Argento in zona 40 dollari, al massimo da 14 anni in scia a boom di investimenti

Tutti a guardare l’oro, ma il 2025 ha decreto il grande ritorno sulla scena dell’argento, ormai in zona 40 dollari l’oncia. Record da 14 anni. Quasi +10% mensile e +36% da inizio anno. Terzo nel gradino del podio nel rally scattato sui metalli, che vede il platino primo con una performance del 62% e il rame secondo – oggi nuovo massimo di sempre – con +45,6%. Poi appunto c’è il “silver”, che ha corso di più dell’oro (+30% da Capodanno).

A rafforzare la galoppata, oltre alle ormai tradizionali incertezze geopolitiche ed economiche, hanno contribuito anche segnali positivi dal fronte dei metalli industriali, in particolare dopo la ripresa dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina, che ha restituito fiducia al comparto. Ne è prova il boom dei prodotti finanziari legati all’argento: gli afflussi netti nei prodotti negoziati in Borsa (Etp) supportati dal metallo hanno raggiunto quota 95 milioni di once nella prima metà dell’anno, superando già il totale dell’intero 2024, si legge nell’ultimo report del Silver Institute.

Al 30 giugno, le partecipazioni globali in Etp hanno toccato quota 1,13 miliardi di once, solo il 7% sotto il massimo storico di 1,21 miliardi registrato nel febbraio 2021. A giugno, grazie anche alla stabilità dei prezzi, il valore complessivo di queste partecipazioni ha superato per la prima volta i 40 miliardi di dollari, spinto da un’impennata degli acquisti che da sola ha contribuito a circa metà della crescita da inizio anno.

Anche sul mercato dei futures si registra un’accelerazione. Sulla piattaforma Cme, la posizione lunga netta (quella rialzista) al 24 giugno è risultata in aumento del 163% rispetto alla fine del 2024. Un dato che riflette l’impegno crescente degli investitori istituzionali, sempre più attratti dall’argento come riserva di valore. La media delle posizioni lunghe nei primi sei mesi del 2025 è infatti la più alta dal primo semestre del 2021. Il quadro degli investimenti al dettaglio in argento è invece più articolato.

In Europa, la ripresa iniziata a fine 2024 è proseguita anche quest’anno, pur restando su livelli ancora inferiori al triennio 2020-2022. Tuttavia, il rallentamento delle vendite sul mercato secondario ha favorito la domanda di lingotti e monete nuove. In India, la crescita è ancora più evidente: nei primi sei mesi del 2025 la domanda è salita del 7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, sostenuta da aspettative di prezzo ancora forti. Situazione opposta negli Stati Uniti, dove le vendite da parte degli investitori al dettaglio rimangono elevate.

La prospettiva di realizzare guadagni ha spinto molti a monetizzare, indebolendo la domanda di nuovi prodotti. Inoltre, l’assenza di crisi recenti – come il fallimento della Silicon Valley Bank nel 2023 – ha ridotto l’urgenza di investire in beni rifugio. Di conseguenza, la domanda al dettaglio di argento negli Usa è stimata in calo di almeno il 30% da inizio anno. Guardando ai prossimi mesi, scrive il Silver Institute, il mercato delle monete e dei lingotti potrebbe assistere a un’intensa attività, anche se la domanda di nuovi conii potrebbe restare contenuta. Il superamento della soglia dei 40 dollari per oncia rappresenta un possibile spartiacque: alcuni investitori potrebbero decidere di incassare, mentre altri potrebbero entrare nel mercato anticipando ulteriori rialzi, sottolinea infine il Silver Institute. Quale direzione prenderà il mercato dell’argento dipenderà dunque dalla fiducia degli investitori e dalla tenuta dei fondamentali in un contesto globale ancora altamente instabile. Ma una cosa appare chiara: per l’argento, il 2025 segna una decisa rinascita.

Prezzi alle stelle e instabilità globale: gli effetti a catena del clima estremo sul cibo

Nel 2024 le ondate di caldo estremo caldo nell’Asia orientale hanno contribuito all’aumento del 70% del costo del cavolo in Corea del Sud e del 48% del riso in Giappone ma sono alla base anche del +30% del costo delle verdure in Cina tra giugno e agosto 2024. Cina , Corea del Sud e Giappone sono tra i tanti Paesi ad aver vissuto l’anno più caldo mai registrato nel 2024. Negli Stati Uniti una siccità “senza precedenti” verificatasi in California e Arizona nel corso del 2022 ha contribuito a un aumento dell’80% dei prezzi della verdura tra novembre 2021 e novembre 2022. E ancora: la siccità nell’Europa meridionale nel 2022-23 ha causato un aumento del 50% del prezzo dell’olio d’oliva in tutta l’Ue da gennaio 2023 a gennaio 2024. La Spagna è il maggiore produttore mondiale di olio d’oliva, seguita dall’Italia: entrambi i Paesi sono stati gravemente colpiti da una crisi idrica. Questi alcuni dei risultati di uno studio dell’impatto del cambiamento climatico e degli eventi estremi sui prezzi di alcune delle principali materie prime agroalimentari. Il dossier, pubblicato su ‘Environmental Research Letters‘, analizza 16 esempi di aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari in tutto il mondo a seguito di periodi di caldo estremo, siccità o piogge nel periodo 2022-2024.

