Impatto sull’ambiente dell’ammoniaca green sotto la lente di un team di ricerca

Quale impatto può avere l’ammoniaca ‘green’ sull’ambiente e sui cambiamenti climatici? Se lo sono chiesto la U.S. National Science Foundation, la UK Research and Innovation e il Natural Sciences and Engineering Research Council of Canada che hanno finanziato congiuntamente un nuovo centro globale per affrontare l’opportunità e la sfida emergente di questa sostanza per fornire energia pulita e sostenere la produzione alimentare, mitigando al contempo il cambiamento climatico. Il Centro globale per l’innovazione sull’azoto per l’energia pulita e l’ambiente (NICCEE), fornirà approfondimenti tempestivi e cruciali perché, spiega il direttore Xin Zhang “speriamo di poter sfruttare l’innovazione tecnologica della produzione di ammoniaca verde per sostenere le iniziative di energia pulita, combattere il cambiamento climatico e garantire le forniture alimentari per il futuro, riducendo al minimo i rischi di conseguenze indesiderate”.

L’attuale produzione industriale di ammoniaca è ad alta intensità energetica e dipende principalmente dai combustibili fossili, contribuendo all’1-2% delle emissioni globali di gas serra. Nel settore agricolo, la tecnologia dell’ammoniaca verde potrebbe portare al decentramento della produzione di fertilizzanti, migliorandone l’uso e rafforzando la produzione alimentare nei Paesi in cui l’accessibilità a quelli azotati (N) è stata limitata, migliorando così la produzione di colture, la prosperità economica, la nutrizione e la sicurezza alimentare. Tuttavia, una maggiore disponibilità di questi prodotti potrebbe anche esacerbare gli attuali gravi problemi ambientali legati alle perdite di azoto nell’aria e nell’acqua dovute a un uso eccessivo e inefficiente dei fertilizzanti.

Nel settore dei trasporti, in particolare in quello navale, l’ammoniaca verde è un’opzione valida e promettente per sostituire i tradizionali combustibili fossili, ma in questo modo è probabile che si triplichi la quantità di azoto reattivo che l’uomo introduce nella biosfera, si aggravi l’inquinamento costiero e si aumentino le emissioni di N2O, che è il terzo più importante gas a effetto serra.

Insomma, ora la scienza si interroga sul rapporto tra i benefici e i danni che potrebbe causare questo sviluppo. “Il cambiamento climatico e l’inquinamento da azoto sono due delle minacce più significative per l’umanità e sono inestricabilmente collegate”, spiega David Kanter, professore della New York University e presidente dell’Iniziativa internazionale sull’azoto.

Il NICCEE fungerà da centro di informazione con una cyberinfrastruttura all’avanguardia per monitorare il ciclo di vita e gli effetti dell’azoto nei sistemi agricolo-alimentare-energetico. “L’avvento dell’ammoniaca verde, a seconda di come si svilupperà, potrebbe contribuire alla soluzione o aggravare il problema dell’uso inefficiente dei fertilizzanti N e della perdita di azoto nell’ambiente. Dobbiamo anticipare questa imminente trasformazione tecnologica in modo che gli impatti dell’ammoniaca verde siano guidati da un’eccellente ricerca agronomica e socio-economica”, dice il professore dell’UMCES Eric Davidson.

L’impegno internazionale coinvolge collaboratori di otto Paesi, provenienti da università, Ong, organizzazioni internazionali, governo e aziende private, e riunisce competenze in biogeochimica e scienze agronomiche, ingegneria chimica, modellazione di sistemi complessi, sociologia ambientale, economia, statistica e scienza dei dati, ecologia costiera ed equità nelle geoscienze, impegno e valutazione scientifica, telerilevamento, diritto e politica ambientale, modellazione atmosferica, scienza della sostenibilità, valutazione del ciclo di vita e scienza traslazionale.

“Il processo di ammoniaca verde consiste nello sfruttare l’energia solare o altre fonti di energia rinnovabili per produrre ammoniaca senza emissioni di anidride carbonica. Ad esempio, la luce solare può guidare la conversione dell’azoto e dell’acqua in ammoniaca”, precisa Nianqiang (Nick) Wu, Co-PI e Armstrong-Siadat Endowed Chair Professor presso l’Università del Massachusetts Amherst.

Frutta e verdura sempre più care: la risposta potrebbe arrivare dagli agromercati

Il cibo costa troppo e nel carrello finisce sempre meno. Causa caro-prezzi, gli italiani devono rivedere le proprie scelte nutrizionali quotidiane, e la risposta, in Italia come in Europa, sembra essere nei mercati agricoli all’ingrosso. Perché è qui che si determina il prezzo di ciò che poi finisce sugli scaffali, ed è qui che si può ad avere un prezzo ‘giusto’, a riprova di inflazione. Il ragionamento è stato lanciato in Parlamento europeo, con un evento apposito – ‘Mercati all’ingrosso, centro dell’agroalimentare europeo’ – organizzato dal capo delegazione di Forza Italia, Salvatore De Meo. “I mercati all’ingrosso sono il luogo fisico dove i prodotti acquisiscono un valore aggiunto nel confezionamento, nel controllo della qualità, nella tracciabilità e nella formazione trasparente del prezzo nell’interesse dei produttori e del consumatore finale”.
A dare una prima idea del problema è Herbert Dorfmann (Svp/Ppe), membro della commissione Agricoltura. “Soprattutto nel settore dell’ortofrutta la situazione sta diventando allarmante”, denuncia. “Se vado al supermercato, sulla mela che pago 2,99 euro, se va bene l’agricoltore prende 30 centesimi. Questo margine non è soddisfacente”. In pratica c’è una situazione per cui “da una parte c’è un consumatore che mangia meno, perché il prodotto costa troppo, e dall’altra parte c’è un produttore in difficoltà perché guadagna poco”.

