Fa’ la cosa giusta: la sostenibile leggerezza del km zero

C’è un volto della moda lontano dai riflettori, ma vicinissimo alle persone: è quello dell’artigianato. In Italia lo slow fashion è un settore chiave, anche se spesso poco valorizzato: è etico, impatta poco, dà spazio ai giovani

Al Critical Fashion di ‘Fà la cosa giusta!‘, la Fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili di Milano (24-26 marzo) aziende e artigiani presentano abbigliamento e accessori realizzati con materiali riciclati o di riuso, filati biologici e naturali, materie prime organiche, tinture vegetali. 

Con il progetto ‘Moda: il bello del km consapevole’, realizzato con il contributo di Regione Lombardia, i visitatori possono scoprire l’ecosistema creativo lombardo, le giovani imprese e i designer che fanno della sostenibilità un valore centrale del proprio brand. L’incontro ‘La sostenibilità umana nella filiera della moda’ racconta come l’industria della moda si stia adattando alla richiesta di sostenibilità ambientale nella filiera di produzione, anche se rimane ancora tanto da fare nell’ambito dei diritti dei lavoratori: sono 70 milioni le persone che lavorano in questo settore e ricevono la paga minima, spesso sotto il livello di povertà. Protagonista dell’incontro è Marina Spadafora, designer e stilista militante, portavoce in Italia del movimento Fashion Revolution che, insieme a una cordata di ONG, ha depositato una proposta di legge al Parlamento Europeo sul salario dignitoso e ha lanciato la campagna di raccolta firme, che termina il prossimo luglio, ‘Good Clothes Fair Pay’.

Al fast fashion è dedicato l’incontro ‘Moda, cooperazione e sostenibilità: oltre il fast fashion‘, che riflette sul rapporto tra sostenibilità, produzione di moda e cooperazione. Grazie ai risultati di uno studio della Cattolica, in collaborazione con Mani Tese e Aics (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo), viene approfondito l’impegno delle piccole imprese in Italia del settore tessile-abbigliamento nella gestione degli aspetti sociali e ambientali delle proprie attività, nella prospettiva di un passaggio dal fast fashion a una filiera tessile trasparente e sostenibile.

Tra i tanti laboratori della Piazza Critical Fashion, i visitatori della fiera hanno la possibilità di partecipare a corsi di cucito gratuiti, per imparare a fare piccole riparazioni fai-da-te e personalizzare gli abiti, grazie allo spazio interattivo allestito con le macchine da cucire messe a disposizione da Del Vecchia Group.

“Oltre il tessuto – Materiali non convenzionali che diventano moda’ è la mostra organizzata da Sfashion-net per raccontare la tradizione e l’innovazione delle produzioni di alcuni brand italiani che hanno a cuore l’ambiente e che attuano forme di upcycling contemporaneo: recuperano e riutilizzano in modo creativo materiali non convenzionali e non destinati al mondo della moda trasformandoli con pazienza per ridare loro una nuova forma e un nuovo utilizzo. 

 

Gucci

Gucci e il lusso green del futuro: nasce primo Circular Hub

Materie prime, design, produzione, logistica. L’intera catena produttiva della moda in Italia cambia pelle, con il primo hub per il lusso circolare in Italia. Lo lancia Gucci, supportata da Kering, per accelerare la trasformazione del modello produttivo in chiave circolare, attraverso una piattaforma di ‘open innovation’.

Obiettivo: creare il prodotto del lusso circolare del futuro – un prodotto che massimizza l’utilizzo di materiali riciclati, la durabilità, la riparabilità e la riciclabilità dei prodotti a fine vita.

L’hub sarà in Toscana e dialogherà con le strutture del Gruppo Kering, un ecosistema di oltre 700 fornitori diretti e 3500 subfornitori. Le attività dell’hub saranno poi estese agli altri brand del Gruppo Kering per diventare uno strumento a disposizione dell’intero settore.