Tra queste commodities c’è ovviamente il cacao, il cui prezzo è salito alle stelle a livello globale negli ultimi due anni. Ciò è dovuto a una serie di fattori, afferma lo studio, tra cui le condizioni meteorologiche estreme in Ghana e Costa d’Avorio, dove viene coltivato oltre il 60% del cacao mondiale. Molte parti dei due paesi dell’Africa occidentale hanno sperimentato temperature “senza precedenti” fino a 50°C nel febbraio 2024 e dopo la prolungata siccità del 2023. Ma anche le patate del Regno Unito sono diventate notevolmente più costose dopo gli eventi meteorologici degli ultimi anni. L’analisi si basa sui dati di Copernicus per il periodo 1940-2024 e sull’indice standardizzato di precipitazione ed evapotraspirazione per il periodo 1901-2023, insieme a resoconti provenienti da una serie di organi di informazione e dati sui prezzi dei prodotti alimentari forniti da governi e gruppi industriali. “Il team di ricerca ha selezionato casi di studio in cui gli effetti sono così evidenti che non è necessaria un’analisi statistica quantitativa sostanziale per vederli. Chi è sul campo può vedere che questo è ciò che sta accadendo” ha spiegato a ‘Carbon Brief’ Maximilian Kotz, ricercatore post-doc al Barcelona Supercomputing Center e autore principale del nuovo studio. Gli autori dello studio sottolineano che, sebbene El Niño del 2023-24 “abbia probabilmente svolto un ruolo nell’amplificazione di alcuni di questi eventi estremi”, l’aumento dell’intensità e della frequenza degli eventi è “in linea con gli effetti previsti e osservati del cambiamento climatico”. Il nuovo studio esamina anche l’aumento dei prezzi del caffè dopo il caldo estremo in Vietnam nel 2024 e la siccità in Brasile nel 2023. Kotz ha affermato che gli esempi più notevoli di aumento dei prezzi hanno riguardato materie prime come il cacao e il caffè, disponibili a livello globale ma prodotti in aree concentrate, il che apre la “possibilità di una maggiore volatilità” in caso di eventi meteorologici estremi.

Uno studio del 2024 condotto dallo stesso Kotz e dai ricercatori della Bce (Banca centrale europea) ha rilevato che le alte temperature hanno aumentato l’inflazione alimentare “in modo persistente” – per 12 mesi – dopo gli eventi estremi sia nei Paesi ad alto che in quelli a basso reddito. Il nuovo studio è dunque un “proseguimento” di questa ricerca, poichè esamina alcuni degli altri fattori che influenzano i prezzi dei prodotti alimentari, come gli elevati costi di trasporto in Etiopia, nonché l’aumento dei costi di produzione e l’elevata domanda turistica che contribuiscono all’impennata dei prezzi del riso in Giappone. Questi risultati sono un “duro promemoria del fatto che il cambiamento climatico sta già esercitando una pressione significativa sulla produzione agricola a livello globale”, ha sottolineato Jasper Verschuur , professore associato di Ingegneria e sicurezza climatica alla Delft University of Technology nei Paesi Bassi. “Questo studio sottolinea inoltre che gli impatti degli shock sul settore agricolo possono avere ripercussioni intersettoriali, ad esempio sulla salute, sulla stabilità politica e sulla politica monetaria, che raramente vengono rilevate negli studi di modellizzazione. Sebbene la comprensione degli impatti locali degli eventi meteorologici estremi sulle rese e sui prezzi dei raccolti sia migliorata, gli impatti più ampi e i doppi effetti degli shock climatici e non climatici non sono ancora ben compresi”.

Nello studio i ricercatori analizzano alcuni dei “rischi sociali a catena” derivanti dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, come la crescente disuguaglianza economica, la malnutrizione e l’aumento generale dell’inflazione. Non per nulla anche la Food Foundation, un ente di beneficenza del Regno Unito coinvolto nello studio, sottolinea che “gli shock dei prezzi sempre più frequenti dovuti al cambiamento climatico potrebbero aggravare ulteriormente l’insicurezza alimentare e le disuguaglianze sanitarie”.

