auto e furgoni

Appello del settore auto all’Ue: “Sì a transizione green ma bisogna investire sulla competitività”

Un appello urgente “per stimolare la trasformazione dell’industria automobilistica europea e migliorare la competitività”. A lanciarlo è stata l’Acea – l’associazione europea dei costruttori di automobili – insieme ad altri sette rappresentanti della catena del valore automobilistica, compresi i rappresentanti dei sindacati e dei datori di lavoro. In una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, i firmatari hanno invitato la Commissione europea a dare priorità a sei azioni chiave prima della fine dell’attuale mandato nel 2024: sviluppare una solida strategia industriale, ampliare un mercato europeo a emissioni zero e una catena del valore delle batterie, garantire un contesto normativo stabile e coerente per il settore, migliorare l’agenda per le competenze e il quadro per una transizione giusta, migliorare l’accessibilità dei trasporti e garantire condizioni di parità a livello globale.

I firmatari hanno sottolineato il loro impegno per la decarbonizzazione dei trasporti, sottolineando al contempo che “l’inerzia dei legislatori minerà la trasformazione e la competitività dell’industria automobilistica europea” e “metterà inoltre a rischio l’occupazione in un settore che genera più di 13 milioni di posti di lavoro nell’Ue”.

La Cina fornisce un esempio significativo di strategia industriale mirata a sostegno dell’industria automobilistica nazionale competitiva a livello globale nel settore dell’elettromobilità. Il Reduction Act americano mostra anche che è possibile innescare centinaia di miliardi di investimenti un solido quadro di politica industriale”, si legge nelle prime righe della lettera-appello.

L’invito all’Ue è, quindi, quello di sviluppare “una solida strategia industriale” capace di garantire “condizioni di parità” sia dentro sia fuori l’Unione, ma anche di prevedere “un contesto stabile per gli investimenti” e la promozione di un’industria automobilistica davvero “competitiva”. Passando, naturalmente, da “un pilastro cruciale”, rappresentato dalla garanzia di fonti energetiche “affidabili e competitive, che riducano i costi per cittadini e imprese”.

Lo stop alla produzione di auto a benzina e diesel voluto dall’Unione europea a partire dal 2035 preoccupa l’intero settore, che chiede, quindi, di “ridurre la dipendenza dai paesi terzi su parti critiche della catena del valore”. A cominciare dalla Cina. La trasformazione verde e digitale, dicono i firmatari, “devono andare di pari passo con una transizione giusta. L’Unione Europea – si legge ancora nel testo – deve sostenere una tabella di marcia di trasformazione, soprattutto per le regioni che dipendono da essa”. Si chiedono perciò “inventivi” per “sostenere pienamente gli investimenti verdi e la riparabilità della catena del mercato post-vendita”, ad esempio nell’acquisizione di veicoli nei mercati nuovi e usati.

Il Green Deal non si può fare senza Cina: lo studio dell’Europarlamento

Il Green Deal europeo non può fare a meno della Cina. Il cambio di paradigma operato dalla Commissione von der Leyen produce una dipendenza, tutta nuova, da cui sottrarsi non appare possibile. Perché la repubblica popolare è troppo presente in quei settori e in quei mercati di cui l’Ue è povera eppur tanto, troppo bisognosa. Per fare della transizione verde servono terre rare, ma pure metalli quali niobio e tantalio, “essenziali per l’industria della difesa e l’energia rinnovabile in tutto il mondo”, rileva un’analisi del centro studi e ricerche del Parlamento europeo. Queste risorse sono tutte in mano cinese.

Considerando l’agenda politica europea e il contesto geopolitico internazionale, “gli impegni di neutralità climatica dell’Ue e le risposte degli Stati membri ai rischi sollevati dall’invasione russa dell’Ucraina hanno contribuito a una crescente domanda di tali metalli che dovrebbe continuare a medio termine”. Nel 2020, si ricorda nel documento, la Commissione europea ha stimato che la domanda di elementi di terre rare utilizzati nei magneti permanenti aumenterebbe di dieci volte entro il 2050. Con la Cina e le sue industrie a farla da padrone per una politica ponderata che ha permesso di conquistare vantaggio.

La Cina beneficia di un controllo schiacciante dell’estrazione e della lavorazione delle terre rare, un’industria considerata di grande importanza strategica”. Per l’Unione europea “evitare ogni cooperazione con aziende legate alla Cina potrebbe rivelarsi impossibile in un settore dominato in modo schiacciante dalla Cina”. L’unica strada percorribile, per non ritrovarsi tra le braccia del Dragone, è scegliere con cura gli investimenti e i partner. Si tratterebbe di procedere ad uno ‘screening’ delle imprese, della loro partecipazione azionaria asiatica e i lori rapporti con la Repubblica popolare cinese, presente anche nell’unico polo di lavorazione delle terre rare su suolo europeo.

L’Ue è in ritardo. Ha avviato una transizione senza essere pronta. “Gli Stati membri dell’Ue non dispongono di miniere di terre rare attive, mentre allo stesso tempo importanti progetti di estrazione di terre rare al di fuori della Cina, come quelli in Groenlandia, non sono ancora diventati operativi”. Inoltre, “anche la capacità di trasformazione europea è limitata, poiché è in gran parte concentrata in un unico impianto, vale a dire lo stabilimento Silmet in Estonia”. Ma di proprietà extra-Ue. Silmet a è di proprietà della Neo Performance Materials Corp (Npm), azienda canadese con sede a Toronto. Principale azionista di Npm è l’azienda australiana Hastings Technology Metals Ltd, attiva nel settore delle terre rare. “Wyloo Metals, di proprietà del fondo di investimento Tattarang, ha finanziato Hastings per l’acquisizione di Npm”. In questo gioco di acquisizioni e partecipazioni, “Tattarang è ancora di proprietà della famiglia dell’imprenditore minerario australiano Andrew Forrest, i cui legami con la Cina sono particolarmente estesi”. In particolare “la sua attività principale, Fortescue Metals Group, estrae ed esporta minerale di ferro in Cina, che è il mercato principale dell’azienda per questo prodotto. Forrest è stato ripetutamente collegato ai tentativi del partito-stato cinese di influenzare la politica del suo paese d’origine”.