L’industria della moda ha oggi la responsabilità di stimolare azioni concrete e trovare soluzioni in grado di accelerare il cambiamento, ripensando anche alle modalità produttive e all’impiego delle risorse. La creazione del Circular Hub è un importante traguardo e nasce proprio per perseguire quest’obiettivo. È motivo di orgoglio per me che l’hub nasca in Italia, sede di alcuni dei più importanti e rinomati poli produttivi e del know-how del Gruppo”, spiega Marie-Claire Daveau, Chief Sustainability and Institutional Affairs Officer di Kering. La circolarità offre “una visione che coinvolge l’intero ciclo produttivo: è una grande sfida per rendere ancora più forte e competitivo il Made in Italy”, conferma Antonella Centra, Executive Vice President, General Counsel, Corporate Affairs & Sustainability di Gucci. Con Circular Hub, afferma, “abbiamo la responsabilità e soprattutto l’opportunità di creare la strada per l’industria del lusso del futuro. Condividendo i medesimi obiettivi e mettendo a fattore comune risorse, know-how e sinergie, la piattaforma rappresenta uno strumento concreto per abilitare l’intera catena di fornitura e specialmente le piccole e medie imprese, cuore pulsante del nostro Paese, rendendole parte attiva del percorso di innovazione costante che rende unico il saper fare italiano nel mondo”.

La prima fase dei lavori prenderà il via nel primo semestre 2023 e si avvarrà delle competenze dei ricercatori del Kering Material Innovation Lab (MIL) di Milano e del supporto di tecnici e ricercatori di prodotto per abbigliamento, pelletteria, calzature e accessori dei centri d’avanguardia di artigianato industriale e sperimentazione di Gucci di Scandicci e di Novara.

Per lo sviluppo delle attività progettuali, la piattaforma prevedrà inoltre il supporto di partner industriali e la collaborazione scientifica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che opererà nel perimetro di intervento delle linee di ricerca industriale e di sviluppo di soluzioni circolari, anche relativamente ai modelli operativi e logistici.

Il progetto migliorerà le performance di impatto ambientale del Gruppo Kering, di Gucci e della sua filiera e dei territori in cui esse operano. Renderà possibile consumare meno risorse, ridurre le emissioni di gas serra, creare occupazione di qualità e contribuire al benessere del territorio. Da una prima stima degli impatti ambientali effettuata sull’ecosistema Gucci pelletteria, sarà possibile arrivare a una riduzione sino al 60% delle emissioni di gas serra attualmente generata nella gestione degli scarti produttivi. Il Circular Hub anticipa i nuovi modelli produttivi che saranno vincolanti in Europa nei prossimi anni e che istituiranno la responsabilità estesa del produttore, obbligando le aziende a farsi carico del fine vita del prodotto e dei materiali di scarto. Il progetto è complementare alle attività che saranno svolte dal Consorzio Re.Crea, coordinato dalla Camera Nazionale della Moda Italiana per gestire i rifiuti e promuovere l’innovazione del riciclo, del quale Gucci fa parte come socio promotore, e si pone in linea di continuità con l’ingresso della Maison come partner strategico nella Ellen MacArthur Foundation.

Da ‘Mayamiko’ a ‘Madeby’: la moda sostenibile parla italiano

Tutto è partito dall’Africa. Qui Paola Masperi, una laurea in mediazione linguistica, un master in Marketing e uno in Relazioni internazionali, trascorre alcuni anni per lavorare a progetti di sviluppo internazionale. Tra il Malawi, l’Uganda, l’Etiopia e il Kenya l’imprenditrice tocca con mano l’impatto sociale più devastante del cambiamento climatico.

Il Continente riceve gli abiti usati da tutto il mondo, ma spesso, racconta Masperi a GEA, “la qualità è talmente bassa che non possono farne niente, tonnellate di vecchi abiti vengono bruciati in discarica“. Il problema è anche il soffocamento del mercato locale, una concorrenza “più sleale di così è inimmaginabile – spiega -. I sarti locali non possono competere. A livello macroeconomico e di industria la cosa è molto negativa e in Malawi si vede molto chiaramente“.

Proprio in Malawi Masperi lavora a un progetto di training in sartoria per donne: “A un certo punto abbiamo capito che il livello era talmente alto e da potersi posizionare a livello di export“. Nel 2014-2015 lancia il marchio ‘Mayamiko‘, per vendere le creazioni delle comunità locali. “E’ andato molto bene, siamo molto conosciuti in Inghilterra nel mondo della Moda etica“. Già prima del Covid il marchio ha conosciuto una “crescita esplosiva“. “Ci siamo chiesti come volevamo crescere, abbiamo iniziato le consulenze e mi sono accorta che per crescere dovevamo produrre di più e più velocemente, questo a me non piaceva, abbiamo così continuato con una crescita lenta e graduale“, afferma.

