Dopo la Cop28 troveremo carbone (fossile) sotto l’albero di Natale

Che la Cop 28 sia stata un fiasco o quasi un fiasco dipende solo dai punti di vista più o meno ideologici. Che molto poco si potesse pretendere da un evento che ha avuto come presidente Sultan Ahmed al-Jaber, amministratore delegato di Abu Dahbi National Oil Company (la Adnoc, principale compagnia petrolifera degli Emirati Arabi), era abbastanza scontato. Che la Cop28 potesse riservare un epilogo analogo alla Cop27 era persino prevedibile. Che non tutte le posizioni emerse dalla convention Onu di Dubai siano da buttare nel bidone della spazzatura un’altra evidenza sulla quale riflettere.

Dopo una decina di giorni di chiacchiere e confronti, alla fine sembra che troveremo carbone (fossile) sotto l’albero di Natale. La prima bozza di accordo non convince, gas & oil continuano a farla da padrone, i Paesi produttori non ne vogliono sapere di dare un taglio alla loro principale fonte di introiti, la progressiva dismissione dei combustibili fossili pare abbia la cadenza musicale del fado. E pure la sua tristezza. La luce in fondo al tunnel sono le rinnovabili e, forse, il nucleare. Ma tra mille eccezioni, come da dichiarazione del ministro Gilberto Pichetto Fratin per quanto riguarda la posizione dell’Italia: una fessura non un’apertura. E, comunque, siamo nell’ordine di molti anni, insomma non una soluzione immediata.

Mentre le associazioni ambientaliste si ostinano a gettare vernice verde in fiumi, lagune e fontane, il mondo prende la sua piega. La spaccatura che emerge è netta. C’è preoccupazione per l’innalzamento della temperatura planetaria e per i risultati non in linea con le prospettive delineate dall’accordo di Parigi, probabilmente adesso c’è anche minore distanza tra Europa, Usa, Cina e India, nessuno dubita sulla necessità di “fare qualcosa”, ma sono i tempi e i modi che generano lo stallo. Da un lato la Ue che pesta sull’acceleratore per velocizzare la transizione green, dall’altro i Paesi produttori e in via di sviluppo che azionano il freno. Usando la ragione e non la pancia, è inimmaginabile pensare al mondo senza gas e senza petrolio in uno spazio temporale ristretto. Sultan al-Jaber sostiene con un’iperbole che si tornerebbe alla caverne: non è così, però non è nemmeno possibile ipotizzare a breve una società spinta solo da energie rinnovabili o biocarburanti. E siccome di radicalismo si perisce, lo sforzo maggiore dovrebbe farlo il buonsenso che non produce gas serra: non tutto subito, ma nemmeno niente per sempre. Sarebbe utile conoscere, oltre alla posizione del Governo, anche quelle delle nostre aziende di bandiera: da Eni a Enel, fino a Terna e Edison, Eph, A2A. Come si pongono in questa controversia?

La fotografia scattata alla Cop28 è chiarissima: Emirati, Arabia Saudita, Iraq, Iran e Russia non vogliono abbandonare la strada dei combustibili fossili, gli Stati Uniti stanno strategicamente nel mezzo, i giganti Cina e India manco si sono fatti sentire e tirano dritto allegramente. Insieme fanno 3 miliardi di persone, oltre un terzo della popolazione mondiale. Assodato che la transizione ecologica costi cara, vanno tutelate parimenti la stabilità delle economie e la salute del pianeta. Senza la prima non c’è la seconda. Sono da evitare gli estremismi o le asticelle fissate troppo in alto. E qui l’Europa può e deve darsi una regolata perché l’era-Timmermans ha prodotto guasti e lasciato strascichi. C’era una volta l’Europa che dettava il ritmo al mondo, adesso ci sono nazioni che da sole contano più di un continente intero. E che inquinano anche di più. Prenderne coscienza non è avere meno peso geopolitico ma capire in che epoca si sta vivendo. Diceva Seneca: non possiamo dirigere il vento ma possiamo orientare le vele.

