Addio al ghiacciaio del Ventina: è arretrato di 400 metri negli ultimi 10 anni

Il ghiacciaio del Ventina, in Valmalenco, è sparito. O quasi. Per la prima volta dopo 130 anni, non sarà più misurabile con i metodi tradizionali. “Troppo pericoloso” dicono dai Servizio Glaciologico Lombardo: utilizzare la classica bindella metrica espone a frane e continui crolli, l’unica possibilità sarà ricorrere a nuove metodologie come la fotogrammetria da drone, aereo, o satellite.

Le immagini dei prossimi decenni, comunque, continueranno a testimoniare un tasso di arretramento che non ha precedenti dal 1895 ad oggi, come spiegano a GEA Marco Giardino, vicepresidente Fondazione Glaciologica Italiana e Mattia Gussoni del Servizio Glaciologico Lombardo: il Ventina ha avuto un arretramento di 400 metri negli ultimi dieci anni, oltre 4 campi da calcio messi in fila.

Anche per questo, ha fatto tappa qui la tappa lombarda della Carovana dei ghiacciai, la campagna di Legambiente che osserva l’arco alpino e porta in primo piano il tema dell’instabilità in montagna accentuata dalla crisi climatica.

Il Ventina è uno dei ghiacciai storicamente più monitorati d’Italia. Ma anche uno dei più fragili. La superficie è passata dai 2,10 km2 del 1957 (Catasto CGI) ai 1,87 km2 del Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani nel 2015, fino ai 1,38 km2 del 2022, come segnala il Comitato Glaciologico Italiano. “I dati confermano l’importanza di questo luogo come indicatore della trasformazione dell’ambiente alpino glacializzato”, spiegano Giardino e Gussoni, “il suo monitoraggio offrirà importanti indicazioni per gestire i problemi connessi alla deglaciazione”.

L’arco alpino è sempre più vulnerabile alla crisi climatica. Non solo zero termico in quota e temperature sempre più calde, ma anche eventi meteo estremi che lasciano il segno rendendo ghiacciai e montagne sempre più fragili e instabili. Da inizio anno a luglio, secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, sono 83 gli eventi meteo estremi registrati nelle regioni dell’arco alpino. Piogge intense e alluvioni i fenomeni che si ripetono con più frequenza. La Lombardia con 30 eventi meteo estremi, registrati nei primi sette mesi del 2025, è la regione più colpita, seguita da Veneto e Piemonte.

In Norvegia è operativo Northern Lights: primo “cimitero” commerciale di CO2

Il consorzio internazionale Northern Lights, primo servizio commerciale al mondo per il trasporto e lo stoccaggio di CO2, ha annunciato di aver completato “con successo” la prima iniezione di carbonio nei fondali marini del Mare del Nord. Northern Lights, che riunisce i giganti Equinor, Shell e TotalEnergies, è un progetto commerciale che consiste, dietro pagamento da parte di industriali o produttori di energia, nel trasportare e seppellire il gas carbonico catturato all’uscita dei camini delle fabbriche o delle centrali elettriche in Europa.

“Abbiamo ora iniettato e immagazzinato in tutta sicurezza il primo (volume di) CO2 nel serbatoio”, spiega il direttore della joint venture, Tim Heijn. “Le nostre navi, gli impianti e i pozzi sono ora in funzione”, ha aggiunto.

In concreto, dopo la cattura, la CO2 viene liquefatta, trasportata via nave al terminale di Øygarden, vicino a Bergen (Norvegia occidentale), trasferita in grandi serbatoi e poi iniettata tramite tubature, a 110 chilometri al largo, in un acquifero salino a 2.600 metri sotto il fondo marino. La tecnologia di cattura e stoccaggio della CO2 (CCS secondo l’acronimo inglese) è citata dal gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc) tra le soluzioni per ridurre l’impronta di industrie difficili da decarbonizzare come le cementerie o la siderurgia.

Il primo volume di CO2 iniettato nel giacimento Northern Lights proviene da un cementificio gestito dalla tedesca Heidelberg Materials a Brevik, nel sud-est della Norvegia. La tecnologia CCS rimane tuttavia complessa e costosa, soprattutto rispetto all’acquisto di “permessi di inquinare” sul mercato europeo delle quote di emissione (ETS).

