Carvelli (Edison Next): “Decarbonizzare il trasporto su gomma è una priorità per la transizione energetica”

Edison Next ha partecipato a LetExpo 2026 – la fiera del trasporto e della logistica sostenibili – portando al centro del confronto il ruolo strategico della mobilità elettrica nella decarbonizzazione del settore logistico. 

“Per noi è importante partecipare a questo tipo di eventi. Siamo un player attivo da oltre 140 anni nel mondo dell’energia e accompagniamo imprese e territori nei percorsi di transizione energetica e decarbonizzazione”, ha spiegato a Gea Marco Carvelli, Head of E-Mobility di Edison Next. 

Secondo Carvelli, il settore dei trasporti rappresenta uno snodo decisivo per raggiungere gli obiettivi climatici globali. “La logistica è per noi un elemento fondamentale da supportare: circa il 28% delle emissioni globali di gas climalteranti è legato al mondo dei trasporti e, di queste, circa il 90% deriva dal trasporto su gomma. Aiutare chi opera in questo settore a ridurre le emissioni è quindi essenziale per decarbonizzare l’intera industria”. 

In questo contesto Edison Next affianca gli operatori della logistica lungo tutto il percorso di elettrificazione delle flotte. “Supportiamo i player del settore fin dai primi passi, in particolare sulla logistica dell’ultimo miglio. Pensiamo alle aree urbane, dove sempre più città stanno regolando l’accesso privilegiando veicoli meno inquinanti. Installiamo colonnine di ricarica nei depositi logistici per consentire una ricarica rapida dei mezzi e permettere loro di operare efficacemente nelle tratte urbane”. 

Accanto alla mobilità urbana, l’azienda sta sviluppando anche infrastrutture dedicate al trasporto pesante. “Stiamo lavorando grazie a fondi europei e risorse del PNRR che abbiamo ottenuto, per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro, a cui si aggiungono i nostri investimenti diretti”. 

L’obiettivo è creare una rete di ricarica lungo le principali direttrici del trasporto merci in Italia. “Seguiamo le rotte dei nostri trasportatori lungo la dorsale del Paese. In questo momento stiamo sviluppando i primi cinque hub di ricarica dedicati al trasporto pesante, con stalli specifici per camion. Saranno realizzati nel Casertano, nella provincia di Roma e nella provincia di Milano, lungo l’autostrada A1, cioè lungo quello che rappresenta il principale corridoio di traffico merci in Italia”. 

Gugliotti (Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio): “La transizione energetica è una priorità strategica per il porto di Taranto”

L’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio ha partecipato a LetExpo 2026 – la fiera del trasporto e della logistica sostenibili – portando al centro del dibattito il ruolo strategico dei porti nella transizione energetica e nella diversificazione industriale dei territori. 

“Per noi la transizione energetica è una priorità assoluta, e lo è diventata ancora di più dopo che il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, lo scorso luglio, ha individuato Taranto e Augusta come hub principali per l’eolico offshore nazionale, con scali secondari a Brindisi e Civitavecchia”, ha spiegato a Gea Giovanni Gugliotti, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio. 

In questo contesto il porto di Taranto sta accelerando gli investimenti per supportare lo sviluppo della filiera dell’eolico offshore. “Stiamo investendo risorse economiche ma anche molto tempo nella progettazione. A gennaio il MASE ci ha autorizzati a proseguire con la progettazione esecutiva di un’area destinata. Si tratta di circa 100 ettari del molo polisettoriale del porto di Taranto, che verrà suddiviso in due parti: quella più interna sarà destinata proprio alle attività legate all’eolico offshore”. 

L’hub dovrà essere adeguato per sostenere carichi molto superiori rispetto alle attività portuali tradizionali. “Per questo è necessario un importante intervento di consolidamento delle superfici. Il MASE ha messo a disposizione 28 milioni di euro e il nostro obiettivo è avviare quanto prima la gara per realizzare questi lavori”. 