Dall’esigenza di far capire quanto cruciale sia la sostenibilità sociale e ambientale nella Moda, è nata l’idea di una soluzione tecnologica che può essere utilizzata da tutto il comparto, si chiama ‘Madeby‘, è una piattaforma di blockchain con base a Londra, che salva e verifica le informazioni di sostenibilità dei marchi. Prende le mosse dalle sue conoscenze del settore: “Mi sono accorta che molti dei marchi più conosciuti non applicano un livello di rigore giusto per evitare il greenwashing, fatto a volte anche inavvertitamente. Ci sono grosse maison che fanno una sola linea molto tracciabile, ma il 90% della produzione non lo è“, scandisce.

Madeby nasce grazie ai fondi ottenuti dall’ente britannico per la ricerca e lo sviluppo. Lo scopo è verificare che quanto i marchi dichiarano ai consumatori sia corretto e che le informazioni per il consumatore siano chiare. La tecnologia è stata è in fase di integrazione con Credible Esg, che aggiunge anche il calcolo dell’impatto ambientale. “Noi pubblichiamo solo le informazioni che sono state verificate. Se non riusciamo ad avere accesso ai dati che le aziende dichiarano, noi non li pubblichiamo“, assicura. Al momento i marchi in piattaforma sono circa cinquanta, di medie e piccole dimensioni: “E’ molto interessante per i piccoli marchi, perché spesso non possono pagarsi le certificazioni, ma ora che introduciamo l’aspetto dell’Esg dobbiamo rivolgerci anche a marchi più grossi, che pero’ non sempre – fa sapere – sono disponibili alle verifiche”.

Moda, asse Roma-Parigi: Futuro è green e digital

Sostenibile e innovativo: così è il futuro della Moda mondiale. Roma e Parigi si propongono come modelli e capofila del cambiamento e a Palazzo Farnese, sede dell’Ambasciata di Francia in Italia, si ritrovano tra player e istituzioni per discutere di strategie, buone pratiche, criticità e possibili soluzioni.

Il legame trai due Paesi nel settore della Moda è “storico e inscindibile e va coltivato in un rapporto di piena reciprocità“, scandisce il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. È una catena di valore, osserva, che “ci fa più forti nella competizione globale consegnandoci una leadership indiscussa“. Peculiarità e punti di forza si incontrano, si intrecciano, scendono in campo per tutelare il comparto con una “posizione assertiva” sul Regolamento europeo sull’Ecodesign, assicura il ministro italiano, soprattutto sui divieti di distruzione dell’invenduto, sul passaporto digitale dei prodotti, sulla riciclabilità e la durata della vita dei capi.

L’occasione è l’incontro ‘Sostenibilità e innovazione: nuove sfide e opportunità per il settore‘, su iniziativa di Sopra Steria. L’ambasciatore Christian Masset e Frédéric Kaplan, ministro consigliere per gli Affari economici dell’ambasciata, aprono le porte del palazzo anche a Mario Cospito, consigliere Diplomatico del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, e Lucia Borgonzoni, sottosegretaria al ministero della Cultura. Sopra Steria coinvolge, tra gli altri, Bulgari, Fendi, Gucci, Hermes Italia, Altagamma, Tod’s, Lvmh Italia, Bottega Veneta.

La Moda è uno dei settori in cui Francia e Italia collaborano maggiormente e da molto tempo“, ricorda Masset, rivendicando il primato mondiale nel settore dei due Paesi. Il tema della riduzione delle emissioni del comparto è cruciale: “Siamo entrambi impegnati a promuovere un nuovo percorso di sobrietà“, garantisce. A livello europeo, Roma e Parigi hanno aderito al Fit for 55, un nuovo obiettivo europeo per il clima. “Siamo profondamente convinti che le aziende del settore, grandi protagoniste di questa transizione, sapranno proporre iniziative innovative e stimolanti affinché le aziende francesi e italiane possano essere d’ispirazione anche in questo campo”, afferma.