Oltre ai partner di lancio Heidelberg Materials e Hafslund Celsio, il cui impianto di incenerimento dei rifiuti vicino a Oslo dovrebbe iniziare a catturare CO2 a partire dal 2029, Northern Lights ha firmato finora solo tre contratti commerciali in Europa. Questi riguardano un impianto di ammoniaca di Yara nei Paesi Bassi, due centrali a biomassa di Ørsted in Danimarca e una centrale termoelettrica di Stockholm Exergi in Svezia. Finanziato in gran parte dallo Stato norvegese, Northern Lights ha una capacità di stoccaggio annua di 1,5 milioni di tonnellate di CO2, che dovrebbe essere portata a 5 milioni di tonnellate entro la fine del decennio.

“L’avvio delle operazioni di Northern Lights proietta il settore CCS in una nuova fase in Europa. Questa industria sta diventando una realtà, offrendo ai settori in cui la riduzione delle emissioni è più difficile una soluzione credibile e tangibile per ridurre le loro emissioni di CO2”, spiega Arnaud Le Foll, Direttore New Business – Neutralità Carbonica di TotalEnergies.

 

Clima, Onu: Vertigini fino alla morte, proteggere lavoratori dal caldo estremo

L’aumento delle temperature globali ha un impatto sempre più negativo sulla salute e sulla produttività dei lavoratori, avverte l’Onu, che chiede azioni rapide per limitare i rischi.Sono necessarie misure immediate per combattere l’aggravarsi dell’impatto dello stress termico sui lavoratori di tutto il mondo”, affermano l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), due agenzie delle Nazioni Unite che hanno pubblicato un rapporto congiunto su questo tema.

Lo stress da calore, causato in particolare dall’esposizione prolungata al calore, si verifica quando l’organismo non riesce più a raffreddare il corpo, provocando sintomi che vanno da vertigini e mal di testa fino all’insufficienza organica e alla morte. Le raccomandazioni si basano sui dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), secondo cui oltre 2,4 miliardi di lavoratori sono esposti a calore estremo in tutto il mondo, pari al 71% della popolazione attiva mondiale. Di conseguenza, ogni anno si registrano oltre 22,85 milioni di infortuni sul lavoro e quasi 19.000 decessi. La frequenza e l’intensità degli episodi di calore estremo sono aumentate notevolmente, aumentando i rischi per le persone all’aperto e al chiuso, secondo l’OMS e l’OMM. Colpi di calore, disidratazione, disfunzioni renali o disturbi neurologici. Gli effetti sulla salute sono vari e i lavoratori dei settori agricolo, edile e della pesca sono particolarmente esposti, precisano.

Lo stress termico sul lavoro è diventato una sfida sociale globale che non si limita più ai paesi situati vicino all’equatore”, afferma Ko Barrett, vicesegretario generale dell’OMM. Proteggere questi lavoratori “non è solo un imperativo sanitario, ma anche una necessità economica”, aggiunge. Secondo queste agenzie delle Nazioni Unite, la produttività dei lavoratori diminuisce del 2-3% per ogni grado in più oltre i 20 °C. Chiedono l’attuazione di piani d’azione adeguati a ciascun settore e regione. “Senza un’azione coraggiosa e coordinata, lo stress termico diventerà uno dei rischi professionali più devastanti della nostra epoca, causando gravi perdite in termini di vite umane e produttività”, afferma Joaquim Pintado Nunes, capo del servizio per la sicurezza e la salute sul lavoro dell’OIL. “Investire in strategie efficaci di prevenzione e protezione consentirebbe al pianeta di risparmiare diversi miliardi di dollari ogni anno”, ha proseguito in conferenza stampa.

Il rapporto raccomanda di dare priorità ai lavoratori anziani, a quelli che soffrono di malattie croniche o che hanno una condizione fisica meno buona, i più sensibili allo stress termico. Lavoratori, sindacati, esperti sanitari e autorità locali devono collaborare per elaborare misure adeguate, raccomanda il rapporto. L’ultimo rapporto tecnico e le ultime raccomandazioni dell’OMS sullo stress termico sul lavoro risalgono al 1969, “un’epoca in cui il mondo era molto diverso in termini di cambiamenti climatici”, osserva Ruediger Krech, responsabile dell’ambiente e dei cambiamenti climatici presso l’OMS. “Ciò che è cambiato è la gravità” degli episodi di calore, aggiunge, dato che gli ultimi dieci anni sono stati i dieci più caldi mai registrati. “In futuro dovremo affrontare il calore estremo. È una realtà per molti: si tratta di adattarsi o morire”, afferma Johan Stander, direttore dei servizi dell’OMS.

