rifiuti smartphone

Prendersi cura del proprio telefono per limitarne l’impatto ambientale

Avete dei telefoni inutili nei vostri cassetti?”. Lo chiede Julien Nora, responsabile di un workshop sul riutilizzo e il riciclo delle apparecchiature elettroniche. Due terzi dei partecipanti, colpevoli ma onesti, alzano la mano. “In Francia, 30 milioni di telefoni dormono nei nostri armadi“, ricorda Nora alla decina di persone riunite nei locali dell’associazione Makesense a Parigi per celebrare la Giornata mondiale della pulizia digitale che si è svolta sabato. Almeno 2.059 azioni si sono svolte questa settimana in tutta la Francia, tra cui 88 nella capitale, per questo evento lanciato nel marzo 2020, in piena pandemia, dall’Institut du numérique responsable e dall’organizzazione World Cleanup Day – France. “L’obiettivo è quello di sensibilizzare tutti i tipi di pubblico sull’impatto della tecnologia digitale sull’ambiente“, dichiara Julien Nora all’AFP. L’evento del 2024 mira a raggiungere almeno un milione di persone, rispetto alle 500.000 del 2023.

La gente pensa che tutto sia virtuale, ma noi stiamo cercando di sensibilizzare il pubblico sul lato materiale delle cose“, continua. Per i telefoni cellulari, ad esempio, “l’80% dell’impatto delle emissioni di carbonio è legato alla produzione dell’apparecchiatura“, osserva durante il workshop. “L’importante è prendersi cura del proprio telefono e delle proprie apparecchiature, e non solo cancellare le e-mail“, insiste Julien Nora. Secondo l’Agenzia francese per la transizione ecologica (Ademe), i francesi conservano in media i loro telefoni per meno di 2 anni e l’88% li cambia anche se sono ancora funzionanti.

Julien Nora offre al suo attento pubblico una serie di consigli per prolungare la vita degli smartphone e “limitare in definitiva l’impatto ambientale della tecnologia digitale“. Tra questi, preservare la batteria evitando di caricarla di notte e riparare eventuali malfunzionamenti. Con il suo iPhone 6 (commercializzato nel 2014) al collo, Nora spiega di aver sostituito da solo la batteria del suo cellulare grazie all’azienda iFixit, che gli ha inviato un kit con gli strumenti necessari e i passaggi da seguire. L’operazione ha richiesto due ore. Un’altra opzione è quella di investire in un telefono che possa essere facilmente riparato, come quelli prodotti dall’olandese Fairphone.

In termini di utilizzo, Julien Nora consiglia di cancellare dalla memoria del telefono foto, video e applicazioni inutilizzate. E “privilegiare il Wi-Fi è sempre meglio in termini di consumo energetico“, aggiunge. “Le infrastrutture di rete 4G consumano fino a dieci volte di più della fibra e tre volte di più dell’Adsl“. Consapevole di questo problema, Hélène Hache, che partecipa al workshop, spiega di aver impostato un’opzione specifica sulla sua applicazione WhatsApp. “Non posso inviare foto o scaricarle se non sono in Wi-Fi“, racconta.

Se, nonostante tutte queste precauzioni, un dispositivo diventa inutilizzabile, Julien Nora sottolinea l’importanza di raccogliere i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Anche se il riciclo è spesso complicato. “In uno smartphone ci sono tra i 50 e i 70 materiali“, spiega Nora, “in quantità molto piccole e in leghe complesse. È come cercare di togliere il pomodoro dalla ratatouille“. Quindi, a suo avviso, si tratta di “una soluzione molto parziale“. “La cosa più difficile è riuscire a cambiare le proprie abitudini“, riassume un altro partecipante, Adrien Coulon, alla fine del workshop. “E dire a se stessi: non importa se non ho il telefono più recente“.

Chimica verde o economia circolare? Michelin punta sui prodotti biobased

Il riciclo dei vasetti di yogurt dovrà aspettare. Per riuscire a produrre pneumatici ‘verdi’ senza prodotti petroliferi, obiettivo al 2050, Michelin ha deciso di investire prima nella chimica verde e nella gomma sintetica di origine biologica, accantonando per il momento il progetto di riciclare il polistirolo dei vasetti di yogurt. Nello stabilimento di Bassens, vicino a Bordeaux, dove il gigante degli pneumatici produce gomma sintetica a partire da derivati di idrocarburi, Michelin ha inaugurato a metà gennaio un dimostratore industriale, definito il primo al mondo a lavorare con etanolo di origine biologica. Un groviglio di tubi che collega un grande serbatoio giallo pieno di etanolo a tre reattori e a diverse colonne di distillazione, sarà in grado di produrre 25 tonnellate di butadiene di origine biologica all’anno.

