Iran, Teheran: Blocco Usa è violazione tregua, impossibile riaprire Hormuz. Trump ipotizza colloqui venerdì

Regna ancora l’incertezza sui negoziati tra Iran e Stati Uniti in Pakistan. In un messaggio inviato al New York Post Donald Trump ammette di ritenere “possibile” che i colloqui possano tenersi già venerdì a Islamabad. Ma, come accaduto in queste ultime settimane, Teheran smentisce. Media iraniani, vicini ai pasdaran, precisano che l’Iran non ha preso alcuna decisione in merito al secondo round di negoziati con gli Usa. Il Pakistan resta fiducioso sulla possibilità di un nuovo round di colloqui “a giorni”.

Il presidente americano ha comunque esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran, in attesa che i leader iraniani presentino una “proposta unitaria”. “Considerato che il governo iraniano – ha detto il repubblicano – è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un modo o nell’altro”. Intanto il vicepresidente JD Vance ha annullato il suo viaggio in Pakistan.

Resta in vigore il blocco navale dei porti iraniani, giunto ormai alla seconda settimana, così come la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha sequestrato due navi. Oggi infatti i Guardiani della rivoluzione iraniana hanno comunicato di aver sequestrato due navi che transitavano nello stretto di Hormuz, una è la Msc Francesca, una portacontainer di proprietà di una società registrata a Panama ma che opera sotto il cappello della Msc, la più grande società di navigazione al mondo italo-svizzera. L’altra è la portacontainer Epaminondas, di proprietà della compagnia greca Technomar Shipping ma è operata da Msc. Le due navi, hanno fatto sapere i pasdaran, sono state trasferite sulla costa iraniana, con l’IRGC che ha avvertito che “turbare l’ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz è considerata una linea rossa”. La notizia giunge dopo le segnalazioni di attacchi a due navi e a una terza imbarcazione avvenuti questa mattina nello strategico stretto, secondo quanto riportato dall’UK Maritime Trade Operations (UKMTO) e dalla BBC. I media iraniani hanno identificato la terza nave come la Euphoria, che sarebbe “incagliata al largo delle coste iraniane”. L’Iran comunque insiste: il blocco navale degli Stati Uniti rappresenta una violazione del cessate il fuoco e dunque lo Stretto di Hormuz non può essere riaperto. In un post su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf scrive: “Un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato”. “L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco”, scandisce Ghalibaf, che nei giorni scorsi aveva guidato la delegazione di Teheran ai negoziati di Islamabad. Stati Uniti e Israele, conclude, “non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare, non li raggiungeranno nemmeno con l’intimidazione: l’unica via è l’accettazione dei diritti della nazione iraniana”.

Oggi il Regno Unito e la Francia riuniranno a Londra i responsabili della pianificazione militare di oltre 30 nazioni per discutere la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è quello di fare una ricognizione delle capacità dei rispettivi paesi, delle strutture di comando e controllo, nonché di “come le forze militari possono essere dispiegate nella regione”, ha dichiarato il ministero della Difesa del Regno Unito.

Qualsiasi piano militare elaborato a seguito delle sessioni sarà portato avanti “non appena le condizioni lo permetteranno, in seguito a un accordo di cessate il fuoco duraturo”, ha aggiunto il ministero.

Le sessioni presso il quartier generale congiunto permanente del Regno Unito a Northwood, nella zona nord di Londra, rappresentano l’ultimo passo negli sforzi compiuti da Regno Unito e Francia per formare una coalizione disposta a contribuire alla riapertura dello stretto.

Venerdì scorso il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron hanno ospitato un vertice internazionale virtuale a cui hanno partecipato 51 Paesi, durante il quale hanno confermato la loro intenzione di istituire “una missione multinazionale indipendente e strettamente difensiva”.

“Il compito, oggi e domani, è quello di tradurre il consenso diplomatico in un piano comune per salvaguardare la libertà di navigazione nello Stretto e sostenere un cessate il fuoco duraturo”, ha dichiarato John Healey, ministro della Difesa britannico.

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Scorte jet fuel ai minimi da 6 anni. Ma Ue assicura: “Nessuna carenza”

Il mercato sta sottovalutando le conseguenze di un lockdown energetico”. Ne è certo il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), Fatih Birol, che in un’intervista al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung rilancia il monito sulla “più grave crisi petrolifera della storia”. “Allo scoppio ufficiale della guerra nel Medio Oriente diverse petroliere e metaniere erano già in rotta verso le loro destinazioni”, ma ora si sta creando un vuoto: “A marzo non sono state caricate nuove petroliere”.