Parallelamente, l’Autorità portuale sta portando avanti una strategia più ampia di trasformazione del porto. “La sfida della diversificazione è probabilmente la più importante che ci siamo trovati davanti. Non solo perché la grande industria sta attraversando una fase di crisi, ma anche perché il porto di Taranto aveva comunque bisogno di cambiare pelle: non più un porto esclusivamente siderurgico e industriale, ma uno scalo aperto e diversificato”. 

Tra i settori su cui si punta per rilanciare lo sviluppo del porto c’è la cantieristica navale. “A Taranto esisteva una tradizione importante in questo ambito, che negli ultimi anni si è fermata. Il nostro obiettivo è far ripartire questa filiera. Nell’area dell’ex Yard Belleli, inizialmente individuata per un investimento del gruppo Ferretti poi realizzato altrove, è ora disponibile un nuovo investitore”. 

Secondo Gugliotti, il progetto potrebbe rappresentare il primo passo per rilanciare una filiera industriale più ampia. “Stiamo lavorando con il MIMIT alla sottoscrizione di un addendum all’accordo di programma per consentire l’ingresso di questo nuovo investitore. La cantieristica navale può rappresentare il primo step per sviluppare altre attività, come la rottamazione navale. Oggi molte navi militari italiane vengono demolite all’estero, ma riteniamo che questa attività possa essere svolta anche a Taranto e stiamo lavorando affinché ciò diventi possibile”.

Pisano (Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale): “Sinergia pubblico-privato e sostenibilità per lo sviluppo del porto della Spezia”

L’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale ha partecipato a LetExpo 2026 – la fiera del trasporto e della logistica sostenibili – portando al centro il tema dello sviluppo infrastrutturale dei porti e dell’integrazione tra crescita economica e sostenibilità. 
 
“Partecipare a un evento come LetExpo rappresenta per noi una grande opportunità, anche per la qualità e il livello delle partecipazioni che registriamo, sempre più alto anno dopo anno. È una vetrina importante per portare la nostra esperienza, perfettamente allineata ai temi di questa edizione”, ha spiegato a Gea Bruno Pisano, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale. 
 
Pisano ha poi illustrato i principali interventi in corso nel porto della Spezia: “Abbiamo avviato una serie di interventi di dragaggio in collaborazione con i principali terminalisti portuali spezzini che, grazie a investimenti superiori ai 400 milioni di euro totalmente privati, permetteranno nei prossimi anni una crescita sia degli spazi a terra che delle banchine. Si tratta di una piena sinergia pubblico-privato: l’autorità di sistema si occupa delle attività a mare, mentre i privati delle opere a terra”. 
 
Un percorso che si inserisce in una visione più ampia di sviluppo sostenibile e integrazione con il territorio: “Tutto questo avviene con una particolare attenzione all’integrazione porto-città, anche attraverso l’applicazione del Piano regolatore portuale. La sostenibilità ambientale è un elemento indispensabile per garantire una convivenza equilibrata tra le attività portuali e il territorio”. 
 
Infine, Pisano ha evidenziato la crescita della Blue Economy nel territorio ligure: “Stiamo assistendo a una forte vivacità imprenditoriale nel settore portuale e più in generale nell’economia del mare. Non parliamo più solo di merci e container, ma anche di traffico crocieristico, cantieristica navale di lusso, turismo e molte altre attività integrate. Si tratta di settori di eccellenza che contribuiscono in modo significativo al PIL del territorio e rafforzano il ruolo dell’Italia come leader a livello internazionale”.

Russo (Università di Verona): “La logistica è il collante delle filiere e ha bisogno di nuove competenze”

L’Università di Verona ha partecipato a LetExpo 2026 – la fiera del trasporto e della logisticasostenibili – portando al centro il tema della formazione e dell’innovazione nella supply chain,in un contesto sempre più complesso e in continua evoluzione.

