In vigore tregua di 10 giorni tra Libano e Israele. Teheran: “Hormuz completamente aperto”

E’ scattata alle 23 ora italiana di giovedì la tregua tra il Libano e Israele, come annunciato giovedì dal presidente Usa, Donald Trump. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. “Spero che Hezbollah si comporti in modo corretto e onesto durante questo importante periodo. Sarebbe un momento enorme per loro se lo facessero. Basta uccisioni. Dobbiamo finalmente avere la pace”, ha commentato il tycoon. Il primo effetto immediato della tregua è la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran: “In linea con la tregua in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione Portuale e Marittima della Repubblica Islamica dell’Iran”, ha scritto su X il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.  Una riapertura, però, che, precisa il presidente Usa Donald Trump, non cambierà il blocco navale nei confronti dell’Iran che “rimarrà pienamente in vigore” fino alla fine dei negoziati.

Secondo quanto riportato da un funzionario della sicurezza israeliana, Israele non ha comunque intenzione di ritirare le proprie truppe dal Libano meridionale durante il cessate il fuoco. Martedì, i due Paesi si erano incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. Giovedì lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato annunciando di voler invitare Netanyahu e Aoun, alla Casa Bianca “per i primi colloqui significativi tra Israele e Libano dal 1983, un periodo ormai lontanissimo”. “Entrambe le parti desiderano la pace, e credo che ciò avverrà rapidamente”, ha scritto.

Nonostante la “buona giornata”, il presidente Usa è tornato ad accusare il nostro Paese, dopo le critiche dei giorni scorsi alla premier Giorgia Meloni e poi a Papa Leone XIV. “L’Italia non c’era per noi, e noi non ci saremo per loro”, ha assicurato a commento di un articolo del 31 marzo di The Guardian sul ‘no’ del nostro Paese all’uso della base di Sigonella.

Oggi intanto la presidente del Consiglio sarà a Parigi per partecipare alla conferenza sul blocco a Hormuz, organizzata da Emmanuel Macron, con Keir Starmer e Friedrich Merz. Al centro, c’è una possibile spedizione europea nello Stretto, per le attività di sminamento. La presenza a Parigi consentirà a Meloni di riaffermare un posizionamento attivo dell’Italia con la coalizione dei volenterosi e di ribilanciare le tensioni con gli Stati Uniti, dopo giorni di attacchi continui del presidente.

L’impegno dei leader europei nello Stretto avverrebbe comunque solo con un cessate il fuoco solido. Ma un’azione dell’Europa per difendere la navigazione è richiesta urgentemente dagli Stati Uniti. Tanto che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha fatto riferimento ai molti alleati che “parlano molto e non fanno nulla”: “Questa è una via navigabile che il commercio americano non utilizza poi così tanto. Noi non dipendiamo dall’energia proveniente dallo Stretto di Hormuz, ma l’Asia sì, e l’Europa sì, e gran parte del resto del mondo sì”, ha sottolineato ricordando che “sentiamo e vediamo i discorsi al riguardo, ma quando quei paesi erano necessari, non non erano al nostro fianco”. Se la situazione dovesse concludersi, “cosa che crediamo accadrà, allora accoglieremmo con favore l’intervento di altri paesi a posteriori”, ammette, avvertendo però che “non si può vivere in un mondo – e questo è un messaggio al resto del mondo e ai nostri alleati – in cui ci si affida semplicemente all’America per fare continuamente il lavoro pesante”. Che gli alleati si impegnino attivamente per liberare lo Stretto sin da subito è una richiesta esplicita: “Non ci contiamo, ma sarebbe meraviglioso se mai si concretizzasse”.

Iran, stallo sui negoziati ma Trump annuncia tregua in Libano. Allarme Aie: “Europa ha jet fuel per 6 settimane”

E’ stallo sui negoziati per la guerra in Iran. Mentre a Teheran, il capo dell’esercito pakistano  Asim Munir, ha incontrato funzionari iraniani nel tentativo di estendere il cessate il fuoco in scadenza il 21 aprile che ha interrotto quasi sette settimane di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, permane l‘incertezza sul fatto che l’intensa attività diplomatica possa portare a un accordo. La Casa Bianca si è detta ottimista sulla possibilità di raggiungere un’intesa con la volontà di riprendere presto i colloqui anche se non ci sono ancora informazioni sul luogo o sulla data del secondo round.

Sul fronte libanese, invece, dopo una giornata di scambi telefonici con i due leader, Donald Trump ha annunciato il cessate il fuoco anche tra Beirut e Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. Martedì, i due Paesi si sono incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. In mattinata, lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato.

Intanto l’impatto della guerra inizia a preoccupare seriamente: l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha infatti lanciato l’allarme carburanti. “L’Europa ha “forse carburante per aerei sufficiente per circa sei settimane”, ha detto un’intervista all’Associated Press, Il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, dipingendo un quadro allarmante delle ripercussioni globali di quella che ha definito “la più grande crisi energetica che abbiamo mai affrontato”, derivante dal blocco del flusso di petrolio, gas e altre forniture vitali attraverso lo Stretto di Hormuz. “Ora ci troviamo in una situazione critica, che avrà gravi ripercussioni sull’economia globale. E più a lungo durerà, peggiori saranno le conseguenze per la crescita economica e l’inflazione in tutto il mondo”, ha poi aggiunto, spiegando che le ripercussioni economiche saranno disomogenee, con alcuni Paesi “più colpiti di altri”. Tra questi, Giappone, Corea, India, Cina, Pakistan e Bangladesh. “I Paesi che soffriranno di più non saranno quelli la cui voce viene ascoltata di più. Saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo. I Paesi più poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina”, ha affermato. L’impatto si tradurrà in “prezzi più alti della benzina, prezzi più alti del gas, prezzi più alti dell’elettricità”, ha detto.

