Leone XIV celebra prima messa green e chiede conversione dei negazionisti climatici

Un altare nei giardini delle ville pontificie di Castel Gandolfo. Uno stagno come navata centrale, il cielo come soffitto. E’ il luogo che Leone XIV sceglie per celebrare la prima messa green della Chiesa, con il formulario introdotto il 3 luglio per la Custodia del Creato, tra quelli delle ‘necessità civili’ del Messale Romano.  A ‘vegliare’ sull’altare mobile della sagrestia pontificia la statua della Madonnina del Borgo Laudato si’, visitato dal Papa in occasione del suo primo sopralluogo a Castel Gandolfo. Lui la definisce una “cattedrale naturale“.

Tanti disastri naturali che ancora vediamo nel mondo, quasi tutti i giorni in tanti luoghi, in tanti Paesi, sono in parte causati anche dagli eccessi dell’essere umano, col suo stile di vita”, denuncia il pontefice, che prega per la conversione di “tante persone, dentro e fuori della Chiesa, che ancora non riconoscono l’urgenza di curare la casa comune”.

In ritiro per due settimane di riposo, il Papa arriva a piedi, seguito dal segretario, don Edgar Rimaycuna, monsignor Leonardo Sapienza e dal cardinale Michael Czerny, prefetto dello Sviluppo umano integrale (il dicastero che si occupa delle questioni ambientali), accolto dal cardinale Fabio Baggio e da padre Manuel Dorantes.

E’ una celebrazione in forma privata, assistono soltanto una cinquantina di persone, dipendenti e collaboratori del Borgo Laudato si, voluto da Papa Francesco. Un ‘laboratorio’ nel quale “vivere quell’armonia con il creato che è per noi guarigione e riconciliazione, elaborando modalità nuove ed efficaci di custodire la natura a noi affidata”, spiega. Nell’omelia, pronunciata in parte a braccio, Robert Prevost ricorda che la missione della Chiesa è quella di custodire il creato, di portarvi pace e riconciliazione: “Noi ascoltiamo il grido della terra, noi ascoltiamo il grido dei poveri, perché questo grido è giunto al cuore di Dio. La nostra indignazione – tuona – è la sua indignazione. Il nostro lavoro è il suo lavoro”.

Prima udienza di Leone XIV a Meloni: Ucraina, Gaza e il summit Onu in Etiopia al centro

Sorrisi, strette di mano e un colloquio a porte chiuse che dura oltre mezz’ora. Giorgia Meloni arriva in Vaticano per la sua prima udienza ufficiale con Papa Leone XIV, eletto in conclave l’8 maggio scorso.

Nella delegazione della premier ci sono i due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Con loro, dopo l’udienza, la presidente del Consiglio scende poi in Terza Loggia, per incontrare anche il segretario di Stato, Pietro Parolin, e il ‘ministro degli Esteri’, Paul Gallagher.

Ucraina e Gaza al centro, in particolare l’impegno comune per la pace a Kiev e in Medio Oriente e l’assistenza umanitaria a Gaza, che ancora fatica ad arrivare, sotto gli attacchi e i blocchi di Israele. “Sono state sottolineate le buone relazioni esistenti tra la Santa Sede e l’Italia“, fa sapere il Vaticano in una nota di poche righe, facendo riferimento a generiche “questioni afferenti ai rapporti bilaterali” e “tematiche d’interesse per la Chiesa e la società italiana”. Meloni, aggiunge Palazzo Chigi, ribadisce “l’apprezzamento per l’impegno della Sede Apostolica per la pace in Ucraina, a Gaza e in tutte le aree di crisi” e si sofferma sull’importanza della libertà religiosa e sulla tutela delle comunità cristiane in Medio Oriente, che hanno sofferto le conseguenze delle crisi e dell’instabilità dell’area. I due leader condividono poi, rende noto la presidenza del Consiglio, “l’ottima collaborazione con le organizzazioni cattoliche religiose per la cooperazione in Africa, nell’ambito del Piano Mattei”.

