Difesa, Crosetto: “L’Europa ha poco tempo, metta da parte gli egoismi e unisca le forze”

Il tempo dell’Europa per recuperare i ritardi sulla difesa è “pochissimo” e gli egoismi vanno “messi da parte”. Da un convegno della Fondazione Giorgio Napolitano e della Luiss, Guido Crosetto sferza Bruxelles e ricorda: “nessuna nazione può superare questo momento da sola”.

Il ministro della Difesa insiste sulla necessità di superare la frammentazione tra gli Stati membri. Perché il principale ostacolo alla costruzione di una vera difesa comune, spiega, è rappresentato anche da “un po’ di egoismo nazionalista in ogni Stato” e dalla necessità di cambiare un metodo di lavoro consolidato. L’obiettivo, insiste, dovrebbe essere quello di mettere insieme, anziché contrapporre, i diversi livelli della difesa europea.

“Ogni nazione è insufficiente da sola a costruire una difesa e una deterrenza europea”, osserva il ministro, mentre l’unione delle capacità dei singoli Paesi potrebbe, nelle sue parole, accrescere la capacità complessiva di difesa e deterrenza del continente. Finora, ricorda, gran parte della deterrenza europea è stata affidata alla Nato, che oggi chiede un maggiore impegno da parte degli Stati europei.

È soprattutto il fattore tempo a preoccupare Crosetto. “Drammaticamente il tempo non si ferma”, dice, sottolineando che gli Stati possono acquistare armamenti, tecnologia e capacità industriali, “tutto fuorché il tempo”. Per il ministro, il ritardo europeo riguarda la sicurezza nel suo complesso e coinvolge anche la dimensione scientifica e tecnologica. “Abbiamo pochissimo tempo”, ribadisce, evidenziando quella che definisce una “scarsa attitudine ad essere veloci” proprio mentre le esigenze di sicurezza impongono decisioni e investimenti più rapidi.

La difficoltà emerge anche quando si affronta il tema della difesa a livello dell’Unione. “L’Europa dei 27, quando gli parli di difesa, diventa subito un problema”, spiega Crosetto. Da qui la proposta di ragionare non soltanto sulla difesa dell’Unione europea, ma più in generale sulla difesa del continente, evitando che il tema venga ricondotto esclusivamente alla gestione delle esigenze industriali dei singoli Paesi.

Da un anno e mezzo, rivendica il ministro, “sto parlando di difesa continentale europea”: “Se dovessimo mandare un battaglione italiano per aiutare la Lettonia invasa ci metteremo due mesi di autorizzazione burocratiche, poi probabilmente non riusciremmo ad arrivare perché non ci sarebbero i ponti o le strade dove passare. Stiamo parlando di una cosa banale, la mobilita militare europea in caso di catastrofi, su cui non siamo riusciti a fare un passo avanti”.

L’attenzione sul fianco Est dell’Europa è effettivamente altissima, ma sul nuovo allarme degli 007 tedeschi il titolare della Difesa non getta benzina sul fuoco: “L’Italia segue con attenzione le valutazioni dell’intelligence sulla sicurezza del fianco orientale europeo”, assicura, ricordando che i rapporti sul tema non sono un fenomeno recente. Il ministro ribadisce però la necessità di evitare un’escalation sul piano delle dichiarazioni pubbliche: “Alle minacce si risponde in modo serio e normalmente si risponde non pubblicamente”, afferma, spiegando che l’Italia ha cercato finora di non aumentare il livello di tensione.

Nel quadro della sicurezza internazionale, secondo Crosetto Roma dovrebbe continuare a concentrarsi soprattutto sulla pacificazione dei territori al termine dei conflitti. “Noi non partecipiamo alle guerre”, afferma e richiama il ripudio della guerra sancito dalla Costituzione, ricordando l’impegno delle forze armate italiane nelle missioni di stabilizzazione, dall’Afghanistan al Libano.

Nelle missioni europee, della Nato e delle Nazioni Unite, Roma vuole mantenere un ruolo internazionale significativo. Come quello che attualmente detiene in Aspides, per difendere le rotte commerciali nel Mar Rosso. Per la missione, Crosetto ha chiesto due volte a Bruxelles un potenziamento: “Pare che alcune nazioni abbiano detto che stanno valutando di inviare degli assetti”, riferisce. “Una o due nazioni stanno valutando, per cui tre navi in più sarebbero importanti.

Houthi attaccano base saudita: colpito Eurofighter italiano. Crosetto a Kallas: “Rafforzare Aspides”

La guerra tra Arabia Saudita e milizie Houthi nello Yemen sfiora anche l’Italia, impegnata con un contingente nella missione Inherent Resolve a difesa saudita: un caccia Eurofighter F-2000 dell’aeronautica militare resta colpito in un attacco contro la base aerea di Ta’if. Il mezzo era parcheggiato all’interno di un’area decentrata della struttura, dove opera il contingente e, nonostante i danni all’aereo, l’attacco non ha causato feriti tra i soldati italiani né altri danni alle infrastrutture utilizzate dal personale.