Presidente Cop28 replica alle polemiche: “Rispetto la scienza, inevitabile abbandonare combustibili fossili”

In una Cop già controversa, non si placa la bufera che si sta abbattendo sul suo presidente, l’emiratino Sultan Al Jaber. Dopo i documenti resi noti, tra gli altri, dalla Bbc, che lo accusavano di conflitto di interessi, questa volta a gettare benzina sul fuoco è un audio che lo riguarda. In uno scambio avvenuto a novembre con l’ex presidente irlandese Mary Robinson, riportato dal Guardian, Al Jaber ha affermato che l’“uscita” dai combustibili fossili è “inevitabile”, ma che “non esiste nessuno studio scientifico, nessuno scenario, secondo cui l’eliminazione dei combustibili fossili” porterà a limitare il riscaldamento globale a +1,5° gradi rispetto all’epoca preindustriale. Eppure, lo stesso presidente della Cop28, proprio durante il primo giorno della Conferenza – pur parlando una necessaria convivenza tra fonti fossili e rinnovabili durante la transizione energetica – aveva invitato i presenti a non omettere “alcun argomento” dai testi che saranno negoziati nell’arco di due settimane dai delegati di quasi 200 Paesi, quindi nemmeno i combustibili fossili.

Sultan Al Jaber è l’amministratore delegato di Adnoc, la principale compagnia petrolifera degli Emirati Arabi Uniti. E nasce proprio da qui il suo ruolo controverso, che nell’audio reso noto si esplicita ancora di più. “La riduzione dell’uso dei combustibili fossili e il loro abbandono sono, a mio avviso, inevitabili. È essenziale – ha detto a un evento online organizzato dall’iniziativa She Changes Climate – ma dobbiamo essere seri e pragmatici“. Con una sottolineatura ulteriore: “Mostratemi la tabella di marcia per un’uscita dai combustibili fossili che sia compatibile con lo sviluppo socio-economico, senza riportare il mondo all’età delle caverne“.

Per cercare di placare le polemiche, il presidente della Cop28 ha spiegato che rispetta le raccomandazioni scientifiche sul cambiamento climatico e ha chiesto una riduzione del 43% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2030. “Siamo qui perché crediamo e rispettiamo la scienza”, ha detto. “Tutto il lavoro della Presidenza è focalizzato e centrato sulla scienza”, ha dichiarato durante una conferenza stampa, alla quale ha invitato Jim Skea, il presidente dell’Ipcc, il gruppo di esperti sul clima incaricato dalle Nazioni Unite.

Durante la conferenza stampa gli è stato chiesto della frase riportata dal Guardian, che sembra mettere in discussione ciò che l’Ipcc e altri scienziati dicono sulla necessaria riduzione dei combustibili fossili, che sono responsabili di due terzi delle emissioni attuali.“La scienza dice che dobbiamo raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2050 e che dobbiamo ridurre le emissioni del 43% entro il 2030” per limitare il riscaldamento globale a +1,5°C, l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi, ha risposto, aggiungendo: “Ho detto più e più volte che la riduzione e l’uscita dai combustibili fossili è inevitabile”. “Sono sorpreso dai continui e ripetuti tentativi di minare il lavoro della Presidenza della Cop28”, ha aggiunto Sultan Al Jaber. “Questa è la prima Presidenza della Cop che invita attivamente le parti a proporre formule su tutti i combustibili fossili”, ha sottolineato l’emiratino, lamentando che i media non sono interessati a questo fatto.

importazioni petrolio

Salgono ancora i prezzi di gas e greggio. Federpetroli: “Dopo attacco Hamas a rischio forniture”

Dal primo attacco di sabato scorso da parte di Hamas a Israele, le quotazioni internazionali del gas sono aumentate vertiginosamente fino a toccare ieri 43,60 Euro/MWh con un + 15,00% in poche ore. Non diversa la situazione dei due greggi di riferimento Wti in quota 88,80 dollari/Barile e Brent in quota 89,50 dollari/Barile sulle principali Borse internazionali.

Per il presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, “sembra un copione già visto, con un pericolo forniture estere annunciato la scorsa settimana in una diretta RAI sulla problematica dei nostri approvvigionamenti in Africa e Medio Oriente”. A largo della striscia di Gaza proseguendo lungo le coste nell’Offshore israeliano “abbiamo un grande giacimento di gas metano chiamato Leviathan che corre fino a nord tra Cipro e il Libano (quest’ultimo a sud sotto controllo di Hezbollah), parliamo di uno dei giacimenti più grandi al mondo nel Mediterraneo”. Grande riserva petrolifera già tempo fa occasione di interessi di sviluppo internazionali per la quantità di metano che dispone in produzione nei prossimi decenni.