Il dominio cinese su terre rare, niobio e tantalio si spiega anche con una politica avviata con largo anticipo, mirata e finalizzata a conquistare vantaggi. In aggiunta al suo controllo sulle risorse di terre rare, ricorda il documento, “ la Cina ha ripetutamente cercato di ottenere il controllo di importanti giacimenti all’estero, una strategia coerente con il desiderio di mantenere la leva finanziaria che la Cina ha sfruttato per fini politici controversi”. Oltre al pieno controllo della catena di approvvigionamento della Cina, il predominio del mercato globale delle terre rare “significa che il Paese può scegliere di assumere una posizione ostile nel raggiungimento degli obiettivi politici”, come dimostrato dagli eventi del 2010, quando il governo cinese ha imposto quote di esportazione al Giappone e ha interrotto le esportazioni poiché ha chiesto il rilascio di un capitano cinese detenuto per aver pescato in acque che la Cina rivendica come proprie. Se è vero che “nel 2023 i resoconti dei media hanno affermato che il governo stava prendendo in considerazione un divieto di esportazione di terre rare”, Green Deal e transizione verde europea passano per la Cina.

Nuovo parco eolico Boujdour: così il Marocco accelera la transizione

L’Office national de l’électricité et de l’eau potable (ONEE) ha annunciato l’entrata in funzione commerciale del parco eolico di Boujdour da 300 MW e il passaggio della rete meridionale a 400 kV. Il Marocco ha compiuto un altro passo importante nel suo impegno ad accelerare la transizione energetica mettendo in funzione tutte le turbine eoliche del parco eolico di Boujdour, l’ottavo progetto eolico completato nelle province meridionali del Marocco e il 14° a livello nazionale, contemporaneamente alla messa in funzione della più grande sottostazione di trasformazione Boujdour II “400/225 kV”, ha dichiarato l’ONEE in un comunicato stampa.

Questi risultati dimostrano la determinazione dell’ONEE e dei suoi partner a continuare a lavorare in stretta collaborazione per promuovere il modello marocchino di transizione energetica sostenibile e confermare ulteriormente la posizione internazionale del Marocco come uno dei Paesi modello leader nella lotta al cambiamento climatico, ha sottolineato la stessa fonte.

Il rafforzamento della rete meridionale attraverso la messa in funzione dell’intera sottostazione Boujdour II “400/225 kV”, in particolare attraverso il passaggio a 400 kV di tutti i nuovi impianti costruiti in loco (linee a 225 e 400 kV, autotrasformatori, ecc.) rappresenta un nuovo punto di svolta nel significativo miglioramento dell’infrastruttura elettrica del Marocco e delle sue province meridionali.

“Grazie a questo potenziamento, la capacità di trasmissione di energia elettrica della rete nel sud del Marocco sarà aumentata, consentendo così un servizio di trasmissione e distribuzione di energia elettrica migliore, più efficiente e affidabile sulle lunghe distanze”, continua l’ONEE, sottolineando che questo nuovo miglioramento svolgerà un ruolo cruciale nella creazione di una rete elettrica resiliente, garantendo una fornitura stabile e di alta qualità per i residenti e gli industriali della regione meridionale.

La messa in funzione del parco eolico di Boujdour da 300 MW segna anche un passo importante verso il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi che il Marocco si è posto per il 2023 in termini di quota di energie rinnovabili nel mix elettrico.

Sviluppato nell’ambito della produzione privata di energia elettrica, a seguito dell’aggiudicazione dell’importante gara d’appalto internazionale per il programma eolico integrato da 850 MW, e con un investimento totale di circa 3,9 miliardi di dirham (MMDH) e una produzione annua di oltre 1. L’energia elettrica prodotta sarà fornita dalla rete elettrica marocchina. L’elettricità prodotta sarà fornita dalla società di progetto Boujdour Wind Fram e sarà interamente fatturata all’ONEE in base al contratto PPA in vigore, a una delle tariffe più basse al mondo. Questo nuovo parco eolico si posiziona come un importante impianto di produzione di energia pulita, in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di migliaia di famiglie marocchine e di ridurre significativamente le emissioni di gas serra (circa 1.145.000 tCO2/anno). Questi risultati confermano la posizione del Marocco come leader regionale nella promozione dell’energia pulita e sostenibile.

Commentando questi risultati, il direttore generale dell’ONEE, Abderrahim El Hafidi, citato nel comunicato stampa, ha dichiarato che “la messa in funzione del parco eolico di Boujdour e il passaggio a 400 kV per la rete meridionale sono pietre miliari del nostro costante impegno per un futuro energetico più sostenibile, Questi progetti riflettono la nostra determinazione a contribuire a ridurre l’impronta di carbonio del nostro Paese e a costruire un futuro sostenibile per il Marocco”, ha detto.

Il Marocco continua a svolgere un ruolo pionieristico nel Nord Africa in termini di sviluppo sostenibile e di energie rinnovabili. Questi risultati segnano l’inizio di una nuova era per il settore energetico marocchino, contribuendo alla prosperità economica e preservando l’ambiente.

Finanza e risparmio a sostegno della transizione: al via l’evento Withub

Per arrivare all’obiettivo di emissioni zero entro il 2050 servono circa 100 trilioni di dollari. Nel dettaglio, secondo un rapporto di BloombergNef (Bnef), l’Europa dovrà investire più di 32 trilioni di dollari (29 trilioni di euro) nell’energia e nelle tecnologie correlate per passare a un’economia, appunto, net zero. In pratica 3 miliardi di euro al giorno. Di questi 32mila miliardi di biglietti verdi (attualmente i fondi Ue non arrivano nemmeno a mille) ben 21 trilioni di dollari nel periodo 2022-2050 saranno necessari per i veicoli elettrici, mentre 1.400 miliardi dovranno essere investiti in nuove pompe di calore.

