Gas, Draghi in Israele e Palestina per consolidare Italia hub Ue

La strategia energetica italiana passa anche da Israele. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, è a Tel Aviv, dove ha incontrato il presidente dello Stato di Israele, Isaac Herzog, prima di intervenire al Tempio Italiano di Gerusalemme, dove ha garantito che “il governo è impegnato a rafforzare la memoria della Shoah e a contrastare le discriminazioni di ogni tipo contro gli ebrei“, perché “in momenti di crisi, di incertezza, di guerra, come quello che stiamo vivendo, è ancora più importante opporsi con fermezza all’uso politico dell’odio“.

Il premier, poi, ha fatto visita al Museo di arte ebraica ‘Umberto Nahon’ e alla Sinagoga italiana, incontrando i rappresentanti della comunità italiana e ponendo la firma firma sul Libro d’onore. Infine, per la prima giornata di visita diplomatica ha avuto un incontro alla Knesset con il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, che lo accoglie con un tweet, che inizia con una frase in italiano: “Buonasera primo ministro e benvenuto in Israele“. Poi un messaggio, nella sua lingua madre, dal contenuto più che benaugurante: “Italia e Israele intrattengono rapporti lunghi e cordiali e di cooperazione economica, di sicurezza e culturale – scrive Lapid -. Continueremo a lavorare insieme per rafforzare e approfondire le relazioni tra i nostri Paesi“.

Oggi, invece, è in agenda il vertice tra Draghi e il primo ministro, Naftali Bennett, poi il trasferimento a Ramallah, per il summit con primo ministro palestinese, Mohammad Shtayyeh, cui seguirà la cerimonia di firma delle intese bilaterali tra Italia e Palestina. Tra gli obiettivi della missione diplomatica c’è sicuramente il rilancio del progetto del gasdotto che potrebbe portare nuove, importanti forniture dal maxi-giacimento Leviathan in Europa, tramite un’infrastruttura che trasporti il Gnl dalle acque a largo di Israele. Si tratta di un patrimonio di gas naturale liquefatto di circa 600 miliardi di metri cubi: se ci fosse l’accordo, l’Italia – ma anche il Vecchio continente – riuscirebbe nel doppio colpo di incrementare la politica di diversificazione delle fonti energetiche, ma soprattutto darebbe un segnale fortissimo alla Russia, che l’operazione di chiusura delle forniture da Mosca sarebbe prossima a completarsi.

C’è ancora molto da lavorare, però, perché non è affatto risolto uno dei problemi più pesanti da sostenere. Il gasdotto EastMed, che ad oggi rimane ancora sulla carta, con i suoi 5 milioni di dollari circa di costi, ma soprattutto un progetto che stenta a decollare, perché prevede un passaggio per Cipro e Grecia. Molto dipenderà anche dall’atteggiamento che assumerà la Commissione europea, tant’è vero che la presidente Ursula von der Leyen è sbarcata in Israele per discutere di “energia e sicurezza alimentare, intensificando la cooperazione in materia di ricerca, salute e clima“. Sull’opera, comunque, rimangono le riserve (per usare un eufemismo) della Turchia. E anche degli Stati Uniti. Una partita non facile, dunque, che Draghi sta provando a giocare con il suo peso istituzionale. Perché il tempo delle scelte è adesso.

coldiretti

Made in Italy tarocco: due prodotti tricolori su tre sono falsi

Vero o falso made in Italy? Al ristorante, al supermercato, in enoteca o in macelleria: occorre fare sempre più attenzione nella scelta degli alimenti da mangiare o acquistare. Arriva da Coldiretti e ‘Filiera Italia‘ l’allarme relativo alla crescente diffusione di prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con il sistema produttivo nazionale. Per colpa del cosiddetto ‘italian sounding‘ – stima l’associazione – sale a 120 miliardi il valore del falso made in Italy agroalimentare nel mondo. Ormai, purtroppo, due prodotti tricolori su tre sono falsi e senza alcun legame produttivo e occupazionale con il nostro Paese.