Guido Crosetto segue la situazione in contatto con il capo di stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano. L’incolumità dei militari, rivendica il ministro della Difesa, è stata preservata anche “grazie alle rigorose misure di sicurezza già predisposte da tempo”. In una riunione di aggiornamento con i vertici interforze Crosetto ribadisce poi la “massima attenzione dell’esecutivo nel garantire la tutela del contingente”. La crisi della navigazione commerciale nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab el-Mandeb assume intanto contorni sempre più critici a causa delle continue minacce e degli attacchi degli Houthi.

L’Alta rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, definisce “inaccettabili” le offensive contro le rotte marittime e l’Arabia Saudita, confermando che l’operazione navale europea Aspides “ha innalzato il livello di allerta delle proprie unità impegnate nella scorta ai mercantili”.

Di fronte al peggiorare dello scenario, però, il governo italiano chiede a Bruxelles un intervento più importante. Crosetto scrive a Kallas per sollecitare un potenziamento della missione Aspides attraverso l’invio di nuove navi da parte di altri Paesi membri dell’Unione Europea. L’Italia si dice disponibile a schierare una seconda fregata ad affiancare la nave Bergamini, a patto però che i costi dell’operazione vengano condivisi dai ventisette Paesi del blocco comunitario.

Sul fronte diplomatico, Antonio Tajani fuga ogni dubbio su un ipotetico coinvolgimento diretto dell’Italia in azioni belliche, escludendo l’ingresso del Paese in guerra. Il ministro degli Esteri ricorda che la missione Aspides ha una natura “unicamente di protezione e non di attacco” contro le postazioni Houthi. L’obiettivo primario resta quello di “garantire il libero transito dei mercantili italiani lungo snodi marittimi strategici come Bab el-Mandeb e Hormuz, dai quali dipende larga parte del commercio diretto verso l’Africa e l’Oriente”.

Nonostante le rassicurazioni fornite dall’esecutivo, la reazione delle opposizioni resta dura. Il campo largo chiede un passaggio parlamentare immediato. Per i capigruppo del Partito Democratico nelle commissioni Esteri e Difesa, Stefano Graziano, Alessandro Alfieri ed Enzo Amendola, l’attacco subito alla base di Ta’if “non può essere liquidato come un banale incidente”. I parlamentari dem chiedono che Crosetto riferisca al più presto in Aula per chiarire la reale natura e i rischi della presenza italiana in territorio saudita, cresciuta negli ultimi mesi senza una specifica autorizzazione delle Camere. Sulla stessa linea il Movimento 5 Stelle, che pur valutando positivamente la protezione delle navi commerciali italiane, sollecita l’avvio di un lavoro di prevenzione condotto dall’intelligence per “evitare incidenti e contatti a fuoco”. I capigruppo pentastellati Bruno Marton, Francesco Silvestri e Arnaldo Lomuti intimano al governo di non ricorrere a cavilli procedurali per evitare il confronto parlamentare, chiedendo comunicazioni dettagliate seguite da un dibattito con voto finale. Analoghe preoccupazioni giungono da Alleanza Verdi e Sinistra: Angelo Bonelli denuncia il rischio che l’Italia venga progressivamente trascinata nella spirale del conflitto mediorientale, contestando l’assunzione di decisioni unilaterali “quando è in gioco l’impiego delle forze armate in aree operative ad alto rischio”.

 

Meloni: “Non mi pento dell’investimento politico con Trump, penso a unità Occidente”

Dal vertice Nato di Ankara, Giorgia Meloni non torna sull’ultimo attacco di Donald Trump nei suoi confronti e rivendica la scelta di aver puntato sul rapporto con il presidente americano come parte di una strategia più ampia, fondata sull’unità dell’Occidente: “Non mi pento assolutamente dell’investimento politico che ho fatto“, afferma.

Nella conferenza stampa conclusiva del summit, la presidente del Consiglio respinge l’idea che i recenti attacchi del leader statunitense possano indurla a cambiare linea. “Ho fatto un investimento politico per convinzione sull’unità dell’Occidente, l’ho rivendicata a 360 gradi, non è una strategia che ho messo in campo con l’arrivo di Donald Trump“, insiste. Una posizione che, sottolinea, ha guidato i rapporti con tutti gli interlocutori internazionali. Anche sull’utilizzo delle basi americane su suolo italiano la linea non cambia: “Abbiamo detto che non avremmo partecipato agli attacchi all’Iran e non parteciperemo agli attacchi“, mette in chiaro. Le “affinità” con Trump su alcuni temi esistono, ammette. Meloni pensa all’immigrazione e alla critica della cultura woke, elementi che facevano ritenere possibile un rapporto più semplice. Tuttavia, aggiunge, “le cose stanno andando come abbiamo visto”, senza che questo però modifichi l’impostazione del governo italiano. “Non cambio idea su quale sia l’interesse italiano, perché le scelte che io faccio non sono scelte dettate da ragioni elettorali”.