La filiera produttiva ha delle complessità specifiche legate a un alto grado di frammentazione e a “diversi livelli di maturità” sulla sostenibilità ambientale, spiega Stefania Pompili, CEO di Sopra Steria Italia. A trainare l’efficientamento energetico, sostiene, sarà la transizione digitale, che permette, tra l’altro, di misurare i risultati raggiunti in materia di compensazione. In questo senso, un’alleanza tra Italia e Francia, mercati di riferimento per il settore, “può favorire l’integrazione digitale tra le filiere di produzione e dare vita a una piattaforma di misurazione europea che promuova una visione integrata. L’innovazione – afferma Pompili – si pone al servizio della sostenibilità per creare sinergie tra mercati diversi ma vicini“.

La sostenibilità di H&M non convince: tonfo nel quarto trimestre 2022

Non sono bastate le azioni e la campagne per ridurre l’impatto ambientale e attirare, così, una generazione di giovani attenti all’ambiente e al clima. H&M, colosso svedese della fast fashion e secondo al mondo dopo Zara, ha chiuso in rosso il quarto trimestre del 2022, alla fine di un anno complicato, appesantito dalla decisione di chiudere tutti i punti in vendita in Russia e da una combinazione di altri fattori sfavorevoli. Tra questi, l’aumento del prezzo delle materie prime e del dollaro alto che, insieme all’impennata dei prezzi dell’energia, si sono tradotti in costi di acquisto più elevati. Dopo l’annuncio dei conti in discesa, le azioni del gruppo hanno registrato un calo quasi del 7% alla Borsa di Stoccolma.

La nostra decisione di cessare l’attività in Russia, che era un mercato importante e redditizio, ha avuto un effetto negativo significativo sui nostri risultati”, ha sottolineato l’amministratrice delegata Helena Helmersson. “Piuttosto che scaricare l’intero costo aggiuntivo sui nostri clienti, abbiamo scelto di rafforzare ulteriormente la nostra posizione” nel tentativo di guadagnare quote di mercato. Insomma, i prezzi al pubblico di abbigliamento e accessori non sono aumentati, ma sono cresciuti i costi di produzione e dell’intera filiera.

L’ultimo trimestre del 2022 è stato caratterizzato da una perdita netta di 864 milioni di corone (77 milioni di euro). Un dato inaspettato per gli analisti, che scommettevano su profitti nettamente positivi superiori a 2 miliardi, secondo le stime di Bloomberg e Factset. Nell’intero anno finanziario, il fatturato del gruppo è aumentato del 12%, a 223,5 miliardi di corone, ma solo del 6% escludendo gli effetti valutari. Allo stesso tempo, l’utile netto annuo è sceso del 68% a poco meno di 3,6 miliardi di corone.

H&M, che vede buone prospettive per il 2023, spiega che l’accumulo di fattori sfavorevoli ha avuto un effetto negativo di 5 miliardi in totale sui suoi profitti. Dalla chiusura dell’esercizio, a fine novembre, “le vendite sono partite bene. I fattori esterni sono ancora difficili ma stanno andando nella direzione giusta“, secondo lad. Il numero dei negozi del gruppo si è ridotto a 4.465 a fine novembre, ovvero 336 in meno rispetto al 2021, con quasi la metà dell’impatto legato a il ritiro da Russia e Bielorussia (175 negozi chiusi).

Da anni H&M lotta per dare vita a un nuovo modello, più attento alla sostenibilità e all’ambiente, ma i profitti sono diminuiti costantemente negli ultimi 10 anni, a parte un rimbalzo nel 2021 al termine delle restrizioni legate alla pandemia. Ieri il gruppo ha annunciato di aver firmato un nuovo accordo con i sindacati con l’obiettivo di proteggere ulteriormente la salute e la sicurezza dei lavoratori dell’abbigliamento in Pakistan, dove viene prodotta buona parte dei prodotti venduti in Occidente.

Paris HC, liaison Nakazato-Epson: l’alta moda si fa green

Una Primavera-Estate nel segno della sostenibilità, con un ‘matrimonio’ insolito: Epson-Nakazato. Lo stilista e l’azienda giapponesi la presentano alla Paris Haute Couture Fashion Week: stampanti digitali per tessuti unici. La liaison promette una rivoluzione tessile in grado di trasformare l’intero settore.