Il G7 punta sui minerali critici: piano d’azione per investimenti e sicurezza

Un piano d’azione sui minerali critici, basato sul lavoro portato avanti dal Giappone nel 2023 e dall’Italia nel 2024, dedicato alla diversificazione della produzione e dell’approvvigionamento, alla spinta verso gli investimenti e alla promozione dell’innovazione. E’ uno dei punti chiave del G7 che si è concluso in Canada. Una dichiarazione congiunta di intenti che punta a valorizzare i minerali critici come “elementi fondamentali delle economie digitali e energeticamente sicure del futuro”. Un punto, questo, che per la premier Giorgia Meloni, è “un ottimo risultato” anche perché bisogna “ripensare le nostre catene di approvvigionamento”.

I leader dei Paesi del G7 chiedono “trasparenza, diversificazione, sicurezza, pratiche minerarie sostenibili, affidabilità e attendibilità come principi essenziali per la resilienza delle catene di approvvigionamento dei minerali critici” e riconoscono “l’importanza della tracciabilità, del commercio e del lavoro dignitoso nel contribuire alla nostra prosperità economica e a quella dei nostri partner”.

Il piano presentato dalla presidenza osserva che esiste una “minaccia”, rappresentata da “politiche e pratiche non di mercato nel settore dei minerali critici” e per questo è necessario “proteggere rapidamente la nostra sicurezza economica e nazionale. Ciò comprenderà l’anticipazione delle carenze di minerali critici, il coordinamento delle risposte alle perturbazioni deliberate del mercato e la diversificazione dell’estrazione, della trasformazione, della produzione e del riciclo”.

Il primo passo, spiegano i leader al termine del G7, è quello di presentare una tabella di marciaper promuovere mercati basati su standard per i minerali critici, in collaborazione con l’industria, le organizzazioni internazionali, i paesi produttori di risorse, le popolazioni indigene, le comunità locali, i sindacati e la società civile”. La roadmap  stabilirà una serie di criteri che costituiscono “una soglia minima per i mercati basati su standard, rafforzando la tracciabilità come misura necessaria”. Nell’ambito di questi sforzi, “valuteremo i potenziali impatti sul mercato”.

Spetterà ora ai ministri competenti fissare le tappe da raggiungere per l’adempimento di questo impegno, entro la fine dell’anno.

Tutto il piano sarà basato sul rafforzamento degli investimenti, “immediati e su larga scala” anche provenienti dal settore privato e sulla collaborazione “con i partner dei mercati emergenti e dei paesi in via di sviluppo per sviluppare infrastrutture di qualità, come i corridoi economici”.

Focus anche sull’innovazione, “con particolare attenzione alla trasformazione, alla concessione di licenze, al riciclo” e “all’economia circolare”.

Il 2024 delle commodity: rialzo a 3 cifre per cacao e uova Usa, crollano litio e soia

Il 2024 è stato un periodo di notevoli fluttuazioni per le materie prime, con alcuni settori che hanno visto crescite vertiginose, mentre altri hanno subito pesanti ribassi. I mercati finanziari, in particolare quelli americani, hanno registrato andamenti sorprendenti che riflettono una continua evoluzione dei fattori economici globali, tra cui la domanda, le dinamiche geopolitiche e le politiche fiscali.

Al centro dell’attenzione ci sono state le materie prime agricole e alimentari, che hanno visto performance eccezionali. Il caffè ha vissuto un anno da record, con un incredibile aumento del +70,7%, il che ha rispecchiato sia le difficoltà di produzione in alcune aree produttive chiave che una domanda in crescita. Non è stato da meno il succo d’arancia, che ha guadagnato +55,4%, grazie a condizioni meteo favorevoli e a un incremento delle esportazioni, con il mercato statunitense in particolare che ha beneficiato di una solida domanda interna. Anche le materie prime legate all’energia rinnovabile e alla tecnologia hanno visto una crescita significativa. Il germanio, utilizzato nell’industria della microelettronica e sottoposto a limitazioni da parte della Cina, ha registrato un aumento eccezionale di +86,7%, mentre il cobalto, cruciale per le batterie agli ioni di litio, è salito del +28,3%. Ma uno dei veri colpi di scena è stato il cacao, che ha visto un’impennata senza precedenti del +150%, grazie a un aumento della domanda globale e a condizioni meteorologiche sfavorevoli nelle principali aree produttive. Tra le altre materie prime agricole, l’olio di girasole (+55%) e il burro (+28,3%) hanno visto crescite robuste, alimentate dalle difficoltà di approvvigionamento e dall’alto costo dei combustibili, mentre l’olio di palma ha registrato un aumento del +24,8%.

Nel settore energetico, la performance è stata più contrastata. Il petrolio, in particolare, ha visto variazioni tra il -0,9% e il -3,8% tra Wrti e Brent, segnando un anno di relativa stabilità rispetto ad altri mercati, nonostante la continua instabilità geopolitica e le politiche di produzione. Il petrolio russo, tuttavia, ha registrato una buona performance con un rialzo del +13,4%, beneficiando delle politiche di produzione russe e delle strategie di alleanze internazionali. In controtendenza, il gas naturale negli Stati Uniti ha visto un aumento straordinario del +69%, un riflesso diretto della domanda interna e delle difficoltà nell’approvvigionamento globale. Al contrario, in Europa, il gas naturale è aumentato del 46,5%, ma con dinamiche leggermente più favorevoli rispetto a quelle degli Stati Uniti, grazie alla gestione delle risorse energetiche e alle politiche di stoccaggio strategico.

