Tra mercato elettrico e pacchetto gas si chiude il semestre di presidenza spagnola dell’Ue

Materie critiche, riforma del mercato elettrico e pacchetto per decarbonizzare il mercato del gas. La Spagna chiuderà il prossimo 31 dicembre il suo semestre di presidenza alla guida dell’Ue dopo aver portato a traguardo oltre 50 accordi politici e anche molti dossier legislativi cruciali per la competitività economica e per la transizione energetica, molti dei quali arrivati sul filo di lana.

Dalla reindustrializzazione alla transizione energetica, dalla giustizia sociale ed economica all’unità dell’Unione sui dossier sul clima. Quattro in tutto le priorità che dallo scorso primo luglio fino al 31 dicembre hanno segnato la presidenza spagnola, alla guida dell’Ue per la quinta volta dopo il 1989, il 1995, il 2002 e il 2010. Oltre 50 gli accordi politici raggiunti, con circa 150 file da completare sotto la prossima presidenza belga che avrà il compito di traghettare le istituzioni di Bruxelles verso le elezioni europee in programma nei ventisette Paesi dal 6 al 9 giugno.

Ultimo, ma non meno importante, lo scorso 14 dicembre la presidenza spagnola del Consiglio ha raggiunto un accordo con l’Europarlamento sulla tanto attesa riforma del mercato elettrico, proposta dalla Commissione europea lo scorso 14 marzo, dopo un’intensa crisi energetica che ha messo alla prova i governi europei fortemente dipendenti dal gas russo. La riforma del mercato elettrico è anche il primo dei tre pilastri del Piano industriale per il Green Deal che ha caratterizzato la sfida della reindustrializzazione della Commissione europea. Madrid ha contribuito a trovare l’intesa anche sulla prima legge sulle materie prime critiche (ovvero il secondo pilastro), mentre progressi sono stati compiuti anche sul terzo pilastro, ovvero il Net-Zero Industry Act, su cui ora sarà la presidenza belga ad avviare il negoziato a tre tra Parlamento e Consiglio (mediato dalla Commissione europea) per cercare di raggiungere un accordo.

Intesa a dicembre, poi, sul pacchetto per decarbonizzare le reti esistenti del gas per introdurre l’idrogeno nel mercato, facilitare l’accesso dei gas rinnovabili (come il biometano, l’idrogeno o il metano sintetico) e a basso contenuto di carbonio (low carbon) e migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento in Ue, proposto dalla Commissione a dicembre 2021. Il pacchetto di decarbonizzazione del mercato del gas è anche l’ancoraggio normativo con cui l’Unione europea intende rendere permanente il meccanismo di acquisti congiunti di gas, introdotto durante la crisi energetica, che diventerà su base volontaria.

Sul fronte ambientale, negli ultimi sei mesi di presidenza Madrid ha contribuito a trovare un accordo sulla revisione della direttiva sulla prestazione energetica degli edifici (Energy Performance of Building Directive), la cosiddetta direttiva case green tanto criticata in Italia e proposta dall’Esecutivo comunitario a dicembre 2021 per alzare gli standard energetici del parco immobiliare dell’Ue, dal momento che gli edifici sono responsabili di circa il 40% del consumo energetico europeo e del 36% delle emissioni di CO2. Accordo anche su uno dei dossier diventati più controversi negli ultimi mesi dell’agenda verde dell’Ue, la proposta di regolamento sul ripristino della natura avanzata dalla Commissione europea a giugno 2022 e al centro di critiche da parte del centrodestra europeo intenzionato a cavalcare l’onda di risentimento degli agricoltori contro i piani verdi di Bruxelles. La prima legge Ue sulla natura è anche uno dei pilastri chiave della Strategia europea per la biodiversità, che allineerà l’Unione europea agli impegni assunti con l’accordo di Kunming-Montreal sulla biodiversità nel 2022.

Spetterà, invece, alla presidenza belga raggiungere un accordo con l’Eurocamera sul nuovo regolamento sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio, su cui gli Stati membri hanno raggiunto un accordo lo scorso 18 dicembre per aprire i negoziati (con il voto contrario dell’Italia). La presidenza belga ha fissato la transizione verde e giusta tra le sei priorità del suo semestre, promettendo che “lavorerà per proteggere meglio i cittadini europei, rafforzare la nostra cooperazione e preparare il nostro futuro condiviso. Si concentrerà su sei aree tematiche e presterà particolare attenzione al mantenimento del nostro fermo sostegno all’Ucraina”.