Sulla delicata questione dello Stretto di Hormuz è previsto domani a Parigi un nuovo vertice dei cosiddetti ‘volenterosi’, coalizione formata da oltre 40 Paesi. Sul tavolo un piano di sminamento pronto da mettere in campo, soprattutto se la tregua tra Iran e Stati Uniti sarà prolungata. Il vertice è stato convocato dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer: in presenza anche la premier Giorgia Meloni. L’obiettivo è quello di ritornare presto alla libertà di navigazione nello Stretto, ma restano due incognite: una legata al ruolo degli Stati Uniti, rimasti finora fuori dalla coalizione, e l’atteggiamento dell’Iran, che per la prima volta si è mosso con netta contrarietà rispetto al piano dei volenterosi.

Da Washington oggi il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth in conferenza stampa al Pentagono ha precisato che la Marina degli Stati Uniti “controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di mezzi concreti e di capacità reali”. “Stiamo attuando questo blocco utilizzando meno del 10% della potenza navale americana”, ha spiegato avvertendo Teheran che le truppe in Medio Oriente si stanno “riarmando” e sono pronte a riprendere i combattimenti in caso di fallimento dei negoziati. “Mentre voi scavate tra le macerie delle strutture colpite dai bombardamenti, noi diventiamo solo più forti”, ha affermato. Rivolgendosi direttamente al regime iraniano, ha detto che possono “spostare le cose”, ma così facendo si espongono all'”occhio vigile” americano.

 

Israele lancia attacco di terra in Libano. Trump: “Siamo pieni di munizioni”

Si aggrava la situazione in Medioriente e il numero di vittime è salito a 787. L’esercito israeliano ha lanciato un’offensiva di terra in Libano, colpendo “il quartier generale e i depositi di armi dell’organizzazione terroristica Hezbollah a Beirut”.  “Netanyahu e io – fa sapere il ministro della Difesa israeliano Israel Katz – abbiamo approvato l’avanzata dell’esercito e la conquista di ulteriori aree di controllo in Libano per impedire il fuoco sugli insediamenti al confine con Israele”. Secondo quanto riferiscono i media locali, la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) ha chiesto al suo personale non essenziale di evacuare le sue posizioni nel Libano meridionale. “Questa non è una guerra senza fine. È anzi qualcosa che inaugurerà un’era di pace che non abbiamo mai nemmeno sognato”, ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu intervistato da Fox News. “Questa – ha aggiunto – sarà un’azione rapida e decisiva. E creeremo prima le condizioni affinché il popolo iraniano prenda il controllo del proprio destino, per formare un proprio governo democraticamente eletto, che renderà l’Iran completamente diverso”.

TRUMP: SIAMO PIENI DI MUNIZIONI. “Le scorte di munizioni degli Stati Uniti, di livello medio e medio-alto, non sono mai state così elevate o migliori. Come mi è stato detto oggi, abbiamo una scorta praticamente illimitata di queste armi”, scrive su Truth il presidente degli Usa, Donald Trump. “Le guerre – aggiunge – possono essere combattute “per sempre”, e con grande successo, usando solo queste scorte (che sono migliori delle migliori armi di altri paesi!). Al massimo livello, abbiamo una buona scorta, ma non siamo dove vorremmo essere. Molte altre armi di alto livello sono immagazzinate per noi nei paesi periferici”. Ieri, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, il repubblicano aveva annunciato che “la grande onda” deve ancora arrivare, ma intanto “li stiamo massacrando”, lasciando intendere di avere le capacità di proseguire anche altre le 4-5 settimane inizialmente previste.

COLPITA AMBASCIATA USA A RIAD.  L’ambasciata statunitense a Riad, in Arabia Saudita, ha annunciato che annullerà tutti gli appuntamenti consolari di martedì “a causa di un attacco alla struttura”, che è stata colpita da presunti droni iraniani nelle prime ore della mattinata. Il ministero della Difesa saudita aveva precedentemente confermato l’attacco, affermando che aveva causato “incendi limitati e lievi danni materiali”. Una fonte vicina alla vicenda ha dichiarato alla CNN che inizialmente non ci sono state segnalazioni di feriti.

EVACUATI RESIDENTI VICINI A BASE RAF A CIPRO. Quasi tutti i residenti sono stati evacuati questa notte dal villaggio di Akrotiri, a Cipro, nei pressi della base della RAF britannica, presa di mira dai droni da combattimento. “Tutti se ne sono andati, tranne una ventina di persone che si sono rifiutate di andarsene”, ha dichiarato al Guardian il vicesindaco della zona, Giorgos Konstantinos. “Si è trattato di un’evacuazione di massa, date le circostanze e la paura”. Nella serata di ieri le forze di polizia sono state rafforzate attorno alla base militare, dopo che sono stati intercettati alcuni droni.

DANNI A SITO NUCLEARE DI NATANZ. Sulla base delle ultime immagini satellitari disponibili, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) conferma danni agli edifici di ingresso dell’impianto sotterraneo di arricchimento del combustibile di Natanz (FEP) in Iran. “Non sono previste conseguenze radiologiche e non sono stati rilevati ulteriori impatti presso l’impianto stesso, gravemente danneggiato durante il conflitto di giugno”, scrive l’agenzia su X.

