ghiacciai

Nel 2100 quasi tutti i ghiacciai lombardi saranno scomparsi

Siccità e cambiamenti climatici non danno scampo: secondo il Servizio glaciologico lombardo nel 2100 (scenario pessimistico) quasi tutti i ghiacciai della Lombardia saranno scomparsi. Il dato emerge dal monitoraggio e dalle stime che il sistema diffonde attraverso il link ‘Scenari futuri’.

In questa sezione dell’Osservatorio si mostra l’evoluzione futura della massa glaciale dell’intera regione Lombardia nei più recenti scenari climatici Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) elaborati da Zekollari et. al. nel 2019. Lo studio mette a confronto tre scenari: il primo è definito ‘Business as usual’, cioè sic stantibus rebus, perché non prevede alcun intervento per il contenimento del cambiamento climatico. Il secondo scenario è mediano e prende in considerazione interventi moderati che non consentono comunque il raggiungimento degli obiettivi di contenimento a +2 °C previsto dall’accordo di Parigi; infine il terzo considera raggiunti gli obiettivi di contenimento. In tutti i casi la prospettiva non è allettante; si va infatti sempre verso la quasi completa scomparsa dei ghiacciai, ma a un ritmo un po’ più lento a seconda delle misure intraprese.

Il Servizio glaciologico prende in considerazione gli oltre 100 ghiacciai lombardi e per ognuno realizza un grafico con i tre scenari. Quelli più indicativi riguardano però i ghiacciai maggiori, come l’Adamello, Forni o Fellaria Palù. Secondo il grafico dell’Adamello, i tre scenari corrono paralleli e crollano intorno al 2050 per azzerare il ghiacciaio intorno al 2060. Il ghiaccio Forni invece nella peggiore delle ipotesi scomparirà poco prima del 2100; secondo lo scenario mediano resterà intorno al 10% a fine secolo e nella migliore delle ipotesi al 2100 sarà presente solo il 24% del ghiacciaio originario. L’altro terzo grande ghiacciaio è quello di Fellaria Palù: qui le cose vanno un po’ meglio, nel senso che per lo scenario più ottimistico nel 2100 la massa di ghiaccio sopravvivrà per poco più del 50%; lo scenario mediano lo vede ridotto al 25% nel 2100; quello peggiore completamente estinto alla fine del secolo.

Questi modelli – spiega a GEA il responsabile scientifico del Servizio glaciologico lombardo, Riccardo Scottifunzionano meglio su un ghiacciaio consistente, sono infatti più attendibili. Chiaramente questa è una stima di massima, perché vanno tenute in debita considerazione le variabili annuali con minore o maggiore apporto di neve, ma è innegabile che i ghiacciai si stanno ritirando a ritmo molto sostenuto“. Secondo Scotti questa accelerazione è stata osservata con chiarezza a partire dagli anni Novanta del secolo scorso e poi dal 2003. “Da quelle date – spiega – ci sono state sempre più annate molto negative; in pratica negli ultimi vent’anni i ghiacciai arretrano sei volte più velocemente rispetto alla media degli anni precedenti agli anni Novanta. Chiaramente questo è imputabile al surriscaldamento globale, evento che pare inarrestabile“.

Ma perché i ghiacciai sono importanti? “La loro funzione – prosegue Scotti – è quella di fornire acqua ai fiumi durante l’anno, ma con impatto maggiore durante l’estate; nelle altre stagioni invece i fiumi vengono ingrossati dalle piogge o dallo scioglimento delle nevi. Quindi i ghiacciai sono un prezioso serbatoio di acqua in periodi siccitosi come quello che stiamo vivendo in questi mesi. Si stima che i ghiacciai diano un contributo del 30% ai fiumi, percentuale che sale in estate a causa della scarsità di piogge. Se scomparissero dunque, perderemmo una risorsa d’acqua che serve a tamponare i periodi di siccità estiva“.

Tutto l’arco alpino in questi anni e negli ultimi mesi sta vivendo un periodo di forte disequilibrio naturale a causa del cambiamento climatico. In questa fase di transizione i ghiacciai tendono quindi a sparire e anche il permafrost (il ghiaccio ritenuto perenne) risale.

Non va poi dimenticato un altro aspetto – chiarisce Scotti –: anche se non sembra, i ghiacciai sono degli ecosistemi ricchi di vita; contengono infatti batteri ed alghe poco conosciuti e che forse non conosceremo mai se il ghiaccio continua a sciogliersi a questa velocità. La scomparsa dunque significa anche una perdita ecologica. Poi la loro presenza ha un’importanza anche turistica ed energetica; della loro acqua infatti si arricchiscono i torrenti che producono energia idroelettrica. Questo per quanto riguarda i ghiacciai alpini, se guardiamo invece a quelli molto più estesi a livello globale, la loro perdita significa l’innalzamento dei livelli degli oceani“.

