Il Pnrr e la missione ‘Rivoluzione verde e transizione ecologica’

Il 30 aprile 2021 il governo italiano ha presentato alla Commissione europea il Pnrr, ovvero il Piano nazionale di ripresa e resilienza per proiettare il Paese fuori dalle sacche della pandemia e attuare una vera e propria strategia di rilancio. Il Piano ha alcuni obiettivi dichiarati e importanti per il futuro dell’Italia che dovranno essere completati – salvo eventuali revisioni sulle tempistiche, già annunciate dal Governo Meloni – entro il 2026.

LO STANZIAMENTO COMPLESSIVO. L’Unione europea ha stanziato complessivamente 672,5 miliardi, 191,5 dei quali sono stati assegnati all’Italia: 122,6 miliardi sotto forma di prestiti e 68,9 a fondo perduto, da ‘spendere’ attraverso 63 riforme e 134 investimenti. A questa cifra vanno sommati i fondi stanziati dal React-EU e dal Pnc (Piano nazionale investimenti complementari) per un totale di 235 miliardi.

IL PIANO NAZIONALE COMPLEMENTARE AL PNRR. L’Italia ha approvato un Piano nazionale per gli investimenti complementari al Pnrr, con una dotazione complessiva di circa 30,6 miliardi di euro dal 2021 al 2026, destinato a finanziare specifiche azioni che integrano e completano il Piano.

LE SEI MISSIONI. Il Pnrr si articola in 16 componenti, raggruppate in 6 missioni. Ogni missione ha ricevuto un finanziamento ad hoc: Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo (40,29 miliardi), Rivoluzione verde e transizione ecologica (59,46 miliardi), Infrastrutture per una mobilità sostenibile (25,40 miliardi), Istruzione e ricerca (30,88 miliardi), Inclusione e coesione (19,85 miliardi), Salute (15,63 miliardi).

LA TRANSIZIONE ECOLOGICA. La seconda missione del Pnrr è la cosiddetta ‘Rivoluzione verde e transizione ecologica’ e, complessivamente rappresenta il 31,05% dell’importo totale del Piano. Il suo obiettivo è quello di traghettare l’economia e la società verso un territorio ‘green’, per rendere il sistema sostenibile e garantire comunque la competitività.

I FONDI PER LE COMPONENTI. La missione dedicata alla transizione ecologica si divide in quattro componenti, ciascuna delle quali ha ricevuto un preciso stanziamento di fondi nell’ambito del Pnrr, ma anche dal Fondo complementare e dal React EU. La componente più sostanziosa è la seconda, dedicata a ‘Transizione energetica e mobilità sostenibile’ con 23,78 miliardi di euro. Seguono la terza, ‘Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici’ con 15,36 miliardi di euro (a cui si aggiungono 6,56 miliardi del Fondo complementare), la quarta ‘Tutela del territorio e della risorsa idrica’ (15,05 miliardi di euro) e la prima ‘Agricoltura sostenibile ed economia circolare’ (5,27 miliardi).

QUALCHE ESEMPIO. I progetti previsti dalla Missione 2 sono tantissimi e riguardano interventi per l’agricoltura sostenibile e per migliorare la capacità di gestione dei rifiuti, programmi di investimento e ricerca per le fonti di energia rinnovabili, investimenti per lo sviluppo delle principali filiere industriali della transizione ecologica e la mobilità sostenibile. Prevede, inoltre, azioni per l’efficientamento del patrimonio immobiliare pubblico e privato, iniziative per il contrasto al dissesto idrogeologico, per salvaguardare e promuovere la biodiversità del territorio e per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento e la gestione sostenibile ed efficiente delle risorse idriche. Rientrano nella Missione 2, ad esempio, i Parchi agrisolari (1,5 miliardi di euro), lo sviluppo del biometano (1,92 miliardi di euro), il rinnovo delle flotte di bus e treni verdi (3,36 miliardi), interventi per l’efficienza energetica dei Comuni (6 miliardi), misure per la gestione del rischio di alluvione (2,49 miliardi).

riciclo

Nel 2021 cresce la raccolta differenziata: è al 64%, ma il Sud è maglia nera

Ripresa del pendolarismo e ritorno del turismo in Italia, dopo la crisi pandemica, sono tra le principali cause dell’aumento della produzione di rifiuti urbani in Italia nel 2021, che si attestata a 29,6 milioni di tonnellate, facendo registrare un incremento del 2,3% rispetto al 2020, pari a 677 mila tonnellate. Un dato che aumenta soprattutto nei 16 comuni con popolazione residente al di sopra dei 200 mila abitanti, dove l’incremento tra 2020 e 2021 è ancora più alto (+2,8%) della media nazionale. La crescita, tuttavia, appare inferiore a quella del PIL e dei consumi delle famiglie (rispettivamente 6,7% e 5,3%). Questa la fotografia scattata dall’Ispra-Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale nel Rapporto rifiuti urbani, pubblicato oggi.

