Il viaggio di Soldini sul trimarano green che monitora gli oceani

Un viaggio intorno al mondo, oltre 44mila miglia, alla scoperta delle fragilità del mare su una rotta scientifica ed ecologica prima ancora che sportiva. Protagonista dell’impresa è Giovanni Soldini, non solo velista dei record, ma anche rappresentante del programma Unesco del Decennio delle scienze del mare per lo sviluppo sostenibile, che si muoverà dagli antichi porti del Mediterraneo alle spiagge tempestose dell’Atlantico, dalle isole dei Caraibi fino all’immenso Pacifico, al Mare Cinese e alle baie dell’India veleggiando sulle antiche rotte commerciali. Un’impresa straordinaria che diventerà un docufilm, diretto da Sydney Sibilia, ma anche e soprattutto un progetto interamente carbon neutral certificato da Zen2030.

IL TRIMARANO SOSTENIBILE. Merito anche del Maserati Multi70, il trimarano che porterà Soldini per i mari di tutto il mondo in modalità completamente sostenibile. Lungo 21,20 metri e largo circa 16, ha un peso di 6 tonnellate ed è dotato di un impianto solare con una potenza nominale di picco da 4,5 kilowattora, capace di produrre ampiamente il fabbisogno giornaliero di energia anche in condizioni di cielo coperto e senza sole. Quando l’impianto produce più di quanto consuma, l’energia viene immagazzinata in una batteria agli ioni di litio molto avanzata e molto densa, quindi leggerissima, realizzata da Liber, spin off dell’Università di Bologna guidato dal professore Claudio Rossi. In condizioni di scarso insoleggiamento e anche durante le manovre nei porti o nei canali, il sistema si alimenta con una batteria capace di immagazzinare 12 kilowattora, sufficienti a coprire i consumi della barca in navigazione per 3 giorni in assenza di pannelli solari. Nessun carburante fossile è presente a bordo.

LA SCIENZA IN VIAGGIO. Maserati Multi70, inoltre, è il primo trimarano da competizione dotato della strumentazione Ocean Pack, che lo rende un vero e proprio laboratorio oceanografico galleggiante, capace di misurare la temperatura, la salinità, la connettività e la concentrazione di anidride carbonica nelle acque in superficie, tutti dati che, una volta raccolti, vengono validati e messi al servizio della comunità scientifica. Si tratta, sostanzialmente, di una macchina di fabbricazione tedesca che pompa acqua di mare in un circuito e la filtra attraverso una membrana che ne estrae CO2. Una volta raccolti, i dati vengono stoccati in una card e inviati al computer centrale di bordo; l’acqua invece viene reimmessa in mare. “Raccoglieremo dati utili a monitorare lo stato di salute dell’Oceano, incontreremo team di scienziati e specialisti, scopriremo quali soluzioni sono allo studio, quali difese stiamo escogitando, quali processi di rigenerazione possiamo attivare e come possiamo impiegare la tecnologia per espandere e accelerare l’azione di contrasto all’impatto del cambiamento climatico. L’Oceano può fornirci tante risposte e ispirare molte azioni decisive”, spiega Giovanni Soldini.

mare

Italia regina delle Bandiere Blu: premiati 226 Comuni, Liguria e Puglia in testa

Entrano Catanzaro, Gallipoli, le isole Tremiti, Orbetello e Vieste, tra le altre. Esce Cattolica. Sono state assegnate le Bandiere Blu 2023: premiati 226 Comuni italiani, 16 in più rispetto allo scorso anno. Sono 17 i nuovi ingressi, 1 il Comune non confermato. Le 226 località italiane comprendono 458 spiagge, l’11% delle spiagge premiate a livello mondiale. Oltre ai Comuni, hanno ricevuto la Bandiera Blu anche 84 approdi turistici. Le Bandiere Blu sono assegnate dalla ong internazionale per l’educazione alla sostenibilità Fee (Foundation for Environmental Education), con sede in Danimarca e presente in 81 paesi. Il riconoscimento è assegnato a località marine e lacustri sulla base della pulizia delle acque, la gestione dei rifiuti, le aree verdi e le piste ciclabili, i servizi sulle spiagge e nel comune, le strutture alberghiere e altro. Le new entry di quest’anno sono Catanzaro (Calabria); Rocca Imperiale (Calabria); San Mauro Cilento (Campania); Gatteo (Emilia Romagna); Laigueglia (Liguria); Sori (Liguria); Sirmione (Lombardia); Toscano Maderno (Lombardia); Porto San Giorgio (Marche); Termoli (Molise); San Maurizio D’Opaglio (Piemonte); Verbania (Piemonte); Gallipoli (Puglia); Isole Tremiti (Puglia); Leporano (Puglia); Vieste (Puglia); Orbetello (Toscana). Non è stata confermata quest’anno la Bandiera Blu a Cattolica (Emilia Romagna).