Il giacimento in mare, dice Marsiglia, “potrebbe stravolgere gli equilibri energetici del Medio Oriente. Leviathan ha autonomia di produzione a gas metano per oltre 50 anni. L’Italia è a rischio con l’80% di approvvigionamento energetico estero (petrolio e gas). Già evidente il panico sui prezzi internazionali di benzina e gasolio con ricadute sul costo delle bollette. Attenzione alle parole su Iran e Qatar, salvaguardiamo la sicurezza dei gasdotti e dello Stretto di Hormuz”.

Israele in via precauzionale ha già bloccato la produzione del giacimento Offshore di Tamar con l’americana Chevron come operatore. “Ci troviamo a circa 90 km in mare da Haifa. Questo indotto – spiega Marsiglia – alimenta parte di Egitto ed altro gas viene trasportato in Europa”.

Secondo un’analisi di in un’analisi S&P Global Commodity Insights, l’aumento dei prezzi del petrolio a seguito dell’escalation delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente ha iniziato a suonare come un campanello d’allarme per le raffinerie asiatiche, ma le preoccupazioni a breve termine sulle forniture sono meno preoccupanti a causa degli abbondanti flussi di merci dalla Russia e da esportatori diversi dal Golfo Persico.

L’attacco a sorpresa di Hamas contro Israele “ha riacceso il dibattito – spiega S&P – sul fatto che il petrolio superi nuovamente la soglia dei 100 dollari al barile. Hamas, un’organizzazione militare e politica, è stata collegata all’Iran in passato”.

“Le maggiori preoccupazioni dell’Asia sono le incertezze sulle forniture derivanti da potenziali interruzioni dei flussi fisici a seguito degli attacchi, nonché un possibile aumento dei prezzi. Che tipo di conclusioni trarrà Washington da questo sull’Iran sarebbe anche un fattore chiave per il mercato petrolifero globale”, ha affermato Kang Wu, responsabile della domanda globale di petrolio e di Asia Analytics di S&P Global Commodity Insights.

Conflitto in Israele pesa sui costi energetici: schizzano petrolio e gas

I prezzi del petrolio sono saliti di oltre il 4% e il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam è arrivato a oltre 41 euro euro al megawattora. A pesare sono i timori per il conflitto in Israele, dopo che il movimento islamista palestinese Hamas ha lanciato un’offensiva a sorpresa contro Israele nel fine settimana, sollevando preoccupazioni sulle conseguenze per le forniture alla regione ricca di petrolio. Il Brent è balzato del 4,7% a 86,65 dollari e il West Texas Intermediate è salito del 4,5% a 88,39 dollari nei primi scambi asiatici. Preoccupazioni che raccoglie anche il ministro della Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, secondo il quale “bisogna essere vigili, uniti e coesi in Europa per fronteggiare questa situazione di emergenza che rischia di far esplodere altre problematiche. Mi riferisco per esempio a quella dell’energia, come accaduto per la guerra della Russia in Ucraina, per l’approvvigionamento di gas e petrolio. Da quei Paesi giungono altre risorse alla nostra Europa. Dobbiamo capire e comprendere anche se dobbiamo pensare all’autonomia strategica del nostro continente“.

L’attacco a sorpresa contro Israele e la dichiarazione di guerra al movimento islamista palestinese di domenica hanno già provocato più di 1.100 vittime e si teme un ulteriore aumento delle tensioni in Medio Oriente. “Per i mercati è decisivo se il conflitto rimarrà contenuto o si estenderà ad altre regioni, in particolare all’Arabia Saudita“, hanno dichiarato Brian Martin e Daniel Hynes, analisti dell’ANZ. “Almeno inizialmente, i mercati sembrano pensare che la situazione rimarrà limitata in termini di portata, durata e impatto sui prezzi del petrolio. Ma possiamo aspettarci una maggiore volatilità“. Questa crisi arriva in un momento in cui i prezzi del petrolio sono già alti a causa delle preoccupazioni per i tagli alla produzione da parte di Russia e Arabia Saudita. Inoltre, sta sollevando timori per il suo impatto sull’inflazione. L’aumento dei costi energetici è una delle cause principali dell’attuale impennata dei prezzi.

Il WTI e il Brent, i due benchmark globali, sono saliti brevemente di oltre il 5% sui mercati asiatici, prima di tornare al di sotto di questa soglia. Tuttavia, Stephen Innes di SPI Asset Management ha avvertito che “la storia ha dimostrato che i prezzi del petrolio tendono a guadagnare in modo sostenuto dopo le crisi in Medio Oriente“.

