Pnrr, ok a rimodulazione e RePower. Fuori dal Piano 16 miliardi

Una rimodulazione che prevede il definanziamento di alcuni progetti e lo spostamento dei fondi su misure che andranno a implementare il RePowerEu. Le modifiche al Pnrr approvate dalla cabina di regia ridisegnano il piano, spostando al di fuori del perimetro alcuni interventi su cui sono emerse criticità tali da impedire che possano essere realizzati entro la scadenza del 2026, tra cui quelli sul dissesto idrogeologico. Scelta che ha scatenato forti polemiche nelle opposizioni, nonostante il ministro Raffaele Fitto abbia annunciato, pubblicamente, che “non stiamo eliminando nulla“, perché saranno finanziati con altri fondi. Citando il caso degli asili nido, per i quali sono previsti 900 milioni di euro per indire un nuovo bando.

Entrando nel dettaglio, la proposta di definanziamento riguarda 9 misure per un totale di oltre 15,8 miliardi di euro. Tre di queste hanno come centrale di riferimento il ministero dell’Interno: “Interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei Comuni” per 6 miliardi; “Investimenti in progetti di rigenerazione urbana, volti a ridurre situazioni di emarginazione e degrado sociale” per 3,3 miliardi; “Piani urbani integrati – progetti generali” per oltre 2,4 miliardi. Quattro interventi sono in capo al Mase: “Misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico” per oltre 1,2 miliardi; “Utilizzo dell’idrogeno in settori hard-to-abate” per 1 miliardo; “Promozione impianti innovativi (incluso offshore)” per 675 milioni; “Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano” per 110 milioni. Infine, due misure sono del dipartimento delle Politiche di coesione: “Aree interne – Potenziamento servizi e infrastrutture sociali di comunità” per oltre 724 milioni; “Valorizzazione dei beni confiscati alle mafie” per 300 milioni.

Ci vuole davvero coraggio a eliminare dal Pnrr più della metà dei fondi destinati alla lotta al dissesto idrogeologico e tagliare progetti per le infrastrutture ferroviarie. È un insulto a un Paese sconvolto dagli eventi di questi giorni“, tuonano i capigruppo del Pd, Chiara Braga e Francesco Boccia. “Il governo dei ‘no’ cancella 15,9 mld per l’emergenza climatica“, commenta il co-portavoce nazionale di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli. Mentre il M5S chiede che le modifiche al Piano passino dal Parlamento prima di essere inviate in Europa. Per quanto riguarda, invece, il RePower, con la rimodulazione, sale complessivamente a 19 miliardi di euro. Il piano italiano è organizzato su tre misure di investimento (Reti dell’energia; Transizione verde ed efficientamento energetico; Filiere industriali strategiche) e sei riforme (Riduzione costi connessione alle reti del gas per la produzione di biometano; Power Purchasing Agreement (Ppa), contratti innovativi per garantire remunerazione stabile a chi investe nelle fonti rinnovabili; Green skills, settore privato, formazione delle risorse umane attualmente impiegate nell’industria tradizionale; Green skills, settore pubblico, formazione specialistica dei dipendenti della Pa; Road map, percorso per la razionalizzazione dei sussidi inefficienti ai combustibili fossili; Testo unico circa la legislazione relativa alle autorizzazioni per le fonti rinnovabili).

Bruxelles, intanto, accoglie “con favore l’accordo raggiunto” oggi “nella cabina di regia italiana sul documento che delinea la revisione del Pnrr, compreso il nuovo capitolo RePowerEu“, dichiara a GEA un portavoce della Commissione europea. Un passaggio sottolineato anche dalla nota del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto: “Evidentemente anche in Ue è stato colto l’impegno del nostro governo per utilizzare al meglio tutte le risorse disponibili, evitando di creare condizioni che avrebbero reso impossibili gli investimenti entro giugno 2026“. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy è soddisfatto per il via libera a quattro misure, evocate dalle parti sociali e produttive del Paese: Transizione 5.0, Nuova Sabatini green, Supporto alla transizione ecologica e alle filiere strategiche Net Zero. Per Adolfo Ursocosì rilanciamo investimenti e innovazione. Mettiamo il turbo alle nostre imprese. Questa è politica industriale“.

Non reagiscono con lo stesso entusiasmo, invece, gli enti locali. “Abbiamo appreso che, nell’ambito della rimodulazione dei finanziamenti, si propone di spostare sul programma RePowerEu 13 miliardi di euro di fondi Pnrr che erano stati assegnati ai Comuni“, sottolinea il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, che chiede all’esecutivo “garanzie immediate sul finanziamento di queste opere” per le quali “andranno trovate altre fonti di finanziamento“. Anche le Province chiedono rassicurazioni, oltre a un “pieno coinvolgimento” nella definizione del capitolo aggiuntivo dedicato all’energia.