Le dichiarazioni arrivano al termine di un vertice che la premier definisce “breve ma intenso“, in una fase in cui “lo scenario di sicurezza globale muta con una rapidità estrema“. Per Meloni, il risultato principale dell’incontro è l’immagine di una Nato “unita, consapevole delle sfide che ha di fronte e determinata a rafforzarsi”, con un’attenzione crescente non solo agli equilibri geopolitici ma anche alla sicurezza quotidiana dei cittadini. Sul piano della difesa, la presidente del Consiglio conferma l’impegno dell’Italia a rispettare gli obiettivi fissati dall’Alleanza. “Oggi siamo al 2,8% del Pil e il prossimo anno faremo ulteriori sforzi per crescere ancora“, spiega, precisando però di non ritenere necessario andare oltre gli impegni già assunti e di volerlo fare “in modo sostenibile“, cioè stabilendo i tempi, i modi, le priorità in base “alle nostre possibilità“. Al tempo stesso, la prima ministra respinge le accuse dell’opposizione secondo cui l’aumento delle spese militari penalizzerebbe sanità e welfare. “L’accusa di un’Italia che chiude gli ospedali per comprare i carri armati è ridicola”, tuona, assicurando che il governo non intende sottrarre risorse ad altri settori considerati strategici.

Meloni rivendica inoltre il contributo italiano alla sicurezza dell’Alleanza, ricordando i quasi 3mila militari impegnati nelle missioni Nato (“Siamo la nazione che offre più uomini”) e definendo l’Italia “un fornitore di sicurezza” credibile, anche grazie all’attenzione dedicata al fianco Sud e al Mediterraneo allargato.

Nel corso della giornata la premier incontra anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ribadendo il sostegno italiano a Kiev e la prosecuzione dell’assistenza alla popolazione civile, con particolare riguardo alle infrastrutture energetiche colpite dagli attacchi russi. Zelensky definisce “importante” il colloquio e ringrazia Roma per un aiuto “sempre coerente con i propri principi”, auspicando un rafforzamento della cooperazione sulla difesa antibalistica. Per quanto riguarda gli aiuti militari, il ministro della Difesa Guido Crosetto sta “facendo una valutazione in questo senso”, annuncia Meloni. Per il momento, si va avanti con il sostegno chiesto da Kiev a Roma sulle infrastrutture energetiche perché le imprese italiane “sono le uniche che producono un tipo di generatore che è necessario all’Ucraina”. Lunedì 13 luglio, al vertice dei Volenterosi a Parigi, l’Italia ci sarà, ma sarà rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nessun mistero, assicura la premier ai giornalisti: “Al sesto vertice in tre settimane e mezzo io passo. Potete scrivere tutti gli articoli che volete, non c’è alcun disimpegno sull’Ucraina ma nemmeno posso permettermi un disimpegno sull’Italia”.

Iran: “Italia complice degli attacchi Usa”. Meloni: “Da Rutte ricostruzione semplicistica”

L’Italia accusa il colpo sia da Washington che da Teheran. Se Donald Trump continua a dirsi “deluso” per non aver ricevuto l’ok a un uso senza limitazioni delle basi americane nel Paese, dopo le parole del segretario della Nato l’Iran non si fida più e addita Roma di “complicità negli attacchi”.

Ieri, Mark Rutte ha parlato del supporto ricevuto dai Paesi europei nell’operazione Epic Fury, facendo l’esempio di Roma, che avrebbe fatto decollare dalle basi americane sul suo suolo 500 aerei diretti verso Teheran. “L’Italia e la Romania sono esplicitamente nominate come partecipanti all’aggressione contro l’Iran”, scrive su X il portavoce degli Esteri Esmaeil Baqei, chiedendo spiegazioni sulla “collusione nelle atrocità di massa” commesse “da Stati Uniti e Israele”. Si tratta, sottolinea Baqei, “di una chiara e schiacciante ammissione della complicità attiva della Nato in una guerra di aggressione illegale contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni Unite, una flagrante violazione delle norme imperative del diritto internazionale”.

“Non abbiamo partecipato al conflitto in Iran”, chiarisce Giorgia Meloni durante la conferenza stampa del vertice Italia-Francia di Cap d’Antibes. Del resto, evidenzia, “se avessimo partecipato non si spiegherebbe questa delusione che viene reiterata da parte del presidente americano molto spesso”. Gli impegni sono stati rispettati cedendo le basi per attività che “non erano cinetiche, ma che erano di natura logistica e tecnica e quando si sono prospettate delle richieste che esulavano da quel perimetro, noi non abbiamo concesso l’utilizzo”, ribadisce. “Non so dire come sia emersa questa semplicistica ricostruzione, ma in ogni caso – sottolinea la premier – credo che si debba essere prudenti quando si parla di questa materia”.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani telefona all’omologo iraniano Abbas Araghchi per spiegare ancora una volta che l’Italia “non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare e non ha mai autorizzato l’utilizzo delle basi per azioni di guerra contro l’Iran, nel rispetto più rigoroso dei trattati con gli Stati Uniti”. Nel colloquio, il vicepremier chiede anche che si torni a una piena apertura dello Stretto di Hormuz, favorendo il passaggio di tutte le navi cargo italiane ancora bloccate: “La riapertura dell’ambasciata italiana a Teheran è un forte segnale di dialogo anche in vista della ripresa dei rapporti economici e culturali”, spiega Tajani.