Venerdì i prezzi del petrolio hanno chiuso in leggero rialzo a New York, beneficiando solo marginalmente del ritorno della propensione al rischio, compensata dalle persistenti preoccupazioni sulla domanda globale e dalla parziale revoca delle restrizioni imposte dalla Russia sulle esportazioni di gasolio. Inoltre, la scorsa settimana un gruppo di lavoro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e dei loro alleati (OPEC+) ha raccomandato di mantenere l’attuale strategia di taglio della produzione, rafforzata dai tagli sauditi e russi, al fine di sostenere i prezzi. Ha inoltre elogiato “gli sforzi dell’Arabia Saudita“, leader del gruppo, che da luglio sta tagliando volontariamente la produzione di un milione di barili al giorno. Il ministero dell’Energia saudita ha confermato che questa misura continuerà fino alla fine del 2023. La produzione del regno dovrebbe quindi attestarsi intorno ai 9 milioni di barili al giorno per i mesi di novembre e dicembre, ha aggiunto.

Anche la Russia, altro peso massimo dell’OPEC, manterrà i suoi tagli alle esportazioni di circa 300.000 barili al giorno fino a dicembre, secondo il vice primo ministro Alexander Novak. Queste decisioni si aggiungono ai tagli introdotti all’inizio di maggio e in vigore fino alla fine del 2024 da nove Paesi, tra cui Riyadh, Mosca, Baghdad e Dubai, per un totale di 1,6 milioni di barili al giorno.

Usa, stop di Biden a nuovi progetti di gas e petrolio nel nord dell’Alaska

L’amministrazione Biden ha annunciato che vieterà ogni nuovo sviluppo di progetti legati a petrolio e gas in una vasta area dell’Alaska settentrionale, in risposta alla “crisi climatica”. Questa nuova misura riguarda più di quattro milioni di ettari, una zona paragonabile a quella della Danimarca, all’interno della National Petroleum Reserve in Alaska (NPR-A), un’area naturale vitale per le popolazioni di orsi grizzly, orsi polari, caribù e centinaia di migliaia di uccelli migratori.

“L’Alaska ospita molte delle più belle meraviglie naturali degli Stati Uniti”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti in una nota. “Poiché la crisi climatica riscalda l’Artico a una velocità più che doppia rispetto al resto del mondo, abbiamo la responsabilità di proteggere queste preziose regioni per i secoli a venire”, ha aggiunto. Il Dipartimento degli Interni, che si occupa delle terre federali negli Stati Uniti, ha spiegato di aver cancellato sette permessi di disboscamento autorizzati dall’ex presidente Donald Trump in un’altra area protetta nel nord dell’Alaska.

Ma lo scorso marzo, l‘amministrazione del presidente democratico era stata pesantemente criticata dagli ambientalisti dopo la decisione di autorizzare un vasto progetto petrolifero del gigante statunitense ConocoPhillips in questa stessa riserva nazionale. La decisione annunciata oggi non mette in discussione questo progetto, noto come Willow, autorizzato durante il mandato di Donald Trump. Ridotto a tre zone di perforazione dalle cinque inizialmente richieste dalla compagnia, costerà tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari e dovrebbe comportare l’emissione indiretta dell’equivalente di 239 milioni di tonnellate di CO2. I gruppi ambientalisti hanno definito il progetto “un disastro” per il clima e alcuni vedono nell’annuncio di oggi un tentativo dell’amministrazione Biden di recuperare il tempo perduto.

Il nuovo piano del governo Usa vieta anche le trivellazioni in un’area di oltre un milione di ettari nel Mare di Beaufort, a nord della costa settentrionale dell’Alaska, e gli aiuti alle popolazioni indigene locali. Queste misure “sono illegali, sconsiderate, sfidano il buon senso e sono l’ultima prova dell’incoerenza della politica energetica del presidente Biden”, ha commentato la senatrice repubblicana dell’Alaska Lisa Murkowski in un comunicato stampa, denunciando la mancanza di consultazione con le comunità indigene interessate.

La democratica Mary Peltola, che rappresenta l’Alaska alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, si è detta “profondamente frustrata”, criticando l’amministrazione Biden per essere rimasta sorda alle richieste dei cittadini. Ma Biden si è scontrato anche con l’opposizione di importanti membri delle comunità indigene locali, che hanno deplorato l’impatto economico di questa misura su una regione devastata. “La nostra comunità ha lottato duramente per far sì che la pianura costiera venisse aperta alle licenze di petrolio e gas”, ha dichiarato Annie Tikluk, sindaco della città di Kaktovik, riferendosi alle sette licenze ora revocate.