“Qui LetExpo c’è da cinque anni, e noi siamo sempre stati presenti perché troviamo i nostriprincipali stakeholder, che sono le aziende. Le aziende sono i nostri laboratori di ricerca esono anche il riferimento per finalizzare i progetti formativi e la proposta didattica, affinchéstudenti e studentesse possano inserirsi nel mondo della logistica, che ha sempre piùbisogno di persone capaci di portare innovazione”, ha spiegato a Gea Ivan Russo, Professor ofSupply Chain Management & Logistics e Scientific Director LOOP Research Centerdell’Università di Verona.

Russo ha poi sottolineato il ruolo centrale della logistica nei sistemi economici: “La logistica èil collante tra fornitura, produzione, magazzini, punti vendita fino all’e-commerce. Ce neaccorgiamo soprattutto quando non funziona. Tuttavia, gestire questi processi è complesso, perché richiede investimenti in gestione, tecnologie, automazione e robotizzazione, finoall’intelligenza artificiale”.

In questo contesto, l’università ha sviluppato un’offerta formativa articolata per risponderealle esigenze del settore: “Ci siamo presi l’impegno di creare un progetto formativo specifico,come la laurea magistrale in Supply Chain Management. Negli anni abbiamo contribuitoanche allo sviluppo dell’ITS Logistica a Verona e a percorsi di Master Executive, pensati perchi già lavora. In ogni fase della carriera è fondamentale aggiornarsi, perché il settore cambiamolto velocemente”.

Infine, Russo ha evidenziato le principali sfide su cui si concentra oggi la ricerca: “Siamomolto impegnati sul tema della decarbonizzazione della logistica, perché è un settore vitalema deve rispondere anche alle sfide ambientali e sociali. In un territorio come quelloveronese, caratterizzato da forti investimenti immobiliari, questo può rappresentare unacriticità, ma allo stesso tempo è anche un volano per lo sviluppo tecnologico, innovativo eoccupazionale”.

Basilica San Pietro green: verso emissioni zero e monitoraggio aria

Emissioni zero, monitoraggio dell’aria, diffusione di buone pratiche ecologiche. A dieci anni dalla pubblicazione della Laudato Si’, l’enciclica sull’ambiente di Papa Francesco, anche la Basilica di San Pietro diventa green.

La Fabbrica di San Pietro porta avanti un progetto di sostenibilità ambientale ed energetica della Basilica Papale, avviato nel 2022 per affrontare la crisi climatica e promuovere la Transizione alla Ecologia Integrale. Un progetto che mira a rendere la Basilica una “casa a impatto zero, che tutti accoglie e tutti incoraggia a crescere in umanità“, spiega il cardinale Mauro Gambetti, presidente della Fabbrica di San Pietro. “Complessa l’architettura monumentale, complesso il campo di intervento, per vincoli, volumi, numeri, complessa l’operazione per realizzarlo“, racconta.

I primi risultati del progetto, frutto della collaborazione con Enea, Politecnico di Milano, Università di Bari ‘Aldo Moro’, sono stati resi noti: la ‘Diagnosi delle risorse’ condotta da ENEA ha riguardato i flussi di materiali e risorse idriche nella Basilica di San Pietro e in Palazzo della Canonica, Palazzo di Santa Marta, Studio del Mosaico. Sono state indicate le azioni per ridurre consumi, sprechi e impatto ambientale, con relativi costi e benefici, dalla raccolta differenziata ai fontanelli d’acqua per eliminare contenitori plastici e sostituire imballaggi non biodegradabili.

Il progetto della Fabbrica di San Pietro può rappresentare un modello replicabile anche ad altri siti storici, religiosi e culturali, per migliorarne l’efficienza ambientale e gestionale.

Il Politecnico di Milano, una volta analizzati i consumi energetici attuali, ha proposto interventi di efficientamento impiantistico e bioclimatico, senza alterare il patrimonio storico-artistico, dalla sostituzione di vecchi impianti con pompe di calore all’illuminazione con lampade LED fino alla attivazione di ventilazione naturale per il raffrescamento.

