Il guardaroba di Vivienne Westwood va all’asta per il clima e i diritti umani

Il guardaroba personale della stilista britannica Vivienne Westwood sta per essere messo all’asta a Londra, a favore di cause vicine al cuore della ‘regina del punk’. La vendita da Christie’s comprende più di 250 capi e accessori, la maggior parte dei quali sono stati indossati in passerella prima di tornare negli armadi della stilista.

La collezione comprende alcuni dei pezzi più iconici, con corsetti, tartan, abiti di taffetà fluttuanti, tacchi a spillo e T-shirt con messaggi a sfondo politico. La vendita online apre il 14 giugno e durerà fino al 28 giugno, mentre la vendita interna è prevista per il 25 giugno.

Tra gli oggetti messi all’asta ci sono carte da gioco progettate per attirare l’attenzione su questioni come il riscaldamento globale, la disuguaglianza sociale e i diritti umani. Dieci sono state firmate dalla designer, morto nel 2022 all’età di 81 anni, per raccogliere fondi per Greenpeace.

Il ricavato della vendita andrà anche ad associazioni come Amnesty International, Medici senza frontiere e alla fondazione della stilista, che collabora con le Ong per “creare una società migliore e fermare il cambiamento climatico”.

La responsabile del catalogo e coordinatrice della collezione Clementine Swallow spiega che le carte da gioco di Vivienne sono il catalizzatore di un’asta più ampia. Sebbene Vivienne Westwood “sapesse che non sarebbe stata in grado di vedere il progetto”, “voleva che il suo guardaroba personale fosse venduto per sostenere altri enti di beneficenza che erano importanti per lei”, aggiunge.

Il vedovo della stilista, Andreas Kronthaler, 58 anni, è stato molto coinvolto. “Ha assemblato personalmente tutti i lotti in abiti che lei avrebbe indossato”, dice Swallow. “Questi erano gli oggetti che lei aveva scelto, tra le migliaia di cose che aveva disegnato in 40 anni”, spiega, “e li considerava la quintessenza dei suoi disegni”.

La collezione comprende una serie di pezzi chiave che illustrano l’impatto culturale di Vivienne Westwood e l’ampia gamma di influenze che ha avuto nei quattro decenni della sua carriera. Il primo pezzo è un set di gonna e giacca della collezione autunno-inverno 1983, intitolata ‘Witches’, quando la stilista lavorava ancora con il suo primo marito e manager dei Sex Pistols, Malcolm McLaren.

Secondo Swallow, Westwood è stata influenzata dalla storia britannica ma ha dato ai modelli classici un tocco provocatorio, evocando un abito da ballo in taffetà con “fasce nere in stile bondage”. Molti capi presentano motivi politici e slogan che riflettono la sua attenzione per la giustizia sociale.

“Una parte importante dell’identità di Vivienne è l’attivismo”, “è davvero una di quelle stiliste che ha preso i suoi abiti e li ha usati come megafono per esprimere le sue idee e opinioni politiche”, secondo la direttrice del catalogo.

Tra gli altri pezzi scelti, il modello in tartan rosa di Vivienne Westwood e una giacca blu simile a quella indossata da Naomi Campbell quando, nel 1993, cadde in passerella mentre indossava tacchi alti 30 centimetri. Ci sono anche i primi esempi di corsetti elasticizzati della stilista, che sottolineano la sua abitudine di unire comfort e bellezza.

Anche la sostenibilità e la moda etica sono temi chiave. Forse il pezzo più costoso è un abito cucito a mano con intricate perline e pannelli d’oro, creato con artigiani del Kenya.
Tutti i materiali utilizzati per esporre gli articoli sono riciclati o riciclabili, compresi i cartelli di cartone e gli stand di compensato.

“È stata una grande lezione per noi”, dice Clementine Swallow, e dimostra che “è possibile realizzare collezioni che possono essere riciclate”.

Gli oggetti sono valutati tra le 200 e le 7.000 sterline, ma ci si aspetta che vengano venduti a un prezzo molto più alto.

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INFOGRAFICA INTERATTIVA Ambiente, i comportamenti eco-compatibili degli italiani

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, i comportamenti eco-compatibili, ovvero maggiormente rispettosi per l’ambiente, degli italiani. Secondo Istat nel 2023 aumenta la consapevolezza per la sostenibilità e i cittadini “sono sempre più attenti alla conservazione delle risorse naturali”. La quota di quanti fanno abitualmente attenzione a non sprecare energia arriva al 72,8%, mentre il 69,8% presta attenzione a non sprecare l’acqua e il 50% a non adottare mai comportamenti di guida rumorosa al fine di limitare l’inquinamento acustico. Mostra attenzione ai temi della sostenibilità ambientale anche il 35,8% della popolazione che legge le etichette degli ingredienti e il 23,5% che acquista prodotti a chilometro zero.

