Bricolo: “Sarà un Vinitaly sorprendente, attesi 30mila operatori da 140 Paesi del mondo”

L‘edizione 2024 di Vinitaly sarà “sorprendente, mai vista prima anche per quella che sarà la presenza dei tanti buyer dall’estero, ma anche perché avremo la visita dei rappresentanti istituzionali di tanti Paesi del mondo e questo credo che renda ancora più internazionale l’immagine di Vinitaly”. Lo dice il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, a margine della presentazione della Conferenza internazionale del vino ‘Wine ministerial meeting’, in programma dall’11 al 13 aprile prossimi in Franciacorta, nel Bresciano, e alla vigilia del Vinitaly di Verona.

Un’immagine che serve in questo momento, dove il vino italiano deve competere con tanti altri Paesi nei mercati del mondo – spiega -. Vino italiano che vuole crescere, vuole stare al passo, ma soprattutto vuole aprire anche nuovi mercati. Ecco, su questo stiamo dando il massimo e cerchiamo, siamo convinti di poter dare davvero un servizio migliore con l’attività che è stata fatta”.

C’è anche il ringraziamento al Masafper questa grande opportunità. I rappresentanti dei Paesi produttori di vino di tutto il mondo saranno a Vinitaly per un confronto anche con noi”, continua Bricolo. “Avremo la possibilità di far degustare a tutte queste autorità, ai rappresentanti delle istituzioni dei vari Paesi, agli ambasciatori, ai ministri dell’Agricoltura, le eccellenze dei vini italiani con il nostro ‘OperaWine’ che aprirà proprio lo stesso giorno dove le 131 cantine selezionate dalla rivista ‘Wine Spectator’ presenteranno i loro prodotti. Dunque, un momento di confronto importante ma anche una grande opportunità per presentare l’eccellenza del Made in Italy, dei vini italiani a una così grande platea internazionale”.

Inoltre, “non è una novità, ma sicuramente abbiamo aumentato e implementato anche quest’anno l’incoming dei buyers, che poi è la cosa più importante per i nostri espositori: avere l’opportunità di incontrarne quanti più è possibile”, prosegue Bricolo. “Ci aspettiamo 30mila operatori da 140 Paesi diversi del mondo, davvero una grande fiera internazionale che riesce ad arrivare in tutti i continenti e riesce a portare tutto l’interesse del mondo del vino proprio a Verona. Possiamo dire – conclude – che se tutte le strade portano a Roma, in questo caso, nei giorni della nostra manifestazione, tutte le strade del vino portano a Verona e al Vinitaly”.

Federvini, 20,5 mld il valore aggiunto. Pallini: “Ma serve sostegno istituzioni”

Un impero da oltre 2.300 imprese (38mila, considerando anche quelle agricole di trasformazione), 21,5 miliardi di euro di fatturato diretto, 10 miliardi di euro di export. Le filiere di vini, spiriti e aceti rappresentate da Federvini continuano a crescere nonostante il momento non sia dei migliori. E investono – tanto – sulla sostenibilità, sia sociale che ambientale. La foto la scatta l’ultimo rapporto Nomisma presentato dalla federazione alla Camera dei deputati.

Questo studio mette in luce la dimensione straordinaria raggiunta, nel complesso, dalle filiere che rappresentiamo, che assumono un rilievo strategico per il sistema economico italiano con un valore aggiunto superiore ai venti miliardi di euro all’anno e un export che movimenta dieci miliardi di euro“, rivendica la presidente, Micaela Pallini.

Comparti che, scandisce, sono “meritevoli della massima considerazione e del più attento supporto istituzionale“, soprattutto oggi che, precisa, “sono molto esposte a incertezze di natura geopolitica, normativa, commerciale, inflattiva. La difesa di questo patrimonio del Made in Italy, con la sua storia, cultura e reputazione, è una responsabilità tanto degli imprenditori, con le loro organizzazioni di rappresentanza, quanto delle istituzioni”, afferma.

Secondo lo studio di Nomisma, oltre il 90% delle imprese dei tre comparti, negli ultimi tre anni, ha investito, oltre che per l’acquisto di beni strumentali, anche a sostegno della sostenibilità ambientale (packaging sostenibili, riduzione dei consumi di acqua, produzione dell’energia rinnovabile) e sociale (attività culturali, selezione dei fornitori locali, iniziative umanitarie), della formazione del personale e della ricerca e sviluppo per nuovi prodotti. “Questo ruolo attivo verso la sostenibilità trova conferma nell’85% della popolazione italiana che ritiene come le imprese di vini, spiriti ed aceti contribuiscano positivamente allo sviluppo economico dei territori nei quali sono insediate oltre che al rafforzamento dell’immagine del Made in Italy all’estero. Una reputazione che, per 7 italiani su 10, deriva anche dal contributo positivo dato dai vigneti nella tutela del paesaggio italiano, nel salvaguardare le aree rurali prevenendo l’erosione dei suoli e nel favorire il turismo”, sottolinea Denis Pantini, Responsabile Agroalimentare e Wine Monitor di Nomisma.