Greenpeace richiama le responsabilità delle aziende dei combustibili fossili nella crisi climatica. “I governi di tutto il mondo non possono più restare a guardare mentre la salute e il reddito dei lavoratori vengono compromessi a causa di una crisi climatica alla quale hanno contribuito in misura minima. Nel frattempo, le compagnie petrolifere e del gas guadagnano miliardi ogni giorno, alimentando il riscaldamento globale con le loro emissioni fuori controllo”, commenta Federico Spadini della campagna Clima di Greenpeace Italia. “Il rapporto ONU elenca molte soluzioni giuste per affrontare questa grave situazione, ma sono i grandi inquinatori, e non le persone comuni, che dovrebbero finanziare le azioni contro la crisi climatica. Per questo chiediamo ai governi di introdurre una tassazione adeguata sui profitti delle aziende dei combustibili fossili”.

La grande ritirata dell’Aletsch, il più grande ghiacciaio delle Alpi: -40 metri all’anno

Vengono i brividi al pensiero che una meraviglia naturale unica come l’Aletsch possa scomparire, nel silenzio più totale, nel giro di pochi decenni. A dichiararlo è Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia, in occasione della presentazione dei primi risultati della ‘Carovana dei ghiacciai 2025‘, campagna che Legambiente ha organizzato in collaborazione con Cipra e con la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana. L’Aletsch è il ghiacciaio più grande delle Alpi, lungo oltre 20 km: le ultime testimonianze degli esperti lo definiscono “in grande sofferenza”, “annerito ai lati e in regressione”, “sempre più fragile e instabile, di anno in anno”. Secondo Glamos, rete di monitoraggio dei ghiacciai svizzeri, dal 2000 al 2023 l’Aletsch è arretrato in media di 40 metri l’anno, perdendo spessore soprattutto nella sua lingua terminale. A questo ritmo, senza sostanziali cambiamenti nel tasso di riscaldamento climatico, nel 2100 la lunghezza del ghiacciaio sarà più che dimezzata rispetto all’attuale, per ridursi a sole placche di ghiaccio alle quote più elevate in caso di incremento del riscaldamento.

Questi straordinari patrimoni della natura, troppo spesso relegati a ‘periferie’ geografiche, proprio nell’Anno internazionale della conservazione dei ghiacciai, dovrebbero diventare il centro simbolico e strategico di una nuova politica europea – rimarca Bonardo -. Le Alpi, i Pirenei, i Carpazi, le Highlands scozzesi, i ghiacciai norvegesi non sono soltanto luoghi da proteggere, ma territori da cui può nascere una nuova governance climatica multilivello, fondata sulla prossimità ai territori, sulla co-produzione delle conoscenze e sull’integrazione delle dimensioni scientifiche, culturali e politiche”. È questo l’appello contenuto nel Manifesto per una “governance dei ghiacciai e delle risorse connesse”, che ‘Carovana dei ghiacciai’ rilancia dall’Aletsch, uno dei simboli “più alti e luminosi di questo mondo fragile e prezioso”. Un messaggio che la campagna di Legambiente-Cipra ha rilanciato martedì con il flash mob organizzato di fronte al villaggio alpino di Blatten, distrutto tre mesi fa dal collasso del ghiacciaio Birch dopo il crollo della sovrastante parete del Kleines Nesthorn. Qui, grazie ai rigorosi monitoraggi avviati negli anni dal servizio cantonale dei rischi naturali, è stato possibile seguire passo dopo passo l’evoluzione dell’area di rischio, ed evacuare il villaggio nove giorni prima del crollo, salvando così per tempo vite umane.

Sull’Aletsch, ad aumentare le preoccupazioni degli scienziati è anche la presenza di morene instabili, fratture aperte e deformazioni attive lungo i versanti soprastanti il ghiacciaio. Pesa in particolare l’accelerazione della crisi climatica, con un aumento delle temperature che si fa sentire anche sulle Alpi svizzere: secondo il Servizio Climatico Federale Svizzero, il riscaldamento medio dall’epoca pre-industriale ha raggiunto i 2,9°C, ossia il doppio della media globale.

“Sull’Aletsch – dichiara Marco Giardino, vicepresidente della Fondazione Glaciologia Italiana e docente di Geografia fisica e Geomorfologia dell’Università di Torino – abbiamo constatato come la salute del ghiacciaio influisca anche sulla stabilità dei versanti. Infatti, la diminuzione progressiva del volume di questo ghiacciaio ha attivato una serie di deformazioni sul versante sinistro della valle: fratture con dimensione crescente verso il basso e con velocità di evoluzione che si è incrementata nel tempo, fino a generare frane di volume crescente, come dimostrano i dati degli ultimi 60 anni raccolti del Politecnico Federale di Zurigo“. Come nel caso di Blatten, conclude Giardino, “solo attraverso uno studio rigoroso delle relazioni fra riscaldamento climatico e instabilità naturali è possibile prevedere l’evoluzione dell’ambiente alpino e pianificare una migliore gestione del patrimonio naturale e del territorio”.

