Arrigoni lascia il Gse: “E’ il momento di nuove sfide”. Si apre corsa alla successione

Paolo Arrigoni lascia la carica di presidente del Gestore servizi energetici. Con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, l’ex senatore leghista decide di interrompere la sua esperienza perché “è arrivato il momento di intraprendere nuove sfide professionali”, come spiega in un lungo post su Facebook.

Le dimissioni saranno effettive dal prossimo 1 febbraio e arrivano “per motivi strettamente personali”, specifica una nota di Gse. “La decisione non è stata facile”, continua Arrigoni, che ringrazia “i colleghi del Cda e i membri del Collegio sindacale, con i quali vi è stata da subito e costantemente piena armonia e totale condivisione nelle scelte strategiche” ma anche i ministri dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, che lo avevano scelto circa tre anni fa. “Oggi il Gse ha un volto nuovo, riconosciuto da molti – dice ancora Arrigoni -. Non è più percepito come un ostacolo burocratico allo sviluppo dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, ma come un alleato prezioso al servizio di cittadini, imprese, operatori, associazioni e Pubbliche Amministrazioni”.

Con l’addio del presidente si apre con dodici mesi di anticipo la corsa alla successione al vertice del Gse, che è una partecipata diretta del Mef. Secondo i primi rumor la soluzione interna potrebbe essere quella più attendibile, con lo spostamento dell’attuale amministratore delegato, Vinicio Mosè Vigilante. Nella lista non vengono, al momento, esclusi nemmeno i nomi dei consiglieri di amministrazione, Caterina Belletti, Roberta Toffanin e Giovanni Quarzo, ma l’obiettivo sembra orientato altrove per cercare il nuovo presidente.

La scelta dovrà essere fatta guardando al prossimo futuro, che prevede un nuovo impegno dell’Italia verso un mix che comprenda il nucleare sostenibile, oltre allo sviluppo delle fonti rinnovabili e il graduale distacco dalle fonti fossili come il gas. Sfide su cui il Gestore servizi energetici è impegnato in prima fila, oltre alla gestione delle operazioni accessorie di misure cruciali come l’Energy Release. Il Gse, inoltre, è la società per azioni capogruppo di Acquirente Unico Spa, Gestore dei mercati energetici (Gme) e Ricerca sul Sistema Energetico (Rse), che operano nell’ambito energetico con finalità pubblicistiche.

L.Bilancio, è polemica su accise diesel. Mef: Nessun aumento, allo studio rimodulazione

Non un aumento delle accise sul diesel, ma una “rimodulazione“. Così il Mef tenta di mettere un punto alle polemiche che si sono sollevate sulle ipotesi emerse con il Piano Strutturale di Bilancio in esame alla Camera. L’adeguamento delle accise sul diesel a quelle, più alte, della benzina varrebbe oltre tre miliardi di euro, che in manovra darebbero un po’ di respiro sulle coperture.

Gli attacchi sono immediati, soprattutto perché la stessa premier Giorgia Meloni, in un video del 2019 andato virale, dall’opposizione chiedeva, anzi “pretendeva” che le accise sui carburanti venissero progressivamente abolite.

La notizia, precisa subito il ministero dell’Economia, è “del tutto fuorviante“. Il dicastero spiega che, sulla base degli impegni Pnrr, delle Raccomandazioni specifiche della Commissione europea e del Piano per la transizione ecologica approvato nel marzo 2022, il Governo è tenuto ad adottare misure per ridurre i sussidi ambientali dannosi. In questo contesto, rientrano anche le minori accise che gravano sul gasolio rispetto a quelle sulla benzina e pertanto è allo studio “un meccanismo di allineamento tra i livelli delle rispettive accise“. Ma l’intervento, viene assicurato, “non si tradurrà nella scelta semplicistica dell’innalzamento delle accise sul gasolio al livello di quelle della benzina, bensì in una rimodulazione delle due“. Il Psb ha previsto che questo allineamento “sarà definito nell’ambito delle misure attuative della delega fiscale“.

