Green ma non troppo: ecco come la transizione energetica mette a rischio uccelli e pesci

Oltre 4600 specie di vertebrati sono minacciate dall’estrazione di minerali in tutto il mondo attraverso le miniere e le cave e dalle trivellazioni per la ricerca di petrolio e gas. L’attività mineraria coincide con gli hotspot di biodiversità più preziosi al mondo, che contengono un’iper-diversità di specie e habitat unici che non si trovano in nessun altro luogo della Terra. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Current Biology.

Il rischio maggiore per le specie deriva dall’estrazione di materiali fondamentali per la nostra transizione verso l’energia pulita, come il litio e il cobalto, entrambi componenti essenziali dei pannelli solari, delle turbine eoliche e delle auto elettriche. Anche l’estrazione del calcare, richiesto in grandi quantità per il cemento come materiale da costruzione, mette a rischio molte specie.

La minaccia per la natura non si limita ai luoghi fisici delle miniere: anche le specie che vivono a grande distanza possono subire un impatto, ad esempio a causa dell’inquinamento dei corsi d’acqua o della deforestazione per la costruzione di nuove strade di accesso e infrastrutture. Secondo i ricercatori, i governi e l’industria mineraria dovrebbero concentrarsi sulla riduzione dell’inquinamento provocato dalle miniere come “vittoria facile” per limitare la perdita di biodiversità associata all’estrazione mineraria. La ricerca è la più completa valutazione globale della minaccia alla biodiversità derivante dall’estrazione mineraria mai realizzata.

“Non saremo in grado di fornire l’energia pulita di cui abbiamo bisogno per ridurre il nostro impatto sul clima senza estrarre i materiali che ci servono e questo crea un problema perché stiamo estraendo in luoghi che spesso hanno livelli molto elevati di biodiversità”, spiega David Edwards del Dipartimento di Scienze Vegetali e dell’Istituto di Ricerca sulla Conservazione dell’Università di Cambridge, autore senior del rapporto. I pesci, dice, sono tra le specie più a rischio (2.053 specie), seguiti da rettili, anfibi, uccelli e mammiferi. In particolare, le specie che vivono in habitat d’acqua dolce e quelle con un areale ridotto sono particolarmente a rischio. Il geco dalle zampe ricurve, ad esempio, è minacciato dall’estrazione del calcare in Malesia: esiste solo su un’unica catena montuosa che l’attività estrattiva prevista distruggerà completamente.

Per condurre lo studio, i ricercatori hanno utilizzato i dati dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) per vedere quali specie di vertebrati sono minacciate dalle attività estrattive. Mappando la posizione di queste specie, hanno potuto indagare sui tipi di estrazione mineraria che mettono a rischio le specie e vedere dove sono particolarmente elevati.

L’estrazione mineraria minaccia le popolazioni di specie vertebrate in tutti i tropici, con punti caldi nelle Ande, nell’Africa occidentale e centrale costiera e nel Sud-est asiatico, che coincidono con un’alta densità di miniere. Ad esempio, l’estrazione artigianale di oro su piccola scala in Ghana minaccia importanti aree ornitologiche a causa dell’inquinamento ambientale da mercurio.

La domanda globale di minerali metallici, combustibili fossili e materiali da costruzione è in forte crescita e le attività estrattive si stanno espandendo rapidamente per soddisfare questa domanda. Nel 2022 il fatturato dell’industria nel suo complesso è stato stimato in 943 miliardi di dollari.

Lo studio si è concentrato solo sulle specie vertebrate, ma i ricercatori affermano che l’attività estrattiva può rappresentare un rischio sostanziale anche per le piante e gli invertebrati.

La transizione energetica progredisce ma l’Italia fa passi indietro: colpa del gas

Secondo un nuovo rapporto del World Economic Forum, pubblicato oggi, la transizione energetica globale verso un sistema energetico più equo, sicuro e sostenibile continua a progredire, ma ha perso slancio di fronte alla crescente incertezza a livello mondiale. Mentre 107 dei 120 Paesi presi in esame nel rapporto hanno dimostrato di aver compiuto progressi nel loro percorso di transizione energetica nell’ultimo decennio, il ritmo complessivo della transizione è rallentato e il bilanciamento delle sue diverse sfaccettature rimane una sfida fondamentale. La volatilità economica, l’acuirsi delle tensioni geopolitiche e i cambiamenti tecnologici hanno avuto un impatto, complicandone la velocità e la traiettoria. C’è tuttavia qualche motivo di ottimismo, con l’aumento degli investimenti globali nelle energie rinnovabili e la crescita significativa dei risultati della transizione energetica nell’Africa sub-sahariana nell’ultimo decennio. E a fare dei passi indietro è l’Italia che, a causa della sua dipendenza dal gas, scende al 41esimo posto dell’Energy Transition Index (ETI).