All’ultimo Consiglio Ue Energia, la ministra belga per la Transizione ecologica, Tinne van der Straeten, si è detta pronta a finalizzare i testi a livello tecnico, ma anche a lavorare sull’agenda strategica della prossima Commissione Europea che si insedierà il prossimo anno. Ha anticipato agli omologhi che in termini di energia, i prossimi sei mesi si concentreranno sulla “finalizzazione dell’agenda legislativa in corso”, sulla promozione delle infrastrutture energetiche sostenibili, sul fornire a tutti energia rinnovabile offshore. Focus in particolare sull’idrogeno e il commercio internazionale, inquadrandosi bene nei piani della Commissione europea di lanciare nel 2024 una seconda asta attraverso la Banca europea dell’idrogeno. Alla presidenza belga alla guida dell’Ue spetterà anche il compito di portare avanti le discussioni tra gli Stati membri sul target climatico intermedio al 2040, una volta che la proposta di Bruxelles sarà sul tavolo (per ora è in programma il 6 febbraio).

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Alluvione

Dall’Emilia-Romagna alla Toscana, in Italia 378 eventi estremi nel 2023 (+22%) e 31 vittime

I fenomeni meteo che hanno devastato l’Italia nel 2023 sono stati estremi, causati principalmente dalla crisi del clima. Chicchi di grandine in grado di spaccare le fusoliere degli aerei durante l’estate, siccità invernali, alluvioni, trombe d’aria, temperature estreme e incendi sempre più frequenti.

Il 2023 è stato un anno da bollino rosso per il clima, segnato da un trend in continua crescita degli eventi meteorologici estremi. Ne sa qualcosa l’Italia dove quest’anno gli eventi estremi sono saliti a quota 378, segnando +22% rispetto al 2022, con danni miliardari ai territori e la morte di 31 persone. Il nord Italia, con 210 eventi meteorologici estremi, si conferma l’area più colpita della Penisola, seguita dal centro (98) e dal sud (70).  In aumento soprattutto alluvioni ed esondazioni fluviali (+170% rispetto al 2022), le temperature record registrate nelle aree urbane (+150% rispetto ai casi del 2022)le frane da piogge intense (+64%); e poi le mareggiate (+44%), i danni da grandinate (+34,5%), e gli allagamenti (+12,4%). Eventi che hanno segnato un 2023 che ha visto anche l’alta quota in forte sofferenza con lo zero termico che ha raggiunto quota 5.328 metri sulle Alpi e con i ghiacciai in ritirata.

A fare il bilancio di fine anno è l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, realizzato insieme al Gruppo Unipol, che traccia un quadro complessivo di quanto accaduto in Italia in un 2023 in cui la crisi climatica ha accelerato il passo. Nello specifico nella Penisola si sono verificati 118 casi di allagamenti da piogge intense, 82 casi di danni da trombe d’aria e raffiche di vento, 39 di danni da grandinate, 35 esondazioni fluviali che hanno causato danni, 26 danni da mareggiate, 21 danni da siccità prolungata, 20 casi di temperature estreme in città, 18 casi di frane causate da piogge intense, 16 eventi con danni alle infrastrutture e 3 eventi con impatti sul patrimonio storico. Tra le città più colpite: Roma, Milano, Fiumicino, Palermo e Prato. A livello regionale, Lombardia ed Emilia-Romagna risultano nel 2023 le regioni più in sofferenza con, rispettivamente, 62 e 59 eventi che hanno provocato danni, seguite da Toscana con 44, e da Lazio (30), Piemonte (27), Veneto (24) e Sicilia (21). C’è da sottolineare che solo nel mese di luglio la Lombardia è stata colpita da ben 28 eventi, due le vittime. Tra le province più colpite svetta al primo posto Roma con 25 eventi meteo estremi, seguita da Ravenna con 19, Milano con 17, Varese 12, Bologna e Torino 10.

Un quadro preoccupante quello tracciato dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente a cui si aggiunge il fatto che l’Italia è ancora senza un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti climatici. “Un paradosso tutto italiano – dice Legambiente – che dimostra quanto l’Italia sia indietro nella lotta alla crisi climatica e nell’adottare politiche climatiche più ambiziose”.