Le conseguenze non riguardano solo il prezzo – che resta alto sui benchmark internazionali – ma soprattutto la disponibilità fisica. Il rischio è una riduzione dell’attività delle raffinerie a livello globale, con effetti diretti su jet fuel e gasolio. Già l’Aie aveva indicato che, ai livelli attuali, le scorte di cherosene sarebbero sufficienti per circa sei settimane. In alcuni Paesi, avverte, questo può tradursi in disagi nel trasporto aereo fino alla cancellazione di voli, mentre il comparto industriale resta esposto alla carenza di gasolio.

Un allarme condiviso anche dal settore dell’aviazione. “La valutazione dell’Aie sulle possibili carenze di carburante per aerei è preoccupante. Abbiamo stimato che entro la fine di maggio si potrebbero iniziare a vedere cancellazioni in Europa per mancanza di jet fuel. In alcune parti dell’Asia questo sta già accadendo”, ha dichiarato Willie Walsh, direttore generale della Iata, richiamando la necessità di rafforzare le rotte alternative di approvvigionamento e invitando le autorità “a predisporre piani chiari e coordinati, nel caso in cui diventi necessario introdurre forme di razionamento, compresa la gestione degli slot aeroportuali”.

Gli analisti di Kpler sottolineano un quadro disomogeneo. L’offerta di diesel rimane “relativamente solida, sostenuta da una buona flessibilità nelle importazioni e da livelli di scorte ancora stabili”. Il jet fuel invece affronta una fase più marcata di irrigidimento. Le scorte dovrebbero scendere da oltre 50 giorni a meno di 30 entro luglio e la dipendenza dai flussi mediorientali “limita fortemente la possibilità di sostituzione delle forniture”. Questo squilibrio rende il jet fuel molto più vincolato rispetto al diesel, sostenendo prezzi e margini più elevati. Con un’offerta in calo e minore copertura tramite hedging, le compagnie aeree più esposte rischiano maggiori costi e difficoltà operative nel picco estivo.

Tale dinamica sarebbe già emersa in Europa. Secondo i dati di Insights Global citati da Argus, nella settimana conclusa il 15 aprile le riserve di jet fuel nell’hub Amsterdam-Rotterdam-Anversa (Ara) sono scese ai minimi degli ultimi sei anni. Le scorte sono calate del 7,6% in una settimana, a circa 600.000 tonnellate, il livello più basso da aprile 2020. Il calo segue una tendenza iniziata a fine gennaio, aggravata dall’interruzione dei flussi dal Golfo Persico dopo le tensioni tra Stati Uniti e Iran e dal successivo dirottamento delle forniture verso il Regno Unito in vista della domanda estiva. Le scorte di nafta sono scese del 13,9%, ai minimi da un anno, mentre la benzina è aumentata del 2,5% grazie a una domanda interna più debole e a minori esportazioni verso alcune regioni africane. Gli operatori segnalano anche un calo dell’interesse per la miscelazione, segnale di un mercato europeo della benzina più saturo del previsto.

A fronte di questi segnali di tensione, dalle istituzioni europee arriva però un invito alla cautela. “Stiamo monitorando attentamente gli sviluppi nei mercati energetici, compreso quello del carburante per aerei. E voglio essere molto chiaro: negli ultimi due giorni sono circolate alcune notizie secondo cui l’Europa potrebbe essere vicina all’esaurimento delle scorte di carburante per aerei. Ciò non riflette accuratamente la situazione”, ha dichiarato il commissario europeo per i Trasporti e il Turismo sostenibile Apostolos Tzitzikostas al termine della riunione informale dei ministri del Turismo a Nicosia.

Il carburante per aerei, ha ricordato, “fa parte di un mercato globale, rifornito in modo continuo e sostenuto da produzione, importazioni e scorte”, sottolineando anche la presenza di una significativa capacità di raffinazione all’interno dell’Europa. “Siamo consapevoli che i mercati del carburante per aerei sono più tesi e vengono monitorati attentamente”, ha aggiunto, evidenziando come l’Europa disponga di scorte di emergenza in linea con la normativa Ue, attivabili se necessario in coordinamento con il mercato. “In questa fase, tuttavia, il mercato sta gestendo questa tensione e non vi sono prove di effettive carenze”, ha concluso Tzitzikostas. “Non vi è inoltre alcuna indicazione di carenze sistematiche di carburante che potrebbero portare a cancellazioni diffuse di voli in tutta Europa”.