“Anche quest’anno registriamo un notevole incremento dei Comuni che hanno ottenuto il riconoscimento della Bandiera Blu, ben 226 con 17 nuovi ingressiha dichiarato Claudio Mazza, presidente della Fondazione Fee Italia -. Una progressione che cresce di anno in anno: basti pensare che nel 1987 – primo anno – i Comuni Bandiera Blu in Italia sono 37, nel 1997 arrivano a 48, nel 2007 a 97, nel 2017 diventano 164, fino ad arrivare a oggi, con sempre più località che si avvicinano al percorso facendo una chiara scelta di campo per la sostenibilità. I Comuni Bandiere Blu rappresentano circa un quarto di tutte le spiagge italiane. Parliamo di eccellenze del turismo nazionale che possono contare su una strategia articolata e su una visione che non tralascia alcun elemento presente sul territorio. Bandiera Blu è ormai riconosciuto come uno strumento di straordinario impatto non solo territoriale ma anche sociale, in cui ciascuno è chiamato a fare la propria parte e a mettersi a servizio della comunità nell’ottica di uno sviluppo sostenibile e inclusivo del territorio”, conclude Mazza.

Nel dettaglio, la Liguria segna 2 nuovi ingressi e raggiunge 34 località, la Puglia sale a 22 riconoscimenti con 4 nuovi Comuni. Seguono con 19 Bandiere: la Campania e la Toscana, entrambe con un nuovo ingresso; la Calabria con due nuove Bandiere Blu. Le Marche salgono a 18, con un nuovo ingresso. La Sardegna conferma le sue 15 località, l’Abruzzo resta a 14, la Sicilia a 11, il Lazio a 10. Rimangono invariate anche le 10 Bandiere del Trentino Alto Adige. L’Emilia Romagna vede premiate 9 località con un’uscita e un nuovo ingresso; sono riconfermate le 9 Bandiere del Veneto. La Basilicata conferma le sue 5 località; si registrano 2 nuovi ingressi in Piemonte che ottiene 5 Bandiere; il Friuli Venezia Giulia conferma le 2 dell’anno precedente. La Lombardia sale a 3 Comuni Bandiera Blu, con due nuovi ingressi, il Molise conquista 2 Bandiere con un nuovo Comune. Le Bandiere sui laghi quest’anno sono 21, con 4 nuovi ingressi.

Nel corso della manifestazione sono state premiate quelle località le cui acque di balneazione sono risultate eccellenti negli ultimi 4 anni, come stabilito dai risultati delle analisi che, nel corso degli ultimi quattro anni, le ARPA (Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente) hanno effettuato nell’ambito del Programma Nazionale di monitoraggio, condotto dal Ministero della Salute. I Comuni hanno potuto presentare direttamente tali risultati, in quanto c’è piena corrispondenza tra quanto richiesto dalla FEE e quanto effettuato dalle ARPA, in termini di numero di campionamenti e di indicatori microbiologici misurati. I 32 criteri del Programma vengono aggiornati periodicamente in modo tale da spingere le amministrazioni locali partecipanti ad impegnarsi per risolvere, e migliorare nel tempo, le problematiche relative alla gestione del territorio al fine di una attenta salvaguardia dell’ambiente.

Grande rilievo viene dato alla gestione del territorio messa in atto dalle Amministrazioni comunali. Tra gli indicatori considerati ci sono: l’esistenza e il grado di funzionalità degli impianti di depurazione; la percentuale di allacci fognari; la gestione dei rifiuti; l’accessibilità; la sicurezza dei bagnanti; la cura dell’arredo urbano e delle spiagge; la mobilità sostenibile; l’educazione ambientale; la valorizzazione delle aree naturalistiche; le iniziative promosse dalle Amministrazioni per una migliore vivibilità nel periodo estivo. Non bisogna inoltre dimenticare l’azione di sensibilizzazione intrapresa affinché i Comuni portino avanti un processo di certificazione delle loro attività istituzionali e delle strutture turistiche che insistono sul loro territorio.