L’ingegnera energetica Claudia Sheinbaum sarà la prima presidente donna del Messico

L’ex sindaca di Città del Messico, la candidata di sinistra Claudia Sheinbaum, è stata scelta come prima donna presidente nella storia del Messico. Laureata in ingegneria energetica, nata il 24 giugno 1962 a Città del Messico da genitori politicamente impegnati, ha fatto suo lo slogan del presidente uscente, “prima i poveri”, rivolto tra l’altro alle comunità indigene discriminate. Negli anni ’80, Claudia Sheinbaum era una brillante studentessa che combinava un master in ingegneria energetica all’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) con il suo coinvolgimento nel Consiglio degli studenti universitari (CEU) per opporsi alla riforma universitaria.

Claudia Sheinbaum è entrata in politica con l’attuale presidente Andres Manuel Lopez Obrador, che è stato sindaco di Città del Messico tra il 2000 e il 2006. Le ha affidato il portafoglio dell’ambiente, che è di importanza strategica in questa megalopoli di nove milioni di abitanti. La giovane eletta ha contribuito alla costruzione della seconda fase della “circonvallazione” per decongestionare una delle autostrade urbane che attraversano Città del Messico. Sheinbaum ha anche lanciato corsie per gli autobus e piste ciclabili.

Già all’università nel 2006, la scienziata messicana ha contribuito al lavoro del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), che ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 2007. La sua area di competenza? La mitigazione dei cambiamenti climatici.

Fedele al suo mentore Lopez Obrador, la 61enne ha promesso di portare avanti il “salvataggio” della compagnia petrolifera (pubblica) Pemex, che porta con sé un debito di circa 100 miliardi di dollari. E si è impegnata a investire 13,6 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili entro il 2030. “Daremo impulso alla transizione energetica”, ha dichiarato l’ex membro del panel del Gruppo internazionale di esperti climatici (IPCC).

Nasce ‘School of Sustainability’, un nuovo modello educativo che parte dai banchi di scuola

Photo Credit: School of Sustainability

 

La risposta educativa alla questione ambientale della scuola ha un nome e una mission specifica: School of Sustainability, la nuova iniziativa promossa da Bolton Hope Foundation e Future Education Modena che mira a trasformare l’apprendimento partendo dal tema più importante per il futuro dei giovani, l’ambiente e la sostenibilità. In un’Europa sempre più orientata alla transizione ecologica indicata dal Green Deal, School of Sustainability non si propone soltanto come modello didattico innovativo ma offre una cornice per dare alla nuova generazione di studentesse e studenti gli strumenti e le competenze per generare cambiamento.

Lo sviluppo di questa iniziativa avviene a seguito della pubblicazione del nuovo Quadro di competenze per l’educazione alla sostenibilità dell’Unione europea, il “GreenComp”, diventato il punto di riferimento per le traiettorie di lavoro in ambito educativo finalizzate a sviluppare le abilità e le attitudini più importanti per chi trascorrerà la maggior parte della vita all’interno di un mondo che si muove verso la direzione della transizione ecologica. Appropriazione dei valori legati alla sostenibilità ambientale, sviluppo del pensiero critico e sistemico, “capacità di immaginare futuri possibili” (future thinking) e capacità di azione multilivello (dal singolo alla collettività): sono queste le competenze di una educazione all’ambiente moderna ed efficace.

D’altra parte, è indubbio che le sfide ambientali di oggi richiedono competenze elevate, e quindi nuovi cittadini capaci di affrontare la complessità del contesto socio-economico contemporaneo caratterizzato da una sempre maggiore ricerca della sostenibilità all’interno dei contesti domestici, sociali e produttivi. Proprio per questo il sistema educativo deve favorire lo sviluppo di forti capacità analitiche e la propensione a cercare soluzioni: queste competenze sono al centro dell’iniziativa School of Sustainability. Future Education Modena, con il supporto di Bolton Hope Foundation, ha messo a punto un modello educativo innovativo che si poggia su 3 pilastri: il rigore scientifico e metodologico, l’intelligenza collettiva e uno scenario di riflessione basato sulle opportunità di cambiamento e sulla ricerca di soluzioni possibili.

Questo nuovo modello educativo vuole stimolare la scoperta dei principali temi ambientali e al contempo favorire la propensione all’azione da parte delle ragazze e dei ragazzi. Partendo dalla condivisione del sapere scientifico, i giovani possono appropriarsi della tematica affrontata esplorandola all’interno del contesto territoriale della propria scuola e della propria città, interagendo con esso e progettando soluzioni creative ai problemi individuati. Se il tema è la qualità dell’aria, ad esempio, l’azione degli studenti può partire dall’analisi del proprio contesto di vita, esaminando i dati disponibili, intervistando tecnici ed esperti, ragionando collettivamente e sviluppando idee per migliorare la situazione esistente.

Se invece l’argomento da affrontare è il processo di transizione energetica, l’attività può basarsi sulla valutazione dello stato di fatto all’interno dell’edificio scolastico oppure ragionando sulla scala della singola abitazione o del quartiere. Lo studio delle buone pratiche sempre più diffuse nell’ambito delle riqualificazioni energetiche degli edifici e delle comunità energetiche diventa il punto di partenza per proporre soluzioni concrete, sviluppate attraverso incontri mirati e lavori di gruppo, con un output che potrà essere messo a disposizione dei decisori pubblici e privati attivi nel contesto locale. Studentesse e studenti diventano quindi attori protagonisti del processo di transizione ecologica: è nelle sue ambizioni, un cambio di paradigma che finalmente pone al centro della transizione le generazioni più giovani, che possono passare dalla richiesta di risposte alla crisi ambientale alla proposta di soluzioni applicabili per il proprio territorio.