La 14esima edizione annuale del rapporto del Forum, Fostering Effective Energy Transition 2024, pubblicato in collaborazione con Accenture, utilizza l’Energy Transition Index (ETI) per valutare 120 Paesi in base alle prestazioni dei loro attuali sistemi energetici, con particolare attenzione al bilanciamento tra equità, sostenibilità ambientale e sicurezza energetica, e alla loro preparazione alla transizione. La novità di quest’anno è rappresentata dai “percorsi personalizzati” che analizzano le caratteristiche specifiche di ogni Paese, tra cui il livello di reddito e le risorse energetiche locali, per fornire raccomandazioni specifiche per ogni regione.

Dobbiamo garantire che la transizione energetica sia equa, sia nelle economie emergenti che in quelle sviluppate“, ha dichiarato Roberto Bocca, responsabile del Centro per l’energia e i materiali del World Economic Forum. “Trasformare il modo in cui produciamo e consumiamo energia è fondamentale per il successo. Dobbiamo agire con urgenza su tre leve fondamentali per la transizione energetica: riformare l’attuale sistema energetico per ridurne le emissioni, implementare soluzioni energetiche pulite su scala e ridurre l’intensità energetica per unità di Pil“.

L’Europa continua a guidare la classifica ETI, con la top 10 per il 2024 composta interamente da Paesi di questa regione. Svezia (1) e Danimarca (2) sono in cima alla classifica, essendosi entrambe posizionate tra i primi tre Paesi ogni anno nell’ultimo decennio. Seguono Finlandia (3), Svizzera (4) e Francia (5). Questi Paesi beneficiano di un elevato impegno politico, di forti investimenti in ricerca e sviluppo, di una maggiore adozione di energia pulita – accelerata dalla situazione geopolitica regionale, dalle politiche di efficienza energetica e dalla determinazione del prezzo del carbonio. La Francia è una nuova entrata nella top five, con recenti misure di efficienza energetica che hanno ridotto l’intensità energetica nell’ultimo anno. Tra le economie del G20, la Germania (11), il Brasile (12), il Regno Unito (13), la Cina (17) e gli Stati Uniti (19) si aggiungono alla Francia nella top 20 dell’ETI, insieme ai nuovi entrati Lettonia (15) e Cile (20), sostenuti dall’aumento della capacità di energia rinnovabile.

La Cina e il Brasile hanno compiuto progressi significativi negli ultimi anni, soprattutto grazie agli sforzi a lungo termine per aumentare la quota di energia pulita e migliorare l’affidabilità della rete. L’impegno costante del Brasile nel settore dell’energia idroelettrica e dei biocarburanti, i recenti progressi nel settore dell’energia solare e le iniziative volte a creare nuove opportunità sono stati fondamentali per attrarre investimenti. Nel 2023, anche la Cina ha aumentato in modo significativo la sua capacità di produzione di energia rinnovabile e ha continuato a crescere e a investire nella sua capacità produttiva in tecnologie pulite come batterie per veicoli elettrici, pannelli solari, turbine eoliche e altre tecnologie critiche. La Cina, insieme agli Stati Uniti e all’India, è anche leader nello sviluppo di nuove soluzioni e tecnologie energetiche.

Il divario nei punteggi complessivi dell’ETI si è ridotto tra le economie avanzate e quelle in via di sviluppo e il “centro di gravità” della transizione si sta spostando verso i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, gli investimenti in energia pulita continuano a concentrarsi nelle economie avanzate e in Cina. Ciò sottolinea la necessità di un sostegno finanziario da parte dei Paesi avanzati per facilitare una transizione energetica equa nei Paesi emergenti e in via di sviluppo e di una politica lungimirante in tutti i Paesi per favorire condizioni di investimento davvero favorevoli. Poiché non esiste una soluzione universale, le politiche potrebbero essere adattate alle esigenze specifiche di ciascun Paese, in base a fattori quali il livello di reddito, le risorse e le esigenze energetiche nazionali e il contesto regionale.