Per il Palazzo della Canonica è prevista la sostituzione dei terminali idronici con sistemi waterloop e installazione di pompe di calore (ad aria o ad acqua di falda), con una riduzione dei consumi tra il 48% e il 57% e delle emissioni tra il 65% e il 72%. Allo Studio del Mosaico la sostituzione dei radiatori con sistemi waterloop, introduzione di ventilazione meccanica controllata con recupero di calore e uso di illuminazione LED ad alta fedeltà cromatica, con una riduzione dei consumi di oltre il 60%. Risultati attesi: riduzione dei consumi energetici del 43% e delle emissioni di CO2 del 62%.

Negli ultimi trent’anni, l’interesse scientifico per la qualità dell’aria negli ambienti chiusi è cresciuto, soprattutto perché la popolazione moderna trascorre oltre il 90% del tempo in spazi indoor, dove spesso l’inquinamento supera quello esterno. La pandemia da Covid ha ulteriormente evidenziato l’importanza di monitorare l’aria interna, soprattutto per ridurre il rischio di trasmissione di virus e batteri, a garanzia della salubrità degli ambienti a cui accedono giornalmente decine di migliaia di pellegrini e visitatori in quest’anno di Giubileo. In questo contesto si inserisce il progetto di monitoraggio della qualità dell’aria nella Basilica di San Pietro, dove in sette punti, con il Dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Ambiente dell’Università di Bari ‘Aldo Moro’, sono stati installati sistemi sensoristici avanzati per rilevare in tempo reale particolato (PM), composti organici volatili (TVOC), anidride carbonica (CO2), Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA) e parametri microclimatici. I risultati finora raccolti mostrano che, malgrado l’elevato numero di accessi, tra i 40 e i 45mila al giorno, la Basilica mantiene una buona qualità dell’aria grazie alle sue grandi dimensioni e all’efficace ventilazione naturale.

Lo Stato della Città del Vaticano è “impegnato da molti anni a promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso politiche ecologiche per salvaguardare l’ambiente e fornire strategie di risparmio energetico, nello spirito dei principi della Enciclica ‘Laudato Sì’, della Esortazione Apostolica ‘Laudate Deum’ e dell’Encilica ‘Fratelli Tutti’”, ricorda Gambetti. Il Comitato Scientifico di Progetto, che ha validato metodologie e progettualità in campo energetico ed ambientale, monitora, rendiconta e certifica i risultati delle azioni, “contribuendo poi, con strumenti informativi e formativi coerenti con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite – precisa il coordinatore del progetto, Walter Ganapini, anche al dialogo interreligioso, aderendo all’approccio ‘One Health'”.

Malesia sostenibile con Rainforest World Music Festival

Centottanta musicisti provenienti da 20 Paesi, laboratori musicali interattivi, dibattiti e approfondimenti dedicati alla sostenibilità. Torna a Kuching, in Malesia, presso il Sarawak Cultural Village, la 28esima edizione del Rainforest World Music Festival, uno degli eventi di turismo culturale più dinamici del Sud-est asiatico, celebre per il suo connubio di musica globale, tradizioni indigene e pratiche sostenibili in uno scenario naturale mozzafiato.

Il festival si svolge dal 20 al 22 giugno ai piedi del Monte Santubong, sull’isola del Borneo, una zona riconosciuta dall’Unesco come hotspot di biodiversità, e offrirà un contesto immersivo ideale per spettacoli, workshop e attività culturali provenienti da tutto il mondo.

Il tema scelto per questa edizione è ‘Connections – One Earth, One Love’. Tra gli artisti internazionali e locali già confermati ci sono Earth, Wind & Fire Experience by Al McKay (Usa), Otyken (Russia/Siberia), La Chiva Gantiva (Colombia/Belgio), Kuntaw Mindanao (Filippine), Seppuku Pistols (Giappone), At Adau, Sinaran Collective, Buddha Beat (Malaysia)

Riconosciuto tra i festival più eco-consapevoli dell’Asia, l’evento continua a mettere la sostenibilità al centro. Il Green Ruai, spazio dedicato alle tematiche ambientali, tornerà anche nel 2025 con mostre interattive, attività pratiche e workshop su cambiamento climatico, gestione dei rifiuti e impatto ambientale — il tutto ispirato alla saggezza ecologica delle comunità indigene.