L’etanolo proviene da scarti agricoli (mais, barbabietola) o da biomassa legnosa. Michelin intende anche ottenerlo in futuro catturando la CO2 industriale. Come in un cracker petrolchimico, le molecole di carbonio, idrogeno e ossigeno dell’etanolo (formula chimica C2H6O) vengono ricomposte sotto pressione per formare il butadiene (C4H6), l’elemento desiderato. Dotata di oltre 700 sensori di misura, l’apparecchiatura serve soprattutto a preparare il passaggio del gruppo alla piena scala. Ciò significa costruire un impianto in grado di produrre 100.000 tonnellate di butadiene di origine biologica all’anno entro il 2030.

L’obiettivo del produttore di attrezzature per il suo futuro “pneumatico verde” è “raggiungere il 100% dei materiali da fonti rinnovabili o riciclate entro il 2050“, afferma Eric Vinesse, direttore della Ricerca e Sviluppo. Il gruppo ha già approvato uno pneumatico realizzato con il 45% di materiali sostenibili, che dovrebbe ispirare le sue nuove gamme a partire dal 2025. Ma la rivoluzione industriale è ancora agli inizi: per il momento, Michelin sta raggiungendo solo il “30%” del suo obiettivo sui pneumatici commercializzati, principalmente attraverso l’uso di hevea (gomma naturale). Il restante 70% è composto da circa 200 molecole, la cui origine o produzione deve essere cambiata per renderle più verdi, combinando la chimica verde e l’economia circolare.
Nell’ambito di questa strategia, negli ultimi tre anni il Gruppo ha investito anche in un altro progetto, dopo aver acquisito una partecipazione di minoranza in Pyrowave, una start-up canadese che utilizza la tecnologia delle microonde per riciclare chimicamente il polistirene. L’obiettivo è quello di costruire un impianto di riciclaggio del polistirene per poter incorporare il materiale riciclato nei propri pneumatici, che sono composti in media dall’11% di stirene, il componente base del polistirene, e dal 14% di butadiene. Ma il progetto, che era molto atteso dai produttori di vasetti di yogurt e di imballaggi per cosmetici, principali consumatori di polistirene, è stato accantonato. Il progetto sullo stirene “rimane fondamentale per noi“, ha dichiarato all’AFP un responsabile della ricerca, “ma il contesto del mercato del polistirene è complicato al momento“. “Abbiamo un problema di approvvigionamento di materie prime“, cioè di polistirene da riciclare, ha spiegato la stessa fonte. Questa plastica, che viene riciclata molto poco, ha una cattiva reputazione. L’anno scorso il produttore tedesco di materie plastiche Knauf ha chiuso diversi siti produttivi in Francia.

Christophe Moriceau, responsabile della ricerca avanzata di Michelin, ha dichiarato all’AFP che Michelin è in trattativa con produttori come Lego e produttori di vasetti di yogurt e vernici per creare nuovi canali di produzione per i polimeri ‘verdi’ privi di petrolio. “Con ogni scoperta, vogliamo coinvolgere l’intera professione“, ha dichiarato, “l’intero settore deve passare al sistema“. “L’intera transizione delle linee di produzione dalla chimica al 100% basata sul petrolio alla chimica al 100% di origine biologica è estremamente ad alta intensità di capitale” e quindi lenta, avverte Xerfi in uno studio sulla chimica verde. Michelin si sta anche concentrando sul riciclaggio del nerofumo presente negli pneumatici, attraverso una joint venture avviata in Svezia con il gruppo Enviro. Per sostituire la silice derivata dalla sabbia, sempre più scarsa, il gruppo punta sulla lolla di riso, finora un prodotto di scarto. Quando viene pirolizzata, rilascia la silice che la pianta ha assorbito. E per la plastica PET (proveniente dalle bottiglie di plastica), punta sulla pepita francese Carbios, l’unica azienda al mondo ad aver sviluppato un processo industriale di riciclaggio biologico enzimatico.