L’iniziativa è rivolta principalmente alle scuole secondarie di I grado. L’approccio pratico e partecipato in modo collettivo consente inoltre di contrastare la climate change anxiety, di sviluppare un senso di responsabilità personale e collettiva verso l’ambiente e la consapevolezza del proprio ruolo per tutelare la salute della società e del pianeta. School of Sustainability coinvolge gli insegnanti in un percorso di formazione che si declina attraverso una delle 4 traiettorie tematiche offerte: per ciascuna, si propone un percorso didattico che parte dalle conoscenze scientifiche necessarie per comprendere l’argomento, fino ad arrivare all’azione progettuale finalizzata al miglioramento del contesto locale in cui le scuole si trovano a vivere. L’iniziativa favorisce così la nascita di una community nazionale di scuole per lo scambio di esperienze, il supporto reciproco e la condivisione dei risultati ottenuti dalle diverse classi.

All’interno di School of Sustainability le comunità (dei docenti e delle scuole partecipanti), diventano il luogo in cui si sviluppano analisi e si generano proposte per trasformare concretamente il rispettivo contesto di vita. I numeri: 4 Track tematiche, traiettorie strategiche relative ai principali temi della transizione ecologica, transizione energetica degli edifici, città verdi e valorizzazione degli ecosistemi urbani, pianificazione e clima locale, per riprogettare gli spazi urbani con interventi naturalistici, miglioramento della qualità dell’aria; 20 Unità Didattiche, per declinare in modo approfondito le basi scientifiche necessarie al processo di transizione; 4 Challenge, sfide progettuali legate alle track tematiche che le scuole utilizzano come traccia per generare impatto: Progetti Attivi sui territori, con una visione di sistema del contesto locale e una modalità partecipativa finalizzata a coinvolgere decisori pubblici e privati, a partire dalle Amministrazioni Pubbliche Locali; 70 classi coinvolte, 60 workshop in presenza in alcuni contesti specifici del territorio nazionale (Piemonte, Emilia-Romagna, Campania e Puglia) per stimolare la discussione nella classe e promuovere l’approccio concreto e positivo alla risoluzione dei problemi ambientali.

Coinvolte le scuole di città e comuni delle province di Bari, Bergamo, Brescia, Caserta, Cuneo, Foggia, Genova, Lecce, Modena, Napoli, Padova, Parma, Reggio Emilia, Torino, Trento; 4 incontri con esperti di settore capaci di condividere esperienze personali e progetti di rilevanza nazionale sui temi affrontati, trasmettere determinazione e passione per ispirare l’azione degli studenti e orientarli nella scelta del loro percorso formativo; 2 modelli di valutazione: dello sviluppo della professionalità dei docenti e della crescita degli studenti in termini di consapevolezza e competenze; 181 insegnanti coinvolti nel processo formativo, nelle unità didattiche complete o nei percorsi brevi, di ispirazione.

L’iniziativa si sviluppa su tutto il territorio nazionale, con libera adesione delle scuole interessate a partecipare. School of Sustainability intende affrontare la sostenibilità in modo interdisciplinare, approcciare i temi partendo dallo studio analitico delle principali questioni ambientali del nostro tempo, arrivando allo svolgimento di attività di gruppo per lo sviluppo di soluzioni per il proprio territorio. All’interno di questo percorso ci si occupa dello studio del contesto locale, dell’analisi del territorio e della specifica problematica, e si arriva allo sviluppo di progetti proposti dagli studenti stessi. Questo approccio favorisce il coinvolgimento di tutti, la condivisione, l’apprendimento e lo sviluppo di un’intelligenza collettiva che stimola un processo di crescita collettiva e individuale. L’altro aspetto determinante è lo sviluppo di competenze specifiche in ambito scientifico, attraverso l’analisi dei dati, lo studio sul campo della situazione esistente, l’adozione di un metodo di lavoro pratico e collettivo.

Sviluppo di competenze e creazione di impatto sociale sono i due obiettivi centrali di School of Sustainability. Da una parte l’iniziativa si propone di coniugare l’acquisizione di conoscenze e competenze connesse alla dimensione della sostenibilità con lo svolgimento di “compiti di realtà” che simulano le attività svolte dai tecnici del settore (adattate in ogni ordine di scuola). Dall’altra si creano sinergie all’interno dei territori favorendo il contatto e la collaborazione tra la scuola e gli enti locali, i decisori privati e la cittadinanza, a vari livelli. Per questo, alla fine del percorso non saranno solo le studentesse e gli studenti ad aver acquisito capacità e a essere cresciuti, ma anche la società stessa.