Rinnovabili, decreto sulle Aree idonee in arrivo: l’obiettivo è 80 Gigawatt al 2030

Questione di giorni, non più di mesi. Il decreto legge che individua le Aree idonee ad accogliere gli impianti per aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili è pronto, ora mancano il passaggio in Conferenza unificata e in Cdm. La bozza, che GEA ha potuto visionare, conferma quanto ha sempre sostenuto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, in questi mesi: l’obiettivo è raggiungere una potenza aggiuntiva di 80 Gigawatt entro il 2030. La tabella di ripartizione tra Regioni e Province autonome vede sul gradino più alto del podio la Sicilia, con un target progressivo che dovrà portare l’isola a 10.380 Megawatt entro i prossimi 7 anni. Alle sue spalle c’è la Lombardia con 8.687 MW e in terza posizione la Puglia con 7.284 MW.

A seguire ci sono i 6.255 MW al 2030 per l’Emilia-Romagna, 6.203 per la Sardegna, 5.763 MW per il Veneto, 4.921 MW per il Piemonte, 4.708 MW per il Lazio, 4.212 per la Toscana, 3.943 MW per la Campania, 3.128 MW per la Calabria, 2.313 MW per le Marche, 2.076 MW per la Basilicata, 2.067 MW per l’Abruzzo, 1.940 MW per il Friuli Venezia Giulia, 1.735 MW per l’Umbria, 1.191 MW per la Liguria, 995 MW per il Molise, 848 MW per la provincia di Trento, 804 MW per Bolzano e 549 per la Valle d’Aosta.

Dal momento in cui il decreto sarà operativo, Regioni e Province avranno 180 giorni di tempo per emanare leggi locali utili a individuare le superfici dove potranno sorgere gli impianti. Per chi non rispetterà le scadenze, sarà il Cdm a prendere le redini in mano, con il Mase che potrà proporre al presidente del Consiglio gli schemi di atti normativi di natura sostitutiva. Gli enti locali potranno anche concludere fra di loro accordi per il trasferimento statistico di determinate quantità di potenza, ma in caso di inadempienze, rispetto agli obiettivi minimi assegnati al 2030, ci saranno compensazioni economiche “finalizzate a realizzare interventi a favore dell’ambiente, del patrimonio culturale e del paesaggio, di valore equivalente al costo di realizzazione degli impianti“. Ci sarà l’Osservatorio nazionale, un “organismo permanente di consultazione e confronto tecnico sulle modalità di raggiungimento degli obiettivi regionali, nonché di supporto e di scambio di buone pratiche in particolare finalizzate all’individuazione delle superfici e delle Aree idonee e non idonee“.

Quanto ai criteri, le aree agricole classificate come Dop e Igp sono considerate idonee solo ai fini dell’installazione di impianti agrivoltaici. Inoltre, nel processo di individuazione delle superfici devono essere rispettati “i princìpi della minimizzazione degli impatti sull’ambiente, sul territorio, sul patrimonio culturale, sul paesaggio e sul potenziale produttivo agroalimentare, fermo restando il vincolo del raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e tenendo conto della sostenibilità dei costi correlati al raggiungimento di tale obiettivo.

Tra le aree idonee rientrano i “siti dove sono già installati impianti della stessa fonte in cui vengono realizzati interventi di modifica, anche sostanziale” che “non comportino una variazione dell’area occupata superiore al 20%“, anche se questo limite “non si applica per gli impianti fotovoltaici“. Restando sempre sul punto, per “impianti fotovoltaici standard realizzati su suoli agricoli, una percentuale massima di utilizzo del suolo agricolo nella disponibilità del soggetto che realizza l’intervento, comunque non inferiore al 5% e non superiore al 10%“, Mentre “per impianti classificati come ‘agrivoltaici’ che rispettino le prescrizioni di esercizio previstela percentuale raddoppia al 20.

