

Le acque europee sono massicciamente contaminate da una sostanza chimica molto persistente, l‘acido trifluoroacetico (TFA). A lanciare l’allarme sono alcune associazioni, che denunciano “la più grande contaminazione conosciuta delle acque su scala europea da parte di una sostanza chimica prodotta dall’uomo”.
La Rete europea di azione sui pesticidi (PAN Europe) e i suoi membri, tra cui Générations Futures in Francia, hanno analizzato 23 campioni di acque superficiali e sei campioni di acque sotterranee di dieci Paesi dell’Ue alla ricerca di questo prodotto. Il prodotto deriva dalla degradazione dei PFAS, soprannominati “inquinanti eterni”, ma è anche utilizzato come materiale di partenza per la produzione di alcuni di questi. Di conseguenza, “la portata della contaminazione è allarmante e richiede un’azione decisiva”, scrivono le associazioni in un rapporto pubblicato lunedì.
Questi TFA possono provenire dalla degradazione dei pesticidi PFAS, utilizzati in agricoltura per la loro stabilità, ma anche da alcuni gas refrigeranti o dai rifiuti dell’industria manifatturiera dei PFAS, ampiamente utilizzati, ad esempio, per i rivestimenti antiaderenti delle padelle, le schiume antincendio o i cosmetici.
L’analisi, condotta dal Centro di tecnologia idrica di Karlsruhe, ha rivelato la presenza di TFA “in tutti i campioni d’acqua”, con concentrazioni che vanno da 370 nanogrammi per litro (ng/l) a 3.300 ng/l. Queste concentrazioni sono significative in fiumi come l’Elba in Germania, la Senna, l’Oise e la Somme in Francia e la Mehaigne in Belgio. Il rapporto rileva che “il 79% dei campioni mostrava livelli di TFA superiori al limite di 500 ng/l proposto dalla direttiva europea sull’acqua potabile per tutti i PFAS”.
Tuttavia, il TFA non è attualmente regolamentato in modo specifico: è classificato come “irrilevante” dalle autorità europee e quindi sfugge alla soglia limite (100 ng/litro) per alcuni pesticidi e prodotti derivati dalla loro degradazione nelle acque sotterranee. Una decisione che le associazioni deplorano, sottolineando la sua persistenza nell’ambiente, l’impossibilità di eliminarlo con i consueti processi di trattamento dell’acqua potabile e un “profilo tossicologico (che) lascia ancora molte domande senza risposta”. A questo proposito, citano uno studio che ha concluso che si sono verificate “malformazioni oculari” in conigli “che avevano ricevuto TFA”, ma non sono ancora state raggiunte conclusioni nell’uomo. “L’inquinamento aumenterà di giorno in giorno se non verranno adottate misure decisive per ridurre l’immissione di TFA, a partire da un rapido divieto dei pesticidi PFAS e dei gas fluorurati”, si legge nel rapporto.
Ogni anno i birrifici producono e scartano migliaia di tonnellate di lievito in eccesso. I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e del Georgia Tech hanno ora trovato un modo per riutilizzare quel lievito per assorbire il piombo dall’acqua contaminata. Attraverso un processo chiamato biosorbimento, il lievito può assorbire rapidamente anche tracce di piombo e altri metalli pesanti dall’acqua. I ricercatori hanno dimostrato di poter confezionare il lievito all’interno di capsule di idrogel per creare un filtro che rimuove il piombo dall’acqua. Poiché le cellule di lievito sono incapsulate, possono essere facilmente rimosse dall’acqua una volta che è pronta da bere.
“Il fatto che i lieviti stessi siano biobased, benigni e biodegradabili è un vantaggio significativo rispetto alle tecnologie tradizionali”, spiega Patricia Stathatou, ex postdoc presso il MIT Center for Bits and Atoms, ora ricercatrice presso il Georgia Tech e prossima assistente alla School of Chemical and Biomolecular Engineering del Georgia Tech.