Durante la sua campagna per la presidenza, Biden aveva promesso un congelamento dei permessi di sfruttamento del petrolio, promessa non mantenuta. Alcuni sottolineano che le azioni legali degli Stati repubblicani hanno limitato il suo margine di manovra su questo tema.
L’anno scorso, il presidente democratico ha anche fatto approvare un enorme piano di investimenti per il clima da 400 miliardi di dollari. Secondo uno studio pubblicato a luglio sulla rivista Science, questo piano consentirebbe di ridurre le emissioni di gas serra degli Stati Uniti dal 43 al 48% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2005, ma non di dimezzare le emissioni entro il 2030.

importazioni petrolio

Le azioni salva-clima delle compagnie petrolifere sono in stallo. Si salva solo l’Eni

Le principali compagnie petrolifere e del gas del mondo sono ben lontane dal compiere gli sforzi necessari per limitare il riscaldamento globale e in alcuni casi hanno fatto marcia indietro rispetto ai loro impegni. E’ quanto emerge da un rapporto di Carbon Tracker che, però, assegna ai gruppi europei un punteggio più alto. “I progressi delle compagnie petrolifere e del gas nel rafforzare i loro impegni in materia di emissioni sono in fase di stallo, e la maggior parte di esse è rimasta nella stessa fascia dell’anno scorso”, spiega il think tank Carbon Tracker.

Il rapporto annuale di 36 pagine, Absolute Impact 2023, rivolto in particolare agli investitori, fa il punto sulle ambizioni climatiche delle 25 maggiori compagnie petrolifere e del gas, comprese quelle di proprietà statale. Si tratta di un settore che sarà oggetto di un intenso esame alla COP28 che si terrà a Dubai alla fine dell’anno. La Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, dove si prevede una dura battaglia sulla fine dei combustibili fossili, dovrebbe rimettere il mondo in carreggiata con l’Accordo di Parigi: limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, e se possibile a 1,5°C, rispetto all’era preindustriale.

Tuttavia, il rapporto rileva che molti piani climatici aziendali si basano su metodi che non sono stati dimostrati su larga scala, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio e la compensazione delle emissioni. Il rapporto rileva inoltre che “alcune aziende stanno facendo marcia indietro rispetto ai loro impegni”, come la BP, che ha abbassato l’obiettivo di riduzione della produzione di idrocarburi per il 2030 dal 40% al 25%. E la Shell, che ha annunciato che la sua produzione di petrolio rimarrà stabile fino al 2030.

“La nostra analisi mostra che le maggiori compagnie petrolifere e del gas del mondo continuano a mettere a rischio gli investitori non pianificando tagli alla produzione (di idrocarburi) in linea con l’obiettivo di Parigi di 1,5 gradi”, commenta Mike Coffin, coautore del rapporto.

Delle 25 società, “solo” l’italiana Eni ha obiettivi “potenzialmente” in linea con l’obiettivo di Parigi, secondo il think tank. TotalEnergies è al secondo posto. Ma mentre l’Eni è in cima alla classifica per il quarto anno consecutivo, la credibilità dei suoi obiettivi potrebbe essere messa in discussione “dato che dipendono dalla vendita di asset, oltre che da tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio e compensazioni di carbonio non dimostrate”, sottolinea Carbon Tracker.

“Le principali compagnie europee sono in cima alla classifica, con obiettivi sistematicamente più ambiziosi di quelli dei loro rivali nordamericani, mentre gli impegni più deboli sono stati presi da ExxonMobil e da cinque compagnie petrolifere prevalentemente statali: Aramco, la brasiliana Petrobras e le cinesi Sinopec, PetroChina e Cnooc”, riassume Carbon Tracker nella sua presentazione.

Dietro l’Eni si colloca TotalEnergies, che ha preso il posto di Repsol, ora al terzo posto, davanti a BP e Shell. Considerate “più progressiste” rispetto ai loro concorrenti, TotalEnergies, Repsol e BP hanno dichiarato obiettivi di “carbon neutrality” entro il 2050 e obiettivi intermedi entro il 2030 “ma questi scopi escludono le emissioni di alcune attività chiave”, osserva Carbon Tracker.