Più ricerca in acque profonde: siglato l’accordo Cnr-Isa sui fondali

Un accordo per far progredire la ricerca scientifica marina e rafforzare l’interfaccia scienza-politica sui temi riguardanti i fondali, bene comune dell’umanità e cruciali per il funzionamento degli ecosistemi.

La partnership la siglano, a Venezia, il segretario generale dell’Isa-International Seabed Authority (Autorità Internazionale dei Fondali Marini), Michael W. Lodge, e la presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Maria Chiara Carrozza, in occasione delle celebrazioni del Centenario del Cnr e dell’inaugurazione della mostra sull’’Antropocene. La Terra a ferro e fuoco‘, che ha uno spazio dedicato ai fondali marini e al paesaggio acustico subacqueo.

I fondali sono uno spazio per infrastrutture e una miniera di risorse biologiche e abiotiche non rinnovabili e in un equilibrio fragile con l’ambiente. Una parte importante di questa nuova partnership riguarda l’implementazione di iniziative mirate di costruzione di nuove competenze su questioni legate al mare profondo, come l’esplorazione, la pianificazione della gestione ambientale e il trasferimento tecnologico, anche attraverso opportunità di formazione ad hoc a bordo della nuova nave oceanografica Gaia Blu del Cnr. Particolare enfasi sarà posta sullo sviluppo di nuovi strumenti educativi per conoscere e decidere circa l’ambiente marino e sull’emancipazione e la leadership delle donne nella ricerca in acque profonde. Attività che contribuiscono alle priorità stabilite nel piano strategico e nel piano d’azione ad alto livello dell’ISA per il periodo 2019-2023 e al piano d’azione a sostegno del decennio delle scienze oceaniche per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. “C’è bisogno di cooperazione internazionale, soprattutto dove le domande sono semplicemente troppo grandi per essere risolte da una singola agenzia o istituzione“, osserva Lodge. Ora l’obiettivo, scandisce, “deve essere creare sinergie e allocare risorse economiche dove sono più necessarie, come si evince dal piano d’azione dell’ISA per la ricerca scientifica marina a sostegno del Decennio delle scienze oceaniche delle Nazioni Unite“.

Il segretario dell’Isa mette in luce la responsabilità di rafforzare le capacità di ricerca degli Stati in via di sviluppo e tecnologicamente meno avanzati per garantire la loro effettiva partecipazione ai programmi di esplorazione e ricerca in acque profonde, “uno dei principali driver per l’economia blu sostenibile e la protezione dell’ambiente marino”, osserva Carrozza.

Giornata del Mare, Meloni: “Rimettere al centro asset e farne vettore di sviluppo”

Iniziative su tutto il territorio nazionale per la Giornata nazionale del mare che si celebra l’11 aprile. A partire da Palazzo Chigi, la cui facciata viene illuminata di azzurro. “L’Italia è una nazione, allo stesso tempo, continentale e marittima. È nata nel, per e con il mare: la geografia ha plasmato la nostra civiltà e ci ha reso piattaforme naturali per la diffusione della cultura, i commerci e la logistica“, dichiara la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “Purtroppo, però, l’Italia ha spesso dimenticato questa sua duplice identità, si è percepita come una ‘Patria senza mare’ e non è stata pienamente consapevole di quanto il mare possa essere una risorsa geostrategica, ambientale, culturale ed economica – aggiunge -. Rimettere al centro questo asset e farne un vettore di sviluppo e di ricchezza, da ogni punto di vista, è una priorità del governo“. Ecco che, secondo la premier, “da una maggiore consapevolezza e conoscenza di ciò che siamo e delle potenzialità che abbiamo può scaturire anche un rinnovato protagonismo nel presente e nel futuro“.

Secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, “la centralità geografica dell’Italia nel Mediterraneo porta con sé grandi responsabilità e opportunità, sia sotto il profilo ambientale che energetico. Il ‘mare Nostrum’ abbraccia popoli e culture che possono trovare sempre più punti di incontro nella tutela marina, specialmente dopo lo storico accordo alla Cop15 sulla biodiversità di Montreal. L’Italia – conclude il ministro – è depositaria di un ‘know-how’ straordinario nella gestione delle Aree Marine Protette, che è giusto condividere rafforzando ogni giorno quella rete di tutela senza la quale ogni singolo intervento perderebbe di senso”.