Per l’associazione ambientalista “il Paese continua a rincorrere le emergenze senza una chiara strategia. Serve una road map climatica nazionale non più rimandabile, fondata su tre pilastri: il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici da approvare senza più ulteriori ritardi, stanziando adeguate risorse economiche (ad oggi assenti) per attuare il Piano; una legge contro il consumo di suolo, che ancora manca all’appello dopo oltre 11 anni dall’inizio del primo iter legislativo, e per la rigenerazione urbana, snellendo le procedure per abbattimenti e ricostruzioni;   superare la logica dell’emergenza agendo invece sulla prevenzione, che permetterebbe di risparmiare il 75% delle risorse spese per riparare i danni”.  

“Gli eventi meteo estremi – dichiara Stefano Ciafani presidente nazionale di Legambiente stanno aumentando con sempre maggiore frequenza e intensità e a pagarne lo scotto sono i territori e i cittadini. Il Governo Meloni approvi subito il Piano nazionale di adattamento al clima, stanziando anche le relative risorse economiche, che invece continuiamo a spendere per intervenire dopo i disastri, come dimostrano gli 11 miliardi di euro solo per i danni delle due alluvioni in Emilia-Romagna e Toscana. Il rischio è che l’Italia, senza il Piano e gli adeguati stanziamenti per la prevenzione, assenti anche nella Legge di bilancio in via di approvazione, continui a rincorrere le emergenze. Il Governo dovrebbe invece impegnarsi molto di più, puntando su prevenzione, politiche di adattamento al clima, campagne di sensibilizzazione sulla convivenza con il rischio, per far diventare il nostro paese dal più esposto al centro del mar Mediterraneo a un esempio per gli altri”.  

 

Ursula von der Leyen

Clima, il 6 febbraio la proposta Ue sul target intermedio al 2040

Sei febbraio. La comunicazione della Commissione europea sul nuovo obiettivo climatico intermedio al 2040 sarà discussa e adottata dal collegio a guida von der Leyen proprio in questa data a Strasburgo, secondo l’ultimo ordine del giorno della riunione del collegio dei commissari (sempre suscettibile a cambiamenti dell’ultima ora).

La Legge Ue per il clima (adottata a Bruxelles nel 2021) impegna tra le altre cose l’Unione europea a stabilire un nuovo obiettivo intermedio per il 2040 e un bilancio indicativo previsto per i gas a effetto serra dell’Unione per il periodo 2030-2050, ovvero quante emissioni nette di gas serra possono essere emesse in quell’arco temporale senza mettere a rischio gli impegni dell’Unione.
La legge sul clima ha fissato il target di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Il 2040 è il secondo target intermedio prima di arrivare alla neutralità carbonica nel 2050. Dopo il 2050 si considerano emissioni negative: cioè non potranno più essercene di nuove, ma rimarranno quelle esistenti. La tempistica delle discussioni per il 2040 è strettamente legata al ciclo di ambizione quinquennale dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015, che fissa l’impegno a limitare l’aumento della temperatura entro 1,5°C. Si prevede che tutte le parti dell’accordo inizieranno a pensare al prossimo obiettivo quest’anno per poi comunicarlo prima della Cop29 (29esima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che si terrà il prossimo anno a Baku, in Azerbaijan.

I consulenti scientifici dell’Ue hanno suggerito una riduzione delle emissioni del 90% (rispetto ai livelli del 1990) entro il 2040, pubblicando uno studio con raccomandazioni sulla fattibilità tecnologica, limiti e rischi ambientali, cooperazione internazionale. Il commissario Ue per azione per il clima, Wopke Hoekstra, ha promesso che la Commissione preparerà una valutazione d’impatto approfondita e analizzerà diversi scenari, costi e benefici, impegnandosi a lavorare in linea con i suggerimenti del comitato consultivo e dunque ha sostenuto personalmente l’obiettivo del 90% entro il 2040, anche se la decisione dovrà essere collegiale (di tutta la Commissione europea).

In attesa della proposta da parte della Commissione europea, i ministri Ue dell’Ambiente hanno avuto questa settimana a Bruxelles un primo confronto sull’argomento pranzo informale sul tema con Ottmar Edenhofer, presidente della Comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici. E anche l’Italia sembra possibilista sul target. Per l’Italia si tratta di “un obiettivo ambizioso, ma che dobbiamo perseguire. E’ legato allo sviluppo delle tecnologie e in linea con la riduzione del 55% al 2030, pertanto l’Italia deve fare di tutto per riuscirci e può riuscirci”, ha dichiarato il ministro per l’Ambiente e la sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, in un punto a Bruxelles.

