Nato, impegno per 5% Pil. Trump: “Monumentale”. E attacca Spagna: “Pagherà dazi doppi”

Come prevedibile, i paesi della Nato si sono impegnati ad aumentare drasticamente le spese militari, in quella che il presidente americano Donald Trump ha definito una “grande vittoria” intestandosi il merito. Nella dichiarazione finale del summit dell’Aia, i 32 membri dell’Alleanza Atlantica si impegnano dunque a investire il 5% del Pil nazionale annuo nella difesa entro il 2035.

Nel dettaglio, gli alleati vogliono destinare “almeno il 3,5% del Pil” alle spese militari e un ulteriore 1,5% per misure di sicurezza più ampie, come la “protezione delle infrastrutture critiche” e la “difesa delle reti”. La motivazione principale è ‘difendersi’ dalla minaccia “a lungo termine” rappresentata dalla Russia per la sicurezza euro-atlantica e “alla persistente minaccia del terrorismo”, di fronte alla quale gli alleati restano “uniti”.

In particolare, chiarisce il segretario generale Mark Rutte, “il presidente Trump è stato chiaro: l’America si impegna nella Nato ma si aspetta che gli alleati facciano di più. E gli alleati di Ue e di Canada faranno di più“.

L’obiettivo sarà difficile da raggiungere, hanno avvertito diversi leader europei, tra cui la Spagna, che lo ha ritenuto “irragionevole”. Il premier Pedro Sanchez ha sostenuto che destinare il 2,1%, e non li 5%, del PIL alla difesa è “sufficiente, realistico e compatibile” con il modello sociale e lo stato sociale spagnolo. E ha ricordato: “gli alleati sanno che siamo affidabili”. Non è d’accordo il presidente americano: “È terribile quello che ha fatto la Spagna, si rifiuta di pagare la sua quota” ha detto Trump in conferenza stampa minacciando Madrid di “pagare il doppio dell’accordo sui dazi”. Nella dichiarazione, comunque, tutti gli alleati si impegnano “ad ampliare rapidamente la cooperazione transatlantica nel settore della difesa e a sfruttare le tecnologie emergenti e lo spirito di innovazione per promuovere la nostra sicurezza collettiva”. Obiettivo è “eliminare le barriere commerciali nel settore della difesa” e fare leva sulle partnership “per promuovere la cooperazione”.

“L’impegno dell’aumento della spesa militare si chiamerà la dichiarazione de L’Aja, è una vittoria monumentale per gli Usa, perché portavamo un peso ingiusto, ma è anche una vittoria per l’Europa e la civiltà occidentale”, ha dichiarato Trump in conferenza stampa. “Non so se è merito mio ma penso che sia merito mio”. L’inquilino della Casa Bianca, che ha spesso criticato i “fannulloni” europei, ha adottato un tono conciliante al vertice dell’Aia.

Gli alleati “molto presto” spenderanno quanto gli Stati Uniti, ha esultato. “Chiedo loro da anni di arrivare al 5%, e arriveranno al 5%. È una cifra enorme. La Nato diventerà molto forte con noi”, ha sottolineato il presidente americano. Al summit dell’Aja, di fatto, è stato fatto ogni sforzo per non irritare l’imprevedibile miliardario. Rutte lo ha definito “un buon amico”, le cui azioni “meritano di essere lodate”, sia per quanto riguarda la questione iraniana sia per il modo in cui ha costretto gli alleati ad aumentare le loro spese per la difesa.

Lo stesso segretario Nato ha liquidato con fermezza le preoccupazioni sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella NATO. “Per me, è assolutamente chiaro che gli Stati Uniti sostengono pienamente” le regole dell’Alleanza, ha affermato.

Il giorno prima, a bordo dell’Air Force One, Trump aveva nuovamente sconcertato gli alleati rimanendo evasivo sulla posizione degli Stati Uniti in caso di attacco a un membro della Nato. Il cosiddetto articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica può “essere definito in diversi modi“, ha affermato, riferendosi al pilastro fondamentale dell’alleanza, che stabilisce il principio di difesa reciproca: se un Paese membro viene attaccato, tutti gli altri accorrono in suo aiuto. In effetti ,nella dichiarazione finale, i leader hanno sottolineato il loro “incrollabile impegno” a difendersi a vicenda in caso di attacco. “Un attacco a uno è un attacco a tutti – si legge nella nota conclusiva – Rimaniamo uniti e risoluti nella nostra determinazione a proteggere il nostro miliardo di cittadini, difendere l’Alleanza e salvaguardare la nostra libertà e democrazia”.