L’Indice della transizione energetica di quest’anno trasmette un messaggio chiaro: è necessario agire con urgenza. I responsabili delle decisioni a livello globale devono compiere passi coraggiosi per recuperare lo slancio nella transizione verso un futuro energetico equo, sicuro e sostenibile. Questo è fondamentale per le persone, per le intere economie e per la lotta ai cambiamenti climatici“, ha dichiarato Espen Mehlum, responsabile dell’Energy Transition Intelligence and Regional Acceleration del World Economic Forum.

Transizione 4.0, sbloccate le compensazioni dei crediti

Il Mimit ha emanato il decreto direttoriale che riguarda la compensazione dei crediti d’imposta per gli investimenti del piano Transizione 4.0 richiesto dall’art. 6 del D.L. 39/2024.

Le imprese potranno trasmettere i modelli richiesti per ottenere le compensazioni relative ai crediti d’imposta per i beni strutturali nuovi 4.0 e per ricerca, sviluppo, innovazione tecnologica, design e innovazione estetica.

“La procedura per lo sblocco delle compensazioni sarà disponibile sul sito del GSE. Qui – spiega Gianluca Buselli, consigliere d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili –le imprese potranno compilare i modelli necessari che dovranno includere informazioni sugli investimenti effettuati, la ripartizione negli anni del credito d’imposta e la modalità di fruizione a partire dal 30 marzo 2024”.

È prevista inoltre una comunicazione telematica di completamento degli investimenti, anche per gli investimenti realizzati dal 1° gennaio al 28 marzo 2024.

“Esclusivamente per gli investimenti in beni strumentali nuovi 4.0 relativi all’anno 2023 – prosegue Buselli – la compensabilità è subordinata alla comunicazione. Pertanto, a partire dal 29 aprile 2024 è possibile compensare anche il bonus spettante in relazione a detti investimenti”.

La procedura appare piuttosto articolata e complessa ma come dichiarato dal ministro Urso, si tratta di una misura di tutela delle entrate pubbliche.

Visione confermata anche dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio che ha evidenziato la necessità e l’importanza di rendere selettive le agevolazioni, limitando la spesa e implementando meccanismi di monitoraggio efficaci.

Fs fissa obiettivi ‘sfidanti’ per promuovere una transizione giusta

Sviluppare un modello sostenibile è un’esigenza dettata dalle sfide globali, ma anche dal cambio di paradigma economico. In questo contesto il settore dei trasporti ricopre un ruolo cruciale, ragion per cui i grandi player hanno già indirizzato su questi ‘binari’ i propri piani industriali. E’ il caso del Gruppo Ferrovie dello Stato italiane, che ha puntato obiettivi “sfidanti“, come li definisce il responsabile Sostenibilità, Lorenzo Radice: “Al 2040 arrivare ad essere net zero, con obiettivi intermedi di ridurre del 50% le emissioni di Scope 1 e Scope 2 al 2030 e del 30% di Scope 3“.

Tutto questo si ritrova nel report Just Transition e Trasporti, un’iniziativa che affronta la sfida mirando a garantire inclusività, equità e sostenibilità nel lungo periodo. Fs è promotore di una crescita sostenibile del Paese, capitalizzando appieno le potenzialità offerte dal servizio ferroviario nell’ottica della sostenibilità ambientale e sociale, con un approccio olistico e partecipativo: proponendosi di guidare il settore verso un futuro più sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche guardando alla dimensione di equità sociale ed economica collettiva. “Un grande gruppo industriale ha il dovere di ascoltare, capire cosa si muove attorno a sé e se dalla società arrivano spunti su metriche che non comprendiamo“, spiega il responsabile Affari istituzionali del Gruppo Fs, Fabrizio Dell’Orefice, durante la presentazione del documento. “Siamo in una fase di grande trasformazione del Paese – prosegue -. Per anni abbiamo sentito questa magica sigla, Pnrr, qualcosa che sembrava dovesse venire, mentre siamo già alle inaugurazioni. Lo scorso anno noi abbiamo toccato, nella voce investimenti, quota 16 miliardi, una cifra mai vista nella nostra storia, circa 1 punto di Pil. Questo significa cantieri, lavoro, appalti, realizzazioni, opere pubbliche e ricucitura del territorio“.