IN ARRIVO STUDENTI ITALIANI BLOCCATI A DUBAI. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che sono in partenza da Abu Dhabi i circa 200 studenti che partecipavano a un corso a Dubai: verranno trasferiti in aereo a Linate. Sul volo viaggiano anche alcuni cittadini italiani in particolari condizioni di salute. Altri bus sono disponibili per il trasferimento dagli Emirati verso l’Oman, e altri voli charter messi a disposizione dalla compagnia Oman Air vengono organizzati in queste ore per i passeggeri diretti in Italia. A Mascate, intanto, dalle 4,30 del mattino è già operativo il primo gruppo di funzionari di rinforzo alle sedi diplomatiche. Tajani, in accordo con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha chiesto alla Farnesina di creare un’unità di supporto di diplomatici, carabinieri, finanzieri. “Stiamo lavorando senza sosta per assistere i nostri connazionali rimasti bloccati in Medio Oriente. Per rispondere all’emergenza in corso, stiamo facilitando, insieme alle Ambasciate italiane nella regione e in collaborazione con le Autorità locali, alcuni voli di rientro dei connazionali dalla regione del Medio Oriente”, spiega Tajani.

Gaza nel baratro: Onu dichiara ufficialmente lo stato di carestia

La via è ormai senza ritorno. L’Onu ha ufficialmente dichiarato lo stato di carestia a Gaza, dove secondo i suoi esperti 500.000 persone versano in condizioni “catastrofiche”, mentre Israele minaccia di distruggere la città più grande del territorio palestinese devastato dalla guerra.

Dopo mesi di avvertimenti, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), un organismo delle Nazioni Unite con sede a Roma, ha confermato che nella provincia di Gaza è in corso una carestia. Israele ha definito l’annuncio come “basato sulle menzogne di Hamas”, il movimento islamista palestinese il cui attacco senza precedenti del 7 ottobre 2023 contro Israele ha scatenato la guerra. “Non c’è carestia a Gaza”, ha affermato il ministero degli Esteri israeliano. “E’ una menzogna spudorata”, ha replicato il primo ministro Benjamin Netanyahu, secondo cui “Israele non ha una politica di carestia. Israele ha una politica di prevenzione della carestia”.

Ma secondo l’IPC, la carenza estrema di cibo dovrebbe estendersi ai governatorati di Deir el-Balah (centro) e Khan Younès (sud) entro la fine di settembre. Il governatorato di Gaza rappresenta circa il 20% della superficie del territorio palestinese. Se si aggiungono quelli di Khan Younès (29,5%) e Deir el-Balah (16%), si arriva al 65,5%, ovvero circa i due terzi della superficie totale della Striscia di Gaza, un territorio povero di 365 km2 dove vivono ammassati più di due milioni di palestinesi.

Secondo gli esperti dell’Onu, più di mezzo milione di persone in questa zona affrontano condizioni “catastrofiche”, il livello più alto di emergenza alimentare dell’IPC, caratterizzato da carestia e morte. Una situazione che “avrebbe potuto essere evitata” senza “l’ostruzionismo sistematico di Israele”, ha accusato il responsabile del coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, Tom Fletcher.

Il Cogat, l’organismo del ministero della Difesa israeliano che supervisiona gli affari civili nei Territori palestinesi occupati, ha denunciato il rapporto dell’IPC come “falso e parziale”, aggiungendo che non si è tenuto conto degli sforzi compiuti nelle ultime settimane per “stabilizzare la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza”. Il capo dei diritti umani delle Nazioni Unite, Volker Türk, ha ricordato venerdì che “affamare le persone per scopi militari è un crimine di guerra”. “Non possiamo lasciare che questa situazione continui impunemente”, ha dichiarato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. “Abbiamo bisogno di un cessate il fuoco immediato, del rilascio immediato di tutti gli ostaggi e di un accesso umanitario totale e senza ostacoli”, ha aggiunto. Per il ministro degli Esteri britannico, David Lammy, si tratta di uno “scandalo morale” e “totalmente evitabile”. A puntare il dito è anche la Croce Rossa Internazionale, secondo cui Israele, in quanto forza di occupazione, ha l’obbligo di “soddisfare i bisogni primari della popolazione” di Gaza come afferma il diritto internazionale.

“Sapete chi sta morendo di fame? Gli ostaggi rapiti e torturati dai barbari di Hamas”, ha reagito su X l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, fervente sostenitore di Israele anche prima della pubblicazione del rapporto dell’IPC.

L’Iran annuncia la fine della guerra dei 12 giorni. Israele: “Ora ci concentriamo su Gaza”

La guerra è finita, andate in pace. Da un lato Donald Trump, per il quale “è stato un grande onore distruggere tutti i siti nucleari” iraniani “e poi fermare la guerra!”. Dall’altro, il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, che ha annunciato “la fine della guerra dei 12 giorni imposta a Teheran” da Israele e si è detto pronto a tornare “al tavolo dei negoziati”. Nel mezzo, una giornata difficile, fatta di tregue violate e poi confermate, di telefonate da un capo all’altro del mondo e di tensioni che si sono accese e spente a intermittenza.