Al Nord, nel 2021 si sono prodotti 14.164.287 milioni di rifiuti, contro i 9.140.482 milioni del Sud e i 6.313.469 del Centro. La produzione pro-capite di rifiuti urbani per regione è stata di 516,8 chili al Nord, 537,7 al Centro e 460,9 al Sud. In media, ogni abitante ha prodotto 502,1 chili di rifiuti nel 2021: al primo posto l’Emilia Romagna con 640,7 chili, seguita dalla Valle d’Aosta con 601,9 chili; fanalino di coda il Molise, con 385,9 chili.

A fare da contraltare a questi dati, l’incremento della raccolta differenziata che cresce di un punto rispetto al 2020 e si attesta al 64%, passando da 18,2 milioni a quasi 19 milioni di tonnellate. Nel Nord, la raccolta complessiva si attesta a 10,1 milioni di tonnellate, nel Centro a circa 3,8 milioni di tonnellate e nel Sud a quasi 5,1 milioni di tonnellate. Tradotto in percentuali: 71% per le regioni settentrionali, 60,4% per quelle del Centro e 55,7% per le regioni del Mezzogiorno. La raccolta pro capite nazionale è di 321 chilogrammi per abitante per anno (aumentata di 13 kg per abitante rispetto al 2020), con valori di 367 chilogrammi per abitante nel Nord (+9 kg per abitante rispetto al 2020), 325 chilogrammi nel Centro (+15 kg) e 257 chilogrammi per abitante nel Sud (+20 kg).

A livello nazionale, la raccolta differenziata del vetro si attesta a quasi 2,3 milioni di tonnellate, in aumento rispetto al 2020 (+1,2%); la plastica continua a mostrare una crescita dei quantitativi raccolti, pari al 6,4%, per un totale di 1,7 milioni di tonnellate; il legno passa da 881 mila tonnellate a oltre 1 milione di tonnellate; il quantitativo di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) raccolto in modo differenziato è pari a 290 mila tonnellate, facendo rilevare una crescita del 2,1% rispetto al 2020. Il raggruppamento cosiddetto 2 (elettrodomestici bianchi quali lavatrici, lavastoviglie, asciugatrici, forni elettrici) rappresenta il 26% dei RAEE complessivamente raccolti.

Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti, a livello nazionale nel 2021 si registrano 126 discariche per rifiuti non pericolosi e pericolosi che hanno ricevuto rifiuti di origine urbana. Rispetto al 2020, il censimento ha evidenziato una situazione, nel complesso, stabile: 53 impianti nel Nord (contro i 54 del 2020), 28 nel Centro (due in più) e 45 al Sud (sei in meno rispetto all’anno precedente).
Nell’anno 2021, i quantitativi di rifiuti urbani complessivamente smaltiti in discarica ammontano a 5,6 milioni di tonnellate, pari al 19% del quantitativo dei rifiuti urbani prodotti a livello nazionale (circa 29,6 milioni di tonnellate).Il 26,1% del totale smaltito (circa 1,5 milioni di tonnellate) viene gestito negli impianti situati nel nord del Paese, il 30,5% (1,7 milioni di tonnellate) viene avviato a smaltimento negli impianti del Centro, e al Sud, infine, viene smaltito il 43,4% (2,4 milioni di tonnellate) del totale nazionale. Da evidenziare il caso della Campania dove l’anno scorso, a causa della chiusura di due impianti, si è assistito a un incremento – da 50 mila tonnellate a 54 mila tonnellate – dei rifiuti destinati alle discariche fuori dal territorio regionale. Mediamente, il costo pro capite per la gestione dei rifiuti urbani e similari è di 194,47 euro per abitante.