Il target climatico è tra le ultime grandi proposte che la Commissione europea ormai alla fine della legislatura si troverà ad avanzare. Anche dopo la comunicazione di febbraio, l’iter sarà appena avviato e spetterà alla prossima Commissione europea raggiungere un accordo politico con Parlamento e Consiglio Ue.

DNA polpi antartici rivela: calotta polare si scioglie più velocemente del previsto

Il Dna dei polpi antartici rivela che la calotta polare potrebbe sciogliersi più velocemente di quanto si pensi. Per studiare i cambiamenti passati della calotta antartica, gli scienziati hanno esaminato i geni di un polpo che vive in queste acque polari, scoprendo che una parte di questo gigantesco ghiacciaio potrebbe sciogliersi più velocemente del previsto. Uno studio pubblicato sulla rivista Science rivela che le attuali popolazioni isolate di polpo di Turquet, che vivono nelle profondità dell’Antartide, si sono accoppiate liberamente 125.000 anni fa, il che implica che la parte occidentale del continente fosse allora libera dai ghiacci. La scoperta suggerisce che questa parte della calotta glaciale, nota come West Antarctic Ice Sheet, potrebbe sciogliersi molto più velocemente del previsto.

La minaccia è che il livello del mare possa aumentare di oltre 3 metri se il mondo non riuscirà a raggiungere l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi di non superare 1,5°C di riscaldamento globale. Un tale innalzamento del livello del mare trasformerebbe notevolmente la geografia mondiale, sommergendo isole e territori costieri. Sally Lau, biologa evoluzionista della James Cook University e autrice principale dello studio, ha dichiarato all’AFP che il polpo di Turquet era un candidato ideale per lo studio della calotta glaciale dell’Antartide occidentale, in particolare per la sua presenza in tutto il continente di ghiaccio, e che di questo invertebrato si conoscono già informazioni di base, come la sua aspettativa di vita e il fatto che esiste da circa quattro milioni di anni.

Lungo circa 15 cm senza tentacoli e con un peso di circa 600 grammi, deposita grandi uova in piccole quantità sul fondale marino. Questo significa che i polpi devono assicurarsi che la loro prole si schiuda, costringendoli a uno stile di vita che impedisce loro di allontanarsi troppo. La loro libertà di movimento è inoltre limitata dalle correnti oceaniche. Sally Lau e il suo team hanno sequenziato il Dna di 96 campioni, di solito raccolti inavvertitamente dai pescatori e poi lasciati negli archivi dei musei. La loro ricerca dimostra che un tempo esistevano passaggi marini che collegavano i mari di Amundsen, Ross e Weddell. La miscela genetica trovata nei campioni indica che la calotta glaciale dell’Antartide occidentale si è sciolta due volte. In primo luogo, a metà del Pliocene, circa 3-3,5 milioni di anni fa, uno scioglimento che gli scienziati erano già certi esistesse. Poi durante un’epoca di riscaldamento, durante l’ultimo periodo interglaciale, da 116.000 a 129.000 anni fa.

Questo è stato l’ultimo periodo in cui il pianeta è stato più caldo di circa 1,5°C rispetto ai livelli della rivoluzione preindustriale“, spiega Sally Lau. L’attività umana, principalmente la combustione di combustibili fossili, ha finora aumentato le temperature globali di 1,2°C rispetto a quelle della fine del XVIII secolo. Diversi studi precedenti a quello pubblicato giovedì su Science avevano già suggerito che la calotta antartica occidentale si fosse sciolta in passato, ma le loro conclusioni erano tutt’altro che definitive a causa della mancanza di dati geologici o genetici precisi. “Questo studio fornisce la prova empirica che la calotta glaciale dell’Antartide occidentale è collassata quando la temperatura media globale era simile a quella attuale, suggerendo che il punto di svolta per un futuro collasso della calotta glaciale dell’Antartide occidentale è vicino“, scrivono gli autori.