Scotti conclude infine con un’immagine poco confortante per le generazioni future: “Alla fine di questo secolo, osservare la scomparsa dei ghiacciai, non sarà il problema più urgente per l’umanità. Se si sarà infatti giunti a questo punto, significa che la situazione climatica a livello globale sarà drammatica“.

traffico strada

Turismo poco sostenibile, 3/4 dei villeggianti usano ancora l’auto

La mattina di sabato 6 agosto la Polizia di Stato informa che sulle autostrade italiane il traffico sarà da bollino nero, ovvero si prevedono code e forti rallentamenti per il primo grande esodo estivo verso le località turistiche (di mare principalmente). Perché, dagli anni del Boom economico in avanti, l’automobile resta il principale mezzo di trasporto utilizzato dagli italiani per spostarsi lungo lo Stivale, ma anche all’estero. Nonostante la comodità del treno (che permette di rilassarsi durante il tragitto e conduce direttamente nei centri storici delle città) la macchina viene infatti preferita per la sua praticità e per la possibilità di utilizzarla anche nei piccoli spostamenti una volta giunti a destinazione. Il turismo sostenibile, dunque, resta un miraggio, nonostante gli sforzi delle grandi società di trasporti e delle amministrazioni pubbliche.

La macchina viene preferita soprattutto dalle famiglie che con bambini dichiarano di essere più libere e rilassate negli spostamenti, mentre i più giovani tendono a preferire il treno. Secondo lo studio Ispra ‘Flussi turistici per modalità di trasporto’ a fronte di una diminuzione dei viaggi in generale dovuto inevitabilmente al ‘pandemico’ 2020, la scelta dell’automobile, da sempre il mezzo più utilizzato, diventa prevalente per il 73,9% dei viaggi effettuati nel 2020 e del 78,2% di quelli compiuti in Italia. Osservando i dati degli spostamenti in vacanza, ben il 79,6% dei turisti si mette alla guida di un’auto; il 7% viaggia in treno, il 5,2% prende l’aereo, il 2% la nave e il 6,3% altri mezzi di trasporto.

turismo

Anche i turisti che arrivano dall’estero in Italia non sono poi così sensibili all’ambiente. Guardando i dati sull’andamento, nel corso degli anni, delle infrastrutture utilizzate per raggiungere il Bel Paese, si nota come quelle stradali rappresentino oltre il 60% del totale. Dal 1996 al 2003 le infrastrutture stradali sono state preferite da oltre il 70% dei turisti stranieri; dal 2004 il dato è calato a poco più del 60%, fino a restare stabile fino al 2016, per scendere sotto il 60% dal 2017 al 2019. Lo spazio lasciato vuoto è stato occupato dalle infrastrutture aeroportuali, il che significa che molti turisti (quelli extra Ue) hanno raggiunto l’Italia in aereo. Fanalino di coda restano le infrastrutture ferroviarie (assottigliatesi sempre più dal 1996 al 2019) e quelle portuali.

Nonostante l’impennata dei prezzi dei carburanti, gli italiani pare non vogliano rinunciare alla macchina per i loro spostamenti, forse perché vengono da ‘anni pandemici’ che li hanno visti rinunciare o limitare parecchio gli spostamenti e per questo ora vogliono sentirsi liberi. Ma le prospettive sostenibili restano comune buone.

Secondo un recente studio realizzato da ‘EY Future Travel Behaviours’ diffuso in primavera, aumenta infatti rispetto al 2020 l’utilizzo di treno e aereo rispetto ai mezzi personali, ma con livelli ancora inferiori rispetto al 2019, e con alcune differenze per fascia d’età che rivelano un incremento consistente dei voli aerei per gli under 40 (42% contro il 30% del campione totale). Aumentano anche gli spostamenti per lavoro: tra chi viaggia per lavoro, l’auto resta il mezzo più utilizzato (60%), il treno è usato in misura maggiore rispetto al 2019 (55%), mentre solo 1 su 3 si sposta in aereo. Comodità e prezzo sono i principali fattori che influenzano la scelta del mezzo di viaggio, come per la precedente rilevazione, ma, anche se la sicurezza dell’esperienza di viaggio resta importante, quest’ultima tuttavia assume meno rilevanza nelle priorità dei viaggiatori. Aumenta invece l’importanza attribuita alla sostenibilità: il 74% degli individui afferma di aver fatto scelte di viaggio pensando alla sostenibilità in quanto sono preoccupati per le conseguenze delle proprie azioni sul pianeta.

Nel confronto tra auto e treno, si registra un’elevata attenzione dei viaggiatori alle iniziative di riduzione dell’impatto ambientale dei viaggi in aereo, con oltre la metà del campione che ritiene rilevanti quelle relative all’utilizzo di carburanti green, ma si evidenzia anche una disponibilità da parte dei 2/3 degli intervistati a pagare un sovrapprezzo per garantire la compensazione delle emissioni di CO2 dei propri viaggi di breve e lungo raggio.