Rilevanti i valori sotto il profilo occupazionale: a fronte di 81 mila lavoratori direttamente occupati dalle imprese dei tre settori, grazie ad un effetto moltiplicatore pari a 5,8, se ne attivano oltre 460mila nell’intero sistema economico nazionale che corrispondono a quasi il 2% del numero complessivo di lavoratori in Italia. Il dossier evidenzia il rilievo strategico che le “filiere Federvini” giocano per il Sistema Paese sotto il profilo economico. I tre settori generano difatti sul territorio nazionale un valore aggiunto, inclusivo anche delle componenti indirette e indotte, pari a 20,5 miliardi di euro, circa l’1,5% del Pil nazionale. Di questi, 4,9 miliardi sono riconducibili all’effetto diretto (attribuibile alle imprese dei comparti attraverso la propria attività di produzione), 9 miliardi sono imputabili all’effetto indiretto (prodotto dai diversi fornitori attivati e dalla domanda generata a loro volta dai fornitori) e 6,6 miliardi all’effetto indotto, ovvero quello generato dall’incremento di reddito percepito da tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nel processo economico.

L’ennesima prova, per il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, dell’importanza di un settore del Made in Italy in cui “si concentrano eccellenza della materia prima, tradizione della lavorazione, storia dei territori“: “Negli ultimi anni, il successo raggiunto dall’export dei prodotti del comparto è innegabile, anche se è noto che l’anno appena chiuso presenta alcune criticità, dopo i successi del 2021 per l’uscita dalla pandemia e i buoni risultati del 2022 legati alle spinte inflazionistiche“, afferma.

Quello del vino italiano è un “successo planetario” che vede l’Italia stabilmente ai primissimi posti tra gli esportatori mondiali nel settore, “grazie alla brillante performance delle nostre imprese sui mercati internazionali“, fa eco il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. La promozione e la tutela delle eccellenze italiane all’estero è una “priorità” del Governo, assicura, citando la “diplomazia della crescita”, la strategia di sostegno all’internazionalizzazione delle imprese che ha lanciato dall’inizio del mandato e concepita come “fortemente innovativa, per e con le aziende“.

Il momento è particolarmente sfidante“, conferma Marco Montanaro, direttore generale di Federvini. Questo però, precisa, “non impedisce che l’export costituisca una parte davvero importante delle filiere, rappresenta un dato aggregato di circa 10 miliardi di euro in valore, ci sono ancora ampie possibilità in altri mercati di poter consolidare le posizioni delle filiere“.

Vino, è il Veneto a trainare la produzione italiana. Ma la Lombardia cresce di più

E’ il Veneto la regione italiana con la produzione vitivinicola maggiore, in continua crescita dal 2018 a oggi. I dati sulla vendemmia nazionale – che stima 44 milioni di ettolitri, in calo del 12% rispetto allo scorso anno – piazzano proprio il Veneto in cima alla classifica, con una produzione di 13,2 milioni di ettolitri, in aumento del 5% sul 2022. In termini di crescita, però, è la Lombardia a far registrare il dato più alto di tutta Italia: +15%, con una produzione di 1,2 milioni di ettolitri. Seguono Valle d’Aosta e Liguria che, seppur con una produzione minima (rispettivamente di 20mila e 42mila ettolitri) fanno registrare una crescita del 10 e del 5%.

Secondo le previsioni dell’Osservatorio Assoenologi, Ismea e Unione italiana vini, presentate al Mase, in quasi tutto il resto del Paese, il calo è a doppia cifra. Si ‘salvano’ il Piemonte (-2%) e l’Emilia Romagna (-4,5%). Secondo le stime la produzione è praticamente dimezzata in Molise (-45%).

Calo del 40% in Abruzzo, del 32,5% in Calabria, del 30% in Sicilia, Basilicata e Campania e del 25% in Puglia e nelle Marche. Sardegna, Lazio, Umbria e Toscana devono fare i conti con -20% di produzione. Calo del 10% in Friuli Venezia Giulia.

Complessivamente, il nord ha tenuto bene, confermando sostanzialmente i livelli dello scorso anno. Scendendo al centro, le flessioni sono in media di oltre il 20%, mentre al Sud e nelle Isole si sfiorano riduzioni del 30%. “Un quadro generale – cita il report dell’Osservatorio realizzato anche con il monitoraggio del ministero dell’Agricoltura e delle Regioni – in cui si è riscontrata qualche difficoltà aggiuntiva per le produzioni biologiche”.

Il sistema di etichette su alcolici è legge in Irlanda. Italia insorge: “Dà false informazioni”

Nuovo passo sulla strada dell’entrata in vigore del contestato sistema di etichettatura delle bevande alcoliche in Irlanda e nuova ondata di polemiche in Italia contro quella che viene letta come una misura che impatterà negativamente il commercio di vino nazionale nel mercato di uno dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea. Il ministro della Salute irlandese, Stephen Donnelly, ha firmato il Regolamento 2023 sulla salute pubblica, introducendo così ufficialmente le disposizioni sull’indicazione di informazioni sanitarie sui prodotti alcolici venduti su tutto il territorio nazionale. “Questa legge è stata concepita per dare a tutti noi consumatori una migliore comprensione del contenuto alcolico e dei rischi per la salute associati al consumo di alcol“, ha commentato lo stesso ministro annunciando l’entrata in vigore delle nuove misure dal 22 maggio 2026.

