Tajani-Crosetto: “Scenario internazionale degradato. Torna attuale minaccia atomica”

In uno scenario internazionale “estremamente degradato” e “interconnesso”, la politica internazionale italiana guarda alla pace, ma anche agli interessi e alla crescita del Paese. I ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, tornano davanti alle commissioni di Camera e Senato per comunicare sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Riferiscono insieme in Parlamento, dato il quadro complesso dello scacchiere geopolitico. Iran, Libano, Ucraina, Africa: lo sguardo è sul mondo. Quello che emerge è che lo scenario è in continua evoluzione, caratterizzato da “instabilità diffuse” e con focolai di tensione “profondamente collegati tra di loro”, spiega Crosetto.

L’inquilino della Farnesina parla di una strategia volta alla stabilità, soprattutto quella nell’area del Mediterraneo e a una politica estera “finalizzata a far sì che l’Italia possa essere protagonista all’interno dell’Unione Europea e del G7”, ma anche “finalizzata a far crescere l’export, che rappresenta quasi il 40% del Pil”. Crosetto ricorda che la pace “non è più un dato acquisito”, ma va “costruita, protetta e consolidata” e che la Difesa lavora sui diversi teatri con “presenza, aiuto, capacità operativa, protezione, sicurezza, addestramento e stabilizzazione in prospettiva sviluppo”.

Situazione complessa in Ucraina. Il vicepremier riferisce degli “sconsiderati bombardamenti russi negli ultimi giorni”, che hanno provocato nuove stragi di civili, colpendo aree residenziali a Kiev e infrastrutture critiche con gravi rischi di escalation “anche al di fuori del territorio ucraino”. Pochi giorni fa un drone ha violato lo spazio aereo della Romania colpendo un edificio residenziale e ferendo due civili, tra cui un minore sul territorio di un Paese membro delle Nato e dell’Unione Europea: “E’ un atto inaccettabile che abbiamo condannato con la massima fermezza”, deplora Tajani, ribadendo che la posizione dell’Italia non è mai cambiata, il sostegno a Kiev “resta una priorità del Governo”, che sostiene gli sforzi negoziali in stretto coordinamento con i partner del G7 e dell’Ue. “La Russia – segnala il ministro – deve però dimostrare di volersi sedere in buona fede al tavolo dei negoziati. Purtroppo i segnali che continuano a venire da Mosca non vanno assolutamente nella direzione del dialogo”.

Con la delibera di missione verranno stanziati altri 40 milioni di euro destinati in particolare alle infrastrutture energetiche, bersaglio sistematico degli attacchi russi, e allo sminamento dei territori liberati. Poche settimane fa il Comitato Congiunto dell’Operazione dello Sviluppo ha voluto stanziare 50 milioni per un progetto a sostegno delle famiglie le cui abitazioni sono state distrutte dai bombardamenti russi.

E’ qui che “torna attuale la minaccia atomica che pensavamo di aver consegnato i libri di storia”, ammette il ministro della Difesa, ricordando che quando il conflitto sarà superato comunque l’Europa dovrà confrontarsi per molti anni con gli effetti economici, sociali e di sicurezza e quelli derivati dalla presenza di un numero elevatissimo di ex combattenti da reintegrare e dalla necessità di sostenere i processi di ricostruzione dell’Ucraina “ma anche della stessa Russia, se vogliamo che si stabilizzi anche il quadro dall’altra parte”.

I tempi non sembrano stretti. Sul piano strettamente militare, segnala Crosetto, il conflitto è “in stallo”. Secondo gli analisti, mantenendo gli attuali ritmi operativi, sarebbero necessari 10 anni affinché la Federazione Russia possa completare la conquista del Donbass e di diversi decenni per conseguire la conquista dell’intero territorio ucraino. “Questo al prezzo di almeno 2 milioni e mezzo di caduti russi, soltanto per il solo Donbass”, denuncia il ministro. Anche Tajani parla di “accordo lontanissimo” e chiama in causa l’Unione europea: “È fondamentale il ruolo che l’Europa può avere”, sottolinea, respingendo l’idea che la premier Giorgia Meloni sia stata esclusa dal vertice di Londra tra Regno Unito, Francia e Germania. “Non è l’Italia che decide i format”, ricorda.

Anche l’area del Medio Oriente è “monitorata minuto per minuto”, soprattutto dopo il fine settimana appena trascorso, quando c’è stata una escalation di attacchi tra Iran e Israele. Ieri Tajani ha riunito all’unità di crisi del Ministero gli ambasciatori nella Regione per un aggiornamento. Una riunione per aggiornare sul quadro di sicurezza nei diversi Paesi dell’area, in particolare sulla situazione degli italiani presenti e sull’attività di assistenza consolare. L’Iran è, per Crosetto, lontano da una scarsità di armamenti: “Teheran è tuttora in grado di condurre attacchi missilistici di ampia portata verso Israele e non solo, evidenziando come le proprie capacità militari e i propri arsenali non siano esauriti”, afferma.