Nel dodicesimo giorno di guerra tra Israele e Iran comincia a vedersi la luce in fondo al tunnel, anche se “la campagna contro” il programma nucleare iraniano “non è finita. Stiamo iniziando un nuovo capitolo basato sui progressi compiuti nella campagna attuale”, come ha dichiarato il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, Eyal Zamir. Pezeshkian ha assicurato che il suo Paese non sta perseguendo armi nucleari, ma continuerà a difendere i propri “diritti legittimi”.

E l’annuncio della fine del conflitto apre uno spiraglio alla pace, ma non su tutti i fronti. Zamir, infatti, ha fatto sapere che ora l’esercito “torna a concentrarsi su Gaza, per riportare a casa gli ostaggi e smantellare il regime di Hamas”. Tel Aviv ha anche annunciato la revoca delle restrizioni imposte alla popolazione durante la guerra con l’Iran, mentre le autorità aeroportuali hanno comunicato il “ritorno alla normalità” del traffico aereo. Le scuole e i negozi potranno riaprire e viene annullato il divieto di assembramenti pubblici.

Il presidente Usa, che è volato all’Aia per il vertice Nato, getta acqua sul fuoco, pur continuando ad alimentare le fiamme. Nella notte italiana il repubblicano aveva annunciato la tregua, ma sono continuati gli attacchi iraniani e quelli israeliani, con accuse reciproche di violazione dello stop ai combattimenti. Israele in mattinata ha confermato di aver accettato l’offerta di Trump e che “tutti gli obiettivi” della guerra, scatenata con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare il programma nucleare iraniano, erano stati raggiunti. Teheran ha invece gridato “vittoria”, vantandosi di aver costretto il nemico a “cessare unilateralmente” la guerra. Nel mezzo, Trump ha accusato i due Paesi di aver violato la tregua e il Qatar – finito nel mezzo dello scontro con il lancio di missili sulle basi Usa nel suo territorio – ha fatto sapere di aver “persuaso l’Iran” ad accettare il cessate il fuoco e ha esortato Washington e Teheran a riprendere i colloqui sul nucleare.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha giudicato impossibile, in questa fase, valutare i danni inflitti ai siti iraniani, ai quali ha chiesto di poter accedere. Gli esperti ritengono che l’Iran potrebbe aver evacuato il materiale nucleare dai siti colpiti e Teheran ha affermato di possedere ancora scorte di uranio arricchito. L’Aiea ha tuttavia dichiarato di non aver rilevato finora alcuna indicazione di un “programma sistematico” per la fabbricazione di una bomba atomica.

Iran attacca base Usa in Qatar. Doha avvertita ma reagisce: Ci riserviamo di rispondere

L’Iran attacca la base americana di Al-Udeid in Qatar, la più grande del Medio Oriente, in risposta ai bombardamenti di domenica su tre siti nucleari iraniani. Doha assicura di aver intercettato con successo i missili, condanna l’attacco missilistico, definendolo una “flagrante violazione” della sua sovranità e si riserva il “diritto di rispondere”. Teheran, impegnata da 11 giorni in una guerra con Israele, mette così in atto le sue minacce di ritorsione contro i raid americani che hanno colpito il sito sotterraneo di arricchimento dell’uranio a Fordo e gli impianti nucleari di Isfahan e Natanz. “In risposta all’azione aggressiva e insolente degli Stati Uniti”, le forze armate iraniane “hanno colpito poche ore fa la base aerea americana di Al-Udeid, in Qatar”, avvisa il Consiglio di sicurezza nazionale iraniano in un comunicato, affermando che il numero di missili utilizzati “era lo stesso del numero di bombe” utilizzate nei raid americani.

“Questa azione non rappresenta alcuna minaccia per il nostro Paese amico e fratello, il Qatar”, aggiunge il Consiglio, senza riferire di attacchi contro obiettivi americani in Iraq, citati in precedenza dall’agenzia di stampa ufficiale Irna. Il ministero della Difesa del Qatar fa sapere di aver “intercettato con successo un attacco missilistico contro la base aerea di Al-Udeid”, affermando che non ci sono state vittime. “Lo Stato del Qatar si riserva il diritto di rispondere direttamente in modo proporzionato” a questa “flagrante aggressione”, reagisce il ministero degli Esteri del Qatar, aggiungendo che la base era stata precedentemente evacuata. Immediata la condanna di Dubai: “Condannano con la massima fermezza l’attacco dei Guardiani della Rivoluzione iraniani alla base aerea di Al Udeid, nel Paese fratello del Qatar, considerato una flagrante violazione della sovranità e dello spazio aereo del Qatar”, ha affermato il ministero degli Esteri degli Emirati in un comunicato. Il Kuwait e il Bahrein annunciano la chiusura del loro spazio aereo dopo l’attacco al Qatar, il cui annuncio ha fatto crollare i prezzi del petrolio. All’indomani dell’intervento americano nella guerra tra Iran e Israele, che secondo il Pentagono ha “devastato il programma nucleare iraniano”, la Casa Bianca aveva precedentemente esortato il governo iraniano a riprendere i negoziati sul nucleare, se voleva mantenere il potere nel Paese. Domenica, Ali Akbar Velayati, consigliere della guida suprema Ali Khamenei, aveva minacciato azioni contro le basi militari americane nella regione.