Prima di chiudere le porte, la Santa Sede diffonde qualche immagine dell’incontro, in cui la premier e il Pontefice sono seduti nello studio del Palazzo apostolico. “Ha fatto tanti viaggi, io invece sono rimasto sempre a Roma”, dice il Papa. Lei gli parla del summit sulla sicurezza alimentare dell’Onu, che co-presiederà con il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed il 28 luglio, ad Addis Abeba, in Etiopia. Poi qualche immagine sullo scambio dei regali dopo il colloquio, in cui si vede la presidente del Consiglio che dona al Papa una veduta seicentesca della Chiesa dei Santi Domenico e Sisto e dell’antico monastero domenicano che ospita l’Angelicum, la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino dove Robert Prevost ha studiato Diritto canonico e ricorda la “grande cultura religiosa” dell’istituto. Il Papa ricambia con un volume su Sant’Agostino. E l’ultima stretta di mano: “Buon lavoro”, è l’augurio di Meloni al Papa.

Il primo contatto che hanno avuto la premier e il Pontefice è stato telefonico: il 15 maggio, appena una settimana dopo l’elezione di Prevost al soglio di Pietro. Si prospettava di organizzare i negoziati di pace tra Russia e Ucraina in Vaticano, ipotesi accolta positivamente dal Papa, ma poi saltata. Il primo incontro faccia a faccia c’è stato il 18 maggio, per la messa di inizio pontificato. Poi hanno avuto modo di incontrarsi di nuovo il 21 giugno, per il Giubileo dei governanti, quando Meloni ha chiesto al Papa se si fosse “assestato”.

Nato, Leone XIV denuncia corsa al riarmo: “Come potete pensare che guerra porti pace?”

La denuncia di Leone XIV contro la corsa del mondo al riarmo è sempre più esplicita, le parole sempre più dirette.

All’indomani della decisione dei Paesi Nato di aumentare fino al 5% del Pil le spese per la difesa, il Papa risponde ai leader. A Donald Trump che definisce le bombe “magnifiche”, a Friedrich Merz che parla di “lavoro sporco” fatto da Israele per tutto l’Occidente, a Giorgia Meloni che in aula al Senato rispolvera il detto degli antichi romani ‘Si vis pacem, para bellum’ (se vuoi la pace, prepara la guerra) per spiegare la necessità di un approccio improntato alla deterrenza.

“Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte?”, tuona il Pontefice ricevendo in Vaticano la plenaria della Roaco (Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali). Robert Prevost parla dei desideri di pace dei popoli “traditi” con “le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta”.

La gente però, avverte il Papa, è “sempre meno ignara” della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali, ricorda, “si potrebbero costruire ospedali e scuole e invece si distruggono quelli già costruiti”. “È veramente triste assistere oggi in tanti contesti all’imporsi della legge del più forte, in base alla quale si legittimano i propri interessi”, sottolinea e rincara la dose: “È desolante vedere che la forza del diritto internazionale e del diritto umanitario non sembra più obbligare, sostituita dal presunto diritto di obbligare gli altri con la forza. Questo è indegno dell’uomo, è vergognoso per l’umanità e per i responsabili delle nazioni”.

Il cuore del Papa “sanguina” pensando all’Ucraina, alla situazione “tragica e disumana” di Gaza, e al Medio Oriente, devastato dal dilagare della guerra. Chiama l’umanità a valutare le cause di questi conflitti, a “verificare quelle vere e a cercare di superarle, e a rigettare quelle spurie, frutto di simulazioni emotive e di retorica, smascherandole con decisione”. Perché, insiste: “La gente non può morire a causa di fake news”.

Leone riceve Mattarella: Ucraina e Gaza sul tavolo della diplomazia della pace

Ucraina e Gaza. Ma anche il “contributo della Chiesa nella vita del Paese”. Tra sorrisi e strette di mano, Sergio Mattarella e Robert Prevost hanno il loro primo colloquio a porte chiuse nello studio del Palazzo apostolico in Vaticano. Ancora una volta, tutto ruota intorno a quella pace che sembra lontanissima, in un mondo martoriato.

Il primo scambio di saluti di persona c’era stato il 18 maggio, giorno in cui Leone XIV ha presieduto la messa per l’inizio del Pontificato. Già in quella occasione, come per il primo saluto dalla loggia delle benedizioni, il pensiero di Leone era rivolto alle aree di crisi. Il capo dello Stato arriva nel cortile di San Damaso poco prima delle 9, accolto dal reggente della prefettura della casa pontificia, monsignor Leonardo Sapienza. Il cortile è allestito per l’occasione, una composizione di fiori tricolore, il lungo tappeto rosso, 16 ‘gentiluomini di Sua Santità’.