Sono stati compiuti progressi, in particolare nel settore energetico, dove le rinnovabili rappresentano il 40% della produzione di energia installata a livello globale, contribuendo a un aumento senza precedenti dell’83% di energia globale nel 2022. Ma per mantenere in vita 1,5°C – sottolinea Irena, International Renewable Energy Agency – “i livelli di implementazione devono crescere da circa 3.000 gigawatt di oggi a oltre 10.000 GW nel 2030, una media di 1.000 GW all’anno. La distribuzione è inoltre limitata a determinate parti del mondo. La Cina, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno rappresentato i due terzi di tutte le aggiunte lo scorso anno, lasciando più indietro le nazioni in via di sviluppo”. Solo entro il 2030 servirebbero, sempre secondo Irena, 35 trilioni di investimenti. Risorse che non si vedono al lavoro, per questo Francesco La Camera, direttore generale di Irena, ha sottolineato che per ora la transizione energetica globale è fuori strada.
I fondi pubblici messi in campo – tra Europa, Usa e Cina – rappresentano circa 3mila miliardi. Gli altri 97mila miliardi chi li mette? Solo la finanza, con tutte le sue potenzialità, può accelerare la svolta. Di questo si parlerà a ‘Green Economy Finance, il ruolo della finanza e del risparmio a sostegno della transizione ecologica’, il prossimo 22 giugno a Esperienza Europa a Roma. L’evento, prima edizione, è organizzato da Gea, Eunews e Fondazione Articolo 49, tutte facenti parte del gruppo Withub, in collaborazione col Parlamento europeo e col patrocinio della Commissione Europea.

Durante l’incontro interverranno esponenti della politica europea e nazionale, rappresentanti delle istituzioni finanziarie italiane, primari operatori del settore e delle aziende. La finanza necessita di regole chiare per impostare prodotti remunerativi, così da convincere i risparmiatori ad investire in prodotti sostenibili. La stessa finanza si trova ad affrontare una propria transizione, alle prese con norme sempre in evoluzione, clienti quasi da educare a un nuovo approccio di investimenti, e imprese che hanno bisogno di pianificare strategie con risorse economiche stabili.

Al termine dell’evento, per la prima volta in Italia, sarà conferito un riconoscimento ai fondi di investimento più green, meno volatili e più remunerativi: queste le caratteristiche fondanti dei GEA Finance Awards che andrà a una top ten di fondi articolo 9, aventi come obiettivo esclusivamente l’investimento sostenibile, e che negli ultimi anni hanno garantito i migliori rendimenti ai risparmiatori-sottoscrittori, il tutto in un contesto di sicurezza dell’investimento stesso. Withub e Fida, gruppo specializzato nello sviluppo di applicazioni software per i servizi finanziari e nella raccolta e analisi di dati nel risparmio gestito, hanno prodotto una short list che non vuole essere solo premio virtuoso, bensì un incentivo all’intero mondo della gestione del risparmio per incrementare gli investimenti nella transizione

PMI del Sud: 400 milioni per la transizione green e digitale in manifattura e servizi

Firmato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il decreto che istituisce un nuovo bando per rafforzare la crescita sostenibile e la competitività delle PMI dei territori delle regioni del Mezzogiorno (Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna).

Con una dotazione di 400 milioni, la misura potrà coprire fino al 75% delle spese ritenute ammissibili con un’agevolazione articolata in un contributo e in un finanziamento agevolato.

L’obiettivo del provvedimento è quello di sostenere il processo di transizione delle piccole e medie imprese nelle regioni del Mezzogiorno – afferma Fedele Santomauro, consigliere d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – mediante l’incentivazione di investimenti imprenditoriali innovativi, che facciano ampio ricorso alle tecnologie digitali secondo il Piano Transizione 4.0”.

Per ottenere l’accesso, i progetti presentati devono prevedere l’utilizzo di tecnologie abilitanti (come cloud, realtà virtuale) destinati all’ampliamento della capacità produttiva, alla diversificazione della produzione, alla realizzazione di nuovi prodotti, o alla modifica del processo di produzione già esistente o alla realizzazione una nuova unità produttiva.

Nel calcolo del punteggio – prosegue Santomauro – sono riconosciuti significativi anche i punteggi premiali per i progetti aventi ad oggetto l’efficientamento energetico dell’impresa, che consentano un risparmio energetico almeno pari al 5%, nonché per quelli finalizzati a introdurre nel processo produttivo soluzioni legate all’economia circolare”.

Washington consensus: gli Usa e le politiche di decarbonizzazione europee

Un importante discorso, pronunciato lo scorso 27 aprile alla Brooking Institution dal consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati UnitiJake Sullivan, propone un’analisi critica di alcuni effetti della globalizzazione e si pone la questione di come fare affinché le società aperte e democratiche possano “costruire un ordine economico globale più equo e duraturo a vantaggio di noi stessi e delle persone di tutto il mondo”.

Sulla costruzione di questo nuovo ordine economico globale più equo e duraturo l’America di Biden è alla ricerca di un nuovo consenso che tenga conto degli sconvolgimenti che hanno investito il mondo negli ultimi decenni e che hanno messo in crisi il vecchio ordine mondiale: dalle crisi finanziarie che si sono succedute, ai sacrifici patiti dalle fasce di popolazione più impattate dal processo di globalizzazione dell’economia mondiale, alla pandemia che ha messo in luce la fragilità delle catene di approvvigionamento dell’occidente, fino all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che ha mostrato i rischi di dipendenza da nazioni e Paesi non democratici.

La riflessione parte, come detto, da una serie di considerazioni critiche su ciò che è successo negli anni della cosiddetta ‘globalizzazione’ e in particolare da ciò che non ha funzionato per gli Usa e per l’Occidente in tutto in quel gigantesco processo di trasformazione del mondo.

La prima grave insufficienza riguarda i sistemi industriali occidentali, che con lo spirare vorticoso dei venti della globalizzazione si sono progressivamente svuotati mettendo in sofferenza territori e classi sociali non protetti.