Rispetto, infine, agli imballaggi secondari e terziari, al 31 dicembre 2021 risultano appartenere al sistema CONAI 579 piattaforme, di cui 299 al Nord, 103 al Centro e 177 al Sud. Complessivamente, 85 sono piattaforme monomateriale per la carta, 66 per la plastica, 343 per la frazione legnosa e 7 per l’acciaio. Tre piattaforme possono ricevere le frazioni carta-legno-plastica, le rimanenti 75 ricevono due tipologie di materiali (carta-legno, carta-plastica, legno-plastica, plastica-acciaio). Il 51,6% delle piattaforme è localizzato nel nord del Paese, seguito dal Sud con il 30,6% e dal Centro con il 17,8%. Il numero maggiore di piattaforme (97) si trova in Lombardia con il 32,4% delle piattaforme della macroarea geografica. Al Centro, il 46,6% delle piattaforme si trova nel Lazio (48), mentre al Sud, Sicilia e Campania hanno, rispettivamente, il 28,2% e 22,6% delle piattaforme della macroarea geografica.

L’Italia leader del riciclo rifiuti in Europa: è il Paese più virtuoso

E’ un primato tutto italiano quello sul riciclo di rifiuti. Dal 1997 – anno in cui è cominciata la riforma del settore – a oggi il nostro Paese ha fatto un enorme balzo in avanti, tanto da diventare il primo in Europa per la percentuale di rifiuti riciclati che, nel 2020, ha raggiunto il 72%. Un dato decisamente superiore alla media europea, che è appena del 52%, e che fa segnare un grande distacco anche dalla Germania (55%), dalla Spagna (49%), dalla Francia (48%) e dalla Polonia (27%). E’ quanto emerge dal Rapporto ‘Il Riciclo in Italia 2022’, realizzato dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile e presentato in occasione della Conferenza Nazionale dell’Industria del Riciclo.
Nel 1997 la raccolta differenziata dei rifiuti urbani era solo del 9,4% e l’80% della spazzatura finiva in discarica. I dati oggi sono decisamente positivi anche sul fronte dei rifiuti industriali: 25 anni fa se ne riciclava il 21% e il 33% era destinato alla discarica, mentre nel 2020 il recupero è salito al 70% e lo smaltimento in discarica è sceso al 6%. Anche per la gestione dei rifiuti d’imballaggio l’Italia è un’eccellenza europea, con più di 10,5 milioni di tonnellate avviate a riciclo, con un tasso pari al 73,3% nel 2021, superiore non solo al target europeo del 65% al 2025 ma, con 9 anni di anticipo, anche al target europeo del 70% al 2030.
Questo cambiamento nella gestione di rifiuti, spiega il rapporto, “ha alimentato la crescita dell’industria italiana del riciclo, diventata un comparto rilevante e strategico del sistema produttivo nazionale” che conta 4.800 imprese, 236.365 occupati, genera un valore aggiunto di 10,5 miliardi (aumentato del 31% dal 2010 al 2020) e che produce ingenti quantità di materiali riciclati. Si tratta di 12milioni e 287 mila tonnellate di metalli, in gran parte acciaio, di 5 milioni e 213 mila tonnellate di carta e cartone, di 2 milioni 287 mila tonnellate di pannelli di legno truciolare. E, ancora, di 2 milioni e 229 mila tonnellate di vetro riciclato, di un milione e 734 mila tonnellate di compost e 972 mila tonnellata di plastica riciclata. Nel complesso la produzione di materiale riciclato è aumentata del 13,3% tra il 2014 e il 2020.
Il settore del riciclo, pilastro fondamentale di un’economia circolare – spiega Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – è strategico per non sprecare risorse preziose, per non riempire il Paese di discariche, per recuperare materiali utili all’economia e ridurre le emissioni di gas serra”. Per questo, è il suo ragionamento, in un momento di congiuntura economica negativa “servono misure incisive per rafforzare la domanda di MPS, le materie prime seconde prodotte col riciclo e interventi strutturali per affrontare il forte aumento dei costi dell’energia che per l’industria del riciclo costituiscono la quota maggiore dei costi di produzione”.