In Italia il caro-prezzi intanto incide. “Il 22% degli italiani non compra prodotti di ortofrutta perché non ce la fa. Vuol dire che 2,6 milioni di italiani non mangiano”, denuncia Luigi Scordamaglia, presidente di Filiera Italia – Coldiretti. Anche lui, come De Meo, chiede maggiore attenzione e coinvolgimento per i mercati agroalimentari all’ingrosso. “Senza di essi non si riesce a capire il prezzo di produzione. Vogliamo quindi un prezzo più equo e più trasparente”. Scordamaglia chiede però l’intervento della politica per cambiare un modello che penalizza il ‘made in’. “Sull’ortofrutta pesa il costo della logistica”, sottolinea. “Abbiamo il costo più elevato in Europa: 1,12 euro a chilometro”. Il suggerimento del presidente di Filiera Italia – Coldiretti è dunque quello di fare uso de i fondi del Piano per la ripresa (Pnrr) per interventi sulla logistica, oltre che per favorire “contratti di filiera che includano i mercati all’ingrosso”.

Anche perché, dati alla mano, questi mercati tornano utili come ‘ammortizzatori’ dell’inflazione all’interno della filiera. Secondo un’analisi Ambrosetti diffusa per l’occasione , “a fronte di una crescente pressione sui costi operativi, i mercati hanno ammortizzato l’inflazione il 53,1% delle volte nell’ultimo anno”, tra febbraio 2022 e febbraio 2023. Più nello specifico i mercati agroalimentari all’ingrosso hanno contrastato il rialzo dell’inflazione “per almeno un mese in tutti i prodotti”. Indicazioni chiare, dunque.

Un impegno alla politica, italiana ed europea, arriva anche da Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura. Nel settore primario, quello agricolo, “ci attendono sfide epocali, non impossibili ma difficili”. Nello specifico “per i produttori si tratta di produrre di più senza compromettere la biodiversità e la natura, senza influire sui costi”. Un compito che spetterà a chi deve prendere le decisioni per il funzionamento di sistema produttivo ed economico. Che passa anche per il rispetto del Green Deal. “La produzione di energia da fonti rinnovabili nella aziende agricole diventa fondamentale. Il mio modello di distribuzione dovrà avvenire con il minor impatto ambientale” possibile. Vuol dire permessi semplici e veloci, poca burocrazia, normativa a misura di azienda.

In tema di agenda verde e sostenibile europea, Matteo Bartolini, vicepresidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, un’idea ce l’ha. “Il tema della logistica dovrebbe aiutarci a comunicare la volontà di raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo, invogliando e incentivare i consumatori a consumare a livello locale”. In questo modo “si tiene vivo e aperto il negozietto di prossimità”. E si tiene basso il prezzo di prodotti alimentari, soprattutto frutta e verdura, sempre meno a portata di famiglie.

Coltivare con radici all’aria risparmiando acqua: arriva l’aeroponica di Agricooltur

Coltivare con le radici fuori dal terreno, nebulizzate con acqua e sostanze nutritive in un ambiente completamente controllato, riducendo al minimo l’impiego di pesticidi e con un risparmio idrico del 98% rispetto alle colture tradizionali? È possibile, grazie alla tecnologia aeroponica usata e sviluppata da Agricooltur, una giovane start up torinese, nata nel 2018 dall’idea di Bartolomeo Marco Divià, Stefano Ferrero e Alessandro Boniforte, che hanno unito le loro diverse competenze. “I vantaggi offerti da questo sistema rappresentano la soluzione ideale a ‘gamma zero’, a zero chilometri e a zero residuo: i nostri prodotti arrivano in vendita al consumatore senza esser stati recisi mantenendo così un incredibile standard di freschezza” spiega a GEA il Ceo Divià. Perché nella produzione aeroponica “le nostre piante crescono in appositi vassoi di coltivazione dove il veicolo nutrivo anziché essere la terra è l’acqua vaporizzata, pochissima e arricchita dei nutrienti necessari all’accrescimento.