I ricercatori prevedono che questo processo possa essere utilizzato per filtrare l’acqua potabile che esce dai rubinetti delle case, o per trattare grandi quantità di acqua negli impianti industriali.
Le capsule sono fatte di un polimero chiamato polietilenglicole (PEG), ampiamente utilizzato nelle applicazioni mediche. Quando la miscela viene illuminata dai raggi Uv, i polimeri si legano tra loro formando appunto capsule con il lievito intrappolato all’interno.
Secondo i ricercatori, questo processo consumerebbe probabilmente meno energia rispetto ai processi fisico-chimici esistenti per la rimozione di tracce di composti inorganici dall’acqua, come la precipitazione e la filtrazione a membrana. Questo approccio, radicato nei principi dell’economia circolare, potrebbe ridurre al minimo i rifiuti e l’impatto ambientale, favorendo al contempo le opportunità economiche delle comunità locali. Questo approccio potrebbe avere un impatto particolarmente significativo nelle aree a basso reddito che storicamente hanno dovuto affrontare l’inquinamento ambientale e l’accesso limitato all’acqua pulita, e che potrebbero non essere in grado di permettersi altri modi per rimediare, dicono i ricercatori.
Gli esperti stanno ora esplorando le strategie per riciclare e sostituire il lievito una volta esaurito e sperano di capire se sia possibile utilizzare materie prime derivate dalla biomassa per produrre gli idrogel, invece di polimeri basati su combustibili fossili.
“In futuro, questa è una tecnologia che può essere evoluta per colpire altri contaminanti in traccia di interesse emergente, come i Pfas o persino le microplastiche”, dicono i ricercatori.
Colombia ed Ecuador, due potenze idroelettriche confinanti che dipendono l’una dall’altra per l’energia, stanno affrontando una grave siccità che le espone a carenze e razionamenti senza precedenti. Sono diverse le ragioni di questa crisi idrica e energetica.
Negli ultimi decenni, il riscaldamento globale e la crescita demografica hanno ridotto la disponibilità di acqua in Colombia ed Ecuador, i cui mix energetici dipendono fortemente dalle precipitazioni: rispettivamente il 70% e il 92% dell’elettricità è generata da centrali idroelettriche, secondo i ministeri dell’energia dei due Paesi. La quota di energia fotovoltaica ed eolica è rispettivamente del 5% e di meno dell’1%. Il fenomeno climatico ciclico El Niño, particolarmente forte quest’anno, ha amplificato l’aumento delle temperature nella regione e l’Ecuador ha vissuto un periodo “anormalmente secco” negli ultimi mesi, secondo la sua agenzia climatica. La regione di Azuay (sud), dove si trovano i bacini di Mazar e Paute, che forniscono il 38% dell’elettricità del Paese, è stata colpita da una grave carenza di precipitazioni. In Colombia, la siccità ha esacerbato lo scoppio di incendi che da gennaio hanno devastato decine di ettari di vegetazione, anche nella regione amazzonica, solitamente molto umida. A Bogotà, dieci milioni di persone sono soggette a razionamento dell’acqua dall’11 aprile.
In Colombia, le riserve idriche che alimentano il sistema energetico sono ai minimi storici, riempite solo al 30% della capacità. Il serbatoio di El Peñol, nel nord-ovest, il più grande del Paese, ha addirittura raggiunto un livello critico del 25%. Le centrali termoelettriche (a gas e a carbone) hanno quindi dovuto funzionare a pieno regime per rifornire la popolazione. Ismael Suescun, ingegnere e professore in pensione dell’Università di Antioquia, spiega che le riserve accumulate durante la stagione delle piogge e le centrali elettriche “in ottime condizioni” hanno permesso di evitare il razionamento dell’elettricità. In Ecuador, invece, dove la diga di Mazar si è prosciugata a metà aprile, il razionamento dell’energia è stato decretato pochi giorni prima di un voto popolare per inasprire le leggi contro il narcotraffico. Il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, ha denunciato un “sabotaggio”, insinuando che la diga di Mazar fosse stata svuotata intenzionalmente, ma le immagini fornite all’AFP dalla società satellitare Planet mostrano un calo continuo dei livelli d’acqua della diga tra gennaio e aprile, piuttosto che un calo improvviso. A metà aprile, inoltre, la Colombia è stata costretta a interrompere l’esportazione di energia elettrica verso l’Ecuador, aggravando la crisi nel suo vicino, che ha ordinato tagli di corrente giornalieri della durata massima di 13 ore. Ma lunedì, con il ritorno delle piogge, il presidente colombiano Gustavo Petro ha annunciato sul suo account X che il suo Paese “sta per ricominciare a vendere energia all’Ecuador”, con i bacini idrici colombiani che si sono nuovamente riempiti.