Liberalizzazione del commercio mondiale fine a se stessa, deregolamentazione, riduzione o scomparsa dell’intervento pubblico anche nei settori strategici con ritorni più lunghi e lenti: tutto ciò ha messo in crisi soprattutto gli apparati industriali di base, che sono fondamentali per tutte le filiere sottostanti.

Alla base di queste scelte politiche secondo Sullivan stava un assunto: che i mercati allochino sempre il capitale in modo produttivo ed efficiente, indipendentemente da ciò che fanno i concorrenti e da quali strumenti e politiche di protezione vengano adottati.

In nome di un’efficienza di mercato eccessivamente semplificata intere catene di approvvigionamento di beni strategici – insieme alle industrie e ai posti di lavoro che li producono – si sono spostate in paesi terzi che presentavano costi delle produzioni inferiori a quelli dell’Occidente. E il postulato secondo il quale una profonda liberalizzazione dei commerci mondiali avrebbe comportato per le economie occidentali, sempre e comunque, maggiori esportazioni, maggior benessere, maggiore crescita non si è verificato del tutto.

Altro postulato di questa visione era che il tipo di crescita non fosse importante: tutta la crescita era buona crescita. Così sono stati privilegiati alcuni settori dell’economia come la finanza e i servizi, mentre altri settori essenziali e strategici come i semiconduttori, le infrastrutture e parte dell’industria manifatturiera si sono atrofizzati.

La capacità industriale dell’Occidente ha subito duri colpi e con essa la capacità di fare innovazione.

Gli choc che negli ultimi 10/15 anni si sono succeduti colpendo l’economia mondiale, prima la crisi finanziaria del 2008/2009, poi la crisi pandemica del 2020/2021, hanno mostrato tutti i limiti di questa impostazione sovente segnata da estremismo liberista o mercatista, da eccesso di finanziarizzazione, da sottovalutazione dei problemi di sicurezza oltre che di economicità degli scambi mondiali.

La seconda grande insufficienza, le cui conseguenze peseranno, e molto, negli anni futuri, è stata il non capire che si stavano creando dipendenze strategiche dell’Occidente dalla scelte e dalle forniture di Paesi ed economie non occidentali, spesso conflittuali con noi, minando alle fondamenta la sicurezza del nostro vivere.

Questa insufficienza e incomprensione deriva dal fatto che l’impostazione della politica economica internazionale degli ultimi decenni si basava sulla premessa che l’integrazione economica avrebbe reso le nazioni più responsabili e aperte, e che l’ordine globale sarebbe stato più pacifico e cooperativo. In maniera quasi automatica e spontanea, secondo questo assunto, i Paesi coinvolti in questi processi di integrazione e nelle loro regole sarebbero stati progressivamente portati a fare proprie queste regole e a rispettarle.

Sullivan rileva e sottolinea che non è andata così. O meglio, alcuni casi sì in molti altri no.

L’integrazione della Cina nel novero dei Paesi aderenti all’organizzazione del Commercio Mondiale (WTO) ha rappresentato e rappresenta un’enorme sfida per gli apparati industriali dell’Occidente.

La Repubblica popolare cinese ha continuato, nonostante l’adesione al WTO, a sovvenzionare in modo massiccio sia i settori industriali tradizionali sia le industrie fondamentali per il futuro come l’energia pulita, le infrastrutture digitali, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie avanzate.

L’Europa, più che gli Stati Uniti, ha creato, nei decenni di globalizzazione, dipendenze che si sono rivelate davvero pericolose: la dipendenza energetica dal gas russo in primis, ma anche la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento di apparecchiature mediche, semiconduttori, minerali critici.

Sempre l’Europa, forzando ideologicamente i processi di decarbonizzazione, con il ricorso spinto alle energie rinnovabili e all’elettrificazione e alla mobilità elettrica come uniche tecnologie capaci di portare alla sostenibilità delle nostre economie (senza peraltro  porsi il problema della sicurezza degli approvvigionamenti) , sta ponendosi nuovamente in posizione di dipendenza strategica dalla Cina per tutto ciò che riguarda litio, cobalto, terre rare, nickel e cioè  tutto quello che serve per costruire batterie.

L’integrazione economica non ha impedito alla Cina di espandere le proprie ambizioni militari nella regione, né alla Russia di invadere i suoi vicini democratici. Nessuno dei due Paesi (Cina e Russia) è diventato più responsabile e collaborativo.

La terza grave insufficienza è stata, soprattutto in Europa, l’impostazione delle politiche di decarbonizzazione e di transizione energetica. In molte fasi recenti della storia dell’Unione Europea è sembrata prevalere un’impostazione dettata da un ambientalismo estremo trasformato in religione neopagana del nostro tempo, che demonizza il progresso economico e predica un futuro di sacrifici dolorosi oppure l’Apocalisse imminente.

La quarta grave insufficienza è stata quella di non occuparsi abbastanza delle diseguaglianze crescenti scaturite dai processi di globalizzazione.

L’ipotesi prevalente, anche qui sbagliata, era che la crescita indotta dall’espansione del commercio internazionale sarebbe stata una crescita inclusiva, che i guadagni del commercio avrebbero finito per essere ampiamente condivisi da vasti strati di popolazione agendo come un gigantesco meccanismo redistributivo della ricchezza.

Ciò è avvenuto in effetti per le popolazioni, o almeno per significative parti di esse, dei Paesi in via di sviluppo che, con la globalizzazione, hanno visto crescere il loro benessere. Ma in Occidente moltissimi lavoratori da questi guadagni non sono stati minimamente toccati. Le classi medie hanno perso sempre più terreno subendo processi gravi di impoverimento, mentre si è assistito ad una concentrazione della ricchezza, sempre di più nelle mani di pochi, anzi di pochissimi.

C’è stata, in altri termini, una progressiva disconnessione e tra politiche economiche internazionali e politiche interne; laddove queste ultime non sono riuscite a gestire le conseguenze pesanti della globalizzazione su molti settori industriali manifatturieri, nei confronti dei quali non vi è stata alcuna attenzione né cura.