Non tutte le materie prime hanno però goduto di un 2024 positivo. I ribassi più significativi sono stati registrati in alcune risorse minerarie e agricole. Il litio, elemento fondamentale per la produzione di batterie, ha visto un crollo del -22,3%, rispecchiando una correzione dopo anni di forte crescita, mentre il minerale di ferro è sceso di -23,8%, influenzato dalla riduzione della domanda da parte della Cina e dall’offerta abbondante. Anche il grano ha visto un calo del -11,9%, a causa di un surplus di produzione in alcune regioni chiave.

Nel settore industriale, l’uranio ha subito un netto ribasso del -22,7%, dopo un periodo di espansione dovuto alle aspettative di una nuova ondata di investimenti nell’energia nucleare, che non si sono concretizzati come previsto. Il carbone ha registrato un declino del -14,6%, anche se le previsioni indicano una possibile ripresa a medio termine. Il palladio, noto per l’uso nei catalizzatori automobilistici, ha registrato una flessione significativa del -18,8%, così come lo stagno (-13,3%) e il magnesio (-20%), risentendo delle interruzioni della supply chain globale.

In altri settori, la soia ha visto una flessione importante del -23,7%, seguita dal cotone (-14,6%) e dal riso (-21,4%). Queste discese sono state dovute sia alla concorrenza internazionale che alle condizioni di mercato difficili. Al contrario le uova americane hanno registrato un’impennata record, salendo addirittura del 154%, grazie a un aumento dei costi di produzione e alla riduzione dell’offerta causata da problemi sanitari negli allevamenti.

Accelera la corsa alla sovranità su metalli e terre rare: ora si punta sul riciclo

Rame, cobalto, nichel, litio: i metalli essenziali per la transizione energetica sono sempre più richiesti e, si spera, anche sempre più riciclati. Dal Perù alla Francia, passando per gli Stati Uniti, la sovranità sull’accesso a questi materiali sta scatenando il panico in tutto il mondo, a causa dell’egemonia della Cina sia sulle forniture sia sulla loro lavorazione. “Tra il 35% e il 70% della capacità di raffinazione è nelle mani della Cina”, scrive l’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi nel suo recente rapporto sulla competitività, delineando possibili modi per ottenere una maggiore sovranità.

A metà maggio, l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) ha avvertito del rischio di tensioni sulle forniture, o addirittura di possibili carenze di rame o litio, essenziali per la diffusione di tecnologie a basse emissioni di carbonio come le auto elettriche e le turbine eoliche. Il motivo principale è che il calo dei prezzi di litio, nichel e cobalto potrebbe frenare gli investimenti minerari necessari.

Durante la conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima (COP29), che si aprirà lunedì in Azerbaigian, l’International Council on Mining and Metals (ICMM) ha programmato non meno di sei diverse presentazioni sul rilancio dell’industria mineraria. Un settore che “sta affrontando un vero e proprio problema di finanziamento”, spiega Moez Ajmi, specialista di energia per l’Europa presso la società di consulenza EY. Il fabbisogno è enorme: in una miniera tradizionale si ottengono in media solo 3 grammi di rame per tonnellata di terra scavata nella Repubblica democratica del Congo, e 0,5 grammi per tonnellata in Cile, sottolinea Christian Mion, responsabile dell’estrazione mineraria di EY.

Eppure tutti i governi stanno incoraggiando l’attività estrattiva: gli Stati Uniti, con la loro legge Inflation Reduction Act, stanno cercando di assicurarsi le forniture di metalli critici, e anche l’Europa ha varato una legge ad hoc, che entrerà in vigore quest’anno. E anche il nostro Paese sta lavorando a un ‘censimento’ dei siti estrattivi per riaprire le miniere. L’Arabia Saudita ha stanziato 500 milioni di dollari per creare il suo catasto minerario.

Solo un anno fa, il gigante petrolifero ExxonMobil ha annunciato l’intenzione di diventare il principale produttore di litio degli Stati Uniti, utilizzando le sue tecniche di estrazione di petrolio e gas per sfruttare una vena sotterranea di salamoia di litio in Arkansas.
Ma a causa della notevole quantità di investimenti in attrezzature, stipendi e trasporti, e dei decenni necessari per portare a termine i progetti, si stanno valutando altre soluzioni. “Per me la soluzione più realistica è il riciclo”, afferma Ajmi.