Guido Crosetto richiama politici e stampa a un “senso di responsabilità maggiore” di quello usato negli scontri che non riguardino temi di sicurezza. Perché, denuncia, “le parole a ‘caso’ del Segretario Generale della Nato, inopportune e superflue, amplificate da un approccio politico interno sempre pronto a danneggiare l’Italia pur di colpire il Governo pro tempore, stanno generando una tempesta in un bicchiere d’acqua sul piano interno, ma rischiano di produrre conseguenze ben più serie sul piano internazionale”. Il ministro della Difesa ribadisce che l’Italia ha sempre agito nel pieno e rigoroso rispetto dei trattati internazionali e riferisce che i dati tecnici dimostrano che il numero dei voli transitati nelle basi italiane tra il 28 febbraio, data di inizio dei bombardamenti americani in Iran, e il 23 giugno 2026 “è sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti e, in diversi casi, persino inferiore”.

A Manama intanto il segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio vede i ministri degli Esteri dei Paesi del Golfo e parlando con i cronisti ribadisce che Trump è “ovviamente molto turbato perché ritiene che non solo l’Italia, ma anche altri Paesi, in un momento in cui ci trovavamo ad affrontare una minaccia non si siano fatti avanti e non abbiano fatto abbastanza. Non c’erano, l’Italia, purtroppo, è tra questi”.

Tajani-Crosetto: “Scenario internazionale degradato. Torna attuale minaccia atomica”

In uno scenario internazionale “estremamente degradato” e “interconnesso”, la politica internazionale italiana guarda alla pace, ma anche agli interessi e alla crescita del Paese. I ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, tornano davanti alle commissioni di Camera e Senato per comunicare sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Riferiscono insieme in Parlamento, dato il quadro complesso dello scacchiere geopolitico. Iran, Libano, Ucraina, Africa: lo sguardo è sul mondo. Quello che emerge è che lo scenario è in continua evoluzione, caratterizzato da “instabilità diffuse” e con focolai di tensione “profondamente collegati tra di loro”, spiega Crosetto.

L’inquilino della Farnesina parla di una strategia volta alla stabilità, soprattutto quella nell’area del Mediterraneo e a una politica estera “finalizzata a far sì che l’Italia possa essere protagonista all’interno dell’Unione Europea e del G7”, ma anche “finalizzata a far crescere l’export, che rappresenta quasi il 40% del Pil”. Crosetto ricorda che la pace “non è più un dato acquisito”, ma va “costruita, protetta e consolidata” e che la Difesa lavora sui diversi teatri con “presenza, aiuto, capacità operativa, protezione, sicurezza, addestramento e stabilizzazione in prospettiva sviluppo”.

Situazione complessa in Ucraina. Il vicepremier riferisce degli “sconsiderati bombardamenti russi negli ultimi giorni”, che hanno provocato nuove stragi di civili, colpendo aree residenziali a Kiev e infrastrutture critiche con gravi rischi di escalation “anche al di fuori del territorio ucraino”. Pochi giorni fa un drone ha violato lo spazio aereo della Romania colpendo un edificio residenziale e ferendo due civili, tra cui un minore sul territorio di un Paese membro delle Nato e dell’Unione Europea: “E’ un atto inaccettabile che abbiamo condannato con la massima fermezza”, deplora Tajani, ribadendo che la posizione dell’Italia non è mai cambiata, il sostegno a Kiev “resta una priorità del Governo”, che sostiene gli sforzi negoziali in stretto coordinamento con i partner del G7 e dell’Ue. “La Russia – segnala il ministro – deve però dimostrare di volersi sedere in buona fede al tavolo dei negoziati. Purtroppo i segnali che continuano a venire da Mosca non vanno assolutamente nella direzione del dialogo”.

Con la delibera di missione verranno stanziati altri 40 milioni di euro destinati in particolare alle infrastrutture energetiche, bersaglio sistematico degli attacchi russi, e allo sminamento dei territori liberati. Poche settimane fa il Comitato Congiunto dell’Operazione dello Sviluppo ha voluto stanziare 50 milioni per un progetto a sostegno delle famiglie le cui abitazioni sono state distrutte dai bombardamenti russi.