Il festival adotta anche pratiche logistiche sostenibili, dalla riduzione dei rifiuti alla partecipazione attiva della comunità, in linea con gli obiettivi dell’eco-turismo del Sarawak e con la visione della Malesia per un turismo responsabile.

Secondo Zalina Ahmad, Direttrice di Tourism Malaysia Parigi, “il Rainforest World Music Festival non solo celebra la ricchezza culturale ed ecologica del Sarawak, ma riveste anche un ruolo strategico nella nostra visione di un turismo inclusivo e sostenibile. In vista del Visit Malaysia Year 2026, l’RWMF è fondamentale per posizionare la Malesia come destinazione autentica e ricca di esperienze.”

Dopo aver attratto oltre 26.000 visitatori nel 2024, l’edizione 2025 punta a superare ogni record, rafforzando ulteriormente il ruolo del festival come evento imperdibile nel calendario mondiale del turismo culturale.

Dieci idee per decarbonizzare la moda

Decarbonizzare l’industria della moda in modo virtuoso. H&M Foundation raccoglie la sfida e premia dieci visionari con il Global Change Award 2025. Il riconoscimento non è solo di prestigio, perché ogni vincitore riceve una sovvenzione da 200mila euro e partecipa al Gca Changemaker Program di un anno, che offre supporto all’innovazione e crescita personale. Riciclo intelligente, pompe di calore per sostituire caldaie a gas e a gasolio, sistemi circolari che favoriscono un’integrazione capillare. Le idee vincitrici di quest’anno provengono da tutto il mondo e guardano a un obiettivo comune: dimezzare le emissioni di gas serra dell’industria su base decennale e raggiungere lo zero netto entro il 2050, in un modo che sia equo sia per le persone che per il pianeta. “Il Global Change Award va oltre le innovazioni specifiche”, spiega Annie Lindmark, Program Director presso H&M Foundation. “Si tratta di ripensare l’intero sistema moda. Un’innovazione da sola non risolverà il problema del settore: dobbiamo scuotere le fondamenta e rivoluzionare il modo in cui innoviamo. Ecco perché sosteniamo i talenti all’inizio del loro percorso. Questi innovatori non si limitano a risolvere i problemi, ma sfidano sistemi obsoleti e ci mostrano come potrebbe essere un nuovo futuro. È ora di smettere di modificare e iniziare a trasformare”. ‘DecoRpet’ è un progetto che viene dalla Cina e riguarda un processo di decolorazione a bassa temperatura che riduce il consumo di energia e fornisce Pet riciclato di alta qualità per la produzione di nuovi tessuti. Con ‘Thermal Cyclones’, progetto dal Regno Unito, pompe di calore industriali rivoluzionarie promettono di sostituire le caldaie tradizionali e di ridurre il consumo energetico di oltre il 75%. ‘Pulpatronics’, ancora dal Regno Unito, produce etichette cartacee RFID senza metallo e senza chip – riciclabili, economiche e realizzate con inchiostro a base di carbonio. Il futuro della tracciabilità sostenibile. ‘CircularFabrics’ viene dalla Germania ed è una tecnologia Nyloop® che recupera nylon di alta qualità da rifiuti tessili misti, chiudendo il cerchio di uno dei materiali più utilizzati nella moda. ‘A Blunt Story’ è un progetto indiano, una suola priva di plastica, realizzata con materiali biologici e riciclati, che rappresenta un netto distacco dalle calzature a base fossile. ‘Brilliant Dyes’ è dal Regno Unito la start-up è sfrutta la potenza dei cianobatteri, per creare coloranti biodegradabili con un metodo di estrazione a basso consumo energetico. Dal Bangladesh viene premiato il ‘Decarbonization Lab’, uno spazio dedicato alla ricerca e allo sviluppo, all’avanguardia per le basse emissioni, con particolare attenzione ai trattamenti tessili e alle tecniche di tintura per modernizzare le pratiche industriali obsolete. ‘Renasens’ è una tecnologia svedese che senza acqua e senza sostanze chimiche trasforma i rifiuti tessili misti in materie prime, senza depolimerizzazione e inquinamento. C’è poi una piattaforma per la diffusione del consumo consapevole, ‘Loom’, che mette in contatto gli utenti con i designer per riciclare gli abiti non indossati convertendoli in capi unici. Il Progetto ‘Jolly’ viene dal Ghana e si chiama ‘The Revival Circularity Lab’, un hub creativo nel mercato Kantamanto di Accra che trasforma gli scarti tessili in valore, dando potere agli artigiani e sviluppando la circolarità locale. “Per decarbonizzare veramente la moda, dobbiamo ripensare ogni parte della catena del valore, da come vengono prodotte le fibre a come vengono riutilizzati gli indumenti”, sostiene Karl-Johan Persson, Founder e Board Member di H&M Foundation. “Questi innovatori ci ricordano che la trasformazione inizia con l’immaginazione e l’azione. Le loro idee evidenziano modi concreti per sfidare lo status quo e portare l’industria verso un futuro a zero emissioni”. Il Global Change Award, dal 2015, ha sostenuto 56 innovazioni con una sovvenzione complessiva di 10 milioni di euro, in costante evoluzione per affrontare la sfida più grande del settore.