La Epson Dry Fibre Technology (a livello commerciale si usa già per riciclare la carta in ufficio con un consumo di acqua minimo) è stata adattata in modo da realizzare un tessuto-non tessuto stampabile, partendo da abiti usati. Gli abiti hanno sfilato in passerella nel Palais de Tokyo il 25 gennaio.

La collaborazione si basa essenzialmente sul supporto per la stampa fornito dall’azienda giapponese allo stilista per la realizzazione dei suoi capi personalizzati di alta qualità, che hanno raggiunto un nuovo livello grazie a una produzione a basso impatto.

La sfilata di Parigi mostra come il passaggio alla stampa digitale su tessuto, usando inchiostri a pigmenti che prevedono un processo a minore impatto ambientale, offra all’industria della moda un approccio più sostenibile per la stampa tessile, riducendo anche gli sprechi.

Il tessuto utilizzato per creare l’ultima collezione di Yuima Nakazato è stato ricavato da capi usati provenienti dall’Africa, dove finiscono tonnellate di abiti dismessi dai nostri armadi. In Kenya, Nakazato ha raccolto circa 150 chili di abiti di scarto altrimenti destinati a vere e proprie discariche a cielo aperto. Tramite la sua Dry Fibre Technology, Epson ha ricomposto la fibra e prodotto oltre 50 metri di nuovo tessuto non tessuto, in parte stampato con la stampante digitale Monna Lisa usando inchiostri a pigmenti.

“Pur essendo ancora in una fase iniziale, la Epson Dry Fibre Technology abbinata alla stampa digitale con inchiostri a pigmenti può rendere il futuro della moda ancora più sostenibile, riducendo significativamente il consumo di acqua e consentendo agli stilisti di dare libero sfogo alla loro creatività”, spiega Hitoshi Igarashi, responsabile della Printing Solutions Division di Epson.Dal punto di vista ambientale, Epson promuove l’economia circolare e ogni sviluppo in questo senso è un passo avanti verso il raggiungimento degli obiettivi previsti.

Paul&Shark, dalle vele giacche che sanno di mare e vento

Vecchie vele riqualificate da esperti artigiani danno vita a pezzi unici per una collezione circolare e limitatissima. E’ Re-Sail, il progetto che Paul&Shark porta alla Milano per la Fashion Week Autunno/Inverno 2023-24. 

Un’installazione immersiva e dinamica, con riproduzioni multisensoriali di effetti di luce, suoni naturali e immagini dell’oceano, il brand guida i visitatori in un viaggio emotivo in mezzo al mare, spinti dal vento tra le onde, proprio come accade alle vele.

Giacche upcycled contemporanee e che si portano dietro una eredità esclusiva. Le vele in disuso vengono ripristinate per poi essere reinterpretate in modo creativo sotto una nuova forma.

Ognuna racchiude la storia delle vele con cui è stata realizzata, un racconto di artigianalità e libertà, che rievoca i colori del mare e i suoni del vento. Grandi etichette interne, numeri, loghi e  elementi di derivazione velisitica, celebrano l’universo da cui il capo proviene non perdendo la natura urban-casual della giacca.

Il progetto Re-Sail si colloca all’interno del percorso che Paul&Shark persegue da tempo a favore della sostenibilità, che in questo contesto prende la forma dell’upcycling. L’attività di recupero di materiale in disuso e la sua rivalutazione in chiave creativa “rappresenta un inno ai valori fondamentali del brand“, spiega l’azienda.

 

 

Photo credit: Paul&Shark

Westwood, l’imperatrice che ha fatto la rivoluzione del clima

Vivienne Westwood ci lascia, ma lascia al mondo una eredità inquantificabile. Cinquant’anni di lotte politiche in passerella, usata sempre, da modella e da stilista, come gigantesco megafono.

Imperatrice del punk‘, designer britannica di punta, attivista ambientale tra le più note al mondo. “La rivoluzione climatica è punk. Il punk vive! Stesso atteggiamento, ma con idee più sviluppate, più solide e spero più efficaci nel cambiare la Terra di quanto non siano state in passato”, raccontava nella sua autobiografia pubblicata nel 2014. “Difendere le idee mi rende felice”, confidò all’amico Ian Kelly, coautore con lei del volume.