Ad accompagnare il presidente della Repubblica, una delegazione consistente. Tutta la sua famiglia, i tre figli Laura, Bernardo e Francesco con i coniugi e i cinque nipoti, oltre ai suoi consiglieri, il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, l’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Francesco Di Nitto.

Poco meno di un’ora di colloquio a porte chiuse, poi lo scambio dei doni, in cui spicca il messaggio per la Pace di Papa Francesco, che Prevost regala al presidente: “Ho reso omaggio alla sua tomba a Santa Maria Maggiore il giorno prima del Conclave“, ricorda lui, donando al Pontefice due volumi cinquecenteschi su Sant’Agostino. Poi, l’incontro del presidente con il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, accompagnato da Mirosław Wachowski, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati (il segretario Paul Gallagher è in visita a Cuba, in occasione del 90esimo anniversario dei rapporti diplomatici bilaterali tra la Santa Sede e il Paese caraibico). “Durante i cordiali colloqui in Segreteria di Stato è stato espresso compiacimento per le buone relazioni bilaterali esistenti. Ci si è soffermati su temi di carattere internazionale, con particolare attenzione ai conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente. Nel prosieguo della conversazione sono state affrontate alcune tematiche di carattere sociale, con speciale riferimento al contributo della Chiesa nella vita del Paese”, spiega il Vaticano.

Ho portato al nuovo Pontefice l’affetto dell’Italia”, racconta poco dopo il capo dello Stato ad Arezzo, visitando la sede di Rondine Cittadella della Pace. Mattarella riporta ai ragazzi una citazione di sant’Agostino già utilizzata dal Papa agostiniano in occasione del suo incontro con la stampa mondiale: “Anche all’epoca di Agostino, a Ippona, c’era chi si lamentava dei tempi difficili, brutti, cupi. La sua risposta fu: ‘I tempi siamo noi’, sottolineando – osserva il presidente – che i tempi si modellano secondo quello che noi ci mettiamo dentro”.

Leone XIV incontra Vance in Vaticano e riceve l’invito di Trump alla Casa Bianca

Photo credit: VATICAN MEDIA

 

Sorrisi, strette di mano, e un faccia a faccia sulle aree di crisi del mondo, “auspicando il rispetto del diritto umanitario e del diritto internazionale e una soluzione negoziale tra le parti coinvolte“. Papa Leone XIV e JD Vance si incontrano a porte chiuse nel Palazzo Apostolico, un confronto ravvicinato che dà anche l’occasione al vicepresidente americano di consegnare al Pontefice una lettera da parte di Donald Trump, per invitarlo ufficialmente alla Casa Bianca. “È stato un incontro positivo e produttivo”, riferisce in conferenza stampa Karoline Leavitt, precisando che Trump spera di vedere Leone XIV a Washington “non appena potrà venire“.

Vance incontra poi, come da protocollo, anche il “ministro degli Esteri” della Santa Sede, Paul Gallagher. Il Vaticano pubblica una foto del Pontefice di Chicago mentre riceve il vice di Trump e il segretario di Stato Marco Rubio e diffonde una breve nota. Poche righe per assicurare che in Segreteria di Stato è stato “rinnovato” il “compiacimento per le buone relazioni bilaterali“, ci si è soffermati sulla collaborazione tra la Chiesa e lo Stato, sulla libertà religiosa e, appunto, sulla attualità internazionale. I due rappresentanti della delegazione statunitense hanno assistito domenica, insieme a decine di politici e teste coronate, con 200mila fedeli, alla messa che ha segnato ufficialmente l’inizio del ministero petrino di Robert Prevost. Che, prima di diventare papa, non aveva risparmiato critiche al governo di Trump dal suo profilo personale su X, in particolare sulla politica migratoria del tycoon newyorkese, e aveva criticato direttamente Vance. Tensioni che sembrano però sciolte, almeno per il momento: “Le nostre preghiere lo accompagnano mentre intraprende questa missione molto importante”, commenta Vance durante una riunione domenica pomeriggio, con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la premier Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio sente poi anche Trump, insieme ai leader di Regno Unito, Keir Starmer, Francia, Emmanuel Macron, e Germania, Friedrich Merz, per alcune consultazioni prima della telefonata il presidente degli Stati Uniti e Vladimir Putin. Meloni ribadisce il sostegno dell’Italia, insieme ai partner europei e occidentali, agli sforzi del presidente americano per “una pace giusta e duratura in Ucraina, sottolineando l’importanza di un cessate il fuoco immediato e incondizionato“, fa sapere Palazzo Chigi. Ed esprime apprezzamento per la disponibilità dimostrata ancora una volta da parte ucraina a favore del dialogo e reiterando “l’auspicio che Mosca si impegni seriamente attraverso contatti diretti tra Leader in un negoziato che conduca alla pace”. La prossima settimana sarà “cruciale”, chiarisce da Roma von der Leyen. “Il presidente è determinato a ottenere risultati” sull’Ucraina, conferma l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, prima di avvertire: “Se non ci riesce lui, allora non ci riuscirà nessuno”.