Da parte sua, lunedì sera Israele ha invitato gli abitanti di Teheran ad allontanarsi dalle basi militari e di sicurezza, avvertendo che avrebbe continuato i raid, dopo intensi attacchi sulla capitale iraniana contro i centri di comando dei Guardiani della Rivoluzione e la prigione di Evin, in risposta ai lanci di missili iraniani. La giustizia iraniana ha riferito di danni in alcune parti della prigione di Evin, dove sono detenuti occidentali, prigionieri politici e oppositori. Israele ha anche dichiarato di aver condotto attacchi per “bloccare le vie di accesso” al sito di Fordo, nascosto sotto una montagna a sud di Teheran. In Iran, la guerra ha causato più di 400 morti e 3.056 feriti, per lo più civili, secondo un bilancio ufficiale. I lanci iraniani su Israele hanno causato 24 morti, secondo le autorità. Affermando che l’Iran era sul punto di dotarsi della bomba atomica, Israele lo ha attaccato il 13 giugno, bombardando centinaia di siti militari e nucleari e uccidendo i più alti ufficiali del Paese e alcuni scienziati nucleari. L’Iran, che ha risposto con lanci di missili e droni verso Israele, nega di voler fabbricare armi atomiche, ma difende il proprio diritto a un programma nucleare civile. Prima dell’attacco alla loro base, gli Stati Uniti hanno dichiarato di monitorare “attivamente la situazione nello Stretto di Hormuz”, che “il regime iraniano sarebbe stupido” ad attaccare. Domenica Washington aveva invitato Pechino a dissuadere Teheran dal rispondere all’attacco americano chiudendo questa zona di transito marittimo che rappresenta un quinto del petrolio mondiale. La televisione di Stato iraniana ha inoltre annunciato l’arresto di un “cittadino europeo” sospettato di essere una ‘spia’ al servizio di Israele, senza fornire ulteriori dettagli. Invocando la “situazione di sicurezza” nella regione, le compagnie petrolifere straniere nel sud dell’Iraq hanno “evacuato” parte del loro personale straniero.

Il presidente americano Donald Trump ha parlato domenica di “danni monumentali” inflitti ai siti nucleari iraniani. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha giudicato impossibile in questa fase valutare l’entità dei danni e ha chiesto l’accesso ai siti nucleari iraniani. Gli esperti ritengono che l’Iran possa aver evacuato il materiale nucleare dai siti colpiti, e un alto funzionario iraniano, Ali Shamkhani, ha affermato che il Paese possiede ancora scorte di uranio arricchito. Secondo l’AIEA, l’Iran ha arricchito l’uranio al 60%, vicino alla soglia del 90% necessaria per fabbricare una bomba atomica. Tuttavia, l’agenzia afferma di non aver rilevato finora alcuna prova di un “programma sistematico” iraniano in tal senso. Donald Trump, che aveva rilanciato i negoziati con Teheran per regolamentare il suo programma nucleare – avviati ad aprile con la mediazione dell’Oman – è “ancora interessato” a una soluzione diplomatica, ha affermato lunedì la portavoce della Casa Bianca. Ma “se il regime iraniano rifiuta di impegnarsi in una soluzione diplomatica perché il popolo iraniano non toglie il potere a questo regime incredibilmente violento che lo reprime?”, ha detto. “Se l’attuale regime iraniano è incapace di restituire all’Iran la sua grandezza, perché non dovrebbe esserci un cambio di regime?”, aveva scritto il giorno prima Trump sul suo social network Truth.

Iran, Khamenei: “Se Usa entrano in guerra danni irreparabili”. Da Trump ultimatum finale

Photo credit: AFP

 

Khamenei parla in tv agli iraniani e sfida Trump. “Non ci arrenderemo mai”, dice la Guida Suprema, che definisce “inaccettabile” l’ultimatum del presidente americano, minacciando le basi Usa nella regione. E aggiunge: “Non avremo pietà per i leader di Israele”. Al tempo stesso l’ayatollah teme per la sua vita e prepara anche il figlio Mojtaba per la successione.

Dal canto suo, Donald Trump resta indeciso: di certo, fa sapere, non lo dirà pubblicamente se deciderà di attaccare. Al momento, tutte le opzioni sono sul tavolo della Casa Bianca che valuta i dubbi sul cambio di regime a Teheran e il rischio di uno scenario libico. Per cui, lancia un ultimatum definitivo: “Hanno chiesto di venire a negoziare, ma è tardi: ho perso la pazienza con l’Iran, deve arrendersi senza condizioni”. La risposta è altrettanto chiara: la nazione iraniana “non si arrenderà mai” sotto pressione, dichiara Khamenei in televisione. Per Teheran il tycoon è un “guerrafondaio” e l’ayatollah avverte: “Le conseguenze di un attacco americano saranno irreparabili”.

Parole a cui il mondo risponde correndo ai ripari: il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza e anche il britannico Keir Starmer e il francese Emmanuel Macron  convocano riunioni di emergenza. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, esorta alla de-escalation, ricordando che “ogni intervento militare aggiuntivo avrebbe conseguenze enormi per l’intera regione”. Ma Trump non sembra intenzionato a cedere, e valuta possibili attacchi: “Forse lo farò, forse no”, dice da Washington, aggiungendo che Teheran aveva contattato gli Stati Uniti per negoziare, ma che la sua pazienza stava “già esaurendosi”. Gli Stati Uniti possiedono una potente bomba anti-bunker in grado di distruggere i siti nucleari iraniani profondamente interrati.