A differenza dell’idroponica, dove le radici delle piante vengono immerse completamente nell’acqua, l’aeroponica “permette invece di sfruttare dei volumi di acqua inferiori poiché è nebulizzata e la pianta riesce in maniera più efficiente ad assorbire le sostanze nutritive necessarie allo sviluppo. Ad esempio, una pianta di basilico coltivata in aeroponica permette di risparmiare 285,5 litri d’acqua al chilo di prodotto, un’insalata 312,5 chili d’acqua. Una serra produttiva arriviamo anche a risparmiare diversi milioni di litri d’acqua all’anno.” Il vantaggio della tecnologia, inoltre, non sembra essere solo il risparmio idrico, ma anche quello dei fertilizzanti perché quello non necessario alla pianta non viene disperso nei terreni come succede per le agricolture tradizionali. Un altro punto di efficienza importante è il controllo dell’ambiente, ovvero “come temperatura, umidità, immissione e saturazione dell’aria creano il miglior habitat possibile per le piante in coltivazione e minimizzano la proliferazione di malattie e dei fitofagi di vario genere.”

Sembrerebbe la soluzione perfetta per affrontare la grande siccità che sta colpendo molti Paesi europei a causa degli effetti del cambiamento climatico. “Una delle nostre sfide è rendere il progetto esportabile ovunque”, ammette Divià. Per questo Agricooltur ha creato delle piccole cialde essiccate, con una shelf life di cinque mesi, spendibili ovunque. “Cosa succede se si apre un sito ad esempio a Dubai? Noi saremmo in grado di progettare e realizzare una delle nostre serre altamente tecnologiche, con controllo da remoto e provvedere al refill delle materie prime per la coltivazione autonoma tramite le cialde e fertilizzanti. La coltivazione aeroponica potenzialmente potrebbe essere utilizzata per qualsiasi prodotto agricolo”. Sicuramente, però, come viene detto da Divià “per una produzione massiva, penso al mais, vi sarebbe un dispendio economico troppo elevato.

Agricooltur si concentra sul B2B attraverso partnership imprenditoriali che vedono l’azienda impegnata in diversi settori: dal Real Estate, con il progetto Forrest in Town a Milano, alle scuole con percorsi specifici di sensibilizzazione dei ragazzi ai temi di sostenibilità e ambiente. L’offerta per le aziende si completa portando una produzione agricola all’interno della sede che non solo permette di avere ortaggi freschi alla mensa aziendale ma di avere un impatto di estrema rilevanza sui criteri ESG, “influendo positivamente sui rating di sostenibilità aziendale nei parametri Environmental e Social”, continua Divià. E poi, la capillarità sul territorio arriva sviluppando un sistema di Franchising Agri Tech, una proposta innovativa rispetto alle tradizionali Vertical Farm. Urbancooltur, azienda agricola di Agricooltur, nasce come pilot di un Franchisee per la commercializzazione dei prodotti finiti rivolgendosi al canale Ho.Re.Ca e Gdo. I siti di coltivazione Agricooltur sono presenti a Carignano (TO), a Milano CityLife e a Genova nella Radura della memoria. E poi “stiamo per installare un sito di coltivazione al Mind a Milano, polo dell’Innovation Center e un sito a Roma Ostiense”, conclude Divià. La sfida del futuro per Agricooltur sarà quella di portare le coltivazioni ancora più vicine al consumatore per affermare in maniera definitiva il concetto del cm 0.

Via libera Ue al decreto Parco Agrisolare: 1 miliardo di finanziamenti

La Commissione europea dà il via libera al nuovo decreto del bando Agrisolare. La misura del Pnrr, che libera un miliardo di euro, prevede finanziamenti a fondo perduto fino all’80% per la realizzazione di impianti fotovoltaici.

Il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, firma il decreto che sarà pubblicato a breve in Gazzetta Ufficiale e istituisce il nuovo regime di aiuti per interventi su edifici a uso produttivo nei settori agricolo, zootecnico e agroindustriale. L’obiettivo, spiega il ministro, è “favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili e la riduzione dei costi di produzione delle imprese“. Le spese per l’energia, in media, pesano per oltre il 20% dei costi variabili a carico delle aziende. La possibilità di autoprodurre energia da fonti rinnovabili utilizzando i propri fabbricati, e quindi senza consumo di suolo, è “non solo un grande passo verso la sostenibilità del comparto ma anche un’occasione per abbassare le spese di produzione e, allo stesso tempo, di crescita, in competitività, della nostra Nazione”, scandisce Lollobrigida.

Nel dettaglio, la misura prevede: l’80% di contributo a fondo perduto va alle imprese agricole di produzione primaria su tutto il territorio nazionale nei limiti dell’autoconsumo, con la nuova fattispecie dell’autoconsumo condiviso (con una dotazione finanziaria pari a circa 700 milioni di euro); fino all’80% di contributo a fondo perduto con la possibilità di vendita dell’energia prodotta sul mercato, senza vincolo di autoconsumo, per le imprese di trasformazione di prodotti agricoli. La dotazione finanziaria pari a circa 150 milioni di euro); il 30% di contributo a fondo perduto (con maggiorazioni per piccole e medie imprese e per aree svantaggiate) e possibilità di vendita dell’energia prodotta sul mercato, senza vincolo di autoconsumo, per le imprese agricole di produzione primaria (con una dotazione finanziaria pari a circa 75 milioni); il 30% di contributo a fondo perduto (con maggiorazioni per piccole e medie imprese e per aree svantaggiate) e possibilità di vendita dell’energia prodotta sul mercato, senza vincolo di autoconsumo, per le imprese della trasformazione da agricolo in non agricolo; raddoppio della potenza massima installabile che passa da 500 kw/p a 1.000 kw/p; il raddoppio della spesa ammissibile per accumulatori che passa da 50mila a 100mila euro; il raddoppio della spesa ammissibile per dispositivi di ricarica che passa da 15mila a 30mila; raddoppio della spesa massima ammissibile per beneficiario che passa da 1 milione di euro a 2,330 milioni incluse le spese accessorie (ad esempio rimozione amianto).