Una cifra record di cui, però, Ferrovie non vuole solo considerare per la realizzazione delle, ma “capire anche quello che significa per il tessuto sociale dove andiamo ad operare“, sottolinea Elisa Rinelli, del dipartimento Affari Istituzionali del Gruppo. Per affrontare la complessa sfida della transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, il Gruppo Fs ha avviato il progetto La Just Transition nel Settore Trasporti, in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

Questo progetto si concentra su tre aree prioritarie: la mitigazione del cambiamento climatico, la tutela ambientale e sociale e l’impatto positivo sulle comunità. I risultati di questo confronto e approfondimento si traducono in una serie di iniziative concrete e nel coinvolgimento attivo delle parti interessate. Dopo una fase preliminare di coinvolgimento degli stakeholder avvenuta tra dicembre 2023 e gennaio 2024, il progetto si propone di redigere un rapporto introduttivo che esamina gli aspetti più significativi e problematici della transizione climatica nel mondo dei trasporti. Tra le varie misure possibili, emerse da un confronto con gli stakeholder coinvolti, grande attenzione è stata posta al potenziamento del trasporto su rotaia attraverso la programmazione a medio-lungo termine, resa possibile grazie ai fondi del Pnrr. Le azioni necessarie a tal fine comprendono un’espansione e un miglioramento generale delle infrastrutture ferroviarie, il completamento dei corridoi europei Ten-T, l’incremento delle linee ad Alta Velocità, delle reti regionali e interregionali, nonché dei nodi ferroviari nelle città metropolitane. Inoltre, un generale apprezzamento si è avuto nelle attività di valorizzazione delle stazioni come centri intermodali e poli di sviluppo sostenibile, tenendo conto del loro ruolo centrale nell’ambito urbano e territoriale. Fs, inoltre, si impegna a coinvolgere attivamente le comunità locali nei processi decisionali, promuovendo una maggiore consapevolezza dei benefici derivanti dalla trasformazione infrastrutturale. Emerge così, tra i molteplici aspetti considerati, l’importanza fondamentale delle stazioni ferroviarie, non solo come nodi di transito, ma anche come veri e propri centri vitali per lo sviluppo sociale ed economico. Dal lavoro sulla Just Transition, realizzato con la Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, emerge anche l’esigenza di creare un Osservatorio sulla povertà dei trasporti, che “proponga delle soluzioni – dice il direttore della Fss, Raimondo Orsini -, raccogliendole anche dalle buone pratiche sviluppate in tutti gli altri Paesi. Questa è l’urgenza. E abbiamo deciso di fare questo passo con il gruppo Fs, che su questo non solo ha una storia, una tradizione, ma ha anche un futuro“.

Credito d’imposta per investimenti transizione 5.0: procedura per la richiesta

Nonostante gli investimenti innovativi con crediti di imposta, il legislatore fiscale sta introducendo adempimenti preventivi complessi per verificarne l’effettività.

Per accedere ad esempio al credito d’imposta per investimenti in transizione 5.0, le imprese devono presentare al GSE le certificazioni tecniche, una descrizione del progetto d’investimento ed il suo costo.

“L’impresa dovrà poi comunicare periodicamente al GSE l’avanzamento dell’investimento e, pena la decadenza – sostiene Rosa Santoriello, consigliera d’amministrazione della Cassa dei ragionieri e degli esperti contabili – dovrà poi comunicare il completamento dell’investimento, corredato dalla relativa certificazione”.

“La spettanza del beneficio – aggiunge Santoriello – è subordinata alla presentazione di certificazioni rilasciate da un valutatore indipendente, che ne attesterà la riduzione dei consumi energetici conseguibili tramite gli investimenti e l’effettiva realizzazione degli stessi”.

I requisiti dei soggetti autorizzati al rilascio delle certificazioni saranno individuati dal decreto ministeriale di attuazione.

Gentiloni

Sostenibilità, Gentiloni: Non riportare indietro transizione, in gioco competitività

“Proseguire a pieno ritmo con la transizione verde e non riportarla indietro come alcuni suggeriscono”. Paolo Gentiloni detta la linea, e cerca di rimodellare una campagna elettorale costruita attorno alle elezioni europee che fin qui ha visto da più parti rimettere in discussione quel Green Deal, o quanto meno alcune sue componenti, mai così indispensabili. Il commissario per l’Economia evita scontri frontali contro specifichi gruppi, né tira in ballo partiti, anche se il riferimento è mirato.

