Vino, ok a risoluzione contro la norma su etichettatura dell’Irlanda

Oltre i colori politici, la parola d’ordine è unanimità. Contro la norma irlandese, avallata dalla Commissione Ue, che vorrebbe etichette sulle bottiglie di vino come per i pacchetti delle sigarette, la commissione Agricoltura della Camera mostra un volto dell’Italia che mancava da mesi. Perché sulla risoluzione presentata dalla vice presidente Maria Cristina Caretta (FdI) convergono i voti di tutte le forze politiche sull’impegno al governoad adoperarsi in tutti i tavoli europei di competenza per scongiurare l’introduzione della normativa, valutando, se del caso, la sussistenza dei presupposti per promuovere un ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea, anche in coordinamento con altri Paesi europei che condividono il medesimo posizionamento italiano“.

Non solo, perché i deputati chiedono che l’esecutivo si attivi “in tutti i tavoli internazionali di competenza, con riferimento all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) per scongiurare l’introduzione della normativa” e adotti “iniziative, anche in coordinamento con altri Paesi europei produttori ed esportatori di vino, presso le competenti sedi europee, con la finalità di scongiurare che la normativa irlandese diventi un precedente a danno delle produzioni vinicole nazionali, andando, tra le altre, oltre il perimetro tracciato dal Parlamento europeo nel voto espresso sulla risoluzione in premessa“.

Nessuna obiezione da parte delle opposizioni, che per una volta si fondono con la maggioranza per dire ‘no‘ a messaggi del tipo ‘nuoce gravemente alla salute‘ sulle bottiglie di uno dei prodotti d’eccellenza del Made in Italy nel mondo. “La commissione ha fatto una cosa importante, perché tutti i partiti, all’unanimità, hanno votato una decisione forte: quella di dare mandato al governo di utilizzare tutti gli strumenti per contrastare questa introduzione in etichetta dell’indicazione del rischio per la salute“, dice a GEA il presidente della commissione Agricoltura, Mirco Carloni. Sottolineando che “non è certamente il prodotto a significare il problema quanto l’abuso“, perché “l’Italia, che è il maggior produttore di vino, ha il minor numero di alcolizzati, mentre l’Irlanda, che ne è il minor produttore, ha invece il più alto numero di alcolizzati“. Per l’esponente della Lega ci sono eccome “le condizioni per adire alla Corte di giustizia” e “a livello internazionale – continua – la questione è esperibile anche dinanzi gli organi di soluzione delle controversie dell’Organizzazione mondiale del commercio“.

Carloni parte da un presupposto: “Credo che un’azione come quella di iscrivere in etichetta che il vino fa male alla salute è un atto ostile verso l’Italia, che dobbiamo bloccare in tutti i modi“. Da qui parte il ragionamento per la risoluzione votata all’unanimità dalla sua commissione. Che riceve il plauso delle associazioni di categoria, come Assobirra: “Esprimo il mio sincero plauso alla risoluzione approvata all’unanimità che supporta l’azione governativa per ripristinare una corretta applicazione del diritto dell’Ue in materia di etichettatura delle bevande alcoliche“, dichiara infatti il presidente, Alfredo Pratolongo. Che ricorda come la priorità sia quella di tutelare il comparto vinicolo e birrario. Due prodotti che sono, per dirla con le parole di Carloni, “elemento di identità culturale dell’Italia“.

Idris Elba a Davos per l’Africa e contro il cambiamento climatico

La prima volta che Idris Elba ha partecipato a un incontro del World Economic Forum di Davos è stato nel 2014, come DJ a un party con la star dell’R&B Mary J. Blige. “Nel mio pubblico c’erano persone molto interessanti, ma non era niente in confronto a oggi“, racconta a Afp l’attore britannico. Questa volta, però, Elba è tornato a Davos con la moglie, la modella Sabrina Dhowre Elba, con una missione ben diversa, che l’attore definisce “una grande responsabilità“: convincere gli imprenditori occidentali che si possono fare affari con i piccoli agricoltori locali in Africa.

Le persone stanno ascoltando, i governi si stanno impegnando, ma non abbastanza. Per questo siamo qui a bussare alle porte e a dire a quante più persone possibile che dobbiamo impegnarci due, tre, quattro, cinque volte di più, perché ce n’è bisogno“, spiega Sabrina Dhowre Elba. “Il cambiamento climatico è alle porte dell’Africa. Sta già accadendo. Le persone devono adattarsi per sopravvivere“, insiste. Gli Elba sono Ambasciatori di buona volontà delle Nazioni Unite dal 2020 e collaborano con il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad) in azioni legate alla sicurezza alimentare e al cambiamento climatico.

Credo che la prossima sfida sia quella di coinvolgere il settore privato“, afferma Idris Elba. Il presidente della Ifad, Alvaro Lario, che accompagna la coppia nella località sciistica svizzera, insiste sull’importanza di coinvolgere le imprese occidentali “non solo come sostegno o aiuto“, ma con veri e propri investimenti. “In realtà, ci sono opportunità di fare affari” nell’agricoltura, nella silvicoltura e nella pesca, che secondo lui è il secondo settore più promettente dopo la tecnologia. “Questo è il tipo di conversazione che vogliamo avere”.