Iran, stallo sui negoziati ma Trump annuncia tregua in Libano. Allarme Aie: “Europa ha jet fuel per 6 settimane”

E’ stallo sui negoziati per la guerra in Iran. Mentre a Teheran, il capo dell’esercito pakistano  Asim Munir, ha incontrato funzionari iraniani nel tentativo di estendere il cessate il fuoco in scadenza il 21 aprile che ha interrotto quasi sette settimane di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, permane l‘incertezza sul fatto che l’intensa attività diplomatica possa portare a un accordo. La Casa Bianca si è detta ottimista sulla possibilità di raggiungere un’intesa con la volontà di riprendere presto i colloqui anche se non ci sono ancora informazioni sul luogo o sulla data del secondo round.

Sul fronte libanese, invece, dopo una giornata di scambi telefonici con i due leader, Donald Trump ha annunciato il cessate il fuoco anche tra Beirut e Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. Martedì, i due Paesi si sono incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. In mattinata, lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato.

Intanto l’impatto della guerra inizia a preoccupare seriamente: l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha infatti lanciato l’allarme carburanti. “L’Europa ha “forse carburante per aerei sufficiente per circa sei settimane”, ha detto un’intervista all’Associated Press, Il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, dipingendo un quadro allarmante delle ripercussioni globali di quella che ha definito “la più grande crisi energetica che abbiamo mai affrontato”, derivante dal blocco del flusso di petrolio, gas e altre forniture vitali attraverso lo Stretto di Hormuz. “Ora ci troviamo in una situazione critica, che avrà gravi ripercussioni sull’economia globale. E più a lungo durerà, peggiori saranno le conseguenze per la crescita economica e l’inflazione in tutto il mondo”, ha poi aggiunto, spiegando che le ripercussioni economiche saranno disomogenee, con alcuni Paesi “più colpiti di altri”. Tra questi, Giappone, Corea, India, Cina, Pakistan e Bangladesh. “I Paesi che soffriranno di più non saranno quelli la cui voce viene ascoltata di più. Saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo. I Paesi più poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina”, ha affermato. L’impatto si tradurrà in “prezzi più alti della benzina, prezzi più alti del gas, prezzi più alti dell’elettricità”, ha detto.

Sulla delicata questione dello Stretto di Hormuz è previsto domani a Parigi un nuovo vertice dei cosiddetti ‘volenterosi’, coalizione formata da oltre 40 Paesi. Sul tavolo un piano di sminamento pronto da mettere in campo, soprattutto se la tregua tra Iran e Stati Uniti sarà prolungata. Il vertice è stato convocato dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer: in presenza anche la premier Giorgia Meloni. L’obiettivo è quello di ritornare presto alla libertà di navigazione nello Stretto, ma restano due incognite: una legata al ruolo degli Stati Uniti, rimasti finora fuori dalla coalizione, e l’atteggiamento dell’Iran, che per la prima volta si è mosso con netta contrarietà rispetto al piano dei volenterosi.

Da Washington oggi il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth in conferenza stampa al Pentagono ha precisato che la Marina degli Stati Uniti “controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di mezzi concreti e di capacità reali”. “Stiamo attuando questo blocco utilizzando meno del 10% della potenza navale americana”, ha spiegato avvertendo Teheran che le truppe in Medio Oriente si stanno “riarmando” e sono pronte a riprendere i combattimenti in caso di fallimento dei negoziati. “Mentre voi scavate tra le macerie delle strutture colpite dai bombardamenti, noi diventiamo solo più forti”, ha affermato. Rivolgendosi direttamente al regime iraniano, ha detto che possono “spostare le cose”, ma così facendo si espongono all'”occhio vigile” americano.

 

Iran, a rischio la ‘fragile’ tregua. Trump: “Forze Usa in campo fino a un accordo reale”

A poco più di 24 ore dalla “fragile” tregua raggiunta in Iran, la tensione nella regione del Medioriente resta alta.  L’esercito americano, assicura su Truth il presidente Usa, Donald Trump resta schierato.Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, insieme a ulteriori munizioni, armamenti e qualsiasi altro mezzo ritenuto opportuno e necessario per l’attacco letale e la distruzione di un nemico già sostanzialmente indebolito – scrive il repubblicano – rimarranno dispiegati in Iran e nelle zone circostanti fino a quando l’accordo reale raggiunto non sarà pienamente rispettato”. L’avvertimento è chiaro: “Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse avvenire, cosa altamente improbabile – aggiunge – allora inizieranno gli scontro a fuoco più grandi e più potenti di quanto chiunque abbia mai visto prima. È stato concordato, molto tempo fa, e nonostante tutta la falsa retorica contraria: nessuna arma nucleare e lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro”. Ma Trump guarda già oltre: “Le nostre grandi forze armate si stanno rifornendo e riposando, guardando avanti, in realtà, alla loro prossima conquista. L’America è tornata!”.

Durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, Trump ha ribadito la propria “delusione” per la posizione assunta dagli alleati. L’alleanza, dice, “non c’era quando ne avevamo bisogno e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito malissimo”. Secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca sta valutando un piano per ‘punire’ alcuni membri della Nato che, secondo il presidente Trump, non hanno aiutato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra con l’Iran. La proposta prevede il trasferimento delle truppe statunitensi dai paesi membri della Nato ritenuti poco collaborativi nella guerra contro l’Iran, verso paesi che si sono dimostrati più favorevoli. Durante il faccia a faccia Rutte spiega di aver sottolineato il fatto che “la grande maggioranza delle nazioni europee si è dimostrata disponibile per quanto riguarda le basi, la logistica, i sorvoli, assicurandosi di rispettare gli impegni”. 

Il Libano resta lo scenario più preoccupante, dal momento che l’esercito israeliano non ha cessato gli attacchi. L’Iran “garantirà la sicurezza del passaggio sicuro” attraverso lo Stretto di Hormuz, ma la riapertura avverrà solo “dopo che gli Stati Uniti avranno effettivamente ritirato questa aggressione”, contro il Libano, dice alla Bbc il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh. Gli Usa, spiega, “devono scegliere” se vogliono la guerra o la pace. “Non possono avere entrambe allo stesso tempo. Sono incompatibili, è chiarissimo”. L’accordo raggiunto, assicura, include il Libano e l’Iran e i suoi alleati erano disposti ad “accettare il cessate il fuoco”. Il traffico navale nello Stretto rimane trascurabile. Secondo i dati di Marine Traffic, registrati questa mattina numerosi gruppi di navi erano ancora ancorati nel Golfo Persico. Nella regione si trovavano ancora oltre 400 petroliere, 34 navi cisterna per GPL e 19 navi metaniere. Prima della guerra, secondo i dati di Lloyd’s List, una media di 107 navi mercantili transitavano quotidianamente nello Stretto di Hormuz.

Intanto i ministri degli Esteri di Iran e Arabia Saudita hanno avuto oggi un colloquio telefonico , in quello che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa AFP, rappresenta il primo contatto ufficiale tra i due Paesi dall’inizio della guerra. Il ministero degli affari esteri saudita ha dichiarato in un comunicato stampa che il ministro degli esteri del Paese, il principe Faisal bin Farhan, ha ricevuto una telefonata dal suo omologo iraniano, Abbas Araghchi. Nella nota si legge che “durante la telefonata, hanno esaminato gli ultimi sviluppi e discusso le modalità per ridurre le tensioni al fine di ripristinare la sicurezza e la stabilità nella regione”. 

Colpito convoglio italiano in Libano. Meloni: “Inaccettabile”. Tajani convoca ambasciatore Israele

Giorgia Meloni si prepara a parlare davanti al Parlamento. La tregua dà respiro, ma il contesto resta fragile ed estremamente complesso. La crisi si ripercuote sui mercati e sull’energia anche in Italia. Non solo: se la pausa dal conflitto vale per l’Iran, non si fermano gli attacchi israeliani in Libano, dove viene colpito un convoglio italiano. Non ci sono feriti, ma la situazione diplomatica con Tel Aviv (e di conseguenza con Washington) si complica. In serata, fonti della Farnesina fanno sapere che l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, è stato convocato su richiesta del ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

“È del tutto inaccettabile che il personale che agisce sotto la bandiera dell’Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili come quelle odierne, che sono in palese violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite”, chiarisce la premier, intimando in attesa degli esiti della convocazione dell’ambasciatore: “Israele dovrà chiarire quanto accaduto”. La presidente del Consiglio esprime la sua “ferma condanna” per quanto accaduto, sottolineando che il cessate il fuoco concordato tra Iran, Stati Uniti ed Israele è “un’opportunità da cogliere per porre fine anche alla guerra in Libano”. Meloni addita però anche Hezbollah, per aver “trascinato” il Paese in questo conflitto in maniera “irresponsabile”, chiedendo anche che i continui attacchi israeliani in Libano, “che hanno già provocato troppi morti e un’inaccettabile numero di sfollati” cessino “immediatamente”. “L’Italia ribadisce ancora una volta con fermezza la necessità di garantire la sicurezza dei soldati italiani e dell’intero contingente UNIFIL”, insiste.

Anche Tajani, nell’aula della Camera, avverte: “I soldati italiani non si toccano. Le forze armate israeliane non hanno alcuna autorità per toccare i nostri militari”. Purtroppo, ammette, “la tregua in Libano non esiste, siamo profondamente preoccupati per le ripercussioni di tutta la crisi in tutto il contesto regionale”.