L’analisi delle attitudini, effettuata con test impliciti, verso un atteggiamento di tipo ‘Environmental Concern’, evidenzia una netta tendenza verso l’adozione di comportamenti eco-friendly ed attenti all’ambiente. Dalle risposte esplicite emerge che il 46% considera importante o molto importante l’impatto sull’ambiente delle proprie scelte, un dato in aumento rispetto alla precedente rilevazione. Anche i test impliciti confermano il trend di crescita della preoccupazione verso i temi ambientali. Infatti, il 75% degli intervistati ha un atteggiamento ansioso verso i problemi ambientali (contro il 67% dello scorso sondaggio).

caldo

Nuova ondata di caldo: 10° oltre la media, picco tra giovedì-venerdì

Il caldo non è ancora finito. Anche nel mese di agosto si prevedono temperature roventi, con una nuova fiammata africana in arrivo sull’Europa centro-occidentale. Secondo i rilevamenti di ilmeteo.it, infatti, nei prossimi giorni l’alta pressione nordafricana, come ha già fatto almeno 5 volte dallo scorso mese di maggio, si spingerà verso Nord attraversando (idealmente) lo Stretto di Gibilterra. Non a caso sarà proprio la Penisola Iberica la prima regione a risentire dell’espansione del ‘Cammello‘, come viene definito in gergo meteorologico l’anticiclone africano. Poi, dalla Spagna il caldo anomalo si dirigerà lungo un percorso ormai collaudato, dai Pirenei verso le Alpi. Sono attese temperature di 10 gradi centigradi oltre la media agostana, già elevata, inizialmente sulla Francia poi tra Svizzera, Germania ed Austria.

Non sfugge alla morsa nemmeno l’Italia, ovviamente. Il nostro Paese sarà raggiunto dal picco del caldo tra giovedì e venerdì, soprattutto sulle regioni settentrionali e sul versante tirrenico, con possibili 39-40 gradi all’ombra. La redazione di ilmeteo.it ricorda che 40 gradi ormai è un valore che non crea più sorpresa, meraviglia o angoscia, ma i valori medi climatologici di inizio agosto sono comunque molto più bassi. Stando alla climatologia del trentennio 1971-2000, a Torino e Genova normalmente si registrano 28 gradi di massima, a Milano 29, a Bologna 31, a Firenze 33, a Roma 32. Mentre al Sud i valori sono ‘normali’: 31 gradi a Napoli, 30 a Bari, 32 a Cagliari. Tra le più calde ‘climatologicamente’ troviamo la stazione di Catania Sigonella, con il dato della prima decade di agosto che riporta 34 gradi: si tratta di un sito meteo nelle zone interne roventi della Sicilia orientale non troppo distante da Floridia in provincia di Siracusa, dove un anno fa, l’11 agosto furono registrati 48,8 gradi, nuovo record assoluto europeo.

In poche parole, sempre più spesso in Italia tocchiamo valori di 10 gradi più caldi della media, localmente anche 15. Questi valori esagerati sono un esempio di evento meteo estremo previsto dai ricercatori del Riscaldamento Globale, rappresentano la proiezione che numerosi Stati industrializzati hanno negato per decenni. Lorenzo Tedici, meteorologo del sito www.iLMeteo.it, conferma invece che è tutto vero, l’ennesima ondata di caldo africano investirà l’Europa centro-occidentale, a poco meno di 15 giorni dai record storici assoluti francesi e tedeschi. Probabilmente questa volta batteremo i record per il mese di agosto e non i valori annuali, ma la scaldata europea sarà molto importante e decisa. In Italia si prevedono temperature fino a 38-39 gradi a Firenze, Roma, Bologna, Milano e anche 40 gradi sulle zone interne della Sardegna. Ma anche altre zone saranno colpite dall’anticiclone africano, o come viene definito il ‘Cammello’, che con le sue ‘gobbe’ spingerà l’aria maghrebina verso Nord in un revival ‘caldo 2022’.

gas

Produzione di gas ko in un ventennio: ‘spente’ 8 milioni di famiglie

Nel 2003 l’Italia aveva prodotto 13,885 miliardi di metri cubi di gas. A fine 2021 la produzione nazionale di metano è pari a 3,343 miliardi di metri cubi. In 18 anni il nostro Paese ha lasciato per strada 10,5 miliardi di metri cubi. Una quantità che, alla luce delle vicende degli ultimi mesi, è paragonabile alla fornitura algerina. Facendo di conto, pura statistica ma molto indicativa, quei 10,5 miliardi di metri cubi adesso basterebbero per coprire il fabbisogno annuo di 8 milioni di famiglie, considerando un consumo familiare medio di 1309 Smc a nucleo (dati del 2019), famiglie che invece sono state “costrette” a utilizzare metano importato o, peggio, a pagare di più la bolletta.