Le conseguenze sociali di questa disattenzione e assenza di cura è stata la nascita e la crescita, nei Paesi occidentali, di populismi e estremismi che mettono in pericolo la convivenza civile e la stessa democrazia.

Da Enel a Terna, fino all’hub sardo di Glencore per le batterie: Sud a centro transizione

A fine aprile l’amministratore delegato della Portovesme srl, Davide Garofalo, aveva inviato per conto di Glencore una lettera alla Regione Sardegna per annunciare lo stop alla fonderia di San Gavino e della produzione del settore piombo della stessa Portovesme srl. Nella missiva – riportava l’Unione Sarda – si leggeva che la decisione era stata presa “visto il perdurare delle condizioni che hanno determinato il drastico aumento dei costi energetici, a livello internazionale ed europeo, tale da incidere negativamente e direttamente sull’andamento produttivo della Portovesme srl“. Nella lettera si parlava poi della “necessità di modificare lo scenario produttivo della società“. Modifica che oggi è stata annunciata direttamente dalla multinazionale svizzera: Portovesme diventerà il primo impianto europeo di batterie riciclate per le auto elettriche. Una svolta che avrà bisogno di tempo. Se lo studio di fattibilità andrà in porto, l’impianto sarà operativo dal 2026-2027.

Tutto nasce dall’accordo tra Glencore, gigante svizzero delle materie prime, e la canadese Li-Cycle, industria leader nel recupero delle risorse di batterie agli ioni di litio, per studiare congiuntamente la fattibilità, e successivamente lo sviluppo, di un Hub a Portovesme per la produzione di materiali critici per le batterie, tra cui nichel, cobalto e litio dal contenuto di batterie riciclate. Il complesso metallurgico sardo, costituito da un impianto al piombo-zinco e idrometallurgico che ha iniziato ad operare nel 1929, è stato scelto perché “dispone di una serie di sostanziali infrastrutture esistenti, tra cui l’accesso a un porto, servizi pubblici, apparecchiature di lavorazione dell’industria idrometallurgica impianto e una forza lavoro esperta”, recita il comunicato congiunto dei due colossi industriali. Glencore e Li-Cycle prevedono anche di formare una joint venture al 50% che riutilizzerebbe parte dell’attuale complesso metallurgico di Glencore a Portovesme per creare il Portovesme Hub. Ciò consentirebbe un piano di sviluppo rapido ed efficiente in termini di costi. Il progetto prevede anche un finanziamento competitivo a lungo termine da parte di Glencore per finanziare la quota di investimento di Li-Cycle. Una volta operativo, l’hub dovrebbe avere una capacità di lavorazione di 50.000-70.000 tonnellate di massa nera all’anno, o l’equivalente di 36 GWh di batterie agli ioni di litio. La massa nera lavorata nell’hub dovrebbe essere fornita dalla crescente rete Spoke di Li-Cycle in Europa e attraverso la rete commerciale di Glencore.

La svolta in Sardegna in vista della transizione energetica si combina all’altro grande progetto, realizzato da Enel in Sicilia, ovvero la costruzione della Gigafactory 3Sun di Catania, che entro il 2024 sarà la più grande fabbrica di pannelli solari d’Europa, con una capacità produttiva di 3Gw all’anno. Il tutto all’interno di un contesto in evoluzione, incentrato sul cosiddetto Piano Mattei sposato dal governo, che prevede il Sud centro di gravità per l’afflusso e la produzione di energia. In questo senso anche Terna collegherà la Sicilia con la Sardegna e la penisola attraverso un doppio cavo sottomarino: un nuovo corridoio elettrico al centro del Mediterraneo, il Tyrrhenian Link. Con circa 970 chilometri di lunghezza e 1000 MW di potenza si tratta di un’opera infrastrutturale di importanza internazionale, che migliorerà la capacità di scambio elettrico, favorirà lo sviluppo delle fonti rinnovabili e l’affidabilità della rete. Nel dettaglio il progetto complessivo prevede due tratte: quella Est dalla Sicilia alla penisola e la Ovest dalla Sicilia alla Sardegna.

L’attivismo energetico in Italia in un certo senso è una risposta all’avanzata cinese sul fronte auto elettriche in Europa. Da un recente rapporto di Rhodium Group e Merics emerge che dal 2018, le aziende cinesi di batterie hanno annunciato investimenti per un valore di 17,5 miliardi di dollari nel Vecchio Continente. La produzione prevista dalle loro fabbriche europee potrebbe essere circa il 20 percento della capacità totale di produzione di batterie del continente entro il 2030. Finora, il più grande di questi investimenti (6,7 miliardi) si è concentrato sulla produzione di moduli e pacchi batteria, come l’impianto da 100 GWh di Catl in Ungheria, che una volta completato sarà il più grande d’Europa. Ma le aziende cinesi stanno anche osservando opportunità più a monte e a valle, continua il report. A monte, gli investitori di Pechino si stanno muovendo verso gli input della batteria. Nel 2022, CNGR Advanced Material e Finnish Minerals Group hanno annunciato l’intenzione di costituire una joint venture 60/40 per costruire un impianto per i materiali attivi del catodo precursore, che vengono utilizzati per produrre batterie agli ioni di litio. L’impianto ungherese di Semcorp da 184 milioni di euro produrrà film separatori per batterie agli ioni di litio. In Germania, Wuxi Lead Intelligent Equipment ha acquisito l’azienda di macchinari specializzata in bancarotta Ontec Automation pochi mesi dopo aver vinto un importante contratto per la fornitura di attrezzature al nuovo impianto di batterie Salzgitter della Volkswagen. Non c’è l’Italia per ora nei piani di produzione industriale in Europa della Cina. Ci sono però altri colossi industriali, occidentali.