Consentirà l’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti di circa 20mila stalle e cascine ed è “importante per contribuire in modo sostenibile alla sovranità energetica del Paese“, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. “Un sostegno per le imprese agricole e zootecniche che possono avvantaggiarsi del contenimento dei costi energetici ma anche per il Paese che può beneficiare di una fonte energetica rinnovabile, in una situazione di forti tensioni internazionali“, ricorda. “Riconosciamo il valore del lavoro fatto in questi mesi dal ministero, ascoltando le nostre sollecitazioni perché venisse superato il limite dell’autoconsumo e dato spazio alle Comunità energetiche rurali“, fa eco il presidente nazionale di Cia-Agricoltori italiani, Cristiano Fini. “È chiaro che bisognerà continuare a spingere per vedere ampliate, in modo significativo e davvero efficace, le opportunità di ammodernamento ed efficientamento del sistema produttivo agricolo – sottolinea -. Il settore è ormai in pista per essere sempre più sostenibile anche da un punto di vista energetico, ma va supportato con garanzie di reddito e nel processo culturale all’interno delle comunità“.

Sensori, droni e satelliti: Israele coltiva nel deserto con l’hi-tech

La sfida al cambiamento climatico, in agricoltura, parte da Israele. Noto per il clima arido e le risorse idriche limitate, è riuscito comunque a “trasformare il suo panorama agricolo attraverso innovazioni rivoluzionarie”. Raphael Zinger, ministro per gli Affari Scientifici ed Economici dell’Ambasciata d’Israele in Italia, spiega come il Paese sia diventato “leader globale nella tecnologia agricola, apportando contributi significativi a pratiche sostenibili e alla sicurezza alimentare”.

Pioniere nelle tecniche di irrigazione efficiente, Israele ha sviluppato sistemi di irrigazione a goccia avanzati che forniscono acqua direttamente alle radici delle piante, riducendo gli sprechi e massimizzando il rendimento delle colture. Un approccio che, spiega il consigliere, “non solo ha ridotto il consumo di acqua, ma ha anche aumentato la produttività, consentendo agli agricoltori di coltivare una varietà di colture in ambienti aridi”.

L’agricoltura israeliana ha poi abbracciato tecnologie all’avanguardia come l’agricoltura di precisione, l’automazione e l’analisi dei dati. Con l’uso di sensori, droni e immagini satellitari, gli agricoltori possono raccogliere dati in tempo reale sulle condizioni del suolo, la salute delle piante e i modelli meteorologici. Questo approccio basato sui dati, osserva Zinger, “consente un’allocazione precisa delle risorse, ottimizzando l’uso di fertilizzanti, pesticidi e acqua, con conseguente aumento dell’efficienza e riduzione dell’impatto ambientale”.

Oggi fare agricoltura senza sistemi di irrigazione che possano o risultare d’emergenza o mediare le precipitazioni, è impensabile“, fa eco Aaron Fait, docente della Ben Gurion University, esperto di miglioramento delle colture agricole e vitivinicole in ambienti a scarsa disponibilità idrica e desertici.
Creare un sistema molto più efficiente è il punto di partenza. Questo “vale anche per il riciclo dell’acqua. Israele riutilizza l’80% dell’acqua, che viene tutta riutilizzata in agricoltura. Dopo Israele c’è la Spagna con un 40%“, rivendica.

Anche rispetto all’aumento di temperatura, si può fare qualcosa per difendere le piante. Ad esempio, si possono “creare dei modelli per riuscire ad anticipare le ondate di caldo torrido durante la stagione della crescita della pianta, arrivare sul campo e creare strategie per mitigare l’innalzamento della temperatura“, afferma. “Si possono poi proteggere i frutti da radiazioni solari, si possono avere reti che proteggono il frutto in periodi specifici della stagione. A livello tecnico e agronomico abbiamo molte possibilità“.
La viticoltura nel deserto del Negev può essere un modello per l’Europa, anche per il futuro, in considerazione del cambiamento climatico e della necessità di adattamento: “Un aumento di temperatura di 2 gradi potrebbe portare a una perdita del 50% delle varietà delle viti, se non viene mantenuta la biodiversità”, spiega Fait. Allo studio, fa sapere, ci sono “varietà di viti che resistono meglio al surriscaldamento globale”.

