Pil in calo, consumi nulli: ad agosto il ‘carrello dello spesa’ doppia l’inflazione generale

Il Pil italiano non si riprende, mentre a correre è il ‘carrello della spesa’. Ancora una volta, i dati Istat restituiscono la fotografia di un’Italia che arranca. La stima finale sul prodotto interno lordo conferma un -0,1% nel secondo trimestre 2025 (dal +0,3% di gennaio-marzo) nonostante un +0,4% annuale (da +0,7%) e una crescita acquisita dello 0,5%. Rispetto al trimestre precedente si registra una stabilità dei consumi finali nazionali e una crescita dell’1% degli investimenti fissi lordi. Le importazioni sono aumentate dello 0,4% trimestrale ma le esportazioni sono diminuite dell’1,7%. La lieve flessione del Pil, spiega la nota di aggiornamento Istat sui conti, è dovuta “a contributi nulli dei consumi delle famiglie e delle Isp (Istituzioni sociali private) e della spesa delle amministrazioni pubbliche, a contributi positivi degli investimenti per 0,2 punti percentuali e della variazione delle scorte per 0,4 punti, a fronte di un contributo negativo  della domanda estera netta per 0,7 punti”. Dal lato del valore aggiunto sono risultate in diminuzione sia l’agricoltura, silvicoltura e pesca dello 0,6% sia l’industria dello 0,3%, a fronte di una stazionarietà fatta registrare dai servizi.

Uno stallo, quello dei consumi, registrato nonostante l’inflazione sia sotto controllo da mesi e continua a non destare particolari preoccupazioni, tranne per il ‘carrello della spesa’, che cresce più del doppio della media dei prezzi. Secondo le stime preliminari, ad agosto l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, registra una variazione del +0,1% su base mensile e del +1,6% su agosto 2024 (da +1,7% del mese precedente). Ad accelerare è la crescita su base annua dei prezzi del ‘carrello della spesa’: i beni alimentari, per la cura della casa e della persona mostrano balzano da +3,2% di luglio a +3,5%, così come, in modo più contenuto, i prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +2,3% a +2,4%). Anche l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera leggermente, da +2% a +2,1%, così come quella al netto dei soli beni energetici (da +2,2% a +2,3%). Nel dettaglio, spiega Istat, l’indice generale dell’inflazione scende principalmente per effetto della flessione dei prezzi dei beni energetici (-4,4% da -3,4% di luglio) mentre accelerano invece i prezzi nel settore alimentare (+4% da +3,7%), che risentono dell’aumento del ritmo di crescita sia dei prezzi dei prodotti non lavorati (+5,6% da +5,1%) sia di quelli lavorati (+3% da +2,8%).

In allarme le associazioni di categoria e dei consumatori. Confcommercio spiega che “la conferma di una modesta contrazione del Pil nel secondo trimestre rende più complicato il raggiungimento di un tasso di crescita attorno allo 0,7-0,8% nella metrica dei dati grezzi. Ristagnano i consumi, in ragione della scarsa fiducia presso le famiglie“. In questo scenario congiunturale emerge “in termini molto favorevoli la dinamica del saldo turistico consumer che ha ritoccato al rialzo i precedenti record, rendendo possibile una proiezione a fine anno prossima ai 29 miliardi di euro, valore mai raggiunto in precedenza“. Proprio l’inflazione sui servizi legati al turismo, secondo il Codacons, rappresenta un’ulteriore nota dolente. Secondo l’associazione dei consumatori, i prezzi dei voli nazionali crescono del +23,5% su anno, le tariffe dei traghetti del +7,8%, i listini dei pacchetti vacanza nazionali del +10,4%, case vacanza, b&b e altre strutture ricettive del +6%, quelle dei servizi ricreativi e sportivi (lidi, piscine, palestre, ecc.) del +6,8%. Di “stangata” parla anche l’Unione nazionale dei consumatori (Unc), secondo cui l’Inflazione pari a +1,6% significa, per una coppia con due figli, un aumento del costo della vita pari a 611 euro su base annua, superiore a quella che si aveva in luglio, pari a 606 euro. Inoltre, ben 384 euro (a luglio erano 356 euro) se ne vanno solo per i prodotti alimentari e le bevande analcoliche e 403 euro per il carrello della spesa (un mese fa erano 376).

Più sfumata la lettura di Confesercenti: “Da un lato c’è un rallentamento dell’inflazione generale, che può offrire un po’ di respiro. Dall’altro, persistono tensioni sui beni essenziali – alimentari e spesa quotidiana – voci difficili da comprimere per le famiglie, soprattutto quelle con redditi più contenuti. Uno scenario, dunque, di estrema debolezza dei consumi delle famiglie, che nel secondo trimestre hanno segnato una crescita nulla rispetto al trimestre precedente. Al netto del contributo del turismo, la spesa delle famiglie sul territorio economico ha registrato un arretramento congiunturale dello 0,1%“.

Powell da Jackson Hole apre al taglio dei tassi Usa ma avverte: “Effetti dei dazi già visibili”

Cautela “motivata dai dati”, soprattutto sull’occupazione e sull’inflazione, ma le “condizioni sono cambiate” rispetto ad un anno fa, nonostante “nuove sfide da affrontare”. Tuttavia, “le prospettive di base e il mutevole equilibrio dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento del nostro orientamento di politica monetaria”. Jerome Powell ha scelto il palco più prestigioso della finanza Usa per aprire ad un possibile taglio dei tassi di interesse. Proprio a Jackson Hole, tra i banchieri centrali, in quello che è stato il suo ultimo intervento da governatore della Fed prima della scadenza naturale del suo mandato (maggio 2026). Una delle parole più ricorrenti del suo attesissimo discorso è “incertezza”. Perchè “dazi doganali significativamente più elevati tra i nostri partner commerciali stanno rimodellando il sistema commerciale globale. Una politica migratoria più restrittiva ha portato a un brusco rallentamento della crescita della forza lavoro”. E nel lungo periodo, ha spiegato Powell, anche i cambiamenti nelle politiche fiscali, di spesa e di regolamentazione potrebbero avere “importanti implicazioni per la crescita economica e la produttività”. Insomma, “vi è notevole incertezza su dove tutte queste politiche si stabilizzeranno e sui loro effetti duraturi sull’economia”.