Dopo un periodo di transizione di tre anni per dare alle aziende un tempo “significativo” per prepararsi al cambiamento, la legge prevederà una serie di indicazioni in materia di salute pubblica: non solo che le etichette indichino il contenuto calorico e i grammi di alcol presenti nei prodotti alcolici, ma anche i rischi di malattie epatiche, tumori mortali e per la gravidanza dovuti al consumo di alcol. “Le confezioni di altri prodotti alimentari e bevande contengono già informazioni sulla salute e avvertenze sanitarie, questa legge mette in linea anche i prodotti alcolici”, ha precisato il ministro, esortando “altri Paesi a seguire il nostro esempio“.

L’Irlanda aveva notificato il 21 giugno 2022 alla Commissione Europea e agli altri 26 Paesi membri l’intenzione di introdurre le nuove norme. La proposta di Dublino si basa sul fatto che, per quanto riguarda la prevenzione oncologica, “il livello più sicuro di consumo di alcol non esiste”, come rileva l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Nel periodo di sei mesi previsto dal Regolamento Ue 1169 del 2011 sulla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori sono emersi i “pareri circostanziati sfavorevoli” di nove Stati membri, tra cui Francia e Italia, ma il silenzio-assenso dell’esecutivo comunitario è durato fino alla scadenza del periodo di moratoria di sei mesi previsto dalla normativa. Il 22 dicembre è arrivato il via libera all’Irlanda ad apporre etichette con ‘health warning’ sulle bottiglie di alcolici.

E l’Italia insorge: “Abbiamo già chiesto di intervenire, perché è in contrasto con le regole del Mercato interno”, ha commentato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani:Riteniamo che le informazioni contenute nel bollino rosso irlandese siano fuorvianti”. La questione aveva già sollevato a gennaio aspre polemiche in particolare in Italia, capofila di un gruppo di Stati membri che ha provato a spingere l’Irlanda a fare un passo indietro e trovare una soluzione di compromesso. “Non condividiamo assolutamente queste false informazioni che vengono date ai consumatori globali”, è l’attacco ancora più duro del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Secondo la Coldiretti “l’entrata in vigore della legge sulle etichette allarmistiche del vino in Irlanda è un precedente pericoloso che mette a rischio il record nelle esportazioni di vino Made in Italy di 7,9 miliardi realizzati lo scorso anno“. In attesa che la misura possa essere ridiscussa nel comitato barriere tecniche dell’Organizzazione mondiale del commercio (Oms) il prossimo 21 giugno, il consigliere delegato di Filiera Italia, Luigi Scordamglia, ha definito quello dell’Irlanda un “comportamento inaccettabile” e un “aperto gesto di sfida“.

Pnrr, Meloni: “Allarmismo inutile, non perderemo nessuna risorsa”

“Non siamo preoccupati dai ritardi sul Pnrr. Stiamo lavorando molto su questo anche per favorire soluzioni a problemi che oggi nascono ma non sono figli delle scelte di questo governo”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni, che oggi ha fatto visita a Vinitaly, il Salone internazionale dei vini e distillati, giunto alla 55edizione, che si svolge a Verona.

“NON PERDEREMO NESSUNA RISORSA”. Sul Pnrr “c’è un grande lavoro da fare e alcune cose bisogna verificarne la fattibilità, ma è oggetto di interlocuzione” con la Commissione europea “sulla base di quello che noi riteniamo debba essere necessario per spendere queste risorse al meglio”. “Non prendo in considerazione l’ipotesi di perdere le risorse – ha aggiunto – ma di farle arrivare a terra in modo efficace. Tutto il lavoro che questo richiede è un lavoro che faremo”. La Commissione europea, ha detto ancora la premier, “sta chiedendo maggiore documentazione su alcuni progetti che erano già stati inseriti nel Pnrr. Documentazione che stiamo fornendo. Mi pare che il clima di collaborazione sia un ottimo clima e quindi non mi convince la ricostruzione allarmista che leggo sul Pnrr”.

“SONO GRANDE APPASSIONATA DI VINI”. Parlando con i giornalisti, la presidente del Consiglio si è anche lasciata andare a una battuta. “Io sono una grande appassionata dei vini di tutta Italia e, diciamo – ha detto scherzando – sul consumo la mia parte la faccio, così da portare avanti le eccellenze”. “Ho assaggiato – ha aggiunto – ma devo rimanere sempre molto lucida, quindi il minimo indispensabile”.

“SU PARTECIPATE POSSIBILI RICONFERME”. La visita a Vinitaly è stata anche l’occasione per fare il punto sulle nomine delle aziende partecipate. “Si lavora nel merito, guardando al merito”, ha ribadito Meloni, e all’importanza di “aziende che sono strategiche in modo particolare in questo tempo”. Le decisioni, ha spiegato, si prenderanno “anche tenendo conto della spesa per il Pnrr. Per quello che riguarda le energetiche”, va considerato “anche il lavoro che l’Italia fa per diventare una sorta di hub di approvvigionamento. Per me la materia non può prescindere dal metterci le persone che in assoluto possono fare il lavoro migliore. C’è un clima molto consapevole da parte di tutti”. E, ha annunciato, “presumo ci saranno delle conferme”.