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Il 19 maggio è l’Overshoot day italiano: esaurite tutte le risorse annuali a disposizione

Se tutta l’umanità consumasse come gli italiani, il 19 maggio 2024 avremmo “esaurito” tutte le risorse naturali del Pianeta e inizieremmo a consumare le risorse “previste” per il 2025. Il 19 maggio è l’Overshoot day italiano, come segnala il Global Footprint Network, che ogni anno misura la domanda di risorse e servizi da parte di una popolazione (in questo caso gli italiani) e l’offerta di risorse e servizi da parte dei loro ecosistemi. Come spiega il Wwf, anche quest’anno per l’Italia il consumo di risorse naturali supera la capacità del nostro Paese di generarne nuove: siamo in deficit ecologico, in altre parole spendiamo più delle risorse che abbiamo e immettiamo in atmosfera più CO2 della capacità che hanno gli ecosistemi di assorbirla. Oggi per soddisfare i consumi annui degli italiani sarebbero necessarie più di 4 Italie. E per il Wwf “è necessario invertire questo trend”.

La data dell’Overshoot day varia a seconda del Paese, e anche di anno in anno, poiché i comportamenti e le politiche di sfruttamento delle risorse naturali non sono uguali per tutti. I dati dimostrano che ogni anno l’Overshoot Day si verifica sempre più precocemente, segnalando l’aumento della pressione sui sistemi naturali del Pianeta. E quest’anno, a livello globale, sarà il 25 luglio. In Italia, spiega il Wwf, “non siamo ai livelli di Qatar e Lussemburgo – che già a febbraio facevano toccare il fondo alle risorse del Pianeta – né di Emirati Arabi, Stati Uniti e Canada (seguiti anche da paesi europei come Danimarca e Belgio) che hanno esaurito le risorse già a marzo”. Siamo comunque molto alti nella classifica dei Paesi che consumano più rapidamente le proprie risorse.

Con 4 ettari globali (gha) pro capite, l’impronta ecologica di ciascuno dei 60 milioni di abitanti dell’Italia è notevolmente superiore alla biocapacità che ha disponibile (pari a 1 gha). L’Italia ha in generale una impronta più bassa della media europea (4,5 gha procapite) e leggermente inferiore a quella di Francia e Germania (rispettivamente 4,3 e 4,5 gha pro capite) ma superiore all’impronta della Spagna (3,9 gha pro capite). L’impronta dell’Italia è determinata principalmente dai trasporti e dal consumo alimentare. Concentrarsi su questi due ambiti legati alle attività quotidiane, dice il Wwf, “offrirebbe quindi le maggiori possibilità di invertire la tendenza e ridurre l’impronta degli italiani”.

“Investire in energie rinnovabili, adottare pratiche di produzione e consumo responsabili e promuovere la conservazione ambientale – dice Eva Alessi, responsabile sostenibilità del Wwf Italia – sono alcune delle vie che possiamo intraprendere per ridurre la nostra impronta ecologica e garantire un futuro sostenibile alla nostra e alle future generazioni. Agire troppo lentamente e lasciare che il cambiamento climatico prenda il sopravvento, distruggerà buona parte delle capacità rigenerative del Pianeta. Serve agire rapidamente, invece, lasciando così all’umanità più opzioni, più biocapacità e una porzione maggiore di risorse naturali”.

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Verso le Europee: modifiche al Green Deal nei programmi elettorali di tutti i partiti Ue

Giusto, sbagliato, ideologico, poco sociale. Il Green Deal è il filo rosso, anzi, verde, di una campagna elettorale europea che fa dell’agenda di sostenibilità della Commissione europea uscente l’oggetto principale di qualunque partito politico. Ppe, Pse, Verdi, Re, Ecr, Sinistra: tutti hanno qualcosa da dire su un insieme di provvedimenti che si vorrebbe riconsiderare. Le elezioni europee di inizio giugno si identificano dunque in un vero e proprio referendum sulla transizione.

PPE: NO A IDEOLOGIA FUORVIANTE. L’ingrediente principale della ricetta economica dei popolari europei (Ppe) è la rimodulazione del Green Deal. Nel suo Manifesto per le elezioni europee 2024, il Ppe pone l’accento sul “bisogno di una politica che non sia offuscata da un’ideologia fuorviante, ma che fondi piuttosto su solide basi motivi di fatto e responsabilità sociale”. In altri termini, “dobbiamo bilanciare i diversi interessi nella nostra economia, società e ambiente, riconoscendo le sfide dell’economia globale, del cambiamento climatico e delle mutevoli realtà demografiche del nostro continente”. Il partito che in questi cinque anni ha sostenuto la Ursula von der Leyen nella veste di presidente della Commissione Ue è lo stesso che fa campagna elettorale contro di lei in versione candidata al secondo mandato.

Il programma economico di quello che sembra essere destinato a confermarsi primo partito nell’Ue prevede politica di tassazione amica delle imprese, tuttavia non specificata. “L’Europa a sostegno delle imprese e fiscalmente equa” potrebbe prendere diverse forme, lasciate al post-voto di inizio giugno. C’è poi la promessa a migliorare e rilanciare il mercato unico europeo, visto che “il rendimento economico dell’Europa dipende dal suo successo”. Centrali nell’impegno del Ppe, la strategia di competitività per l’Europa e il piano di investimenti per lavori di qualità. La prima intende ridare slancio allo spirito imprenditoriale a dodici stelle, la seconda investire nel settore ricerca e sviluppo. Per la prima si intende stabilire un sistema di verifica delle proposte legislative prima della loro presentazione, per la seconda convincere i governi a combinare investimenti pubblico-privati per un importo pari al 4 per cento del Pil. Il vero nodo centrale è però la riorganizzazione del collegio dei commissari, con un commissario specifico per le Pmi e la riduzione della burocrazia.