Il Libano è un fronte “sempre più critico”. Le operazioni militari israeliane nel sud del Paese aumentano i rischi di escalation e allontanano la prospettiva della stabilità: “Lavoriamo senza sosta per aiutare la popolazione, siamo mettendo a terra le iniziative finanziate con l’ultimo pacchetto di aiuti di 15 milioni di euro che ha disposto a sostegno dei villaggi cristiani del sud del Libano”, spiega Tajani. Forti le parole del vicepremier su Israele. Il ministro sottolinea che le violenze dei coloni israeliani, soprattutto in Cisgiordania, sono “inaccettabili” e precisa: “Non ho parole per commentare ciò che ha detto il ministro israeliano Ben Gvir, nei confronti dell’Italia ieri dopo aver saputo che era indagato dalla procura della Repubblica. Sono parole che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro”.

Difesa lancia piattaforma per stakeholder. Crosetto: “Più competitività e trasparenza”

Aziende, Pmi, startup, università e professionisti da oggi potranno proporre idee, tecnologie, soluzioni e progetti al ministero della Difesa, attraverso la piattaforma (un portale e un’app) dedicata ai portatori d’interesse. “L’ho fortemente voluta”, spiega Guido Crosetto, chiarendo che il sistema partirà dal primo ottobre prossimo. Serve, precisa il ministro, “a dare la libertà a chi lavora con la Difesa di farlo con tranquillità“.

L’obiettivo è duplice: da un lato garantire pari opportunità di accesso e interlocuzione a tutte le realtà interessate a collaborare, dall’altro introdurre modelli organizzativi moderni, uniformi e improntati ai principi di correttezza, legalità e imparzialità. “È fondamentale far entrare nel ministero non solo Leonardo e Fincantieri ma anche piccole realtà“, sottolinea il ministro, convinto che con la competizione “aumenteranno la competitività, la tecnologia e si abbasseranno i prezzi”. Se in qualche modo la Difesa avrà più risorse sarà “una delle maggiori stazioni appaltanti italiane“, ricorda Crosetto, che ribadisce la necessità che ogni rappresentante di forza armata possa parlare con ogni azienda perché “dobbiamo dare a tutte le aziende la stessa possibilità di proporre soprattutto la parte di rinnovamento tecnologico e dobbiamo essere sicuri che i nostri lo facciano in trasparenza, onestà e pulizia e quindi abbiamo deciso di avere registrato qualunque persona parli con la difesa in modo tale da avere un filtro per evitare che i delinquenti possano accedere ai nostri dipendenti e dall’altra parte dare modo alle persone che lavorano per la difesa di essere tracciabili in ogni proprio contatto e quindi di poterlo fare con serenità“.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio quadro delle Linee Programmatiche della Difesa, che individua nell’innovazione tecnologica una leva strategica per la modernizzazione del Paese. Cuore del progetto sono l’’Elenco dei portatori di interesse‘ e il ‘Registro degli incontri con i portatori di interesse‘, strumenti introdotti dai decreti ministeriali del 2025 e del 2026 per disciplinare in maniera chiara e tracciabile i rapporti tra il personale della Difesa e i rappresentanti dei settori produttivi di interesse del Dicastero. L’’Elenco’ consentirà ai soggetti interessati di registrarsi ufficialmente per interagire con il Ministero, mentre il ‘Registro’ permetterà di tracciare e monitorare tutte le attività di contatto e interlocuzione, rafforzando accountability e fiducia istituzionale.

Tajani: “Non chiediamo operazione militare Golfo”. Crosetto: “Avviciniamo dragamine a Hormuz”

I dragamine italiani che potrebbero partecipare alla missione internazionale per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz saranno avvicinati, in questo contesto i tempi di reazione sono tutto. “Laddove scoppiasse la pace, servirebbe quasi un mese di navigazione a tutte le nazioni alleate indicate per raggiungere il Golfo Persico. Ecco perché ci stiamo organizzando anche noi per avvicinarsi in quell’area pur rimanendo a distanza di sicurezza”, spiega il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

Tajani mette subito in chiaro che i ministri non sono in Parlamento per chiedere di autorizzare una nuova missione militare nel Golfo: “L’intento è invece di condividere, nel quadro di un confronto aperto e trasparente, l’impegno del Governo per la pace e in questo quadro il percorso che potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale per il ripristino della libertà di navigazione allo stretto di Hormuz”.