Philip Morris, parte ‘Rec’: 500mila riscaldatori tabacco riciclati all’80% entro l’anno

Philip Morris Italia ‘chiude’ il cerchio della filiera del tabacco riscaldato, che diventa completamente circolare. Parte oggi il progetto di riciclo ‘REC’ dedicato ai riscaldatori di tabacco IQOS e Lil. L’obiettivo è riciclare entro il 2024 fino a 500mila dispositivi non più utilizzabili, con un recupero in media di oltre l’80% delle materie prime presenti, tra cui materiali plastici e metallici, magneti, batterie agli ioni di litio e circuiti. Materie prime che vengono recuperate, riciclate e sono considerate dall’Unione Europea ‘critiche’, ad alto rischio di fornitura e di importanza economica strategica, fondamentali per le attività industriali.

Un “modello da copiare“, lo definisce il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto. “Si tratta di una grande azienda che si pone anche il problema del fine vita dei propri prodotti e si impegna a trovare un percorso“, osserva, ricordando che l’Italia scarseggia di materie prime e seconde. “E’ un contributo alla nuova economia nazionale”, ribadisce. “L’Italia è già avanti sul riciclo, ma il Mase, assicura, sta “creando le condizioni per l’utilizzo dei residui dei prodotti“.

Il piano si inserisce nella strategia di sostenibilità di Philip Morris, per promuovere un’economia circolare: “Nel tempo, riciclare milioni di dispositivi in Italia ci consentirà di aggiungere un altro tassello fondamentale alla nostra filiera integrata, sviluppata in questi anni intorno ai prodotti innovativi senza combustione. Una filiera che tra parte agricola, manifatturiera e dei servizi al consumatore già coinvolge oltre 40.000 persone”, rivendica Marco Hannappel, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, presidente Europa Sud-Occidentale di Philip Morris International.

Il progetto REC, in questa prima fase, interessa i dispositivi IQOS e Lil restituiti dai consumatori nell’ambito della garanzia e delle iniziative commerciali di Philip Morris. Questi dispositivi, se qualificati come rifiuti in quanto non più utilizzabili, vengono consegnati da un’impresa partner della logistica a un’azienda specializzata nel trattamento dei Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) che si occupa delle operazioni di separazione delle materie prime contenute nei device e delle attività di recupero. L’impianto per il riciclo sarà ad Anagni, nel Lazio. “Vogliamo considerarci partner di questo progetto, perché ogni volta che c’è di mezzo di riciclo l’amministrazione deve sostenerlo, soprattutto quando ci sono investimenti iniziali importanti, si creano occupazione ed efficienza territoriale”, sottolinea Marco Bertucci, presidente della commissione Bilancio della Regione Lazio.La Regione Lazio ha approvato la legge 22 per far conoscere di più lo strumento degli Its, come investimento statale e regionale. Chiederemo l’opportunità di poter iniziare questo iter”, precisa. Un’ottima notizia anche per Unindustria, che nel Lazio opera: “Condividiamo un grande senso di responsabilità di Philip Morris – confessa il vicepresidente Giovanni Turriziani – e chiediamo alla Regione di incentivare sempre di più questi modelli, per consolidare le prassi operative“.

Rifiuti, Italia leader riciclo in Ue. Pichetto: E’ chiave transizione

Sul riciclo, l’Italia corre. E’ tra i Paesi europei con le migliori performance per la preparazione al riutilizzo e il riciclo sia dei rifiuti urbani che per quelli dei rifiuti di imballaggio.

Realizzare una vera economia circolare significa “salvaguardare il Paese“, evidenzia Gilberto Pichetto, perché consente di “consumare le risorse in modo responsabile e permette di risparmiare energia e ridurre le emissioni“. L’ambizione è, spiega, “fare da traino e condividere le competenze affinché il riciclo sia uno strumento di sostenibilità ambientale, ma anche economica e sociale”. Il riciclo è uno strumento chiave per “renderci indipendenti dai Paesi fornitori di materie critiche, è una nuova sfida“, afferma il ministro. Pensa al litio, al cobalto: “materiali preziosi per le auto elettriche e per le rinnovabili“.