I pochi numeri evidenziati non sono un segreto di Stato. Si trovano sul sito del ministero dello Sviluppo economico. E sono pure di facile lettura. Quello che non è facile comprendere è perché si è deciso di smantellare la produzione di gas nazionale. Lo possiamo intuire: comitati contro gli impianti, svolta per così dire liberista in Europa che magari ha messo fuori mercato il nostro gas a causa di prezzi concorrenziali, la linea tedesca dominante nell’ultimo ventennio della Ue ha preferito avere gas scontato dalla Russia dando la linea all’intero continente, i soldi per la ricerca di nuove fonti e per la manutenzione sono via via spariti dalle leggi di bilancio… potremmo andare avanti con i motivi.

Sicuramente è tutto legittimo, dati i vari contesti, rimane comunque un perché che non trova risposta logica: perché, appunto, uno Stato ha “spento” il gas? È vero che dal 2000 c’è stata una accelerazione verso le rinnovabili che attualmente coprono un terzo del fabbisogno. Tuttavia chiunque sa benissimo che eolico o solare non bastano per accontentare attualmente le necessità di imprese e famiglie. L’Italia inoltre, dopo l’abbandono del nucleare e la decelerazione delle centrali a carbone, è legata a doppio filo al gas: circa il 40% dell’energia elettrica viene prodotta col gas, un record rispetto ad altri Paesi europei. Per cui è ancora più difficile comprendere questa sorta di addio al metano nazionale.

In questi giorni col gas pericolosamente tornato a quota 200 alla borsa di Amsterdam e l’energia elettrica che la scorsa settimana ha raggiunto il secondo prezzo più alto della nostra storia, non si sente parlare di ricette immediate per risolvere il problema costi. Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, e Mario Draghi, in questi ultimi mesi hanno sciorinato e messo nero su bianco piani salva-autunno. Natale è stato messo in sicurezza, resta l’incognita della prossima primavera.

(Photo credits: Miguel MEDINA / AFP)

Ricarica colonnina

Con la startup Reefilla arriva la ricarica delivery

Secondo un sondaggio realizzato da Deloitte a inizio anno, quasi sette italiani su dieci, oggi, accarezzano l’idea di acquistare un’auto elettrica, spinti da una crescente coscienza ecologica e dalla curiosità verso le nuove tecnologie green. Molti, tuttavia, finiscono ancora per desistere non solo a causa del costo dei mezzi, ma anche della difficoltà nel reperire colonnine di ricarica nel momento del bisogno. Un problema, questo, a cui si propone di dare soluzione la startup torinese Reefilla, con il suo inedito servizio di ricarica mobile predittiva in arrivo nei prossimi mesi. “Il nostro scopo primario è dare tranquillità all’utente, offrendogli una soluzione tempestiva e a domicilio”, sostiene Marco Bevilacqua, fondatore della realtà insieme a Pietro Balda e Gabriele Bergoglio. Il progetto rappresenta un’alternativa al tempo stesso flessibile e complementare alle colonnine di ricarica tradizionali e rientra nel settore della cosiddetta charge delivery, un ambito in cui nell’ultimo anno si sono affacciate già alcune prime realtà, come ad esempio E-Gap, presente nelle principali città italiane ed europee.

Trovare una stazione a cui collegare il mezzo, spostarlo una volta terminata la sessione e programmare gli spostamenti in modo da non esaurire la batteria sono tutti fattori di stress per l’automobilista”, spiega Bevilacqua. La soluzione trovata da Reefilla è l’accumulatore Fillee, in grado di garantire un’autonomia media di 120 chilometri in appena 30 minuti di ricarica. Per usufruirne direttamente sotto casa è sufficiente registrarsi alla piattaforma digitale dell’azienda, che è connessa con l’auto e ne rileva la posizione, prevedendone il fabbisogno energetico. Una volta loggato, l’utente non solo è in grado di richiedere una ricarica ‘on demand’, ma viene anche avvisato in anticipo sull’eventuale opportunità di ricevere una ricarica senza dover fare null’altro. “Abbiamo sviluppato un’organizzazione logistica su misura, che ci consente di raggiungere qualsiasi punto della città, anche nelle situazioni di parcheggio più complesse”, aggiunge Bevilacqua.

Reefilla, inoltre, si propone come una valida soluzione per chi ha difficoltà di tipo pratico in fase di ricarica. Le tradizionali colonnine prevedono, infatti, l’utilizzo di cavi voluminosi e una familiarità al digitale che non tutti possiedono. La startup, al contrario, adotta una filosofia molto simile a quella del mercato delivery, in cui all’utente viene riservata solo la fruizione del prodotto finale (in questo caso del mezzo) già pronto all’uso. “Si tratta di un’ottima possibilità anche per chi ha problemi di mobilità ridotta – prosegue Bevilacqua – in questo senso Reefilla ha anche una valenza sociale”.