Un impegno che potrà concretizzarsi, sottolineano entrambi, solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità. “E’ il metodo che abbiamo seguito fin dall’inizio della crisi, mantenere un raccordo costante tra Governo e Parlamento e cercare, su tutte le scelte strategiche di politica estera e di difesa, la più ampia convergenza tra le forze politiche”, precisa il vicepremier.

Crosetto non la definisce “missione”, ma “grande alleanza internazionale” che, ribadisce, partirebbe “non con un temporaneo cessate il fuoco, ma con una tregua vera, credibile, stabile, meglio ancora se una pace definitiva. Con una legittima cornice giuridica internazionale, l’accordo di tutte le parti interessate”. Una missione di qualunque tipo deve prevedere l’accordo di tutti i paesi in quella zona, ricorda il ministro della Difesa, perché “se l’Iran non fosse d’accordo non sarebbe una missione che potrebbe partire pacificamente, perché rischierebbe di essere bombardata e siccome non andiamo lì con l’assetto in guerra per fare la guerra non potremmo rischiare”.

Il problema, al momento, è che la tregua appare lontana: “Oggi e questa settimana penso sia meno facile di quanto pensavo una settimana fa”, ammette Crosetto, assicurando però prontezza d’intervento, “perché speriamo che alla fine prevalga il buon senso e ci sia la possibilità di mandare non navi armate”. I cacciamine, in effetti, non sono navi armate, hanno bisogno di una scorta logistica ma poi “hanno bisogno di una protezione”, sottolinea il ministro. E anche ipotizzando che tutti gli attori statali siano d’accordo su questa che è una missione di pace, “basta un attore non statale, un gruppo di attori non statali, per mettere in difficoltà qualunque persona”.

Roberto Cingolani

Leonardo, conti in crescita nel primo trimestre. Cingolani: “Confermano efficacia piano industriale”

Leonardo chiude il primo trimestre del 2026 con numeri più che positivi. L’utile netto rettificato segna un +60% a 184 milioni di euro, mentre l’EBITA è pari a 281 milioni (+33%) e gli ordini si attestano a 9 miliardi di euro, evidenziando un incremento del 31% rispetto ai primi tre mesi del 2025. I ricavi sono in incremento a 4,4 miliardi di euro (+10%). Risultati “ottimi” per il ceo Roberto Cingolani, che confermano “l’efficacia delle azioni commerciali e operative poste in essere dal Gruppo e della strategia tecnologica integrata alla base del Piano industriale”. Tanto che, per il momento, la guidance è confermata, ma l’amministratore delegato confessa che si sarebbe anche potuta aggiornare al rialzo. Azione che, però, Cingolani, in uscita domani da Leonardo, lascia al nuovo Ceo, Lorenzo Mariani: “I numeri sono molto buoni, domani lascerò Leonardo e avremo un nuovo Ceo, credo sia una storia molto positiva per il prossimo top management. Come vedete i numeri sono molto promettenti ma mi sembra corretto che la scelta su un aggiornamento della guidance spetti al nuovo Ceo. Sono sicuro che faranno un lavoro fantastico”, spiega agli analisti.

Nel salutare il Gruppo, al suo ultimo giorno di mandato, l’ex ministro della Transizione energetica parla di “tre anni fantastici”, ma è fiducioso sul futuro di Leonardo, anche in sua assenza. Perché “la strada tracciata per la crescita è chiara e sicura, indipendentemente da chi sarà chiamato a guidare la transizione futura”. Nessun problema per quanto riguarda la continuità con il nuovo management, visto che il presidente Francesco Macrì “opera nel settore da moltissimi anni” e il nuovo amministratore delegato “è stato in azienda per molti anni e abbiamo lavorato insieme per quasi due anni, quindi conosce molto bene le persone e la struttura”. Le difficoltà, semmai, vanno cercate all’esterno: “Il problema fondamentalmente è la concorrenza all’estero e il mercato globale, le regole internazionali; gli affari non procedono allo stesso ritmo in una situazione geopolitica così complessa“.