Il tasso di riciclo dei rifiuti, speciali e urbani, ha raggiunto il 72% (a fronte di una media europea del 58%), con punte di eccellenza per gli imballaggi: 10,5 milioni di tonnellate di imballaggi avviate nel 2022 a recupero di materia (erano 9,3 nel 2018), 2 punti sopra al target del 70% previsto dall’Ue al 2030.

Però restano ritardi in alcune filiere (come i Raee) e su nuovi settori (come il riciclo delle batterie e dei pannelli solari). Gli emendamenti alla proposta della Commissione di Regolamento sugli imballaggi approvati dal Parlamento Ue, pongono nuove sfide per rafforzare il riciclo puntando ad aumentare il riutilizzo di imballaggi riutilizzabili, quando il riutilizzo è fattibile e comporta un significativo vantaggio ambientale; non impongono come unico modello quello basato sul deposito cauzionale, ma consentono modelli diversi, con elevate performance, come quello del Conai-Consorzi di filiera, basato sul contributo ambientale pagato dai produttori e dagli utilizzatori.

Il quadro della situazione lo traccia la Conferenza Nazionale sull’Industria del riciclo, a Milano, che presenta il Rapporto ‘Il Riciclo in Italia 2023‘.

L’anno che si sta per concludere, osserva Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, “non è stato un anno facile“: i costi dell’energia alti, le difficoltà di mercato di diverse materie prime seconde e l’incertezza generata da alcune misure contenute nella proposta iniziale del Regolamento imballaggi hanno contribuito, sostiene, ad “alimentare preoccupazioni per molte imprese del settore“, avverte. Le iniziative in Europa, ad ogni modo, hanno inciso e si ritrovano in alcuni degli emendamenti approvati dal Parlamento europeo che, sostiene Ronchi, “ha fatto un buon lavoro“. Ecco perché il nuovo Regolamento “va sostenuto e applicato”.

Il riciclo degli imballaggi ha mantenuto un buon andamento e i tassi di recupero dei rifiuti d’imballaggio si sono assestati ormai su livelli di avanguardia in Europa: carta, vetro e acciaio primeggiano con un tasso di riciclo dell’81%. Gli imballaggi in legno hanno aggiunto un tasso di riciclo del 63%, più del doppio rispetto al 30% previsto dall’ Ue al 2030 e il 97% del materiale legnoso riciclato in Italia viene trasformato in pannelli truciolari utilizzati dall’industria- del mobile e dei complementi d’arredo. Gli imballaggi in alluminio hanno un tasso di riciclo del 74%, bel oltre il 60% previsto dall’Ue per il 2030 e in Italia si produce solo alluminio secondario da riciclo. Mentre il tasso di riciclo degli imballaggi in plastica è al 48,6% rispetto all’ obiettivo Eu al 2030 del 50% e il tasso di intercettazione delle bottiglie in Pet è del 68% lontano dal 77% previsto per il 2030. L’Italia detiene il primato nel riciclo di rottami ferrosi in Europa (18,6 mln ton nel 2022) con il quali produce l’85% del suo acciaio e gli italiani insieme ai tedeschi sono i più ricicloni d’Europa per gli imballaggi con 160Kg/anno a testa Per quanto riguarda altre filiere si registrano scenari differenti. Situazione ancora critica per i RAEE con un tasso di riciclo del 34% contre l’obiettivo del 65% al 2019. Mentre sono buone le performances per gli inerti da costruzione e demolizione che hanno raggiunto un tasso di recupero dell’80% ben superiore all’ obiettivo del 70%; sono state avviate a rigenerazione, inoltre, 178 kt di oli minerali usati, pari a circa il 98% del raccolto rispetto al 61% dell’Ue. Il tasso di riciclo di pile e accumulatori portatili è del 33,5% in lieve calo rispetto al 2021.

“Siamo già campioni nel campo del riciclo degli imballaggi, ma dobbiamo potenziare i risultati nazionali avendo la tutela ambientale come vero, unico obiettivo”, commenta Ignazio Capuano, presidente del Conai. “Credo sia il momento di unire le forze – afferma – e impegnarsi in questa direzione”.

plastica

La plastica riciclata? Uno studio rivela: E’ piena di sostanze chimiche tossiche

Non tutto è oro quello che luccica. Esaminando i pellet di plastica riciclata raccolti in 13 Paesi, un gruppo di scienziati dell’Università di Göteborg ha trovato centinaia di sostanze chimiche tossiche, tra cui pesticidi e farmaci. Ecco perché la giudicano inadatta alla maggior parte degli usi e un ostacolo ai tentativi di creare un’economia circolare.