E’ qui che “torna attuale la minaccia atomica che pensavamo di aver consegnato i libri di storia”, ammette il ministro della Difesa, ricordando che quando il conflitto sarà superato comunque l’Europa dovrà confrontarsi per molti anni con gli effetti economici, sociali e di sicurezza e quelli derivati dalla presenza di un numero elevatissimo di ex combattenti da reintegrare e dalla necessità di sostenere i processi di ricostruzione dell’Ucraina “ma anche della stessa Russia, se vogliamo che si stabilizzi anche il quadro dall’altra parte”.

I tempi non sembrano stretti. Sul piano strettamente militare, segnala Crosetto, il conflitto è “in stallo”. Secondo gli analisti, mantenendo gli attuali ritmi operativi, sarebbero necessari 10 anni affinché la Federazione Russia possa completare la conquista del Donbass e di diversi decenni per conseguire la conquista dell’intero territorio ucraino. “Questo al prezzo di almeno 2 milioni e mezzo di caduti russi, soltanto per il solo Donbass”, denuncia il ministro. Anche Tajani parla di “accordo lontanissimo” e chiama in causa l’Unione europea: “È fondamentale il ruolo che l’Europa può avere”, sottolinea, respingendo l’idea che la premier Giorgia Meloni sia stata esclusa dal vertice di Londra tra Regno Unito, Francia e Germania. “Non è l’Italia che decide i format”, ricorda.

Anche l’area del Medio Oriente è “monitorata minuto per minuto”, soprattutto dopo il fine settimana appena trascorso, quando c’è stata una escalation di attacchi tra Iran e Israele. Ieri Tajani ha riunito all’unità di crisi del Ministero gli ambasciatori nella Regione per un aggiornamento. Una riunione per aggiornare sul quadro di sicurezza nei diversi Paesi dell’area, in particolare sulla situazione degli italiani presenti e sull’attività di assistenza consolare. L’Iran è, per Crosetto, lontano da una scarsità di armamenti: “Teheran è tuttora in grado di condurre attacchi missilistici di ampia portata verso Israele e non solo, evidenziando come le proprie capacità militari e i propri arsenali non siano esauriti”, afferma.

Il Libano è un fronte “sempre più critico”. Le operazioni militari israeliane nel sud del Paese aumentano i rischi di escalation e allontanano la prospettiva della stabilità: “Lavoriamo senza sosta per aiutare la popolazione, siamo mettendo a terra le iniziative finanziate con l’ultimo pacchetto di aiuti di 15 milioni di euro che ha disposto a sostegno dei villaggi cristiani del sud del Libano”, spiega Tajani. Forti le parole del vicepremier su Israele. Il ministro sottolinea che le violenze dei coloni israeliani, soprattutto in Cisgiordania, sono “inaccettabili” e precisa: “Non ho parole per commentare ciò che ha detto il ministro israeliano Ben Gvir, nei confronti dell’Italia ieri dopo aver saputo che era indagato dalla procura della Repubblica. Sono parole che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro”.

Difesa lancia piattaforma per stakeholder. Crosetto: “Più competitività e trasparenza”

Aziende, Pmi, startup, università e professionisti da oggi potranno proporre idee, tecnologie, soluzioni e progetti al ministero della Difesa, attraverso la piattaforma (un portale e un’app) dedicata ai portatori d’interesse. “L’ho fortemente voluta”, spiega Guido Crosetto, chiarendo che il sistema partirà dal primo ottobre prossimo. Serve, precisa il ministro, “a dare la libertà a chi lavora con la Difesa di farlo con tranquillità“.

L’obiettivo è duplice: da un lato garantire pari opportunità di accesso e interlocuzione a tutte le realtà interessate a collaborare, dall’altro introdurre modelli organizzativi moderni, uniformi e improntati ai principi di correttezza, legalità e imparzialità. “È fondamentale far entrare nel ministero non solo Leonardo e Fincantieri ma anche piccole realtà“, sottolinea il ministro, convinto che con la competizione “aumenteranno la competitività, la tecnologia e si abbasseranno i prezzi”. Se in qualche modo la Difesa avrà più risorse sarà “una delle maggiori stazioni appaltanti italiane“, ricorda Crosetto, che ribadisce la necessità che ogni rappresentante di forza armata possa parlare con ogni azienda perché “dobbiamo dare a tutte le aziende la stessa possibilità di proporre soprattutto la parte di rinnovamento tecnologico e dobbiamo essere sicuri che i nostri lo facciano in trasparenza, onestà e pulizia e quindi abbiamo deciso di avere registrato qualunque persona parli con la difesa in modo tale da avere un filtro per evitare che i delinquenti possano accedere ai nostri dipendenti e dall’altra parte dare modo alle persone che lavorano per la difesa di essere tracciabili in ogni proprio contatto e quindi di poterlo fare con serenità“.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio quadro delle Linee Programmatiche della Difesa, che individua nell’innovazione tecnologica una leva strategica per la modernizzazione del Paese. Cuore del progetto sono l’’Elenco dei portatori di interesse‘ e il ‘Registro degli incontri con i portatori di interesse‘, strumenti introdotti dai decreti ministeriali del 2025 e del 2026 per disciplinare in maniera chiara e tracciabile i rapporti tra il personale della Difesa e i rappresentanti dei settori produttivi di interesse del Dicastero. L’’Elenco’ consentirà ai soggetti interessati di registrarsi ufficialmente per interagire con il Ministero, mentre il ‘Registro’ permetterà di tracciare e monitorare tutte le attività di contatto e interlocuzione, rafforzando accountability e fiducia istituzionale.