Il Papa ai media: “Disarmiamo parole per disarmare Terra”. Zelensky lo invita a Kiev

Cerchiamo di vivere bene e i tempi saranno buoni. I tempi siamo noi“. Leone XIV incontra – prima grande udienza dalla sua elezione – la stampa internazionale e cita Sant’Agostino per ricordare che il momento è difficile sia da percorrere che da raccontare: “E’ una sfida, che ci chiede di non cedere alla mediocrità”, esorta.

Come nel primo saluto dalla loggia delle Benedizioni, Robert Prevost torna sulla piaga delle aree di crisi. Lancia un appello per la liberazione dei giornalisti incarcerati nel mondo “perché hanno raccontato la verità”. A tutti gli operatori della comunicazione il Papa americano domanda di “uscire dalla torre di Babele, dalla confusione di linguaggi spesso ideologici o faziosi”: “Disarmiamo le parole e disarmeremo la Terra”, scandisce. Fa cenno alla sfida dell’intelligenza artificiale, che ha un “potenziale immenso, ma richiede responsabilità e discernimento per produrre il bene per l’umanità”.

Chiamando a “proteggere il bene prezioso della libertà di espressione e di stampa”, il Papa ringrazia chi difende con coraggio, a rischio anche della propria vita, il diritto dei popoli a essere informati. Perché “solo i popoli informati possono fare scelte libere”, osserva.

Su uno dei principali teatri di guerra del momento, Leone XIV viene invitato proprio in mattinata, dopo una telefonata con il presidente ucraino, Volodomyr Zelensky. “Ho parlato con Papa Leone XIV”, fa sapere Zelensky su Telegram, sottolineando che si tratta di una prima conversazione “molto cordiale e davvero concreta“. Una visita apostolica in Ucraina, secondo il presidente, “darebbe una speranza concreta a tutti i fedeli, a tutto il nostro popolo”. Resteranno in contatto e pianificheranno un incontro a breve, sostiene. La Santa Sede, intanto, conferma la conversazione avvenuta, ma non divulga nessun contenuto. “Abbiamo parlato delle migliaia di bambini ucraini deportati dalla Russia. L’Ucraina conta sull’aiuto del Vaticano per riportarli a casa, dalle loro famiglie“, fa sapere Zelensky, che informa il Papa dell’accordo raggiunto per un cessate il fuoco “completo e incondizionato per almeno 30 giorni”, e ribadisce la sua disponibilità a proseguire i negoziati in qualsiasi formato, compresi i colloqui diretti: “L’Ucraina vuole porre fine a questa guerra e sta facendo tutto il possibile per raggiungere questo obiettivo. Attendiamo passi concreti da parte della Russia“.

Mentre congela tutte le nomine in curia per riflettere sulla sua squadra, Prevost ha un’agenda fitta di appuntamenti: venerdì 16 maggio incontrerà il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Un’occasione in cui i papi passano in rassegna i mali del mondo, elencano urgenze e priorità, disaminano i nodi da sciogliere. Domenica 18 maggio sarà la volta della messa per l’inizio del Pontificato, alle 10, cerimonia alla quale si attendono capi di Stato e di governo stranieri. Durante la celebrazione riceverà i simboli del potere papale, il pallio e l’anello del pescatore. Martedì 20 maggio il Papa prenderà invece possesso della Basilica Papale di San Paolo Fuori le Mura e il giorno dopo, mercoledì 21 maggio alle 9 terrà la prima udienza generale. Sabato 24 maggio, Prevost riceverà la Curia Romana e i dipendenti dello Stato Città del Vaticano. Domenica 25 maggio, dopo il Regina Caeli delle 12, nel pomeriggio, prenderà possesso delle Basiliche Papali di San Giovanni in Laterano e di Santa Maria Maggiore, dove riposa Francesco.