Per quanto concerne gli impianti eolici, i criteri assegnati a Regioni e Province autonome c’è quello di valutare le aree “con adeguata ventosità” tale da “garantire una producibilità maggiore di 2.250 ore equivalenti a 100 metri di altezza“. Ma vanno escluse le superfici “ricomprese nel perimetro dei beni sottoposti a tutela, come i siti che rientrano “nel patrimonio Unesco, nella lista Fao Gihas e in quelli iscritti nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici“, sui quali, è possibile “introdurre fasce di rispetto di norma fino a 7 chilometri, purché le aree idonee complessivamente individuate sul territorio regionale o provinciale abbiano una superficie pari almeno all’80% di quella individuabile applicando i limiti di 3 chilometri e comunque pari almeno all’80% di quella individuabile considerando i criteri specifici di ventosità“. Una scelta che non piace all’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento: “Ancora una volta sembra penalizzare il settore eolico, il provvedimento risulta poco soddisfacente“.

Il decreto, poi, stabilisce che le nuove leggi regionali o quelle varate dalle Province autonome per rispettare le nuove disposizioni sulle Aree idonee “prevalgono su ogni altro regolamento, programma, piano o normativa precedentemente approvato a livello regionale, provinciale o comunale, inclusi quelli in materia ambientale e paesaggistica“. Infine, i procedimenti avviati prima dell’entrata in vigore del dl Aree idonee vengono comunque portati a termine con le regole in vigore dal 2021.

L’Italia mette al minimo le centrali a carbone, primo passo verso lo spegnimento totale

L’Italia si avvia verso il phase out dal carbone. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha infatti firmato l’atto di indirizzo a Terna, all’Autorità di Regolazione per energia, reti e ambiente (Arera) e al Gestore servizi energetici (Gse) per la rimodulazione della produzione di energia elettrica da carbone, olio combustibile, bioliquidi sostenibili e biomasse solide, invertendo quindi l’atto dello scorso 31 marzo, che aveva l’obiettivo di ottimizzare l’utilizzo dei combustibili diversi dal gas al fine di generare un risparmio di questa materia prima strategica si è ravvisata l’opportunità di rimodulare il piano di massimizzazione del carbone.

Ho firmato l’atto di indirizzo a Terna, coinvolgendo Arera, che prevede una riduzione al minimo delle centrali a carbone e anche la cessazione dell’utilizzo di olio combustibile“, annuncia il ministro, a margine dell’assemblea di Cida. Spiegando che “questo determina un passaggio verso il nuovo, verso una prospettiva, speriamo, di abbandono poi totale del carbone, naturalmente con gradualità“, continua Pichetto, specificando che “al momento vengono tenute al minimo per ragioni di sicurezza, perché il quadro internazionale è ancora tale che non sappiamo quale potrà essere il futuro sul fronte energetico.

Nel frattempo, però, “le politiche di diversificazione messe in atto dal Governo – aggiunge il ministro – ci hanno consentito di raggiungere in anticipo l’obiettivo di risparmiare 700 milioni di metri cubi di gas entro il 30 settembre del 2023. Gli stoccaggi riempiti all’82% già a fine giugno e la maggiore produzione di energia da fonti rinnovabili – conclude Pichetto – ci hanno consentito di attivare queste nuove disposizioni che riescono a tenere insieme due dei grandi obiettivi: velocizzare la decarbonizzazione garantendo la sicurezza energetica del nostro Paese”.

Aumentano le rinnovabili ma si impennano le emissioni: tutta colpa della domanda di energia

“Nonostante l’ulteriore forte crescita dell’eolico e del solare nel settore energetico, le emissioni globali globali di gas serra legate all’energia sono nuovamente aumentate. Stiamo ancora andando nella direzione opposta a quella richiesta dall’Accordo di Parigi”. A dirlo è Juliet Davenport, presidente dell’Energy Institute, che oggi ha presentato la 72esima edizione annuale della Statistical Review of World Energy, dove per la prima volta sono riassunti i dati energetici globali completi per il 2022.

Tre sono i dati salienti, che statisticamente gettano ombre sulla bontà del percorso verso il Net Zero nel 2050. Lo scorso anno c’è stato il più grande aumento mai registrato nella capacità di nuove costruzioni eoliche e solari. Insieme hanno raggiunto una quota record del 12% nella produzione di energia, con il solare in aumento del 25% e il vento in crescita del 13,5%. E le rinnovabili (escluso l’idroelettrico) hanno soddisfatto l’84% della crescita della domanda netta di elettricità nel 2022. Il consumo globale di energia primaria tuttavia è aumentato di circa l’1%, portandolo a quasi il 3% in più rispetto al livello pre-Covid del 2019. All’interno di questo contesto, il gas è diminuito del 3% e le rinnovabili (escluso l’idro) sono aumentate del 13%, mentre il predominio dei combustibili fossili è rimasto sostanzialmente invariato a quasi l’82% del consumo totale. Le emissioni globali legate all’energia hanno però continuato a crescere, con un aumento dello 0,8%, nonostante la forte crescita delle rinnovabili.