Sul fronte di guerra, il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che l’Aeronautica Militare ha distrutto il “Quartier Generale della Sicurezza Interna” a Teheran, che ha descritto come “il principale organo repressivo del dittatore iraniano”. L’esercito israeliano aveva già annunciato attacchi contro “obiettivi militari” a Teheran. Potenti esplosioni sono state udite più volte dai giornalisti sul posto e diverse colonne di fumo erano visibili in diversi quartieri della capitale. Anche la Mezzaluna Rossa iraniana ha annunciato un attacco israeliano nei pressi del suo edificio. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Israele ha distrutto due impianti di produzione di centrifughe vicino a Teheran. In risposta, le Guardie Rivoluzionarie della Repubblica Islamica hanno dichiarato di aver lanciato missili balistici ipersonici a raggio intermedio Fattah-1. In serata, l’Iran ha annunciato un inasprimento delle restrizioni a internet, sostenendo che Israele aveva dirottato la rete per scopi militari, nel sesto giorno di guerra tra i due Paesi.

Al momento, i bombardamenti israeliani hanno causato almeno 224 morti e oltre mille feriti in Iran, secondo l’ultimo rapporto ufficiale iraniano pubblicato domenica. I colpi di missili e droni iraniani, che hanno colpito i centri urbani, hanno causato almeno 24 morti e 592 feriti, secondo le autorità israeliane. Intanto, gli Stati Uniti stanno preparando l’evacuazione volontaria dei propri cittadini da Israele, secondo l’ambasciatore statunitense a Gerusalemme Mike Huckabee. Diversi paesi europei, tra cui Germania e Italia, hanno rimpatriato centinaia di loro connazionali. La Cina ha già evacuato quasi 800 suoi cittadini dall’Iran e altri mille sono in fase di evacuazione. Il Ministro degli Esteri, Wang Yi, ha espresso “profonda preoccupazione” per una guerra che “potrebbe sfuggire di mano”. L’ambasciata russa a Tel Aviv ha annunciato la partenza delle famiglie dei diplomatici da Israele. Al contrario, il primo aereo con a bordo israeliani bloccati all’estero a causa della chiusura dello spazio aereo del loro Paese è atterrato mercoledì vicino a Tel Aviv, proveniente da Cipro.

Trump: Usa in guerra, decisione entro due settimane. Iran minaccia su gas e petrolio

Due settimane. E’ il tempo che si è dato Donald Trump per prendere una decisione se schierare anche gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. Non è la viva voce del presidente Usa a spiegarlo, né un messaggio sui suoi canali social, ma una dichiarazione letta alla Casa Bianca dalla sua portavoce, Karoline Leavitt: “Considerando che esiste una possibilità concreta che nei prossimi giorni possano o meno avere luogo dei negoziati con l’Iran, deciderò entro le prossime due settimane se procedere o meno“, ha fatto sapere il tycoon.

Nel frattempo incassa le parole al miele di Benjamin Netanyahu, che in un’intervista andata in onda oggi nel programma ‘Seven with Ayala Hasson‘, su Kan News, riconosce di sentire il “sostegno” di Washington, a differenza del recente passato, quando l’amministrazione di Joe Biden ha cercato di impedire a Israele di “trattare con i delegati dell’Iran. Il primo ministro, poi, accoglie “con favore” tutto l’aiuto che potrà arrivare al suo Paese per colpire i siti nucleari iraniani. Sul piano militare, poi, il leader di Israele assicura che le sue truppe sono “in grado di colpire tutti gli impianti nucleari” di Teheran e che, dall’inizio del conflitto, “abbiamo distrutto più della metà dei loro lanciamissili“. Nell’intervista c’è spazio per parlare anche delle dichiarazioni del suo ministro della Difesa, Yisrael Katz, secondo cui “Khamenei non deve continuare a esistere“. Netanyahu si limita a dire di aver “dato istruzioni che nessuno in Iran avrà l’immunità“, ma “oltre questo, non è appropriato né necessario aggiungere altro. Dobbiamo lasciare che i fatti parlino più delle parole“.

A distanza di migliaia di chilometri si sente anche la voce di Papa Leone XIV, che in un’intervista esclusiva al Tg1, parlando della crisi internazionale, la definisce “davvero preoccupante“. Il Pontefice afferma, poi, che “giorno e notte cerco di seguire ciò che sta succedendo in tante parti del mondo. Si parla soprattutto del Medio Oriente oggi, però non è soltanto lì“. Prevost rinnova l’appello per la pace: “Cercare a tutti i costi di evitare l’uso delle armi e cercare, attraverso gli strumenti diplomatici, il dialogo: ci mettiamo insieme a cercare soluzioni. Ci sono tanti innocenti che stanno morendo e bisogna promuovere la pace“, mette in luce.

L’Iran, dal canto suo, minaccia la possibile chiusura dello stretto di Hormuz, se gli Stati Uniti dovessero unirsi al conflitto con Israele: la sola ipotesi ha fatto schizzare il prezzo del gas che in Europa viene scambiato in chiusura a 41,7 euro per megawattora in rialzo di quasi l’8%.

La decisione, come annunciato dalla nota dello stesso Trump, arriverà nei prossimi giorni, mentre nella situation room aperta a Washington il Gabinetto del presidente passa al vaglio effetti e conseguenze. Molto attivo, in questo senso, è il segretario di Stato americano, Marco Rubio, che ha avuto una conversazione telefonica anche con il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani. La Farnesina fa sapere che nel colloquio il vicepremier “ha ribadito l’impegno italiano per una de-escalation che favorisca una soluzione diplomatica nel conflitto fa Israele e Iran“. Inoltre, con Rubio “Tajani ha concordato sul fatto che l’Iran non deve avere la bomba atomica” e il ministro ha ricevuto dall’alleato americano “l’indicazione che gli Stati Uniti sono pronti a negoziati diretti con le controparti iraniane, come annunciato dal presidente Trump“.