Dal punto di vista tecnico, la ricarica mobile Reefilla sfrutta connettività e tecnologie già presenti a bordo di qualsiasi veicolo elettrico e non necessita di dispositivi aggiuntivi. Un fattore che non è sfuggito alle numerose società che si occupano del noleggio a breve e medio termine, che vedono già nei servizi proposti dalla startup un ulteriore optional da offrire ai propri clienti. “Il mondo business ha mostrato interesse per il progetto. Gran parte dei veicoli elettrici sul territorio italiano è a noleggio e la possibilità di effettuare la ricarica mobile può diventare un ulteriore fattore attrattivo per gli utenti, che insieme al canone per utilizzare l’auto pagheranno anche per delle cariche periodiche”.

L’azienda è pronta a lanciare il proprio servizio pilot a Milano il prossimo autunno. “Stiamo ottimizzando l’app in modo da renderla più user friendly possibile”, spiega Bevilacqua. “È proprio la dimensione urbana il nostro ambito di riferimento per il servizio di ricarica mobile. Anche per una questione logistica, funzioniamo meglio nelle città, proprio come avviene per i monopattini elettrici”. Città sì, ma non solo italiane. Dopo Milano, Reefilla è pronta a proporre il sevizio di ricarica mobile anche a Roma e Torino – dove vengono realizzati tutti i componenti utilizzati dall’azienda -, per poi guardare a metropoli europee come Berlino e Parigi.

(Photo credits: Instagram @reefilla)

spiaggia

Allarme Legambiente: Italia poche spiagge libere, pesa l’inquinamento

Estate 2022, tempo di spiagge e mare. Ma nel Belpaese è sempre più difficile trovare una spiaggia libera dove prendere il sole. A pesare un mix di fattori: la crescita in questi anni delle concessioni balneari che toccano quota 12.166, l’aumento dell’erosione costiera che riguarda circa il 46% delle coste sabbiose, con i tratti di litorale soggetti ad erosione triplicati dal 1970, e il problema dell’inquinamento delle acque che riguarda il 7,2% della costa sabbiosa interdetto alla balneazione per ragioni di inquinamento. A fare il punto della situazione e dei cambiamenti in corso lungo le aree costiere è il nuovo rapporto di Legambiente ‘Spiagge 2022’, diffuso oggi a pochi giorni dall’approvazione del Ddl concorrenza che pone fine alla proroga alle concessioni balneari fissando l’obbligo di messa a gara dal primo gennaio 2024, così come deciso dalla sentenza del Consiglio di Stato.

Rimangono alcuni nodi da risolvere subito come quello della scarsa trasparenza sulle concessioni balneari, i canoni per buona parte ancora irrisori, la non completezza dei dati sulle aree demaniali e soprattutto l’assenza di un regolare e affidabile censimento delle concessioni balneari ed in generale di quelle sul Demanio marittimo. Quest’ultimo punto emerge chiaramente dal rapporto: il dato sui canoni di concessioni è fermo al 2021. Si parla di 12.166 concessioni per stabilimenti balneari, secondo i dati del monitoraggio del Sistema informativo demanio marittimo (S.I.D.), effettuato a maggio 2021. In alcune Regioni ci sono dei veri e propri record a livello europeo, come in Liguria, Emilia-Romagna e Campania, dove quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari. Nel Comune di Gatteo, in Provincia di Forlì e Cesena, tutte le spiagge sono in concessione, ma anche a Pietrasanta (LU), Camaiore (LU), Montignoso (MS), Laigueglia (SV) e Diano Marina (IM) siamo sopra il 90% e rimangono liberi solo pochi metri spesso in prossimità degli scoli di torrenti in aree degradate.

Seppur l’approvazione del Ddl concorrenza abbia portato un’importante novità, per l’associazione ambientalista sono ancora molti gli ostacoli da superare per garantire una gestione delle coste attenta alle questioni ambientali. Per questo Legambiente lancia un pacchetto di cinque proposte affinché nella prossima legislatura si arrivi ad avere una legge nazionale per garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge e allo stesso tempo un quadro di regole e un quadro di regole certe che premino sostenibilità ambientale, innovazione e qualità. Cinque i pilastri su cui si dovrà concentrare il lavoro: garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge, premiare la qualità dell’offerta nelle spiagge in concessione, ristabilire la legalità e fermare il cemento sulle spiagge, definire una strategia nazionale contro erosione e inquinamento e un’altra per l’adattamento dei litorali al cambiamento climatico.

coste legambiente

In Italia – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – non esiste una norma nazionale che stabilisca una percentuale massima di spiagge che si possono dare in concessione. Un’anomalia tutta italiana a cui occorre porre rimedio. L’errore della discussione politica di questi anni sta nel fatto che si è concentrata tutta l’attenzione intorno alla Direttiva Bolkestein finendo per coprire tutte le questioni, senza distinguere tra bravi imprenditori e non, e senza guardare a come innovare e riqualificare. È un peccato che non si sia riusciti a definire le nuove regole in questa legislatura, in modo da togliere il tema dalla campagna elettorale. Occorre, infatti, dare seguito alle innumerevoli sentenze nazionali ed europee, altrimenti si arriverà presto a multe per il nostro Paese per violazione delle direttive comunitarie e, a questo punto, anche di una legge nazionale che stabilisce di affidarle tramite procedure ad evidenza pubblica a partire dal primo gennaio 2024”.