Giorgia Meloni/Afp

Il Governo italiano conferma gli obiettivi, ma chiede transizione soft

Decarbonizzazione, croce e delizia per la politica italiana. Automotive, etichettatura dei vini, carburanti, edilizia green: sono solo gli ultimi esempi, in ordine cronologico, di quale sia il livello dei negoziati del nostro Paese in Europa. La transizione ecologica, non è un mistero, in passato ha colto di sorpresa – per usare un eufemismo – le nostre istituzioni, che hanno dovuto imbastire programmi per la riconversione delle imprese in tempi record. Il risultato, però, è più che lodevole visto che finora stiamo rispettando le tabelle di marcia, sebbene siano ancora attive le centrali a carbone presenti sul territorio nazionale. A causa, soprattutto, dell’emergenza energetica che si è aperta da inizio 2022 e acuita dopo l’aggressione russa in Ucraina.

Effetti collaterali, che comunque non fermano il percorso. La linea tracciata dal governo di Giorgia Meloni è quella di incentivare anche la produzione di energia da fonti rinnovabili, obiettivo chiarito dalla stessa premier alla Cop27. E ribadito in più occasioni dal ministro dell’Ambiente e sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, che infatti si è espresso con queste parole: “La partita è quella della decarbonizzazione”, perché “ci troviamo nella più grande area europea per presenza di polveri sottili che costa la salute di 20 milioni di abitanti di pianura padana. Per questo la sfida nazionale ed europea è legata al discorso della decarbonizzazione, che il paese deve compiere e che impegnerà per anni i governi a venire”.

Il discorso, proprio in questo punto, si incrocia con i dossier aperti in Europa. In particolare con quello legato all’automotive. A Bruxelles è passata la norma che impone lo stop ai motori endotermici, sia benzina che diesel, per passare al full electric dal 2035. Una decisione molto contestata da Roma, che vede a rischio gli obiettivi di neutralità tecnologica, con la Cina che potrebbe diventare il player globale più forte sulla componentistica e le materie prime per la produzione delle batterie. Pichetto è “convinto che il percorso di decarbonizzazione passi dall’autoveicolo e quindi che l’autostrada sia l’elettrico”, ma “quello che l’Italia non ammette è che sia la scelta di qualcuno. L’obiettivo deve essere togliere le emissioni, nessuno lo mette in discussione. E la sfida è quella della razionalità”.

Servono i biocarburanti per una transizione più soft, ma soprattutto per non mandare all’aria un settore e una filiera d’eccellenza per l’economia del Paese. Peraltro, colossi come Eni da tempo hanno investito su questo ramo. Anche somme ingenti, peraltro, con programmi che toccano l’area del Mediterraneo, senza toccare la produzione alimentare, come ha chiarito il ceo, Claudio Descalzi. Tutti fattori che l’esecutivo sta spingendo nel dialogo europeo, senza mai scostarsi dagli obiettivi prioritari: ridurre le emissioni almeno al 55% entro il 2030 e net zero entro il 2050. Perché su questo si gioca il futuro del Vecchio continente, dell’Italia e anche della politica.

gas Russia

Transizione energetica più lontana: nel 2023 aumentano investimenti e consumi nel gas

La transizione energetica mondiale sembra lontana leggendo il quarto rapporto annuale sul mercato del gas presentato a Doha, in Qatar, dal Forum dei Paesi esportatori di gas (Gecf) ovvero l’Opec del metano. I Paesi membri sono Algeria, Bolivia, Egitto, Guinea Equatoriale, Iran, Libia, Nigeria, Qatar, Russia, Trinidad e Tobago, Emirati Arabi Uniti e Venezuela. Invece Angola, Azerbaigian, Iraq, Malesia, Mozambico, Norvegia e Perù sono membri osservatori. In sintesi, dopo un 2022 nel quale il consumo globale di gas è diminuito, si prevede che riprenderà a crescere nel 2023 (+1%) e raggiungerà un livello massimo storico, con il settore della produzione di energia elettrica che rimane il più grande consumatore di gas. Stati Uniti, Cina e alcuni paesi emergenti dell’Asia Pacifico guideranno la crescita del consumo di gas. Inoltre gli investimenti nel petrolio e nel gas sono aumentati del 7% su base annua per raggiungere i 718 miliardi di dollari nel 2022 e dovrebbero aumentare ulteriormente nel 2023. Infine CCS/CCUS (ovvero le operazioni di Cattura, Utilizzo e Stoccaggio del Carbonio) e idrogeno hanno guadagnato slancio come potenziali percorsi per la decarbonizzazione, con un aumento significativo della capacità annunciata. Tuttavia, il numero di progetti operativi è ancora lontano dalla scala richiesta.

Gli sviluppi nel settore del gas sono un’indicazione delle brillanti prospettive per l’espansione dell’industria globale del gas, poiché il gas naturale è destinato a svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo socio-economico e verso transizioni energetiche giuste e inclusive“, ha commentato Mohamed Hamel, segretario generale del Gecf, proprio mentre la Ue chiede una riduzione sempre maggiore del gas. Quest’anno dovrebbe aumentare, oltre al consumo di gas, anche la produzione, l’utilizzo nella generazione di energia elettrica e nell’industria, senza scordare la crescita dell’import di Gnl. Innanzitutto la produzione è stimata 2in aumento di circa l’1% nel 2023, trainata da Nord America, America Latina e Caraibi, Medio Oriente e Africa. Lo scorso anno “sono stati scoperti oltre 600 miliardi di metri cubi di gas naturale, con un aumento del 16% su base annua, che rappresentano il 39% dei volumi totali di petrolio e gas scoperti. Tuttavia, il numero di pozzi di esplorazione è stato meno della metà del numero medio dei livelli pre-pandemici, evidenziando un continuo sottoinvestimento nell’esplorazione”, fa sapere l’Opec del gas.