PSE: POLITICHE SOCIALI INSIEME A QUELLE EOCLOGICHE. I socialisti (Pse) sono chiari e concisi nel loro Manifesto programmatico. “Diciamo no all’austerità”, recita il documento. “Diciamo sì alla protezione dei lavoratori dalle crisi, alla regolamentazione dei mercati finanziari, alla lotta alla speculazione”. Tutto questo si declina nella proposta di un meccanismo permanente europeo di sostegno alla disoccupazione, sulla scia del programma anti-pandemico Sure che i suoi risultati li ha ottenuti. Un impegno che marca il solco con il Ppe di Ursula von der Leyen presidente della Commissione Ue e candidata, che al varo di un simile meccanismo ‘salva posti di lavoro’ ha detto ‘no’ in tempi non sospetti. Il Green Deal non è in discussione, ma l’agenda verde intende essere tinta di rosso allineando le politiche sociali a quelle ecologiche. Il che vuol dire principalmente contrasto alla povertà energetica e al caro-bollette, approvvigionamento ai più vulnerabili, e impegno per la riforma del mercato energetico per garantire la stabilità dei prezzi e l’accessibilità economica.

Infine, i socialisti intendono interpretare il ruolo di contemporaneo Robin Hood tassando i ricchi proteggendo così i meni abbienti per una giustizia fiscale funzionale all’equità sociale. Da programma, “le grandi aziende, i grandi inquinatori e gli ultra-ricchi devono pagare la loro giusta quota in Europa e nel mondo, attraverso tasse efficaci sulle società, sui profitti straordinari, sui capitali, sulle transazioni finanziarie e sugli individui più ricchi”.

RENEW EUROPA PUNTA SUGLI INVESTIMENTI. Quando si parla di economia e agenda economica i liberali europei (Re, Renew Europe) costruiscono la propria campagna elettorale sugli investimenti per rilanciare il motore economico a dodici stelle. “La prossima Commissione deve essere ‘la Commissione degli investimenti”, il passaggio e l’impegno chiave del programma di partito. Vuol dire attenzione a spesa in ricerca, sviluppo, innovazione e formazione del capitale umani, ma vuol dire anche creazione delle giuste condizioni per attrarre investimenti privati. La chiave per una rinnovata competitività passa per attrazione dei talenti e posti di lavoro di qualità.

Guardando al settore primario, i liberali strizzano l’occhiolino agli agricoltori promettendo loro una revisione del Green Deal in senso più a misura di esigenze di operatori del comparto. Tra queste, la riduzione delle accise sui combustibili rinnovabili, come il biogas, e aumentare la soglia ‘de minimis’ per gli aiuti di Stato all’agricoltura. Per il medio-lungo periodo, invece, votare Renew alle prossime elezioni vorrebbe dire avere chi spingerà per fare in modo che la prossima Commissione presenti un’analisi dei costi e dei benefici dei requisiti cumulativi per il settore agricolo dell’UE derivanti dalla legislazione ambientale e sanitaria, oltre a elaborare “un importante piano finanziario” per la transizione verso un sistema agricolo e alimentare sostenibile e competitivo, individuando le lacune di finanziamento e mobilitando i necessari finanziamenti pubblici e privati.

VERDI: PIU’ GREEN BOND EUROPEI. Verde, perché comunque il Green Deal non si tocca. Ma anche rosso, perché i riferimenti di base delle regole comuni di bilancio sono obsolete e vanno cambiate. I Verdi europei presentano ai cittadini-elettori un Manifesto che spinge anche più esplicitamente a sinistra dei socialisti. “Rivedremo i limiti dei Criteri di Maastricht e del Patto di Stabilità e Crescita”, si legge. Un impegno con cui tentare una spallata al Ppe, che su quei criteri ha costruito la riforma del Patto, e al Pse che non ha saputo modificare il tutto. I criteri di Maastricht fissano i limiti di spesa pubblica, che non può eccedere la soglia del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil e la soglia del 60 per cento nel rapporto debito/Pil. La promessa dei Greens è di quelle che possono acchiappare consensi, ma allo stesso tempo di quelle difficili da realizzare, poiché i parametri in questioni sono incardinati nei trattati sul funzionamento dell’Ue, la cui modifica richiede l’unanimità degli Stati membri e un percorso lungo e tortuoso.