Nella top ten degli alimenti più taroccati troviamo anche:

  • Il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano. La produzione delle copie di questi formaggi ha superato quella degli originali: dal parmesao brasiliano al reggianito argentino fino al parmesan diffuso in tutti i continenti;
  • I salumi più prestigiosi, come il prosciutto di Parma o la mortadella Bologna, storpiata come mortadela e con indicazioni geografiche false come siciliana o con carne diversa da quella di suino;
  • Vini: dal Chianti al Prosecco, che non è solo la Dop al primo posto per valore alla produzione, ma anche la più imitata. Ne sono un esempio il Meer-secco, il Kressecco, il Semisecco, il Consecco e il Perisecco tedeschi, il Whitesecco austriaco, il Prosecco russo e il Crisecco della Moldova.

 

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Il contributo della produzione agroalimentare Made in Italy, a denominazione di origine alle esportazioni e alla crescita del Paese, potrebbe essere nettamente superiore con un chiaro stop alla contraffazione alimentare internazionale”, ha affermato il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini. Ponendo un freno al dilagare dell’agropirateria a tavola si potrebbero creare ben 300mila posti di lavoro in Italia.

Il mare Adriatico, il gas e la Croazia: qualcosa non va…

C’è qualcosa che non torna, qualcosa a cui – prima o poi – qualcuno dovrà mettere mano. Sintetizzando: in questa corsa matta e disperatissima ad acchiappare il più flebile sbuffo di gas (anche in considerazione degli attuali rapporti con la Russia e della necessità di raggiungere l’agognata indipendenza da Mosca), nel mare Adriatico sono stati scoperti giacimenti a migliaia di metri sotto il fondale, un po’ per noi italiani e un po’ per i vicini della Croazia. Ma mentre il governo di Zagabria ha dato subito l’ok per cominciare le pratiche di estrazione, noi abbiamo stabilito che perforare non è lecito. Fermi, bloccati, che trapanino pure gli altri…

Domanda, perché loro si e noi no? La risposta va ricercata in una legge di vent’anni fa che vieta di eseguire qualsiasi tipo di trivellazione a nord del Po per paura di recare danno alla laguna di Venezia e alle zone limitrofe. Ora, quanto sia ancora attuale quella disposizione non è facile da stabilire, geologi e ingegneri ne stanno discutendo e chissà quando avremo una risposta: intanto la Croazia perfora e perfora e perfora. Siccome i giacimenti loro sono sostanzialmente confinanti con i nostri, se noi abbiamo paura di danneggiare Venezia, loro ovviamente non se ne fanno un cruccio. Forse converrebbe fare una riflessione allargata, mentre alcuni deputati (di destra e di sinistra, stavolta siamo bipartizan) stanno tentando di modificare la situazione di stallo attraverso lo strumento degli emendamenti. Il rischio, se non si fa in fretta, è quello di restare al palo e di non sfruttare tra i 30 e i 40 miliardi di metri cubi di metano. La Croazia, sempre per rimanere in tema, pensa di estrarne 36 abbondanti.

Ce la faremo a mettere d’accordo politici, aziende energetiche e ambientalisti? Ce la faremo a non darci la zappa sui piedi? Nell’attesa di scoprirlo, una considerazione va fatta. Il mare Adriatico, in particolare l’Alto Adriatico, ha assunto ormai una funzione strategica. Non a caso è proprio nell’Adriatico che Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, si è messo in testa di aggiungere al rigassificatore di Rovigo (Porto Viro) l’approdo di Ravenna per una nave metaniera. E sempre non a caso la regione Marche si è detta disponibile ad aiutare il processo energetico italiano offrendo le sue coste. Insomma, in questa torrida estate l’Adriatico è quanto mai mare aperto, non solo per noi ma anche per gli altri. A cominciare dalla Croazia…