Manzoni: “Con agricoltura rigenerativa abbatto CO2, creo energia e risparmio acqua”

Piero Manzoni è un guru del business green. È stato amministratore delegato di Falck Renewables, fa parte del cda di Snam, siede nel comitato esecutivo di Assolombarda, ma soprattutto, è l’ideatore di un modello unico che punta a mettere a sistema competenze, soluzioni tecnologiche e brevetti ispirati alla natura, per trasformare l’agricoltura, i processi industriali e la gestione dei territori in un’ottica di vera economia circolare. Con la sua Simbiosi, di cui è fondatore e amministratore delegato, si definisce “produttore d’ambiente”, contemplando la protezione della biodiversità, l’efficientamento delle risorse e la lotta al cambiamento climatico, ma tenendo sempre conto di tutte gli effetti delle azioni umane, in pratica mirando al vero concetto di sostenibilità. Una filosofia che dall’Innovation Center Giulio Natta, sede operativa dell’azienda, Manzoni è pronto a esportare insieme alle soluzioni e ai brevetti: si va da tecnologie sviluppate per recuperare gli elementi nutritivi degli scarti organici per produrre fertilizzanti per utilizzo agronomico ed energia pulita a impianti innovativi di produzione del freddo, dall’agrivoltaico fino a sistemi di blockchain ambientale e di Intelligenza Artificiale in grado di controllare ed efficientare i consumi di energia degli impianti. Una vera e propria simbiosi tra uomo, natura, tecnologia e business, le cui potenzialità hanno attratto anche Gianni Tamburi, paragonabile a una sorta di re mida di Piazza Affari, entrato nel capitale della società, rilevandone una quota di minoranza nella primavera 2022. Inizia tutto nel 1995, a Giussago, nelle campagne tra Milano e Pavia, quando Manzoni, insieme al suocero Giuseppe Natta, figlio del Premio Nobel Giulio, trovandosi di fronte al deserto agricolo delle pianure circostanti, “distrutte dall’agricoltura intensiva“, decide di provare a riportare il territorio alle condizioni di fertilità e biodiversità di 1000 anni prima. Attraverso studi e ricerche non semplici, che hanno coinvolto l’Università Statale di Milano, l’Università di Pavia, fino all’Università di Wageningen nel Paesi Bassi, si è riuscito a ricostruire sulla carta quale fosse il paesaggio di un tempo e ad avviare il progetto di rigenerazione. “Con l’aiuto di agricoltori locali, utilizzati nel periodo invernale di fermo-lavoro, abbiamo rivoluzionato oltre 500 ettari, rimodellando le pendenze del terreno, realizzando vasche di laminazione, creando canali e rinaturalizzando l’area con 2 milioni di piante autoctone. Poi abbiamo lasciato che la natura facesse il suo corso. Sono così arrivati insetti e uccelli, attratti dal verde e dagli specchi d’acqua. Si è costituita anche una garzaia, ovvero il luogo dove nidificano gli aironi. Un laboratorio naturale, che abbiamo poi dotato di milioni di sensori per controllare i livelli di umidità del terreno, emissioni di CO2, temperatura, livelli di assorbimento dell’acqua e altro”.

Qual è stata la scintilla?

“Grazie alla sensoristica siamo quindi entrati in possesso di miliardi di dati: un’immensa mole di informazioni che ci ha permesso di studiare come la natura utilizza le proprie risorse, le trasforma, le distribuisce e le ottimizza, e che ci è servita per sviluppare soluzioni, brevettare tecnologie, e aggregare innovazione, consentendoci di creare a Giussago la prima Nature Based Solutions Valley italiana, dove il territorio costituisce una risorsa e non una commodity”.

Innovazione ispirata alla natura… Ma cosa significa per lei innovare?

“La nostra logica di innovazione si ispira al principio dell’exattamento, ovvero a quel principio dell’evoluzione secondo cui una funzione presente in un organismo può essere re-indirizzata a svolgere un’ulteriore nuova funzione. Pensiamo ad esempio alle piume degli uccelli, in passato funzionali all’isolamento termico e poi rivelatesi fondamentali per consentire all’animale di volare. In altre parole, per noi, l’innovazione non deve per forza essere un elemento di rottura ma può derivare dalla combinazione di più tecnologie esistenti in una nuova dal grande potenziale”.

Avete numerosi brevetti, quali sono i principali e in che cosa consistono?

“Una delle tecnologie brevettate da Simbiosi (l’NRC) riguarda la chiusura del ciclo produttivo, nello specifico il recupero dei nutrienti dagli scarti organici, tramite la produzione di un digestato dalle proprietà uniche. Questa tecnologia, associata alla gassificazione, consente inoltre di produrre energia pulita (biometano, energia elettrica e idrogeno). Tutto questo, viene inoltre reso efficiente dall’innesto di un’altra tecnologia da noi brevettata, l’Adam&Eva, capace di controllare i consumi e arbitrare la produzione mediante l’utilizzo dell’intelligenza artificiale”.

In che modo questa tecnologia chiude il ciclo produttivo?