Gli autori di un articolo di accompagnamento alla pubblicazione su Science, Andrea Dutton dell’Università del Wisconsin-Madison e Robert DeConto dell’Università del Massachusetts ad Amherst, negli Stati Uniti, hanno definito lo studio “pionieristico“, aggiungendo che pone domande intriganti sulla possibilità che la storia si ripeta. Tuttavia, essi sottolineano che rimangono aperte diverse domande, tra cui se i precedenti crolli della calotta glaciale siano stati causati solo dall’aumento delle temperature o se altre variabili, come il cambiamento delle correnti oceaniche e le complesse relazioni ghiaccio-terra, siano state fattori di questi scioglimenti. Inoltre, non è chiaro se l’innalzamento del livello del mare avverrà nell’arco di diversi millenni o con balzi più rapidi. Tuttavia, queste incertezze non sono una scusa per l’inazione contro il riscaldamento globale, sostengono Andrea Dutton e Robert DeConto, e “questa nuova prova del Dna del polpo aggiunge un altro elemento a un castello di carte già traballante“.

Caldo record

INFOGRAFICA INTERATTIVA Clima, il costante surriscaldamento dell’aria

Nell’infografica interattiva di GEA, su dati Copernicus, si può vedere come la temperatura media dell’aria sulla Terra sia aumentata costantemente nel corso degli anni, dal 1940, quando era 15,57 °C al 2023 (16,77 °C). Passando con il cursore su ogni barra è possibile scoprire la temperatura relativa all’anno.
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Rapporto Eco Media: clima e alluvioni fra i temi ambientali più presenti sui media

Un milione di articoli in un anno su ambiente e sviluppo sostenibile da parte dei media italiani. E’ il numero che emerge dal Rapporto Eco Media 2023, presentato durante il 10° Forum ‘L’informazione ambientale in Italia, verso il Green New Deal’, promosso da Pentapolis Institute ETS ed Eco in Città, con il sostegno del Parlamento Europeo – Rappresentanza in Italia, insieme all’Ordine nazionale dei Giornalisti e alla Fieg – Federazione italiana editori giornali, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e con l’Adesione del Presidente della Repubblica. Tra le tematiche analizzate, emerge la predominanza del cluster ‘crisi’ che indica – in maniera più ampia – i temi del cambiamento climatico e della crisi ambientale. Raggiunge un picco di citazioni – per quanto concerne il 2022 – a novembre, mentre si segnala maggio 2023 come il più alto picco dell’anno (oltre 150.000 citazioni). A seguire, troviamo tra le tematiche più trattate energia, economia, biodiversità, risorse, istituzioni e società. Il tema trasporti è invece quello che riscuote in assoluto minor successo mediatico, non soltanto considerando tutti i palinsesti, ma anche all’interno dei palinsesti singoli. Dal report emerge inoltre che è meno presente il tema delle energie rinnovabili e, quando si tratta di energia, i media si concentrino prevalentemente su quelle che possono essere definite ‘risorse’ – come idrogeno e gas – o sulle infrastrutture come, per esempio, i rigassificatori.

A mostrare un interesse maggiore è il web (67% delle citazioni totali), seguito dalla stampa (20%). Il palinsesto televisivo con il 9% delle trasmissioni, prevale su quello radiofonico (4%). La parola che compare più di frequente è ‘alluvioni’. Il dato non stupisce, considerando che il 2023, soprattutto nei primi 6 mesi, le ha viste purtroppo protagoniste dei fatti di cronaca, in particolare a maggio per quanto accaduto in Emilia-Romagna. La fonte stampa più prolifica è Avvenire. Per il web, troviamo come quotidiani principali ilrestodelcarlino.it, repubblica.it, lastampa.it e lanazione.it. Seguono all’interno della classifica delle 20 fonti top, LiberoQuotidiano.it, ilsecoloxix.it, Affari Italiani e ilgazzettino.it. Per la tv, dedicano un maggior numero di trasmissioni al cluster ‘crisi’, RaiNews, Sky Tg24, Rai3, Tgcom24, La7 e Telenorba. Per le radio Radio24, Radio1, Giornale Radio, Radio Radicale e Radio Popolare.

Il monitoraggio, redatto da Volocom, con il supporto scientifico di Green Factor, si è svolto dal 1° ottobre 2022 al 30 settembre 2023 sui palinsesti stampa, web, tv e radio; i dati sono stati estrapolati da un flusso alimentato da oltre 4 milioni di notizie al giorno e composto da oltre 200mila fonti complessive. Si è utilizzato il solo palinsesto di fonti italiane, nello specifico: stampa: 440; web: 12.088; radio: 121; tv: 121.