Al Delphi Economic Forum il commissario per l’Economia ricorda quanto ci sia in gioco per l’Unione europea e i suoi Stati membri, Italia compresa. Dopo lo scoppio della guerra russo-ucraina e lo shock energetico che ne è derivato “siamo riusciti a dissociarci ampiamente dal gas russo ed evitare una recessione a livello dell’Ue”, rivendica Gentiloni. Tuttavia questi eventi “hanno avuto il loro prezzo” da pagare in termini di rallentamento. “Nel 2023 la crescita è stata pari solo allo 0,4% ed è diventata negativa in 11 Stati membri”. Le ultime previsioni economiche della Commissione europea indicano che la crescita “riprenda moderatamente nella seconda metà di quest’anno e acceleri leggermente nel 2025, anche se – ammette Gentiloni – parliamo di cifre relativamente modeste: 0,8% nel 2024 e 1,5% nel 2025 per l’area euro”.

Da qui considerazione e conclusione che per Gentiloni sono le logiche conseguenze di un contesto ammantato da “punti interrogativi” per la competitività dell’Europa. Se si guarda all’industria, “il problema oggi è che il nostro settore continua a pagare in media tre volte di più per l’elettricità rispetto agli Stati Uniti”. A parità di prodotto e di quantità vuol dire costi di produzione più bassi e margini di guadagno più alto, con l’Europa che rispetto al concorrente d’oltre oceano ha tutto da perdere. “L ’unica soluzione è proseguire a pieno ritmo con la transizione verde e non riportarla indietro come alcuni suggeriscono”, insiste Gentiloni . Che paventa scenari di delocalizzazione che non gioverebbero all’Unione europea. “Se non affrontiamo il costo dell’energia le nostre aziende non aspetteranno”.

Un messaggio chiaro per la politica, a cui ricorda che la via dei combustibili fossili è preclusa perché la transizione è già stata impostata. Tornare indietro rischia di essere l’opzione più costosa. L’imperativo, oggi più che mai, è “ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, e aumentare la diffusione delle energie rinnovabili”. Un suggerimento per quanti impegnati in campagna elettorale.

Fondirigenti e Piemonte Innova presentano il Modello ‘Digitale e Competenze per la Transizione Energetica’

Le imprese, di qualunque dimensione e settore, sono chiamate a giocare un ruolo cruciale nella transizione verso un futuro energetico sostenibile: è questo il messaggio chiave che emerge dal progetto DC4ET ‘Digitale e Competenze per la Transizione Energetica’ l’iniziativa strategica di Fondirigenti che ha affrontato il tema della doppia transizione – digitale e sostenibile – dal punto di vista delle aziende e dei loro dirigenti.

Quello della transizione energetica è, infatti, un tema di grande attualità e di importanza strategica per le imprese, come dimostra la recente approvazione del decreto attuativo del Piano Transizione 5.0 relativo agli incentivi per gli investimenti in tecnologie digitali e verdi.

Per questo, Fondirigenti ha deciso di affidare uno specifico progetto di approfondimento a Fondazione Piemonte Innova che, in collaborazione con Federmanager Torino, Unione Industriali Torino, Environment Park e Fondazione Links, ha coinvolto 20 imprese piemontesi nella sperimentazione. I manager e dirigenti nell’arco di otto mesi hanno partecipato a focus group e tavoli di lavoro, per confrontarsi su criticità, aggiornarsi su elementi normativi, condividere buone pratiche, ragionare su strumenti concreti e tecnologie digitali utili alla transizione.

Il risultato è stato un vero e proprio percorso, fatto di indicazioni strategiche e strumenti concreti, per fare in modo che le imprese, in particolare le medio e piccole, possano integrare in azienda pratiche più sostenibili, imparando a gestire con maggior efficacia il rischio legato alle oscillazioni dei mercati; ma anche, introdurre tecnologie innovative che consentono importanti risparmi energetici, per monitorare meglio i consumi e ottimizzarli; o, ancora, per facilitare la partecipazione delle aziende alle Comunità Energetiche Rinnovabili o addirittura per costituirle.

Tuttavia, il modello non si limita a questo aspetto: delineando i passi necessari che le imprese devono intraprendere nel medio periodo per giungere al proprio posizionamento energetico ottimale, mette in luce il ruolo essenziale delle competenze e delle figure professionali coinvolte o richieste per compiere con successo ogni passo. Un elemento fondamentale per affrontare questa sfida in modo efficace è, infatti, il capitale umano e la creazione di una cultura aziendale improntata alla gestione energetica sostenibile.