“La tecnologia ha la capacità di trasformare qualsiasi tipo di sostanza organica (scarti organici di qualsiasi natura, siano essi scarti delle lavorazioni agricole, reflui zootecnici, rifiuti umidi urbani o scarti di aziende) in un ammendante completamente igienizzato e deodorizzato attraverso uno specifico trattamento anaerobico. Iniettato nel suolo ad una profondità di 10-15 cm, questo permette di restituire al terreno gli elementi nutritivi e al tempo stesso di stimolarne la fertilità e di salvaguardarne la biodiversità. Se aro il terreno, infatti, elimino la biodiversità presente negli 80 cm sotto il livello del suolo e con questa operazione favorisco la produzione di anidride carbonica, in quanto qualsiasi cosa morta emette carbonio nell’aria. Iniettando il digestato prodotto dalla nostra tecnologia, invece, non uccido la biodiversità quindi non genero carbonio, che al contrario resta stoccato nel terreno; inoltre, combattendo la desertificazione del suolo favorirò la trattenuta dell’acqua in caso di irrigazione e pioggia, dimezzando di fatto l’utilizzo di acqua rispetto all’agricoltura tradizionale”.

Un toccasana in tempi di siccità…

“In effetti l’acqua che risparmio la metto in vasche e bacini, che fungono da polmoni d’emergenza in caso di necessità per la produzione agricola”.

Ma questa tecnologia è già utilizzabile da altre aziende? Quali sono le potenzialità?

“Certamente. Un solo impianto basato sulla tecnologia da noi brevettata serve oggi infatti un territorio di circa 5.000 ettari, per un totale di circa un centinaio di aziende. Tra i principali interlocutori a cui ci rivolgiamo, ci sono inoltre i consorzi agro-alimentari e le ATO. A questo mi lego per farle un altro esempio delle potenzialità del nostro brevetto: in Italia sono circa 4 mln di tonnellate di fanghi derivanti dalla depurazione delle acque reflue che – invece di finire in discarica o di essere trasportati all’estero a caro prezzo – potrebbero essere trattati tramite questo tipo di tecnologia e ‘restituiti’ all’ambiente, sempre nell’interesse della filiera, in una vera logica di economia circolare”.

Torniamo al tema siccità, lei parla di riutilizzo delle acque reflue… Può fare dei numeri?

“Le acque di depurazione potrebbero soddisfare fino al 70% delle necessità irrigue italiane, nonché le necessità idriche dei piccoli Comuni: grazie a questo metodo, oggi Paesi come Israele recuperano circa l’82% delle acque reflue per usi irrigui mentre in Italia siamo ancora fermi a circa il 5%. Per contrastare questo il fenomeno siccità, in primo luogo sarebbe quindi fondamentale raccogliere le acque di scarico post-trattamento di depurazione tramite la costituzione di bacini e invasi, utili a fare fronte alla sempre più urgente necessità di irrigazione. Inoltre, bisognerebbe favorire – dove possibile e nel rispetto delle normative – l’utilizzo in agricoltura dei digestati prodotti negli impianti di depurazione, tramite processi di igienizzazione in grado di conservare l’acqua nelle coltivazioni, così da aumentare la produttività per ettaro”.

Ha iniziato a lavorare nel mondo delle rinnovabili e della sostenibilità quando nessuno sapeva ancora cosa fosse. Arriveremo a centrare gli ambiziosi target climatici che soprattutto l’Europa impone?

“Le dico solo questo: se tutto il mondo coltivasse con un metodo rigenerativo come il nostro, la diminuzione di 1,5 gradi entro il 2030 potrebbe essere raggiunta addirittura lasciando tutto il fossile esistente”

 

Mattarella: “Dall’agricoltura contributo di primaria importanza all’economia”

Quarant’anni di Made in Italy. Con l’edizione 2023 la fiera internazionale dell’ortofrutta, Macfrut, organizzata da Cesena Fiera, taglia un traguardo importante e prestigioso. Non a caso l’anteprima è stata celebrata dalla presenza, in Emilia-Romagna, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Che ha speso parole importanti per uno degli appuntamenti più attesi del panorama globale del comparto agricolo e agroalimentare. “E’ un’occasione di grande importanza“, dice il capo dello Stato. Spiegando che tutto ciò “manifesta le potenzialità di questo straordinario settore così centrale nella nostra agricoltura, e quindi nella nostra economia, con prodotti di straordinaria eccellenza, apprezzati ovunque nel mondo, che ogni iniziativa condotta all’estero fa ulteriormente apprezzare e conoscere, come dimostra anche il livello di esportazione di questi prodotti in partenza dall’Italia“.

Sottolineando i numeri prodotti dall’export delle eccellenze italiane, Mattarella ricorda che “questo richiede naturalmente una tutela, un aiuto per l’esportazione, che comprende anche la concezione dell’apertura dei mercati“. Anche perché “l’Italia ha sempre dimostrato di saper stare da protagonista negli interscambi internazionali” e “si è sempre giovata ampiamente dell’apertura dei mercati“. Per questo “il contributo che questo settore fornisce al nostro Paese è di estrema importanza. Davvero di primaria importanza“. Non solo dal punto di vista economico. Il presidente della Repubblica, infatti, mette in luce il fatto che “l’agricoltura si colloca in una frontiera di una delle sfide più importanti che il nostro mondo deve affrontare“. Elencando “i mutamenti climatici, le difficoltà di approvvigionamento alimentare, i temi della sicurezza alimentare nel mondo, le difficoltà di approvvigionamento idrico, il mutamento dei processi produttivi. La sostenibilità, insomma“. Quindi, quelli della fiera “sono anche giorni in cui si possono scambiare esperienze e conoscenze in questa prospettiva“.