Secondo Draghi, la circolarità dei metalli da sola potrebbe soddisfare il 50% della domanda globale. E per Ajmi, l’industria del riciclo potrebbe rappresentare il 10-15% del Pil dei Paesi sviluppati nei prossimi quindici anni, “a condizione che le banche e i governi sostengano i progetti”. Ma serve anche che si sviluppino ecosistemi che riuniscano piani di formazione, ricerca e investitori, come ha fatto la Francia negli anni ’60 nei settori del petrolio e del nucleare, quando ha creato l’istituto di ricerca IFP Energies nouvelles, ad esempio.

In un recente articolo intitolato ‘Batteries, the mineral loop’, il think-tank americano specializzato RMI stima addirittura che il picco dell’estrazione dei minerali strategici utilizzati nelle batterie dovrebbe verificarsi a metà degli anni 2030. Con il miglioramento delle tecniche di ricico e l’allungamento della vita delle batterie, la domanda di minerali vergini potrebbe essere pari a zero entro il 2040, sottolinea RMI. La cosiddetta miniera “urbana” del riciclaggio potrebbe allora essere sufficiente a soddisfare le esigenze del mercato delle batterie elettriche. Il mondo non avrebbe più bisogno di scavare.

Greenpeace bacchetta la Norvegia: “Conseguenze irreversibili con estrazione mineraria sottomarina”

Greenpeace ha messo in guardia la Norvegia dalle conseguenze “irreversibili” della prevista apertura dei fondali marini all’estrazione mineraria, che secondo l’organizzazione interesserà l’intero ecosistema marino. Nonostante le obiezioni di scienziati, Ong e altri governi, il Paese scandinavo prevede di assegnare le prime licenze di esplorazione nel 2025 e potrebbe diventare uno dei primi al mondo a sfruttare i fondali marini.

“I progetti norvegesi di estrazione in acque profonde nell’Artico causeranno danni irreversibili alla biodiversità”, ha contestato Greenpeace, pubblicando un rapporto intitolato ‘Underwater mining in the Arctic: living treasures at risk’. Per l’organizzazione, questa attività rappresenta un’ulteriore minaccia per un ecosistema poco conosciuto e già indebolito dal riscaldamento globale.

Tra i pericoli individuati nel rapporto vi sono la distruzione diretta degli habitat e degli organismi del fondale marino, l’inquinamento acustico e luminoso, il rischio di perdite chimiche dai macchinari e lo spostamento accidentale delle specie. “L’estrazione mineraria causerà danni permanenti a questi ecosistemi e sarà sempre impossibile valutare la piena portata di questi impatti, per non parlare del loro controllo”, ha dichiarato Kirsten Young, responsabile della ricerca di Greenpeace.
“I piani della Norvegia non solo minacciano direttamente le specie e gli habitat dei fondali marini, ma anche l’intero ecosistema marino, dal plancton più piccolo alle balene più grandi”, ha aggiunto l’autrice.

Le autorità norvegesi, da parte loro, sottolineano l’importanza di non dipendere da Paesi come la Cina per l’approvvigionamento di minerali essenziali per la transizione verde e assicurano che le prospezioni permetteranno di raccogliere le conoscenze che attualmente mancano. “La transizione globale verso una società a basse emissioni di carbonio richiederà enormi quantità di minerali e metalli”, ha dichiarato Astrid Bergmål, Segretario di Stato presso il Ministero dell’Energia norvegese, in un’e-mail all’AFP.

“Oggi l’estrazione dei minerali è in gran parte concentrata in un piccolo numero di Paesi o di aziende. Questo può contribuire a rendere vulnerabili le forniture, il che è particolarmente problematico nell’attuale contesto geopolitico”, ha aggiunto.
Alcuni di questi minerali sono utilizzati in batterie, turbine eoliche, computer e telefoni cellulari. La Norvegia afferma che qualsiasi sfruttamento sarà soggetto all’introduzione di metodi “responsabili e sostenibili” e che i primi progetti dovranno essere approvati dal governo e dal parlamento.
Oslo prevede di aprire all’esplorazione un’area di 281.000 km2 nei mari di Norvegia e Groenlandia, un’area grande la metà della Francia, con l’obiettivo di assegnare le prime licenze nella prima metà del 2025.

Urso torna dalla Libia con accordo su energia, materie prime e rinnovabili

Photo credit: Mimit

 

Italia e Libia coopereranno anche su transizione ecologica e digitale. Dalla sua missione a Tripoli il ministro delle Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso, torna con la sigla sulla dichiarazione congiunta con il ministro dell’Industria e dei Minerali del Governo di Unità nazionale dello Stato della Libia, Ahmed Ali Abouhisa, per promuovere iniziative di collaborazione economica e industriale nei campi dell’energia, delle materie prime critiche e della tecnologia green. “I nostri Paesi hanno numerosi punti di complementarità sul piano economico e industriale“, commenta il responsabile del Mimit. Spiegando che proprio per questo motivo “una cooperazione sempre più stretta rappresenta un valore aggiunto sia per l’Unione europea sia per il continente africano, così come prevede il Piano Mattei“.