foca monaca

Sea Shepherd alla difesa della foca monaca del Mediterraneo

L’Ong Sea Shepherd ha lanciato all’inizio di giugno una campagna per difendere la foca monaca mediterranea nel parco marino protetto di Alonissos, in Grecia, dove questo mammifero marino a rischio di estinzione vive in comunità. La MV Emanuel Bronner, una delle sette navi della flotta di Sea Shepherd, ha iniziato i suoi giri giorno e notte per monitorare l’area di 3.000 chilometri quadrati e prevenire “qualsiasi minaccia, specialmente durante l’alta stagione estiva“, per la foca mediterranea Monachus monachus, secondo una dichiarazione dell’Ong inviata a Afp.

Nel luglio 2021, una di queste foche simbolo dell’isola greca di Alonissos è stata uccisa da un colpo di arpione, suscitando l’indignazione dei residenti e degli ambientalisti. Quest’estate, Sea Shepherd-Grecia e Sea Shepherd-Italia “uniranno le forze per la prima volta” in questa campagna per proteggere la foca monaca, una specie che è stata recentemente classificata come “in pericolo critico“. Quasi la metà della popolazione mondiale di questi mammiferi marini risiede nelle acque greche, in particolare sulle spiagge di Alonissos e delle sue isolette nel Mar Egeo. Nel 2015 si stimava che fossero circa 600 in tutto il mondo.

In collaborazione con il ministero dell’Ambiente greco, la Guardia Costiera greca e le autorità del Parco Nazionale di Alonissos, Sea Shepherd afferma che prenderà di mira la pesca illegale in queste acque protette, il trasporto marittimo dove è vietato a causa dei rischi per l’ecosistema e il degrado delle piante acquatiche di Posidonia, che favoriscono la vita acquatica e sono protette nel Mediterraneo. Tutte queste pratiche sono le maggiori minacce per la foca monaca, ma anche per le altre specie protette di Alonissos.

(Photo credits: James Watt / NOAA / AFP)

terremoto

L’algoritmo che prevede forti repliche di scosse di terremoto

Un algoritmo per valutare la probabilità di forti repliche di scosse di terremoto, basato su dati e informazioni dei cataloghi sismici della California.

Il nuovo studio arriva da Stefania Gentili dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS e Rita Di Giovambattista dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ed è stato pubblicato su Physics of the Earth and Planetary Interiors.

I terremoti non si verificano in maniera omogenea né nel tempo né nello spazio: una prima scossa sismica particolarmente forte, infatti, è spesso seguita da una serie di repliche successive, anche a distanza di settimane o mesi nella medesima area. A volte può accadere che ad una scossa di magnitudo elevata, seguano repliche simili o di magnitudo maggiore. Algoritmi di machine learning, una branca dell’intelligenza artificiale, sono stati applicati per valutare la probabilità che un evento di magnitudo superiore a 4 sia seguito da un forte evento.

Gli algoritmi di machine learning funzionano per apprendimento e hanno bisogno di una grande quantità di dati per essere addestrati. Quello che abbiamo proposto, chiamato NESTORE, sin dalle prime ore dopo il primo forte evento fornisce indicazioni sulla probabilità che avvengano repliche di intensità simile o maggiore“ racconta Stefania Gentili del Centro di Ricerche Sismologiche dell’OGS. “In questo studio, abbiamo utilizzato cataloghi di terremoti avvenuti in California, una zona sismicamente molto attiva e per questo molto ben monitorata e analizzata. NESTORE è stato in grado di prevedere l’accadimento di forti terremoti anche con ampio anticipo nell’ottanta percento dei casi analizzati, con un numero di falsi allarmi inferiore al 20%. Le repliche di magnitudo rilevante possono avere ulteriori impatti su edifici, strutture e infrastrutture già danneggiati dai sismi precedenti e comportare nuovi rischi per la popolazione”, continua la ricercatrice, precisando che “avere possibili indicazioni probabilistiche sul loro accadimento sarebbe estremamente utile”.