“AL LAVORO PER IL LICEO DEL MADE IN ITALY”. Conversando con gli studenti di un istituto agrario, Meloni ha lanciato poi la proposta di un Liceo del Made in Italy. “Per come la vedo io – ha spiegato – questo è il vero liceo. Perché non c’è niente di più profondamente legato alla nostra cultura di quello che questi ragazzi sono in grado di studiare, tramandare e portare avanti. E’ il motivo per cui ragioniamo del liceo del Made in Italy, cioè di fare anche su questi percorsi un’operazione che spieghi il legame profondo che esiste tra la nostra cultura, la nostra identità, che è la cosa più preziosa che abbiamo”.

Contel (Opga): “Irlanda verso criminalizzazione vino, prodotto che ha indubbi vantaggi”

La decisione dell’Irlanda, anche se non definitiva, va nella direzione dell’assimilazione delle bevande alcoliche al tabacco. Si vuole percorrere, quindi, una strada in un certo senso di criminalizzazione di un prodotto che certamente presenta delle controindicazioni per la salute, ma che nella tradizione, in particolare Mediterranea, presenta anche degli indubbi vantaggi“. Lo ha detto il vice presidente dell’Osservatorio permanente Giovani e Alcol, Michele Contel, ai microfoni di GEA, a margine dei lavori del convegno di Withub Agrifood 2023 ‘L’evoluzione dell’agroalimentare italiano ed europeo tra sostenibilità e benessere’, organizzato da WITHUB e dalla sua Fondazione Art.49 con la Direzione Editoriale di GEA ed EUNEWS. Vantaggi, spiega, “non solo per ragioni economiche e commerciali, ma perché il consumo di bevande alcoliche moderato – anche se si dice che non esiste, ma noi sappiamo che molti sanno consumare in maniera moderata – è in qualche maniera integrabile in uno stile di vita che correla con un risultato migliore in termini di longevità, qualità della vita e anche di difesa da alcune malattie, in particolare di tipo cardiovascolare“.

 

Quindi, continua Contel, “massima attenzione nei confronti dell’abuso, massima attenzione anche da parte delle imprese rispetto al fatto che il bere non deve essere solo moderato ma deve rispettare l’età minima legale e in certe condizioni vere può essere uno svantaggio per il consumatore, ma evitiamo strategie come quelle irlandese che rischiano di essere essenzialmente coercitive“. E che “non vanno nella direzione del convincere il consumatore ad assumere degli atteggiamenti responsabili – conclude -. Da questo punto di vista dieta mediterranea, consumo moderato di bevande alcoliche e anche un certo modo di saper fare e saper vivere della tradizione italiana, sicuramente sono elementi di maggior tutela rispetto ad interventi come quello della legislazione irlandese“.

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L’etichettatura sulle bevande alcoliche: Bruxelles in cerca di una soluzione

L’etichetta della discordia. Si è aperta a Bruxelles la partita sull’etichettatura delle bottiglie di vino – ma anche di birra e di tutti gli alcolici commercializzati – e a Bruxelles si cerca una soluzione. Con la decisione dell’Irlanda di mettere in guardia i consumatori sui rischi del consumo di alcol e con il silenzio-assenso da parte della Commissione Europea, tra gli Stati membri è in corso un confronto sugli health warning e sulle modalità più corrette (o efficaci) di fornire informazioni a chi prende in mano una bottiglia di qualsiasi sostanza alcolica.

Tutto è nato con la notifica dell’Irlanda il 21 giugno dello scorso anno alla Commissione Europea e agli altri 26 Paesi membri dell’intenzione di introdurre nuove norme e regolamenti sull’etichettatura delle bevande alcoliche sul suo territorio nazionale. La proposta di Dublino include avvertenze sanitarie obbligatorie (sia visive sia testuali) sulle etichette delle bottiglie, a proposito della pericolosità del consumo di alcol e il suo legame con i tumori mortali. Non abuso, ma consumo. Anche se, per quanto riguarda la prevenzione oncologica, “il livello più sicuro di consumo di alcol non esiste“, come rileva l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e riconosce anche la risoluzione del Parlamento Ue del 16 febbraio 2022 sulla strategia europea anti-cancro. Avvertenze come ‘Il consumo di alcol provoca malattie del fegato’ e ‘Alcol e tumori mortali sono direttamente collegati’ potrebbero essere stampate sulle etichette di bottiglie di vino, birra, liquori o superalcolici, prendendo come ispirazione quelle dei pacchetti di sigarette.