A livello energetico/industriale “il settore della produzione di energia elettrica è ancora il principale consumatore di gas, con una quota del 44% del consumo globale di gas nel 2022. Il consumo di gas nel settore energetico è diminuito dello 0,2% su base annua, a 6.050 terawattora (TWh), a causa del passaggio dal gas al carbone in varie regioni e dei prezzi elevati del gas, che hanno reso il gas naturale meno competitivo rispetto altri combustibili. Tuttavia – segnala il report del Gecf – la produzione di energia elettrica rimarrà probabilmente il principale motore del consumo globale di gas a livello mondiale, dato che un numero sempre maggiore di Paesi sta abbandonando le centrali elettriche a carbone”. E poi, “con la prevista diminuzione dei prezzi del gas, il consumo di gas nel settore industriale dovrebbe aumentare nel 2023, poiché il gas naturale rimane una fonte di energia conveniente, affidabile ed ecologica per molte industrie“.

Con la crisi delle forniture via gasdotto in Europa, è esploso il mercato del Gnl, per il quale si prevede, nel 2023, “che le importazioni globali aumenteranno del 4-4,5% (16-18 Mt) su base annua, raggiungendo su base annua 416 Mt (milioni di tonnellate). La Cina e i Paesi del subcontinente indiano e del sud-est asiatico dovrebbero rappresentare la maggior parte delle importazioni di GNL, con ulteriori 13-15 Mt di importazioni di Gnl“, si legge nel 4° rapporto annuale. Questo nonostante lo scorso anno siano state “commissionate meno di 30 nuove metaniere, il che rappresenta l’aumento più lento dal 2013, mentre la flotta mondiale di metaniere ha superato le 670 unità. Le tariffe di noleggio per le metaniere hanno raggiunto livelli record nell’autunno del 2022. Questo, insieme all’aumento del costo dei combustibili per il trasporto del gas liquefatto, ha contribuito all’aumento dei costi di trasporto del Gnl“.

In ogni caso una previsione la dice lunga sulla transizione dal gas. Il Forum dei Paesi esportatori di gas prevede che crescano gli investimenti nel settore del petrolio e del gas, grazie ai maggiori investimenti nell’industria upstream e nei terminali di importazione di Gnl. Tuttavia, diverse incertezze incombenti, tra cui il rallentamento della crescita economica globale, le condizioni finanziarie rigide, l’inflazione e l’elevata volatilità dei prezzi dell’energia, potrebbero scoraggiare gli investimenti. Resta il fatto che il settore oil & gas nel solo 2022 ha mobilitato 718 miliardi di investimenti, una cifra superiore all’Ira di Biden per la svolta green.

Transizione energetica, correggere il tiro prima che sia troppo tardi

Il dibattito politico ed economico internazionale è segnato da tempo dal tema della ‘transizione energetica’, ma gli ultimi diciotto mesi hanno mostrato chiaramente come questo obiettivo sia molto più sfidante e complesso di quello che si poteva immaginare. Da molte parti, senza mettere in questione l’obiettivo della decarbonizzazione che tutti condividono, si sottolinea che esso va perseguito con razionalità e pragmatismo, abbandonando visioni estremiste e unilaterali che hanno messo in secondo piano problemi importantissimi come la sicurezza energetica e la disponibilità di materie prime necessarie per la transizione.

Anche negli Usa e in Europa, aree nelle quali sono state adottate misure imponenti per perseguire l’obiettivo della transizione e della decarbonizzazione (come ad esempio l’Inflation Reduction Act negli Usa e il RePowerEu in Europa), lo sviluppo, la diffusione e la crescita delle nuove tecnologie su cui si basa la transizione avverrà in un tempo molto più lungo di quello inizialmente previsto. E ciò perché le economie sviluppate non sono in grado di passare in pochi anni da un modello economico basato sugli idrocarburi ad un altro basato esclusivamente sulle energie rinnovabili.

E la recente crisi energetica causata dall’aggressione russa dell’Ucraina lo ha mostrato con chiarezza. Il mondo, ad esempio, sta usando oggi tre volte più carbone di quanto ne usasse dieci anni fa, e nel 2022 si è raggiunto il record storico nel consumo di questa fonte di energia. Ciò si deve certamente alla crescita dei fabbisogni energetici di molti Paesi del mondo in via di sviluppo che hanno trovato nel carbone la fonte più conveniente, ma anche al fatto che molti paesi europei, Germania e Italia in testa, che avevano deciso di chiudere le loro centrali elettriche a carbone, hanno dovuto fare marcia indietro per fronteggiare la mancanza di gas e l’esplosione dei prezzi energetici causati dalla guerra.

Alla luce di ciò è lecito porsi la domanda: ma perché le famiglie e le imprese europee, che sono responsabili di non più del 9% delle emissioni mondiali di CO2, devono essere quelle che sopportano di più il peso della transizione? Se per ipotesi tutte le industrie europee, che sono responsabili di meno del 4% di tutte le emissioni mondiali di CO2, chiudessero i battenti contemporaneamente, l’effetto sulle emissioni mondiali e quindi sulla causa primaria del climate change sarebbe insignificante.

In un interessante paper del 2021 del Peterson Institute for International Economics un importante economista francese, Jean Pisani-Ferry, ha affermato che muoversi troppo rapidamente verso l’obiettivo di emissioni zero potrebbe provocare una drammatica crisi dell’offerta industriale, ancora più grave di quella creata dallo shock energetico dell’inizio degli anni 70 conseguente alla  guerra arabo-israeliana. L’economista mette in guardia dal fatto che un processo di transizione energetica precipitoso potrebbe provocare disastri, e sollecita i policy makers a rendersene conto e ad assumere le decisioni adeguate.

Quali sono i fatti nuovi che hanno cambiato così radicalmente la prospettiva? Innanzitutto la sicurezza energetica, come detto, è tornata ad essere la priorità. E la sicurezza energetica è fatta di disponibilità di fonti e di prezzi ragionevoli dell’energia. Il Presidente degli Usa Biden ad esempio, benché sia molto concentrato sugli obiettivi della transizione, nel corso dell’ultimo anno ha sollecitato le compagnie petrolifere nazionali a incrementare la produzione, così da aumentare le Strategic Petroleum Reserve come non era mai avvenuto con le precedenti Amministrazioni.