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Progetto CleanAlp, sentieri montani alpini ripuliti dai rifiuti. Da marzo raccolti 90 chili

Quanto inquina la plastica in montagna? È la domanda che sta alla base del progetto CleanAlp, finanziato da The North Face Explore Fund attraverso Eoca_European Outdoor Conservation Association e realizzato da European Research Institute di Torino. Si tratta del primo al mondo a occuparsi di questa tematica. I dati vengono raccolti su un’area vasta – tutte le Alpi nord-occidentali italiane, ovvero tutto il Piemonte e la Valle d’Aosta – con un lavoro capillare che si completerà a fine 2023: saranno 45-50 le escursioni al termine dei due anni; durante ogni escursione, aperta a tutti coloro che vogliano partecipare insieme ai coordinatori del progetto, vengono raccolti i rifiuti presenti su un sentiero alpino sempre diverso. Ogni ‘raccolto’ viene poi pesato e ogni singolo frammento raccolto viene censito, andando a comporre quello che sarà un quadro che ritrarrà la situazione e permetterà di lavorare sulla prevenzione. Ogni escursione, inoltre, è l’occasione per conoscere e ammirare luoghi e particolarità naturalistiche, culturali e antropologiche straordinarie, anche grazie alla presenza costante di guide escursionistiche ambientali.

Le 21 escursioni realizzate da marzo fino a novembre hanno fornito un quadro parziale della situazione: 90,115 kg di rifiuti raccolti su 198,6 km di sentieri percorsi in 13 diverse valli, 11.070 i metri di dislivello affrontati complessivamente, 337 i volontari-partecipanti. L’inquinamento da plastica è normalmente associato al mare e alle aree urbane, pochissimo si è indagato sulle aree montane: generalmente si ritiene che queste siano esenti. Sbagliando. In base alle esperienze maturate in ogni habitat del Pianeta, dall’Artico al Mediterraneo ai fiumi, European Research Institute ha pensato che fosse il momento di passare a un’azione di sistema anche per le Alpi, già duramente colpite dal cambiamento climatico. Ecco perché ha promosso il progetto ‘Stop the Alps becoming plastic mountains’ nel 2021, che ha prodotto una importante ricerca sulle microplastiche nella neve su un’area vasta e lungo l’intera stagione invernale. Durante lo svolgimento di questo progetto è stata anche raccolta una media di mezzo chilo di rifiuti di plastica per ogni chilometro lungo 197 km di sentieri in alta montagna.

Da questa esperienza è nato il progetto CleanAlp che, oltre all’azione su diversi livelli come sensibilizzazione, educazione, formazione e prevenzione, agisce sulla ricerca documentando la tipologia e i marchi degli oggetti (laddove riconoscibili) dispersi in ambiente alpino. Lo scopo del progetto CleanAlp è quello di salvaguardare l’habitat alpino di bassa, media e alta quota, uno degli ultimi ambienti parzialmente incontaminati dell’Europa meridionale, straordinariamente prezioso per tutta l’area, dal punto di vista ecologico, culturale, sanitario, economico. Le persone hanno visto e vedranno e toccheranno la quantità di rifiuti presenti anche nei luoghi più selvaggi delle Alpi nord-occidentali: questa esperienza personale, concreta e reale sarà un fattore chiave per un cambiamento di vita. Inoltre, svilupperemo la conoscenza del problema dell’inquinamento da plastica e la possibile prevenzione da parte dei professionisti della montagna e del turismo, dei giovani e degli appassionati di outdoor.

Sostenibilità in Germania: stoviglie di porcellana nei vagoni ristorante dei treni della Deutsche Bahn

Dal primo gennaio 2023, i passeggeri della compagnia ferroviaria tedesca Deutsche Bahn potranno bere il caffè acquistato a bordo dei treni e consumare i pasti in stoviglie di porcellana o vetro, per una maggiore “sostenibilità”.
L’obiettivo, come spiega l’azienda in un comunicato, “è di ridurre i rifiuti sostituendo le stoviglie monouso in plastica o cartone”. Bicchieri, piatti e ciotole “riutilizzabili” saranno “gratuiti, senza deposito, e disponibili su richiesta per tutti gli ordini” sui treni a lunga percorrenza.