I rappresentanti di 175 Paesi si riuniranno da lunedì in Kenya per negoziare per la prima volta misure concrete da includere in un trattato globale vincolante per porre fine ai rifiuti di plastica. Gli scienziati esorteranno i delegati a prestare attenzione alle ultime scoperte scientifiche che dimostrano che non esistono plastiche che possano essere considerate sicure o circolari, poiché per la produzione vengono utilizzate sostanze chimiche tossiche e visto che ne assorbono altre durante l’uso.

Il riciclo è stato propagandato come soluzione alla crisi dell’inquinamento da plastica, ma le sostanze chimiche tossiche presenti al suo interno ne complicano il riutilizzo e lo smaltimento e ostacolano il recupero“, afferma la professoressa Bethanie Carney Almroth, dell’Università di Göteborg.

Nello studio recentemente pubblicato su Data in Brief via ScienceDirect, guidato da Carney Almroth, si è scoperto che i pellet di plastica provenienti da impianti di riciclo di 13 Paesi diversi in Africa, Sud America, Asia ed Europa orientale contengono centinaia di sostanze chimiche, tra cui numerosi pesticidi altamente tossici. In totale, sono stati rilevati e quantificati 491 composti organici nei pellet, con altri 170 composti provvisoriamente annotati. Questi composti appartengono a varie classi, tra cui pesticidi, prodotti farmaceutici, prodotti chimici industriali e additivi per la plastica.

Esistono pochi regolamenti sulle sostanze chimiche presenti nella plastica e il commercio internazionale di rifiuti plastici complica la questione. In una corrispondenza pubblicata questo mese sulla prestigiosa rivista Science i ricercatori dell’Università di Göteborg, dell’IPEN, dell’Università di Aarhus e dell’Università di Exeter hanno osservato che “le sostanze chimiche pericolose presentano rischi per i lavoratori del riciclo e per i consumatori, oltre che per la società e l’ambiente in generale“. Prima che il riciclo possa contribuire ad affrontare la crisi dell’inquinamento da plastica, l’industria “deve limitare le sostanze chimiche pericolose“. Sono oltre 13.000 le sostanze chimiche utilizzate, il 25% delle quali classificate come pericolose.

Bethanie Carney Almroth porterà un messaggio chiaro all’incontro della prossima settimana a Nairobi. “Numerosi studi – dice – dimostrano che le sostanze chimiche pericolose possono accumularsi anche nei sistemi di riciclo della plastica. Dobbiamo eliminarle rapidamente perché possono causare danni alla salute umana e all’ambiente“.

I pannolini possono essere riciclati 200 volte più velocemente con la luce

I pannolini per bambini – notoriamente prodotti molto inquinanti – possono essere riciclati 200 volte più velocemente grazie alla luce. Secondo uno studio pubblicato su ACS Applied Materials & Interfaces e condotto dal Karlsruher Institut fur Technologie, l’acqua e i raggi UV riescono a degradare in modo rapido ed efficiente i polimeri reticolati delle fodere dei pannolini senza bisogno di sostanze chimiche e le molecole di plastica riciclate possono poi essere utilizzate in vari modi.

Finora, invece, sono stati necessari acidi forti per riciclare il poliacrilato di sodio, il materiale altamente assorbente che si trova all’interno di questi prodotti. Gli acidi “tagliano” le catene che stabilizzano i polimeri dopo circa 16 ore a 80 gradi Celsius e, quindi, consentono il riciclo del materiale. Questo processo è complesso e costoso, ed è per questo che ogni anno, circa due milioni di tonnellate di super assorbenti finiscono nella spazzatura o vengono incenerite.

I ricercatori hanno scoperto che le catene che legano i polimeri possono essere spezzate dalla luce. “A quel punto, ‘nuotano nell’acqua’ e si trasformano in fibre liquide“, spiega Pavel Levkin, professore dell’Istituto dei sistemi biologici e chimici. Per i loro studi, gli scienziati hanno tagliato le fodere dei pannolini convenzionali, le hanno bagnate con acqua e le hanno esposte a una lampada da 1000 W. Dopo cinque minuti il materiale solido si è trasformato in un liquido che è caduto in un collettore. “Questo metodo con la luce UV è circa 200 volte più veloce di quello con gli acidi“, afferma Levkin.