Per validare statisticamente il metodo e favorirne l’applicazione ad un ampio numero di eventi in diverse aree tettoniche, il software verrà reso disponibile alla comunità scientifica.

Il paper, intitolato Forecasting strong subsequent earthquakes in California clusters by machine learning, è frutto di una lunga ricerca che si inserisce nell’ambito del progetto ‘Analisi di sequenze sismiche per la previsione di forti repliche’, coordinato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS, e a cui partecipano l’INGV e l’ente di ricerca giapponese The Institute of Statistical Mathematics (ISM).

Il progetto è inserito nel Protocollo Esecutivo 2021-2023 di cooperazione scientifico-tecnologica bilaterale tra Italia e Giappone e compreso tra gli undici progetti di grande rilevanza ammessi dall’accordo sottoscritto a gennaio dello scorso anno.

L’obiettivo è di migliorare le capacità di stimare la probabilità di futuri forti repliche, già a partire da poche ore dopo la prima scossa rilevante, rendendo l’algoritmo sempre più robusto, ovvero addestrandolo affinché fornisca stime di probabilità sempre più affidabili.

comunità energetiche

I 40 comuni che sono 100% rinnovabili: piccoli e (quasi) tutti al Nord

Sono in tutto 40 i comuni italiani che si possono definire rinnovabili al 100%, secondo la fotografia scattata da Legambiente nel suo ultimo dossier ‘Comunità Rinnovabili’. Nell’elenco, stilato in base ai dati forniti da Comuni, Gse, Terna e Airu (Associazione Italiana Riscaldamento Urbano), rientrano quei territori che sono in grado di produrre più energia elettrica e termica di quella consumata dalle famiglie residenti, utilizzando un buon mix di fonti rinnovabili: fotovoltaico, eolico, mini idroelettrico, geotermia, biogas, biomassa e reti di teleriscaldamento. Nel computo rientrano solo i comuni dotati di almeno tre di queste tecnologie, mentre eliminando questo “paletto” si arriva a 3.493 enti (definiti da Legambiente 100% elettrici) autosufficienti in termini di energia.

Analizzando l’elenco dei comuni 100% rinnovabili, si nota subito la forte disparità a livello territoriale tra Nord e Sud. Nessun comune è situato nelle regioni meridionali, appena sei rientrano nel Centro Italia e sono tutti in Toscana, grazie soprattutto al ruolo ricoperto dalla geotermia ad alta entalpia. Per il resto, a dominare sono soprattutto località montane situate sull’arco alpino, con poche eccezioni come Limena, grosso centro alle porte di Padova. Quasi metà del totale (17) appartiene alla provincia di Bolzano, altre quattro a quella di Trento, tre a testa per Aosta e Brescia.

L’altra caratteristica che balza all’occhio è la predominanza dei comuni di piccole dimensioni. Sono infatti 38 i piccoli comuni (sotto i 5.000 abitanti) 100% rinnovabili, 2.271 i piccoli comuni 100% elettrici e 772 i piccoli comuni la cui produzione di energia da fonti rinnovabili varia tra il 50 e il 99% del fabbisogno. I piccoli borghi, che tra l’altro sono al centro di molti degli investimenti previsti dal Pnrr in termini di efficienza energetica, sono dunque capofila della svolta green, un modello da studiare e quindi replicare su scala maggiore seguendo la strada indicata dall’Europa attraverso il RepowerEU: più energia da fonti rinnovabili. Una svolta necessaria, visto che il contributo complessivo portato dalle fonti pulite al sistema elettrico italiano è arrivato nel 2021 a 115,7 TWh, che rappresentano però solo il 36,8% dei consumi complessivi.