E’ l’aumento di domanda di energia dunque, al di là del peso dei fossili, a spingere verso nuovi massimi l’anidride carbonica nell’aria: le emissioni derivanti dall’uso di energia è infatti in aumento dello 0,9% a 34,4 GtCo2. Nel dettaglio la produzione globale di elettricità è aumentata del 2,3% nel 2022. Quella eolica e solare hanno raggiunto un livello record del 12% di quota di produzione col solare che ha registrato un +25% e l’eolico +13,5%. La generazione combinata da eolico e solare ha superato ancora una volta quella dell’energia nucleare. Il carbone è rimasto il combustibile dominante per la produzione di energia elettrica nel 2022, con una quota stabile intorno al 35,4%, ma in lieve calo rispetto al 35,8% del 2021. Mentre la produzione di energia elettrica da gas naturale è rimasta stabile nel 2022 con una quota di circa il 23%, l’idroelettrica è salito dell’1,1% nonostante la siccità e la produzione dal nucleare è diminuita del 4,4%.
Verrebbe da pensare che l’Asia, ancora affamata di petrolio e carbone, sia la parte del mondo che garantisce la leadership del fossile, in realtà la maggior parte della crescita del solare e dell’eolico si è verificata in Cina, rappresentando rispettivamente circa il 37% e il 41% delle aggiunte di capacità globale.

A maggio i consumi di energia elettrica calano del 6,3%. Crescono le rinnovabili

Cala la domanda di energia elettrica in Italia. Secondo quanto emerge dai dati raccolti da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale guidata da Giuseppina Di Foggia, a maggio la richiesta complessiva si è assestata sui 24,3 miliardi di kilowattora, facendo così registrare una diminuzione del 6,3% rispetto allo stesso periodo del 2022. Allo stesso modo scendono anche i consumi industriali, con una riduzione dell’8,1% rispetto allo stesso periodo di 12 mesi fa. Entrando nel dettaglio dei settori, c’è il segno positivo per i mezzi di trasporto, le ceramiche e vetrarie, oltre agli alimentari. Mentre gli altri settori sono in flessione, soprattutto quello dei metalli non ferrosi.

Scorporando il dato, la riduzione è confermata anche prendendo in esame i primi cinque mesi del 2023, durante i quali la richiesta di energia elettrica in Italia è calata del 4,5%, sempre rispetto allo stesso periodo del 2022 (-4,1% il dato rettificato).

Maggio ha avuto lo stesso numero di giorni lavorativi (22) e una temperatura media mensile inferiore di 1,8°C rispetto allo stesso mese del 2022, sottolinea Terna, mostrando il dato della domanda elettrica destagionalizzato e corretto dall’effetto della temperatura, risultata in calo del 5,6%. A livello territoriale, la variazione tendenziale di maggio 2023 è risultata negativa dovunque: -7,3% al Nord, -6,2% al Centro e -4,3% al Sud e Isole. In termini congiunturali, il valore della richiesta elettrica, destagionalizzato e corretto dall’effetto temperatura, risulta in flessione dell’1,7% rispetto ad aprile 2023. L’indice Imcei elaborato da Terna, che prende in esame i consumi industriali di circa 1000 imprese cosiddette ‘energivore’, ha registrato una diminuzione congiunturale rispetto ad aprile del 2,5%.

Buone notizie anche dai dati relativi alle fonti rinnovabili, che hanno prodotto complessivamente 10,4 miliardi di kWh, coprendo il 42,8% della domanda elettrica (a maggio 2022 era del 35,6%). La produzione si divide per il 40,3% da idrico, il 28,1% da fotovoltaico, il 14,6% da eolico, il 12,6% da biomasse e il 4,4% da geotermico. Secondo le rilevazioni Terna illustrate nel report mensile, considerando tutte le fonti rinnovabili, nei primi cinque mesi dell’anno l’incremento di capacità in Italia è pari a 2.001 MW. Il valore è superiore di 1.110 MW (+125%) rispetto allo stesso periodo del 2022. Complessivamente, rispetto a maggio dell’anno scorso, sono stati installati ulteriori 4.200 MW.

In crescita risulta la produzione da fonte idrica (+33,4%) ed eolica (+33,8%), mentre è in flessione quella da fonte termica (-19,8%) e fotovoltaica (-5,4%). Resta sostanzialmente stabile, invece, la produzione geotermoelettrica (+0,2%).