Ricordando che il rapporto sull’occupazione Usa di luglio ha mostrato che la crescita dei posti di lavoro retribuiti è rallentata a un ritmo medio di soli 35.000 al mese negli ultimi tre mesi, in calo rispetto ai 168.000 al mese del 2024, ma che comunque “il tasso di disoccupazione, pur essendo in leggero aumento, si attesta su un livello storicamente basso del 4,2% ed è rimasto sostanzialmente stabile nell’ultimo anno”, il presidente della Fed ha chiarito che i rischi sul mercato del lavoro sono orientati al ribasso. E se tali rischi si concretizzassero, possono farlo rapidamente “sotto forma di un netto aumento dei licenziamenti e della disoccupazione”. Allo stesso tempo, ha spiegato Powell, la crescita del Pil ha subito un notevole rallentamento nella prima metà di quest’anno, attestandosi a un ritmo dell’1,2%, circa la metà del 2,5% previsto per il 2024. Il calo della crescita “ha riflesso in gran parte un rallentamento della spesa dei consumatori”. E come per il mercato del lavoro, parte di questo rallentamento “riflette probabilmente una crescita più lenta dell’offerta o del prodotto potenziale”.

Atteso era anche un riferimento all’impatto dei dazi Usa sull’inflazione americana. A tal riguardo, Powell ha confermato che gli “effetti sui prezzi al consumo sono ormai chiaramente visibili”: “Prevediamo che tali effetti si accumuleranno nei prossimi mesi, con elevata incertezza su tempi e importi. La questione fondamentale per la politica monetaria è se questi aumenti dei prezzi possano aumentare significativamente il rischio di un problema di inflazione persistente. Uno scenario di base ragionevole prevede che gli effetti saranno relativamente di breve durata: una variazione una tantum del livello dei prezzi. Naturalmente, una tantum non significa tutto in una volta. Ci vorrà ancora tempo prima che gli aumenti tariffari si diffondano lungo le catene di approvvigionamento e le reti di distribuzione. Inoltre, le aliquote tariffarie continuano a evolversi, prolungando potenzialmente il processo di aggiustamento”.

Proprio l’inflazione è uno dei due pilastri su cui si basano le mosse della Fed. Anche qui, Powell ha lanciato il proprio monito: l’aumento delle tariffe ha iniziato a far salire i prezzi in alcune categorie di beni. Le stime basate sugli ultimi dati disponibili indicano che i prezzi totali delle spese per consumi personali (Pce) sono aumentati del 2,6% annuale (a luglio). Escludendo le categorie volatili di cibo ed energia, l’indice core Pce è aumentato del 2,9%, al di sopra del livello di un anno fa. L’inflazione “è al di sopra del nostro obiettivo da oltre quattro anni” e “rimane una preoccupazione importante per famiglie e imprese”. Tuttavia, le aspettative a lungo termine sembrano rimanere ben ancorate e coerenti con il nostro obiettivo del 2%. Considerato tutto questo, Powell ha infine aperto alla possibilità di un futuro taglio dei tassi di interesse. Senza però indicare tempi ed entità, visto che prima della prossima riunione della Fed (16-17 settembre) usciranno gli ultimi dati sull’occupazione e sull’inflazione di agosto. Nel breve termine, ha spiegato il governatore della Fed, “i rischi per l’inflazione sono orientati al rialzo e i rischi per l’occupazione al ribasso: una situazione difficile. Quando i nostri obiettivi sono in tensione in questo modo, il nostro quadro di riferimento ci impone di bilanciare entrambi i lati del nostro doppio mandato. Il nostro tasso di riferimento è ora di 100 punti base più vicino alla neutralità rispetto a un anno fa, e la stabilità del tasso di disoccupazione e di altri indicatori del mercato del lavoro ci consente di procedere con cautela nel valutare modifiche al nostro orientamento di politica monetaria”. Tuttavia, “con la politica monetaria in territorio restrittivo, le prospettive di base e il mutevole equilibrio dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento del nostro orientamento di politica monetaria”.

Una risposta indiretta alle pressioni del presidente Usa, Donald Trump, che da mesi non usa mezzi termini e, anzi, non ha risparmiato insulti a Powell, ‘colpevole’ di non aver agito più rapidamente nel tagliare i tassi. Proprio mentre era in corso il discorso a Jackson Hole, il tycoon ha alzato il tiro contro Lisa Cook, membro del board dei governatori della Fed, accusata dal direttore della Federal Housing Finance Agency di aver “falsificato i documenti per ottenere condizioni di prestito più favorevoli per due immobili”: “Se Cook non si dimette la licenzierò io” ha dichiarato Trump davanti ai giornalisti, a Washington.

Nel frattempo Wall Street esulta. Alle 17:30 il Dow Jones saliva di oltre il 2%, il Nasdaq guadagnava l’1,96% e l’S&P 500 segnava un +1,6%.