Il dossier ‘Comunità Rinnovabili’ si focalizza anche su quanto sia capillare la presenza delle varie tecnologie sul territorio: almeno un impianto (pubblico o privato) è presente in 7.914 comuni italiani, in pratica la totalità. Risultato questo già sostanzialmente raggiunto nel 2011, dopo il boom del primo decennio di questo secolo. Gran parte dei comuni oggi è dotato di impianti per il solare fotovoltaico (7.855) e termico (7.127), mentre l’incidenza scende per altre forme di energia rinnovabile: bioenergie (4.101), mini idroelettrico (1.523), eolico (1.054) e geotermia (942).

eolico italia

Fioccano le leggi regionali per le comunità energetiche: Piemonte apripista

Le comunità energetiche sono state introdotte ufficialmente in Italia con la conversione in legge del Decreto Milleproroghe 162/2019 che ha recepito Direttiva Europea RED II. Ma per il pieno sviluppo di queste realtà, a carattere tipicamente locale, si stanno muovendo anche gli enti territoriali. Nelle ultime settimane sono diverse le Regioni che hanno approvato leggi specifiche per incentivare la nascita delle energy community.

Apripista in questo senso è stato il Piemonte. Anzi, più che di apripista si può parlare di pioniere, visto che la legge regionale è entrata in vigore il 24 agosto 2018, quindi ben prima che si definisse il quadro legislativo a livello nazionale. Un testo dedicato alla ‘Promozione dell’istituzione delle comunità energetiche‘ (non necessariamente basate al 100% su energia rinnovabile) nella quale la Regione, oltre a definire i criteri per la costituzione delle nuove realtà, si impegnava, attraverso futuri incentivi, a sostenere finanziariamente la fase di costituzione delle comunità energetiche.

Un provvedimento del tutto simile è stato adottato anche da Lazio, Liguria e Puglia circa due anni dopo, mentre a novembre 2020 è toccato alla Calabria che ha previsto anche l’istituzione del marchio di qualità ecologica ‘Energia Rinnovabile di Calabria’ a garanzia della tracciabilità dell’energia e la qualità ecologica degli impianti da fonti rinnovabili. Ma è negli ultimi mesi che sono fioccate le leggi regionali dedicate alle Cer. In febbraio è stata la volta della Lombardia che nel proprio testo ha previsto un finanziamento complessivo di 22 milioni di euro di soli fondi regionali per il periodo 2022/2024: il target è realizzare tra la 3mila e le 6mila comunità energetiche entro 5 anni, con un aumento di potenza fotovoltaica installata compreso tra 600 e 1.300 MW. A maggio invece è arrivato l’ok in Emilia Romagna alla legge sulle comunità energetiche e l’autoconsumo collettivo di energia rinnovabile. La legge individua le azioni di sistema e le misure di sostegno e promozione dell’autoconsumo collettivo e delle comunità energetiche, prevedendo l’erogazione di contributi e strumenti finanziari a sostegno della costituzione delle comunità. Oltre al primo stanziamento di 200mila euro per il 2022 e 150mila per il 2023, verranno utilizzati almeno 12 milioni di euro del Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale). Il 21 maggio una legge specifica è entrata in vigore anche in Abruzzo.

Oltre alle leggi regionali, si moltiplicano anche i bandi promossi da istituzioni private. Ad esempio, Fondazione Cariplo ha lanciato il bando Alternative per promuovere le comunità energetiche rinnovabili con un budget di 1,5 milioni di euro dedicato ad amministrazioni, enti pubblici e privati non profit della Lombardia e delle province di Novara e Verbano-Cusio-Ossola. Mentre la Fondazione di Compagnia San Paolo ha dato il via alla seconda edizione del bando Next Generation WE dedicato a studi di fattibilità per progetti attinenti alle misure del Pnrr, incluse le comunità energetiche: contributo massimo di 80mila euro riservato a Comuni, Unioni di Comuni, Comunità Montane, Province e Città Metropolitane di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.

comunità energetiche

Da Basiglio a Bufi l’esempio virtuoso delle comunità energetiche da fonti rinnovabili