Deutsche Bahn è dunque in linea con le nuove norme entrate in vigore il primo gennaio di quest’anno in Germania e che obbligano ristoranti, pub e caffè a offrire i loro prodotti da asporto in confezioni riutilizzabili; gli imballaggi monouso non saranno vietati, ma dovrà essere offerta una variante riutilizzabile senza costi aggiuntivi. Da marzo 2022, il vettore offre già “il 50% di piatti vegetariani o vegani e il 100% di prodotti biologici”, spiega nel comunicato Michael Peterson, direttore del trasporto passeggeri dell’azienda. E ricorda che “Deutsche Bahn sta accelerando la sua transizione ecologica nella ristorazione a bordo”.
Più in generale, Deutsche Bahn, la più grande consumatrice di energia della Germania, si è posta l’obiettivo di diventare carbon neutral entro il 2040. Secondo un portavoce, attualmente il 62% del traffico ferroviario gestito dalla società è alimentato da energie rinnovabili.

 

L’idea della start-up: imballaggi in alghe commestibili invece della plastica

Come possiamo evitare di confezionare cibi e bevande in plastica e ridurre così l’inquinamento del suolo e degli oceani? A Londra, una start-up ha trovato una soluzione: imballaggi commestibili o naturalmente biodegradabili ricavati dalle alghe. L’idea è valsa a Notpla, questo il nome della start-up, un posto tra i quindici finalisti del premio Earthshot, creato dal Principe William per celebrare le innovazioni che fanno bene all’ambiente e alla lotta contro il cambiamento climatico.

L’avventura di Notpla è iniziata in una piccola cucina londinese. Il francese Pierre Paslier e lo spagnolo Rodrigo Garcia Gonzalez, entrambi studenti del Royal College of Art di Londra con una formazione in design di prodotti innovativi, volevano creare un imballaggio ecologico. “Come ingegnere del packaging presso L’Oréal, stavo sviluppando soluzioni di imballaggio in plastica, flaconi di shampoo, vasetti di crema, e mi sono subito reso conto che volevo lavorare su soluzioni piuttosto che creare più plastica che finisce nell’ambiente“, ha dichiarato il 35enne francese all’Afp. I due studenti stavano cercando di progettare imballaggi con materiali naturali e biodegradabili, in contrapposizione alle plastiche dell’industria petrolchimica. Dopo aver testato diverse piante, “abbiamo trovato estratti di alghe e ci siamo resi conto che potevamo creare soluzioni molto simili a quelle che si trovano in natura, e anche eventualmente commestibili“, ricorda Pierre Paslier.

Il video in cui presentano il loro concetto di imballaggio a bolle commestibili, chiamato Ooho, diventa virale su Internet, attirando l’interesse degli investitori. Nel 2014, i due studenti hanno fondato Notpla, che ora si sta espandendo rapidamente con oltre 60 dipendenti ed è in procinto di produrre i suoi prodotti su scala industriale. La loro ‘bolla’, grande come un grosso pomodoro ciliegino, creata con estratti di alghe marine grazie a un processo tenuto segreto, può incapsulare tutti i tipi di liquidi: acqua, cocktail da usare durante i festival o bevande energetiche. In bocca, la sua consistenza è simile a quella di una caramella gommosa.

E mentre producono le loro bolle, i ricercatori continuano a cercare di sviluppare nuovi prodotti, sempre a base di alghe. Ad esempio, il team ha progettato un rivestimento naturalmente biodegradabile per le scatole da asporto, utilizzato per proteggere le confezioni dal grasso o dai liquidi alimentari. Notpla fornisce il gigante del settore Just Eat nel Regno Unito e in altri cinque paesi europei. Il cibo venduto durante la finale della Coppa Europa di calcio femminile allo stadio di Wembley a Londra in luglio è stato confezionato da Notpla.

Una delle ultime innovazioni è l’imballaggio trasparente per prodotti secchi, come la pasta. Le alghe marine “presentano vantaggi incredibili“, spiega Pierre Paslier. “Crescono molto velocemente, alcune delle alghe che usiamo nei nostri laboratori crescono quasi un metro al giorno. (…) Inoltre, non è necessaria alcuna attività umana per farle crescere, non c’è bisogno di aggiungere acqua potabile o fertilizzanti“, aggiunge. E “le alghe esistono da miliardi di anni, quindi ovunque finiscano i nostri imballaggi, la natura sa bene come decostruire e riutilizzare questi materiali senza creare inquinamento“, spiega l’ingegnere.

Per il momento, i prodotti Notpla sono ancora più costosi di quelli in plastica, ma iniziando a produrre le scatole da asporto su larga scala, il costo aggiuntivo si è ridotto al 5-10%. L’azienda vuole essere un’alternativa tra le tante per ridurre il consumo di plastica in un momento in cui molti Paesi stanno inasprendo le loro normative.