I Verdi propongono una nuova governance macroeconomica “che dia priorità agli investimenti di qualità nei beni pubblici e alla transizione verde rispetto all’obsoleto paradigma della crescita ad ogni costo per evitare ulteriori crisi e le loro conseguenze sociali”. Spazio poi alla green-economy. Qui si intende spingere per un Fondo per la transizione verde e sociale equivalente ad almeno l’1 per cento annuo del PIL dell’Ue, finanziato principalmente da prestiti congiunti a livello dell’Unione. Spazio ai Green bond europei, ma pure al completamento dell’unione bancaria. I verdi spingono per il varo di uno schema di garanzia dei depositi, in stallo da anni.

ECR: FOCUS SU POLITICA INDUSTRIALE. I conservatori europei (Ecr) non si nascondono: “Rimaniamo fermi nella nostra convinzione che il motore a combustione interna, testimonianza della potenza della creatività e dell’ingegno europeo, possa rimanere commercialmente sostenibile negli anni a venire adottando tecnologie all’avanguardia e investendo nella ricerca innovativa su carburanti alternativi a basse emissioni”. Un estratto del Manifesto del partito che è una chiara presa di distanza da un Green Deal che si vuole rivedere in nome quanto meno di un determinato settore industriale. Si cerca un patto europeo con l’industria, a cui si promette che l’Ecr “sosterrà la ricerca e l’innovazione tecnologica e proporrà strategie in accordo con le imprese e non contro di esse”.

Più in generale l’obiettivo primario dell’Ecr nella sfera economica è “rivitalizzare la politica industriale” attraverso maggiore centralità alle piccole e medie imprese e più attenzione ai settori tecnologici (intelligenza artificiale) e di telecomunicazioni (reti 5G e 6G). Il tutto attraverso “libertà d’impresa per ogni cittadino, preservando nel contempo l’autonomia fiscale degli Stati membri e la non interferenza nelle questioni relative alla tassazione”. Non da ultimo, il modello nazionale non può non difende il ‘made in’. Recita il Manifesto Ecr: “Vogliamo anche salvaguardare e promuovere la nostra identità unica in un mondo globalizzato preservando e promuovendo abilità e metodi artigianali tradizionali”.

LA SINISTRA PER UN RECOVERY PERMANENTE.  Il programma economico del partito de La Sinistra propone il ricorso al Meccanismo europeo di stabilità (Mes, o Esm) per finanziare la ristrutturazione delle abitazioni e misure di efficienza energetica nel rispetto degli obiettivi del Green Deal, così da scaricare i costi dalle famiglie. A proposito di oneri, ecco la proposta di abolizione del patto di stabilità con il suo rigore, per un nuovo ‘patto di ristrutturazione sociale e ambientale’. Altro punto centrale: il Recovery Fund dovrebbe essere trasformato in meccanismo permanente per stimolare crescita e investimenti.

Nel Manifesto del partito c’è un programma fiscale molto chiaro, e molto a sinistra. Si propone l’introduzione di una ritenuta alla fonte sugli utili di multinazionali e banche, e di riprendere il lavoro per una tassa sulle transazioni finanziarie. Prevista inoltra una doppia azione contemporanea contro i giganti del web e la politica, con la proposta di una ‘tassa cloud’ progressiva sui ricavi delle piattaforme digitali, che copra la spesa delle aziende e dei partiti politici sui social media. Non finisce qui. Perché il programma spinge per una direttiva che un introduca obbligatoriamente un reddito minimo che “copra i bisogni fondamentali per una vita dignitosa” quali cibo, alloggio, energia, previdenza, accesso alla cultura, fondi per le emergenze. Sempre in ambito di politiche del lavoro, si chiede una riduzione delle ore lavorative e l’inclusione degli immigrati “a pari condizioni” salariali e di lavoro. Mentre in materia di spesa, si intende destinare il 7 per cento del Pil per istruzione e un 2 per cento di Pil in cultura.

INFOGRAFICA INTERATTIVA Le Bandiere Blu 2024 regione per regione

Nella mappa INTERATTIVA di GEA, le Bandiere Blu 2024 in Italia. Il riconoscimento internazionale della Fee (Foundation for Environmental Education) si applica sulla base di 32 criteri: quest’anno salgono a 236 le località rivierasche, dieci in più dell’anno scorso. Un riconoscimento che quest’anno, per la 38esimaa edizione, sventolerà su 485 spiagge con “mare eccellente” per 4 anni consecutivi (27 in più rispetto al 2023) che corrispondono a circa l’11,5% di quelle premiate a livello mondiale. Scendono invece da 84 a 81 gli approdi turistici che hanno ottenuto il riconoscimento internazionale assegnato. el dettaglio, 14 sono i nuovi ingressi, 4 i Comuni non confermati. Entrano, fra le 14 novità, Ortona, Porto Sant’Elpidio, Lecce, Taormina e Borgio Verezzi. Escono invece in quattro: Ameglia e Taggia (in Liguria), Margherita di Savoia (Puglia) e Marciana Marina (Toscana).