Da Basiglio, comune della città metropolitana di Milano, a Blufi, piccolo Comune di circa 900 abitanti nell’entroterra palermitano. Dal nord al sud Italia, le comunità energetiche da fonti rinnovabili prendono sempre più piede, confermandosi come esempi da seguire per sviluppare progetti virtuosi su tutto il territorio nazionale. Soprattutto nel contesto italiano, che da una parte vede un grande fermento da parte di amministrazioni pubbliche, imprese e territori per la realizzazione di impianti da fonti di questo tipo e, dall’altra, numeri ancora risicati rispetto alla capacità potenziale di realizzazione e al raggiungimento degli obiettivi climatici del 2030.

A certificarlo è anche l’ultima edizione di ‘Comunità Rinnovabili’, il report di Legambiente che dal 2006 racconta quanto di buono si muove nei territori. E di buono ce n’è parecchio: a fronte di un incremento annuo nel 2021 di appena l’1,58% del contributo complessivo delle fonti rinnovabili al sistema elettrico italiano, i numeri delle comunità energetiche sono invece in forte crescita. Cento quelle individuate da Legambiente nelle ultime tre edizioni del rapporto, di cui 35 effettivamente operative, 41 in progetto e 24 all’inizio del loro percorso. Tra queste, 59 sono state censite nell’ultimo anno e vedono coinvolte famiglie, Comuni e imprese sotto forma sia di comunità energetiche rinnovabili che di configurazioni di autoconsumo collettivo.

Qualche esempio? Basiglio e Blufi, precedentemente citate, sono rispettivamente la prima Comunità Energetica Rinnovabile dei Comuni della Città Metropolitana di Milano e il primo tassello di un nucleo aggregante diffuso all’interno del Parco delle Madonie. Ma ci sono anche Amares, la comunità energetica composta da sole imprese di Ripalimosani, in Molise, o ‘CER Nuove Energie Alpine’ del cuneese, capace di superare la criticità del vincolo alla cabina primaria. Riunisce infatti sotto di sé configurazioni diverse di energia condivisa, che in condizioni ‘normali’ sarebbero state comunità energetiche separate, distribuite in Comuni serviti da cabine primarie differenti, interfacciandosi poi con il GSE attraverso uno unico gestionale nella piattaforma dedicata. E se la viterbese ‘Comunità Energetica Rinnovabile Gallese’ è nata nel contesto di un progetto europeo, quella di Ventotene è la prima operante su un’isola del Mediterraneo.

E ancora, a Sestri Levante, in provincia di Genova, la Comunità Energetica Quartiere Tannino fa da stimolo alla riqualificazione degli edifici pubblici: i pannelli sono installati infatti sulle coperture dei magazzini del centro del riuso e dell’ostello cittadino. ‘Solisca’, che riunisce i soci della comunità energetica di Turano, nel Lodigiano, ha deciso di ripartire il premio derivante dal GSE tra tutti i membri, tra cui una ventina di utenze familiari a basso reddito, in modo da estendere i vantaggi dell’autoconsumo a chi rischia di vedersi tagliato fuori dalla transizione verso le rinnovabili. A Imola, Energia Verde Connessa vede collaborare tre imprese, due con il ruolo di prosumer – ovvero di produttrici e consumatrici di energia rinnovabile – e una con quello di consumatrice dell’energia verde in eccedenza. Differenziazione è la parola d’ordine a Foiano di Valfortore, piccolo Comune dell’entroterra di Benevento, il cui progetto è quello di sfruttare differenti fonti rinnovabili per garantire il completo soddisfacimento del fabbisogno energetico dei propri soci. Per arrivare fino alla Comunità Energetica Rinnovabile e Solidale di Messina che, seguendo l’esempio di Napoli Est, vuole trasformarsi anche in un’occasione di riscatto sociale per quartieri e rioni difficili. Dando così avvio a un processo di maggiore giustizia sia ambientale che sociale.