In occasione della Giornata nazionale del mare, il Mase e il Centro Regionale di Attività per le Aree Specialmente Protette della Convenzione di Barcellona (Rac/Spa), nell’ambito della Convenzione di Barcellona sulla protezione del Mediterraneo, annunciano il prossimo lancio del “progetto per sviluppare e rafforzare un’efficace gestione delle Aree Specialmente Protette di Importanza Mediterranea (Aspim).  L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, intende sviluppare e rafforzare la gestione delle Aspim, con programmi di gemellaggio tra le realtà italiane e quelle delle subregioni mediterranee: saranno condivise conoscenze, esperienze, capacità organizzative. Le Aspim italiane coinvolte in questa seconda edizione del progetto sono Miramare, Porto Cesareo e Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre che saranno gemellate, rispettivamente, con Palm Island (Libano), El Hoceima (Marocco) e Zembra & Zembretta (Tunisia). L’appuntamento con il kick-off del progetto è il 27 aprile. Ad oggi, le Aspim riconosciute sono 39, appartenenti a 10 Paesi diversi: Albania, Algeria, Cipro, Francia, Italia, Libano, Marocco, Slovenia, Spagna e Tunisia. L’Italia guida la classifica del più alto numero di Aspim, che si caratterizzano per rilevanti attività di conservazione della diversità biologica, ecosistemi specifici o habitat di specie protette, particolari punti di interesse sul piano scientifico, estetico, culturale o educativo. La regìa delle attività di progetto e degli accordi bilaterali nell’ambito della Convenzione di Barcellona è gestita dalla Direzione generale Patrimonio Naturalistico e mare del Mase.

Oceano

Papa: Proteggiamo il mare da inquinamento ed estrazioni

Proteggere il mare dalle mani dell’uomo. E’ la supplica di Papa Francesco in un messaggio inviato all’ottava conferenza ‘Our Ocean‘ di Panama. L’alto mare è considerato “patrimonio comune” dell’umanità, osserva il Papa, e a noi viene chiesto e richiesto di utilizzare gli oceani “in modo equo e sostenibile“, di trasmetterli alle generazioni future “in buone condizioni“.

Il messaggio porta la firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, e tra le righe tutta l’apprensione del Pontefice: “L’inquinamento degli oceani, l’acidificazione, la pesca illegale sono allarmanti e c’è grande preoccupazione per lo sviluppo dell’industria estrattiva sui fondali marini“, si legge. Sono fenomeni che hanno effetti sulla biodiversità, sulla produzione alimentare e sulla salute anche dell’uomo. Sulla terra, l’innalzamento del livello del mare e l’erosione delle coste “minacciano diversi Paesi e i mezzi di sussistenza di molte comunità“, osserva Francesco.

Cosa si può fare di più, meglio, in modo diverso? “Prendere sul serio le implicazioni di ‘Our Connection’ sarebbe saggio e potrebbe offrire spunti di riflessione e di azione“, scandisce, proponendo una visione integrale dell’ecologia, come nell’enciclica Laudato si’.

L’acqua come fattore di connessione. “Vale per i fiumi che irrigano un continente, per le falde acquifere, per gli oceani“. Vale per “il Nostro Oceano“, ribadisce il Papa, quello che non ha confini politici o culturali: “Le sue correnti attraversano il pianeta, evidenziando l’interconnessione e l’interdipendenza tra comunità e Paesi. In molte antiche saggezze e tradizioni religiose esiste un profondo legame tra l’umanità e gli oceani. Siamo una sola famiglia, condividiamo la stessa inalienabile dignità umana, abitiamo una casa comune di cui siamo chiamati a prenderci cura“.

Musumeci rilancia la Blue Economy: Con il Piano mare protagonisti

Un ‘tesoro’ da quasi 150 miliardi di euro, che consente all’Italia di occupare il terzo posto a livello europeo per ricchezza prodotta, dopo Spagna e Germania. E’ la Blue Economy, l’economia del mare, che riguarda oltre 225mila imprese – di cui 21mila guidate da giovani – che danno lavoro a 921mila addetti. Numeri importanti, anche se “non dobbiamo sederci sugli allori, ma trovare l’ambizione per andare avanti“. Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e per le Politiche del mare, nel corso degli ‘Stati generali delle Camere di commercio’, torna a parlare di quel “foglio bianco”, da “scrivere insieme”, per arrivare alla redazione di un piano ad hoc entro luglio. E lo fa invitando a “fare di più”, a “giocare un ruolo davvero da protagonisti” in un “Mediterraneo che cambia, che non è più di frontiera, ma di cerniera”.