Nel periodo di sei mesi previsto dal Regolamento Ue 1169 del 2011 sulla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori – in cui la Commissione ha avuto anche la possibilità di consultare il Comitato permanente per la catena alimentare e la salute degli animali – sono emersi i “pareri circostanziati sfavorevoli” di nove Stati membri, tra cui Francia e Italia. A questo si è aggiunta un’interrogazione scritta al gabinetto von der Leyen da parte dell’eurodeputato francese Brice Hortefeux (Partito Popolare Europeo), in cui è stata denunciata una “chiara violazione dell’integrità del Mercato interno“. La normativa sembrerebbe violare le norme armonizzate sulle bevande alcoliche a livello europeo, in particolare quelle legate all’etichettatura nella revisione del Regolamento Ue 1308 del 2013 sull’organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli, avviata nel dicembre 2021 nell’ambito della Politica agricola comune (Pac): “Gli Stati membri dovrebbero adottare misure atte a garantire che i prodotti non etichettati in conformità di tale regolamento non siano immessi sul mercato“.

Il silenzio-assenso dell’esecutivo comunitario è durato fino alla scadenza del periodo di moratoria di sei mesi previsto dalla normativa e dal 22 dicembre l’Irlanda è autorizzata da Bruxelles ad apporre etichette con health warning sulle bottiglie di alcolici. Il via libera non è ancora definitivo, perché Dublino dovrà essere autorizzata anche dall’Organizzazione mondiale del commercio (Oms) per commercializzare a livello internazionale le nuove bottiglie. Dopo le polemiche scoppiate in particolare in Italia a gennaio, un gruppo di Stati membri capeggiato da Roma sta cercando di spingere l’Irlanda a fare un passo indietro e trovare una soluzione di compromesso, che possa essere accettabile anche dai Paesi tradizionalmente esportatori di vino. Con l’appoggio di Spagna e Francia – e con l’interlocuzione di Portogallo e Grecia – l’Italia pensa a ‘un’etichetta salutista’ più simile a un bugiardino per i medicinali, con i pro e i contro dell’assunzione di alcol.

Altroconsumo: “Il consumo moderato di vino non è esente da rischi, è giusto informare”

Le bottiglie di vino vendute in Irlanda tra qualche anno cambieranno etichetta per fare spazio a un’avvertenza sui rischi legati al consumo di alcol, simile a quella già presente sui pacchetti delle sigarette. L’abuso di alcol in Irlanda è una vera emergenza, con circa il 70% degli uomini e il 34% delle donne definiti “bevitori a rischio” (fonte: Alcohol Action Ireland). Stando alle indagini compiute dalla Commissione europea, l’alcol è direttamente collegato alla contrazione di gravi malattie, compresi diversi tipi di tumore. Così, insieme agli ingredienti e ai valori nutrizionali – obbligatoriamente presenti sui prodotti alcolici del mercato unico europeo – l’Irlanda ha deciso di inserire in etichetta anche avvertenze sanitarie, in modo da scoraggiare il consumo di alcol in gravidanza e, più in generale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di una misura destinata a essere applicata unicamente entro i confini di questo paese che però ha destato allarme tra i produttori di vino italiani. Per Coldiretti la nuova etichettatura potrebbe costituire un pericoloso precedente, mentre l’Associazione degli agricoltori teme che questo tipo di avvertenze potrebbe compromettere il mercato di esportazione del vino italiano che vanta un fatturato di circa 8 miliardi di euro l’anno.

La questione è oggetto di acceso dibattito. In Italia e in tutta l’Unione Europea le etichette dei vini contengono già una serie di informazioni utili a garantire la salute dei consumatori. “Su ogni vino deve essere specificata la categoria”, spiega Federico Cavallo di Altroconsumo. “Sulle bottiglie DOC (Denominazione di Origine Controllata) e DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) le etichette devono indicare se si tratta di un vino spumante o liquoroso”. Altre indicazioni obbligatorie sono la quantità espressa in centilitri, la gradazione alcolica e cioè il cosiddetto ‘titolo alcolometrico’, la percentuale di alcol calcolata su 100 ml di vino. Sulle etichette apposte sui vini italiani ed europei, inoltre, ci sono anche avvertimenti su alcuni rischi per la salute. “Viene segnalata la presenza di solfiti e di altre sostanze potenzialmente allergiche, come latte e uova”. Talvolta, infatti, la lavorazione dei vini prevede l’impiego di albumine e caseine che servono a eliminare le impurità, ma che poi vengono rimosse. Insieme a tutte queste informazioni, nelle etichette incollate sulle bottiglie di vino oggi troviamo anche l’annata (che è obbligatorio specificare sulle DOC e le DOCG), gli eventuali dati relativi all’importatore e, negli spumanti, il tenore di zucchero, indicato con scritte come ‘Brut’, ‘Dry’ o ‘Extradry’. Esistono poi diciture facoltative destinate a fornire ulteriori dettagli sul vino: ne sono un esempio le parole ‘riserva’ oppure ‘superiore’ e ‘classico’.