Per Jorge Luis Hidalgo, consulente energetico, la crisi ecuadoriana ha un “peccato originale”: le compagnie minerarie e altre grandi imprese beneficiano di tariffe quasi dieci volte inferiori al prezzo pagato dallo Stato per le importazioni dalla Colombia. Di conseguenza, il denaro che arriva nel Paese è insufficiente per sviluppare le infrastrutture e garantire la “manutenzione e le operazioni”. È un sistema che non lascia “alcun ritorno sull’investimento”, continua. Da parte colombiana, le infrastrutture non hanno tenuto il passo con la crescita della popolazione. In particolare, Petro è stato criticato per aver rinunciato alla costruzione di un nuovo bacino idrico per motivi ambientali quando era sindaco di Bogotà (2012-2015). Petro ha difeso la sua decisione e ha imputato l’attuale carenza al “grande processo di urbanizzazione e all’aumento insostenibile della domanda di acqua”.
L’addio al carbone entro il 2035 c’è. Ma è ‘progressivo’ e adattato alla situazione delle singole nazioni. L’accordo che esce dal G7 Clima, Energia e Ambiente che si è tenuto a Venaria, alle porte di Torino, è frutto di un compromesso tra i Paesi che più spingevano per un abbandono rapido dei combustibili fossili entro il 2030, come Italia e Francia, e chi era più riluttante, come il Giappone. Quindi, i ministri del G7 si impegnano a “eliminare progressivamente la generazione di energia a carbone durante la prima metà degli anni 2030 o in un periodo coerente con il mantenimento dell’aumento della temperatura entro un grado e mezzo”.
Di fatto, però, è la prima volta che “si indicano percorso e obiettivo”, spiega il padrone di casa, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto che si dice “molto soddisfatto”. “E’ stato un lavoro intenso e importante che ci ha permesso di arrivare al momento conclusivo e di votare convintamente sul raggiungimento degli obiettivi che ci siamo dati – annuncia -. Si può dire che questo G7 è stato un’operazione ponte tra Cop28 e Cop29, con il G20 di affiancamento”.
Un altro primato del G7 a guida italiana è l’istituzione di una ‘Coalizione sull’Acqua’, per “identificare obiettivi e strategie comuni per catalizzare ambizioni e priorità condivise per affrontare la situazione globale della crisi idrica e sottolineare il ruolo degli approcci multisettoriali”. Pichetto ricorda che è la prima volta che come G7 viene posto il tema dell’emergenza idrica: sul quadro mondiale “la crescita della popolazione fa sì che le prossime guerre finiscono per essere le guerre dell’acqua”.
Nel documento finale della due giorni di ministeriale, la cosiddetta ‘Carta di Venaria’ come è stata ribattezzata, si parla anche di favorire la forte crescita delle rinnovabili attraverso la moltiplicazione della capacità di stoccaggio dell’energia; promuovere la collaborazione dei G7 nel settore dell’energia da fusione; emanciparsi dalle rimanenti importazioni di gas russo; ridurre le emissioni di metano; aumentare la sicurezza e la sostenibilità delle materie prime critiche; eliminare le emissioni di gas serra diversi dalla Co2; creare un ‘Hub G7’ per accelerare le azioni di adattamento alla crisi climatica. “Abbiamo inoltre preso il rilevante impegno politico di mettere fine a ogni nostra significativa dipendenza dal gas russo – specifica Pichetto – lavorando per abbandonarne le importazioni prima possibile, al fine di ridurre le entrate della Russia, come misura di supporto all’Ucraina”.