L’accordo, infatti, prevede la facilitazione degli investimenti diretti e delle iniziative congiunte tra le imprese di Italia e Libia, attraverso lo scambio di informazioni e conoscenze nel campo della ricerca, dell’innovazione applicata all’industria manifatturiera e la formazione di nuove competenze. “I nostri Paesi hanno una storica cooperazione nel settore energetico che intendiamo rafforzare, soprattutto nell’energia rinnovabile e al suo trasporto attraverso i cavi di interconnessione tra i Paesi – continua Urso -. L’attenzione alle fonti rinnovabili emerge anche alla luce del fatto che l’Italia diventerà presto il primo produttore europeo di pannelli fotovoltaici di nuova generazione con lo stabilimento di 3Sun di Catania“. Il ministro, poi, parlando come ospite d’onore alla Conferenza internazionale per l’industria e la tecnologia di Tripoli, ha allargato gli orizzonti: “Tra i nostri Paesi c’è un fondamentale partenariato strategico che si può rafforzare nel settore del gas e del petrolio, ma ancora di più nel settore minerario e dell’energia rinnovabile in questa fase storica dell’Italia e dell’Europa, della Libia e del Mediterraneo“.

Nell’accordo è prevista la cooperazione anche nel settore minerario, in particolare sull’approvvigionamento di materie prime critiche. Ragion per cui Roma è pronta “a mettere a disposizione il suo know-how ingegneristico e imprenditoriale per avviare sinergie che possano guardare ad accordi di collaborazione win-win, volti all’estrazione e alla lavorazione in Libia, a beneficio di entrambe le nazioni e in piena coerenza con la legge sulle materie prime critiche italiana che approderà tra poche settimane in Consiglio dei ministri“.

L’Italia, inoltre, sosterrà anche i progetti libici per la realizzazione delle interconnessioni con l’Europa per il trasporto di elettricità da fonti rinnovabili, di cui la nazione nordafricana ha necessità di sviluppare infrastrutture dedicate. Fattore che passa anche dallo sviluppo dell’economia digitale, e in questo senso “la Libia può essere anche un attore prioritario“. Inoltre, aggiunge Urso, “l’Italia nel suo ruolo di presidente di turno del G7 ha voluto dare particolare attenzione al continente africano. La trasformazione digitale è uno straordinario strumento per avvicinare l’Africa agli obiettivi di sviluppo sostenibile“.

Nel corso del colloquio bilaterale, Urso e Ali Abouhisa hanno toccato anche il tema della siderurgia, soffermandosi sui possibili investimenti delle imprese italiane in Libia e del trasferimento di competenze nella tecnologia digitale, anche attraverso l’AI Hub per lo sviluppo sostenibile in cooperazione con l’Undp, come indicato nella dichiarazione ministeriale del vertice G7 dei ministri dell’Industria, Tecnologia e Digitale del marzo scorso. Il responsabile del Mimit ricorda anche le prospettive italiane, perché il nostro Paese “sta diventando leader nella produzione mondiale di pannelli solari di ultima generazione“, grazie “alla fabbrica del gruppo Enel 3Sun Gigafactory in Sicilia, a Catania, che sarà la più grande fabbrica di pannelli solari d’Europa producendo pannelli fotovoltaici bifacciali ad altissima prestazione con una capacità produttiva di tre GW all’anno è una tecnologia d’avanguardia unica al mondo“.

costa rica - batterie -

Clima, l’Aie avverte: “Fare di più o rischio tensioni su forniture globali di materie prime”

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) teme “tensioni” sulle forniture globali di minerali e metalli critici, essenziali per la transizione energetica, e incoraggia un aumento degli investimenti minerari se si vuole che il pianeta riesca a limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi entro la fine del secolo.

“Il calo dei prezzi di minerali critici come il rame, il litio e il nichel, utilizzati per condurre l’elettricità o nelle batterie per i veicoli elettrici, le turbine eoliche e i pannelli solari, ‘maschera il rischio di future tensioni sull’offerta’” afferma l’Aie nel suo secondo rapporto annuale sui metalli, ‘Global Critical Minerals Outlook 2024’. L’Agenzia stima che saranno necessari “800 miliardi di dollari” in investimenti minerari in tutto il mondo da qui al 2040 se il pianeta vuole raggiungere l’obiettivo fissato dall’accordo internazionale sul clima firmato a Parigi nel 2015 di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale.