Le etichette del vino messe in commercio in Europa contengono, insomma, una buona quantità di informazioni. Perché, allora, Paesi come l’Irlanda sentono l’urgenza di aggiungerne altre? Il consumo di alcol è davvero dannoso per la nostra salute? “L’iniziativa irlandese nasce per rispondere a una specifica esigenza locale di contrasto ai fenomeni di abuso. In linea generale, da tempo sappiamo che l’uso di alcol è correlato allo sviluppo di malattie, come dimostrano numerosi studi condotti sulla popolazione mondiale, e che questi rischi aumentano in modo proporzionale all’utilizzo. È quindi comprensibile che, specie là dove ci sono più problemi legati agli eccessi, ci si interroghi su come sensibilizzare le persone sui rischi correlati”, puntualizza il rappresentante di Altroconsumo. “Non conoscendo nel dettaglio la realtà irlandese, è giusto lasciare a decisori e consumatori di quel Paese valutare se la proposta sia adeguata o meno, rispetto al contesto che vivono e agli scopi che si propone”.

Altri paesi potrebbero decidere di inserire qualche avvertenza sulle etichette degli alcolici, ma questo è oggetto di dibattito all’interno della Ue. “L’efficacia di ogni strumento spesso dipende da molti fattori legati anche agli specifici contesti nazionali”, prosegue Federico Cavallo. “La cosa più importante, se vogliamo fare un buon servizio ai consumatori, è quindi portare avanti il confronto nel merito, con ragionevolezza ed equilibrio da parte di tutti gli attori coinvolti, evitando quindi eccessive semplificazioni, contrapposizioni strumentali o facili scorciatoie, le quali rischiano di confondere, anziché chiarire, il messaggio che arriva alle persone. In questo caso, quindi, dobbiamo tutti lavorare affinché la discussione sui ‘mezzi’ non rischi di far perdere di vista i ‘fini’”.

Alla fine quello che conta davvero è la salute dei consumatori. Bere alcol fa male anche se assunto in piccole quantità? “Il rischio zero non esiste e non si può pensare a usi totalmente esenti da danni”. Il cosiddetto ‘consumo moderato’, catalogato come 2 unità alcoliche (2 bicchieri di vino o due lattine di birra) al giorno per gli uomini e una per le donne e gli anziani pare sempre correlato a un rischio, seppure catalogato come ‘basso’. “Esattamente: per esempio, se in passato si diceva che uno o due bicchieri non fanno male, i dati di oggi ci dicono che anche se il pericolo di contrarre malattie non è elevato, tuttavia permane. L’importante, ripeto, è conoscere queste informazioni a prescindere dal fatto che siano o non siano richiamate in qualche etichetta, e farne uso libero e consapevole nelle proprie scelte quotidiane”.

Dati che sembrano in qualche modo scontrarsi con l’opinione popolare che vuole, per esempio, che il vino rosso aiuti a mantenere bassi i livelli di colesterolo ‘cattivo’: è noto il cosiddetto ‘paradosso francese’, che vede i cittadini d’Oltralpe mantenere buoni tassi di colesterolo nel sangue nonostante l’elevato uso di burro e grassi in cucina e questo, si dice, grazie a un parallelo consumo di vino rosso. “In realtà non si può considerare un solo aspetto alla volta, magari attribuendogli supposti benefici per via di credenze consolidate: la buona salute è il risultato generale di molti comportamenti virtuosi”, specifica Cavallo. “Il ‘paradosso’, infatti, si risolve quando si osserva che chi fa un uso moderato di alcol spesso ha un comportamento moderato anche su altri fronti, come quello della tavola o del fumo, e questo ha delle ricadute positive sullo stato di salute, a prescindere da quanto si beve. La chiave del benessere risiede in uno stile di vita sano ed equilibrato in tutti i suoi aspetti, consumo di alcol compreso”.

Fondamentale è essere pienamente consapevoli delle proprie scelte. “Certamente. Come per le sigarette, le informazioni al consumatore sono importanti ma – bene ribadirlo – ancora più importante è la consapevolezza e il comportamento individuale. Per questo, serve innanzitutto una buona educazione all’informazione e al consumo responsabile: in primis a vantaggio dei più giovani, spesso esposti a una gran mole di messaggi pubblicitari, ma anche a beneficio di tutti noi”.

vino atacama

Argea: “Sperimentiamo vino biosimbiotico contro siccità. Etichette? Mossa politica”

Contenitori alternativi al vetro. Impianti fotovoltaici. Laghi di raccolta acqua e vino biosimbiotico. Il settore enologico sta affrontando grandi sfide dettate dall’aumento dei prezzi delle materie prime, dalla crisi energetica e dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. Non da ultimo, a preoccupare i produttori italiani è l’iniziativa dell’Irlanda di apporre sulle etichette di vino i messaggi di allerta per il rischio sulla salute, i cosiddetti health warning, parificando di fatto il vino alle sigarette. “Il 2022 è stato un anno difficile, dopo la pandemia abbiamo affrontato difficoltà dovute all’incremento dei costi dei materiali. Molti produttori sono stati colpiti dalla crisi energetica… La sfida è cercare di seguire le abitudini di consumo e le richieste di alcuni mercati che sono considerati più evoluti che anticipano un po’ le tendenze del mercato, anche in termini di sostenibilità”, ha spiegato a GEA Massimo Romani, amministratore delegato di Argea, gruppo nato a settembre dall’unione di Botter e Mondo del Vino con l’obiettivo di competere sui mercati esteri e portare la qualità dell’Italia nel mondo.