Prezzi alle stelle e instabilità globale: gli effetti a catena del clima estremo sul cibo

Nel 2024 le ondate di caldo estremo caldo nell’Asia orientale hanno contribuito all’aumento del 70% del costo del cavolo in Corea del Sud e del 48% del riso in Giappone ma sono alla base anche del +30% del costo delle verdure in Cina tra giugno e agosto 2024. Cina , Corea del Sud e Giappone sono tra i tanti Paesi ad aver vissuto l’anno più caldo mai registrato nel 2024. Negli Stati Uniti una siccità “senza precedenti” verificatasi in California e Arizona nel corso del 2022 ha contribuito a un aumento dell’80% dei prezzi della verdura tra novembre 2021 e novembre 2022. E ancora: la siccità nell’Europa meridionale nel 2022-23 ha causato un aumento del 50% del prezzo dell’olio d’oliva in tutta l’Ue da gennaio 2023 a gennaio 2024. La Spagna è il maggiore produttore mondiale di olio d’oliva, seguita dall’Italia: entrambi i Paesi sono stati gravemente colpiti da una crisi idrica. Questi alcuni dei risultati di uno studio dell’impatto del cambiamento climatico e degli eventi estremi sui prezzi di alcune delle principali materie prime agroalimentari. Il dossier, pubblicato su ‘Environmental Research Letters‘, analizza 16 esempi di aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari in tutto il mondo a seguito di periodi di caldo estremo, siccità o piogge nel periodo 2022-2024.

Tra queste commodities c’è ovviamente il cacao, il cui prezzo è salito alle stelle a livello globale negli ultimi due anni. Ciò è dovuto a una serie di fattori, afferma lo studio, tra cui le condizioni meteorologiche estreme in Ghana e Costa d’Avorio, dove viene coltivato oltre il 60% del cacao mondiale. Molte parti dei due paesi dell’Africa occidentale hanno sperimentato temperature “senza precedenti” fino a 50°C nel febbraio 2024 e dopo la prolungata siccità del 2023. Ma anche le patate del Regno Unito sono diventate notevolmente più costose dopo gli eventi meteorologici degli ultimi anni. L’analisi si basa sui dati di Copernicus per il periodo 1940-2024 e sull’indice standardizzato di precipitazione ed evapotraspirazione per il periodo 1901-2023, insieme a resoconti provenienti da una serie di organi di informazione e dati sui prezzi dei prodotti alimentari forniti da governi e gruppi industriali. “Il team di ricerca ha selezionato casi di studio in cui gli effetti sono così evidenti che non è necessaria un’analisi statistica quantitativa sostanziale per vederli. Chi è sul campo può vedere che questo è ciò che sta accadendo” ha spiegato a ‘Carbon Brief’ Maximilian Kotz, ricercatore post-doc al Barcelona Supercomputing Center e autore principale del nuovo studio. Gli autori dello studio sottolineano che, sebbene El Niño del 2023-24 “abbia probabilmente svolto un ruolo nell’amplificazione di alcuni di questi eventi estremi”, l’aumento dell’intensità e della frequenza degli eventi è “in linea con gli effetti previsti e osservati del cambiamento climatico”. Il nuovo studio esamina anche l’aumento dei prezzi del caffè dopo il caldo estremo in Vietnam nel 2024 e la siccità in Brasile nel 2023. Kotz ha affermato che gli esempi più notevoli di aumento dei prezzi hanno riguardato materie prime come il cacao e il caffè, disponibili a livello globale ma prodotti in aree concentrate, il che apre la “possibilità di una maggiore volatilità” in caso di eventi meteorologici estremi.

Uno studio del 2024 condotto dallo stesso Kotz e dai ricercatori della Bce (Banca centrale europea) ha rilevato che le alte temperature hanno aumentato l’inflazione alimentare “in modo persistente” – per 12 mesi – dopo gli eventi estremi sia nei Paesi ad alto che in quelli a basso reddito. Il nuovo studio è dunque un “proseguimento” di questa ricerca, poichè esamina alcuni degli altri fattori che influenzano i prezzi dei prodotti alimentari, come gli elevati costi di trasporto in Etiopia, nonché l’aumento dei costi di produzione e l’elevata domanda turistica che contribuiscono all’impennata dei prezzi del riso in Giappone. Questi risultati sono un “duro promemoria del fatto che il cambiamento climatico sta già esercitando una pressione significativa sulla produzione agricola a livello globale”, ha sottolineato Jasper Verschuur , professore associato di Ingegneria e sicurezza climatica alla Delft University of Technology nei Paesi Bassi. “Questo studio sottolinea inoltre che gli impatti degli shock sul settore agricolo possono avere ripercussioni intersettoriali, ad esempio sulla salute, sulla stabilità politica e sulla politica monetaria, che raramente vengono rilevate negli studi di modellizzazione. Sebbene la comprensione degli impatti locali degli eventi meteorologici estremi sulle rese e sui prezzi dei raccolti sia migliorata, gli impatti più ampi e i doppi effetti degli shock climatici e non climatici non sono ancora ben compresi”.

Nello studio i ricercatori analizzano alcuni dei “rischi sociali a catena” derivanti dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, come la crescente disuguaglianza economica, la malnutrizione e l’aumento generale dell’inflazione. Non per nulla anche la Food Foundation, un ente di beneficenza del Regno Unito coinvolto nello studio, sottolinea che “gli shock dei prezzi sempre più frequenti dovuti al cambiamento climatico potrebbero aggravare ulteriormente l’insicurezza alimentare e le disuguaglianze sanitarie”.