Turismo, gli italiani cercano la sostenibilità. Federalberghi: “Si torna a scenario pre Covid”

Sostenibilità e social. Sono le parole chiave che nel 2024 hanno guidato le scelte turistiche degli italiani, in uno scenario che pare essere tornato ai livelli pre Covid, dopo la battuta di arresto causata dalla pandemia. E’ un quadro positivo quello che emerge dall’indagine realizzata da Federalberghi e Tecnè in occasione della 75esima assemblea di Federalberghi che si svolge a Merano. Il settore ha dimostrato di saper tenere testa alle avversità e di essere capace di superare fasi di emergenza con un consolidamento strutturale della domanda, ma anche con il mutamento delle abitudini.

“Siamo di fronte ad uno scenario che invita a fare grandi cose. Dopo gli anni della pandemia che hanno colpito duramente il settore, si è tornati ai livelli pre-covid. Il settore si conferma come una infrastruttura economica fondamentale per il Paese”, dice il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca. Gli italiani, spiega, “stanno dimostrando di prediligere le strutture alberghiere, in particolare quelle votate alla sostenibilità. L’auspicio è che possano rappresentare una massa critica sempre maggiore”. I dati, in effetti, vanno in quella direzione: il 12,7% degli italiani preferisce una struttura certificata e il 38,8% quelle che adottano pratiche sostenibili. “Posso dire con orgoglio – dice Bocca – che l’ospitalità italiana sposa la modernità: ci siamo adeguati velocemente alle tendenze in atto, senza dare nulla per scontato e lavorando sulla qualità dell’offerta, riqualificando le nostre strutture secondo i canoni dell’era green”.

Ma c’è un altro elemento di novità che condiziona il settore, ed è quello legato all’influenza dei social sulle scelte degli italiani. In particolare, dall’indagine emerge che il 12,1% si dice molto influenzato, il 43,9% abbastanza. I tre quarti verifica le recensioni prima di scegliere la destinazione: il 27,7% lo fa sempre, il 49,8% qualche volta.