A pochi minuti di distanza, Guido Crosetto esprime la sua “più ferma e indignata protesta” per quanto accaduto nel settore di responsabilità di Unifil nel Sud del Paese. Il convoglio logistico del contingente italiano, in movimento da Shama verso Beirut, è stato attaccato con colpi di avvertimento esplosi dalle Idf a circa due chilometri dalla base di partenza. La colonna ha interrotto il movimento e ha fatto rientro in base. Ci sono stati danni lievi ai veicoli e non si registrano feriti, ribadisce il ministro della Difesa, ma chiede: “Fino a quando?”. “È inaccettabile che militari italiani impegnati sotto bandiera delle Nazioni Unite, con compiti esclusivamente di garanzia della pace e della stabilità – insiste Crosetto -, vengano esposti a situazioni di rischio da parte dell’esercito israeliano”. Il titolare della Difesa ricorda che il personale di UNIFIL opera in Libano in attuazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite, per contribuire alla sicurezza e alla de-escalation: “La messa in pericolo di convogli chiaramente identificati con la bandiera dell’ONU non può essere tollerata – tuona -. Si tratta di un comportamento grave che rischia di compromettere la sicurezza dei peacekeeper e la credibilità stessa della missione”. All’Onu Crosetto domanda di intervenire presso le Autorità Israeliane “con la massima urgenza” per chiarire l’accaduto, adottare tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza del contingente italiano e di tutto il personale, e ribadire “con fermezza” il rispetto del mandato e della protezione dovuta ai caschi blu. “L’Italia continuerà a sostenere la missione di pace, ma pretende il pieno rispetto del ruolo di UNIFIL e la tutela dei propri militari. Episodi come questo sono intollerabili e non devono ripetersi”, mette in chiaro il ministro.

Intanto, la premier sigla una dichiarazione congiunta con il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer, il primo ministro canadese Mark Carney, la prima ministra danese Mette Frederiksen, il primo ministro dei Paesi Bassi Rob Jetten, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: “Accogliamo con favore il cessate il fuoco di due settimane concordato oggi tra gli Stati Uniti e l’Iran. Ringraziamo il Pakistan e tutti i partner coinvolti per aver facilitato questo importante accordo. L’obiettivo deve ora essere quello di negoziare una fine rapida e duratura della guerra nei prossimi giorni. Ciò può essere raggiunto solo con mezzi diplomatici”, si legge nel documento. I leader incoraggiano “rapidi progressi” verso una soluzione negoziata “sostanziale”. Condizione cruciale per proteggere la popolazione civile dell’Iran e garantire la sicurezza nella regione, ma anche, sottolineano, per “scongiurare una grave crisi energetica globale”. I dieci chiedono a tutte le parti di attuare il cessate il fuoco, anche in Libano: “I nostri governi – garantiscono – contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”.

Meloni vola nel Golfo in missione per sicurezza energetica e commerciale

Alla vigilia di Pasqua, dopo il consiglio dei ministri che vara il nuovo Dl Carburanti e il giuramento al Colle del nuovo ministro del Turismo, Giorgia Meloni vola a sorpresa nel Golfo Persico.

Venerdì a Gedda, in Arabia Saudita, la premier incontra il principe ereditario Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd, sabato si sposta negli Emirati Arabi e in Qatar.

“Come gli altri paesi europei, aiutiamo le nazioni del Golfo a difendersi dagli attacchi iraniani, lo facciamo chiaramente perché sono paesi strategici per i nostri interessi, sono paesi amici, ma soprattutto lo facciamo a protezione delle decine di migliaia di italiani che sono presenti nella regione. La missione è un gesto di solidarietà verso nazioni che sono amiche, ma ha chiaramente come obiettivo anche quello di garantire all’Italia gli approvvigionamenti energetici che sono necessari”, spiega la premier al Tg1.

Dal punto di vista della sicurezza, il momento non è semplice. Solo oggi sono arrivati sugli Emirati 47 droni e 18 missili balistici. Inizialmente la missione avrebbe dovuto toccare anche il Kuwait, tappa che non è stato possibile affrontare. E infatti Meloni è il primo leader l’Unione Europea e della Nato a essere presente nell’area in queste settimane. Un gesto di prossimità che non esclude comunque tre nodi che finiranno sul tavolo degli incontri: l’energia, le rotte commerciali, le migrazioni.