Ma in che modo? Intanto superando la visione “strabica e distratta” dell’Europa “che guardava solo o verso ovest o verso est”, mentre “noi, con la ferma volontà del governo Meloni, ci stiamo affacciando per aprire dialoghi con potenze economiche finora snobbate” da Bruxelles. A partire dall’Africa, spiega Musumeci, “con un approccio diverso rispetto a quello a cui siamo abituati”, grazie “al Piano Mattei”.
Per farlo, però, serve una programmazione che “è mancata in passato” e la nascita del ministero per le Politiche del mare ha questo obiettivo: “diventare non la soluzione dei problemi, ma lo strumento che finora è mancato per consentire un dialogo tra gli attori di questo straordinario mondo“. L’orizzonte temporale, assicura il ministro, è quello dei cinque anni di legislatura perché “questa è la visione per la durata del governo”. Un tempo durante il quale far diventare i porti “il motore di crescita del Mezzogiorno e dell’intero Paese”, perché “un Sud degradato dal punto di vista socio economico diventa una zavorra” per tutta l’Italia. “Pensare che attraverso il mare e i porti – spiega Musumeci – il sud possa migliorare la propria condizione economica è davvero un fatto di rilevante novità su cui 10-15 anni fa nessuno avrebbe scommesso un centesimo“.

Porti su cui anche il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, scommette. “Diventeranno centrali dal punto di vista geopolitico e climatico”, dice durante gli Stati generali, perché “l’economia del futuro sarà quella del Mare e dello spazio, che sono dimensioni che devono ancora esser esplorate e l’Italia ha un’esperienza millenaria e secolare in questi campi, siamo all’avanguardia“.
Ma la Blue Economy del futuro, ricorda Andrea Prete, presidente di Unioncamere, dovrà necessariamente “sposare la sostenibilità” per “avere un Paese più bello e più appetibile”, anche attraverso “l‘allineamento della formazione a quelle che sono le esigenze” delle aziende. Mancano le competenze per le professioni green, ribadisce, necessarie a fare dell’economia del mare “un volano imprescindibile per la crescita economica“.

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Il Mar Egeo vittima dell’inquinamento: sul fondale pneumatici, sedie e telefoni

Sull’isola greca di Naxos la pesca è abbondante. Eppure, nelle reti, non ci sono calamari o orate destinate alle taverne che costeggiano il mare. Sulle banchine assolate di quest’isola dell’arcipelago delle Cicladi si svolge il dramma ambientale dell’Egeo: pneumatici, sedie, vecchi telefoni cellulari, forchette e cucchiai, CD, suole, tappetini da bagno e una scopa. Accanto, decine di lattine di metallo, pezzi di plastica sparsi, bottiglie a bizzeffe, macchiate di limo. Improvvisamente, tra le barche dei pescatori che si agitano nel porto, emergono due sommozzatori che si affannano a tirare su una matassa di cavi, corde, sezioni di rete da pesca e persino vecchi vestiti.

In due giorni, “abbiamo tirato fuori dal porto più di una tonnellata di rifiuti marini”, spiega George Sarelakos, cofondatore e responsabile dell’Ong greca Aegean Rebreath. “E nell’altra parte del porto c’è una vera e propria discarica”, continua il 44enne subacqueo. Negli ultimi cinque anni, l’organizzazione ha setacciato le coste greche per estrarre i rifiuti che sporcano i fondali di questo mare cristallino che attrae milioni di turisti ogni estate.

PNEUMATICI, RETI E PLASTICA. Dopo Zante e Creta, la squadra si è fermata a Naxos per il fine settimana. Tra quindici giorni, effettuerà un’ultima missione a Corfù, un’altra isola turistica greca nel Mar Ionio, prima di riporre le bombole di ossigeno e le pinne per l’inverno. In 75 operazioni di ‘pulizia’, i circa 300 subacquei volontari di Aegean Rebreath hanno recuperato più di 1.700 pneumatici, 21 tonnellate di reti abbandonate o perse, 90.000 bottiglie di plastica, per non parlare delle centinaia di migliaia di sacchetti di plastica, uno dei principali flagelli del mare. “I pescatori gettano i rifiuti in mare. Non sono consapevoli dei problemi ambientali”, dice Theodora Francis, 29 anni, una delle sub di Aegean Rebreath. Anche il sindaco di Naxos, Dimitrios Lianos, deplora l’atteggiamento di alcuni isolani. I pescatori “vivono del mare e quindi devono proteggere l’ambiente marino, è la loro ricchezza!”.