Il team ha poi utilizzato processi noti per convertire il liquido in nuovi adesivi e coloranti. Per i loro test, i ricercatori hanno utilizzato pannolini puliti, a è anche possibile separare i superassorbenti dai pannolini usati. Il metodo di riciclo può essere ottimizzato ecologicamente a costo zero utilizzando l’energia solare. “Abbiamo trovato una strategia promettente per riciclare i superassorbenti. Questo ridurrà significativamente l’inquinamento ambientale e contribuirà a un uso più sostenibile dei polimeri“, concludono i ricercatori.

Rifiuti, Italia tra i nove ‘virtuosi’ in linea con obiettivi riciclo al 2025

Obiettivi di riciclo per i rifiuti urbani, obiettivo globale di riciclaggio per i rifiuti da imballaggio per il 2025 e di collocamento in discarica per il 2035. La Commissione europea ha pubblicato una relazione in cui fa il punto sul lavoro dei 27 Paesi membri per centrare gli obiettivi di riciclaggio a livello comunitario. E l’Italia è uno dei nove Paesi ‘virtuosi’ (insieme ad Austria, Belgio, Repubblica ceca, Danimarca, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e Slovenia) che secondo Bruxelles sono sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi dell’Ue al 2025, ovvero il 55% (l’Italia – secondo la relazione – nel 2020 era a quota 51%, dunque molto vicina al target). Di contro, la Commissione europea osserva che 18 Stati membri rischiano di non raggiungere uno o entrambi gli obiettivi del 2025: Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Lettonia, Portogallo, Spagna e Svezia rischiano di non raggiungere l’obiettivo sui rifiuti urbani; mentre Bulgaria, Croazia, Cipro, Grecia, Ungheria, Lituania, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia rischiano di non raggiungere gli obiettivi per i rifiuti di imballaggio urbani e complessivi per il 2025. Alcuni paesi continuano inoltre a conferire in discarica la maggior parte dei loro rifiuti urbani e probabilmente non riescono a raggiungere l’ obiettivo di smaltimento in discarica del 2035.

Nella comunicazione, la Commissione europea presenta raccomandazioni specifiche ai 18 Stati membri che rischiano di mancare i principali obiettivi di riciclaggio per il 2025. Queste riguardano un’ampia gamma di azioni: ridurre i rifiuti non riciclabili, aumentare il riutilizzo, incrementare la raccolta differenziata, sviluppare le capacità di trattamento dei rifiuti a fini di cernita e riciclaggio, migliorare la governance, impiegare strumenti economici e avviare attività di sensibilizzazione.

La Commissione europea stima che ogni anno gli europei generano in media 530 kg di rifiuti urbani pro capite (rifiuti provenienti dalle famiglie e rifiuti simili provenienti dalle imprese). Sebbene siano sempre più riciclati e meno collocati in discarica, “i rifiuti urbani rimangono uno dei flussi di rifiuti più complessi da gestire”, si legge nel rapporto. Nell’Ue, circa il 50% dei rifiuti urbani viene riciclato o compostato e il 23% viene messo in discarica. Altro dato interessante è che la quantità di rifiuti di imballaggio generati è in costante aumento: tra il 2013 e il 2020 la quantità di rifiuti di imballaggio generati è cresciuta del 15% in tutta l’Ue, raggiungendo quasi 80 milioni di tonnellate. Circa il 64% dei rifiuti di imballaggio viene ora riciclato, anche se questo varia a seconda del materiale. Più del 75% degli imballaggi di carta, cartone e metallo viene riciclato, rispetto a meno del 40% della plastica – un problema nella maggior parte dei paesi dell’UE, molti dei quali rischiano di non raggiungere l’obiettivo specifico del materiale per il riciclaggio degli imballaggi in plastica.