Guardando al futuro, il consiglio che Cingolani lascia a Leonardo è che “deve imparare a credere di più in se stessa. È un problema di mentalità che devi cambiare nel DNA dell’azienda, naturalmente con un po’ di tempo. Ma al momento abbiamo uno dei portafogli più completi al mondo, se capiamo che questo è un valore aggiunto e un vantaggio competitivo rispetto agli altri, dobbiamo fare il massimo sforzo per sfruttare questa capacità unica. Poi Leonardo deve iniziare a comportarsi come una vera azienda tecnologica, non solo come un’azienda manifatturiera. Anche questo è un cambio di mentalità”. E se sul successo del Michelangelo Dome il ceo uscente è “molto ottimista”, guardando alla situazione geopolitica internazionale sa che la strada è tracciata: “Ovunque ci sia una guerra, ovunque ci sia un conflitto, ovunque ci sia un problema, finiamo con l’energia. Questo è pazzesco. La sicurezza del mondo intero è a rischio. Quindi, se Leonardo vuole diventare una società di sicurezza globale, penso che abbia il dovere di sviluppare una tecnologia avanzata per i reattori nucleari modulari, per la quarta generazione”. Un investimento eccessivo? “Sì, avete ragione, ma qualcuno lo farà. Altrimenti non saremo mai veramente indipendenti e penso che sia folle, è una politica suicida, quella di dipendere, come vedete, da altri Paesi per la sicurezza globale, che si tratti di gas o di petrolio. Credo che questa sarà la più grande minaccia per la sicurezza globale, specialmente nei paesi occidentali. Quindi penso che Leonardo abbia tutte le capacità, tutta la tecnologia, la capacità industriale per lanciare forse una nuova società o partecipare con altri investitori a qualcosa di serio per il futuro. È molto difficile, se fosse facile qualcun altro lo avrebbe già fatto”.

 

Paradosso Cingolani: fatto fuori da Leonardo per colpa di Michelangelo (Dome)

Conferme scontate (Descalzi a Eni e Cattaneo a Enel), siluramenti annunciati (Cingolani da Leonardo), attese per cosa succederà a Terna, l’unico posto ancora scoperto dopo la migrazione di Giuseppina Di Foggia alla presidenza del Cane a sei zampe ma con un indiziato speciale, Pasqualino Monti, fino a ieri al comando di Enav. In un contesto fibrillato dalla situazione geopolitica incandescente e dalle ripercussioni pesantissime post referendum, Palazzo Chigi ha deciso di cambiare pochissimo lo scacchiere delle partecipate. Ma è inutile non sottolineare come il ribaltone di Leonardo faccia parecchio rumore.

Roberto Cingolani, che è stato ministro dell’Ambiente e che vanta un pedigrée internazionale di altissimo livello, dopo tre anni e mezzo di onorata occupazione del ruolo di amministratore delegato ‘paga’ dazio e viene sostituito da Lorenzo Mariani che è da una trentina di anni in azienda – attualmente è alla guida di Mbda, consorzio che si occupa di missili – e ha seguito la nascita e lo sviluppo dei progetti più importanti. Il paradosso – sì, si può chiamare paradosso – è che Mariani era il candidato suggerito da Guido Crosetto, il ministro della Difesa, all’alba di tre anni fa e sul nome di Mariani ci furono tensioni con Chigi. Ora, secondo rumors, pare sia stato proprio Crosetto il più strenuo difensore di Cingolani, ancorché inutilmente, anche perché cambiare la guida di Leonardo in un momento come questo, dove da Difesa è prioritaria, si tratta per lo meno un azzardo. Contenuto però dal fatto, come si diceva, che Mariani conosce tutto e tutti all’interno di Leonardo e quindi l’impatto sarà (dovrebbe essere) abbastanza soft.

La domanda è una sola: perché ‘fare fuori’ Cingolani che nell’ultimo esercizio ha portato l’utile a 1,3 miliardi (+15%) e a una netta crescita dei ricavi (+11%)? La risposta, al di là di alcune scaramucce su nomine interne, sta in un nome: Michelangelo. Per la precisione il Michelangelo Dome, lo scudo spaziale per proteggersi dai missili e dai droni capace con l’intelligenza artificiale di collegare diverse piattaforme, molto simile all’Iron Dome israeliano. Il progetto sarebbe stato portato avanti in eccessiva autonomia da Cingolani, al punto da infastidire la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Di qui la decisione di virare su Mariani, anzi prima di estromettere Cingolani e poi di virare su Mariani.

Il tempo stabilirà se è stata una mossa indovinata o una buccia di banana per un colosso che vanta 50mila dipendenti e 180 sedi in tutto il mondo. Di sicuro Cingolani era e resta una risorsa importante per l’Italia, uno dei pochi che può vantare credibilità fuori le mura e conoscenze di spessore. Ma, a quanto pare, poco empatico con chi sta nella stanza dei bottoni.

Ue, Bei: Nel 2025 quadruplicati a 4 miliardi i fondi per la difesa

Record di 11,6 miliardi di euro dedicati alle reti europee; un terzo degli investimenti totali per la transizione energetica; risorse quadruplicate per la difesa. Sono i dati della relazione sui risultati annuali del gruppo Banca europea per gli investimenti (Bei) per il 2025 da cui emerge che è stato rispettato l’obiettivo di mantenere il 60% di finanziamenti in sostenibilità e che alla difesa sono andati quattro miliardi di euro: pari al 5% delle attività annuali del Gruppo Bei nell’Ue e a quattro volte le risorse messe in campo nel 2024. Questo è da ricondurre anche al fatto che, a metà dell’anno scorso, la Banca europea per gli investimenti aveva deciso di espandere il proprio raggio d’azione nel comparto grazie ad un aumento complessivo di spesa fino a 100 miliardi di euro. Al di là di ciò “abbiamo fatto meglio del previsto, avendo già raggiunto lo scorso anno l’obiettivo che ci eravamo prefissati per il 2026”, ha sottolineato la presidente della Bei, Nadia Calviño. Che si è detta “fiduciosa di poterlo confermare anche alla fine di quest’anno” dal momento che “non c’è dubbio che l’Unione europea debba accrescere la propria capacità di difesa”.