Ulteriori impegni sono: la riduzione del 75% al 2030 delle emissioni di gas metano dalle filiere dei carburanti fossili; la decarbonizzazione degli impianti industriali e hard-to abate ricorrendo alle tecnologie innovative tra cui CCS, l’idrogeno rinnovabile a basse emissioni e biometano; la sicurezza di approvvigionamento delle materie prime critiche mediante la concreta attuazione del Piano previsto al G7 dello scorso anno. Sono state inoltre confermate le diverse opzioni per la decarbonizzazione del settore stradale.
Importante il capitolo sull’adattamento ai cambiamenti climatici in cui si registrano una serie di impegni e nuove iniziative come ‘G7 Adaptation Accelerator Hub’ che nasce dall’esigenza di trasformare le priorità dei piani di adattamento dei paesi in via di sviluppo più vulnerabili in piani d’investimento capaci di attrarre finanziamenti pubblici e privati. L’impegno per la collaborazione in particolare con i paesi africani, sulla scorta della impostazione politico-culturale del Piano Mattei italiano, ricorda il Mase, è evidenziata dalla creazione di un Hub del G7 dedicato alla promozione di un approccio comune da adottare nelle iniziative progettuali di gestione sostenibile del suolo in Africa e nel bacino del Mediterraneo. “Sottolineiamo – si legge nel documento finale – che questi sforzi si inseriscono nel contesto di uno sforzo globale più ampio volto a potenziare e allineare la finanza pubblica e privata da tutte le fonti per mobilitare i trilioni di dollari necessarie per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e per cogliere l’opportunità per accelerare una crescita allineata all’obiettivo di 1,5°C”.
Acqua bene prezioso, da difendere, ma anche da valorizzare con infrastrutture adeguate. Il concetto emerge chiaramente dal 14esimo rapporto ‘Gli italiani e l’agricoltura’, realizzato dalla Fondazione UniVerde in collaborazione con Noto Sondaggi, Anbi e Fondazione Campagna Amica, presentato al convegno ‘Acqua e Agricoltura: rapporti sostenibili. Efficientamento idrico, digitalizzazione ed economia circolare’, promosso da Fondazione UniVerde e Coldiretti. “La tropicalizzazione del clima ha tutta una serie di conseguenze: piove un quarto di giorni in meno ma la quantità d’acqua è sempre la stessa, di conseguenza si alternano siccità e alluvioni“, spiega il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto. “Questo ci ha fatto prendere coscienza che sono 50 anni che non creiamo bacini di raccolta, che raccogliamo solo l’11% dell’acqua piovana, che abbiamo un sistema idrico degli acquedotti con una dispersione enorme, oltre il 40%, e che è necessario razionalizzare il sistema idrico“. Così come va avanti il lavoro sugli enti gestori per “la riduzione da 2.391 a circa un centinaio, affinché siano più forti e robusti per intervenire e fare le opere“, spiega il responsabile del Mase.
In questo senso risulterà molto utile il Pnrr, anche se non del tutto risolutivo. “Il Piano è utile, perché noi utilizziamo il 5% delle acque reflue, che è una quota bassissima su circa 9 miliardi di metri cubi“, continua Pichetto. Ricordando che nel nostro Paese “abbiamo 8mila Comuni, quindi riuscire a raggiungere certi ritmi e attuare il tutto è un’impresa titanica che non si fa con la sola operazione Pnnr e non si fa in un solo anno. Ma bisogna assolutamente farlo, con una programmazione di medio periodo“. Soprattutto al Sud, dove il ministro ritiene che “basterebbe portare a regime gli invasi che ci sono” per contrastare la dispersione idrica: “È una responsabilità politica che riguarda tutti i livelli e tutti i colori politici”.