LE RESPONSABILITA’ DEI TURISTI. Da diversi anni l’Ong ambientalista Wwf lancia l’allarme, visto che il settore turistico rappresenta un quarto del Pil greco. “Circa il 25% della produzione di rifiuti di plastica in Grecia è dovuta all’afflusso di turisti durante l’estate”, afferma Achilleas Plitharas, responsabile del programma di riduzione dei rifiuti di plastica del Wwf Grecia. La Grecia, che ha una popolazione pari a circa un sesto di quella della Francia o dell’Italia, produce circa 700.000 tonnellate di rifiuti di plastica all’anno, pari al 2,5% dei rifiuti di plastica prodotti dai Paesi del Mediterraneo, contro il 21,1% dell’Italia e il 15,1% della Francia, secondo uno studio della Ong. “Molte delle misure adottate nelle direttive europee purtroppo non sono applicate in Grecia”, spiega l’esperto ambientale. I sacchetti di plastica vengono ancora distribuiti nei mercati e nelle panetterie. E le cannucce di plastica non sono rare, nonostante l’Ue ne abbia vietato la commercializzazione da oltre un anno. Eppure la Grecia ha imposto una tassa di 9 centesimi sui sacchetti di plastica dal 2018.

pesci

Il Mediterraneo è il più invaso al mondo: 200 nuovi pesci

Con centinaia di specie esotiche, il Mar Mediterraneo viene oggi riconosciuto come la regione marina più invasa al mondo. Una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Global Change Biology e coordinata dall’Istituto per le risorse biologiche e biotecnologie marine (Cnr-Irbim) di Ancona, ricostruisce questa storia per le specie ittiche introdotte a partire dal 1896. E la causa è – anche – il cambiamento climatico.

Lo studio dimostra come il fenomeno abbia avuto un’importante accelerazione a partire dagli anni ’90 e come le invasioni più recenti siano capaci delle più rapide e spettacolari espansioni geografiche”, spiega Ernesto Azzurro del Cnr-Irbim e coordinatore della ricerca. “Da oltre un secolo, ricercatori e ricercatrici di tutti i paesi mediterranei hanno documentato nella letteratura scientifica questo fenomeno, identificando oltre 200 nuove specie ittiche e segnalando le loro catture e la loro progressiva espansione. Grazie alla revisione di centinaia di questi articoli e alla georeferenziazione di migliaia di osservazioni, abbiamo potuto ricostruire la progressiva invasione nel Mediterraneo”. Questo processo ha cambiato per sempre la storia del nostro mare.

Sono due le porte di ingresso di questa colonizzazione: “Le specie del Mar Rosso, entrate dal canale di Suez (inaugurato nel 1869), sono le più rappresentate e problematiche. Ci sono, tuttavia, altri importanti vettori come il trasporto navale ed il rilascio da acquari. I ricercatori hanno considerato anche la provenienza atlantica tramite lo stretto di Gibilterra”, continua Azzurro.

Ma quali sono gli effetti ambientali e socio-economici di queste ‘migrazioni ittiche? “Alcune di queste specie costituiscono nuove risorse per la pesca, ben adattate a climi tropicali e già utilizzate nei settori più orientali del Mediterraneo”, spiega il ricercatore Cnr-Irbim. “Allo stesso tempo, molti ‘invasori’ provocano il deterioramento degli habitat naturali, riducendo drasticamente la biodiversità locale ed entrando in competizione con specie native, endemiche e più vulnerabili. Il ritmo della colonizzazione è così rapido da aver già cambiato l’identità faunistica del nostro mare; pertanto ricostruire la storia del fenomeno permette di capire meglio la trasformazione in atto e fornisce un esempio emblematico di globalizzazione biotica negli ambienti marini dell’intero pianeta”.