Dai dati della relazione emerge che quasi il 60% dei finanziamenti totali del Gruppo Bei nel 2025 è stato destinato a progetti verdi, dalle grandi reti e interconnessioni energetiche alla realizzazione di sistemi di stoccaggio e di energie rinnovabili, alle tecnologie pulite per la decarbonizzazione dell’industria pesante, nonché agli investimenti per l’adattamento, come le infrastrutture idriche, rafforzando la resilienza delle economie e delle società ai cambiamenti climatici e al loro impatto. Un importo “record” di 11,6 miliardi di euro è stato destinato a progetti di reti e stoccaggio, a sostegno della sicurezza dell’approvvigionamento elettrico. E si stima che il finanziamento firmato lo scorso anno contribuirà alla costruzione o all’ammodernamento di 56 mila km di linee elettriche, dall’interconnessione storica del Golfo di Biscaglia tra la Penisola Iberica e la Francia, passando per un cavo sottomarino che collega due regioni dell’Italia centrale, fino alle reti locali e alle infrastrutture elettriche municipali in Germania. I finanziamenti del Gruppo Bei hanno sostenuto un quinto di tutta la nuova capacità solare installata, un progetto eolico onshore su tre, e la stragrande maggioranza di tutti i progetti eolici offshore nel 2025.

Nel campo della salute, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie, l’anno scorso si è avuto il lancio di TechEU, “il più grande programma di finanziamento per l’innovazione di sempre”, con cui il Gruppo Bei prevede di mobilitare almeno 250 miliardi di euro di investimenti entro il 2027, puntando a trattenere in Europa le idee, le aziende e le tecnologie. I calcoli prevedono che i finanziamenti erogati solo lo scorso anno mobiliteranno oltre 100 miliardi di euro di investimenti, dalle reti 6G basate sull’intelligenza artificiale alla produzione di semiconduttori. Mentre, in qualità di finanziatore fondamentale dell’innovazione, il Fondo europeo per gli investimenti (Fei), la filiale della Bei dedicata al finanziamento del rischio, ha erogato quasi 16 miliardi di euro in garanzie e finanziamenti azionari per piccole imprese e startup in tutta l’Ue.

Infine, il Piano per un’edilizia abitativa accessibile e sostenibile del Gruppo Bei, lanciato nel 2025 insieme alla Commissione europea, ha portato i finanziamenti per l’innovazione, le ristrutturazioni e le nuove costruzioni a oltre 5 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 50% su base annua, con un ulteriore incremento previsto per il 2026. Mentre i finanziamenti per l’agricoltura e la bioeconomia hanno raggiunto la cifra record di quasi 8 miliardi di euro e quelli per l’Ucraina hanno toccato “un nuovo record e ora superano i 4 miliardi di euro dall’inizio dell’invasione russa, con un nuovo progetto firmato o inaugurato ogni due settimane, da scuole, ospedali e strutture comunitarie al teleriscaldamento e alla fornitura di energia elettrica”.

Si parlerà anche di questi temi nell’edizione 2026 di Connact Annual Meetingorganizzato dalla Fondazione Articolo 49 con l’Ufficio di Collegamento del Parlamento europeo in Italia, che si svolgerà a Bruxelles il 4 febbraio.

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La Difesa cambia, entro 6 mesi riforma in cdm: si punta su Riserva e cybersicurezza

Il quadro geopolitico continua a evolvere con una velocità sorprendente e anche la Difesa italiana cambia pelle.

Entro sei mesi, secondo quanto filtra da fonti istituzionali, sul tavolo del consiglio dei ministri arriverà il disegno di legge di revisione delle forze armate. Non si potrebbe aspettare oltre, date le rapide trasformazioni degli equilibri mondiali. Si dovrà quindi intervenire sulle capacità operative, sulla semplificazione dei processi amministrativi e sulla riorganizzazione di strutture e personale. Allo studio, c’è la creazione di una Riserva, così come lo sviluppo delle capacità di cybersicurezza. Oggi si è riunito per la prima volta il Comitato Strategico incaricato di avviare i lavori preliminari per la definizione del Ddl, che dovrà elaborare una proposta quanto più strutturata e coerente possibile, capace di rispondere alle esigenze operative, organizzative e strategiche del Paese, “in linea con gli impegni internazionali assunti dall’Italia“, ricorda il ministero.