La sicurezza energetica è un tema già affrontato nella missione in Algeria della scorsa settimana, quando la presidente del Consiglio ha ottenuto di mettere in sicurezza e possibilmente aumentare le forniture di gas a disposizione. Nel Golfo, area da cui proviene circa il 15% del petrolio e circa il 10% del gas, sarà fatto un discorso analogo, confermando allo stesso tempo l’intenzione da parte dei grandi gruppi, a partire da Eni, di continuare a investire in quest’area, nonostante la situazione del momento. Tra qualche settimana Meloni sarà in visita anche in Azerbaijan, per fare fronte al momento di difficoltà, che resta comunque meno grave e più gestibile rispetto a quello vissuto dal Paese all’indomani dell’aggressione russa in Ucraina. Nel frattempo, infatti, l’Italia ha diversificato molto le sue fonti.

Si parlerà poi delle rotte commerciali, per tutelare l’export che arriva verso quest’area del mondo. L’interscambio vale oltre 30 miliardi, 20 dei quali grazie solo al commercio estero. Al centro del problema c’è la chiusura dello Stretto di Hormuz. L’ambasciata iraniana a Roma domanda con un duro post sui social che l’Italia chieda lo stop alla guerra prima di parlare dello stretto: “Deve opporsi con fermezza alla palese violazione del Diritto Internazionale da parte degli aggressori americano-sionisti!”, si legge su X. Su Hormuz, Roma si è in realtà detta disponibile a una partecipazione per garantire la sicurezza di navigazione solo di fronte a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu e in un quadro di cessate il fuoco. Sul tema, Meloni propone un maggiore dialogo tra il GCC e il G7.

Terzo nodo è quello della sicurezza, che intreccia inevitabilmente l’emergenza migratoria. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo.

Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate.

Iran, Bankitalia: “Indebolite prospettive crescita, effetti lunghi su costi energia”

La guerra in Iran e in Medio Oriente fa schizzare i prezzi del gas e del petrolio, indebolendo le prospettive di crescita e creando nuove pressioni inflazionistiche. A lanciare l’allarme, nella relazione all’assemblea ordinaria dei partecipanti, è Fabio Panetta.

Il governatore della Banca d’Italia sottolinea il consolidarsi di un contesto di elevata incertezza, “destinato verosimilmente a protrarsi oltre la fase acuta del conflitto”. L’area è cruciale per l’approvvigionamento globale di energia e di materie prime, le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz si sono interrotte e, insiste, “stanno emergendo danni rilevanti alle infrastrutture di produzione e raffinazione”. Anche in caso di uno stop immediato delle ostilità, denuncia Panetta, “il ritorno a condizioni ordinate nel mercato dell’energia richiederebbe tempi non brevi”.

La buona notizia è che la politica monetaria, rispetto al 2022, è in una posizione più favorevole per salvaguardare la stabilità dei prezzi: “I tassi ufficiali sono in linea con il livello stimato del tasso neutrale; le aspettative di inflazione di medio e lungo termine sono ancorate; le condizioni del mercato del lavoro risultano meno tese. Inoltre, il sistema bancario nel suo complesso mostra un’elevata redditività e una solida posizione patrimoniale”, spiega il governatore. Il Consiglio direttivo della Bce, a marzo, ha deciso di mantenere invariati i tassi ufficiali, ribadendo che le sue decisioni continueranno a essere guidate da una valutazione complessiva dei dati disponibili. Resta ferma la determinazione del Consiglio a mantenere l’inflazione al 2 per cento nel medio termine. “In un contesto così incerto e in costante evoluzione – avverte Panetta -, sarà essenziale monitorare attentamente le aspettative e prevenire effetti di retroazione sui salari, assicurando al contempo che l’azione di politica monetaria resti proporzionata e coerente con il mandato”.

Quanto al Bilancio della Banca d’Italia, nel 2025 cresce di circa 10 miliardi e torna in utile perché, anche se i titoli scendono di oltre 80 miliardi (a 508 miliardi) le plusvalenze sulle riserve auree salgono a 91 miliardi, compensano abbondantemente la perdita. Le plusvalenze però non incidono sul risultato economico, ma, precisa il governatore, “alimentano il conto di rivalutazione del passivo, contribuendo ad assorbire eventuali future fluttuazioni del prezzo dell’oro”.

Dopo due anni di perdite (2023 e 2024) il risultato lordo torna positivo per circa 3 miliardi. Questo consente al governatore di proporre di attribuire ai Partecipanti un dividendo di 340 milioni a valere sull’utile netto di 1.652 milioni.