Circa 16 compagnie, tra cui ExxonMobil e Conoco, hanno obiettivi che coprono solo le loro emissioni operative, cioè non coprono le emissioni generate dalla combustione del petrolio e del gas che i loro clienti acquistano – circa il 90% della loro reale impronta di carbonio. Società come Shell ed Equinor hanno obiettivi molto distanti, per il 2050, “ma non obiettivi intermedi assoluti”, il che è comunque considerato un passo essenziale.

All’ultimo posto, la saudita Aramco “è l’unica azienda che limita i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni agli asset che possiede e gestisce interamente”, sottolinea Carbon Tracker, senza contare il fatto che fissa un obiettivo di riduzione solo in relazione a una traiettoria di crescita futura, riducendo di fatto i suoi sforzi.

Golpe militare in Gabon: Paese ricco di petrolio e di foreste

Dopo l’annuncio della rielezione di Ali Bongo Ondimba, al potere da 14 anni, come presidente del Gabon con il 64,27% dei voti, il Paese è caduto nel caos. Una decina di militari e poliziotti ha annunciato l’annullamento delle elezioni, lo scioglimento di “tutte le istituzioni della Repubblica” e la “fine del regime“. “Tutte le istituzioni della Repubblica sono sciolte: il governo, il Senato, l’Assemblea nazionale e la Corte costituzionale. Invitiamo la popolazione a rimanere calma e serena e riaffermiamo il nostro impegno a rispettare gli impegni del Gabon nei confronti della comunità internazionale“, ha proseguito il gruppo, annunciando la chiusura delle frontiere del Paese “fino a nuovo ordine”.

Una situazione complicata per il Paese centrafricano ricco di petrolio. Il Gabon è uno dei Paesi più ricchi dell’Africa in termini di Pil pro capite (8.820 dollari nel 2022), grazie al petrolio, al legname e al manganese e a una popolazione ridotta (2,3 milioni di abitanti). È inoltre uno dei principali produttori di oro nero dell’Africa subsahariana. Secondo la Banca Mondiale, nel 2020 questa risorsa ha rappresentato il 38,5% del Pil e il 70,5% delle esportazioni. Ma l’economia, che il governo non è riuscito a diversificare a sufficienza, è ancora troppo dipendente dagli idrocarburi e un abitante su tre viveva sotto la soglia di povertà alla fine del 2022, secondo la Banca Mondiale.

Il Gabon è fondamentale anche per il suo ruolo ambientale. Questo Paese di 268.000 chilometri quadrati, coperto per l’88% da foreste, è descritto dalla Banca Mondiale come “un assorbitore netto di carbonio e un leader nelle iniziative di emissioni nette a zero“, grazie soprattutto agli sforzi compiuti per ridurre le emissioni e preservare la sua vasta foresta tropicale. Ha un ricco ecosistema. I suoi parchi nazionali ospitano specie endemiche e mammiferi emblematici come l’elefante di foresta, il gorilla, lo scimpanzé, il leopardo e diverse specie di pangolino. Il Paese ha uno dei più alti tassi di urbanizzazione del continente, con più di quattro gabonesi su cinque che vivono in città. Libreville e Port-Gentil, la capitale economica, rappresentano da sole quasi il 60% della popolazione.

Il boomerang degli influencer che promuovono i giganti del petrolio

Vieni con me a prendere degli snack alla stazione di servizio Shell della mia famiglia“: con queste parole l’influencer The Petrol Princess promuove il gigante petrolifero britannico davanti ai suoi 2,7 milioni di follower su TikTok, una pratica che è in pieno svolgimento sui social network ma che alcuni fan attenti al clima stanno iniziando a denunciare. Su TikTok, Instagram e Twitch, ci sono influencer che promuovono le più grandi compagnie petrolifere del mondo come BP, Chevron, Exxon Mobil, Shell e TotalEnergies. In mezzo ai contenuti basati su calcio, videogiochi o viaggi, queste celebrità provenienti da India, Messico, Sudafrica e Stati Uniti non esitano a esaltare i meriti degli ultimi programma di fidelizzazione delle major petrolifere. Secondo DeSmog, un sito web sulla disinformazione climatica, dal 2017 più di cento influencer hanno promosso le compagnie petrolifere e del gas. Sotto accusa per il suo ruolo nel riscaldamento globale, “l’industria dei combustibili fossili vuole costruire capitale sociale tra i giovani“, spiega all’AFP Melissa Aronczyk, docente di comunicazione e informazione alla Rutgers University (USA).