“L’attuazione di misure di riduzione e riciclaggio dei rifiuti sul campo è fondamentale per la nostra transizione verso un’economia circolare”, ha dichiarato il commissario europeo all’ambiente, Virginijus Sinkevičius. “Trasformare i rifiuti in risorse ci aiuta a raggiungere la neutralità climatica, aumenta la sicurezza dell’approvvigionamento di energia e materie prime e crea posti di lavoro locali e opportunità di innovazione. La relazione di allerta precoce ci consente, in stretta collaborazione con gli Stati membri, di individuare le carenze, agire in anticipo rispetto alle scadenze per il raggiungimento degli obiettivi e condividere le migliori pratiche per una corretta gestione dei rifiuti”.

Joint venture Stellantis-Galloo per riciclo veicoli a fine vita: si parte dalla Francia

Stellantis prosegue nel suo percorso di rafforzamento delle attività di economia circolare. L’ultimo tassello è la firma di un memorandum d’intesa per l’avvio di una trattativa esclusiva per la costituzione di una joint venture per il riciclo di veicoli a fine vita con Galloo, azienda leader nel riciclo dei metalli. La joint venture collaborerà con gli impianti di trattamento autorizzati per ritirare i veicoli a fine vita dall’ultimo proprietario, consentendo così il recupero dei componenti per il riutilizzo, la rigenerazione e il riciclo. Si prevede che i servizi saranno operativi alla fine del 2023, inizialmente in Francia, Belgio e Lussemburgo e poi nel resto d’Europa. La decisione di partire dalla Francia è dovuta al fatto, spiega Alison Jones, Senior Vice President della business unit di Economia Circolare di Stellantis, che nel Paese la legislazione in merito “è più avanzata”. Ma poi si arriverà ovunque, Italia compresa. E, per quanto riguarda l’Italia, l’hub di economia circolare di Mirafiori, a Torino, sarà “una delle aree dove verranno smantellati i veicoli a fine vita“, precisa Jones. La joint venture offrirà i propri servizi ad altre case automobilistiche.

Rendere più facile per i clienti il riciclo degli ELV è essenziale per ridurre l’impatto ambientale dei veicoli”, spiega Jones. “Il reinserimento di componenti e materiali nella catena del valore consente di salvaguardare risorse limitate, supportando l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di carbonio entro il 2038. Siamo impazienti di avviare il programma quest’anno e di procedere a un rapido ampliamento”. Si va, quindi, verso una sostenibilità sia economica sia ambientale.

Siamo lieti di annunciare un nuovo passo avanti nella collaborazione iniziata molto tempo fa con Peugeot e Citroën e che prosegue ora con Stellantis e di continuare il cammino verso un modello di business sostenibile e responsabile, portando il riciclo dei veicoli a fine vita a un livello superiore”, afferma Rik Debaere, CEO di Galloo. “Insieme a Stellantis, apriamo la strada all’innovazione per garantire un futuro più sostenibile per tutti”.

Il riciclo è fondamentale nella strategia basata sulle 4R della business unit Circular Economy di Stellantis – Reman, Repair, Reuse, Recycle (Rigenerazione, Riparazione, Riutilizzo, Riciclo). Il programma per il riciclo degli ELV contribuirà ad aumentare di 10 volte rispetto al 2021 i ricavi provenienti da attività di riciclo e di 4 volte quelli derivanti dall’estensione della vita utile di componenti  entro il 2030, nonché al raggiungimento dell’obiettivo di generare oltre 2 miliardi di euro di ricavi entro il 2030 previsto nel piano strategico di Stellantis Dare Forward 2030. Il programma di riciclo favorisce inoltre l’obiettivo di Stellantis di impiegare il 40% di materiali green nei veicoli di nuova produzione entro il 2030.

plastica

Dal Mase ok a 75 progetti faro per impianti di riciclo della plastica

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica finanzia con 115 milioni di euro 75 nuovi progetti per realizzare impianti di riciclo dei rifiuti plastici, compresi quelli recuperati in mare.

Il Dipartimento Sviluppo Sostenibile del Ministero approva il decreto di concessione dei contributi ai progetti ‘faro’ di Economia Circolare per il riciclo della plastica, specifica linea di intervento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

L’investimento del Pnrr ci dà la possibilità di far crescere nel Paese una filiera dell’innovazione sul dirimente problema della gestione dei rifiuti plastici“, spiega il ministro Gilberto Pichetto.