In conclusione del vertice, il presidente Trump ha chiarito la sua posizione: “Quando sono venuto qui era qualcosa da fare ma me ne vado diverso. Ho visto i capi di Stato e la loro passione per il loro paese, non ho mai visto nulla di simile, vogliono proteggere i loro paesi e senza gli Usa non sarebbe lo stesso. Ora me ne vado sapendo che queste persone amano davvero i loro Paesi e noi siamo qui per aiutarli a farlo”. I membri della Nato hanno inoltre “riaffermato” il loro “impegno sovrano e duraturo” a fornire supporto all’Ucraina, “la cui sicurezza contribuisce alla nostra”.

A tal fine, includeranno i contributi diretti alla difesa ucraina e alla sua industria di difesa nel calcolo della spesa per la difesa degli Alleati. “Siamo al fianco dell’Ucraina nella sua ricerca della pace e continueremo a sostenerla nel suo percorso irreversibile verso l’adesione alla Nato”, ha poi precisato Rutte. “Il nostro messaggio chiaro  Volodymyr Zelensky (presente all’Aia per incontrare Trump a margine del summit) e al popolo ucraino è che l’Ucraina ha il nostro continuo sostegno, incluso oltre 35 miliardi di euro già promessi solo quest’anno, con altri in arrivo. Tutto questo ha come obiettivo mantenere l’Ucraina nella lotta oggi, affinché possa godere di una pace duratura in futuro”, ha aggiunto.

Difesa, Nato in pressing per 5% Pil. Tajani cauto: 3% a spese militari e 2% a sicurezza

La Nato punta a un aumento delle spese militari e per la sicurezza ambizioso. Un impegno chiesto con insistenza dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sostenuto da Parigi e Berlino, al quale alla fine si apre anche l’Italia.

Adesso inizia una nuova fase, per arrivare al 5%” del Pil, conferma ai cronisti il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Non si tratta di essere guerrafondai, la sicurezza è qualche cosa di molto più ampio e si deve spiegare ai cittadini”, dice a margine della riunione informale dei ministri esteri Nato ad Antalya, in Turchia. “Vedremo quali saranno le richieste, si parla del 5% da raggiungere nel giro di alcuni anni. Vedremo quanti, vedremo quali saranno i criteri, come saranno divisi, parteciperemo alla discussione e vedremo“, ripete. Il vicepremier preferisce parlare di sicurezza piuttosto che di difesa, perché è un “concetto più ampio” e “più rispondente alla verità”, chiosa. In generale, propone, “l’Italia giudica “più equilibrato dedicare il 3% in spesa militare classica e il 2% alla sicurezza“.

Venerdì a Roma il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ospiterà il vertice E5 al quale parteciperanno anche i suoi omologhi di Francia, Germania, Polonia e Regno Unito per discutere delle principali questioni strategiche, delle sfide in materia di sicurezza, del rafforzamento della difesa europea e del sostegno coordinato all’Ucraina.

C’è una sostanziale unità all’interno della Nato”, assicura Tajani, parlando anche di una “forte unità” all’interno del Quint, il gruppo decisionale informale composto dagli Stati Uniti e dal G4 (Francia, Germania, Italia e Regno Unito). In questo incontro ristretto, si è parlato soprattutto di Ucraina: “Tutti sosteniamo gli sforzi degli Usa per il cessate il fuoco, siamo orientati ad imporre sanzioni per costringere Putin ad affrontare il tema economico”, fa sapere, sostenendo che se il presidente russo “non avrà strumenti per pagare stipendi ricchi ai militari, dovrà per forza ridurne il numero e non potrà continuare ad avere una posizione così dura, cercheremo di accelerare i tempi per un cessate il fuoco”. “Sono convinto che all’Aia ci impegneremo a raggiungere un obiettivo ambizioso in materia di spesa”, riferisce il segretario generale della Nato Mark Rutte, al termine di un incontro dei ministri degli Esteri dell’Alleanza.