Sempre a maggio 2023, la domanda di energia elettrica italiana è stata soddisfatta per l’82,1% con la produzione nazionale e per la quota restante (17,9%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. La produzione nazionale netta, inoltre, è pari a 20,1 miliardi di kWh, in calo del 6,7% rispetto a maggio 2022. Infine, il saldo import-export, la variazione è -4,8% per un effetto combinato di una diminuzione dell’import (-3,3%) e un aumento dell’export (+28,5%).

Via libera Ue al decreto Parco Agrisolare: 1 miliardo di finanziamenti

La Commissione europea dà il via libera al nuovo decreto del bando Agrisolare. La misura del Pnrr, che libera un miliardo di euro, prevede finanziamenti a fondo perduto fino all’80% per la realizzazione di impianti fotovoltaici.

Il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, firma il decreto che sarà pubblicato a breve in Gazzetta Ufficiale e istituisce il nuovo regime di aiuti per interventi su edifici a uso produttivo nei settori agricolo, zootecnico e agroindustriale. L’obiettivo, spiega il ministro, è “favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili e la riduzione dei costi di produzione delle imprese“. Le spese per l’energia, in media, pesano per oltre il 20% dei costi variabili a carico delle aziende. La possibilità di autoprodurre energia da fonti rinnovabili utilizzando i propri fabbricati, e quindi senza consumo di suolo, è “non solo un grande passo verso la sostenibilità del comparto ma anche un’occasione per abbassare le spese di produzione e, allo stesso tempo, di crescita, in competitività, della nostra Nazione”, scandisce Lollobrigida.

Nel dettaglio, la misura prevede: l’80% di contributo a fondo perduto va alle imprese agricole di produzione primaria su tutto il territorio nazionale nei limiti dell’autoconsumo, con la nuova fattispecie dell’autoconsumo condiviso (con una dotazione finanziaria pari a circa 700 milioni di euro); fino all’80% di contributo a fondo perduto con la possibilità di vendita dell’energia prodotta sul mercato, senza vincolo di autoconsumo, per le imprese di trasformazione di prodotti agricoli. La dotazione finanziaria pari a circa 150 milioni di euro); il 30% di contributo a fondo perduto (con maggiorazioni per piccole e medie imprese e per aree svantaggiate) e possibilità di vendita dell’energia prodotta sul mercato, senza vincolo di autoconsumo, per le imprese agricole di produzione primaria (con una dotazione finanziaria pari a circa 75 milioni); il 30% di contributo a fondo perduto (con maggiorazioni per piccole e medie imprese e per aree svantaggiate) e possibilità di vendita dell’energia prodotta sul mercato, senza vincolo di autoconsumo, per le imprese della trasformazione da agricolo in non agricolo; raddoppio della potenza massima installabile che passa da 500 kw/p a 1.000 kw/p; il raddoppio della spesa ammissibile per accumulatori che passa da 50mila a 100mila euro; il raddoppio della spesa ammissibile per dispositivi di ricarica che passa da 15mila a 30mila; raddoppio della spesa massima ammissibile per beneficiario che passa da 1 milione di euro a 2,330 milioni incluse le spese accessorie (ad esempio rimozione amianto).

Consentirà l’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti di circa 20mila stalle e cascine ed è “importante per contribuire in modo sostenibile alla sovranità energetica del Paese“, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. “Un sostegno per le imprese agricole e zootecniche che possono avvantaggiarsi del contenimento dei costi energetici ma anche per il Paese che può beneficiare di una fonte energetica rinnovabile, in una situazione di forti tensioni internazionali“, ricorda. “Riconosciamo il valore del lavoro fatto in questi mesi dal ministero, ascoltando le nostre sollecitazioni perché venisse superato il limite dell’autoconsumo e dato spazio alle Comunità energetiche rurali“, fa eco il presidente nazionale di Cia-Agricoltori italiani, Cristiano Fini. “È chiaro che bisognerà continuare a spingere per vedere ampliate, in modo significativo e davvero efficace, le opportunità di ammodernamento ed efficientamento del sistema produttivo agricolo – sottolinea -. Il settore è ormai in pista per essere sempre più sostenibile anche da un punto di vista energetico, ma va supportato con garanzie di reddito e nel processo culturale all’interno delle comunità“.

cingolani

Ipotesi incentivi per Regioni che autorizzano installazioni rinnovabili

Chi può autorizza più guadagna. La ratio del progetto a cui lavora il governo per aumentare sensibilmente le installazioni di impianti per le energie rinnovabile è comunque questa. Al centro c’è il rapporto con le Regioni, soprattutto quelle del Sud, che da mesi chiedono di rivedere la norma che concede solo il 3% dell’energia a compensazione delle installazioni sul proprio territorio, allargando il raggio d’azione all’ente regionale, con royalties o lasciando la maggior parte dell’energia ricavata per il sostentamento dei propri cittadini. Il primo a sollevare la questione, con metodi molto spicci ma efficaci, è stato Renato Schifani, che ad aprile era pronto a sospendere le autorizzazioni per eolico e fotovoltaico senza adeguate contropartite per la sua Sicilia.