Clima, governo vara nuovo Piano sociale da 9,3 miliardi. Pichetto: “Sosteniamo famiglie e imprese”

Il governo vara un nuovo Piano sociale per il clima sul quale investe 9,3 miliardi di euro. Il documento strategico è pronto, ora il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica lo invierà alla Commissione europea per la validazione finale, prima dell’entrata a regime.

L’obiettivo del testo è “accompagnare la transizione ecologica dell’Italia mettendo al centro le persone”, verga il Mase nella nota in cui annuncia la fine di un lavoro condotto “con il supporto di un Gruppo Tecnico di Lavoro e in stretta sinergia con tutte le amministrazioni coinvolte”. Le intenzioni dell’esecutivo sono quelle di fornire una risposta “alle sfide della transizione climatica, garantendo equità sociale, sostegno alle fragilità, sviluppo territoriale e innovazione”.

Entrando nel dettaglio, il nuovo Piano sociale per il clima si articola in quattro grandi misure, due delle quali riguarderanno il settore dell’edilizia e le altre due la mobilità sostenibile. Di questi oltre 9 miliardi, 3,2 miliardi saranno investiti sia nella riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica in classe F e G sia di quelli di proprietà delle microimprese vulnerabili. Il ritorno atteso dalla misura è di un risparmio complessivo di circa 250 milioni annui: 125 milioni per circa 210mila famiglie vulnerabili e 131 milioni per oltre 80mila microimprese. Altri 1,375 miliardi di euro, poi, sono destinati all’ampliamento del Bonus sociale cosiddetto ‘Gas Plus’, mentre 3,105 miliardi serviranno per sostenere lo sviluppo di servizi di mobilità pubblica e hub di prossimità nelle aree svantaggiate. Infine, 1,74 miliardi sono riservati dedicati alla misura ‘Il mio conto mobilità’, con portafogli digitali per il trasporto pubblico rivolti alle persone in condizione di povertà dei trasporti.

La transizione ecologica non può lasciare indietro nessuno. Con questo Piano lo dimostriamo nei fatti, investendo risorse senza precedenti per aiutare famiglie e imprese a reggere l’impatto dei cambiamenti e cogliere le opportunità di un’Italia più moderna, giusta e sostenibile”, commenta il ministro, Gilberto Pichetto Fratin. Il documento ora sarà trasmesso alla Commissione Ue secondo le scadenze previste – spiega il Mase -, per consentire l’attivazione delle misure nei tempi utili e garantire la piena operatività dal 2026 al 2032. “Questo Piano è frutto di un confronto rigoroso e trasparente con amministrazioni, territori, parti sociali e stakeholder – conclude Pichetto Fratin -. È un tassello fondamentale della strategia italiana per una transizione verde giusta, che tenga insieme crescita economica, tutela ambientale e coesione sociale”.

Non mancano, però, le critiche. Non sulla bontà del piano quanto sulle modalità operative. A lanciare l’allarme è la Uil: “L’annuncio del Mase è certamente un passaggio rilevante, ma non possiamo fare finta che tutto stia andando nel verso giusto“, dice la segretaria confederale della Uil, Vera Buonomo. Spiegando che “se è vero che servono risorse per accompagnare la transizione ecologica, è altrettanto vero che queste non possono essere programmate né spese senza il coinvolgimento pieno delle parti sociali“. Perché “il regolamento europeo che istituisce il Fondo sociale per il Clima prevede esplicitamente la partecipazione di sindacati e organizzazioni sociali nella definizione dei piani nazionali“. Dunque, aggiunge Buonomo, non si tratta di una facoltà ma di un preciso obbligo. Al momento, questo passaggio è mancato ed è un limite grave, che rischia di indebolire il Piano stesso di fronte alla Commissione europea“. Ora la palla passa a Bruxelles.

Alleanza Ue-Cina sul clima: “Dimostriamo insieme leadership per guidare la transizione giusta”

Il verde è il colore delle relazioni tra Unione europea e Cina e le due parti mirano a guidare gli sforzi globali su clima e ambiente in nome di una transizione giusta. Al vertice a Pechino, i leader asiatici ed europei hanno rilasciato – in occasione del 50esimo anniversario dell’instaurazione delle loro relazioni e del decimo anniversario dell’adozione dell’Accordo di Parigi – una dichiarazione congiunta sulla via da seguire. Bruxelles e Pechino riconoscono che “nell’attuale situazione internazionale fluida e turbolenta, è fondamentale che tutti i Paesi, in particolare le principali economie, mantengano la continuità e la stabilità delle politiche e intensifichino gli sforzi per affrontare il cambiamento climatico”.