riviera romagnola

In Romagna si torna a fare il bagno. Boom di batteri causato da caldo e siccità

Contrordine sulle spiagge romagnole: i villeggianti possono tornare a fare il bagno in mare in piena sicurezza. Lo hanno comunicato ieri mattina gli assessori regionali all’Ambiente e al Turismo, Irene Priolo e Andrea Corsini durante una conferenza stampa dopo che ieri l’Arpa (agenzia per l’ambiente) aveva imposto lo stop a causa di valori anomali di batteri Escherichia coli nell’acqua di 28 tratti costieri (sei erano tornati già a norma nella giornata di giovedì).

Per tutta la giornata di giovedì era aleggiato il dubbio: perché questi valori erano fuori norma? Non piove da settimane, non ci sono stati sversamenti in mare, i fiumi non possono essere i responsabili dal momento che sono praticamente a secco. Allora perché una così alta concentrazione di batteri? Secondo gli esperti è colpa proprio del caldo e della siccità.

I risultati dei campioni aggiuntivi effettuati giovedì sulle acque della provincia di Rimini interessate dal divieto di balneazione hanno evidenziato valori di Escherichia coli nella norma in tutti i 21 tratti di spiaggia. I sindaci potranno pertanto emanare l’ordinanza di revoca del divieto di balneazione“, ha informato la Regione. “Domani arriveranno i risultati anche per il tratto di mare Spiaggina di Goro (Ferrara). La soglia limite del batterio – hanno detto i due assessori –, che è di 5000 cfu (unità formante colonia) per 100 ml di acqua, raggiunge oggi al massimo 135, ma nella maggior parte degli ultimi prelievi effettuati da Arpa non supera i 20-30 o anche meno“.

In Emilia-Romagna, hanno sottolineato Priolo e Corsini, la qualità dell’offerta turistica e ricettiva va di pari passo con la qualità del sistema dei controlli, che vengono eseguiti per la sicurezza delle persone, in particolare anziani e bambini. Qualità delle strutture ricettive e degli stabilimenti balneari, dunque, ma anche dell’acqua del mare, con i controlli che si mantengono costanti e la prossima rilevazione, come da programma, il prossimo 22 agosto.

L’assessora all’Ambiente Priolo si è quindi soffermata sulle cause dei dati anomali di martedì scorso, quando i controlli effettuati come di consueto da Arpae per garantire sicurezza e qualità della stagione balneare hanno evidenziato valori al di sopra della soglia. E ciò si è verificato verosimilmente per la compresenza di una serie di fattori che hanno favorito la proliferazione batterica: per la prima volta da decenni, Arpa ha registrato, attraverso 12 stazioni dislocate sul territorio, temperature superiori ai 40 °C per più giorni. Questo ha influito su un innalzamento della temperatura del mare, che ha visto da mercoledì improvvise mareggiate dopo un lungo periodo di calma. A ciò si è aggiunta la scarsa ventilazione e la siccità, con un apporto idrico dei fiumi al mare estremamente ridotto.

batterio

Diversi studi di Ispra, Legambiente ed Eea (Agenzia europea dell’ambiente) spiegano infatti che la siccità porta con sé il rischio di aumentare la concentrazione di sostanze inquinanti nei corpi idrici. È una questione chimica: la concentrazione di una sostanza è maggiore se è diluita in meno acqua. Per quanto riguarda le sostanze presenti di origine antropica, gli ultimi dati dell’annuario dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) per il periodo 2018-2019 dicono che l’82% delle circa 3.800 stazioni di monitoraggio analizzate non presenta superamenti delle soglie di concentrazione delle sostanze inquinanti, tuttavia circa il 18% supera i valori in uno o più casi. La situazione non è delle migliori neanche per quanto riguarda le condizioni quantitative delle riserve idriche sotterranee. Sempre secondo il rapporto dell’Eea, in Italia quasi il 10% dei corpi idrici sotterranei analizzati si trova in situazione di scarsità.

La situazione più grave si concentra nelle Regioni del Sud, dove l’abbassamento del livello delle falde porta a fenomeni di intrusione salina con conseguente perdita della risorsa di acqua potabile. In particolare in Puglia il 45% delle riserve si trova in condizioni di quantità critiche. Ma nelle ultime settimane anche la zona della foce del Po ha registrato criticità con una forte risalita del cuneo salineo (si parla di una trentina di km).