Macfrut 2023 aprirà i battenti, ufficialmente, oggi dalle 9.30. A inaugurare l’edizione numero 40 sarà il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, alla presenza di Presidente della fiera, Renzo Piraccini, assieme ai presidenti di Coldiretti, Cia-Agricoltori Italiani e Confagricoltura, Ettore Prandini, Cristiano Fini e Massimiliano Giansanti, oltre al presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, al presidente dell’agenzia Ice, Matteo Zoppas, alla sottosegretaria agli Esteri, Maria Tripodi, e all’assessore all’Agricoltura della Regione Calabria, Gian Luca Gallo. Madrina dell’evento, che vedrà la presenza di numerosi ministri da varie parti del mondo, sarà Simona Ventura.

Sempre oggi sono previsti altri due importanti appuntamenti, ai quali parteciperà Lollobrigida. Alle ore 14 sarà svelato in anteprima nazionale il Padiglione Italia dell’Expo di Doha, mentre alle 15.30 sarà presentata la candidatura di Expo 2030 Roma. “Con la sua presenza il presidente Mattarella ha evidenziato la centralità di un settore eccellenza del Made in Italy che coinvolge 300mila aziende per un valore di 15 miliardi di euro, in una cifra destinata a triplicare se si considera l’intera filiera“, dichiara Piraccini. Che conclude: “Non potevamo avere migliore anteprima“.

E’ allarme pesticidi in agricoltura. Wwf: Economia dei veleni ha contaminato la Terra

L’impiego di pesticidi a livello globale è quasi raddoppiato dal 1990 e l’Italia è il secondo maggiore mercato nell’Ue. Pesticidi che rappresentano “una economia di veleni legalizzati”. L’allarme arriva dal Wwf in occasione della Giornata mondiale della salute che si svolge il 7 aprile. Si tratta di sostanze usate in agricoltura, dice l’organizzazione, “di cui è ormai scientificamente provato che, anche a dosi minimali, possono risultare estremamente nocive per la salute umana e rappresentare quindi un vero e proprio problema di salute pubblica”. Senza dimenticare il ruolo “significativo” che hanno nel determinare “il declino della biodiversità, in particolare per gli insetti impollinatori come le api”. Fatto questo, spiega il Wwf, che “conferma la pervasività di queste sostanze in tutte le matrici ambientali, acqua, aria e suolo e i conseguenti effetti negativi sulla salute delle persone”. Tesi confermata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che stima oltre 385 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi e 258.000 decessi ogni anno in tutto il mondo.

A RISCHIO DONNE E BAMBINI. I più a rischio sono le donne e i bambini. Le prime, infatti, hanno una percentuale di grasso corporeo più alta e sono quindi più inclini ad immagazzinare agenti inquinanti che possono bioaccumularsi nel tessuto adiposo. Nelle donne sono, inoltre, più numerosi i tessuti sensibili agli ormoni che le rendono più vulnerabili ai pesticidi, specie quelli che agiscono a livello ormonale o interferiscono con il sistema endocrino. “C’è poi un legame evidente – dice il Wwf – fra il cancro della mammella e l’esposizione ad alcune tipologie di pesticidi, che sono agenti iniziatori e promotori di tale malattia. I pesticidi sono legati anche all’endometriosi, una condizione dolorosa che può causare l’infertilità e può rappresentare un rischio significativo per la salute riproduttiva delle donne e per il feto”. Ma queste sostanze possono anche passare dalla madre al feto e ai neonati durante l’allattamento, compromettendo la salute del nascituro non solo nell’infanzia, ma anche nella vita adulta e comportando un aumento, in particolare, del rischio di tumori cerebrali e di alterazioni neurologiche e di sviluppo, che possono causare deficit cognitivi, comportamentali e di crescita.

PUNTARE SU AGRICOLTURA BIOLOGICA. L’agricoltura biologica è quindi, per il Wwf, “l’unica soluzione per proteggere la salute dall’uso dei pesticidi”, di cui se ne consumano circa 4 milioni di tonnellate nel mondo, con un mercato che ha raggiunto un valore di 84,5 miliardi di dollari nel 2019, con tasso di crescita che quest’anno raggiungerà l’11,5%, sfiorando i 130,7 miliardi di dollari. E l’Italia? Nel 2020 in Italia sono stati venduti 125 milioni di kg di sostanze chimiche per l’agricoltura, 5,2 kg/ettaro. Nel 2021 la superficie agricola coltivata senza pesticidi in Italia era ancora solo il 17,4%.

Per arrestare “la pandemia silenziosa dei pesticidi”, spiega il Wwf, “oltre a una strategia europea e al rinnovo della normativa nazionale, è indispensabile far crescere il mercato del biologico nazionale”. L’Italia è ai primi posti in Europa per export di prodotti biologici certificati mentre i consumi interni restano bassi, sebbene i dati dimostrino che il consumo di prodotti biologici in Italia sia quasi raddoppiato in 10 anni e in costante crescita, seppur lentamente. “Scegliere di acquistare prodotti bio – dice il Wwf – liberi da veleni, contribuisce non solo alla crescita dell’agricoltura biologica, ma anche alla tutela della propria salute”.