Solo il 16 aprile scorso, a Sapporo, in Giappone, i ministri dell’ambiente e del clima del G7 hanno annunciato di voler porre fine al nuovo inquinamento da plastica nei loro paesi entro il 2040. Un obiettivo che potrà essere raggiunto grazie all‘economia circolare e alla riduzione o all’abbandono delle plastiche usa e getta e non riciclabili.

L’impegno preso è stato molto chiaro – precisa il titolare del Mase – e l’Italia vuole essere ancora una volta, come in altri settori del riciclo, riferimento virtuoso per l’affermazione dell’economia circolare”.

Il provvedimento, trasmesso alla Corte dei Conti per la registrazione, estende la platea dei beneficiari già individuati dal precedente decreto grazie alla rimodulazione delle risorse non utilizzate per altre linee.

L’investimento per i progetti faro mira a realizzare progetti altamente innovativi per il trattamento e il riciclo dei rifiuti provenienti dalle filiere strategiche individuate nel Piano d’Azione per l’Economia Circolare varato dall’Ue: Raee (inclusi pannelli fotovoltaici e pale eoliche), carta e cartone, plastiche, tessili. Per i rifiuti plastici, il finanziamento ai beneficiari consentirà la realizzazione di nuovi impianti di riciclo meccanico, chimico e i ‘plastic hubs’, anche per recuperare il cosiddetto ‘marine litter’.

Boom di riciclo di carta e cartone: 3,6 milioni di tonnellate nel 2021

Italiani, popolo di santi, di poeti e di grandi riciclatori. È il caso di dirlo, visto che nel 2021 il nostro Paese ha raccolto e avviato a riciclo più di 3,6 milioni di tonnellate di carta e cartone e che dal 2020 ha raggiunto e superato l’obiettivo Ue al 2030 dell’85% per il tasso di riciclo degli imballaggi cellulosici. Con enormi benefici per l’ambiente e l’economia circolare del Paese. Sulla scia di questi risultati e in occasione della Giornata mondiale del riciclo che si svolgerà il 18 marzo. il Consorzio Nazionale per il Recupero e il Riciclo degli imballaggi cellulosici (Comieco) celebra il comportamento virtuoso degli italiani e il loro impegno nella raccolta differenziata. Attraverso il Contascatole, un divertente tool online con il quale misurare il “peso” della propria raccolta di carta, si può stimare la quantità di scatole che si ottengono con il riciclo di 1 anno, in grado di eguagliare in altezza i più famosi monumenti del mondo una volta impilate.

Qualche esempio? Grazie alla raccolta settimanale di cartoni del latte, scatole di cereali e di brioche, in un anno ogni italiano contribuisce all’avvio a riciclo di tanta carta utile a produrre 37 scatole, la quantità giusta per superare l’altezza del David di Michelangelo, la famosa statua realizzata da Michelangelo Buonarroti all’inizio del ‘500 ed esposta nella Galleria dell’Accademia di Firenze. In pranzo, invece, diventa un’occasione per conferire nel contenitore della carta le confezioni di prodotti e vaschette gastronomiche: con quelle correttamente avviate a riciclo in un anno si supererebbe l’altezza della Sirenetta di Copenhagen, la celebre statua simbolo della capitale danese che raffigura la protagonista di una delle più famose fiabe di Hans Christian Andersen.

Non solo le abitudini alimentari, ma soprattutto quelle di acquisto incidono fortemente sulla raccolta differenziata della carta. Con l’e-commerce ad affiancare i negozi tradizionali, le occasioni per fare compere si moltiplicano. Tanti acquisti, tante scatole e sacchetti in carta da gestire. Riciclando settimanalmente anche solo 3 sacchetti e 2 imballaggi di carta utilizzati per la spedizione, in un anno si ottengono 116 scatole: mettendole una sull’altra si supererebbe l’altezza di Castel Del Monte, il meraviglioso castello ottagonale fatto erigere in Puglia da Federico II.
Secondo il 27esimo Rapporto Annuale di Comieco, nel 2021 ogni italiano ha differenziato mediamente 60,8 kg di carta e cartone, record mai raggiunto prima. Tutta questa carta una volta riciclata permetterebbe la creazione di 170 scatole per ogni cittadino che, impilate, supererebbero facilmente il Cristo Redentore di Rio De Janeiro, la colossale statua che dall’alto dei suoi 38 metri domina la metropoli brasiliana.