I giornalisti dell’AFP hanno trovato sui social diversi video che promuovono i servizi della ExxonMobil, tra cui quello di una madre incinta in una stazione di servizio che utilizza il programma premi dell’azienda e quello di un influencer specializzato in matrimoni. “La ExxonMobil, come molte altre aziende, collabora con gli influencer per educare i consumatori sui vantaggi del programma di ricompense per il carburante“, ha spiegato all’AFP la portavoce dell’azienda, Lauren Kight. Una portavoce della Shell ha detto all’AFP che il gruppo sta utilizzando la pubblicità e i social media per mettere in evidenza i suoi prodotti a basse emissioni di carbonio, ma ha rifiutato di commentare le partnership a pagamento per i prodotti petroliferi.

Basandosi sulle parole chiave di Shell relative alle energie rinnovabili, l’AFP ha trovato solo una manciata di post su Instagram che pubblicizzavano la sua app di ricarica per auto elettriche. BP, Chevron e TotalEnergies non hanno risposto alle richieste dell’AFP.

Secondo il think tank InfluenceMap, nel 2020 le compagnie petrolifere hanno speso quasi 10 milioni di dollari in pubblicità su Facebook. Ma è difficile valutare la portata del fenomeno, poiché non tutti gli influencer annunciano chiaramente la natura pubblicitaria delle loro pubblicazioni. Sebbene l’endorsement da parte di personalità ‘terze’ come gli influencer sia una tecnica di lunga data nella pubblicità, Melissa Aronczyk avverte che il tentativo delle compagnie petrolifere e del gas di corteggiare gli influencer potrebbe ritorcersi loro contro. “Molti giovani sono consapevoli dell’urgenza della crisi climatica e non vedono di buon occhio le compagnie di combustibili fossili, che considerano non solo obsolete ma anche pericolose per il nostro benessere“, sottolinea l’autrice. “Gli influencer che collaborano con queste aziende devono aspettarsi che la loro reputazione ne risenta e che il loro pubblico reagisca negativamente“, concorda Duncan Meisel, direttore esecutivo di Clean Creatives, che si batte per l’abbandono della pubblicità sui combustibili fossili.

Su Instagram, un’influencer di videogiochi con 178.000 follower sul suo account @chica ha recentemente causato costernazione tra i suoi seguaci mostrando una nuova funzione del gioco online Fortnite sponsorizzata da Shell. “Capisco la necessità di fare soldi, ma fare pubblicità a una compagnia di combustibili fossili nel 2023 non è la strada giusta”, ha scritto uno dei suoi follower. Sono cresciuta con i tuoi video, vederti venderti a una delle compagnie più immorali e disumane che ci siano” è “spaventoso“. “Non è possibile che tu abbia così tanto bisogno di soldi“, si legge sotto a un video di un altro influencer, che presenta anche la nuova funzione di Fortnite e parla del rifornimento di carburante presso le stazioni di servizio Shell. Per Duncan Meisel, c’è ancora una soluzione a disposizione di questi giovani sconcertati: “Il pulsante ‘unsubscribe’ non è mai lontano“, ricorda.

Aie: “Si va verso in nuovo record di domanda mondiale di petrolio”. Pesano viaggi aerei

L’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) sta alzando la sua previsione di crescita della domanda mondiale di petrolio nel 2023 al “livello più alto mai registrato“, a 102,2 milioni di barili al giorno, secondo il suo rapporto mensile pubblicato venerdì. Senza aspettare, la domanda mondiale di petrolio ha già “raggiunto il record di 103 milioni di barili al giorno (mb/d) a giugno e agosto potrebbe vedere un nuovo picco“, sottolinea l’agenzia, un’emanazione dell’Ocse con sede a Parigi.

La domanda globale di petrolio sta raggiungendo livelli record, trainata dai viaggi aerei estivi, dall’aumento dell’uso del petrolio (olio combustibile) nella generazione di energia e dall’impennata dell’attività petrolchimica cinese“, spiega l’Aie.

Per l’intero anno, “si prevede che la domanda globale di petrolio aumenti di 2,2 milioni di barili (mb/d) al giorno” rispetto al 2022 “per raggiungere 102,2 mb/d nel 2023, con la Cina che rappresenta oltre il 70% della crescita“, afferma l’agenzia. Si tratta del “livello annuale più alto mai registrato”, secondo l’Aie, che a febbraio prevedeva già un record per l’anno in corso di 101,9 milioni di barili al giorno, dopo 99,9 mb/d nel 2022 e 97,6 mb/d nel 2021.