A ruota fu seguito dal governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, e a stretto giro di posta anche dal presidente della Basilicata, Vito Bardi. Rivendicazioni che avevano alla base un solo concetto: “Le rinnovabili non creano posti di lavoro e al momento non lasciano benefici sul territorio”, dunque bisogna cambiare registro. Inizialmente, la risposta del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, fu tiepida. Non che rigettasse le rivendicazioni, ma non poteva passare l’ipotesi di contrattazioni locali: “La valutazione va fatta sull’interesse nazionale“. Da quello che filtra in queste ore, il responsabile del Mase sembra essere stato di parola. Perché nel progetto che prevede il ribaltamento del paradigma attuale, ovvero arrivare a produrre i due terzi dell’energia da fonti rinnovabili e solo un terzo dalle fonti fossili meno inquinanti entro il 2030, dovrebbero trovare spazio nuovi incentivi per quelle Regioni che concederanno più autorizzazioni a impianti solari ed eolici. Il criterio dovrebbe essere applicato solo alla nuova energia prodotta, però. Dunque, uno stimolo (forte) a fare sempre meglio sulle fonti alternative.
Per ora le Regioni, interpellate da GEA, non prendono posizione. E’ probabile che attendano di conoscere nei dettagli il progetto del governo prima di esprimere un giudizio, positivo o negativo che sia. E nel frattempo attendono il decreto che individua le aree idonee alle installazioni, atteso già da un po’ ma che dovrebbe arrivare entro poche settimane. Pichetto aveva promesso entro l’inizio dell’estate, anche se più probabilmente avverrà nei primi giorni della stagione.

Tornando alle rinnovabili, per una volta potrebbe verificarsi anche un doppio risultato, quasi parallelo, con le istituzioni europee. Perché dopo il via libera degli ambasciatori Ue venerdì al Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti presso l’Unione europea, gli eurodeputati della commissione Industria, ricerca ed energia (Itre) dell’Europarlamento voteranno mercoledì 28 giugno il nuovo testo di compromesso sulla revisione della Direttiva sull’energia rinnovabile (Red). Dopo il voto in commissione, il testo dovrà essere approvato dall’intero Parlamento europeo a settembre in sessione plenaria. La notizia fa tirare un sospiro di sollievo dopo circa un mese di stallo al Consiglio, a causa delle pressioni francesi sul nucleare, gli ambasciatori dei 27 hanno convalidato l’accordo raggiunto con l’Eurocamera a fine marzo per la revisione della direttiva includendo un nuovo ‘considerando’ al testo di compromesso che riguarda gli impianti di ammoniaca.

Gse: In tre mesi 103mila nuovi impianti fotovoltaici. Da fine 2022 aumento dell’8,4%

L’energia da fonti di approvvigionamento rinnovabile continua a conquistare spazio in Italia. Lo dicono i dati raccolti dal Gestore servizi energetici, che nella pubblicazione trimestrale ‘Infotovoltaico’ fotografa l’andamento del settore nel nostro Paese. I risultati sono decisamente positivi, perché “nei primi tre mesi del 2023 è proseguito il trend di crescita sostenuta del comparto fotovoltaico osservato nel corso del 2022“. Al 31 marzo, in particolare, “risultano in esercizio in Italia circa 1.329.000 di impianti“, con un incremento in termini percentuali dell’8,4% rispetto alla fine dello scorso anno. Per “una potenza complessiva superiore a 26 Gigawatt (poco meno di 1,1 GW incrementali rispetto alla fine del 2022, per una variazione pari a +4,4%)“, mentre “la produzione lorda del trimestre, pari a 5.587 GWh, è aumentata del 4,4% rispetto allo stesso periodo del 2022“.