In questo contesto, “riconoscono che il rafforzamento della cooperazione Cina-Ue in materia di cambiamento climatico influisce sul benessere dei popoli di entrambe le parti ed è di grande e speciale importanza per il sostegno del multilateralismo e il progresso della governance climatica globale” e sottolineano che la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) e l’Accordo di Parigi sono “la pietra angolare della cooperazione internazionale in materia di clima”. Cina e Ue evidenziano che “tutte le parti dovrebbero aderire al principio di responsabilità comuni ma differenziate e rispettive capacità” e attuare l’Unfccc e l’Accordo di Parigi “in modo completo, in buona fede ed efficace”. E mentre gli Stati Uniti d’America abbandonano il tema e l’impegno, Ue e Cina sottolineano che quella verde “è una parte importante” del loro partenariato, tanto che “il verde è il colore caratterizzante della cooperazione Cina-Ue” e “le due parti dispongono di solide basi e di un ampio spazio di cooperazione nel campo della transizione verde”. Dunque, non solo non gettano la spugna, ma Pechino e Bruxelles rilanciano e vogliono “dimostrare insieme la propria leadership per guidare una transizione globale giusta nel contesto dello sviluppo sostenibile e dell’eradicazione della povertà”.

In quest’ottica, nella dichiarazione congiunta spiegano di impegnarsi a “sostenere il ruolo centrale dell’Unfccc e dell’Accordo di Parigi e attuarne pienamente e fedelmente gli obiettivi e i principi”; a “rafforzare le azioni orientate ai risultati e trasformare i rispettivi obiettivi climatici in risultati tangibili attraverso politiche sistematiche e azioni e misure concrete” e a “collaborare con tutte le parti per sostenere il Brasile nell’organizzazione di una 30esima Conferenza delle Parti dell’Unfccc (Cop30) di successo e promuovere risultati ambiziosi, equi, equilibrati e inclusivi della conferenza”.

Pechino e Bruxelles si adopereranno per “accelerare la diffusione globale delle energie rinnovabili e facilitare l’accesso a tecnologie e prodotti verdi di qualità, in modo che siano disponibili, accessibili e vantaggiosi per tutti i Paesi, compresi i paesi in via di sviluppo” e per “rafforzare gli sforzi di adattamento e il supporto, al fine di accelerare un’azione rapida su larga scala e a tutti i livelli, da quello locale a quello globale”. Inoltre, le due parti mirano a “presentare prima della Cop30 i rispettivi Ndc (Contributi Nazionali per il 2035) che coprano tutti i settori economici e tutti i gas serra e siano in linea con l’obiettivo di temperatura a lungo termine dell’Accordo di Parigi” e a “rafforzare la cooperazione bilaterale in settori quali la transizione energetica, l’adattamento, la gestione e il controllo delle emissioni di metano, i mercati del carbonio e le tecnologie verdi e a basse emissioni di carbonio, per guidare insieme i rispettivi processi di transizione verde e a basse emissioni di carbonio”.

Insomma, per quanto la relazione commerciale dell’Unione con il colosso asiatico sia complessa e, come ha commentato il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, “non sostenibile” perché “sempre più unilaterale”, quella in materia ambientale e climatica mira a diventare punto di riferimento globale. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito “eccellente” la cooperazione dell’Ue con la Cina sul clima. “Abbiamo un intenso dialogo su come utilizzare al meglio i nostri sistemi di scambio di quote di emissione, ad esempio. Abbiamo un interesse comune nel promuovere l’economia circolare, per trasformare i rifiuti in un tesoro. E vorremmo anche collaborare con voi per il successo della Cop30 in Brasile. Unire le forze in questa sede manderà un messaggio forte al mondo”, ha affermato nella riunione con il premier cinese, Li Qiang.