Tajani: “Non chiediamo operazione militare Golfo”. Crosetto: “Avviciniamo dragamine a Hormuz”

I dragamine italiani che potrebbero partecipare alla missione internazionale per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz saranno avvicinati, in questo contesto i tempi di reazione sono tutto. “Laddove scoppiasse la pace, servirebbe quasi un mese di navigazione a tutte le nazioni alleate indicate per raggiungere il Golfo Persico. Ecco perché ci stiamo organizzando anche noi per avvicinarsi in quell’area pur rimanendo a distanza di sicurezza”, spiega il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

Tajani mette subito in chiaro che i ministri non sono in Parlamento per chiedere di autorizzare una nuova missione militare nel Golfo: “L’intento è invece di condividere, nel quadro di un confronto aperto e trasparente, l’impegno del Governo per la pace e in questo quadro il percorso che potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale per il ripristino della libertà di navigazione allo stretto di Hormuz”.

Un impegno che potrà concretizzarsi, sottolineano entrambi, solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità. “E’ il metodo che abbiamo seguito fin dall’inizio della crisi, mantenere un raccordo costante tra Governo e Parlamento e cercare, su tutte le scelte strategiche di politica estera e di difesa, la più ampia convergenza tra le forze politiche”, precisa il vicepremier.

Crosetto non la definisce “missione”, ma “grande alleanza internazionale” che, ribadisce, partirebbe “non con un temporaneo cessate il fuoco, ma con una tregua vera, credibile, stabile, meglio ancora se una pace definitiva. Con una legittima cornice giuridica internazionale, l’accordo di tutte le parti interessate”. Una missione di qualunque tipo deve prevedere l’accordo di tutti i paesi in quella zona, ricorda il ministro della Difesa, perché “se l’Iran non fosse d’accordo non sarebbe una missione che potrebbe partire pacificamente, perché rischierebbe di essere bombardata e siccome non andiamo lì con l’assetto in guerra per fare la guerra non potremmo rischiare”.

Il problema, al momento, è che la tregua appare lontana: “Oggi e questa settimana penso sia meno facile di quanto pensavo una settimana fa”, ammette Crosetto, assicurando però prontezza d’intervento, “perché speriamo che alla fine prevalga il buon senso e ci sia la possibilità di mandare non navi armate”. I cacciamine, in effetti, non sono navi armate, hanno bisogno di una scorta logistica ma poi “hanno bisogno di una protezione”, sottolinea il ministro. E anche ipotizzando che tutti gli attori statali siano d’accordo su questa che è una missione di pace, “basta un attore non statale, un gruppo di attori non statali, per mettere in difficoltà qualunque persona”.

Roberto Cingolani

Leonardo, conti in crescita nel primo trimestre. Cingolani: “Confermano efficacia piano industriale”

Leonardo chiude il primo trimestre del 2026 con numeri più che positivi. L’utile netto rettificato segna un +60% a 184 milioni di euro, mentre l’EBITA è pari a 281 milioni (+33%) e gli ordini si attestano a 9 miliardi di euro, evidenziando un incremento del 31% rispetto ai primi tre mesi del 2025. I ricavi sono in incremento a 4,4 miliardi di euro (+10%). Risultati “ottimi” per il ceo Roberto Cingolani, che confermano “l’efficacia delle azioni commerciali e operative poste in essere dal Gruppo e della strategia tecnologica integrata alla base del Piano industriale”. Tanto che, per il momento, la guidance è confermata, ma l’amministratore delegato confessa che si sarebbe anche potuta aggiornare al rialzo. Azione che, però, Cingolani, in uscita domani da Leonardo, lascia al nuovo Ceo, Lorenzo Mariani: “I numeri sono molto buoni, domani lascerò Leonardo e avremo un nuovo Ceo, credo sia una storia molto positiva per il prossimo top management. Come vedete i numeri sono molto promettenti ma mi sembra corretto che la scelta su un aggiornamento della guidance spetti al nuovo Ceo. Sono sicuro che faranno un lavoro fantastico”, spiega agli analisti.

Nel salutare il Gruppo, al suo ultimo giorno di mandato, l’ex ministro della Transizione energetica parla di “tre anni fantastici”, ma è fiducioso sul futuro di Leonardo, anche in sua assenza. Perché “la strada tracciata per la crescita è chiara e sicura, indipendentemente da chi sarà chiamato a guidare la transizione futura”. Nessun problema per quanto riguarda la continuità con il nuovo management, visto che il presidente Francesco Macrì “opera nel settore da moltissimi anni” e il nuovo amministratore delegato “è stato in azienda per molti anni e abbiamo lavorato insieme per quasi due anni, quindi conosce molto bene le persone e la struttura”. Le difficoltà, semmai, vanno cercate all’esterno: “Il problema fondamentalmente è la concorrenza all’estero e il mercato globale, le regole internazionali; gli affari non procedono allo stesso ritmo in una situazione geopolitica così complessa“.