Altro tema cruciale del Rapporto è l’agricoltura. Secondo i dati, l’87% degli italiani ritiene che gli effetti del cambiamento climatico siano, per l’agricoltura, un problema urgente da affrontare. Per l’81% l’agricoltura multifunzionale è importante settore di sviluppo dell’economia italiana. Le attività agricole multifunzionali più apprezzate sono la vendita diretta dei prodotti (89%) e l’agriturismo con ristorazione e ospitalità per dormire (86%). Gli italiani, poi, ribadiscono il loro no (68%) al consumo di carne, latte e prodotti sintetici (+5% rispetto al precedente Rapporto) e all’utilizzo di Ogm in agricoltura, mentre il 63% non è favorevole neanche al consumo di farine di grillo e altri alimenti contenenti insetti. “In un momento molto delicato per il settore primario uno dei temi è anche la valorizzazione dell’acqua per metterla al servizio di un’agricoltura sostenibile, ma anche per immaginare nuovi metodi per un utilizzo consapevole“, dice il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida.
Il commissario straordinario per gli interventi urgenti connessi al fenomeno della scarsità idrica, Nicola Dell’Acqua, poi, annuncia: “Per migliorare la gestione dell’approvvigionamento idrico primario sono in arrivo le risorse del Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, oltre ai primi 100 milioni di euro immessi con la cabina di regia. L’obiettivo – mette in chiaro – è aumentare la resilienza dei sistemi idrici al cambiamento climatico e per governare la crisi idrica dobbiamo puntare sugli osservatori di distretto“.
Una soluzione alle criticità arriva anche da Coldiretti. “Rinnoviamo il nostro patto con il consumatore, anche con la gestione intelligente dell’acqua, perché viviamo periodi di siccità sempre più frequenti – spiega il segretario generale, Vincenzo Gesmundo -. Abbiamo bisogno di un Piano nazionale di invasi con pompaggio, che dia acqua potabile ed energia prima di tutto alle famiglie e poi alle imprese. Su questo rinnoviamo al Governo un invito ad agire tempestivamente“.
Nel 2022 circa 3,4 miliardi di metri cubi di acqua – pari al 42,4% di quella immessa in rete – è andata persa. E il dato è in crescita rispetto al 42,2% del 2020, “a conferma del persistente stato d’inefficienza” di molte reti di distribuzione. A scattare la fotografia è l’Istat in occasione della Giornata mondiale dell’acqua. Ma qual è la causa di questo enorme spreco di risorse? Per l’Istituto nazionale di statistica le ragioni vanno ricercate in fattori fisiologici, presenti in tutte le infrastrutture idriche, in quanto non esiste un sistema a perdite zero. E, ancora, a rotture nelle condotte e vetustà degli impianti, prevalente soprattutto in alcune aree del territorio, a fattori amministrativi, dovuti a errori di misura dei contatori, e agli allacci abusivi.
PERSI 157 LITRI PER ABITANTE OGNI GIORNO. “Nonostante negli ultimi anni molti gestori del servizio idrico abbiano avviato iniziative per garantire una maggiore capacità di misurazione dei consumi e il contenimento delle perdite di rete”, spiega l’Istat, la quantità di acqua dispersa in distribuzione “continua a rappresentare un volume considerevole”, quantificabile in 157 litri al giorno per abitante.
IN BASILICATA LE PERDITE MAGGIORI. In nove regioni le perdite idriche totali in distribuzione sono superiori al dato nazionale, con i valori più alti in Basilicata (65,5%), Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%), Sardegna (52,8%) e Sicilia (51,6%). Di contro, tutte le regioni del Nord hanno un livello di perdite inferiore, con Veneto (42,2%) e Friuli-Venezia Giulia (42,3%) in linea col dato nazionale. Nella provincia autonoma di Bolzano (28,8%), in Emilia-Romagna (29,7%) e Valle d’Aosta (29,8%) si registrano le perdite minori.