Il percorso italiano sul doppio binario del Green New Deal e dell’Agenda 2030 è ancora un po’ in ritardo, nonostante segnali incoraggianti. Sono necessarie strategie condivise, politiche integrate, azioni concrete e un’informazione all’altezza del compito – afferma il direttore Massimiliano Pontillo, presidente di Pentapolis Group –. È importante sottolineare un crescente impegno della società civile, delle imprese e da qualche tempo del mondo della finanza; la nostra società, anche grazie al recente dinamismo dei giovani, ha ormai preso coscienza dei problemi che abbiamo di fronte e domanda interventi urgenti, che operino una giusta transizione ecologica: in questo scenario, i media hanno un ruolo molto importante, decisivo, di formazione e accelerazione nel centrare i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile“.

Cop28, Pichetto chiede uno sforzo per risultati ambiziosi. Le opposizioni attaccano

L’Italia chiede alla Cop28soluzioni costruttive che non siano ostaggio di posizioni estreme e ideologiche”. Mentre i negoziati sul documento finale è ancora work in progress, il nostro Paese, assieme ai partner europei e internazionali, spinge “perché prevalga un approccio concreto e pragmatico che consenta di giungere a una soluzione condivisa sull’obiettivo della decarbonizzazione, che tenga conto a livello globale delle esigenze legate alla sicurezza energetica e alla sostenibilità economica e sociale“, trapela da fonti del Mase.

A capo della delegazione italiana ci sono il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, con il suo vice ministro, Vannia Gava. “Si può e si deve fare di più. Stiamo lavorando con i partner europei per migliorare la proposta della Presidenza emiratina”, dice il responsabile del dicastero di via Cristoforo Colombo al termine della riunione di coordinamento dei ministri dell’Unione europea. Sottolineando, però, che rispetto alla bozza circolata a Dubai “serve uno sforzo ulteriore per un testo più ambizioso”.

L’obiettivo italiano è, infatti, quello di far prevalere un approccio concreto e pragmatico che consenta di giungere a una soluzione condivisa sull’obiettivo della decarbonizzazione, che tenga conto a livello globale delle esigenze legate alla sicurezza energetica e alla sostenibilità economica e sociale. Mentre negli Emirati Arabi si continua a lavorare su un compromesso, non mancano le reazioni nel dibattito politico italiano. Soprattutto dopo le notizie circolate sul documento finale, che non menziona l’uscita dalle fonti fossili. “E’ la vittoria dei petrolieri che, con oltre 2500 lobbisti, hanno invaso la conferenza sul clima, ma principalmente è la vittoria di Putin, che pur non avendo partecipato alla Cop28, il 6 dicembre si è recato ad Abu Dhabi e Riad per concordare con i sauditi il fallimento della conferenza“, commenta Angelo Bonelli (Europa Verde). Che poi accusa: “In questo contesto è imbarazzante la posizione dell’Italia: a parole si dice allineata con la Ue, ma nella pratica ha dimostrato di sostenere le posizioni dei paesi produttori di petrolio”. Dal M5S è il vicepresidente della Camera, Sergio Costa, ad augurarsi che il nostro Paese “non si discosti dall’ambizione europea, e non remi contro. Non possono esserci compromessi – ribadisce l’ex ministro dell’Ambiente – quando è in gioco il futuro dell’umanità. Il Pianeta senza i Sapiens sopravvive, ma il genere umano senza il Pianeta no“. Negativa anche la reazione delle associazioni, come il Wwf: “La nuova bozza di testo è deludente e molto meno ambiziosa di quelle precedenti, se passasse com’è sarebbe un disastro, un fallimento per i Governi chiamati ad affrontare, finalmente, la causa della crisi climatica, i combustibili fossili“, dice la Responsabile Clima ed Energia, Mariagrazia Midulla. Che avvisa: “Nessuno pensi di tornare a casa con un testo del genere, bisogna fare gli straordinari. Anche per la presidenza sarebbe uno smacco, visto che cercava risultati ambiziosi“.