Ma perché ci sono questi batteri in mare? La presenza di Escherichia coli e di enterococchi, spiegano le agenzie regionali per l’ambiente, è legata all’esistenza di scarichi diretti di fognature non depurate oppure scarichi mal depurati o mal disinfettati. Per la balneazione la norma nazionale di riferimento è il Decreto Legislativo 116/08, che recepisce la Direttiva 2006/7/CE. La norma tecnica applicativa è il D.M. 30/03/2010, che sancisce che la valutazione sia effettuata sulla base dei soli parametri batteriologici Escherichia coli ed enterococchi intestinali, indicatori di contaminazione fecale, che i controlli abbiano frequenza mensile, da aprile a settembre, in base ad un calendario prestabilito, che la valutazione venga effettuata secondo un calcolo statistico e le acque siano classificate sulla base dei dati delle ultime 3-4 stagioni balneari. Il divieto di balneazione per un sito e la sua revoca avvengono a seguito di esito sfavorevole di una sola analisi.

idroelettrico

Assoidroelettrica: “Chiuderemo l’anno con -60% di produzione”

La situazione è drammatica: quasi tutte le centrali idroelettriche in Italia, a causa della siccità, sono ferme e quelle che funzionano girano a carico ridottissimo“. A lanciare l’allarme è Paolo Taglioli, direttore generale di Assoidroelettrica, l’associazione che raccoglie i produttori idroelettrici e i professionisti del settore che tutela dal piccolissimo al grande impianto.

Si prospetta un anno drammatico – spiega a GEA – anche a causa della combinazione con la norma decisa dal decreto Sostegni Ter che taglia gli extraprofitti ai produttori di energia da fonti rinnovabili, mentre non tocca quelli che la producono da fonti convenzionali, come ad esempio il gas. Per questi due aspetti, siccità mai vista e scelte del governo Draghi, ci aspettiamo un calo del fatturato intorno all’88-90%“. Per questo motivo prossimamente l’associazione darà mandato al proprio legale di procedere con “una class action per impugnare la delibera attuativa della conversione in legge del Sostegni Ter“.

Con i fiumi del nord a secco (a settentrione infatti si concentrano i maggiori impianti idroelettrici) Taglioli stima un calo del 60% di produzione elettrica per gli impianti sui corpi idrici principali e del 70-75% per quelli sui corpi idrici secondari. “Tutto dipende da come andrà l’autunno – prosegue Taglioli – ma è chiaro che al momento le prospettive sono fosche“. Aspettare che piova non basta, occorre trovare soluzioni per contrastare il problema della siccità con interventi non emergenziali, ma strutturali. Come fare dunque? “Occorre contrastare i cambiamenti climatici – dice Taglioli – e noi, che produciamo energia da fonti rinnovabili e quindi non inquinanti, da attori principali ora ci ritroviamo vittime. È una situazione assurda“.

idroelettrico

Dando uno sguardo alla situazione del settore idroelettrico in Italia, Utilitalia informa che nel Paese sono attivi circa 4.300 impianti capaci di produrre 46 TWh di energia elettrica all’anno. Sul totale della produzione da fonti rinnovabili, l’idroelettrico fa la parte del leone con circa il 41% e dà lavoro a circa 15.300 addetti. Uno dei punti deboli del settore però è l’età media degli impianti che si aggira intorno ai 70 anni. A rendere ancora più difficile la situazione quest’anno ci si è messa appunto una straordinaria siccità che ha bloccato moltissime centrali. Nel bacino del Po il 90% delle mini centrali idroelettriche lungo i canali di irrigazione è fermo. Lo stop è stato necessario anche per la centrale idroelettrica di Isola Serafini, in provincia di Piacenza, gestita da Enel Green Power: non si riusciva più ad alimentare le turbine che generano elettricità. Secondo Terna nei primi 15 giorni di giugno l’elettricità prodotta dall’idroelettrico in Italia è risultata inferiore di circa il 35% rispetto al 2021. E da febbraio il calo è addirittura del 51,3%. Sempre a causa delle condizioni meteorologiche avverse, a livello di Unione europea, secondo i dati Eurostat, la produzione da idroelettrico tra il 2020 e il 2021 è calata dell’1,2%.

Eppure il settore, con gli opportuni interventi di rinnovamento e di manutenzione, potrebbe conoscere un aumento di potenza di quasi 6.000 MW entro il 2030, si legge nel ‘Contributo economico e ambientale dell’idroelettrico italiano’ realizzato da Althesys per Utilitalia. Battendo questa strada, si potrebbero guadagnare 4,4 Twh di produzione elettrica rinnovabile in un decennio, senza nessun ulteriore impatto ambientale, ed eliminando parallelamente la necessità di emettere più di 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalenti.

temporale

Continua tregua dal caldo: al Nord temporali con grandine fino venerdì

L’anticiclone Apocalisse4800 si smorza con l’aria più fresca che arriva dal Nord Atlantico. Il nome non è stato dato a caso: il 4800 indica l’inusuale quota che ha raggiunto negli ultimi giorni lo zero termico, cioè la quota alla quale si registrano temperature di 0°C nella libera atmosfera, mai così alta. Anche sulla vetta più alta d’Europa, la cima del Monte Bianco (a 4809 metri), il ghiaccio si fonde, questo significa che tutte le Alpi sono a rischio di fusione dei ghiacci.