Domani ‘Roma cura Roma’, Alfonsi: “Lavoro collettivo, così città rifiorisce”

Tutto pronto per la terza edizione di ‘Roma Cura Roma’, il grande evento di cura collettiva di strade, piazze e aree verdi in tutti i municipi della Capitale, che si svolge domani, 11 maggio. L’iniziativa, che vede la partecipazione di una vasta rete di associazioni ambientaliste, di volontariato, sportive, comitati e associazioni di quartiere e singoli cittadini, oltre al contributo delle dieci associazioni co-promotrici Ama, Retake, Wwf, Plastic Free, Fai, Acli, Csv Lazio, Agesci, Masce e Legambiente Lazio, è promossa dall’assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti di Roma Capitale, guidato da Sabrina Alfonsi, che a GEA parla degli obiettivi per la città.

Assessora, con ‘Roma Cura Roma’ metterete insieme buona parte della società civile. Quale sintesi si aspetta da questo confronto?
‘Roma cura Roma’ è giunta alla terza edizione con una grandissima partecipazione che nasce proprio dal nostro lavoro quotidiano. Ogni giorno, noi tessiamo il dialogo con la cittadinanza attiva che si prende cura del nostro verde, dei nostri parchi, della nostra città. Si prende cura di questi beni comuni insieme all’Amministrazione e la sintesi che emerge da questa terza giornata è proprio una cura collettiva, lavorando insieme, prendendoci cura insieme dei beni comuni. Così la città sicuramente rifiorisce.

Come si può coniugare il concetto di sostenibilità e funzionalità in una metropoli come Roma, che comunque è difficile da governare?
La sfida è proprio quella di governare una città, governare Roma, rendendola sostenibile. Perché la città sostenibile è una città che funziona meglio, che offre servizi ecosistemici come quelli forniti dal verde proprio per la mitigazione climatica, per contrastare le isole di calore. Tutto ciò non è in contraddizione con le infrastrutture cittadine, perché anche l’ambiente è parte dell’infrastruttura cittadina. E una città più sostenibile è anche una città più vivibile.

Come si può difendere un patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico come Roma?
Roma ha un immenso capitale ambientale, accanto al capitale culturale e paesaggistico. Questi elementi non sono assolutamente in contrasto gli uni con gli altri, ma interagiscono nel tessuto cittadino. Io credo che uno dei grandi asset della nostra città è proprio la sua vocazione verde e agricola, che dialoga assolutamente con quella culturale, paesaggistica, archeologica. Sono aspetti della stessa città, che vivono insieme e che la caratterizzano profondamente. È un patrimonio immenso che preserviamo, ampliamo e curiamo ogni giorno. Questa è la sfida vera del governo di questa città.

Un ‘Tavolo luminoso’ per progettare città inclusive e sostenibili

Davanti a un tavolo luminoso che riproduce un plastico del quartiere milanese di “Città Studi”, Barbara Piga – ricercatrice al dipartimento di architettura del Politecnico di Milano – sposta con le mani miniature di case e edifici pubblici. Toccando poi sulla mappa elementi riconosciuti da proiettori posizionati sopra il tavolo, simula l’intensità delle ombre a ogni ora del giorno, o la direzione vento, la temperatura rilevata nei diversi angoli della città. Ma soprattutto, riesce a colorare la mappa in base alle emozioni provate dai passanti.

Stress? Euforia? Tranquillità? Malessere? Oppure desiderio di fare sport, o di leggere un libro? Un angolo, uno scorcio, o un edificio possono suscitare una vasta gamma di sensazioni e relazioni affettive. Conoscerle, e misurarle, può aiutare a progettare uno spazio pubblico. O a ripensarlo a misura d’uomo e ambiente.

Sviluppato dal Politecnico di Milano, il “Tavolo Luminoso” (Luminous Planning Table) è stato presentato oggi nell’ateneo lombardo in una nuova implementazione realizzata in collaborazione con l‘Università degli Studi di Milano. Lo strumento – di fatto una piattaforma che colleziona dati e informazioni provenienti da app attivate sul campo – permette a urbanisti e architetti di interagire real time con un ambiente simulato tridimensionale, per contribuire al miglioramento della qualità dell’ambiente urbano e al benessere delle comunità, a partire dai processi collaborativi di progettazione e di valutazione architettonica. L’idea, come spiega Barbara Piga, è “aiutare a mettere tutti gli attori della pianificazione urbana su un piano di dialogo”.

Ma come si raccolgono i dati che raccontano emozioni e stati d’animo delle persone che abitano un luogo? Che si tratti di monitorare la percezione di uno spazio già esistente, oppure di simulare un progetto, si parte dall’esperienza sul campo. Semplificando: i ricercatori invitano un campione rappresentativo di utenti a – semplicemente – passeggiare per lo spazio (può essere per esempio un quartiere, una piazza, un complesso) muniti di tablet. Attraverso un’app specifica, gli utenti possono, in maniera più o meno guidata, inquadrare edifici, alberi o strade, e associarle a un approfondito sondaggio.

“Abbiamo arricchito questo strumento con nuove funzionalità psico-sociali”, spiega Marco Boffi, docente di psicologia sociale e ambientale dell’università degli Studi di Milano, “che permettono di esplorare in tempo reale il legame tra le caratteristiche fisiche dei luoghi e la loro dimensione psicologica, e di approfondire le relazioni affettive che le persone instaurano con l’ambiente e il territorio”. Il software, poi, elaborerà i risultati per restituire un’analisi scientificamente accurata. “Anche perché”, come aggiunge Barbara Piga, “non esiste una singola reazione, ma una molteplicità di percezioni. I dati quindi possono essere filtrati in base alle caratteristiche del campione”.

