti per massimizzare il profitto”. Molti operatori, pur di non fermare gli impianti, saranno quindi costretti ad acquistare a qualsiasi cifra.

Aveline, l’arcivescovo di Marsiglia pontiere del Mediterraneo

Jean-Marc Aveline (Francia), 66 anni – Arcivescovo di Marsiglia, è una figura di impostazione progressista, nota per l’impegno nel dialogo interreligioso, nella giustizia sociale e nella salvaguardia dell’ambiente in piena continuità con Papa Francesco. E’ considerato voce profetica nella Chiesa, impegnata nella costruzione di ponti tra culture e religioni, nella difesa dei più vulnerabili e nella promozione di una spiritualità ecologica e inclusiva.

Nato nel 1958 a Sidi Bel Abbès, in Algeria, da una famiglia ‘pieds-noirs’, Aveline ha vissuto l’esilio dopo l’indipendenza algerina nel 1962, stabilendosi a Marsiglia. Ha studiato teologia all’Institut Catholique e filosofia alla Sorbona di Parigi. Nel 2019 è stato nominato arcivescovo di Marsiglia e creato cardinale da Papa Francesco nel 2022.

Il porporato francese considera le crisi ecologiche e climatiche come sfide spirituali e teologiche. Nel 2021 propone a Papa Francesco l’idea di un Sinodo sul Mediterraneo, ispirato al Sinodo sull’Amazzonia, sulla scorta delle prime visite di Bergoglio a Lampedusa, a Lesbo, dell’incontro religioso a Bari per la pace in Medio Oriente, la tappa a Napoli per parlare di teologia del Mediterraneo: “Siamo davanti a un ‘pellegrinaggio mediterraneo’ di papa Francesco che rivela come il Mediterraneo possa parlare a tutta la Chiesa e abbia singolari specificità che richiedano un approfondimento teologico, pastorale e missionario”, spiega. Durante gli incontri dei vescovi del Mediterraneo, Aveline sottolinea come le crisi umanitarie ed ecologiche incidano sulle fondamenta della vita spirituale, evidenziando la necessità di una teologia mediterranea che affronti queste sfide. “E’ ascoltando il grido dei poveri che si apre al grido della terra, non per moda ecologista, ma per la sollecitudine cattolica per l’intero creato”, scandisce. Aveline promuove una “teologia della missione” che integra dialogo, rivelazione e cattolicità, sottolineando l’importanza di una Chiesa aperta al dialogo interreligioso e attenta alle sfide contemporanee.

La sua esperienza personale di esilio e il contesto multiculturale di Marsiglia lo rendono particolarmente sensibile alle questioni relative ai migranti e alle periferie, con una visione poco eurocentrica. Entrato subito nella lista dei papabili, era stato inizialmente criticato per non conoscere a sufficienza l’italiano per salire al soglio di Pietro. Così nei giorni scorsi ha “risposto” sia ai cardinali in congregazione, intervenendo in italiano, sia in una messa celebrata domenica nella parrocchia di cui è titolare, Santa Maria ai Monti, in un italiano senza esitazioni.

Nasce in Francia la più grande giga factory europea per produzione pannelli solari

Più di 3.000 posti di lavoro diretti e una capacità di produzione di elettricità solare di 5 GW: il porto di Marsiglia-Fos dovrebbe ospitare entro il 2025 una giga-fabbrica di pannelli fotovoltaici, la più grande finora in Europa. Lo ha annunciato la società Carbon, promotrice del progetto. Questo primo stabilimento della start-up di Lyon, avviata a marzo 2022, intende produrre e commercializzare su larga scala i componenti utilizzati nella fabbricazione dei pannelli solari (wafer di silicio e celle fotovoltaiche) e di questi ultimi (ovvero i moduli fotovoltaici). Il polisilicio necessario per fabbricare le celle, prodotto per l’80% dalla Cina, sarà importato dall’Europa. Questa è la “risposta francese” alla domanda su “come uscire dalla dipendenza dalla Cina per i pannelli solari, e domani dall’India e dagli Stati Uniti“, ha dichiarato il presidente di Carbon, Pierre-Emmanuel Martin, ricordando che attualmente il 70% del mercato è dominato da sei operatori cinesi.

Tuttavia, “il solare è un mercato in forte espansione“, soprattutto in Europa, e costituirà “uno dei mattoni essenziali del futuro dell’energia globale“, secondo Martin. Gli impianti industriali del futuro sito, la cui esatta ubicazione all’interno del Grand Port Maritime de Marseille non è ancora stata decisa, occuperanno 60 ettari e produrranno 5 GW di celle fotovoltaiche e 3,5 GW di moduli.
Tutto questo richiederà un investimento di 1,5 miliardi di euro, di cui 120-140 milioni di euro sono attualmente in fase di raccolta. La regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra contribuirà con 70 milioni di euro, ha dichiarato il suo presidente, Renaud Muselier.

Questa produzione di pannelli fotovoltaici, che va dal lingotto (di silicio) al modulo, è un processo globale integrato che oggi non esiste in Europa”, ha sottolineato Christophe Castaner, presidente del consiglio di sorveglianza del porto, vedendolo come “strumento per rivendicare la sovranità nazionale ed europea“. Questo impianto completamente elettrico mira anche a “trovare il suo posto in una politica globale di decarbonizzazione” come portato avanti dal porto di Marsiglia-Fos, ha aggiunto.

Quest’ultimo è stato preferito a un sito nell’Hauts-de-France e a un altro nel Grand Est, per i suoi collegamenti marittimi, fluviali, ferroviari e stradali, ma anche per l’attrattiva di un bacino occupazionale con un’ampia offerta formativa. “Con 30.000 container all’anno di flusso” generati dal futuro stabilimento, “per il porto, si tratta di prospettive occupazionali e di business particolarmente importanti“, ha detto Castaner, ricordando che si potrebbero creare fino a 3.500 posti di lavoro diretti.

Anche la vicinanza del Mediterraneo ha giocato un ruolo importante, secondo Martin: “Nord Africa, Grecia, Italia, Spagna: questi sono mercati estremamente dinamici dove l’energia solare sarà la componente essenziale del futuro energetico”.