Più import e meno spesa pubblica: Pil Usa in negativo. Petrolio ko, Trump accusa Biden

Secondo la stima preliminare pubblicata dal Bureau of Economic Analysis degli Stati Uniti, il prodotto interno lordo reale è diminuito a un tasso annuo dello 0,3% nel primo trimestre del 2025, mentre il mercato puntava su un +0,2% Nel quarto trimestre del 2024, il Pil reale era invece aumentato del 2,4%. Il calo del Pil reale nel primo trimestre ha riflesso principalmente un aumento delle importazioni, “che rappresentano una sottrazione nel calcolo del Pil “, sottolinea il Bureau of Economic Analysis, e una calo della spesa pubblica.

Movimenti che “sono stati in parte compensati dall’aumento degli investimenti, della spesa dei consumatori e delle esportazioni“. Si tratta del primo dato negativo dal secondo trimestre del 2022. Solo 4 mesi fa, si prevedeva che il Pil sarebbe cresciuto di oltre il 3% nel primo trimestre del 2025. E’ l’inizio dell’effetto dazi? Più nel dettaglio – si legge nel comunicato del Tesoro Usa – “rispetto al quarto trimestre, la flessione del Pil reale nel primo trimestre riflette una ripresa delle utilizzate, una decelerazione della spesa dei consumatori e una flessione della spesa pubblica, in parte compensati dalla ripresa degli investimenti e delle esportazioni“. E inoltre “le vendite finali reali agli acquirenti privati ​​nazionali, ovvero la somma della spesa dei consumatori e degli investimenti fissi privati, sono aumentate del 3% nel primo trimestre, rispetto a un aumento del 2,9% nel trimestre quarto“.

Fuori dai tecnicismi, il presidente Donald Trump ha dato subito la colpa al suo predecessore e ha difeso i dazi dopo un dato del Pil negativo dello 0,3%. nel primo trimestre negli Usa , ben al di sotto delle attese. “Questo è il mercato di Joe Biden, non di Trump. Ho preso il potere solo il 20 gennaio“, ha dichiarato il Tycoon in un post su Truth Social. “I dazi entreranno presto in vigore e le aziende stanno iniziando a trasferirsi negli Stati Uniti in numeri record. Il nostro Paese prospererà, ma dobbiamo liberarci del ‘sovrappeso’ di Biden“, ha affermato. “Ci vorrà un po’, non ha nulla a che vedere con i dazi, solo che ci ha lasciato con numeri negativi, ma quando inizierà il boom, sarà come nessun altro. Siate pazienti!!!“, ha scritto Trump.

Il problema non è solo il Pil però… perché il peggior incubo della Fed rischia di peggiorare: oltre alla crescita negativa, oggi è uscito il dato dell’indice dei prezzi al consumo che balzato al +3,7%, il livello più alto da agosto 2023. Cosa fa adesso Jerome Powell? Per questo i rendimenti dei bond Usa sono in forte aumento, con il rendimento delle obbligazioni a 10 anni in rialzo di quasi 10 punti base rispetto al minimo precedente alla pubblicazione dei dati. Perché i tassi aumentano in un’economia in contrazione? Il mercato teme che stia arrivando la stagflazione? Oggi, pochi minuti prima dei dati sul PIL, sono stati pubblicati i dati Adp sull’occupazione. Ebbene, l’economia statunitense ha creato solo 62.000 posti di lavoro ad aprile, il livello più basso da luglio 2024, come mostrato di seguito da ZeroHedge.

Ecco perché – mentre Wall Street ha provato a recuperare arrivando fino a perdere meno dell’1% dopo un tonfo iniziale – invece i prezzi del petrolio sono crollati di oltre il 3%, attestandosi al di sotto dei 60 dollari, scontando una recessione e un calo della domanda. Per Richard Clarida quello del Pil però è un dato fuorviante, distorto dall’aumento delle importazioni in vista dell’entrata in vigore dei dazi. Per questo la Fed lo ignorerà, secondo l’ex vicepresidente della Federal Reserve. Intanto un nuovo studio del Kiel Institute, che considera l’impatto dell’attuale regime tariffario statunitense del 145% su tutte le importazioni cinesi, sulle contro-tariffe imposte dalla Cina del 125% e su una tariffa generale aggiuntiva del 10% su quasi tutte le importazioni degli Usa, segnala che “l’attuale guerra commerciale tra Stati Uniti e la Cina peserà soprattutto sull’economia americana. L’aumento aumenterà probabilmente del 5,5% e le esportazioni crolleranno di quasi il 17% e il Pil diminuirà fino al -1,6%. Le conseguenze per la Cina stessa sono considerevoli, ma molto meno gravi in ​​Germania e non subiranno praticamente alcun impatto negativo sui vicini asiatici della Cina che dovranno invece affrontare una concorrenza aggiuntiva e sostanziale sul mercato globale“.

Bankitalia smorza l’allarme dazi: -1% fatturato per chi esporta negli Usa

L’imposizione dei dazi da parte degli Stati Uniti potrebbe pesare sulle imprese italiane esportatrici, ma alcuni fattori strutturali del nostro sistema produttivo potrebbero attenuarne gli effetti più critici. È quanto emerge dal secondo Bollettino economico della Bankitalia, che analizza le prospettive economiche italiane alla luce delle recenti tensioni commerciali internazionali. Secondo le proiezioni contenute nel documento, il Prodotto interno lordo dell’Italia crescerà dello 0,6% nel 2025, dello 0,8% nel 2026 e dello 0,7% nel 2027.

Queste stime includono già una prima, seppur parziale, valutazione degli effetti derivanti dai dazi annunciati dagli Stati Uniti lo scorso 2 aprile. Tuttavia, non considerano possibili contromisure da parte dell’Europa o altre conseguenze sui mercati internazionali, né la sospensione parziale dei dazi annunciata il 9 aprile. L’impatto principale sull’economia italiana sarà un rallentamento della domanda estera, che influenzerà negativamente il Pil.