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Così le tecnologie cinesi per l’energia pulita salveranno il mondo: -1% CO2 in un solo anno

Chi poteva sospettare, fino a qualche anno fa, che l’impegno sulle rinnovabili in Cina fosse in grado di ridurre le emissioni globali e contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico? Ebbene, forte di una leadership nella produzione di tecnologie per l’energia pulita e di installazioni da record, il Paese del Dragone incide come pochi altri. Si prevede infatti che i pannelli solari, le batterie, i veicoli elettrici e le turbine eoliche esportati dalla Cina nel 2024 ridurranno le emissioni annuali di CO2 nel resto del mondo dell’1%, ovvero di circa 220 milioni di tonnellate (MtCO2). Non solo. Secondo un’analisi del Crea, Centro internazionale per l’Energia e l’aria pulita, pubblicata da Carbon Brief, la produzione cinese di tecnologie per le rinnovabili ha generato circa 110 milioni di tonnellate di CO2, il che significa che le emissioni iniziali “vengono compensate in molto meno di un anno di attività”. Nel corso del ciclo di vita (tra gli 8 e i 25 anni a seconda della tecnologia), i gas serra derivanti dalla produzione saranno compensati di quasi 40 volte, con un risparmio cumulativo di CO2 pari a 4 GtCO2.

Gli analisti del Crea spiegano che la rapida espansione della Cina nella produzione e nelle esportazioni di energia pulita “sta già rimodellando le traiettorie delle emissioni in diverse regioni chiave”. L’impatto delle tecnologie esportate si estende praticamente a tutto il mondo, con esportazioni verso 191 dei 192 stati membri delle Nazioni Unite, nonché investimenti nella produzione e nel finanziamento di progetti in 27 Paesi. Solo nel 2024, le esportazioni di energia pulita dalla Cina, insieme ai suoi investimenti all’estero del 2023 e del 2024, dovrebbero ridurre le emissioni nell’Africa subsahariana di circa il 3% all’anno una volta completate e del 4,5% nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa.

Un business, quello delle tecnologie per l’energia green, da capogiro: l’anno scorso l’export cinese di apparecchiature ha raggiunto un valore complessivo di 177 miliardi di dollari ma soprattutto, per la prima volta, le industrie del settore hanno contribuito per oltre il 10% al Pil nazionale, generando una produzione economica totale stimata di 1,9 trilioni di dollari. Dal 2023, inoltre, le aziende della Repubblica Popolare hanno annunciato progetti di produzione all’estero per un valore di 58 miliardi, nonché accordi di produzione e stoccaggio di energia per altri 24 miliardi. Il valore a valle dei prodotti e dei progetti di energia pulita all’estero che si basano su componenti cinesi è stimato in 720 miliardi di dollari all’anno. Ovvero quattro volte il valore delle materie prime esportate.

Una volta operativi, gli impianti costruiti dal 2024 con tecnologie cinesi eviteranno circa 220 Mt di CO2 all’anno. Questo considerando anche l’impatto delle esportazioni di veicoli elettrici, aumentate del 33% annuale nei primi cinque mesi del 2025. Le esportazioni di pannelli solari sono rimaste invece stabili (e nonostante un forte aumento della domanda interna), ma sono destinate a crescere nei prossimi anni, in linea con le proiezioni sulle installazioni globali. Oltre alle esportazioni dirette di attrezzature, lo studio rileva che gli investimenti in energia pulita all’estero annunciati dalle aziende cinesi nel 2023-24 (a partire dal segmento greenfield, come la costruzione di impianti per la produzione di moduli fotovoltaici) faranno risparmiare altre 90 Mt di emissioni di CO2 all’anno. In termini di tecnologie, le maggiori emissioni evitate derivano dal solare, con -280 MtCO2, seguito da batterie e veicoli elettrici con -50 MtCO2, mentre le esportazioni di turbine eoliche sono relativamente ridotte, consentendo di evitare ulteriori 20 MtCO2.

Mario Tozzi: “Convincere un negazionista? Non gioco a scacchi con i piccioni”

La scuola? “Non è preparata su questi temi”. Convincere un negazionista? “Non gioco a scacchi con i piccioni”. Mario Tozzi, geologo, divulgatore, domenica 20 luglio tornerà sul palco e lo farà insieme al polistrumentista Enzo Favata a Rocca di Sant’Apollinare, a Marsciano, in provincia di Perugia, in occasione di ‘Suoni controvento’ , il festival a impatto zero di musica, teatro, letteratura, gaming e incontri su temi di attualità che coinvolge 24 comuni dell’Umbria, tra borghi e palcoscenici naturali. La manifestazione, giunta alla sua IX edizione, è promossa da Aucma (Associazione umbra della canzone e della musica d’autore).

Tozzi e Favata porteranno in scena ‘Mediterraneo’ , un racconto attraverso il punto di vista della geologia e della musica, tra passato e futuro. Un progetto, dice Tozzi a GEA, nato “dall’idea della capacità di raccontare storie che è quello che fanno i jazzisti e che faccio anche io come divulgatore”. Una passione, la sua, venuta alla luce “grazie a occasioni fortunate, al caso. Raccontare mi è sempre piaciuto, al di là delle lezioni universitarie, a un certo punto ho visto che ciò che dicevo veniva apprezzato anche in contesti differenti, con un pubblico ‘meno adatto’ E da cosa nasce cosa”.