Come sta proseguendo la vostra avventura?

“Argea è una nuova realtà nata dall’unione delle parole arte e gea (terra): arte della terra. Abbiamo presentato il gruppo il 29 settembre del 2022 ma abbiamo una lunga storia perché nasciamo dall’unione di Botter e Mondo del Vino, con quasi 100 anni di storia. Abbiamo ora 600 dipendenti diretti, oltre a tutta la filiera. Lavoriamo su 9 cantine in 6 regioni italiane. Abbiamo chiuso il 2021 a 420 milioni di euro di cui il 95% di export. Il 2022 è stato un anno difficile, ma siamo comunque riusciti a produrre una crescita rispetto al 2021, stiamo chiudendo ora i conti. Certo, ci sono le prime avvisaglie di attenzione sul mercato a inizio del 2023 ma crediamo poi si vada a stabilizzare”.

Crisi energetica, cambiamenti climatici, aumento dei prezzi.. come il settore può sopravvivere?

“Seguendo le abitudini di consumo e le richieste di alcuni mercati che sono considerati più evoluti che anticipano un po’ le tendenze del mercato: ovvero, sostenibilità. Dal canto nostro, stiamo cercando di studiare soluzioni alternative, ad esempio contenitori alternativi rispetto al classico vetro, che da un lato danno maggiore sostenibilità ambientale e dall’altro offrono un’economicità maggiore del prodotto, in modo da renderci più competitivi come richiede il mercato. Penso a contenitori in pit, a contenitori con carta, allo sviluppo del concetto di bag-in-box, che si usa molto nei mercati nordici, trasferito però sulle bottiglie. A questo si accompagna tutta una serie di studi che vanno ben sperimentati per capire l’impatto organolettico sulla nostra materia prima che è nobile e che va trattata di conseguenza. Tradotto: siamo ben consapevoli della tradizione ma stiamo cercando di capire cosa si può fare per renderci più sostenibili nel medio periodo e anche più competitivi“.

La crisi dei materiali ed energetica ha infatti costretto a ripensare alle fonti di approvvigionamento, rendendo forse sempre più indispensabile una transizione ecologica ed energetica .. nel vostro settore come è attuabile?

Stiamo portando avanti un importante progetto di transizione energetica, ed ecologica, per aumentare la nostra produzione da fonti rinnovabili. Ad esempio, su tutta la parte in cantina, e degli impianti di imbottigliamento e su tutti i magazzini logistici stiamo attivando processi a 360 gradi di produzione di energia da fotovoltaico. Abbiamo un piano rilevante sulla riduzione degli sprechi, sia come educazione sia come investimenti in tecnologie che consumano meno. Questa attenzione la portiamo in tutti gli aspetti della filiera cercando di firmare protocolli con i nostri fornitori che sono spesso anche nostri partner”.

Che cosa chiedete alle istituzioni?

“Un loro aiuto in buona parte è già presente. Ma se in tutto questo percorso, il Pnrr e i progetti del Mase ci aiutassero negli investimenti e ad accelerare questa fase di transizione, potremmo diventare meno sensibili alle oscillazioni di elettricità e gas. E se questo fosse ripetuto su tutti i player della filiera (dal vetro al cartone fino allo scaffale) aiuterebbe in modo concreto un passaggio che oggi è diventato cruciale e a cui gli imprenditori, da anni, stanno lavorando”.

Anche perché gli effetti del riscaldamento globale sono già in atto. Penso alla forte siccità che sta colpendo l’Italia, soprattutto al Nord.

Il cambiamento climatico è una realtà, non è più un messaggio che qualcuno cercava di far passare. Sono anni, 2022 incluso, che rischiamo di avere vendemmie povere. Per fortuna l’anno scorso a inizio agosto ha iniziato a piovere e ci siamo salvati. Le produzioni sono state in linea con gli anni precedenti. Noi siamo presenti in Veneto e in Piemonte (al confine tra Langhe e Roero) e siamo molto preoccupati. A livello di gruppo abbiamo iniziato a lavorare su due fronti: dove c’è la possibilità abbiamo lavorato sulle infrastrutture, come ad esempio in Emilia Romagna dove abbiamo la cantina Podere Dal Nespoli a 300 metri di altitudine. Qui abbiamo lavorato per mettere in funzione laghi di raccolta che ci servono per il sistema di irrigazione. E poi abbiamo lavorato in vigna dove, sulle nostre tenute, una 50ina di ettari, abbiamo creato il primo distretto biosimbiotico in Italia”.

Come funziona?

Vengono inseriti microrganismi in simbiosi con la pianta che la rendono più resiliente agli stress che arrivano dall’ambiente in cui vive, in particolare la siccità e gli sbalzi termici. E questo ci sta portando ad avere una vite molto più resistente rispetto a quella che arriva da sistemi più tradizionali. Sono fasi sperimentali: abbiamo prodotto le prime 18mila bottiglie la scorsa vendemmia, ma è una dimostrazione del fatto che la pianta può sopravvivere in condizioni meno gentili. Si dovrebbe fare di più, perché ora è una realtà con cui dobbiamo fare in conti, tutto il sistema ha bisogno di studiare sistema di iniziative in questo senso perché se non si agisce rischiamo di avere meno produzione, soprattutto in alcune aree”.