A contrastare questo effetto interverrà però la crescita dei consumi interni, favorita dall’andamento positivo dei redditi reali. Gli investimenti saranno sostenuti dalle misure del Pnrr, anche se potrebbero essere frenati dall’incertezza derivante dalle tensioni commerciali e dalla fine degli incentivi all’edilizia residenziale. L’inflazione al consumo dovrebbe mantenersi stabile attorno all’1,5% nel 2025 e nel 2026, per poi salire al 2% nel 2027. Bankitalia avverte che ulteriori peggioramenti dello scenario potrebbero derivare da un inasprimento delle politiche commerciali, con ripercussioni su domanda estera, fiducia degli operatori economici e mercati finanziari.

Gli Stati Uniti rappresentano uno sbocco strategico per le esportazioni italiane, con un valore complessivo di 60 miliardi di euro nel 2024, pari al 10,4% del totale. Tuttavia, l’impatto dei dazi va valutato anche tenendo conto delle catene globali del valore, che rendono rilevante non solo l’esposizione diretta, ma anche quella indiretta, legata all’uso di componenti italiane da parte di altri Paesi che esportano verso gli Usa. Secondo le analisi di Via Nazionale, circa l’8,1% del valore aggiunto generato dalla manifattura italiana – ovvero l’1,2% del Pil – è destinato direttamente o indirettamente al mercato statunitense. I settori più esposti risultano essere la farmaceutica e quello dei mezzi di trasporto, in particolare cantieristica e aerospazio. Nonostante l’esposizione significativa, il sistema produttivo italiano presenta caratteristiche che potrebbero però mitigare gli effetti negativi nel breve periodo, sottolinea Bankitalia. Solo un terzo delle imprese esportatrici vende direttamente negli Stati Uniti, ma oltre la metà delle esportazioni verso questo mercato è realizzata da aziende di grandi dimensioni, con almeno 250 addetti, che godono di una maggiore diversificazione. L’impatto dei dazi sarà comunque legato a due fattori principali: la capacità delle imprese statunitensi di sostituire i prodotti italiani e quella delle aziende italiane di assorbire i rincari riducendo i margini di profitto. Da questo punto di vista, la natura multilaterale dei dazi imposti dagli Stati Uniti limita le possibilità di sostituzione con beni provenienti da altri Paesi, anch’essi colpiti da misure simili. Inoltre, il 92% dei prodotti italiani esportati è di fascia medio-alta o alta, meno soggetta a una riduzione della domanda legata al prezzo, poiché destinata a consumatori benestanti o imprese di fascia alta. Questo posizionamento qualitativo è superiore a quello della maggior parte dei concorrenti Ocse, ad eccezione di Francia e Germania, evidenzia Via Nazionale. Nel dettaglio, secondo Bankitalia le imprese italiane che esportano negli Usa registrano in media il 5,5% del loro fatturato proprio da questo mercato, con margini operativi lordi pari al 10% del totale. Anche in caso di rincari dovuti ai dazi, la riduzione media del fatturato sarebbe contenuta a circa l’1%. Per tre quarti delle imprese, i margini scenderebbero al massimo di mezzo punto percentuale. Solo una piccola quota di aziende vedrebbe i propri margini virare in negativo, mentre la percentuale di imprese con perdite elevate crescerebbe di circa 4 punti percentuali, colpendo soprattutto le realtà più piccole.

Bollette e alimentari spingono l’inflazione italiana ai massimi da un anno e mezzo

In attesa dei dazi, salgono i prezzi. Balzo oltre le attese dell’inflazione italiana che rivede i livelli di settembre 2023. Dopo un anno e mezzo sotto il 2% – il target fissato dalla Bce come soglia di stabilità – il carovita tricolore rivede questo target, anzi lo supera se solo consideriamo il carrello della spesa balzato al +2,1%.

A febbraio l’inflazione era all’1,6%. Una percentuale che secondo il mercato si sarebbe dovuta confermare anche in queste ultime settimane. Invece c’è stata una inaspettata risalita, principalmente per le variazioni dei prezzi delle bollette e degli alimentari, che stanno accelerando in modo preoccupante. Secondo le stime preliminari dell’Istata, i prezzi degli energetici non regolamentati registrano un forte balzo, passando da un incremento contenuto dello 0,6% a un più marcato +3,2%. Il principale fattore di questo aumento è la risalita dei costi del gas naturale e dell’energia elettrica nel mercato libero, che spingono al rialzo l’inflazione complessiva. Anche i prezzi degli alimentari non lavorati segnano un’impennata, passando da un incremento tendenziale del 2,9% a un più elevato 3,3%. E tra gli alimenti freschi, frutta e verdura registrano aumenti notevoli, contribuendo al pesante aumento del “carrello della spesa” che cresce del 2,1% su base annua.

Il dato confortante – almeno per ora – riguarda però l’inflazione di fondo, quella che esclude gli alimentari freschi e gli energetici. Quest’ultima resta stabile a +1,7%, anche se quella al netto degli energetici accelera leggermente, portandosi a +1,8%. Merito del taglio dei tassi Bce che ha alleggerito a cascata le spese sostenute dalle imprese, le quali finora non hanno scaricato gli aumenti sui clienti.