Guerre, crisi climatica e collasso economico. Onu: “Servono 46 miliardi di aiuti”

Conflitti, emergenze climatiche, collasso economico… le prospettive per il 2024 sono “desolanti” e servono 46,4 miliardi di dollari per aiutare 180,5 milioni di persone nel mondo. Senza fondi sufficienti, “le persone pagheranno con la vita”, è l’avvertimento lanciato dall’Onu. Mentre i riflettori sono attualmente puntati sulla guerra nella Striscia di Gaza, le Nazioni Unite sottolineano che anche il Medio Oriente, il Sudan e l’Afghanistan sono stati oggetto di importanti operazioni di aiuto internazionale. Tuttavia, la portata dell’appello annuale e il numero di beneficiari che l’Onu cerca di aiutare sono stati rivisti al ribasso rispetto al 2023, a causa del calo delle donazioni.
“Gli aiuti umanitari salvano vite umane, combattono la fame, proteggono i bambini, scongiurano le epidemie e forniscono riparo e servizi igienici nelle situazioni più disumane”, ha dichiarato il capo degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite Martin Griffiths in un comunicato. “Ma il necessario sostegno della comunità internazionale non è commisurato ai bisogni”, ha aggiunto

Le Nazioni Unite avevano lanciato un appello per il 2023 per 56,7 miliardi di dollari, ma ne hanno ricevuto solo il 35%, il peggior deficit di fondi da anni. Le agenzie dell’Onu hanno fornito assistenza e protezione a 128 milioni di persone.

Il 2023 è destinato a diventare il primo anno dal 2010 in cui le donazioni per gli aiuti umanitari sono diminuite rispetto all’anno precedente. Per il 2024, l’Onu ha quindi deciso di ridimensionare l’appello alle donazioni, scegliendo di concentrarsi sui bisogni più urgenti.

Griffiths ha riconosciuto che la somma richiesta è ancora “enorme” e che probabilmente sarà difficile da raccogliere, dato che molti Paesi donatori stanno attraversando difficoltà economiche. Ma “senza finanziamenti adeguati, non saremo in grado di fornire un’assistenza vitale. E se non riusciremo a fornirla, le persone pagheranno con le loro vite”. L’appello alle donazioni è volto a finanziare le operazioni in 72 Paesi: 26 in crisi e 46 limitrofi che ne subiscono le ripercussioni, come l’afflusso di rifugiati.
La priorità assoluta è la Siria (4,4 miliardi di dollari), seguita da Ucraina (3,1 miliardi), Afghanistan (3 miliardi), Etiopia (2,9 miliardi) e Yemen (2,8 miliardi). Il Medio Oriente e il Nord Africa (13,9 miliardi) sono la prima area geografica a cui si rivolge l’appello.

Griffiths ha anche richiamato l’attenzione sulle necessità della Birmania, dell’Ucraina, che sta attraversando un “inverno disperato” con la prospettiva di un’intensificazione della guerra, e del Sudan, che, a suo avviso, non riceve l’attenzione che merita dalle capitali occidentali.

Per quanto riguarda il Venezuela, il funzionario delle Nazioni Unite ha detto di sperare che il dialogo politico permetta di sbloccare i beni congelati e che sia un “ottimo esempio che porta a ricompense sociali”. Per l’Afghanistan, ha ritenuto che se si potessero effettuare investimenti economici senza perdere di vista i diritti umani, la comunità internazionale potrebbe evitare una potenziale carestia a costi inferiori.

Anche le esigenze legate agli effetti del cambiamento climatico sono sempre più importanti. “Non c’è dubbio che il clima sia in competizione con i conflitti come motore dei bisogni”, ha spiegato. “Il clima sta muovendo più bambini oggi che le guerre. Non era mai stato così in passato”.

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Europarlamento

Cop28, Creecy (Sudafrica): “Circostanze nazionali chiave per accordo sui fossili”

Alla COP28, qualsiasi impegno per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili dovrà riconoscere “le differenze nelle circostanze nazionali“, spiega all’AFP la ministra sudafricana dell’Ambiente Barbara Creecy, nominata dalla presidenza degli Emirati Arabi Uniti per svolgere un importante ruolo di intermediario nei negoziati.

In che modo il Sudafrica è interessato dalla crisi climatica?

“Il continente africano si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale. Nel nostro Paese il clima è già più caldo di 2,2 gradi in media e stiamo vivendo fenomeni meteorologici estremi come inondazioni, siccità, incendi, tempeste e innalzamento del livello del mare. Siamo determinati a dare il miglior contributo possibile alla riduzione delle emissioni di gas serra, tenendo conto delle circostanze nazionali. Ma chiediamo anche alla comunità internazionale, e in particolare ai Paesi sviluppati, di aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi di riduzione delle emissioni e a costruire la nostra resilienza ai cambiamenti climatici”.

Quali sono le sfide che il Sudafrica deve affrontare per il successo della sua transizione energetica?