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Il Pnrr come stimolatore delle comunità energetiche

Considerato ormai la panacea di tutti i dilemmi italiani, il Pnrr potrà ovviamente dare una grande spinta anche alle comunità energetiche. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede infatti finanziamenti specifici “per favorire la diffusione delle modalità di autoproduzione e autoconsumo collettivo stabilite dalla normativa italiana, stanziando per le comunità energetiche rinnovabili e i sistemi di autoconsumo collettivo oltre 2 miliardi di euro”. Al di là delle intenzioni del governo e delle istituzioni europee, le comunità energetiche potrebbero davvero diventare il nucleo fondamentale per lo sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia. In pratica, l’energia a km zero. Come induce a pensare lo stesso termine, la comunità energetica è un’associazione di persone, imprese e istituzioni che decidono di unire le forze in un territorio ristretto per dotarsi di uno o più impianti condivisi per la produzione e l’autoconsumo di energia da fonti rinnovabili.

La direttiva europea RED II (2018/2001/UE) definisce peraltro “l’autoconsumatore di energia rinnovabile” come un “cliente finale che produce energia elettrica rinnovabile per il proprio consumo e può immagazzinare o vendere energia elettrica rinnovabile autoprodotta”. L’Ue introduce quindi concetti che ai profani appaiono quasi sinonimi, come comunità, collettività, condivisione e collaborazione. Quello di autoconsumo, inoltre, si riferisce alla possibilità di consumare in loco, per i propri fabbisogni, l’energia prodotta da un impianto di produzione locale. Si tratta né più meno di una delle basi delle transizione ecologica. “Produrre, immagazzinare e consumare energia elettrica nello stesso sito prodotta da un impianto di generazione locale – spiega l’Enea nella sua guida alle comunità energetiche – permette al produttore/consumatore di contribuire attivamente alla transizione energetica e allo sviluppo sostenibile del Paese, favorendo l’efficienza energetica e promuovendo lo sviluppo delle fonti rinnovabili”.

I primi esperimenti sulle comunità energetiche risalgono agli inizi del 2000 e principalmente nel Nord Italia. Oggi, secondo l’ultimo report Comunità Rinnovabili a cura di Legambiente, se ne contano 35 già operative, sparpagliate in tutto il territorio nazionale: alcune tra i propri obiettivi hanno segnalato proprio l’autoconsumo di energia, altre la riduzione della spesa energetica, altre ancora la riduzione della povertà energetica mentre alcune si basano sulla combinazione di queste e altre finalità. Secondo il censimento Rse, invece, in Italia esistono una ventina di comunità energetiche rinnovabili (Cer). Poche, pochissime se si guarda all’estero. Dall’Orange Book ‘Le comunità energetiche in Italia’, curato da Rse e dalla Fondazione Utilitatis in collaborazione con Utilitalia, emerge infatti chiarissimo il gap infrastrutturale tra Italia e Paesi europei. Non solo quelli appartenenti al G7, per così dire i più “sviluppati”, ma anche rispetto a quelli meno all’avanguardia dal punto di vista energetico. La Spagna ne conta almeno 33, Polonia e Belgio 34, la Francia ben 70 e la Svezia addirittura 200. Vere e proprie superpotenze sono Regno Unito (431), Paesi Bassi (500) e Danimarca (700) senza contare la quota monstre che può vantare la Germania, con almeno 1750 comunità energetiche attive.

comunità energetiche

Ecco allora che le risorse derivanti dal Pnrr sarebbero indispensabili per colmare il divario con i partner continentali e spingere l’acceleratore sulla transizione green. Il Pnrr, nell’ambito del compito (M2C2 – Energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile) prevede 2,2 miliardi di euro specificamente per “la promozione delle energie rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo”. Finanziamenti utili a installare circa 2.000 MW di nuova capacità di generazione elettrica in configurazione distribuita da parte di comunità delle energie rinnovabili e auto-consumatori. Ipotizzando una produzione annua da fotovoltaico di 1.250 kWh per ogni kW, si produrrebbero così circa 2.500 GWh annui in grado di evitare l’emissione di 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno.