Non solo bollette e alimentari, però… anche i tabacchi subiscono un incremento nei loro prezzi, con un aumento dal 4,1% al 4,6%, dovuto anche all’incremento delle accise, deciso dal governo. Insomma, “nel complesso, per ora, non c’è da allarmarsi, in quanto l’inflazione acquisita è pari ad 1,4% e non desta preoccupazioni, ma certo questi aumenti sul mercato libero dell’energia vanno monitorati e danno da riflettere, nel momento in cui i clienti del mercato libero sono circa l’80% e quindi il peso di questa voce sull’indice è cresciuto molto”, commenta Confesercenti. Il problema semmai è che questa fiammata dell’inflazione “compromette il potere d’acquisto delle famiglie e rischia di spegnere i già deboli segnali di recupero dei consumi. Una situazione che deve essere considerata con la massima attenzione, dal momento che la spesa delle famiglie è al momento il principale fattore di sostegno della congiuntura, con il ciclo degli investimenti che già nel 2024 è entrato in fase negativa e le esportazioni che saranno presto colpite dalla nuova politica protezionistica degli Stati Uniti”, conclude Confesercenti.

L’inflazione sale e cresce anche il carrello della spesa. M5S: “Senza Rdc famiglie sul lastrico”

Inflazione in leggera accelerazione a febbraio. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentata dello 0,2% rispetto a gennaio 2025 e dell’1,6% rispetto a febbraio 2024 (da +1,5% del mese precedente). La stima preliminare era +1,7%. A renderlo noto è l’Istat, che ha diffuso le stime preliminari dei prezzi al consumo. Sempre a febbraio, il cosiddetto ‘carrello della spesa’ torna ad accelerare ma meno del previsto: il tasso tendenziale di variazione dei prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona sale infatti dal +1,7% di gennaio a +2,0%, con le stime preliminari che prevedevano un incremento del 2,2%.

Diminuisce invece la variazione tendenziale dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto, da +2,0% di gennaio a +1,9% a febbraio. La dinamica tendenziale dei prezzi dei beni evidenzia una nuova accelerazione (da +0,7% a +1,1%), mentre quella dei servizi rallenta (da +2,6% a +2,4%). Il differenziale inflazionistico tra il comparto dei servizi e quello dei beni scende quindi a +1,3 punti percentuali (dai +1,9 di gennaio 2025), mentre l’”inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, si riduce, così come quella al netto dei soli beni energetici (entrambe le variazioni tendenziali passano da +1,8% a +1,7%). L’inflazione acquisita per il 2025 è pari a +1,1% per l’indice generale e a +0,6% per la componente di fondo. L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente ai prezzi degli Energetici regolamentati (+0,8%) e non regolamentati (+0,7%), ma anche a quelli dei Beni non durevoli (+0,4%) e dei Servizi relativi all’abitazione (+0,3%); i prezzi dei Tabacchi (+2,5%) risentono anche dell’aumento delle accise. Gli effetti dei suddetti aumenti sono stati solo in parte compensati dalla diminuzione dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti e dei Beni durevoli (entrambi a -0,2%). A livello geografico, la variazione percentuale del tasso di inflazione sui dodici mesi, a febbraio, è più alta di quella nazionale nel Nord-Est, nel Sud (per entrambe passa da +1,7% a +1,8%) e nel Centro (da +1,6% a +1,7%), è uguale alla nazionale nelle Isole (stabile a +1,6%), mentre risulta inferiore nel Nord-Ovest (da +1,3% a +1,4%). Tra i capoluoghi delle regioni e delle province autonome e nei comuni non capoluoghi di regione con più di 150mila abitanti, l’inflazione più elevata si osserva a Rimini (+2,7%), Bolzano (+2,6%) e Padova (+2,4%), mentre la più contenuta si registra a Modena (+1,1%), ad Aosta e a Firenze (+0,9% entrambe). Sull’altro fronte della classifica non c’è più nessuna città in deflazione. La città più virtuosa d’Italia è Lodi, dove con +0,8%, l’inflazione più bassa d’Italia, si ha un aumento annuo di 210 euro. Al secondo posto Caserta, +1% e un maggior costo di 214 euro. Medaglia di bronzo per Catanzaro, +1,3% e +230 euro.

In testa alla classifica delle regioni più “costose“, con un’inflazione annua a +2,1%, il Trentino che registra a famiglia un aggravio medio pari a 597 euro su base annua. Segue il Friuli Venezia Giulia (+1,9%, +450 euro) e al terzo posto Veneto ed Emilia Romagna, ex aequo con + 449 euro e un’inflazione pari, rispettivamente, a +1,8% e +1,7 per cento. La regione più risparmiosa è la Valle d’Aosta: +0,9% e +234 euro. In seconda posizione la Sardegna, in terza il Molise. L’Istat ha poi effettuato delle simulazioni valutando gli effetti sui redditi disponibili delle famiglie generati dalle politiche redistributive introdotte nel 2024. In particolare, gli effetti della riforma di aliquote e scaglioni Irpef e detrazioni da lavoro, dell’eliminazione del Reddito di cittadinanza (RDC) e dell’introduzione dell’Assegno di Inclusione (Adi), della prosecuzione dell’esonero contributivo parziale per i lavoratori dipendenti e dell’introduzione dell’esonero totale per le lavoratrici dipendenti madri e, infine, dell’indennità una tantum per i lavoratori dipendenti (Bonus Natale). Dalla simulazione, si stima che siano 11,8 milioni le famiglie che vedono migliorare, grazie alle misure, il proprio reddito disponibile, per un ammontare medio annuo di 586 euro. Ma ci sono 300mila famiglie che invece registrano una perdita. Il peggioramento, pari in media a 426 euro, è riconducibile in larga parte alla perdita del diritto al trattamento integrativo dei redditi da lavoro dipendente (Bonus Irpef). L’indennità una tantum di 100 euro per i lavoratori dipendenti si stima abbia raggiunto circa 3 milioni di famiglie (11,6% delle famiglie residenti), generando una variazione del reddito disponibile pari in media allo 0,2%. Mentre il passaggio dal reddito di cittadinanza, già depotenziato nel corso del 2023, all’assegno di inclusione ha comportato un peggioramento dei redditi disponibili per circa 850mila famiglie (3,2% delle famiglie residenti). La perdita media annua è di circa 2mila 600 euro e interessa quasi esclusivamente le famiglie che appartengono al gruppo delle famiglie più povere.