Guardando al futuro, il consiglio che Cingolani lascia a Leonardo è che “deve imparare a credere di più in se stessa. È un problema di mentalità che devi cambiare nel DNA dell’azienda, naturalmente con un po’ di tempo. Ma al momento abbiamo uno dei portafogli più completi al mondo, se capiamo che questo è un valore aggiunto e un vantaggio competitivo rispetto agli altri, dobbiamo fare il massimo sforzo per sfruttare questa capacità unica. Poi Leonardo deve iniziare a comportarsi come una vera azienda tecnologica, non solo come un’azienda manifatturiera. Anche questo è un cambio di mentalità”. E se sul successo del Michelangelo Dome il ceo uscente è “molto ottimista”, guardando alla situazione geopolitica internazionale sa che la strada è tracciata: “Ovunque ci sia una guerra, ovunque ci sia un conflitto, ovunque ci sia un problema, finiamo con l’energia. Questo è pazzesco. La sicurezza del mondo intero è a rischio. Quindi, se Leonardo vuole diventare una società di sicurezza globale, penso che abbia il dovere di sviluppare una tecnologia avanzata per i reattori nucleari modulari, per la quarta generazione”. Un investimento eccessivo? “Sì, avete ragione, ma qualcuno lo farà. Altrimenti non saremo mai veramente indipendenti e penso che sia folle, è una politica suicida, quella di dipendere, come vedete, da altri Paesi per la sicurezza globale, che si tratti di gas o di petrolio. Credo che questa sarà la più grande minaccia per la sicurezza globale, specialmente nei paesi occidentali. Quindi penso che Leonardo abbia tutte le capacità, tutta la tecnologia, la capacità industriale per lanciare forse una nuova società o partecipare con altri investitori a qualcosa di serio per il futuro. È molto difficile, se fosse facile qualcun altro lo avrebbe già fatto”.

 

Paradosso Cingolani: fatto fuori da Leonardo per colpa di Michelangelo (Dome)

Conferme scontate (Descalzi a Eni e Cattaneo a Enel), siluramenti annunciati (Cingolani da Leonardo), attese per cosa succederà a Terna, l’unico posto ancora scoperto dopo la migrazione di Giuseppina Di Foggia alla presidenza del Cane a sei zampe ma con un indiziato speciale, Pasqualino Monti, fino a ieri al comando di Enav. In un contesto fibrillato dalla situazione geopolitica incandescente e dalle ripercussioni pesantissime post referendum, Palazzo Chigi ha deciso di cambiare pochissimo lo scacchiere delle partecipate. Ma è inutile non sottolineare come il ribaltone di Leonardo faccia parecchio rumore.

Roberto Cingolani, che è stato ministro dell’Ambiente e che vanta un pedigrée internazionale di altissimo livello, dopo tre anni e mezzo di onorata occupazione del ruolo di amministratore delegato ‘paga’ dazio e viene sostituito da Lorenzo Mariani che è da una trentina di anni in azienda – attualmente è alla guida di Mbda, consorzio che si occupa di missili – e ha seguito la nascita e lo sviluppo dei progetti più importanti. Il paradosso – sì, si può chiamare paradosso – è che Mariani era il candidato suggerito da Guido Crosetto, il ministro della Difesa, all’alba di tre anni fa e sul nome di Mariani ci furono tensioni con Chigi. Ora, secondo rumors, pare sia stato proprio Crosetto il più strenuo difensore di Cingolani, ancorché inutilmente, anche perché cambiare la guida di Leonardo in un momento come questo, dove da Difesa è prioritaria, si tratta per lo meno un azzardo. Contenuto però dal fatto, come si diceva, che Mariani conosce tutto e tutti all’interno di Leonardo e quindi l’impatto sarà (dovrebbe essere) abbastanza soft.

La domanda è una sola: perché ‘fare fuori’ Cingolani che nell’ultimo esercizio ha portato l’utile a 1,3 miliardi (+15%) e a una netta crescita dei ricavi (+11%)? La risposta, al di là di alcune scaramucce su nomine interne, sta in un nome: Michelangelo. Per la precisione il Michelangelo Dome, lo scudo spaziale per proteggersi dai missili e dai droni capace con l’intelligenza artificiale di collegare diverse piattaforme, molto simile all’Iron Dome israeliano. Il progetto sarebbe stato portato avanti in eccessiva autonomia da Cingolani, al punto da infastidire la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Di qui la decisione di virare su Mariani, anzi prima di estromettere Cingolani e poi di virare su Mariani.