Entrando nel dettaglio delle rilevazioni, il Gse annota che il numero delle nuove installazioni rilevate nel trimestre “si attesta intorno a 103mila unità, valore poco inferiore alla metà delle installazioni entrate in esercizio nell’intero 2022. Il dato sulle installazioni mensili di marzo 2023 “è tra i più alti mai rilevati“, sottolinea lo studio. Ciò significa che in termini di numerosità, la crescita rispetto al primo trimestre dello scorso anno “interessa tutte le classi dimensionali degli impianti e tutte le regioni del Paese“. Inoltre, “il 49 percento della potenza installata complessiva degli impianti al 31 marzo 2023 si concentra nel settore industriale” che comprendente le imprese di produzione di energia, che rappresentano il 63% della potenza della categoria. A seguire ci sono i settori residenziale (21%), terziario (20%) e agricolo (10%). Sempre alla fine dello scorso mese di marzo, “il 32 percento della potenza degli impianti in esercizio è installata a terra, il restante 68% non a terra (su edifici, tetti, coperture, ecc.)“. Dunque, “la superficie complessivamente occupata dagli impianti a terra è stimabile in circa 16mila ettari“.

Gli autoconsumi ammontano, invece, “complessivamente a 1.411 GWh, pari al 25,7% della produzione netta di tutti gli impianti fotovoltaici” e “al 54,6% della produzione netta dei soli impianti che autoconsumano“. La variazione rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente risulta così maggiore del 14%. L’aumento della produzione rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente “è associato principalmente alla classe dimensionale degli impianti di potenza compresa tra 3 kW e 20 kW; tra le regioni, Sicilia e Sardegna registrano le maggiori variazioni positive in termini di produzione, rispettivamente intorno al 20% e al 16%“, spiega il Gse. Che conclude l’analisi sottolineando che “in termini di producibilità degli impianti, le province con performance migliori rilevate nei primi 3 mesi del 2023 risultano Enna, Siracusa e Ragusa, con oltre 250 ore di funzionamento, per una media poco inferiore a 3 ore/giorno“.

Energia, svolta green: nel 2023 gli investimenti in solare superano quelli del petrolio

Gli investimenti nelle tecnologie per l’energia pulita stanno superando significativamente la spesa per i combustibili fossili poiché i problemi di accessibilità e sicurezza innescati dalla crisi energetica globale rafforzano lo slancio verso opzioni più sostenibili. E’ quanto emerge da un nuovo rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), secondo il quale nel 2023 gli investimenti globali nell’ambito dell’energia green saranno pari a 1,7 miliardi di dollari, con il solare destinato a eclissare il petrolio per la prima volta nella storia. Complessivamente quest’anno gli investimenti energetici – in rinnovabili e non – saranno pari a circa 2,8 miliardi.

Gli investimenti nelle energie green riguarderanno rinnovabili, veicoli elettrici, nucleare, reti, stoccaggio, combustibili a basse emissioni, miglioramenti dell’efficienza e pompe di calore. Il resto, poco più di un miliardo miliardi di dollari, andrà a carbone, gas e petrolio. Secondo i dati dell’Aie, le risorse annuali dedicati all’energia pulita aumenteranno del 24% tra il 2021 e il 2023, trainati da fonti rinnovabili e veicoli elettrici, rispetto a un aumento del 15% degli investimenti in combustibili fossili nello stesso periodo. Ma oltre il 90% di questo aumento proviene dalle economie avanzate e dalla Cina, presentando, scrive l’Agenzia nel rapporto, “un serio rischio di nuove linee di demarcazione nell’energia globale se le transizioni energetiche pulite non si svilupperanno altrove”.

“L’energia pulita si sta muovendo velocemente, più velocemente di quanto molte persone credano. Ciò è evidente nelle tendenze degli investimenti, in cui le tecnologie pulite si stanno allontanando dai combustibili fossili”, spiega il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol. “Per ogni dollaro investito in combustibili fossili, circa 1,7 dollari ora vanno in energia pulita. Cinque anni fa – dice – questo rapporto era uno a uno. Un esempio lampante è l’investimento nel solare, che è destinato a superare per la prima volta la quantità di investimenti destinati alla produzione di petrolio“.

Gli investimenti in energia pulita sono stati stimolati da una serie di fattori negli ultimi anni, tra cui periodi di forte crescita economica e prezzi volatili dei combustibili fossili che hanno sollevato preoccupazioni sulla sicurezza energetica, in particolare dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Anche il rafforzamento del sostegno politico attraverso azioni importanti come l’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti e le iniziative in Europa, Giappone, Cina e altrove hanno svolto un ruolo importante. Le maggiori carenze negli investimenti in energia pulita si registrano nelle economie emergenti e in via di sviluppo. Ci sono alcuni punti positivi, rileva Aie, come gli investimenti dinamici nel solare in India e nelle rinnovabili in Brasile e parti del Medio Oriente. Tuttavia, gli investimenti in molti paesi sono frenati da fattori quali tassi di interesse più elevati, quadri politici e schemi di mercato poco chiari, infrastrutture di rete deboli, servizi pubblici in difficoltà finanziarie e un costo elevato del capitale. “Molto di più – si legge nel rapporto – deve essere fatto dalla comunità internazionale, in particolare per guidare gli investimenti nelle economie a basso reddito, dove il settore privato è stato riluttante ad avventurarsi”.