Critico il Movimento Cinquestelle:Mentre l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie italiane, con aumenti del 31,4% sui beni energetici e del 2% sui prodotti alimentari, ben 850mila famiglie hanno subito un drastico impoverimento a causa dell’abolizione del Reddito di cittadinanza. Un colpo mortale inferto proprio alle fasce più vulnerabili della popolazione”. “Grazie al governo Meloni, un milione di occupati”, replica il vice responsabile nazionale del Dipartimento Imprese e mondi produttivi di FdI, Lino Ricchiuti. Preoccupate le associazioni. “L’inflazione rialza la testa in Italia con i prezzi al dettaglio che a febbraio salgono all’1,6% – commenta il Codacons – una accelerazione che, in termini di spesa e considerata la totalità dei consumi di una famiglia, equivale ad un aggravio pari in media a +526 euro annui per la famiglia ‘tipo’, +716 euro per un nucleo con due figli”. Per il presidente Codacons, Carlo Rienzi, i numeri Istat certificano come “l’emergenza energia abbia effetti a cascata sull’economia nazionale e sulle tasche delle famiglie. Per questo consideriamo inadeguate le misure introdotte dal governo col recente decreto bollette, che non intervengono per contrastare le cause strutturali che fanno salire le tariffe di luce e gas e non risolvono il problema del caro-energia sul lungo periodo”.

Parla di “dati allarmanti” l’Unione Nazionale Consumatori: “Un’impennata che, su base tendenziale, prosegue ininterrottamente da settembre 2024, passando da 0,7% a 1,6%, più del doppio in appena 5 mesi”. Per il presidente UNC, Massimiliano Dona, la fiammata “è dovuta anche al caro bollette, contro le quali, purtroppo, il Governo è intervenuto tardivamente, non impedendo gli effetti nefasti sull’inflazione”. Per Assoutenti, i dati “evidenziano ancora una volta la necessità di intervenire sulle cause che scatenano il rialzo dei prezzi in Italia, a partire dal caro-energia, combattendo le speculazioni e tutelando la capacità di spesa degli italiani”.

Pandoro e panettone sempre più ‘salati’: rincari da capogiro

Fiocchi e regali sotto l’albero, pandori e panettoni sulla tavola. Non serve scomodare l’inflazionatissima formula ‘i re delle feste’ per intuire che i dolci tipici del Natale risultano ancora amatissimi e assai presenti nelle case degli italiani. Siano artigianali o industriali, anche e soprattutto i grandi lievitati hanno dovuto fare i conti proprio con l’aumento dei prezzi. Tradotto: i consumatori spenderanno di più anche quest’anno. In dato assoluto, secondo l’Osservatorio di Federconsumatori, panettone e pandoro registrano prezzi lievemente più alti rispetto allo scorso anno (un lieve +0,6% in media) ma, ha spiegato l’associazione, “con importanti differenze a seconda della categoria e della tipologia prescelta”. L’indagine diffusa a fine novembre rileva che il prezzo del panettone tradizionale aumenta del 4% e il pandoro classico stacca un +2%. In tema di prodotti artigianali, l’aumento medio +3%, che non è poco per prodotti da 1 kg il cui scontrino recita in media 35 euro con punte di 50 euro. Calano invece, secondo Federconsumatori, i prezzi delle versioni ‘speciali’ come il panettone senza lattosio (-6%) e vegano (-5%). Per i celiaci una notizia amara, dato che sui prodotti gluten free sono stati rilevati rincari medi del +5%.

Suona quasi banale, ma la speculazione non c’entra. Nonostante l’inflazione sia ben sotto la soglia di guardia del 2%, per gli italiani il ‘carrello della spesa’, vedi alla voce ‘alimentari’, resta molto oneroso in paragone al periodo pre-pandemico. Per una concorrenza di cause, che ormai appare altrettanto banale citare (shock energetici, guerre e instabilità geopolitica, cambiamento climatico, catene di fornitura scariche). Il settore dei grandi lievitati di Natale, orgoglio e vanto d’Italia, è paradigmatico. E alla base, ovviamente, ci sono i rincari sulle materie prime: farina a parte, i prezzi di burro, vaniglia, uvetta e canditi sono schizzati alle stelle. Per quanto riguarda l’ingrediente principe del pandoro, il burro, l’elaborazione Clal mostra un aumento più o meno costante dall’agosto 2023, da 4,30 euro/kg a 7,80 euro/kg di questo dicembre. In un anno l’aumento è del 45%. Più o meno la stessa variazione tendenziale dell’uvetta che da 3,80 euro/kg del 2023 ha quasi superato i 6 euro/kg. Gli eventi estremi che hanno travolto la Turchia negli ultimi anni ne hanno decimato la produzione, considerata di prima qualità, spingendola fino a prezzi proibitivi. L’alternativa a buon mercato (ma con qualità assai inferiore) sta nelle forniture da Cina e Sudamerica.