La situazione, racconta il geologo, è a un punto più che critico e “i nodi stanno venendo al pettine”. La crisi climatica “è il problema principale, perché da questa dipendono le altre”, a partire dal dramma della perdita di biodiversità. “E la colpa è nostra – dice – anche se noi non verremo sterminati”. Basti pensare – punta il dito il divulgatore – alla caccia: “C’è un pianeta in cui cui la gente si diverte andando a sparare agli animali”. E, ancora, “all’espansione delle città e delle infrastrutture e poi alla crisi delle risorse che vanno ad assottigliarsi”. Materie prime “che non si riciclano mai al 100% perché qualcosa nel processo si perde”. In sostanza, “stiamo portando il pianeta al suo limite massimo, ma non ne abbiamo un altro, non c’è un piano B”, ammette.

E se è vero che, movimenti come Fridays For Future e Ultima Generazione “hanno portato un grande cambiamento”, tra i più giovani, accendendo la miccia della preoccupazione per il cambiamenti climatico, “il Covid e la repressione delle azioni di protesta” hanno fatto “arenare” questo processo che “non si è più ripreso”, dice Tozzi. “I nuovi decreti rendono impossibile manifestare il dissenso partecipato e non c’è stata alcuna solidarietà da parte del mondo adulto. La spinta la vedo esaurita”. Eppure numerose ricerche confermano che il tema del clima è fondamentale per la Gen Z e le successive. “Servirebbe una scuola preparata su questi temi” per formare davvero le nuove generazioni, spiega il divulgatore a GEA, “ma gli insegnanti e i libri sono inadeguati al ruolo”.

Insomma, “serve una sensibilità degli adulti che non c’è” per educare i più giovani che, invece “devono fare da soli”, spesso utilizzando i social network e imbattendosi nel mondo infinito delle fake news e dei negazionisti. Ma un dialogo con chi rifiuta di vedere il cambiamento climatico è possibile? “Io non voglio parlare con loro – dice Tozzi – perché agiscono e parlano sulla base della convenienza economica, non accettano la scienza che è invece unanime” nel riconoscere il problema e “puntano solo a creare confusione. Si perderebbe del tempo” a cercare di convincere chi “non accetta la verità scientifica”. “Io non gioco a scacchi con i piccioni – chiosa il geologo – perché non sanno le regole”, lasciano escrementi ovunque “e poi se ne vanno impettiti”.

Clima, Pe boccia procedura d’urgenza sul target -90% Co2 al 2040

Il dibattito sull’emendamento alla Legge sul Clima che introduce il target al 2040 di riduzione delle emissioni del 90% sui livelli del 1990 fa serrare i ranghi delle forze politiche di destra e di quelle sinistra, delineando una frattura precisa tra i due blocchi al Parlamento europeo e mandando di nuovo in frantumi la vecchia maggioranza Ursula. Oggi, l‘aula ha bocciato la richiesta di usare la procedura d’urgenza su tale modifica. Una richiesta che era stata avanzata da Verdi, Socialisti (S&d) e liberali di Renew Europe per cercare di portare a casa il risultato il prima possibile, entro la prossima Conferenza delle Parti Onu sui cambiamenti climatici (Cop30) a Belém, in Brasile, a novembre.

A votare contro una procedura che avrebbe velocizzato il processo – attraverso un voto in commissione Ambiente direttamente sugli emendamenti alla proposta della Commissione, senza la presentazione della relazione da parte del relatore dei Patrioti per l’Europa e i seguenti negoziati con i relatori ombra – sono state tutte le forze della destra insieme al Partito popolare europeo. Su scala italiana, in questo caso non ci sono state divisioni tra i due blocchi di maggioranza e opposizioni: contrari Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia; favorevoli, Partito democratico, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi Sinistra. A livello complessivo, sono stati 370 i no, 8 gli astenuti e 300 i sì. Il Ppe ha definito non giustificata la richiesta di una procedura più rapida e ha chiesto più tempo per “esaminare attentamente” la legge. Secondo il primo gruppo dell’Aula, devono essere gli Stati membri a decidere sulla questione, presumibilmente in una riunione dei ministri dell’Ambiente il 18 settembre prossimo. Una data che metterebbe inevitabilmente a rischio il risultato entro la Cop30. Il Ppe ha “unito le forze con l’estrema destra per mettere a repentaglio” la legge sul clima, hanno immediatamente denunciato i deputati verdi. E il liberale Pascal Canfin (Renew Europe) ha evidenziato che “il rifiuto della procedura d’urgenza sulla legge sul clima non garantisce che il Parlamento possa votare a ottobre prima” della Conferenza Onu in Brasile. Intanto, ieri la conferenza dei coordinatori della commissione Ambiente (Envi) ha scelto di affidare il dossier ad un relatore dei Patrioti per l’Europa. Con sgomento di sinistra e verdi.