Come anticipato nel Piano strategico per il triennio 2026-2028, Bankitalia intende muoversi su direttrici precise nei prossimi anni, facendo leva sul capitale umano e la trasformazione digitale. Attenzione particolare è rivolta all’intelligenza artificiale generativa: “Abbiamo già adottato strumenti che contribuiscono ad aumentare la produttività individuale e avviato una prudente ma progressiva introduzione di agenti digitali in grado di svolgere attività complesse”, afferma Panetta. Le prime applicazioni riguardano la semplificazione della produzione normativa di vigilanza e il supporto alle attività ispettive. Viene anche ridefinito l’assetto del Dipartimento Informatica per affrontare con “maggiore efficacia” le sfide poste dalle tecnologie di frontiera – oltre all’intelligenza artificiale, le tecnologie quantistiche e quelle a registri distribuiti (DLT) – e per rafforzare il contrasto alle minacce cibernetiche.

Nella relazione, il governatore non trascura l’impegno della Banca sui temi della sostenibilità. “Siamo stati una delle prime banche centrali dell’Eurosistema a pubblicare un Piano di transizione climatica”, rivendica. Progressi significativi sono stati compiuti in particolare nello sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili. L’obiettivo è conseguire la neutralità carbonica entro il 2050.

stoccaggio gas

Iran, mercato Gnl sotto pressione: Europa parte già in svantaggio per le scorte

Si profila un’estate calda per i mercati energetici europei, soprattutto per le possibili fiammate dei prezzi del gas. Se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi oltre aprile, i Paesi del Vecchio continente si troveranno a fronteggiare una concorrenza spietata con l’Asia (e la Turchia) per i carichi di Gnl, aumentando la dipendenza da Stati Uniti e Africa occidentale. Gli attacchi all’hub di Ras Laffan hanno cominciato a farsi sentire sui mercati globali fin nei primi giorni di marzo 2026. Il 2 marzo, all’inizio della guerra tra Iran e Israele, il Qatar ha annunciato la sospensione della produzione di Gnl e ha dichiarato lo stato di forza maggiore a causa dei danni subiti.

Le autorità di Doha hanno stimato che ci potrebbero volere fino a 5 anni per ripristinare i volumi normali pre-conflitto. In totale nell’area interessata dal conflitto tra Usa-Israele e Iran fino a 19 milioni di tonnellate di Gnl potrebbero essere fuori servizio entro la fine di maggio, con rischi al ribasso se le valutazioni dei danni dovessero peggiorare. Kpler stima una riduzione di circa 15 milioni di tonnellate dal Qatar, almeno 3 milioni dagli Emirati Arabi e la quota residuale dall’Oman.

Le conseguenze sul fronte della produzione sono significative. “Ras Laffan è cruciale per l’equilibrio del mercato globale – spiega l’analista di Kpler, Charles Costerousse -. Se la struttura resta chiusa a lungo, chiunque importa gas dovrà rivedere le proprie strategie”. Il complesso industriale, con una capacità annua di circa 77 milioni di tonnellate, ha visto ridurre la produzione di almeno 11-13 milioni di tonnellate. Anche se la guerra finisse domani, la ripresa non sarà immediata. Ogni unità produttiva (treno) richiede settimane per essere riavviata da ferma. E con danni più estesi serviranno mesi.

La domanda globale rende la competizione per il Gnl più intensa che mai, con i contratti spot che hanno registrato un’impennata. Ulteriore pressione potrebbe essere esercitata dalla Turchia che importa dall’Iran circa 8 miliardi di metri cubi all’anno via gasdotto. Possibili interruzioni ai flussi spingerebbero le autorità energetiche a cercare alternative sul Gnl, aumentando la concorrenza.

Non è infatti solo una questione di calo di volumi: il problema è che tutti si contendono il Gnl che resta. Con scorte stagionali in Europa inferiori alla media, molti importatori si sono trovati a competere con buyer asiatici disposti a pagare di più pur di assicurarsi i carichi.

Consumatori forti come Cina, Giappone e Corea del Sud partono da una posizione di vantaggio avendo – a fine marzo – stoccaggi leggermente migliori della media a cui attingere (rispettivamente al 51%, al 45% e al 56%). Di conseguenza, ricorda Kpler, il periodo di picco per il rifornimento delle scorte si sposta da aprile-maggio a giugno-luglio. In Europa, invece, depositi più vuoti e la necessità di rifornirsi in vista dell’estate rendono la competizione sui mercati spot ancora più intensa.

Nell’Europa nord-occidentale le scorte sono particolarmente scarse. E nonostante dati di fine marzo migliori del previsto, il fabbisogno di rifornimento estivo rimane considerevole. La piattaforma Gie-Agsi segnala una media di riempimento appena sotto il 29% al 22 marzo, -10 punti percentuali rispetto al 2025. Per rimpinguare i siti serviranno 67 miliardi di metri cubi di gas, equivalenti a circa 700 carichi di Gnl, con un incremento del 35% su base annuale.