Stefano Ciafani

Per Legambiente l’hub del gas nasconde insidie e costi: “Puntare sulle rinnovabili”

L’hub del gas porta insidie e costi per i consumatori e contribuenti, mentre le aziende fossili continueranno a fare profitti altissimi. E’ la posizione ribadita da Legambiente nel corso dei mesi. Da quando, cioè, il governo ha parlato per la prima volta del ‘piano Mattei’: per l’associazione “invocarlo per moltiplicare le infrastrutture per le fonti fossili è in contraddizione persino con la visione e l’ispirazione dell’ingegner Mattei che oggi cercherebbe di garantire fonti rinnovabili e meccanismi di stoccaggio dell’energia, non legandosi per decenni a un mercato volatile e costoso come quello del gas ha dimostrato di essere”.

Insieme a ong come WWF e Greeenpeace Italia, Legambiente continua a sollecitare il governo perché investa e acceleri su rinnovabili, efficienza, autoproduzione, reti elettriche e accumuli, invece che sul gas. “È questa la vera strategia energetica da mettere in campo insieme a 4 azioni: potenziamento uffici regionali per le autorizzazioni, aggiornamento e approvazione del PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima), del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici e delle linee guide sull’installazione delle rinnovabili”, spiega il Presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani convinto che gli accordi presi con Algeria, Libia e altri Paesi delineano una diversificazione non del mix energetico, ma dei Paesi da cui l’Italia importerà gas.

Sono accordi che rischiano di condizionare pesantemente il futuro energetico italiano – continua – accompagnati come sono da impegni per opere inutili e costose, con benefici che andranno solo a grandi aziende e Paesi esteri, mentre i costi saranno scaricati sulla collettività”. Un esempio, per Legambiente, è il gasdotto dall’Algeria che potrebbe determinare anche la futura metanizzazione della Sardegna, “un passo indietro nel passato che condannerebbe l’isola alla dipendenza energetica dall’estero, invece di permetterle il salto tecnologico dalla fonte del passato, il carbone, a quelle del futuro, le energie rinnovabili”. A differenza del gas e delle altre fonti fossili, le energie rinnovabili, sole e vento, sono gratis. “Per questo non sono più ammessi ritardi”: come precisa Legambiente, l’Italia è infatti in forte ritardo nella diffusione delle rinnovabili, preferendo di gran lunga le fonti fossili come dimostrano i 41,8 miliardi di euro stanziati nel 2021 per questo settore. Ben 7,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente. “Occorrerebbe invece puntare alla sicurezza energetica, come richiama proprio il nome voluto dal governo accanto a quello di Ministero dell’Ambiente, investendo nella transizione alle rinnovabili e all’efficienza energetica, che sono l’unica via per garantire contemporaneamente prezzi più bassi, indipendenza dalle forniture estere e politiche climatiche efficaci”, ribadisce Ciafani.

Il paradosso dell’Italia, per il presidente di Legambiente, “è che continua a lavorare ed investire sulle fonti fossili molto più di quanto faccia sulle rinnovabili. L’Esecutivo Meloni, sulla scia dell’ex governo Draghi, con le politiche di diversificazione degli approvvigionamenti di gas fossile e il conseguente sviluppo di nuove infrastrutture nel Paese rischia di peggiorare la situazione”. Ma “è necessario invertire la rotta: è urgente snellire e semplificare gli iter autorizzativi, a partire, dai nuovi progetti di eolico a terra e a mare, accelerare sulla realizzazione dei grandi impianti a fonti pulite, sull’agrivoltaico che produce elettricità come integrazione e non sostituzione della coltivazione agricola, su reti elettriche e accumuli, sulla diffusione delle comunità energetiche che usano localmente energia prodotta da fonte rinnovabile; senza dimenticare una seria politica di riqualificazione del patrimonio edilizio capace di rispondere con i fatti alle nuove Direttive europee. Questa è la rotta giusta per accelerare la transizione energetica ed ecologica del Paese”.