I risultati del progetto DC4ET sono stati presentati in anteprima a Torino, giovedì 14 marzo alle ore 16.00, presso il Centro Congressi dell’Unione Industriali. Tutte le imprese interessate possono visionare il modello ‘Digitale e Competenze per la Transizione Energetica’ sul sito di Fondazione Piemonte Innova piemonteinnova.it/portfolio-articoli/dc4et

Il mondo economico e produttivo sta attraversando profonde trasformazioni in chiave digitale e sostenibile, che richiedono al management un deciso cambiamento nel modo di lavorare. Per questo con Fondirigenti abbiamo da tempo posto al centro della nostra azione la crescita delle competenze su questi temi – spiega il direttore generale Massimo Sabatini -. Con questa iniziativa intendiamo supportare le imprese e i dirigenti, in particolare nelle PMI, verso una maggiore consapevolezza sugli aspetti che caratterizzano la transizione energetica e ambientale, contribuendo ad individuare e, potenzialmente, a trasferire le skills necessarie ad affrontare questa sfida, tenendo conto delle crescenti difficoltà nel reperire sul mercato profili manageriali adeguati. Abbiamo presentato un vero e proprio modello di intervento, che, come sempre, viene messo a disposizione delle imprese su tutto il territorio nazionale”.

Sostenibilità sarà sempre di più sinonimo di competitività – ha dichiarato Laura Morgagni, CEO di Fondazione Piemonte Innova -. La transizione verso un futuro energetico sostenibile richiede un approccio olistico che vada oltre l’implementazione di tecnologie verdi. La creazione di una cultura aziendale improntata alla gestione sostenibile, supportata da una formazione continua e competenze specializzate, diventa fondamentale per affrontare le sfide e cogliere le opportunità future. Altrettanto cruciale sarà per le imprese saper attivare in modo creativo e flessibile competenze provenienti da diversi settori e collaborazioni con altre imprese. Saper conoscere e attivare i cosiddetti “ecosistemi di innovazione”, di cui Fondazione Piemonte Innova è un esempio, è una vera e propria “meta-competenza”, che potrà fare la differenza per le imprese tra il restare o uscire dal mercato, in un contesto in cui esse saranno scelte dai clienti anche in base agli impatti generati in termini di sostenibilità ambientale e di transizione energetica”.

Imprese, Pagliuca (Cnpr): 630 mln per competenze green con Piano 5.0

Acquisto di beni strumentali materiali o immateriali 4.0; spese per la formazione del personale in competenze per la transizione verde e acquisto di beni necessari per l’autoproduzione e l’autoconsumo da fonti rinnovabili a esclusione delle biomasse. Sono i tre pilastri su cui si fonda il decreto legge del ministero delle Imprese e del Made in Italy che contiene le coordinate del Piano 5.0 del Governo Meloni. “Il Piano 5.0 è l’evoluzione del Piano transizione 4.0 che ha permesso alle imprese manufatturiere di usufruire di diverse agevolazioni. La revisione del Pnrr ha destinato 14 miliardi alle imprese – sottolinea Luigi Pagliuca, presidente della Cnpr2,8 miliardi per le imprese agricole per l’efficientamento energetico e circa 2 miliardi per le imprese che realizzeranno la connettività”. “I tre nuovi crediti d’imposta agevolano l’acquisto di beni strumentali materiali o immateriali 4.0 per 3,78 miliardi di euro, l’acquisto di beni necessari per l’autoproduzione e l’autoconsumo da fonti rinnovabili ad esclusione delle biomasse per 1,8 miliardi di euro – prosegue Pagliuca – e le spese per la formazione del personale in competenze per la transizione verde per 630 milioni di euro”.
Le attività che beneficeranno dell’agevolazione dovranno poi produrre dei risultati misurati in termini di efficienza energetica e di risparmio di energia. Gli investimenti in beni 4.0, dovranno conseguire un risparmio energetico pari ad almeno il 5%; le attività non legate a specifici processi target, dovranno conseguire un risparmio energetico pari ad almeno il 3%.

Fondo per il sostegno alla transizione industriale, al via le domande

Al via le domande per richiedere i contributi a fondo perduto del Fondo per il sostegno alla transizione industriale.

Il Fondo, si rivolge alle imprese che investono nella tutela ambientale ed ha l’obiettivo di favorire l’adeguamento del sistema produttivo italiano alle politiche UE sulla lotta ai cambiamenti climatici.