Squalo di tre metri intrappolato in Liguria. Predatore in aumento in Italia causa surriscaldamento

Uno squalo di circa tre metri è rimasto intrappolato nelle reti di un peschereccio a largo di Capo Nero, tra Sanremo e Ospedaletti. L’animale è stato poi ributtato in mare. Non è la prima volta che uno squalo di queste dimensioni viene avvistato o catturato nei nostri mari e, soprattutto in Liguria. Una delle cause dell’aumento della loro presenza intorno alla penisola potrebbe essere legata al riscaldamento dei mari.

mare liguria

Allarme mari italiani: tra i più caldi al mondo, 29-30 gradi come Caraibi

Il sole picchia duro, anche sull’acqua. L’ondata di calore dell’estate 2022, infatti, consegna alle cronache nuovi record negativi: secondo l’analisi della redazione di ilmeteo.it, la temperatura dell’acqua dei mari italiani ha raggiunto i 29-30 gradi centigradi, come quella del clima dei Caraibi, con 10 gradi in più rispetto alle coste californiane. Il clima fuori controllo, con la continua estrema espansione dell’anticiclone nordafricano verso il Mediterraneo, ha causato un aumento della temperatura dell’acqua fino a valori bollenti, eccezionali. L’acqua è così calda che difficilmente troviamo refrigerio anche al largo, neppure immergendosi di qualche metro l’acqua sembra quella di qualche anno fa. E se quest’anno il periodo è eccezionale, con valori fino a 5-6 gradi oltre la norma, l’Agenzia europea dell’Ambiente certifica che stiamo assistendo ad un aumento della temperatura dei mari da più di un secolo: in particolare il Mar Mediterraneo, solo negli ultimi 20 anni, ha fatto registrare un aumento medio di oltre 0,5 gradi, un valore molto alto a dispetto di quello che sembra.

In questo scenario, quale posizione occupa l’Italia tra i mari più caldi del mondo? Acque tropicali leggermente più calde delle ‘nostre’, oltre i 30 gradi centigradi e fino a 32-33 gradi, attualmente si registrano nel Mar Rosso, nel Golfo Persico, nel Golfo del Bengala e nel Mar Cinese Meridionale. Altrove, in particolare sulle coste del Pacifico orientale i valori sono più bassi anche di 10 gradi rispetto ai mari italiani, anche a causa del fenomeno de La Niña. In buona sostanza l’Italia ha uno dei mari più caldi al mondo, in questo momento.

Lorenzo Tedici, meteorologo del sito www.iLmeteo.it, conferma che questa situazione anomala è legata alla ‘Pazza Calda Estate 2022’, iniziata in anticipo il 10 maggio e proseguita con valori termici eccezionali per quasi 3 mesi senza interruzione. Il calore del sole, l’assenza di perturbazioni o di temporali forti sul mare e l’assenza di venti freschi da Nord hanno bloccato il rimescolamento dell’acqua, non hanno permesso il raffreddamento superficiale del mare e, giorno dopo giorno, hanno fatto accumulare tanto calore: al momento, i bacini più caldi sono il Mar Ligure, il Mar Tirreno e il Canale di Sicilia con temperatura dell’acqua di 30 gradi. Tutto questo si traduce in un enorme stress per il mondo ittico, in stravolgimenti di cui non conosciamo le conseguenze, ma soprattutto di un pericolo reale: avremo temporali marittimi più forti appena arriverà una perturbazione. Il calore del mare infatti si trasformerà in energia per lo sviluppo di nubifragi e/o altri fenomeni violenti: ad essere pessimisti o catastrofisti (non ci piace esserlo, ma questa ricerca è pubblicata in vari articoli scientifici) con acque marine ad oltre 26,5 gradi è più probabile la formazione di Tlc, ovvero Tropical Like Cyclones, piccoli uragani anche sul Mar Mediterraneo.

Negli ultimi anni infatti, con l’aumento della temperatura dell’acqua del Mar Mediterraneo, si sono avuti a ripetizione Tlc, anche definiti Uragani Mediterranei o Medicane: 28 ottobre 2021, Apollo; 17 settembre 2020, Ianos (sulla Grecia), 11 novembre 2019, Detlef ad ovest della Sardegna, 28 settembre 2018, Zorbas a sud della Sicilia e così via con una frequenza che è aumentata sensibilmente a causa dei mari sempre più caldi. In sintesi, prendendola a ridere, è possibile fare una vacanza ai Caraibi senza prendere l’aereo: stesso mare ‘bollente’, simile probabilità (minore, ma in aumento) di trovare un uragano alla fine dell’estate.