I verdi tedeschi al governo della Germania hanno spinto moltissimo per aumentare la capacità di impianti di rigassificazione del Paese, così da incrementare significativamente le importazioni di LNG (gas naturale liquido) dagli Stati Uniti. E in non più di 200 giorni la Germania è stata capace di dotarsi di nuovi rigassificatori galleggianti come quelli che dobbiamo fare anche in Italia, ma che sono in ritardo a Piombino per l’opposizione del Sindaco, che proviene dalle fila del partito del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

La seconda questione riguarda la dimensione del problema. Oggi 100 trilioni di dollari Usa (centomila miliardi di dollari!) dell’economia mondiale dipendono da più dell’80% di approvvigionamento energetico da idrocarburi, e nulla come un così gigantesco e complesso sistema energetico mondiale può essere rapidamente e facilmente cambiato. In un interessante volume fresco di stampa, ‘How The World Really Works’, di uno studioso di economia dell’energia, Vaclav Smil, si sottolinea come i quattro pilastri della moderna civilizzazione – cemento, acciaio, plastica e ammonio (per i fertilizzanti) – siano ciascuno fortemente dipendente dall’attuale sistema energetico.

C’è poi un terzo punto fondamentale: la divisione tra Nord Sud del mondo. Nell’emisfero Nord del mondo, in particolare Stati Uniti d’America e Europa, il tema del climate change è al primo posto dell’agenda politica. Ma nell’emisfero Sud questa priorità coesiste con altre priorità come la promozione della crescita economica, la riduzione della povertà e il miglioramento della qualità della vita e della salute con la riduzione della combustione di legno e rifiuti attraverso un uso più intenso del gas naturale.

Questa divisione è stata plasticamente rappresentata lo scorso anno da un voto di denuncia e censura del Parlamento Europeo (di cui i media a dire il vero hanno parlato assai poco) relativo alla costruzione di una nuova pipeline per il gas dall’Uganda attraverso la Tanzania fino all’Oceano Indiano.

Il Parlamento Europeo ha stigmatizzato e condannato la realizzazione di questa infrastruttura perché il progetto poteva avere aspetti negativi per il clima, l’ambiente e ‘i diritti umani’. Nello stesso tempo lo stesso Parlamento dava il suo voto favorevole per un’infrastruttura analoga tra la Francia e il Belgio, paesi nei quali il reddito pro-capite è rispettivamente 50 e 60 volte maggiore di quello dell’Uganda, dove la nuova pipeline è vista come un fattore determinante per lo sviluppo del Paese. La risoluzione europea ha provocato in Africa reazioni furiose. Lo speaker del parlamento dell’Uganda ha denunciato l’atteggiamento europeo come il migliore esempio “dell’alto livello di neocolonialismo e di imperialismo contro la sovranità dell’Uganda e della Tanzania”.

Il quarto nodo è rappresentato dai fabbisogni di nuovi materiali per la transizione. L’elettrificazione dei sistemi energetici, industriali e di trasporto alla base della transizione richiede un’enormità di nuove materie prime: rame, cobalto, nickel, litio e terre rare, che possono essere reperite soltanto con nuove e intensive attività minerarie enormemente energivore. Si pone il serio problema dell’aumento esponenziale della loro produzione, che se si guardano i numeri è stato giustamente definito sconvolgente: entro il 2040 la produzione di nickel dovrà crescere di 41 volte, quella di cobalto 21 volte, quella di rame di 28 volte e quella di graffite di 28 volte. Perché un così grande consumo di queste materie prime? Semplice: in termini di chilogrammi di minerali necessari per la produzione di un megawatt di energia elettrica gli impianti eolici offshore ne richiedono 16 tonnellate, il solare fotovoltaico 6,8, quando una centrale turbogas chiede appena 1,1 tonnellate. Le energie convenzionali compreso il nucleare sembrano tutte essere assai meno consumatrici di minerali di quanto non siano le fonti rinnovabili (naturalmente solo per la costruzione degli impianti).

E con riferimento all’offerta? Scrive Marcello Minenna su ‘Il Sole 24 Ore’ di domenica scorsa: “…al ritmo attuale di estrazione e considerati i progetti di espansione della produzione già avviati, la domanda globale di rame supererà l’offerta già nel 2025. Non solo. Senza un nuovo piano aggressivo di incremento della capacità produttiva (che vuol dire nuovi giganteschi investimenti minerari) l’offerta comincerà a declinare a partire dal 2024, amplificando il gap con le necessità dell’economia globale. Stesso destino è previsto per il cobalto, con la domanda che supererà l’offerta nel 2024 e nel 2030 dovrebbe essere 2,5 volte maggiore della capacità produttiva globale, prevista sostanzialmente stabile. Per il litio nel 2030 senza uno sforzo senza precedenti per espandere l’estrazione il fabbisogno globale sarebbe 2,5 volte l’offerta”.

Tutto ciò significa come detto nuovi giganteschi investimenti minerari, con altissimi consumi di energia connessi, che la cultura ambientalista vede come il fumo negli occhi. Senza contare che tali fabbisogni sono destinati a creare nuove influenze geo-politiche e nuove dipendenze in particolare a favore della Cina. L’industria chimica cinese raffina il 40% del rame, il 35% del nickel, il 65% del cobalto e il 58% del litio prodotti a livello mondiale. Sulle terre rare si può parlare di monopolio cinese non solo nella produzione ma anche nella raffinazione. Quanto detto dimostra ancora una volta che un approccio ideologico e dogmatico alla transizione energetica rischia di provocare disastri economici e sociali alle economie dell’occidente. Occorre al contrario perseguire la via della neutralità tecnologica, che significa non privilegiare solo le fonti rinnovabili e l’elettrificazione ma anche le altre tecnologie che conducono alla decarbonizzazione di processi, e prodotti  come il nucleare di nuova generazione, i biocombustibili e il biogas, le tecnologie di cattura, stoccaggio e utilizzo delle CO2.

La politica deve prendere nota di queste contraddizioni e correggere il tiro sui metodi e sui tempi della transizione energetica prima che sia troppo tardi.