Questa sete di petrolio arriva in un contesto di tensioni di mercato, dato che “l’offerta globale di petrolio è scesa di 910.000 barili al giorno a 100,9 mb/d nel mese di luglio“. Una forte riduzione della produzione dell’Arabia Saudita a luglio ha fatto scendere la produzione del blocco Opec+ di 1,2 mb/d a 50,7 mb/d, mentre i volumi non-Opec+ sono aumentati di 310.000 barili al giorno a 50,2 mb/d, ha aggiunto l’agenzia.

In un momento in cui il mondo è chiamato a ridurre il consumo di combustibili fossili, che sono dannosi per il clima, al fine di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, l’Aie prevede che l’aumento della domanda di petrolio rallenti nel 2024. “Con la ripresa post-pandemia in gran parte in corso e la transizione energetica che sta prendendo piede, la crescita rallenterà a 1 mb/d nel 2024“, prevede l’agenzia.

Petrolio, l’utile netto del gigante saudita Aramco cala del 38% nel secondo trimestre

Il gigante petrolifero saudita Aramco ha annunciato lunedì un utile netto di 30,08 miliardi di dollari per il secondo trimestre, in forte calo rispetto allo stesso periodo del 2022, a causa del crollo dei prezzi del petrolio negli ultimi mesi. Questo calo del 38% su base annua segue quello del 19,25% nel primo trimestre. “Il calo riflette principalmente l’impatto dei prezzi più bassi del greggio e l’indebolimento dei margini della raffinazione e dei prodotti chimici“, ha aggiunto Aramco, che è al 90% di proprietà dello Stato saudita, in un comunicato. “I nostri solidi risultati riflettono la nostra resilienza e la nostra capacità di adattarci ai cicli di mercato“, ha dichiarato il ceo Amin Nasser. “Continuiamo a dimostrare la nostra capacità di soddisfare le esigenze dei nostri clienti in tutto il mondo con alti livelli di affidabilità. Per i nostri azionisti, intendiamo iniziare a distribuire il nostro primo dividendo legato alla performance nel terzo trimestre“, ha aggiunto.

Aramco, come altri colossi del settore, ha registrato profitti record lo scorso anno, grazie all’impennata dei prezzi del petrolio sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 e della ripresa economica post-Covida. Negli ultimi mesi, i prezzi del petrolio sono stati appesantiti dal rischio di una recessione mondiale, che sta pesando sulle prospettive della domanda. Tuttavia, i prezzi del greggio sono leggermente aumentati negli ultimi giorni, grazie al rallentamento dell’inflazione negli Stati Uniti e alla strategia di riduzione della produzione attuata dai Paesi esportatori, guidati dall’Arabia Saudita.

L’Arabia Saudita, il più grande esportatore di petrolio greggio al mondo, ha annunciato ad aprile che avrebbe tagliato la produzione di 500.000 barili al giorno (bpd), come parte di uno sforzo coordinato con altre potenze petrolifere per rilanciare i prezzi. Gli analisti stimano che il Regno abbia bisogno di un prezzo del petrolio di circa 80 dollari al barile per bilanciare il suo bilancio. Solo nel mese di luglio le medie hanno superato questa soglia, segno che le recenti riduzioni dell’offerta stanno iniziando ad avere l’effetto desiderato. Questi tagli “dimostrano fino a che punto il Regno si spingerà per difendere i prezzi del petrolio, dato che il crollo del mercato della sua commodity sta minando i suoi ambiziosi sforzi di diversificazione economica”, ha dichiarato Herman Wang, analista di S&P Global Commodity Insights.

Aramco sta effettuando investimenti per aumentare la sua capacità produttiva a 13 milioni di bpd entro il 2027. Gioiello dell’economia saudita, Aramco ha registrato profitti record di 161,1 miliardi di dollari nel 2022, aiutando il regno a registrare il primo avanzo di bilancio annuale in quasi un decennio. Nel dicembre 2019, l’azienda ha quotato l’1,7% delle sue azioni alla Borsa valori saudita, raccogliendo 29,4 miliardi di dollari. A metà aprile, l’Arabia Saudita ha annunciato il trasferimento del 4% delle azioni di Aramco, per un valore di circa 80 miliardi di dollari, a Sanabil Investments, una società controllata dal Fondo Pubblico di Investimento (PIF) del Regno, uno dei più grandi fondi sovrani del mondo con oltre 620 miliardi di dollari di attività.