Questa metodologia è già stata applicata dal team di ricercatori a diversi casi pratici. “Il primo progetto pilota” racconta Barbara Piga, è stato uno studio per il progetto Vitae”, una vigna urbana realizzata dallo studio di Carlo Ratti e Convivio nella zona sud di Milano che comprende uffici e un centro di ricerca. “O ancora – continua – attraverso questo metodo abbiamo validato gli esiti di progetto del rifacimento di un’intera strada di fronte a una scuola pubblica nella municipalità di Sabadell, in Spagna, appena fuori Barcellona. Un evento che ha coinvolto sia il Comune sia gli studenti”.

Autonomia, Costa: “Creerà differenze gigantesche su politiche ambientali. E rischi di infrazioni Ue”

Per le opposizioni il disegno di legge sull’autonomia differenziata aumenterà i divari tra i vari territori dell’Italia. Se il Parlamento è lo specchio della società, di sicuro la frattura è visibile nelle reazioni delle varie forze politiche. Se dalle parti del centrodestra il provvedimento che porta la firma del ministro degli Affari regionali e le autonomie, il leghista Roberto Calderoli, non sembra creare divisioni insormontabili tra FdI, Carroccio, Forza Italia e Noi Moderati, nei partiti del centrosinistra c’è una sostanziale concordia sulla bocciatura. Dal Pd al M5S, ad Alleanza verdi sinistra il coro è unanime nel chiedere che l’esecutivo si fermi, anzi ci ripensi, pensando alle criticità su temi come sanità, fisco e servizi che potrebbero crearsi. Ma ci sono anche altri aspetti poco battuti, ma altrettanto importanti che il vicepresidente della Camera e deputato Cinquestelle, Sergio Costa, ex ministro dell’Ambiente nei governi Conte 1 e 2, approfondisce con GEA.

Presidente Costa, il suo gruppo, il M5S, ha definito l’autonomia differenziata uno ‘spacca-Italia’. Lo sarà anche sulle politiche ambientali?

“Mi concentro avremmo su due elementi. Il primo: se passasse avremmo venti diverse rappresentanze all’estero, tante quante le Regioni. E ognuna con la propria competenza. Le politiche ambientali che si decidono a livello internazionale alle Cop o in sede di Unione europea, che produce eccome elementi ambientali, chi le gestirà più: il governo nazionale dopo una mediazione con i vari governi regionali o direttamente le Regioni? Visto che questa materia non ha bisogno di attendere i Lep, passeranno immediatamente alle Regioni. Dunque, chi si prenderà le responsabilità di negoziare a livello internazionale con le Cop e in Europa? Inoltre, l’ambiente non ha confini amministrativi. Sulla biodiversità, la qualità dell’aria, l’inquinamento, la qualità delle acque ogni Regione avrà la possibilità di stabilire le proprie politiche. Come faccio, dunque, a rendere omologo il territorio nazionale che sto tutelando? Tutto questo produrrà differenze gigantesche”.

Il secondo aspetto?

“Il ddl inciderà sarà la Valutazione di impatto ambientale, che diventerà di competenza regionale, tranne sulle ‘mega opere’, come il Ponte sullo Stretto, per intenderci. Se ogni Regione avrà la propria Via, quale sarà ora il tema di tutela ambientale che sta al centro dell’Italia? Che visione ci sarà della tutela ambientale e come sarà conciliabile tutto questo con l’articolo 9 della Costituzione, che nella scorsa legislatura è stato votato all’unanimità anche dagli attuali partiti della maggioranza?”.

Se ogni Regione avrà la propria politica ambientale, in prospettiva vede problemi con l’Unione europea?

“Corriamo il rischio di incappare in continue procedure di infrazione europee, perché inevitabilmente ci saranno differenziazioni tra regione e regione. Ma l’infrazione sarà nazionale, lo voglio ricordare”.

La transizione ecologica è anche una questione economica. Intravede criticità?

“Quando un’impresa attiva una procedura di investimento, mette in conto anche attività che riguardano la tutela dell’ambiente. Oggi ha regole nazionali che conosce e applica. Ma se passasse il ddl, dall’indomani mattina, le stesse imprese, le stesse attività produttive dovranno gestire la materia in un modo diverso da regione a regione. Il rischio è che queste aziende, presumibilmente, sceglieranno di andare in territori dove avranno lacci meno stretti, quindi tutele minori. Questo non farà altro che aumentare la fragilità ambientale, senza contare il rischio di possibili delocalizzazioni. Ma la legge inciderà anche sulla End of waste, l’economia circolare. Faccio un esempio: Un’azienda che ricicla pneumatici per costruire campi di calcio e calcetto potrebbe ritrovarsi ad avere regole differenti sui componenti da utilizzare se produce, ad esempio, in Lombardia o in Calabria. Ma così come si fa a sviluppare l’economia circolare se non abbiamo una linea produttiva uguale? È una vicenda assurda”.