Guardando ai capoluoghi regionali, in più di uno su tre si registrano perdite totali in distribuzione superiori al 45%. Le condizioni di massima criticità, con valori pari ad almeno il 65%, sono a Potenza (71,0%), Chieti (70,4%), L’Aquila (68,9%), Latina (67,7%), Cosenza (66,5%), Campobasso (66,4%), Massa (65,3%), Siracusa (65,2%) e Vibo Valentia (65,0%). Una situazione infrastrutturale più favorevole, con perdite inferiori al 25%, si verifica in circa un capoluogo su quattro. Perdite inferiori al 15% si rilevano in sette città: Como (9,2%), Pavia (9,4%), Monza (11,0%), Lecce (12,0%), Pordenone (12,1%), Milano (13,4%) e Macerata (13,9%).
POCA FIDUCIA NELL’ACQUA DEL RUBINETTO. Nel 2023, le famiglie che dichiarano di non fidarsi a bere l’acqua di rubinetto sono il 28,8%. Il dato è stabile rispetto al 2022, anche se riflette una preoccupazione decisamente minore rispetto a 20 anni fa (erano il 40,1% nel 2002). Permangono invece notevoli differenze sul piano territoriale: si passa dal 18,9% nel Nord-est al 53,4% nelle Isole. A livello regionale, le percentuali più alte si riscontrano in Sicilia (56,3%), Sardegna (45,3%), Calabria (41,4%) e Abruzzo (35,1%).
I chimici del Massachusetts Institute of Technology (MIT) hanno progettato un sensore in grado di rilevare minime quantità di sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS), sostanze chimiche presenti negli imballaggi degli alimenti, nelle pentole antiaderenti e in molti altri prodotti di consumo. Questi composti, che durano “per sempre” perché non si decompongono naturalmente, sono stati collegati a una serie di effetti nocivi sulla salute, tra cui cancro, problemi riproduttivi e alterazione del sistema immunitario ed endocrino.
Utilizzando la nuova tecnologia dei sensori, i ricercatori hanno dimostrato di poter rilevare livelli di PFAS fino a 200 parti per trilione in un campione d’acqua. Il dispositivo progettato potrebbe offrire ai consumatori un modo per testare l’acqua potabile e potrebbe anche essere utile nelle industrie che fanno largo uso di queste sostanze chimiche, tra cui la produzione di semiconduttori e di attrezzature antincendio.
I rivestimenti contenenti sostanze chimiche PFAS sono utilizzati in migliaia di prodotti di consumo, come le pentole antiaderenti, gli indumenti idrorepellenti, tessuti antimacchia, cartoni della pizza resistenti al grasso, cosmetici e schiume antincendio. Queste sostanze chimiche fluorurate, il cui uso è diffuso dagli anni ’50, possono essere rilasciate nell’acqua, nell’aria e nel suolo da fabbriche, impianti di trattamento delle acque reflue e discariche. Sono stati trovati in fonti di acqua potabile in tutti gli Stati degli Usa.
Nel 2023, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente ha creato un “limite sanitario consigliato” per due delle sostanze chimiche PFAS più pericolose, note come acido perfluoroottanoico (PFOA) e perfluoroottile sulfonato (PFOS). Questi avvisi prevedono un limite di 0,004 parti per trilione per il PFOA e di 0,02 parti per trilione per il PFOS nell’acqua potabile.
Attualmente, l’unico modo per determinare se l’acqua potabile contiene PFAS è inviare un campione d’acqua a un laboratorio che esegue test di spettrometria di massa. Tuttavia, questo processo richiede diverse settimane e costa centinaia di dollari. Per creare un modo più economico e veloce di testare i PFAS, il team del MIT ha progettato un sensore basato sulla tecnologia del flusso laterale, lo stesso approccio utilizzato per i test rapidi Covid-19 e per quelli di gravidanza. Invece di una striscia di test rivestita di anticorpi, il nuovo sensore è incorporato con uno speciale polimero noto come polianilina, che può passare dallo stato semiconduttore a quello conduttore quando vengono aggiunti protoni al materiale.