I dati, in ogni caso, sono buoni. Nel 2024 le presenze in albergo in Italia sono state 283.566.417 e gli arrivi 89.087.262 per una permanenza media di 3,2 giorni. In particolare, i pernottamenti sono stati maggiori del +3% rispetto al 2023 e del +0,9% rispetto al 2019, anno del precedente record. Questo risultato è la sintesi di due andamenti contrapposti tra loro: i nostri connazionali hanno visto un calo di presenze del -1,2% sul 2023 e del -4,2% sul 2019. Al contrario, gli stranieri sono aumentati rispettivamente del +7,1% e del +6,1%. Nel primo trimestre 2025 le presenze alberghiere hanno sfiorato i 44,5 milioni con un calo del -1,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Secondo l’indagine, quindi, “a fare la differenza è il turismo internazionale: gli stranieri tornano in Italia con maggiore continuità, il che va a compensare la ripresa timida del turismo domestico”. Tanto è vero che lo scorso anno la spesa dei turisti stranieri in Italia è stata pari a 54,2 miliardi di euro, con un aumento del 4,9% rispetto al 2023. Nel primo bimestre è già stata di 5,5 miliardi, in aumento del 6,2% rispetto ai 5,2 miliardi dello stesso periodo del 2024.

Ciò che serve ora, è una spinta in più. “Non si può lavorare in solitaria”, avverte Bocca, ed è necessario “avere i supporti necessari affinché l’offerta possa essere attrattiva fino in fondo”. E sotto questo profilo “siamo ancora carenti in termini di infrastrutture: il turismo vive e si esprime sul territorio. Non si possono fare miracoli se non si è agevolati nella raggiungibilità di una destinazione. Auspico che su questo tema si facciano veloci e risolutivi passi in avanti”.

Turkson ecologista integrale: Grido della Terra è grido dei poveri

Peter Turkson (Ghana), 76 anni – Cancelliere della Pontificia accademia delle Scienze e della Pontificia accademia delle Scienze sociali, il cardinale ghanese originario di Wassaw Nsuta è stato prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. E’ una delle voci più autorevoli del mondo cattolico nell’ambito della giustizia ambientale, con una visione che intreccia rispetto del creato, diritti umani e sviluppo economico sostenibile. Ha elogiato più volte gli attivisti climatici e definito Greta Thunberg “una grande testimone dell’insegnamento della Chiesa sull’ambiente”.

Figlio di madre metodista e padre cattolico, Turkson è entrato in seminario in Ghana, ha proseguito la formazione sacerdotale negli Stati Uniti, al St. Anthony-on-Hudson Seminary, e a Roma nel Pontificio Istituto Biblico. Viene ordinato sacerdote nel 1975. Dopo anni di servizio pastorale, nel 1992 Giovanni Paolo II lo nomina arcivescovo di Cape Coast e lo crea cardinale nel 2003. Dal 2009 al 2017 guida il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Dal 2017 al 2021 è il primo Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, organismo che si occupa di diritti umani, giustizia sociale, ambiente e salute. Il cardinale Turkson è considerato uno dei principali promotori della Laudato si’, l’enciclica ecologica scritta da Papa Francesco nel 2015. Ha lavorato alla sua redazione, proponendo una visione integrale dell’ecologia che collega la crisi ambientale con la povertà e l’ingiustizia sociale. “La crisi ecologica è l’altra faccia della crisi sociale: un grido della terra e un grido dei poveri”, dichiara nel 2015 intervistato da Vatican News.

L’ex prefetto ha sempre sostenuto che la protezione dell’ambiente non può essere separata dalla tutela della dignità umana: “Non possiamo parlare di cambiamento climatico senza parlare di giustizia. I più poveri pagano il prezzo più alto”, spiega sempre nel 2015 in un dialogo a Parigi. Ripetutamente il cardinale ghanese ha richiamato la responsabilità collettiva di fronte al degrado ambientale. Alla Conferenza ‘Our Ocean’, nel 2017, ricorda che “la Terra ci precede e ci è stata data. Non è un bene di consumo da sfruttare, ma un dono da custodire”.