“Il Sudafrica sta attualmente affrontando l’insicurezza energetica e la carenza di energia. Dipendiamo per il 90% dalla produzione di energia elettrica a carbone e, a causa delle scarse prestazioni di queste centrali, è molto difficile rispettare il calendario per il loro smantellamento. Ciononostante, rimaniamo impegnati nella transizione energetica, ma sarà molto importante garantire che ci siano più megawatt di energia sulla rete prima di poter chiudere le centrali. È un equilibrio complesso da raggiungere, per assicurarci di raggiungere gli obiettivi climatici mantenendo la sicurezza energetica”.

Il mondo dovrebbe accettare di eliminare gradualmente tutti i combustibili fossili alla COP28?

“Il problema che affrontiamo come Paesi in via di sviluppo è quello delle circostanze nazionali: abbiamo una responsabilità comune, ma abbiamo circostanze nazionali diverse e capacità diverse. I Paesi in via di sviluppo non devono scegliere tra la costruzione della loro resilienza climatica e il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Dobbiamo fare entrambe le cose. E abbiamo bisogno di aiuto per farlo. Ma non ci sono finanziamenti nuovi, prevedibili e su larga scala. Quindi continuiamo a spingere affinché gli impegni di finanziamento pubblico per il clima siano rispettati”.

Lei e il suo omologo danese siete stati incaricati di facilitare i negoziati tra i ministri di quasi 200 Paesi. Quale sarà il vostro ruolo?

“Da venerdì dovremo consultare i diversi Paesi e i diversi gruppi negoziali sul loro approccio alla valutazione globale dell’Accordo di Parigi (che costituisce la bozza di accordo per la COP28, ndr). Tutti concordano sulla necessità di guardare sia indietro che avanti. Dobbiamo tenere conto della migliore scienza disponibile e dell’equità. Come in ogni COP, il diavolo si nasconde nei dettagli. Dovremo sederci insieme e ascoltare molto attentamente, per identificare la forma finale di un accordo che sia estremamente ambizioso ma che promuova anche la massima equità per i Paesi in via di sviluppo”.

siccità

Clima, Copernicus conferma: 2023 sarà l’anno più caldo della storia

Non è una sorpresa, ma ora Copernicus Climate Change Service, il servizio europeo di monitoraggio del clima, lo conferma: il 2023 sarà l’anno più caldo della storia. Quest’anno, “ha già registrato sei mesi e due stagioni da record. Le straordinarie temperature globali di novembre, tra cui due giorni più caldi di 2ºC rispetto al periodo preindustriale, fanno sì che il 2023 sia l’anno più caldo della storia registrata”, dice Samantha Burgess, vicedirettrice di Copernicus.

“Finché le concentrazioni di gas serra continueranno ad aumentare – spiega Carlo Buontempo, direttore del servizio – non possiamo aspettarci risultati diversi da quelli visti quest’anno. La temperatura continuerà a salire e così anche l’impatto delle ondate di calore e della siccità. Raggiungere lo zero netto il prima possibile è un modo efficace per gestire i nostri rischi climatici”.

E anche i dati del mese scorso non sono positivi. Quello del 2023 è stato il novembre più caldo mai registrato a livello globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 14,22°C, cioè 0,85°C al di sopra della media di novembre 1991-2020 e 0,32°C al di sopra della temperatura del precedente novembre più caldo, quello del 2020.

L’anomalia della temperatura globale è stata pari a quella di ottobre 2023 e inferiore solo all’anomalia del settembre 2023, pari a 0,93°C. Novembre 2023 è stato più caldo di circa 1,75°C rispetto alla stima della media di novembre tra il 1850-1900, cioè il periodo di riferimento preindustriale.

Anche il monitoraggio degli 11 mesi del 2023 rivela nuovi record. Da gennaio a novembre, la temperatura media globale è la più alta mai registrata, 1,46°C al di sopra della media preindustriale del 1850-1900 e 0,13°C in più rispetto alla media degli undici mesi del 2016, attualmente l’anno solare più caldo mai registrato.

L’estensione del ghiaccio marino artico, spiega Copernicus, ha raggiunto l’ottavo valore più basso di novembre, con un 4% al di sotto della media, ben al di sopra del valore più basso di novembre registrato nel 2016 (13% al di sotto della media). L’estensione del ghiaccio marino antartico è stata la seconda più bassa di novembre, con il 9% al di sotto della media, dopo aver raggiunto valori record per questo periodo dell’anno con ampi margini per sei mesi consecutivi.