Tra le decisioni che si attendono, ci sono quelle della residenza scelta (se tornerà negli appartamenti pontifici) e la destinazione del primo viaggio apostolico. Francesco aveva previsto di visitare Nicea, in Turchia, alla fine di maggio per il 1700° anniversario del Concilio. “Lo stiamo preparando”, annuncia, rispondendo a un giornalista dopo l’udienza di oggi. Molti altri appuntamenti si aggiungeranno in questi giorni, non necessariamente annunciati. Sabato, Leone è già stato protagonista di due ‘fuoriprogramma’: a sorpresa è andato in visita al Santuario della Madonna del Buon Consiglio a Genazzano, fermandosi, al ritorno dalla cittadina laziale, a Santa Maria Maggiore per sostare in preghiera sulla tomba di papa Francesco.

Conclave, Re agli elettori: Momento complesso, via i personalismi e umanità al centro

In questo “tornante della storia tanto difficile e complesso” bisogna superare le “considerazioni personali” e mettere l’umanità al centro. E’ un monito chiaro quello che il decano dei cardinali, Giovanni Battista Re, lancia nell’omelia della messa pro eligendo Romano Pontifice, poche ore prima che le porte della Sistina si chiudano per i 133 elettori.

Dovranno dare al mondo un nuovo Papa e il mondo, ricorda, “si attende molto dalla Chiesa per la salvaguardia di quei valori fondamentali, umani e spirituali, senza i quali la convivenza umana non sarà migliore né portatrice di bene per le future generazioni“. L’attesa è tanta, ma anche “fiduciosa”.

Si cerca una sintesi tra le diverse sensibilità, le diverse regioni, le diverse priorità. Ma il contesto è difficile per tutti e le urgenze devono essere chiare: “Pregare, invocando lo Spirito Santo, è l’unico atteggiamento giusto e doveroso”, scandisce Re, ribadendo l’atto di “massima responsabilità umana ed ecclesiale” per una scelta di “eccezionale importanza”.

Fuori dunque gli egoismi per “avere nella mente e nel cuore solo il bene della Chiesa e dell’umanità”. Quindi, il richiamo all’unità, che sembra smarrita: “Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: la comunione di tutti i cristiani con Cristo; la comunione dei Vescovi col Papa; la comunione dei Vescovi fra di loro. Non una comunione autoreferenziale, ma tutta tesa alla comunione fra le persone, i popoli e le culture“, avverte Re. L’unità che, tranquillizza, non significa uniformità, ma “salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga sempre nella piena fedeltà al Vangelo“.

Dopo la morte di Papa Francesco, il 21 aprile, il cardinale 91enne ha guidato le dodici congregazioni generali. Ma nella Sistina lascia la guida delle elezioni al più anziano dei cardinali dell’ordine dei vescovi, Pietro Parolin, considerato anche il candidato più forte per il Soglio pontificio: “Auguri doppi!” gli dice al momento dello scambio della pace. Negli ultimi cento anni, ricorda Re, lo “Spirito Santo ci ha donato una serie di Pontefici veramente santi e veramente grandi“. La preghiera è che “ci regali un nuovo Papa secondo il cuore di Dio per il bene della Chiesa e dell’umanità”, che sappia “risvegliare le coscienze” e le “energie morali e spirituali nella società odierna, caratterizzata sì da grande progresso tecnologico, ma che tende a dimenticare Dio”.

Grech, il cardinale maltese che guida il ‘partito sinodale’

Mario Grech (Malta), 68 anni – Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, è il volto di una Chiesa attenta alle sfide contemporanee, inclusa la questione ambientale. Figura chiave tra i riformisti, è stato ‘lanciato’ nei giorni scorsi dal cardinale gesuita Jean-Claude Hollerich, durante una celebrazione nella Chiesa Nuova di Roma. Attorno a Grech si raccoglie buona parte dell‘area progressista, anche dell’Asia e dell’America Latina. Ma è anche considerato una figura di mediazione, capace di dialogare con correnti diverse.