È arrivato il momento di adeguare le forze armate al nuovo contesto geopolitico. Serve una riforma complessiva e profonda, che riguardi l’Istituzione nel suo insieme: non una riforma del ministro, ma una riforma delle forze armate“, tiene a precisare il ministro Guido Crosetto in apertura dei lavori. Il percorso avviato ha natura tecnica e operativa, “non politica“, specifica il dicastero di via XX Settembre e si fonda sul contributo di chi opera quotidianamente nel settore della difesa e sicurezza, in ambito nazionale e internazionale.

La Difesa, osserva Crosetto, rappresenta “il garante delle nostre libertà” in uno scenario internazionale segnato da crisi e conflitti, ribadendo la necessità di fondare la revisione sull’esperienza concreta di chi opera sul campo. Le forze armate saranno infatti pienamente coinvolte in tutte le fasi di analisi ed elaborazione. “Quando la riforma sarà discussa in Parlamento, non sarà il ministro a spiegarla: manderò le forze armate, uomini e donne che conoscono i limiti attuali e le necessità reali“, sottolinea. Il disegno di legge punterà a ottimizzare l’impiego delle risorse pubbliche e a rafforzare la sicurezza nazionale, rendendo la Difesa uno strumento “più resiliente, rispondente alle nuove sfide e reattivo“. I lavori procederanno con “tempi rapidi”, viene ribadito, e in un quadro di “piena collaborazione tra tutte le Istituzioni, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo dell’Italia nello scenario internazionale“.

Meloni: Per allontanare guerra serve difesa credibile. Dl armi Kiev slitta ancora

In un tempo in cui le parole guerra e pace tornano quotidianamente nel dibattito politico, capire che “la pace è un bene prezioso quando la si possiede ed è da ricercare con tutte le forze quando la si perde” si può solo se si conosce la guerra e si è “preparati a fronteggiarla“. A tre giorni dal Natale, Giorgia Meloni visita il Comando operativo di vertice interforze per ringraziare gli uomini in divisa impegnati su diversi fronti e che trascorreranno le feste lontani dalle proprie famiglie.

La premier torna sul concetto di deterrenza come strumento indispensabile per la pace: “Non ho mai accettato l’idea di chi contrappone il pacifismo alle forze armate“, insiste, citando ancora, come già ha fatto più volte il ‘si vis pacem para bellum’, ‘chi vuole la pace prepari la guerra’ di Publio Vegezio Renato. “Il punto – spiega – è che il suo non è, come molti pensano, un messaggio bellicista, tutt’altro, è un messaggio pragmatico. Il senso è che solo una forza militare credibile allontana la guerra, perché la pace non arriva spontaneamente, la pace è soprattutto un equilibrio di potenze. La debolezza invita l’aggressore, la forza allontana l’aggressore“. Secondo la prima ministra, la forza degli eserciti sta nella loro credibilità e la diplomazia deve poggiare su “basi solide” che, dice collegata con le missioni internazionali, “voi costruite con il vostro sacrificio, la vostra competenza, la vostra professionalità, con il vostro coraggio. Se riusciremo a riportare pace, l’obiettivo più grande di questo tempo, sarà grazie a voi”.

Intanto, guardando a Est, il decreto armi per Kiev slitta ancora. Dev’essere approvato entro la fine del mese, ma non finisce sul tavolo del consiglio dei ministri neanche oggi. Resta la data del 29 dicembre, ultimo cdm previsto dell’anno: “Fare il decreto per il 2026 l’1 dicembre o il 29 non cambia nulla, perché un decreto legge entra immediatamente in vigore e ci basta che lo sia l’1 gennaio“, chiarisce sui social il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Farlo più tardi possibile – spiega – è solo un modo per avere più tempo per la conversione“.

In maggioranza la posizione non è compatta. La Lega di Matteo Salvini frena nuovi invii di armi: “Lavoriamo perché il decreto si incentri sulla difesa e non sull’attacco alla Russia”, ha sottolineato ieri il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Dalle colonne del Resto del Carlino però il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, torna a ripetere che si farà e che riguarderà sia la difesa che le armi: “Io mi auguro che non serva più inviare nessun armamento se si arriva alla pace. Ma, se sarà necessario, ci saranno anche gli invii di materiali militari. E mi pare che la Lega non si sia tirata indietro nei voti“, scandisce. Di “normali velature di opinioni diverse” parla Giovanni Donzelli, deputato FdI alla guida dell’organizzazione del partito, sicuro che la sintesi della leadership arrivi sempre “rapida ed efficace“. Nessuna preoccupazione, giura: “né per la maggioranza né per la tenuta della credibilità dell’Italia. Ne avrei se non ci fossimo noi al governo”. 