La versione attuale del sensore può rilevare concentrazioni fino a 200 parti per trilione per il PFBA e 400 parti per trilione per il PFOA. Questo valore non è abbastanza basso da soddisfare le attuali linee guida dell’EPA, ma il sensore utilizza solo una frazione di millilitro di acqua. I ricercatori stanno ora lavorando a un dispositivo su scala più ampia, in grado di filtrare circa un litro d’acqua attraverso una membrana di polianilina, e ritengono che questo approccio dovrebbe aumentare la sensibilità di oltre cento volte. Un dispositivo del genere potrebbe offrire un’alternativa rapida e meno costosa agli attuali metodi di rilevamento dei PFAS.
L’Italia ha inviato alla Commissione europea la richiesta di pagamento della quinta rata del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Entro il 31 dicembre, come avevano promesso sia la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sia il ministro che ha in mano il dossier, Raffaele Fitto. Una ‘doppietta‘, quella messa a segno dal governo, che ha incassato il 28 dicembre il bonifico di 16,5 miliardi della quarta rata, dopo la verifica, da parte di Bruxelles, del raggiungimento dei 28 obiettivi e traguardi previsti.
“La richiesta di pagamento di oggi della quinta rata, che segue il versamento avvenuto ieri della quarta rata e l’entrata in vigore del nuovo Piano, chiude un anno di grande impegno e di risultati straordinari del governo nell’attuazione del Pnrr”, commenta la premier, Meloni. Che assicura: “Siamo molto soddisfatti e determinati a proseguire il lavoro anche nei prossimi mesi”.
Esulta anche Fitto: “La richiesta di pagamento della quinta rata segna un ulteriore importante successo del presidente del Consiglio Meloni e del governo nell’attuazione del Piano”. Il nostro Paese è il primo Stato membro dell’Ue a presentare formalmente la richiesta. “Come già avvenuto per la quarta, anche per la richiesta della quinta l’Italia si conferma in anticipo sui tempi rispetto a tutti gli altri Stati membri – aggiunge il ministro per gli Affari europei -. Un risultato straordinario che è frutto di un grande lavoro di squadra e di un dialogo costante e positivo con la Commissione europea”.
La nuova tranche di risorse europee vale 10,6 miliardi di euro ed è legata a 52 obiettivi, che riguardano investimenti in diversi settori chiave. A partire dall’agricoltura, per aumentare l’efficienza dei sistemi di irrigazione e implementare la produzione di energia verde. Ma anche nel comparto idrico, con nuove opere per il potenziamento delle condotte, dei sistemi di depurazione e per la riduzione delle perdite di rete. E ancora l’ambiente, con la realizzazione di nuovi impianti e l’ammodernamento di quelli esistenti per la valorizzazione dei rifiuti. Per il trasporto pubblico locale è previsto il rafforzamento del parco autobus a emissioni zero e di metropolitane, tram e bus rapid transit.
Per quanto riguarda le infrastrutture, la quinta rata del Pnrr prevede l’elettrificazione della linea ferroviaria del Mezzogiorno e l’alta velocità lungo la tratta Salerno-Reggio Calabria. Ma ci sono target anche nella cultura, con l’efficientamento energetico di cinema, teatri e musei; nella scuola, con la realizzazione di nuovi plessi ad alta efficienza energetica, del patrimonio immobiliare pubblico, con la costruzione di nuovi edifici dell’amministrazione della giustizia e l’ammodernamento di quelli esistenti. Nella sanità, con l’implementazione di moderni sistemi di cura legati alla telemedicina. Nella Pubblica Amministrazione, con interventi per la transizione al digitale. E per le università, con l’assegnazione di borse di studio e il finanziamento di progetti di ricerca.