Pesca eccessiva, inquinamento e traffico: il Bosforo sta perdendo i suoi pesci

Le canne da pesca sono in posizione verticale. Con le braccia conserte e le facce sconfitte, i pescatori guardano dalla riva mentre un peschereccio avvolge la sua enorme rete con un grosso argano scricchiolante. “Forza, via di qui“, gridano gli uomini, desiderosi di affondare i loro ami nelle acque del Bosforo. “Sono qui dalle 6 di questa mattina, ma questa barca ha gettato la rete davanti a noi e ci sta bloccando completamente“, si lamenta Mehmet Dogan, che è riuscito ad agganciare solo un pesce, un bonito di 40 cm. È l’alta stagione del ‘palamut’ – bonito, una varietà pregiata di tonno – nel Bosforo, dove migliaia di banchi viaggiano dal Mar Nero al Mar di Marmara e poi al Mediterraneo.

Le reti dei professionisti, lunghe più di 1.000 metri, si estendono per tutto lo stretto e non lasciano scampo ai dilettanti come Mehmet, appostati continuamente lungo i 30 km di costa. E ancor meno alle loro prede. “Questa è la via d’accesso per i pesci. Non avranno nemmeno il tempo di deporre le uova“, dice Murat Ayhanoglu, di stanza nella baia di Kireçburnu dove si è appostato il Görenler II, un peschereccio di 35 metri il cui equipaggio si sente ansimare mentre tira su la pesante rete. “Quando ci sono, non c’è possibilità di pescare“, dice il cinquantenne, che elenca le specie che si stanno riducendo: sugarelli, acciughe, picarelli, boniti e tassergal. “Lo Stato deve trovare una soluzione“, conclude.

Secondo il dottor Saadet Karakulak, professore presso la Facoltà di Scienze Acquatiche di Istanbul, la pesca nel Bosforo è scesa da circa 500-600.000 tonnellate all’anno a 328.000 tonnellate in pochi anni, “a riprova del fatto che gli stock stanno diminuendo“. Ma le autorità hanno avuto un’idea strana quando all’inizio del mese hanno proposto di chiudere il Bosforo al traffico per mezza giornata per lasciare libero sfogo a pescherecci industriali e a strascico. Il ministero dei Trasporti ha poi fatto marcia indietro di fronte alle proteste di scienziati e Ong che hanno denunciato “una corsa alla pesca eccessiva in un corridoio biologico” di primaria importanza. “Il 6 novembre è stata data una licenza di uccidere“, afferma il dottor Bayram Öztürk, direttore del Dipartimento di Biologia Marina dell’Università di Istanbul e della Tudav Marine Research Foundation. “Non possiamo farlo al giorno d’oggi. Gli stock sono in pericolo, a volte abbiamo raggiunto la soglia critica come nel caso della sogliola, dello storione o del pesce spada. Dobbiamo pensare alla sostenibilità”. Per alcune specie è giunto il momento di imporre delle quote, secondo lui. Quest’anno l’acciuga è minacciata perché il bonito, che è abbondante, se ne sta cibando. E se il bonito è al suo meglio, è perché ha potuto riprendersi grazie al Covid, quando i pescatori erano confinati. Ma il dottor Öztürk cita anche la plastica e l’inquinamento urbano come minacce, oltre al traffico marittimo pesante.

Il Bosforo è uno degli stretti più trafficati al mondo, con oltre 200 navi che lo attraversano ogni giorno: portacontainer, petroliere del Caspio e portarinfuse, come quelle che trasportano grano dall’Ucraina. “E lo Stretto è largo solo 760 metri nel suo punto più stretto“, osserva Öztürk.

Il deserto di Atacama coperto dai rifiuti: minaccia a ecosistema

Una discarica nel deserto. Il deserto di Atacama, nel nord del Cile, è diventato il ricettacolo di tonnellate di vestiti usati, ma anche di auto e pneumatici fuori uso provenienti da tutto il mondo e abbandonati, in quella che è diventata una vera minaccia per il suo ecosistema. Migliaia di vestiti ricoprono le aride colline che circondano il comune di Alto Hospicio, nella regione di Tarapaca, circa 1.800 km a nord di Santiago. Nella vicina città di Iquique si accumulano altre migliaia di auto smantellate provenienti da Stati Uniti, Giappone o Corea, mentre in altre zone del deserto, che si estende per oltre 100.000 km2, il paesaggio è deturpato da centinaia di pneumatici.