Inoltre, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, assicura che, al di là di quelle che saranno le scelte di Washington, “sicuramente l’Italia non pensa di entrare in guerra con l’Iran“.

La giornata è intensa per Tajani, che poco dopo sente al telefono anche il ministro degli Affari esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, Seyed Abbas Araghchi, confermandogli – riporta sempre la Farnesina – “la contrarietà italiana al fatto che l’Iran si doti dell’arma atomica“. Allo stesso tempo il vicepresidente del Consiglio ripete “l’impegno del governo italiano per arrivare rapidamente a una de-escalation che porti alla fine degli scontri militari tra Iran e Israele“.

Il settimo giorno di conflitto si era aperto con un attacco missilistico iraniano contro un ospedale. A Beersheba, nel sud di Israele, che “completamente distrutto” diversi reparti del Centro Medico Soroka, e l’intero ospedale ha subito “danni significativi, come dichiarato dal direttore della struttura, Shlomi Codish. “L’edificio colpito direttamente era vuoto. Altri reparti del centro, che ricevevano pazienti, sono stati colpiti. Abbiamo 40 feriti, la maggior parte dei quali con ferite lievi“, ha aggiunto. Il portavoce dell’ospedale ha specificato che l’edificio distrutto era stato “evacuato nei giorni scorsi”. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha chiesto che gli ospedali siano “rispettati” e “protetti”. “Il codardo dittatore iraniano sta deliberatamente sparando contro ospedali ed edifici residenziali in Israele. Questi sono tra i più gravi crimini di guerra e Khamenei sarà ritenuto responsabile per i suoi crimini“, ha reagito Katz. Ali Khamenei “considera la distruzione di Israele il suo obiettivo“, ha affermato. “Non si può permettere a un uomo simile di continuare a esistere“.

Immagini televisive hanno mostrato una colonna di fumo nero che si alzava dal complesso di Soroka, il più grande ospedale del sud di Israele e, in quanto tale, un centro sanitario di riferimento per le comunità beduine del Negev, che accoglie regolarmente soldati israeliani feriti nella guerra a Gaza. Per Teheran, a essere preso di mira è stato “il centro di comando e intelligence del regime, situato vicino a un ospedale”. Ma il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ci sta: “Faremo pagare un prezzo pesante ai tiranni“, ha avvertito, dopo aver dichiarato lunedì che l’uccisione dell’Ayatollah Khamenei avrebbe “posto fine al conflitto“. Durante una visita all’ospedale di Soroka, ha ribadito gli obiettivi dichiarati della guerra: “Il nostro obiettivo è duplice: armi nucleari e missili balistici. Li elimineremo. Stiamo completando l’eliminazione di questa minaccia“, ha affermato.

Il ministro Katz ha affermato che insieme al premier ha ordinato un’intensificazione degli attacchi contro l’Iran per “eliminare le minacce allo Stato di Israele” e “scuotere il regime degli ayatollah“. Dopo un attacco di decine di missili iraniani, nella mattinata è stato attivato un allarme in diverse regioni di Israele, tra cui Tel Aviv. I servizi di emergenza hanno segnalato 47 feriti. Dal canto suo, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito decine di siti in Iran, tra cui un “reattore nucleare incompiuto” ad Arak e “un sito di sviluppo di armi nucleari a Natanz“, nel centro del Paese. L’Iran “continuerà a esercitare il suo diritto all’autodifesa“, ha ribadito il ministro degli Esteri Araghchi. In attesa di capire le quali saranno le decisioni di Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping hanno “condannato fermamente” gli attacchi israeliani in Iran, chiedendo una risoluzione politica e diplomatica del conflitto. Mosca poi ha messo in guardia Washington contro qualsiasi “intervento militare” che avrebbe “imprevedibili conseguenze negative“.

Israele-Iran, Farnesina lavora a rientro italiani. Tajani: G7 compatto, no atomica a Teheran

La priorità in queste ore, per il governo, è la sicurezza dei cittadini italiani che si trovano in Israele e in Iran. “Siamo in costante contatto tutti”, assicura il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. “La situazione è quella che è, andiamo avanti preoccupandoci di garantire il più possibile la sicurezza dei nostri connazionali“, insiste.

Non ci saranno evacuazioni perché gli spazi aerei sono chiusi, ma la Farnesina sta “agevolando l’uscita dall’Iran e da Israele dei connazionali che vogliono uscire da questi paesi, quindi vediamo. In questo momento è la priorità numero uno”. Sui social, il vicepremier informa che l’Italia sta organizzando per i prossimi giorni voli commerciali da Amman per permettere ai connazionali di rientrare in Italia da Israele. Gli italiani dall’Iran cercano di rientrare in bus attraverso l’Azerbaigian.

Quanto al rischio sempre più concreto di un intervento armato degli Stati Uniti, Tajani non si esprime. “Chiamate Washington e chiedete“, dice parlando con i cronisti alla Camera, aggiungendo che “si possono commentare solo le decisioni, non le indiscrezioni di stampa o le anticipazioni. Tocca agli Stati Uniti decidere cosa fare”. Il ministro nega qualsiasi spaccamento del fronte europeo. Nel documento del G7 canadese, ricorda, “è stata ribadita l’unità”. Compattezza è stata confermata anche nella riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea di ieri, “anche sul no all’arma atomica nelle mani dell’Iran e questo mi pare è l’elemento chiave“, spiega.