Il mondo ha bisogno di persone come Vivienne per fare la differenza nel modo giusto“, ha scritto il suo marchio di alta moda dando la notizia su Twitter. “Abbiamo lavorato fino alla fine e mi ha lasciato molto da portare avanti. Grazie, tesoro mio”, ha aggiunto il marito e partner creativo, Andreas Kronthaler. Nel 2016, ha ceduto la direzione artistica della sua etichetta a lui, austriaco di 25 anni più giovane. Cambiamento sì, ma nella continuità di ciò che è stato il marchio Westwood: un marchio ribelle, trasgressivo e impegnato.

Nel 2008 Westwood è stata la prima a chiedere all’industria della moda di tenere conto dei cambiamenti climatici e a esortare i consumatori a non comprare continuamente abiti. Posizione che le costò non poche critiche nel mondo della moda. Nel 2016, per la sfilata della collezione Red Label SS, le modelle entrarono in scena manifestando contro il fracking. In passerella è scesa con lei anche la campagna Save The Arctic per fermare le trivellazioni e la pesca industriale nell’Artico. Con Marie Claire e People Tree ha realizzato t-shirt per raccogliere fondi da devolvere alle tribù indigene della foresta pluviale. E, alla cerimonia di chiusura delle Paraolimpiadi di Londra nel 2012, annunciò il suo progetto ambientalista srotolando uno striscione che recitava ‘Climate Revolution‘.

L’altra grande battaglia è stata la difesa di Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, arrestato nel 2019 dopo aver trascorso più di sette anni come rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana a Londra. Lo stesso anno ha denunciato durante uno dei suoi cortei “la corruzione del governo e la morte della giustizia”. Un anno dopo, è apparsa in una gabbia gigante davanti a un tribunale di Londra per protestare contro la sua estradizione. WikiLeaks ha twittato la notizia della morte della Westwood con foto di lei e Julin Assange fianco a fianco, con indosso la stessa maglietta disegnata dalla Westwood, e aggiungendo: “Rest in Power“.

 

photo credit: AFP

Torna MFW uomo. Nuove Maison nel consorzio green

Riflettori puntati sulla Milano Fashion week men’s collection, al via dal 13 al 17 gennaio. Cambia il mood. La guerra alle porte d’Europa pesa sullo spirito, ma lo show continua.

Ventuno sfilate, 31 presentazioni, cinque presentazioni su appuntamento, quattro contenuti digitali e 11 eventi.  Un totale di 72 appuntamenti.

Gucci apre e torna sulle passerelle milanesi dedicate alla moda maschile dopo tre anni di assenza. Chiude le sfilate fisiche Zegna, il 16 gennaio alle 15. Alcuni nomi nuovi: Add, Bonsai, Charles Philip, Iuter, Sestini, Tagliatore e Valstar. Al centesimo anniversario, Colmar lancia la collezione Colmar Revolution. Il 14 gennaio verrà presentata la prima collaborazione tra Marni Carhartt WIP. Il 16 l’evento di presentazione ‘The Added Element’ durante il quale The Woolmark Company & Luna Rossa Prada Pirelli sveleranno le novità della technical partnership: la lana merino arriva nell’abbigliamento e nelle divise del team e dell’equipaggio.

Sfilano le “eccellenze italiane“, rivendica il presidente di Camera Nazionale della moda Italiana, Carlo Capasa. La conferma è Milano, capitale della moda maschile. Non mancano progetti e attori internazionali “innovativi e all’avanguardia“, commenta.

Creatività, innovazione, qualità e sostenibilità le leve del sistema. Spazio anche ai giovani: la Camera lancia il bando per l’assegnazione dei Fashion trust grant 2023, per sostenere e promuovere la nuova generazione dei marchi indipendenti del made in Italy, che per la prima volta apre anche ai brand menswear.

Il fatturato cresce, sfiorando i 100 miliardi di crescita, con una percentuale del 6% rispetto all’anno scorso. Regge anche al caro energia e materie prime, perché sale del 19% rispetto al terzo trimestre del 2021. Crescono anche i prezzi di consumo, del 3%. Nonostante le difficoltà, il 2022 si rivela un anno positivo per la moda.