Un 2 giugno ‘diverso’ a Bruxelles anche in chiave mobilità elettrica

Una Festa del 2 giugno diversa dal solito quest’anno, a partire da Roma, dove alla tradizionale parata militare i capofila sono stati gli infermieri, i medici, il personale sanitario che hanno combattuto una vera guerra contro il Covid, contando anche molte, forse troppe, vittime nelle loro stesse fila. Sono questi gli eroi moderni che vorremmo celebrare, non quelli che devono difendere la propria vita con le armi contro un’aggressore. Ma questo, anche questo, purtroppo è quel che il mondo ci sta offrendo.

Tornando alla Festa del 2 giugno, nella quale celebriamo la nascita della nostra Repubblica, mi ha particolarmente e positivamente colpito l’immagine che l’Italia ha saputo dare di sé nella celebrazione qui a Bruxelles.

Era diventato un evento un po’ stanco, ripetitivo: un’ammucchiata di italiani, per lo più attempati, che si riunivano presso la splendida residenza dell’ambasciatore in Belgio, per mangiare qualcosa di faticosamente conquistato ad un buffet (di solito comunque decente). Ci si diceva quanto è bello essere italiani, quante belle cose sappiamo fare, sbucava sempre una Cinquecento o una montagna di Ferrero rocher (perché è vero che si trovano nelle ambasciate). Sudore, saluti e baci e poi tutti a casa. Erano anni che non andavo.

Sarà stato per la salmonella nello stabilimento Ferrero di Arlon, ma quest’anno i rocher non c’erano. C’era la Cinquecento, parcheggiata con discrezione lungo la strada: c’era un modello anni ’70, poi uno attuale, poi una Ferrari, innegabili eccellenze italiane, il tutto in chiave di promozione della mobilità elettrica, con una bella colonnina messa da Enel proprio all’ingresso del passo carraio della Residenza.

Quel che mi è piaciuto però quest’anno qui a Bruxelles è stato che la festa era sì a casa dell’ambasciatore presso il Belgio, così come deve essere, perché è lui che rappresenta l’Italia presso il regno, e dunque noi cittadini italiani, ma era stata organizzata da tutti i numerosi ambasciatori italiani che risiedono nella capitale europea. Si dice “fare sistema”, è un’espressione orrenda, ma il senso del lavorare in maniera unitaria e coordinata che l’Italia sta tentando di fare da qualche tempo qui c’era. Perché abbiamo l’ambasciatore presso il Belgio, al quale tutti i cittadini e le imprese italiane fanno riferimento nel loro quotidiano vivere ed operare qui. Un operare che si esplica nella vita civile del Paese, ma anche nel lavoro politico e materiale presso le istituzioni, e qui entra in campo l’ambasciatore Rappresentante dell’Italia presso l’UE, c’è a Bruxelles anche la NATO, il cui lavoro in questo momento è più che mai legato a gran parte della vita politica ed economia dell’Italia, e quindi c’era anche questo ambasciatore. Un pochino in disparte perché la natura del suo lavoro lo richiede, ecco anche l’ambasciatore presso il Comitato politico e di sicurezza dell’Unione. C’era il governo, con il sottosegretario agli Affari europei, e c’era ovviamente il nostro commissario europeo e qualche europarlamentare.

C’erano tanti giovani, qualche imprenditore, una manciata di giornalisti, due vicepremier belgi, qualche intellettuale e tanti cittadini, ma non troppi, una volta tanto le presenze sono state “ragionate” su quello che l’Italia fa e rappresenta a Bruxelles. Insomma un’Italia meno retorica, non nostalgica, che ha dimostrato di essere a casa sua in Europa.