Difesa, Crosetto: “In manovra nessuna riconversione aziende”. Ma è polemica

Non ci sarà nessuna riconversione di fabbriche e industrie per la produzione di armi. Guido Crosetto smentisce la notizia comparsa sui quotidiani questa mattina, dopo l’ok della commissione Bilancio del Senato all’emendamento sulla produzione e il commercio di armi riformulato dal Governo sull’ampliamento di basi e programmi strategici della Difesa.

Nel testo, si legge che “al fine di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa riferite alla produzione e al commercio di armi, di materiale bellico e sistemi d’arma, con uno o più decreti del ministro della Difesa di concerto con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sono individuate, anche con funzioni ricognitive e comunque nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente, le attività, le aree e le relative opere, nonché i progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, ampiamento, conversione, gestione e sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale”.

“Per amore della verità, della quale mi pare ormai non interessi nulla a nessuno – chiarisce il ministro -, ritengo doveroso informare che l’emendamento in questione non mira né a ‘trasformare le fabbriche italiane in luoghi di produzione di armi’ né, tantomeno, a ‘trasformare l’economia italiana in un’economia di guerra’”. L’emendamento, di iniziativa parlamentare, si inserisce in quello che il titolare della Difesa definisce come un “quadro di coerenza” con gli indirizzi europei delineati dalla Commissione nell’ambito del pacchetto omnibus e contribuisce, in particolare, a una ricognizione delle aree in cui già insistono complessi industriali del settore Difesa, per consentire, su tali insediamenti, interventi di “semplificazione amministrativa e di riduzione degli oneri burocratici, senza alcuna intenzione né possibilità di estendere ad altre questa corsia burocratica accelerata”, spiega Crosetto.

Per il ministro, l’intervento normativo ha un obiettivo “circoscritto e definito”: rafforzare le capacità industriali e infrastrutturali del comparto , senza introdurre alcuna modifica strutturale o sistemica all’assetto economico generale del Paese. Si tratterebbe dunque di misure per “rendere più efficienti processi già esistenti, accelerando lo sviluppo di capacità industriali e infrastrutturali strategiche, senza estensioni indiscriminate né riconversioni del tessuto produttivo nazionale”. “È un governo di pasticcioni, diviso e incapace”, punta il dito il parlamentare di Avs Angelo Bonelli, parlando di una manovra che “gioca con la vita degli italiani e trasforma l’Italia in un’economia di guerra”.

Questa mattina, per gli auguri ai contingenti militari italiani impegnati nei teatri di operazioni internazionali, dal Covi Crosetto è tornato sull’urgenza di investire per farsi trovare pronti davanti alla “guerra ibrida”, che non soltanto sullo scacchiere ucraino, ma anche in Africa, nel Medio Oriente, nei Balcani: “Dobbiamo attrezzare la nostra difesa per vivere in questo scenario”, ha detto, ricordando che ormai ai militari viene chiesto di “cambiare ogni mese, ogni settimana, la mentalità, perché ogni mese, ogni settimana cambia il quadro del ferimento, cambia la nostra possibilità di interagire, di difendere la capacità offensiva dei nemici”. La fase di instabilità, al livello mondiale, è “senza precedenti” secondo il ministro, che ha elencato 59 conflitti attivi, 78 stati coinvolti in guerre al di fuori dei propri confini, 17 Paesi che hanno subito nel 2024 più di mille morti. “Il mondo non ha mai visto questa situazione da dopo la seconda guerra mondiale”, ha scandito, insistendo sulla necessità di avere uno strumento militare capace di “operare efficacemente” in un dominio che cambia ogni giorno: “La nostra sfida non è difendersi, ma prevenire le crisi”, ha detto.

Quanto all’impegno per l’Ucraina, per il deputato Pd Filippo Sensi le posizioni di Crosetto equivalgono a un “bollettino di Cadorna”: “Non si leggeva dall’epoca una simile ammissione di sconfitta. Sono sgomento. L’Ucraina lasciata dall’Italia con la mazzafionda. Provo una vergogna profonda”, ha denunciato Sensi. “Ti invito ad aspettare il decreto”, la risposta del ministro, che ha precisato: “Nessuna sconfitta, nessuna sconfessione, nessun abbandono. Non devi vergognarti di nulla se non ti sei vergognato in questi quasi quattro anni, perché noi continueremo ad aiutare chi non fa altro che cercare di sopravvivere”.