Nato il 20 febbraio 1957 a Qala, sull’isola di Gozo, Grech è stato ordinato sacerdote nel 1984. Nel 2005 è stato nominato vescovo di Gozo da Papa Benedetto XVI. Dal 2013 al 2016 ha presieduto la Conferenza Episcopale Maltese. Nel 2019, Papa Francesco lo ha nominato pro-segretario generale del Sinodo dei Vescovi e, nel 2020, segretario generale. È stato creato cardinale nel Concistoro del 28 novembre 2020. Nel suo ruolo, ha guidato il processo sinodale dal 2021 al 2024, per promuovere una Chiesa più partecipativa e missionaria.

Durante il suo episcopato a Gozo, Grech mostra una particolare sensibilità verso le questioni ambientali. In processione per invocare la pioggia, nel 2016, sottolinea l’importanza di un uso responsabile delle risorse idriche, evidenziando come l’abuso e lo spreco d’acqua abbiano danneggiato le falde: “Siamo consapevoli che la mancanza d’acqua è il risultato di fattori ecologici. L’uomo non deve continuare ad abusare dell’ambiente. Meno alberi abbiamo, meno acqua piovana sarà disponibile. Esiste un forte legame tra il rimboschimento, il clima e la pioggia”, denuncia in quella occasione.

La sua visione sinodale della Chiesa si riflette anche nell’approccio alle questioni sociali, alla continua ricerca di un dialogo aperto e inclusivo. Il porporato maltese incarna una leadership attenta alle sfide del nostro tempo, promuovendo una Chiesa che ascolta, si confronta e agisce in favore del bene comune e della salvaguardia del Creato.

Aveline, l’arcivescovo di Marsiglia pontiere del Mediterraneo

Jean-Marc Aveline (Francia), 66 anni – Arcivescovo di Marsiglia, è una figura di impostazione progressista, nota per l’impegno nel dialogo interreligioso, nella giustizia sociale e nella salvaguardia dell’ambiente in piena continuità con Papa Francesco. E’ considerato voce profetica nella Chiesa, impegnata nella costruzione di ponti tra culture e religioni, nella difesa dei più vulnerabili e nella promozione di una spiritualità ecologica e inclusiva.

Nato nel 1958 a Sidi Bel Abbès, in Algeria, da una famiglia ‘pieds-noirs’, Aveline ha vissuto l’esilio dopo l’indipendenza algerina nel 1962, stabilendosi a Marsiglia. Ha studiato teologia all’Institut Catholique e filosofia alla Sorbona di Parigi. Nel 2019 è stato nominato arcivescovo di Marsiglia e creato cardinale da Papa Francesco nel 2022.

Il porporato francese considera le crisi ecologiche e climatiche come sfide spirituali e teologiche. Nel 2021 propone a Papa Francesco l’idea di un Sinodo sul Mediterraneo, ispirato al Sinodo sull’Amazzonia, sulla scorta delle prime visite di Bergoglio a Lampedusa, a Lesbo, dell’incontro religioso a Bari per la pace in Medio Oriente, la tappa a Napoli per parlare di teologia del Mediterraneo: “Siamo davanti a un ‘pellegrinaggio mediterraneo’ di papa Francesco che rivela come il Mediterraneo possa parlare a tutta la Chiesa e abbia singolari specificità che richiedano un approfondimento teologico, pastorale e missionario”, spiega. Durante gli incontri dei vescovi del Mediterraneo, Aveline sottolinea come le crisi umanitarie ed ecologiche incidano sulle fondamenta della vita spirituale, evidenziando la necessità di una teologia mediterranea che affronti queste sfide. “E’ ascoltando il grido dei poveri che si apre al grido della terra, non per moda ecologista, ma per la sollecitudine cattolica per l’intero creato”, scandisce. Aveline promuove una “teologia della missione” che integra dialogo, rivelazione e cattolicità, sottolineando l’importanza di una Chiesa aperta al dialogo interreligioso e attenta alle sfide contemporanee.

La sua esperienza personale di esilio e il contesto multiculturale di Marsiglia lo rendono particolarmente sensibile alle questioni relative ai migranti e alle periferie, con una visione poco eurocentrica. Entrato subito nella lista dei papabili, era stato inizialmente criticato per non conoscere a sufficienza l’italiano per salire al soglio di Pietro. Così nei giorni scorsi ha “risposto” sia ai cardinali in congregazione, intervenendo in italiano, sia in una messa celebrata domenica nella parrocchia di cui è titolare, Santa Maria ai Monti, in un italiano senza esitazioni.