Intanto, altre quattro maison del Made in Italy sono pronte a firmare l’ingresso nel consorzio Re.Crea, fondato dalla camera della Moda con Dolce&Gabbana, MaxMara, Moncler, OTB, Prada ed Ermenegildo Zegna per gestire il fine vita dei capi di moda. Lo anticipa lo stesso Capasa al Corriere Economia. Il Consorzio gestisce collettivamente i rifiuti del tessile e moda a fine vita, promuoverà anche investimenti di ricerca e sviluppo su soluzioni di riciclo innovative. Nel 2021 i rifiuti tessili smaltiti ammontavano a 480mila tonnellate. Ora si attende la normativa italiana di adozione della Direttiva Ue: “Pensiamo il nuovo governo possa fornirla entro fine anno“, fa sapere il numero uno della camera della moda. Le maison si portano avanti: nel 2025 ognuna di loro dovrà dar conto dell’intero ciclo di vita dei capi prodotti, impegnandosi ad assicurare la circolarità.

La moda ammette: “Impossibile ridurre emissioni del 30%”

L’industria della moda si è impegnata a dimezzare le proprie emissioni di gas serra entro il 2030, ma alla Cop27 in Egitto, i rappresentanti dell’industria hanno ammesso che questo obiettivo sarà molto difficile da raggiungere. Nel 2018, circa 30 marchi di moda avevano firmato la Fashion Industry Charter for Climate Action alla Cop24 di Katowice, in Polonia, impegnandosi a ridurre le proprie emissioni del 30% entro il 2030 e a raggiungere la carbon neutrality nel 2050. A novembre 2021, poi, era stato fissato un nuovo e più ambizioso obiettivo di dimezzare le emissioni entro la fine del decennio.

Attualmente più di cento aziende hanno aderito a questa carta, inclusi giganti della moda come la svedese H&M e la spagnola Inditex, proprietaria di Zara, o marchi sportivi come Adidas e Nike. L’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050 rappresenta una sfida importante per le imprese, soprattutto per quelle che hanno lunghe catene di approvvigionamento, inclusi fornitori e produttori sparsi in tutto il mondo. “Ci siamo riusciti? Certo che no. Siamo sulla strada giusta? Direi ‘forse’“, ha ammesso Stefan Seidel, responsabile dello sviluppo sostenibile del marchio Puma, durante una tavola rotonda alla Cop27.

Nel 2018 il settore è stato responsabile del 4% delle emissioni globali di gas serra, equivalenti alle emissioni totali di Regno Unito, Francia e Germania, secondo i dati elaborati dalla società di consulenza McKinsey. Circa il 90% delle emissioni dell’industria della moda è prodotta dai fornitori, come ricorda la Global Fashion Agenda. La conversione di tutte le catene di produzione e l’imposizione di standard climatici ai fornitori di materie prime e alle fabbriche di abbigliamento è un compito “enorme“.

Ad esempio, H&M ha più di 800 fornitori e la verifica di ogni aspetto della filiera è molto difficile. Marie-Claire Daveu, che è responsabile dello sviluppo sostenibile del gruppo Kering – che comprende marchi di lusso come Gucci e Yves Saint-Laurent – ha ammesso la difficoltà di “cambiare le filiere” e invita alla “collaborazione”.

Ali Nouira, produttore egiziano, ha presentato alla Cop27 le difficoltà dei fornitori, ad esempio in una regione come la sua dove non esistono organismi di certificazione. “Quando produciamo, dobbiamo avere tutte le certificazioni, in particolare quella relativa all’impronta di carbonio, e per un piccolo marchio proveniente dall’Egitto è estremamente difficile e costoso“, ha spiegato.
Ma come ha ricordato Nicholas Mazzei, responsabile del dipartimento di sviluppo sostenibile di Zalando, uno dei maggiori brand di vendita online, “nei Paesi sviluppati la mentalità è già cambiata” e così, ad esempio, “alcune grandi banche offrono tassi di interesse più bassi alle aziende che si impegnano per un obiettivo di emissioni nette zero“. Ma per i fornitori la strada per la transizione è ancora lunga.