Il Cile è specializzato da più di quarant’anni nel commercio di abiti usati, tra vestiti buttati dai consumatori, destoccaggio e opere di beneficenza da tutto il mondo. Secondo la dogane cilena, nel 2021 sono entrate nel Paese circa 46.285 tonnellate di indumenti usati. I vestiti, come le macchine, entrano dalla zona franca del porto di Iquique e dono destinati al mercato dell’usato cileno o a quello di altri paesi dell’America latina. La maggior parte delle auto viene riesportata in Perù, Bolivia o Paraguay. Tuttavia, molti finiscono nelle strade di Iquique o sui fianchi delle colline circostanti.
Più della metà dei vestiti e delle scarpe prodotti, a basso costo e in catena, soprattutto in Asia, finiscono sparpagliati nel deserto a causa della congestione del circuito di riciclo. Regolarmente, queste ‘discariche selvagge’ vengono date alle fiamme per ridurre i fastidi, provocando però dense nuvole di fumo tossico. “Questi incendi sono molto tossici, perché ciò i fumi sono creati da plastica bruciata“, ha detto Paulín Silva, avvocato che a marzo ha presentato una denuncia contro lo Stato cileno presso un tribunale dedicato alle questioni ambientali. Originario di Iquique, Silva denuncia in particolare la passività del governo di fronte a queste discariche che, assicura, costituiscono “un rischio ambientale” e “un pericolo per la salute umana”. “Sono le persone senza scrupoli di tutto il mondo che vengono a scaricare qui i loro rifiuti“, ha incalzato Patricio Ferreira, il sindaco di Alto Hospicio, una delle città più povere del Cile. “Abbiamo ripulito una zona e ci stanno inquinando in un’altra area”, si è lamentato sentendosi impotente di fronte al problema. “Ci sentiamo abbandonati. Sentiamo che la nostra terra viene sacrificata”.

Nonostante sia considerato uno dei deserti più aridi del mondo – con precipitazioni che in alcune zone non raggiungono i 20 millimetri all’anno – l’Atacama ospita un ecosistema unico. Nella sua parte più arida, vicino alla città costiera di Antofagasta, gli scienziati, tra cui la biologa cilena Cristina Dorador, hanno scoperto forme di vita estreme: microrganismi capaci di vivere quasi senza acqua o sostanze nutritive nonostante la radiazione solare. Questi microrganismi potrebbero detenere i segreti dell’evoluzione e della sopravvivenza sulla terra, ma anche su altri pianeti, secondo loro.
In alcune zone vicino alla costa, la nebbia permette lo sviluppo di vegetazione e animali vertebrati, ha continuato Pablo Guerrero, professore di botanica all’Università di Concepcion e ricercatore presso l’Istituto di Ecologia e Biodiversità (IEB). “L’esistenza della vita in questi luoghi è, in un certo senso, un evento fortuito”, ha indicato considerando che si tratta di una regione dove l’ecosistema è “molto fragile“. “Qualsiasi cambiamento o diminuzione del regime delle precipitazioni e della foschia ha immediatamente conseguenze per le specie che vi abitano”.
Dozzine di specie di fiori a predominanza viola fioriscono quando le precipitazioni sono superiori alla media. I loro semi, sepolti sotto la sabbia, possono sopravvivere per decenni in attesa che un minimo di acqua germogli e poi fiorisca. A causa dei cambiamenti climatici, ma anche dell’inquinamento e dell’avanzata delle città, alcune specie di cactus sono però scomparse.
Ci sono specie di cactus che sono considerate estinte. Sfortunatamente, questo è un fenomeno che vediamo su larga scala e con un deterioramento sistematico negli ultimi anni“, ha continuato Guerrero.