L’intervento per allineare le accise sul diesel a quelle attuali sulla benzina farebbe impennare il prezzo del diesel di 11 centesimi al litro. E i conducenti di tir promettono battaglia: “Per il settore dell’autotrasporto, lo stop allo sconto sulle accise del gasolio si traduce in una stangata da oltre 350 milioni di euro l’anno”, tuona Claudio Donati, segretario generale di Assotir, parlando di un “salasso ingiustificato, del tutto iniquo“. Donati ricorda che alla vigilia elettorale le forze dell’attuale maggioranza avevano promesso di ridurre il costo delle accise. Codacons fa presente poi che l’operazione avrebbe un effetto domino su tutta una serie di settori e potrebbe costare alle famiglie italiane 7,5 miliardi di euro in termini di maggiori costi di rifornimento e rincari dei prezzi al dettaglio.

Dalle opposizioni il coro è unanime: la premier aveva promesso tutt’altro, ora spieghi. “Aumentare le accise sul diesel equivale a introdurre una nuova tassa che tutti i giorni le italiane e gli italiani pagheranno“, denuncia la segretaria del Pd, Elly Schlein. “Dato che saranno gli italiani a metterci i soldi, lei almeno ci metta la faccia e spieghi al Paese la tassa Meloni, dopo anni di roboanti annunci di tagli sulle accise“, insiste.

Di “chiacchiere” parla il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che sui social fa l’elenco delle misure annunciate e finite in “lista d’attesa“, da quelle per le infrastrutture mentre i treni vanno in tilt alla sicurezza per le città, passando per gli interventi sugli stipendi e quelli “forti e coraggiosi” sugli extraprofitti: “Arrivano sempre e subito le tasse per cittadini e imprese, più Iva sui pannolini, più accise all’orizzonte, più tasse sulle aziende obbligate a polizze contro le catastrofi ambientali“, scrive.

Questi tre miliardi, sottolinea Nicola Fratoianni di Avs, “potevano prenderli da tutte le parti, a cominciare dagli extraprofitti giganteschi sviluppati dalle compagnie energetiche o dall’industria farmaceutica o dall’industria delle armi o dalle banche. E invece no, fanno una nuova tassa, ma come sempre la tassa sbagliata“.

Le promesse elettorali fatte con il populismo si dissolvono una volta al potere“, gli fa eco sui social il capogruppo di Italia Viva in Senato, Enrico Borghi. “Per capirci, più o meno funziona così“, spiega il leader di Azione, Carlo Calenda, su X: “Annuncio un taglio delle tasse, aumento altre tasse. Il saldo è sempre negativo. Nella seconda repubblica tutti i governi hanno annunciato tagli delle tasse e alla fine la pressione fiscale è aumentata di 3 punti. Forse varrebbe la pena smetterla con queste prese in giro e iniziare a usare i (pochi) soldi che abbiamo per mettere a posto i servizi pubblici a partire da sanità e scuola“.

Manovra 2025, iniziano i primi incontri per la revisione della spesa al MEF

Finita la pausa estiva, riprendono i lavori per la nuova Legge di Bilancio 2025. L’Esecutivo deve trovare risorse per coprire un fabbisogno stimato di almeno 26 miliardi di euro, la cui metà è necessaria per mantenere il taglio del cuneo fiscale e le aliquote IRPEF, oltre a finanziare altre misure come le Zone Economiche Speciali e il welfare aziendale.

Tra le priorità c’è la revisione della spesa pubblica. Il Governo ha chiesto ai vari Ministeri di individuare e tagliare le spese superflue attraverso una ‘spending review’.

“Sono diverse le misure che l’Esecutivo intende portare avanti, come il rafforzamento al sostegno alle famiglie, con una particolare attenzione all’Assegno Unico, prevedendo una revisione per estendere l’agevolazione – spiega Maria Vittoria Tonelli, consigliere d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – ed il mantenimento di alcuni bonus introdotti negli ultimi anni come quelli per le nuove assunzioni, l’avvio di nuove imprese e le detrazioni per l’acquisto della prima casa e le spese sanitarie”.

Altre aree di intervento riguardano: la rottamazione quater, per recuperare risorse derivanti dai versamenti dei contribuenti; il concordato Preventivo Biennale.

“Infine, c’è la Riforma delle pensioni. Il Governo – conclude Tonelli – sta valutando di sospendere l’Ape Sociale, dare continuità ad altre due misure previdenziali e considerare nuovi interventi sul TFR”.

L’obiettivo sarà bilanciare le esigenze di consolidamento fiscale con la necessità di sostenere la crescita economica e il benessere dei cittadini italiani, in un contesto di risorse limitate e priorità strategiche.