La dotazione iniziale è di 300 milioni di euro, destinata esclusivamente agli investimenti, di grande entità, volti a migliorare l’efficienza energetica e la tutela ambientale della produzione.

“I programmi d’investimento devono essere volti al perseguimento, in via esclusiva – spiega Fedele Santomauro, consigliere d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – di un miglioramento in termini di tutela ambientale dei processi aziendali. Non sono ammessi interventi che determinano un aumento della capacità produttiva, fatti salvi gli aumenti derivanti da esigenze tecniche, qualora non superiori al 2% rispetto alla situazione precedente all’intervento”.

Le imprese possono presentare la domanda esclusivamente online sul sito di Invitalia.

Le imprese pronte a investire nella transizione green. La Bce avverte: “Fare presto o costo sociale sarà altissimo”

La transizione green non è più procrastinabile, perché altrimenti “rischia di aumentare il conto che finiremo per dover pagare”. A lanciare l’allarme è Christine Lagarde, presidente della Bce, durante il suo intervento di apertura alla conferenza internazionale congiunta Aie-Bce-Bei sul tema ‘Garantire una transizione energetica ordinata: competitività e stabilità finanziaria dell’Europa in un periodo di trasformazione energetica globale’. In uno scenario di transizione tardiva, spiega, “le banche più vulnerabili si troverebbero ad affrontare perdite del portafoglio prestiti due volte superiori alla mediana. E respingere gli obiettivi non ci farà guadagnare più tempo per gli investimenti richiesti”. Ma non solo. “In altre parole – precisa Lagarde – procrastinare significherà correre il rischio di finire in una casa di accoglienza in cui stiamo gradualmente eliminando le fonti energetiche inquinanti prima di poterle sostituire con altre pulite”. Con la conseguenza di aumentare la volatilità dei prezzi.

La numero uno della Bce punta sul concetto di ‘ordine’ e sulla necessità di “non sbagliare” la transizione green, perché altrimenti “ci saranno costi sociali elevati”. E se è vero che “il percorso verso il successo” è “complesso”, bisogna “portare a termine la transizione comprendendo le sfide che comporta e garantendo che i costi siano condivisi equamente”.

I timori sulle conseguenze del cambiamento climatico nei prossimi cinque anni sono alquanto diffusi tra le imprese dell’area dell’euro. Secondo un’indagine svolta dalla Bce tra il 25 maggio e il 26 giugno 2023 sull’accesso delle imprese al finanziamento (Survey on the Access to Finance of Enterprises, SAFE)- che per la prima volta ha incluso domande specifiche sull’impatto del cambiamento climatico – 6 aziende su 10 temono i rischi di collegati a normative e standard più rigorosi in materia di clima. Inoltre, il 39% è fortemente preoccupato dalle calamità naturali e il 48% dal degrado ambientale.

Le imprese intervistate hanno indicato “diversi ostacoli che rendono difficoltoso l’accesso al finanziamento necessario per gli investimenti volti a mitigare i rischi derivanti da calamità naturali o a rispettare standard più rigorosi in materia di clima”. Oltre la metà delle imprese ha segnalato “tassi di interesse o costi di finanziamento troppo elevati e sovvenzioni pubbliche insufficienti come ostacoli molto importanti all’attuazione di investimenti collegati al rischio climatico”. Dall’indagine emerge che per le Pmi, tutti gli ostacoli al finanziamento degli investimenti rappresentano una preoccupazione più forte rispetto alle imprese di grandi dimensioni. Insomma, dice Lagarde, “le imprese sono pronte a spendere”, ma “bisogna promuovere il mercato della finanza verde in Europa, il che ridurrebbe il premio per il rischio e abbasserebbe i costi di finanziamento”. Chiaramente, questo “richiede uno sforzo politico combinato che coinvolga più istituzioni pubbliche. Come istituzioni pubbliche, dobbiamo quindi chiederci come possiamo contribuire nell’ambito dei nostri mandati. Anche questa è una parte fondamentale per comprendere la sfida. Per la Bce, il contributo più importante che possiamo dare è mantenere la stabilità dei prezzi”.

I prestiti agevolati da fonti pubbliche sono considerati dalle imprese uno strumento importante per ridurre il costo degli investimenti verdi e più di un terzo delle aziende ha affermato che li utilizzerebbe in futuro. Tuttavia, circa la metà delle aziende intervistate ritiene che le garanzie pubbliche siano insufficienti.