Rifiuti, blitz di Legambiente alla Torre del Lebbroso ad Aosta

Lattine di birra e bibite gassate, cartacce, cartoni ‘accoglievano’, fino a qualche giorno fa, turisti e passanti che si soffermavano ad ammirare la Torre del Lebbroso, ad Aosta. Alcuni cittadini, indignati alla vista di rifiuti a cielo aperto e del degrado della costruzione, hanno dunque interpellato il Comune di Aosta che, per competenza, ha chiesto che fosse interpellata la Soprintendenza ai Beni culturali.
“Le settimane sono però trascorse – ha raccontato Denis Buttol, presidente del circolo Legambiente Valle d’Aosta – senza che nulla accadesse; riconosciamo che la Soprintendenza ai beni culturali opera con scrupolo per la valorizzazione e conservazione delle bellezze della nostra regione e che sia possibile che ogni tanto perda dei pezzi, però occorreva agire“.

Così, durante lo scorso fine settimana alcuni volontari del circolo ambientalistico hanno ripulito gli scalini della Torre. “Quest’ultima azione intende essere uno stimolo a ricercare sempre la bellezza nei luoghi in cui viviamo e di cui, per fortuna, siamo ricchi. Osserviamo – sottolinea Buttol – altri luoghi oggetto di disattenzione: ad esempio, sempre ad Aosta, la Tour du Pailleron, visibile tra l’altro da tutti i turisti che arrivano dalle stazioni ferroviaria e dei pullman: gli accessi sono chiusi da pannelli di compensato e circondati da reti di plastica arancione da cantiere, con cartelli che recitano edificio pericolante. Non il modo migliore, forse, di valorizzare un importante monumento”.

 

 

Ogni anno 60mila tonnellate di oli esausti nelle fognature

Olio di frittura, avanzi dei barattoli di sottoli, scarti alimentari unti rappresentano un rifiuto da gestire in modo differenziato, ma ancora troppi vengono scorrettamente gettati nel lavandino, inquinando le acque. È quanto emerge dalla ricerca promossa da RenOils, consorzio per il riciclo degli oli alimentari esausti, e realizzata da CNR-IRSA in collaborazione con Utilitalia.
Ad oggi sono oltre 80.000 le tonnellate di oli alimentari esausti raccolti ogni anno in Italia dai Consorzi come RenOils. Ma secondo la ricerca, che ha analizzato la presenza di oli negli impianti di depurazione delle acque un quantitativo quasi equivalente (tra le 60.000 e le 70.000 tonnellate) viene smaltito in modo scorretto nel lavandino. A livello medio è come se ogni cittadino italiano usasse un litro di olio l’anno e la metà la gettasse via con l’acqua sporca – molto meno di quello che si stimava, ma comunque tanto.

La ricerca – spiega Ennio Fano, Presidente di RenOils – conferma che è fondamentale potenziare la raccolta differenziata di oli esausti presso le utenze domestiche, in modo da favorire una pratica semplice ma estremamente virtuosa. Il nostro consorzio è già attivo in modo capillare su tutto il territorio nazionale e il comparto della ristorazione è servito in modo efficiente. Lavoreremo con enti locali e aziende di igiene urbana per gestire anche l’olio esausto prodotto dalle famiglie italiane”.

La ricerca ha preso in esame 40 impianti di depurazione in 6 diverse regioni e ha ripetuto i campionamenti per 3 volte tra agosto 2019 e luglio 2020. Ovunque si sono trovate tracce di grassi vegetali e animali nelle acque trattate, nell’ordine di 5-10 mg/litro, comunque un valore inferiore rispetto ai dati dalla letteratura scientifica che si riferiscono unicamente alla situazione degli USA. “Sappiamo che i dati della nostra ricerca – sottolinea Giuseppe Mininni, il ricercatore che ha coordinato la ricerca – si riferisce principalmente ai rifiuti generati dalle utenze domestiche perché il settore della ristorazione è quasi interamente collegato al servizio di raccolta degli oli esausti. Il 98% dell’olio che abbiamo trovato nei nostri campioni è di origine animale o vegetale e in grandissima parte viene dalle cucine delle famiglie italiane”.

Il Consorzio RenOils nel corso del 2021 ha raccolto 49.075 tonnellate di oli e grassi vegetali e alimentari esausti (+32% rispetto al 2020) nei 52.421 punti di ritiro, rappresentati da utenze commerciali, industriali e domestiche. In quattro anni (dal 2018 al 2021) sono state raccolte 162.702 tonnellate di questa tipologia di rifiuto. RenOils può far affidamento su una capillare rete di partner operativi costituita da 15 aziende di raccolta e trasporto e 27 impianti di trattamento e recupero, rispettivamente operative con 19 e 37 unità locali.

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