Lo scorso anno, il crollo del 75% del prezzo del litio e il calo dal 30% al 45% dei prezzi di cobalto, nichel e grafite hanno portato a una diminuzione media del 14% dei prezzi delle batterie, ma anche al rischio di un rallentamento degli investimenti nel settore minerario rispetto agli anni precedenti. In termini di volume, i due metalli più a rischio di “tensione” dell’offerta sono il litio e il rame, che mostrano un “divario significativo” tra produzione e prospettive di consumo, secondo il rapporto. Questo perché la domanda è in crescita. Nel 2023, le vendite delle sole auto elettriche sono aumentate del 35% e la diffusione dei pannelli solari e dell’energia eolica è cresciuta del 75%. Gli elettrolizzatori che producono l’idrogeno verde necessario per decarbonizzare l’industria pesante e i trasporti richiedono metalli come il nichel, il platino e lo zircone. Eppure le loro installazioni stanno crescendo in modo esponenziale: +360% entro il 2023, secondo il rapporto.

L’Aie richiama inoltre l’attenzione sulla necessità di diversificare le forniture per contrastare l’egemonia della Cina, in particolare nella produzione di due componenti chiave per le batterie per auto: gli anodi (il 98% della produzione proviene dalla Cina) e i catodi (90%). “Più della metà del processo di produzione del litio e del cobalto avviene in Cina. E il Paese domina l’intera catena di produzione della grafite”, utilizzata sia nelle batterie che nell’industria nucleare, secondo il rapporto.

“Non sarei sorpreso di vedere un interesse sempre maggiore per l’estrazione del litio” tra le major petrolifere, ha sottolineato Tim Gould, capo economista dell’Aie. L’americana Exxon Mobil, la più grande compagnia petrolifera del mondo, ha già annunciato investimenti in questo settore. Tuttavia, lo sviluppo di queste miniere comporta molti rischi sociali e ambientali per le comunità locali vicine, come hanno avvertito le Ong pochi giorni fa in vista di una riunione dell’Ocse sul tema a Parigi. La corsa ai minerali critici sta infliggendo “gravi costi” alle popolazioni indigene e alle loro terre tradizionali, spiega Galina Angarova, della tribù Buryat in Siberia, a capo di una coalizione di associazioni che difendono i diritti delle popolazioni indigene.

“Se continuiamo di questo passo, corriamo il rischio di distruggere la natura, la biodiversità e i diritti umani” in un’economia a basse emissioni di carbonio che si è allontanata da petrolio, gas e carbone, dice. “Siamo sulla soglia della prossima rivoluzione industriale… e dobbiamo fare le cose per bene”, aggiunge Angarova. Adam Anthony, dell’Ong Publish what you pay, sottolinea che i minatori si stanno precipitando in Africa senza che il continente benefici del valore aggiunto dell’estrazione di minerali e metalli. “Quando parliamo di minerali critici, dobbiamo chiederci per chi sono critici”, dice. “Non riceviamo alcun beneficio da questa estrazione”.

La Tanzania, ad esempio, estrae manganese e grafite, ma non produce nessuna delle apparecchiature – auto elettriche o batterie – che li utilizzano.

Forti acquisti sulle materie prime industriali: il mercato punta su stimoli dalla Cina

Commodities industriali di fuoco. I prezzi salgono nella scommessa che la Cina, primo consumatore mondiale di materie prime, annunci nuovi stimoli dopo un dato deludente sulle esportazioni di marzo. Il petrolio torna sui massimi da 7 mesi, l’oro aggiorna i record storici, l’argento corre verso 30 dollari l’oncia, il rame si avvicina ai top da due anni. Ma salgono anche zinco e nichel, senza contare il rally delle materie prime agricole come caffè e cacao, iper comprate anche per motivi climatici.

Le esportazioni cinesi sono scese del 7,5% su base annua a 279,68 miliardi di dollari a marzo, invertendo nettamente la rotta rispetto al +5,6% del mese precedente. Un dato peggiore delle previsioni di mercato che vedevano un calo del 3%. Nei primi tre mesi dell’anno, le esportazioni sono cresciute invece dell’1,5% su base annua raggiungendo 807,5 miliardi di dollari. Tra i partner commerciali, le esportazioni cumulative per il primo trimestre sono state nettamente inferiori verso Unione Europea (-5,7%), Corea del Sud (-9,8%) e Australia (-8,9%) mentre si sono contratte in misura minore rispetto al Stati Uniti (-1,3%). Anche l’export è calato dell’1,9%, anche questa una percentuale sotto le stime.

Il mercato, di fronte a questi dati, scommette dunque su uno stimolo economico in Cina, che compenserebbe l’impatto di un dollaro forte visto che la Federal Reserve non è intenzionata a tagliare i tassi d’interesse dato che l’inflazione sale da 3 mesi consecutivi negli Usa. I futures del rame salgono di oltre il 2% a 4,34 dollari per libbra, testando livelli visti l’ultima volta quasi due anni prima anche a causa delle preoccupazioni sull’offerta. I prezzi dello zinco crescono di quasi il 3% a 2.840 dollari la tonnellata, segnando un rialzo superiore al 10% mensile e toccando il livello più alto in quasi un anno. E ancora forti acquisti su palladio e platino, legati all’automotive.