Al termine del vertice “complesso” di Kananaskis, Giorgia Meloni rientra in Italia dopo aver giudicato l’Iran come “la principale fonte di instabilità della regione”. Tutti, riferisce, sono d’accordo che l’Iran non possa avere la bomba atomica. I Paesi del G7, garantisce, “di fronte a una minaccia che è reale concordano sul fatto che Israele abbia il diritto di difendersi, ma l’obiettivo al quale tutti lavoriamo è arrivare a negoziazioni che consentano davvero di impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare”, anche perché l’arma atomica “sarebbe una minaccia anche per tutti noi”.

Non ci sarà ancora un vertice di governo nelle prossime ore. Il ministro degli Esteri è impegnato oggi e domani in trasferta a Messina e Taormina, per il settantesimo anniversario del trattato. L’esecutivo si rivedrà venerdì 20, per il Consiglio dei Ministri. Prima, in mattinata la premier sarà impegnata a co-presiedere, con Ursula von der Leyen, a Roma un vertice sul Piano Mattei. Le due leader accoglieranno i rappresentanti di Angola, Zambia, Congo e Tanzania, con i vertici delle istituzioni finanziarie multilaterali, dal Fondo Monetario Internazionale alla Banca Mondiale, alla Banca Africana di Sviluppo e l’Africa Finance Corporation. Un passaggio per consolidare la sinergia tra il Piano Mattei per l’Africa promosso dall’Italia e il Global Gateway avviato dall’Unione europea e approfondire la rotta operativa per l’avanzamento delle iniziative comuni.

Le guerre fatte sulle tasche dei cittadini e la retromarcia della Ue

Schiacciati tra la guerra in Ucraina e gli orrori di Gaza, onestamente non si sentiva necessità di un altro fronte conflittuale, ancor più pericoloso, aperto da Israele contro l’Iran. Le evidenze di questi giorni testimoniano una svolta nell’accezione politica a questa terza guerra: mentre sull’Ucraina a tratti le posizioni non sono allineate, mentre sulla Striscia la condanna del mondo è univoca per ciò che ha scatenato la mattanza e per la reazione inusitata che continua a esserci, sulle incursioni dell’esercito di Netanyahu a Teheran e dintorni c’è la quasi sintonia del pianeta, al massimo (ed è il caso della Russia) si registrano silenzi imbarazzati. La minaccia atomica di un regime poco incline alla salvaguardia dei diritti umani, quello degli ayatollah, sta mettendo tutti d’accordo nella speranza che il conflitto non si allarghi e da regionale diventi planetario.

Fatta questa premessa, c’è la poi la sostanza delle cose che va a impattare sul cittadino comune, in Europa e in Italia. Già fiaccati dal ‘tiraemolla’ di Donald Trump che minaccia di mettere dazi anche ai sogni – a proposito, manca meno di un mese alla tregua di luglio – i sistemi economici occidentali devono rifare i conti con altri rincari, in particolare quelli dell’energia, cioè gas e petrolio. E’ vero che l’Iran attualmente ha un’incidenza minima nel mercato globale ed è vero che non si è verificato uno sconquasso dei prezzi (a giugno 2022, quattro mesi dopo l’invasione russa, aveva toccato i 122 dollari al barile, oggi è a 75), però la timida ripresa delle scorse settimane è andata a farsi benedire. E al signor Brambilla o alla signora Pautasso, che smaniano per andare in vacanza e magari non posseggono tutta questa sensibilità geopolitica, l’unica cosa che li rende irascibili sono il rincaro delle bollette e il pieno di diesel o benzina. Perché, alla resa dei conti, è sempre l’energia a fare da discriminante.

Prima c’erano gli Houty, adesso c’è lo stretto di Hormuz, che è grande come il Mare Adriatico e collega il Golfo Persico e il Golfo di Oman, là dove transitano ogni giorno 20 milioni di barili via nave. Se l’Iran decidesse di bloccare quel passaggio, mezzo mondo resterebbe a secco con conseguente impazzimento dei prezzi, perché una goccia di greggio varrebbe quanto un’oncia d’oro. Non a caso, l’Unione europea ha innestato la marcia indietro per quanto riguarda il tetto al petrolio russo, che doveva passare da 60 dollari (stabiliti nel 2022) a 45, in maniera da intaccare i ricavi di Vladimir Putin e togliergli le sovvenzioni per continuare il conflitto con l’Ucraina. Ma di fronte all’incedere minaccioso della guerra tra Israele e Iran e all’inevitabile aumento del prezzi, Ursula von der Leyen ha detto che conviene pazientare. Al contrario dell’Alta Commissaria Kaja Kallas che non vorrebbe arretrare di un millimetro, testimonianza di una distonia strategica all’interno della Commissione. A metterle d’accordo è intervenuto Trump, con un no secco e ultimativo all’inasprimento delle misure contro Mosca. E allora?

Allora lo spauracchio è quello degli Anni Settanta e delle targhe alterne legate alla crisi petrolifera. Assetati di benzina, vennero introdotte misure di austerity – mutuate da un’idea americana – per limitare la circolazione dei veicoli privati la domenica: una era vietata alle targhe pari, quella dopo alle targhe dispari. Tornare indietro di cinquant’anni senza capire il perché…