La sua visione di ecologica integrale promuove un approccio che unisce cura della natura, economia sostenibile e solidarietà tra i popoli. “Un’ecologia autentica non si limita a proteggere la natura: è un appello alla conversione dei cuori, dei comportamenti, dei sistemi economici”, ricorda nel 2019 in un’intervista al quotidiano La Croix. Turkson invita a non considerare l’ambiente come a “un tema per pochi specialisti”, ma come una questione urgente che coinvolge ogni essere umano. E si dice convinto che i giovani abbiano un ruolo cruciale nella “conversione ecologica globale”. “La terra ha bisogno delle vostre mani, delle vostre menti e dei vostri cuori. Non aspettate che siano gli altri a cambiare il mondo”, dice aprendo l’edizione virtuale di Economy of Francesco, con duemila giovani economisti e imprenditori under 35 convocati da Papa Francesco ad Assisi.

Czerny il prefetto gesuita che difende i rifugiati climatici

Michael Czerny (Repubblica Ceca), 78 anni – Prefetto del dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, Czerny sottolinea l’urgenza di azioni locali e politiche pubbliche efficaci per affrontare la crisi climatica, evidenziando le conseguenze dello sfruttamento della Terra.

Il cardinale incarna una visione profonda e concreta dell’ecologia integrale, per la quale il rispetto per l’ambiente è inscindibile dal rispetto per ogni persona, specialmente per i più vulnerabili.

Nato nel 1946 in Cecoslovacchia da una famiglia cattolica, Michael Czerny emigra in Canada con la madre e il fratello nel 1948, fuggendo dalle persecuzioni comuniste. Entra nella Compagnia di Gesù a 20 anni. Studia filosofia e teologia in Canada e negli Stati Uniti, fondando il Jesuit Centre for Social Faith and Justice a Toronto, impegnato su questioni sociali come la giustizia ambientale e i diritti umani. A Milano lavora a stretto contatto con il Cardinale Carlo Maria Martini e nel 2010 Papa Benedetto XVI lo chiama a Roma come sottosegretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Dal 2016, è uno dei sottosegretari della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, diretto personalmente da Papa Francesco. E’ Bergoglio a crearlo cardinale, il 5 ottobre 2019.

Czerny vede nella cura del Creato una dimensione essenziale della fede cristiana, strettamente collegata ai temi della giustizia sociale e della dignità dei migranti e dei poveri. “La crisi climatica è una crisi umanitaria. È la terra stessa che geme, ed è l’umanità più vulnerabile che soffre”, denuncia durante una conferenza a Roma nel 2019.

Il prefetto è tra i promotori dell’applicazione concreta della Laudato si’, l’enciclica di Papa Francesco, soprattutto nell’ambito della migrazione climatica. “Quando parliamo di rifugiati climatici, non stiamo parlando del futuro: stiamo parlando di una realtà già presente”, osserva un’intervista ad America Magazine nel 2020. Czerny richiama spesso alla necessità di una conversione ecologica personale e comunitaria, invitando tutti a un cambiamento concreto di stile di vita. “Non basta aggiustare il sistema. Dobbiamo cambiare mentalità, abbandonare l’idea che la natura sia una merce”, esorta durante una tavola rotonda nel 2021.

Czerny integra l’ecologia nella visione della giustizia integrale. Nella presentazione del Documento sul Sinodo per l’Amazzonia, nel 2019, ricorda che l’Amazzonia non è solo una regione geografica: “è un banco di prova per la sopravvivenza del nostro pianeta”. Durante il Sinodo insiste sull’ingiustizia subita per la devastazione dell’ambiente dai popoli indigeni, “i primi custodi del creato”. Il cardinale ceco è molto impegnato nella promozione del Piano d’Azione Laudato si’, che invita parrocchie, scuole, aziende e famiglie a cambiare radicalmente i propri modelli di consumo e produzione. “Non si tratta solo di salvare la natura. Si tratta di salvare la nostra umanità”, scandisce nel 2022 durante una conferenza.