Sulle riforme, poi, Palazzo Chigi sottolinea che “sono stati raggiunti importanti obiettivi, come la piena operatività del sistema nazionale di e-procurement per l’acquisizione di beni, servizi e informazioni in via telematica, la riorganizzazione del sistema scolastico, l’entrata in vigore delle misure legate alla concorrenza e al quadro legislativo degli appalti pubblici”. Prima del nuovo versamento (finora l’Italia ha ottenuto un totale di 101,9 miliardi, diviso in quattro rate), si aprirà ora l’iter di valutazione e verifica, da parte delle istituzioni europee, dell’effettivo raggiungimento degli obiettivi e delle milestones previste. “Sappiamo che la fase di assessment sarà come sempre molto rigorosa – conclude Fitto -. Ma da parte nostra siamo fiduciosi“.
Nella Formazione di Gela, una piattaforma carbonatica Triassica nel sottosuolo della Sicilia meridionale, sarebbe presente dell’acqua potabile. A rivelarlo è un gruppo di ricercatori dell’Università di Malta, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Università Roma Tre che ha recentemente pubblicato uno studio scientifico di grande rilevanza sulla rivista ‘Communications Earth & Environment’ di Nature Portfolio.
“Le risorse idriche sotterranee profonde in tutto il mondo rappresentano un’importante fonte potenziale di acqua non convenzionale, che possono supportare le crescenti necessità, legate anche alla crescita demografica globale“, afferma Lorenzo Lipparini, ricercatore dell’INGV – Università di Malta, professore dell’Università Roma Tre e primo autore dello studio, insieme a Damiano Chiacchieri, assegnista INGV e dottorando dell’Università Roma Tre, Roberto Bencini collaboratore dell’Università di Bologna e Aaron Micallef, professore dell’Università di Malta.
“Qui documentiamo un esteso corpo idrico sotterraneo di acque dolci e salmastre conservato in un acquifero profondo tra i 700 e i 2500 metri di profondità al di sotto dei Monti Iblei, nella Sicilia meridionale”, spiega.
La scoperta di questo vasto accumulo d’acqua è il risultato di un approccio innovativo che combina l’analisi di pozzi petroliferi profondi con avanzate tecniche di modellazione tridimensionale del sottosuolo. “Abbiamo attribuito la distribuzione di questo accumulo di acque fossili a un meccanismo di ricarica meteorica guidato dall’abbassamento del livello del mare nel Messiniano“, continua Lipparini. “Abbiamo ricostruito che questo abbassamento del livello del mare, avvenuto circa 6 milioni di anni fa, ha raggiunto i 2400 metri sotto l’attuale livello del mare nel bacino del Mediterraneo orientale, creando le condizioni favorevoli all’infiltrazione di acque meteoriche e all’accumulo e conservazione di questa preziosa risorsa idrica nel sottosuolo“.
“Queste acque addolcite potrebbero avere utilizzi diversificati, dalla potabilità all’utilizzo per scopi industriali e agricoli, aprendo così nuove prospettive per la Sicilia meridionale e altre regioni costiere del Mediterraneo“, sottolinea il ricercatore INGV. “Questo approccio innovativo potrebbe, infatti, essere esteso ad altre aree dell’Italia e del Mediterraneo caratterizzate dalla carenza idrica e da condizioni geologiche analoghe“, suggerisce il primo autore. “Grazie ai risultati raggiunti si potrà ora cercare di individuare possibili nuovi accumuli anche in aree quali Marocco, Tunisia, Egitto, Libano, Turchia, Malta e Cipro, per citarne alcune”.
Il progetto è stato inserito tra le “action” in occasione della Water Conference dell’ONU del marzo 2023 e, nel prossimo futuro, il team prevede di valutare un piano di sviluppo e un progetto di utilizzo di queste acque. Il finanziamento per questa ricerca è stato fornito attraverso un progetto Marie Curie Grant con l’Università di Malta, il supporto dell’Università Roma Tre e dell’INGV.