I 32 paesi della Nato si riuniranno alla fine di giugno all’Aia per decidere l’aumento, sotto la pressione degli Stati Uniti di Donald Trump. La Germania, prima potenza europea, si è dichiarata pronta a “seguire” il presidente americano. Lo sforzo è significativo. “L’1% del Pil rappresenta attualmente circa 45 miliardi di euro per la Repubblica federale di Germania”, ha ricordato venerdì scorso a Bruxelles il cancelliere Friedrich Merz. Secondo alcuni diplomatici, il capo della Nato vorrebbe che i paesi membri destinassero almeno il 3,5% del loro Pil alle spese militari in senso stretto entro il 2032, ma anche l’1,5% a spese di sicurezza più ampie, come le infrastrutture. Quest’ultimo obiettivo è più facilmente raggiungibile, in particolare per i paesi più in ritardo. “Potrebbe trattarsi di un obiettivo relativo alla spesa di base per la difesa, ma anche di un chiaro impegno sugli investimenti legati alla difesa”, come le infrastrutture, la mobilità militare, la sicurezza informatica, afferma Rutte.

Il ministro francese Jean-Noël Barrot lascia intendere che anche Parigi potrebbe allinearsi al 5%, a causa della minaccia russa ma anche delle richieste americane di una migliore ripartizione degli oneri di spesa. “L’obiettivo del 3,5% è l’importo giusto per le spese di base in materia di difesa”, sostiene. “Ma questo va accompagnato da spese che contribuiranno ad aumentare la nostra capacità di difesa, che non sono spese dirette per la difesa, ma che devono essere realizzate”, come la sicurezza informatica o la mobilità militare, osserva. Per altri paesi, invece, la strada da percorrere è ancora lunga. Alla fine del 2024, solo 22 paesi della Nato su 32 avevano raggiunto l’obiettivo del 2% di spesa militare fissato nel 2014 in occasione di un precedente vertice dell’Alleanza. Diversi Paesi, tra cui Spagna, Slovenia e Belgio, sono ancora molto al di sotto, ma hanno comunque promesso di raggiungerlo quest’anno. La Francia e la Germania hanno raggiunto l’obiettivo del 2% lo scorso anno. Solo la Polonia si avvicina al 5%, con una spesa militare del 4,7%.

Meloni: “Piano Mattei soluzione al grande problema d’Europa, l’energia”

La guerra in Ucraina ha cambiato la geopolitica energetica. L’approvvigionamento è diventato “il grande problema dell’Europa” che “non può guardare più a Est, ma deve guardare a Sud” del Mediterraneo. Nel ‘Forum in masseria’, organizzato ogni anno da Bruno Vespa, Giorgia Meloni torna a ripetere quanto fondamentale sia, non solo per l’Italia, ma per l’intero continente il suo Piano Mattei.

Un progetto che, a suo avviso, porterà non pochi benefici anche in Africa dove, scandisce, “sanno benissimo cosa significa”. Il tema si incrocia con una nuova, incombente, emergenza migratoria, di cui la premier ha discusso ieri con il cancelliere tedesco Olaf Scholz: “Chi è intellettualmente onesto non può notare che dalle sue parole, a margine dell’incontro di ieri, in Europa c’è un cambio di schema”, che c’è la necessità di “occuparci della dimensione esterna, mentre fino a ieri il dibattito era come gestiamo i movimenti secondari”.

La questione, insiste, “non si può risolvere se non si capisce che la frontiera d’Europa è una, che l’immigrazione illegale si deve fermare prima che arrivi in Europa e non si può prescindere da accordi con i Paesi di partenza e transito, è il lavoro che stiamo facendo con quei Paesi soprattutto del Nord Africa”, con il Piano Mattei: “Stiamo mettendo in campo un progetto di cooperazione non predatoria, da pari, come faceva Enrico Mattei e i Paesi africani“.

Domenica la presidente del Consiglio tornerà in Tunisia con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il primo ministro olandese, Mark Rutte. L’obiettivo è spingere per trovare l’accordo sugli aiuti del Fondo monetario internazionale al Paese, bloccati per le mancate riforme: “Ci sto lavorando quasi quotidianamente e se domenica ci recheremo lì è grazie a lavoro, molto prezioso, fatto dall’Italia“, rivendica. “Insieme a quella missione, si sta per concretizzare un primo pacchetto aiuti della Commissione Ue, propedeutico all’accordo con il Fmi – aggiunge -. Accordo sul quale continuo a chiedere un approccio pragmatico e non ideologico, sia alla Tunisia che al Fondo monetario internazionale“.