Fino a Venerdì l’atmosfera resterà instabile con altre occasioni per l’arrivo di temporali di forte intensità, specialmente al Nord, ma anche su parte del Centro. Lorenzo Tedici, meteorologo del sito ilmeteo.it, avvisa che dove si svilupperanno i temporali si dovrà fare attenzione alla loro intensità, potrebbero essere accompagnati da importanti grandinate e forti colpi di vento. Oltre alle regioni settentrionali, nella giornata di mercoledì il maltempo interesserà anche il Centro, segnatamente gli Appennini e le coste adriatiche di Marche meridionali, Abruzzo e Molise in locale estensione anche al Gargano.

Dopo una parziale tregua giovedì, venerdì una nuova ondata di temporali e grandinate da Valle d’Aosta e Piemonte muoverà rapidamente verso Lombardia e Triveneto.

In questo contesto le temperature al Nord torneranno nei range tipici del periodo, dopo quasi due mesi di costante sopra media; i valori massimi non supereranno i 31/32°C. Qualche grado in meno lo si registrerà anche al Centro, mentre al Sud continuerà a fare molto caldo, con picchi di 39/40°C in Puglia e Sicilia.

Infine, per l’ultimo weekend di Luglio la pressione potrebbe tornare ad aumentare un po’ su tutto il nostro Paese, preludio a una possibile nuova ondata di caldo africano.

rifugio

Lo scioglimento dei ghiacciai ridisegna confini tra Italia e Svizzera

In cima alla montagna c’è un rifugio costruito sul versante italiano. Ma il cambiamento climatico ha spostato il confine del ghiacciaio e due terzi della struttura arroccata a 3.480 metri sul livello del mare si trovano ora in Svizzera. Guide del Cervino, inaugurato nel 1984, si trova a Valtournanche, in Valle d’Aosta, sulla vetta della Testa Grigia, ai bordi del ghiacciaio del Plateau Rosa. Vi si accede da Breuil-Cervinia, sfruttando gli impianti di risalita che passano da Plan Maison e Cime Bianche Laghi. Da qui parte la funivia che raggiunge il Plateau. Il rifugio, che offre vitto e alloggio, è uno dei più apprezzati in questo angolo delle Alpi e per più di tre anni è stato oggetto di intense trattative diplomatiche tra l’Italia e la Svizzera, fino al raggiungimento di un compromesso, trovato lo scorso anno. Il contenuto della trattativa, però, resterà segreto fino al 2023, quando il governo svizzero lo approverà. Al centro della diatriba c’è proprio il nuovo disegno dei confini. Alain Wicht, responsabile del confine nazionale svizzero, ha partecipato alle trattative in cui, dice, ciascuno ha fatto concessioni per trovare “una soluzione affinché entrambi si sentano se non vincitori, almeno non perdenti“.

Sui ghiacciai alpini, la frontiera italo-svizzero segue la linea di separazione delle acque, il cui flusso verso nord segna il territorio svizzero, quello verso sud il territorio italiano. Lo scioglimento del ghiacciaio Theodul, che ha perso quasi un quarto della sua massa tra il 1973 e il 2010, ha lasciato il posto alla roccia, costringendo i due Paesi a ridisegnare i confini. Di solito, spiega Witch, la questione si risolve confrontando i dati raccolti dai due Paesi, senza necessità di interventi politici. Questa volta, però, la situazione è diversa, perché il rifugio Guide del Cervino dà un valore economico al terreno. Il ragionamento è chiaro: se il suolo su cui è necessario tracciare le nuove frontiere è ‘povero’, cioè non ha un valore misurabile dal punto di vista economico, la partita si gioca velocemente e non lascia feriti in campo. Se, invece, come in questo caso, c’è di mezzo una struttura che porta un valore aggiunto all’economia, ecco che la querelle si trasferisce sul piano diplomatico.

Dall’Italia nessun commento “per la complessa situazione internazionale. Più loquace l’ex capo della delegazione svizzera, Jean-Philippe Amstein, che spiega che di solito queste controversie si risolvono attraverso uno scambio di territori di simile superficie e valore.

Il custode di Guide del Cervino, Lucio Trucco, 51 anni, è stato informato che rimarrà sul suolo italiano. “Il rifugio resta italiano – dice – perché siamo sempre stati italiani: il menu è italiano, il vino è italiano e le tasse sono italiane“. Questi anni di trattative hanno ritardato la ristrutturazione del rifugio, perché nessuno dei due Paesi ha potuto rilasciare i necessari permessi. I lavori non saranno quindi terminati in tempo per l’apertura, nel 2023, di una nuova funivia sul versante italiano del Piccolo Cervino.

(Photo credit: Tamer BÜKE)