Mattarella avverte: “La Russia vuole ridefinire con la forza i confini dell’Europa”

Nulla avviene per ‘caso’ e nessun problema si risolve con la forza. Il discorso che Sergio Mattarella tiene alla 18esima Conferenza degli ambasciatori d’Italia è carico di significato. Le evoluzioni delle tensioni, dall’Ucraina al Medio Oriente, al Sahel, Corno d’Africa, Asia orientale, ma anche America Latina e Caraibi, richiedono uno sforzo massimo alla diplomazia, ovvero professionisti che nei momenti più delicati della storia cercano “spazi di dialogo”.

Il presidente della Repubblica si concentra particolarmente su quello che da quasi quattro anni, ormai, accade sul confine a est dell’Europa, dove la Russia prosegue l’aggressione all’Ucraina “con vittime e immani distruzioni, e con l’aberrante intendimento, malgrado gli sforzi negoziali in atto, di infrangere il principio del rifiuto di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa”. Una situazione inaccettabile e inammissibile sin dai tempi della Conferenza di Helsinki, cinquant’anni fa.

L’ordine mondiale così come lo abbiamo conosciuto fino ai giorni nostri è sotto attacco e mostra “crepe sempre più estese e profonde”, di questo ne è ben consapevole il capo dello Stato, che indica due vie d’uscita in una “situazione internazionale imprevedibile e, per qualche aspetto, sorprendente” che “provoca disorientamento” nelle comunità. “Nel contesto attuale è possibile essere protagonisti puntando su due ambiti, quello multilaterale e quello degli organismi sovranazionali, come l’Unione europea, che possono consentire di raggiungere la massa critica necessaria per evitare di ricadere in ambizioni velleitarie”, sottolinea Mattarella. Per questo motivo ritiene “a dir poco singolare che, mentre si affacciano, in ambito internazionale, esperienze dirette a unire Stati e a coordinarne le aspirazioni e le attività, si assista a una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione europea” addirittura “alterando la verità e presentandola anziché come una delle esperienze storiche di successo per la democrazia e per i diritti, sviluppatasi anche con la condivisione e con l’apprezzamento dell’intero Occidente, come una organizzazione oppressiva, se non addirittura nemica della libertà”.

L’Ue, così come il multilateralismo, invece, sono potenziali argini ai tentativi in atto di affermazione da parte di “inediti ma opachi centri di potere, di fatto sottratti alla capacità normativa e giurisdizionale degli Stati sovrani e degli organismi sovranazionali”. Anche usando la disinformazione in quella che ormai viene definita come la ‘guerra ibrida’, combattuta soffiando sul fuoco di crisi globali come cambiamento climatico, disuguaglianze economiche, crisi energetiche e povertà diffusa, per disorientare i popoli e abbatterne le difese istituzionali diplomatiche.

In questo scenario ci sono poi transizioni e grandi trasformazioni, anche tecnologiche, da gestire. Dunque, “oggi, forse ancor più che nel recente passato, è indispensabile disporre di una diplomazia, competente e ben formata”, avverte Mattarella. Perché “paradossalmente, l’evoluzione tecnologica degli armamenti e l’uso dell’intelligenza artificiale espongono a rischi accresciuti”. Il presidente della Repubblica si sofferma sul tema, con un passaggio forte ma molto ben calibrato: “Penso sia molto sottile il crinale tra l’illusione del dominio infallibile delle intelligenze artificiali e la prevalenza definitiva della stupidità naturale, che purtroppo, come noto nell’aforisma, attribuito ad Albert Einstein, può tendere all’infinito”.

Altro punto cruciale del suo discorso agli ambasciatori riguarda le tensioni economiche e commerciali, “con la diffusione di politiche e strumenti che puntano a rafforzare artificiosamente il proprio Paese a scapito degli altri”. Ovvero: “Sovraccapacità produttiva, dumping, dazi, dominio delle catene di approvvigionamento e coercizione economica, solo per citare alcune tra le distorsioni più significative, nuocciono a un mondo pacifico e interdipendente”. Mentre la strada del progresso, mette in guardia, “è soltanto quella del rafforzamento della collaborazione. L’alternativa porta ad avvolgersi nella spirale dell’instabilità”.

Mattarella cita il Mediterraneo e la centralità del nostro Paese in questo crocevia mondiale: “La nostra economia è legata ai flussi globali; la nostra società è aperta al mondo; la nostra evoluzione politica ha tratto beneficio dalla costruzione europea, dalle istituzioni multilaterali, dalla cooperazione”. Ma “è evidente che è in atto un’operazione, diretta contro il campo occidentale, che vorrebbe allontanare le democrazie dai propri valori, separando i destini delle diverse nazioni”. Per questo “non è possibile distrarsi e non sono consentiti errori”. Dunque, più diplomazia, anzi, “poli-diplomazia” per affrontare l’epoca delle “poli-crisi”: questo è il messaggio del capo dello Stato.