(Foto © David Bebber WWF-UK)

lollobrigida

Lollobrigida insiste su Rdc: “Non è vergognoso lavorare in agricoltura”

Non c’è nulla di vergognoso nel fare l’imprenditore agricolo“. Non c’è davvero, ma Francesco Lollobrigida è costretto a ribadirlo, dopo il polverone sollevato in apertura del Vinitaly.

Dal palco di Verona, il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste aveva ricordato ai giovani italiani che “lavorare in agricoltura non è svilente“, rivolgendosi, tra gli applausi, “a chi è sul divano, mentre prende il reddito di cittadinanza“. Parole pesantissime per una generazione che paga lo scotto della recessione, della pandemia e della crisi seguita alla guerra in Ucraina. Vero è anche che gli agricoltori hanno (disperatamente) bisogno di braccia nei campi. Ne è prova il clamoroso successo del click day del decreto flussi, il 27 marzo, in overbooking già dopo un’ora per le domande di ingresso dei lavoratori extracomunitari. Alle 10 del mattino, secondo il Viminale, le domande arrivate erano 238.335, quasi il triplo delle quote previste dal decreto, ossia 82.705.

Ora, il piano del governo è coprire una parte del grande fabbisogno di lavoro in agricoltura con una quota di giovani in cerca di un posto. “Bisogna creare ricchezza per aiutare i più deboli, ma non si può creare ricchezza per decreto o facendo debito. La ricchezza si crea col lavoro“, precisa il ministro all’indomani delle polemiche. Ringrazia i ragazzi che frequentano gli istituti agrari: “L’unica cosa indegna è che se tu puoi lavorare, dici che se non ti danno il reddito di cittadinanza vai a rubare. Non può essere che, chi invece va a lavorare, paghi con le sue tasse chi non vuole provare a lavorare”, sostiene.

Nelle campagne, in vista della vendemmia, “c’è posto anche per studenti, pensionati o disoccupati che vogliono trovare una occasione di reddito e fare una esperienza all’aria aperta a contatto con la natura, grazie al nuovo sistema di prestazioni occasionali introdotto nell’ultima Manovra“, conferma Coldiretti. Una opportunità per anche per “percettori di Naspi, reddito di cittadinanza, ammortizzatori sociali e detenuti ammessi al lavoro all’esterno con l’unico limite determinato dalla durata della prestazione che non potrà superare, per singolo occupato, le 45 giornate di lavoro effettivo all’anno e non aver già lavorato in agricoltura“, fa sapere l’associazione.

Per fare il punto sulle necessità del settore, mercoledì 5 aprile, alle 10, è già convocato a Palazzo Piacentini, sede del ministero del Made in Italy, il Tavolo Agrindustria, con Adolfo Urso e Lollobrigida, insieme alle principali imprese del settore, alle associazioni di categoria e alle parti sociali.

Intanto, il ministro dell’Agricoltura continua a incassare destri dall’opposizione: “All’attuale Ministro dell’Agricoltura non passa nemmeno per la mente che se non si trovano stagionali, forse questo dipende da condizioni di lavoro inadeguate. Eppure dovrebbe conoscere la realtà di un settore purtroppo afflitto da caporalato e lavoro nero“, tuona il responsabile economia di Sinistra Italiana, Giovanni Paglia. “Braccia rubate all’agricoltura? Meraviglia che a pronunciare queste parole sia colui che è chiamato a promuovere e sostenere le nostre eccellenze agroalimentari“, denuncia l’ex ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova. In agricoltura, sottolinea, è sempre maggiore il bisogno di “grandi professionalità, studio, formazione, passione“, che sono i fattori che fanno dell’agricoltura italiana “un’eccellenza“. Per essere competitivi con i nostri prodotti nel mondo, scandisce la presidente di Italia Viva, “abbiamo sempre più bisogno di saperi e di diritti. Non certo delle frasi sprezzanti di chi sa solo guardare al passato, dimenticando che l’agroalimentare italiano punta, da sempre, al futuro“.

Siccità, Gadda: “Bisogna smetterla di gestire questo fenomeno come emergenziale”

“Non è più possibile gestire il fenomeno della siccità in un’ottica emergenziale”. Lo ha detto l’Onorevole Maria Chiara Gadda, vicepresidente della Commissione Agricoltura, ai microfoni di GEA – Green Economy Agency. “Perché gli effetti dei cambiamenti climatici da un lato, ma soprattutto la carenza infrastrutturale che il nostro paese sconta, devono trovare nelle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza un’attuazione pratica” ha proseguito Gadda. “Servono decreti attuativi più puntuali e togliere quei colli di bottiglia che oggi nelle diverse regioni sono di ostacolo alla costruzione degli invasi e ci sono troppi enti che si occupano e preoccupano della gestione dell’acqua. Dobbiamo migliorare anche dal punto di vista organizzativo e di governance”