Zuppi, l’uomo della ‘diplomazia parallela’ di Sant’Egidio a capo della Cei

Matteo Maria Zuppi (Italia), 69 anni – Arcivescovo di Bologna, presidente della Conferenza Episcopale Italiana ed esponente di spicco della Comunità di Sant’Egidio.

Il suo impegno per il clima e l’ambiente si fonda su una visione integrale che unisce ecologia, solidarietà e responsabilità collettiva. Nato a Roma l’11 ottobre 1955, è quinto dei sei figli di Enrico Zuppi, per oltre trent’anni direttore dell’Osservatore della Domenica, e di Carla Fumagalli, nipote del cardinale Carlo Confalonieri. Parroco prima di Palestrina, poi di Santa Maria in Trastevere, quindi a Torre Angela, ‘don Matteo’, come lo chiamano i romani, collabora con la comunità di Andrea Riccardi quasi dalla sua fondazione.

E’ stato creato cardinale da Papa Francesco il 5 ottobre 2019. Nel 1990, ha svolto il ruolo di mediatore nelle trattative tra il governo del Mozambico e il partito di Resistenza Nazionale Mozambicana che hanno portato, nel 1992, alla firma degli accordi di pace di Roma, che sancirono la fine delle ostilità. Da allora, continua a operare con la “diplomazia parallela” della Comunità di Sant’Egidio. Il 20 maggio 2023 papa Francesco lo ha incaricato di guidare la missione diplomatica della Santa Sede per allentare le tensioni nel conflitto in Ucraina. La missione si è tradotta in cinque viaggi diplomatici a Kiev (5-6 giugno), Mosca (28-29 giugno), Washington (18 luglio), Pechino (13-15 settembre) e ancora Mosca (14-16 ottobre 2024).

Sul clima, Zuppi sottolinea con forza l’urgenza di una “conversione ecologica” che non può più essere considerata un’opzione facoltativa:Non è un optional, ma frutto della passione per l’uomo e per questa casa nella quale l’uomo può o non può vivere”, scandisce. In occasione del RemTech Expo, mette in guardia contro un’economia “predatoria” che antepone il consumo illimitato al buon senso e alla sostenibilità, evidenziando come tale approccio comprometta il futuro stesso dell’umanità. Al Festival francescano di Bologna, Zuppi mette in luce l’importanza di coinvolgere le nuove generazioni nella costruzione di un futuro sostenibile: “Coinvolgere i giovani nella scelta del futuro, del loro futuro, e aiutarli con le nostre scelte, che sia un futuro sostenibile, credo che sia il primo modo per amarli”, osserva, sottolineando anche il ruolo delle religioni nel promuovere la fraternità universale e la responsabilità condivisa nella cura del Creato. In occasione dell’Earth Day 2024 ad Ascoli, Zuppi lancia un monito sulla gravità della crisi ambientale: “Se il nostro Pianeta non è sostenibile, vuol dire che è insostenibile. Non vorrei che ci svegliamo soltanto quando andiamo a sbattere”, tuona, criticando l’inerzia delle istituzioni e la tendenza a rimandare le azioni necessarie, perché, avverte “ogni ritardo ha conseguenze drammatiche per l’intera umanità”.

Per l’arcivescovo di Bologna, la giustizia ambientale si lega a stretto giro a quella sociale. Denuncia più volte l’illusione che si debba scegliere tra lavoro e salute, sottolineando che entrambe sono essenziali: “Se l’ambiente viene distrutto non possiamo vivere, viviamo molto peggio e vivranno molto peggio quelli dopo di noi. Dobbiamo capire che non è facoltativo, ma è materia d’esame e d’impegno per tutti”.

Nel maggio 2024, Zuppi presenta un Vademecum per promuovere le Comunità Energetiche Rinnovabili:Tanto più le Cer saranno innanzitutto ‘comunità’, raccogliendo le energie migliori all’interno delle nostre Chiese e della società più in generale, tanto più sapranno includere i soggetti più fragili e svantaggiati creando percorsi virtuosi“, scandisce.

Il porporato definisce l’esortazione apostolica Laudate Deum una “campana di allarme” che richiama tutti alla responsabilità nella cura del Creato: “Non solo sottolinea le lentezze del sistema economico mondiale nell’affrontare la crisi ecologica, ma vuole diventare anche una ‘sveglia’, perché tutti insieme, nessuno escluso, ci assumiamo le nostre responsabilità per la cura del creato, dono del Padre Creatore”, afferma.