L’argento invece torna ai fasti d’epoca pandemica, appesantito da una forte domanda anche industriale e un’offerta che stenta a tenere il passo. L’oro fa invece un altro percorso, tocca i 2400 dollari l’oncia, per i forti acquisti delle banche centrali in attesa di un taglio dei tassi, che prima o poi dovrebbe arrivare secondo il mercato indebolendo il valore reale delle monete, e per le tensioni geopolitiche.

Oro bene rifugio, ma di questi tempi anche il petrolio è comprato complice l’aria di guerra e l’ancora forte domanda globale, I futures del Brent aumentano di quasi il 2% a oltre 91 dollari al barile con la prospettiva di un conflitto più ampio in Medio Oriente. Israele si starebbe preparando per un attacco diretto da parte dell’Iran nelle prossime 24-48 ore, poiché Teheran aveva precedentemente promesso di reagire contro un sospetto attacco israeliano alla sua ambasciata in Siria. Infine gli ultimi round di colloqui per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas non hanno prodotto risultati.

La ripresa delle materie prime potrebbe ora riaccendere l’inflazione e rovinare così i piani delle banche centrali, che ipotizzano tagli al costo del denaro da giugno in poi.

Quasi 10 milioni di dollari di materie prime ‘nascosti’ nei giocattoli inutilizzati

Ogni anno cavi inutilizzati, giocattoli elettronici, accessori con luci a led, utensili elettrici, dispositivi per il vaping e innumerevoli altri piccoli oggetti di consumo si trasformano in 9 miliardi di chilogrammi di rifiuti, un sesto di tutta la spazzatura elettronica nel mondo. Questa categoria ‘invisibile’ equivale al peso di quasi mezzo milione di camion da 40 tonnellate, sufficienti a formare una fila di mezzi pesanti di 5.640 km, la stessa distanza che separa Roma da Nairobi.

I rifiuti di questo genere sono al centro della sesta Giornata internazionale dei rifiuti elettronici che si celebra sabato 14 ottobre. Molti di questi dispositivi contengono litio, che rende la loro batteria ricaricabile ma causa anche seri rischi di incendio quando il dispositivo viene gettato. Inoltre, la Commissione europea considera il litio una “materia prima strategica” fondamentale per l’economia e la transizione energetica verde, ma le forniture sono a rischio. La maggior parte di questi materiali viene gettata nei cassonetti domestici e altrove. Il Forum sui Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE), che organizza la Giornata internazionale, ha commissionato all’Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione e la Ricerca (Unitar) il calcolo delle quantità annuali di rifiuti elettronici ‘invisibili’ e i risultati sono sorprendenti.

Circa 3,2 miliardi di kg, il 35% dei 9 miliardi di kg di rifiuti elettronici invisibili, rientrano nella categoria degli e-toy: set di auto da corsa, trenini elettrici, giocattoli musicali, bambole parlanti e altri robot, droni. Si tratta di circa 7,3 miliardi di singoli oggetti scartati ogni anno, una media di un e-toy per ogni uomo, donna e bambino sulla Terra. Nel frattempo, gli 844 milioni di dispositivi per il vaping stimati ogni anno rappresentano una montagna di rifiuti elettronici pari a tre volte il peso del ponte di Brooklyn di New York o di sei torri Eiffel. Lo studio ha anche rilevato che l’anno scorso sono stati scartati 950 milioni di kg di cavi contenenti rame prezioso e facilmente riciclabile: una quantità sufficiente a fare il giro della Terra 107 volte. Molti sono conservati nelle case, magari messi da parte per un potenziale uso futuro. E tanti non sanno che possono essere riciclati: un’enorme risorsa inutilizzata in un momento in cui si prevede che la domanda di rame aumenterà di 6 volte entro il 2030 nella sola Europa per soddisfare le esigenze di settori strategici come le energie rinnovabili, la mobilità elettrica, l’industria, le comunicazioni, l’aerospazio e la difesa.

Il valore delle materie prime presenti nei rifiuti elettronici generati a livello globale nel 2019 è stato stimato in 57 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali attribuiti a componenti in ferro, rame e oro. Del totale complessivo, 1/6, ovvero 9,5 miliardi di dollari di valore dei materiali ogni anno, rientra nella categoria dei rifiuti elettronici ‘invisibili’. Altri esempi di rifiuti elettronici invisibili comuni nelle famiglie sono spazzolini da denti, rasoi, unità esterne e accessori, cuffie e auricolari, telecomandi, altoparlanti, luci a Led, utensili elettrici, apparecchiature mediche domestiche, rilevatori di calore e di fumo e molti altri. In Europa, grazie a 20 anni di legislazione sulla responsabilità estesa del produttore (EPR), il 55% dei rifiuti elettronici generati viene ora ufficialmente raccolto e segnalato. Tuttavia, secondo il monitoraggio delle Nazioni Unite, in altre parti del mondo i tassi di crescita della raccolta sono molto più lenti e, a livello globale, la media è di poco superiore al 17%.