Considerando lo scenario più negativo, ovvero il prolungamento della guerra nel Golfo, l’Europa si affaccerà dunque alla stagione di iniezione aumentando notevolmente la richiesta di Gnl da Stati Uniti e Africa, di fatto sostituendo una dipendenza regionale (quella con la Russia) con un’altra.

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Petrolio a 115 dollari, gas a 70 euro: la guerra fa impazzire i prezzi e manda a picco le Borse

Un giovedì nerissimo per i mercati finanziari e per l’energia. La situazione sempre più delicata e infuocata in Medio Oriente, unita ai riscontri di ieri della Fed e la flessione di Wall Street stanno trascinando in un baratro le Borse europee. Ma, soprattutto, stanno facendo schizzare in alto i prezzi dell’energia, in particolare di gas e petrolio.

Al Ttf di Amsterdam, dopo un’apertura debole, i future sono arrivati a sfiorare i 70 euro al megawattora, con un rialzo del 25% rispetto alla quotazione di ieri. Il petrolio, invece, viaggia intorno ai 115 dollari al barile, con un’impennata superiore al 7%. Tutto questo mentre Donald Trump annuncia forti rappresaglie se l’Iran bombarderà gli impianti del Qatar, con la minaccia di un’autentica devastazione di Teheran. Tutto questo, comunque, non favorisce la discesa dei prezzi che si avvicinano passo dopo passo ai record del post scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Malissimo anche le Borse. I mercati sono fiaccati dalle notizie mediorientali: Milano al momento perde quasi il 2%, alla pari di Francoforte, leggermente meglio ma sempre negativa anche Parigi (1,50%). Sarà determinante capire quale tipo di atteggiamento avrà Wall Street dopo la pessima reazione di ieri alle parole della Federal Reserve.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

Carburanti, dal Cdm via libera al taglio di 25 centesimi al litro per 20 giorni

Dopo la fiammata dei prezzi dei carburanti, che dura da settimane, arriva un primo taglio delle accise, per 20 giorni. Prima del referendum del 21 e 22 marzo, il governo porta in Consiglio dei ministri un provvedimento che dà respiro alle famiglie e frena i rincari, portando giù i prezzi di 25 centesimi al litro. “Combattiamo la speculazione e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo”, spiega la premier Giorgia Meloni al Tg1. Secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, intervenuto al Tg4: “Se oggi il diesel è mediamente a 2-2,10 euro al litro, è chiaro che domani deve scendere sotto l’euro e 90”. Un “sostanzioso aiuto, ovviamente a tempo”, precisa il vicepremier, rivendicando che dalle prossime ore “gli italiani pagheranno di meno rispetto a tedeschi, francesi e spagnoli”.

Nel provvedimento, che doveva andare in Cdm già dieci giorni fa, c’è anche un bonus sul credito d’imposta per autotrasportatori per l’acquisto del gasolio, oltre all’istituzione di uno speciale regime anti-speculazione, nel sistema di distribuzione dei carburanti che coinvolge Mr Prezzi, la guardia di finanza e l’Antitrust per eventuali sanzioni e, se necessario, anche la magistratura. “Introduciamo un credito d’imposta perché non vogliamo che l’aumento del prezzo si trasferisca sui beni di consumo e diamo vita a un meccanismo anti-speculazione che di fatto lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi”, scandisce Meloni.

Nel pomeriggio, Salvini ha riunito in prefettura nel capoluogo lombardo le compagnie petrolifere: “abbiamo chiesto ai petrolieri un prezzo medio massimo da non superare”, ha spiegato alle big oil al tavolo, Eni, Ip, Tamoil, Q8 e a Vega Carburanti, Pad Multienergy, Retitalia, Costantin, Keropetrol, Beyfin, San Marco Petroli, Energas, Toil. Il tavolo sarà riconvocato anche la settimana prossima, con “l’obiettivo di non abbassare la guardia”, spiega Salvini.

Con il credito d’imposta, arriva anche il sostegno al settore ittico, particolarmente colpito dal caro carburanti. Si tratta di 10 milioni di euro destinato a coprire le spese per l’acquisto del carburante a partire da marzo, aprile e maggio del 2026 nella misura del 20%. “A partire da domani le nostre marinerie, i nostri pescatori, potranno attutire i rincari del costo del carburante necessario a far lavorare le imbarcazioni”, chiarisce il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. È una misura che, ribadisce, “ha un impatto sia sulle nostre imprese ittiche che sui cittadini che potranno continuare a scegliere cibo di qualità senza ulteriori aumenti derivanti dall’aumento dei costi di produzione sopportati dai pescatori”.