Quanto all’oro del Madagascar, la vaniglia Bourbon, la più usata in pasticceria, gli scambi toccano cifre da far girare la testa. Sul mercato professionale, all’ingrosso, è quotata fino a 600 dollari/kg. Un bel salto ma che anche in questo caso è più una scalata considerando che all’inizio dei 2000 costava 20 dollari/kg, nel 2005 già toccava quota 35 dollari/kg e nel 2020 era a 60 dollari/kg. Poi l’ascesa, inarrestabile, con il prezzo che si è decuplicato in soli 4 anni. Vaniglia e uvetta che, come il cacao, sono tra le vittime più illustri del cambiamenti climatico. Anche il cioccolato, amato ingrediente di farcitura di panettoni e pandori, sale sul banco degli imputati in tema di rincari. L’andamento dei futures sul cacao appaiono come una tappa di montagna, con arrivo in salita, del Giro d’Italia: oltre 11.600 dollari a tonnellata, +179% in un anno.

Anche rendere più ‘ricco’ e nutriente un panettone, va da sé, risulta più costoso. Il cambiamento climatico ha ridotto la produzione delle nocciole facendo balzare il prezzo di un +40%, mentre la siccità ha aggravato la crisi degli agrumi, fondamentali per i canditi: sempre meno raccolti e prodotti sempre più piccoli. In tal modo i frutti di “prima categoria”, più grossi e ambiti, diminuiscono in volume e aumentano in valore. Per non parlare del caffè, entrato da anni nelle farciture di pandori e panettoni ma che, visti i rincari, è già salato al bancone del bar.

Inflazione, a novembre -0,1% mensile e +1,3% annuale in Italia

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, l’andamento dell’inflazione in Italia. Secondo Istat, a novembre 2024 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,1% su base mensile e aumenta dell’1,3% su base annua (da +0,9% del mese precedente). La stima preliminare era +1,4%.

Se madame Lagarde vede rischi al ribasso per l’eurozona

Recessione alle porte e prezzi ancora su in Europa? Se fosse così ritorneremmo a uno scenario di stagflazione come negli Anni ’70: l’inflazione era esplosa innescata da uno choc energetico (all’epoca era colpa del petrolio, oggi delle conseguenze dell’invasione russa in Ucraina), poi ci fu un calo seguito da una seconda ondata di rincari (negli ultimi mesi sta risalendo ancora il gas) accompagnata da una crisi dell’economia decimata da riduzione consumi e crisi aziendali.

Ecco, nel novembre del 2024, l’economia dell’eurozona ha subito un altro colpo, entrando nuovamente in contrazione. Secondo i dati dell’indagine Pmi, dopo una fase di stabilizzazione ad ottobre, i livelli di attività economica hanno registrato la più rapida diminuzione dall’inizio dell’anno, dovuta principalmente al rinnovato calo della produzione nel settore terziario. Il dato è preoccupante, considerando che per il sesto mese consecutivo i nuovi ordini del settore privato sono diminuiti, raggiungendo il tasso di declino più veloce da inizio 2024. Un segnale inequivocabile di indebolimento della domanda interna, aggravato dalla continua flessione dell’export.

L’occupazione ha registrato un nuovo calo e la fiducia è precipitata ai minimi livelli in un anno. Parallelamente, i tassi di inflazione sui prezzi di acquisto e vendita hanno raggiunto i massimi da tre mesi, con un incremento che segna l’acuirsi delle difficoltà per i consumatori. L’Indice Pmi composito (manifattura più servizi) è sceso a 48,3 a novembre, indicando una nuova contrazione del settore privato. In particolare, la produzione industriale continua a segnare il ventesimo mese consecutivo di calo, il più lungo periodo di contrazione dall’inizio dell’indagini. Le tre principali economie della zona euro — Germania, Francia e Italia — sono tutte entrate in fase di recessione alla fine del 2024, seppure alcune nazioni, come Irlanda e Spagna, abbiano registrato una crescita, con l’Irlanda che ha visto l’espansione più forte della produzione negli ultimi due anni e mezzo.

L’Italia, nel contesto europeo, ha visto una netta inversione di tendenza nel settore terziario, che ha registrato la prima contrazione in 11 mesi. Questo dato è stato influenzato da un forte calo dei nuovi ordini, il cui tasso di riduzione è stato il più alto in oltre due anni. Anche il commercio estero ha avuto un impatto negativo sul volume complessivo degli ordini, continuando ad evidenziare una debolezza della domanda. E così l’indice Pmi dei servizi, che ad ottobre si trovava a 52,4, è sceso a 49,2 a novembre, per la prima volta sotto la soglia di non cambiamento di 50,0, segnando la fine di un periodo di dieci mesi consecutivi di crescita.

A commento di questi dati, il capo economista della Hamburg Commercial Bank, Cyrus de la Rubia, ha sottolineato che l’eurozona sta attraversando una situazione di stagflazione, con una contrazione dell’economia accompagnata da un’inflazione in aumento. La Bce, che si trova di fronte alla difficoltà di stimolare la crescita economica senza alimentare ulteriormente l’inflazione, potrebbe optare per un taglio dei tassi più contenuto ma il contesto resta complesso, ha spiegato. L’economia sta chiaramente soffrendo e ha bisogno di un supporto monetario, però l’inflazione continua a rimanere ostinatamente alta, alimentata principalmente dal settore dei servizi. La Bce si prepara a prendere decisioni più prudenziali il prossimo 18 dicembre, misure che non sembrano destinata a avviare una ripresa rapida, soprattutto considerando che i nuovi ordini continuano a contrarsi.

La presidente della Bce, Christine Lagarde, intervenendo al Parlamento Europeo, ha confermato uno scenario economico incerto e dominato da rischi al ribasso. Ha confermato che il processo di disinflazione è “ben avviato”, ma la strada per riportare l’inflazione verso l’obiettivo stabilito non è ancora conclusa. La Banca centrale europea, secondo la Lagarde, continuerà a prendere decisioni “meeting by meeting”, senza impegnarsi a percorsi predeterminati, evidenziando la difficoltà di navigare in un contesto globale così turbolento.