Il tempo stabilirà se è stata una mossa indovinata o una buccia di banana per un colosso che vanta 50mila dipendenti e 180 sedi in tutto il mondo. Di sicuro Cingolani era e resta una risorsa importante per l’Italia, uno dei pochi che può vantare credibilità fuori le mura e conoscenze di spessore. Ma, a quanto pare, poco empatico con chi sta nella stanza dei bottoni.

Ue, Bei: Nel 2025 quadruplicati a 4 miliardi i fondi per la difesa

Record di 11,6 miliardi di euro dedicati alle reti europee; un terzo degli investimenti totali per la transizione energetica; risorse quadruplicate per la difesa. Sono i dati della relazione sui risultati annuali del gruppo Banca europea per gli investimenti (Bei) per il 2025 da cui emerge che è stato rispettato l’obiettivo di mantenere il 60% di finanziamenti in sostenibilità e che alla difesa sono andati quattro miliardi di euro: pari al 5% delle attività annuali del Gruppo Bei nell’Ue e a quattro volte le risorse messe in campo nel 2024. Questo è da ricondurre anche al fatto che, a metà dell’anno scorso, la Banca europea per gli investimenti aveva deciso di espandere il proprio raggio d’azione nel comparto grazie ad un aumento complessivo di spesa fino a 100 miliardi di euro. Al di là di ciò “abbiamo fatto meglio del previsto, avendo già raggiunto lo scorso anno l’obiettivo che ci eravamo prefissati per il 2026”, ha sottolineato la presidente della Bei, Nadia Calviño. Che si è detta “fiduciosa di poterlo confermare anche alla fine di quest’anno” dal momento che “non c’è dubbio che l’Unione europea debba accrescere la propria capacità di difesa”.

Dai dati della relazione emerge che quasi il 60% dei finanziamenti totali del Gruppo Bei nel 2025 è stato destinato a progetti verdi, dalle grandi reti e interconnessioni energetiche alla realizzazione di sistemi di stoccaggio e di energie rinnovabili, alle tecnologie pulite per la decarbonizzazione dell’industria pesante, nonché agli investimenti per l’adattamento, come le infrastrutture idriche, rafforzando la resilienza delle economie e delle società ai cambiamenti climatici e al loro impatto. Un importo “record” di 11,6 miliardi di euro è stato destinato a progetti di reti e stoccaggio, a sostegno della sicurezza dell’approvvigionamento elettrico. E si stima che il finanziamento firmato lo scorso anno contribuirà alla costruzione o all’ammodernamento di 56 mila km di linee elettriche, dall’interconnessione storica del Golfo di Biscaglia tra la Penisola Iberica e la Francia, passando per un cavo sottomarino che collega due regioni dell’Italia centrale, fino alle reti locali e alle infrastrutture elettriche municipali in Germania. I finanziamenti del Gruppo Bei hanno sostenuto un quinto di tutta la nuova capacità solare installata, un progetto eolico onshore su tre, e la stragrande maggioranza di tutti i progetti eolici offshore nel 2025.

Nel campo della salute, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie, l’anno scorso si è avuto il lancio di TechEU, “il più grande programma di finanziamento per l’innovazione di sempre”, con cui il Gruppo Bei prevede di mobilitare almeno 250 miliardi di euro di investimenti entro il 2027, puntando a trattenere in Europa le idee, le aziende e le tecnologie. I calcoli prevedono che i finanziamenti erogati solo lo scorso anno mobiliteranno oltre 100 miliardi di euro di investimenti, dalle reti 6G basate sull’intelligenza artificiale alla produzione di semiconduttori. Mentre, in qualità di finanziatore fondamentale dell’innovazione, il Fondo europeo per gli investimenti (Fei), la filiale della Bei dedicata al finanziamento del rischio, ha erogato quasi 16 miliardi di euro in garanzie e finanziamenti azionari per piccole imprese e startup in tutta l’Ue.

Infine, il Piano per un’edilizia abitativa accessibile e sostenibile del Gruppo Bei, lanciato nel 2025 insieme alla Commissione europea, ha portato i finanziamenti per l’innovazione, le ristrutturazioni e le nuove costruzioni a oltre 5 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 50% su base annua, con un ulteriore incremento previsto per il 2026. Mentre i finanziamenti per l’agricoltura e la bioeconomia hanno raggiunto la cifra record di quasi 8 miliardi di euro e quelli per l’Ucraina hanno toccato “un nuovo record e ora superano i 4 miliardi di euro dall’inizio dell’invasione russa, con un nuovo progetto firmato o inaugurato ogni due settimane, da scuole, ospedali e strutture comunitarie al teleriscaldamento e alla fornitura di energia elettrica”.

Si parlerà anche di questi temi nell’edizione 2026 di Connact Annual Meeting, organizzato dalla Fondazione Articolo 49 con l’Ufficio di Collegamento del Parlamento europeo in Italia, che si svolgerà a Bruxelles il 4 febbraio.

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