E’ possibile che la vendemmia venga anticipata?

“In alcune aree geografiche molto votate alla viticoltura, ma non in Italia, abbiamo visto ad anticipi già di vendemmia nell’ordine delle due tre settimane. Questo però ha provocato diversità nel gusto e nel profilo organolettico del prodotto. Qui ci avventuriamo in un territorio molto complesso di cui non abbiamo risposte”.

Anche perché l’Italia ha proprio una tradizione vinicola molto forte e qui mi connetto al famoso tema dell’Earth Warning dalle famose etichette. Quali rischi possono esserci per l’export italiano? E davvero il vino è dannoso alla salute?

“Ritengo che la situazione sia un po’ scappata di mano. Il vino rientra nell’elenco di tutti gli alimenti che sono stati di volta in volta attaccati, dalle carni rosse ai salumi. In realtà quello che studi anche a livello incrociato, sostenuti dalle varie associazioni, hanno sempre dimostrato è che questi alimenti e bevande consumati in moderazione non danno problemi alla salute. Non sono un medico, ma è chiaro che tutto va fatto con un certo tipo di moderazione. Io credo che sia più un tema commerciale e politico, poi non dubito che magari qualche Paese abbia problemi ben più alti del nostro in termini di consumo. Ma cercare di ridurre l’abuso con questo sistema non gestito rischia di penalizzare di volta in volta l’export di tutti gli Stati dell’Unione europea a seconda del cibo o della bevanda di cui si parla. Allo stesso tempo, al momento non la vedo come una cosa che possa danneggiare in maniera sostanziale almeno nel breve periodo il settore. Ma ricordiamoci che il settore del vino in Italia vale circa 15 miliardi di euro di cui 8 di export, con una quantità di addetti importante e una tradizione oserei dire millenaria. E questo va tutelato”.

Scordamaglia (Filiera Italia): “Etichette vino? Si rischia di dare spallata alla dieta mediterranea”

Sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, oltre al ben noto ‘Conosci te stesso’, campeggiava anche un altro invito, quello alla moderazione: ‘Nulla di eccessivo’. Suggerimento fatto proprio anche dai latini con l’oraziano ‘Est modus in rebus’, ‘C’è una misura nelle cose’. Ed è proprio questo richiamo ad evitare gli eccessi e le decisioni estreme che ora viene rivolto alla Commissione europea che il 12 gennaio scorso ha deciso di consentire all’Irlanda di etichettare con l’alert ‘Nuoce alla salute’ le bottiglie di alcolici, vino compreso. I produttori italiani sono in allarme; l’export di vino nostrano infatti nel 2022 ha raggiunto un valore di otto miliardi di euro, per un volume di 21,5 milioni di ettolitri. Mentre l’export italiano in Irlanda vale 42 milioni di euro, per un volume di 120.000 ettolitri. Alla luce della decisione di etichettare il vino come pericoloso per la salute, ci potranno essere ripercussioni per il nostro export?

Al di là delle esportazionispiega a GEA Luigi Scordamaglia, presidente di Filiera Italia, la fondazione nata per sostenere e valorizzare il cibo 100% italiano – preoccupa l’effetto domino che potrà verificarsi in ogni Paese. Se passa il principio che nei confronti del vino è necessario approvare una decisione simile, in maniera criminalizzante, senza distinguere tra uso e abuso, tra consumo consapevole e leggerezza, sarà un vero problema per i nostri prodotti certificati di origine protetta e di qualità. Questa decisione legittima un fenomeno che può estendersi a tutti i Paesi in aperta violazione delle leggi sugli scambi nel mercato interno”.

Ma non è solo l’aspetto economico a preoccupare. Scordamaglia sottolinea anche l’importante valore culturale e alimentare rappresentato dal vino. “Se prendesse piede questo convincimento, che il vino ‘nuoce alla salute’, – prosegue – si andrebbe a caratterizzare in maniera negativa un prodotto che in Italia è comparso nel 4.100 avanti Cristo in Sicilia e che da allora ha caratterizzato la storia della nostra civiltà e di tutte quelle del Mediterraneo. Inoltre il consumo consapevole di vino ha contribuito a portare noi e i giapponesi ad essere i popoli più longevi al mondo. Demonizzare il vino potrebbe quindi dare una spallata alla dieta mediterranea, vista da tutti come una dieta sana ed equilibrata”.

Scordamaglia, sul lato procedurale, parla dunque di un “comportamento pilatesco della Commissione europea – spiega – che ora rende difficile forme di ricorso”; ma il settore valuta comunque un ricorso alla Corte di Giustizia per contestare il via libera alle etichette concesso dall’Ue all’Irlanda. “Abbiamo assistito a un gravissimo comportamento deciso a tavolino dalla Commissione – conclude il presidente di Filiera Italia – che viola un principio del mercato comunitario. La battaglia sarà dura, ma non ci arrendiamo all’idea di demonizzare un prodotto che sta alla base di una civiltà millenaria e ci rappresenta nel mondo”.