Ciò a cui stiamo assistendo è un vero e proprio tradimento della fiducia dei cittadini europei, che chiedono un maggiore impegno per il clima. Ieri il Ppe ha consegnato la più importante legislazione climatica nelle mani di negazionisti del cambiamento climatico, e oggi ha votato contro la procedura d’urgenza chiesta dalle forze progressiste per contenere i danni“, hanno commentato oggi le eurodeputate e gli eurodeputati della delegazione italiana dei Verdi, Cristina Guarda, Ignazio Marino, Leoluca Orlando e Benedetta Scuderi. “Con questa decisione, l’Ue rischia di presentarsi alla Cop30 sostanzialmente a mani vuote. In un momento in cui gli Stati Uniti si sono ritirati dagli Accordi di Parigi, stiamo di fatto consegnando la leadership delle negoziazioni sul clima alla Cina”, hanno aggiunto. La proposta di inserire il target del -90% di emissioni al 2040 è nelle linee politiche di questa Commissione europea, la seconda guidata da Ursula von der Leyen. Dopo vari ritardi, l’esecutivo Ue ha presentato la proposta a inizio luglio. Ma per venire incontro ai malumori e alle critiche emerse nei mesi scorsi da alcuni Paesi membri e gruppi politici, ha inserito delle flessibilità nel metodo di calcolo nel tentativo di vincere le resistente degli Stati più restii. L’obiettivo della Commissione è di adottare l’emendamento entro l’appuntamento in Brasile, ma i tempi sembrano estremamente stretti. Certamente, il relatore dei Patrioti – gruppo presieduto dal francese Jordan Bardella (Raggruppamento Nazionale, RN) – non potrà impedire alle altre forze politiche di raggiungere un accordo sul contenuto finale della Legge sul clima. Ma l’estrema destra potrà tentare di ritardare i negoziati e avrà una concreta opportunità di combattere “l’ecologia punitiva”.

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Leone XIV celebra prima messa green e chiede conversione dei negazionisti climatici

Un altare nei giardini delle ville pontificie di Castel Gandolfo. Uno stagno come navata centrale, il cielo come soffitto. E’ il luogo che Leone XIV sceglie per celebrare la prima messa green della Chiesa, con il formulario introdotto il 3 luglio per la Custodia del Creato, tra quelli delle ‘necessità civili’ del Messale Romano.  A ‘vegliare’ sull’altare mobile della sagrestia pontificia la statua della Madonnina del Borgo Laudato si’, visitato dal Papa in occasione del suo primo sopralluogo a Castel Gandolfo. Lui la definisce una “cattedrale naturale“.

Tanti disastri naturali che ancora vediamo nel mondo, quasi tutti i giorni in tanti luoghi, in tanti Paesi, sono in parte causati anche dagli eccessi dell’essere umano, col suo stile di vita”, denuncia il pontefice, che prega per la conversione di “tante persone, dentro e fuori della Chiesa, che ancora non riconoscono l’urgenza di curare la casa comune”.

In ritiro per due settimane di riposo, il Papa arriva a piedi, seguito dal segretario, don Edgar Rimaycuna, monsignor Leonardo Sapienza e dal cardinale Michael Czerny, prefetto dello Sviluppo umano integrale (il dicastero che si occupa delle questioni ambientali), accolto dal cardinale Fabio Baggio e da padre Manuel Dorantes.

E’ una celebrazione in forma privata, assistono soltanto una cinquantina di persone, dipendenti e collaboratori del Borgo Laudato si, voluto da Papa Francesco. Un ‘laboratorio’ nel quale “vivere quell’armonia con il creato che è per noi guarigione e riconciliazione, elaborando modalità nuove ed efficaci di custodire la natura a noi affidata”, spiega. Nell’omelia, pronunciata in parte a braccio, Robert Prevost ricorda che la missione della Chiesa è quella di custodire il creato, di portarvi pace e riconciliazione: “Noi ascoltiamo il grido della terra, noi ascoltiamo il grido dei poveri, perché questo grido è giunto al cuore di Dio. La nostra indignazione – tuona – è la sua indignazione. Il nostro lavoro è il suo lavoro”.