L’impegno delle due celebrità a è valso loro un Crystal Award da parte del World Economic Forum, e intendono proseguire attraverso la propria fondazione (Elba Hope Foundation) creata alla fine dello scorso anno e finalizzata a sostenere iniziative legate alle stesse tematiche, ma anche rivolte alle donne e ai giovani. Lontano dai personaggi spesso spietati che ha interpretato nelle serie ‘The Wire’ o ‘Luther’, o nel film ‘Beasts of no Nation’, Idris Elba dice di essere motivato dalla “ingiustizia di avere metà del mondo che mangia e metà del mondo che non mangia. La metà del mondo che sta facendo danni enormi al nostro pianeta e l’altra metà che (…) sta morendo di fame e soffre di più per questi danni“. “Quando penso alla dialettica sul clima, e quando penso alle discussioni sul continente africano, mi sembra che ci stiamo dimenticando delle persone reali“, osserva anche la moglie. Ma i piccoli agricoltori hanno un ruolo cruciale “quando parliamo di sicurezza alimentare e anche di clima“. Perché le soluzioni basate sulla natura di cui tutti parlano, sono le persone stesse che le attuano: i conservatori del nostro pianeta.

L’agrivoltaico nuova frontiera dell’agricoltura, ma occorre maggiore conoscenza

La crisi energetica ha dato una spinta notevole, ma il dibattito sulle nuove fonti di approvvigionamento energetico in agricoltura è in piedi da anni. Di sicuro tra le nuove tecniche che mostrano prospettive più fruttuose c’è l’agrivoltaico, anche se, come ogni novità, la sperimentazione è d’obbligo, al pari di una adeguata divulgazione delle informazioni necessarie.
L’approccio è innovativo, perché permette di far convivere e interagire la produzione di energia proveniente dal sole con le tecniche di coltura agricola. Non solo, perché questo tipo di rinnovabile può risultare molto utile anche nel settore della zootecnia.

Inoltre, il Pnrr stanzia circa 1,5 miliardi di euro, per gli anni dal 2022-2026, sulla Missione 2, Componente 1, Investimento 2.2 ‘Parco agrisolare’. Proprio negli ultimi giorni dello scorso anno è stato emanato il decreto direttoriale con l’elenco dei destinatari ammessi a finanziamento per la misura, facendo così conseguire al ministero dell’Agricoltura e Sovranità alimentare e forestale il primo target europeo in scadenza a fine 2022. Il Decreto assegna risorse per un valore di 451 milioni di euro circa, pari al 30% della dotazione finanziaria totale della misura, che ammonta a 1 miliardo e mezzo di euro. “Per il Masaf e per il governo Meloni questa è senz’altro una buona notizia – ha commentato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida -, al tempo stesso però ci sono degli aspetti su cui occorre un cambio di prospettiva. In seguito al conflitto russo-ucraino, infatti, sono emerse carenze energetiche che ci devono indurre a ripensare il vincolo di autoconsumo. Ciò dipende dal fatto che nella fase in cui il Pnrr venne progettato le condizioni erano radicalmente diverse da quelle attuali”.
Per il responsabile del dicastero “oggi l’esigenza è concentrarsi sulla massima produzione possibile da immettere nella rete. Per questo motivo, il Masaf ha proposto un meccanismo per consentire alle imprese agricole o agroalimentari dotate di impianti fotovoltaici di conservare ‘virtualmente’ l’energia prodotta in eccesso riutilizzandola nei periodi di maggiore richiesta energetica delle proprie attività”.

Dal punto di vista degli agricoltori, però, la strada da percorrere è ancora lunga, ma non impraticabile. Anzi. “L’agricoltaico in Italia è ‘questo grande sconosciuto’, perché non ci sono tante esperienze. È chiaro che si tratta di un’opportunità per la transizione ecologica e soprattutto per cercare di dare un contributo, da parte degli agricoltori, alla transizione energetica sempre più green”, ha detto a GEA il presidente della Confederazione italiana agricoltori (Cia), Cristiano Fini. Spiegando che “deve diventare una vera e propria opportunità per gli agricoltori e non per altri soggetti che stanno cercando di intervenire per accaparrarsi terreni, avere a disposizione la possibilità di fare investimenti non per l’agricoltura, non per gli agricoltori ma per gli interessi legati a multinazionali piuttosto che ad altri soggetti. Per noi l’Agrivoltaico diventerà (e deve diventare) un’opportunità nel momento in cui viene calato su misura per le aziende agricole.

Fini, però, punta l’attenzione su un aspetto importante: “Abbiamo bisogno di fare maggiore divulgazione rispetto a questa tecnica, di dare maggiori garanzie e certezze all’agricoltore altrimenti non riusciranno o non potranno fare gli investimenti e abbiamo bisogno anche di un sostegno creditizio adeguato nei confronti di agricoltori che hanno intenzione di percorrere questa strada”. In questo senso il Pnrr è una spinta importante, perché si tratta di risorse assolutamente importanti che non dobbiamo disperdere ma utilizzare e investire”, ha avvisato il numero uno di Cia. Sottolineando allo stesso tempo che “lo possiamo fare solo se c’è un sostegno creditizio che ci consenta di fare gli investimenti; e se ci sarà una migliore e maggiore conoscenza di questa tecnica, che è assolutamente condivisibile. Perché riesce a coniugare la transizione energetica con le tecniche colturali agricole e, quindi, può dare un’ulteriore possibilità di reddito anche alle aziende agricole”.

Dagli scarti alimentari arriva il fertilizzante bio e green

Per Edoardo Puglisi, professore all’Università Cattolica, la microbiologia ha tutte le carte in regola per cambiare il modo di fare agricoltura. Settore che in effetti si trova a dover rispondere in tempi brevi alle contingenze della guerra e agli obiettivi del Green Deal: riducendo, per esempio, l’utilizzo massiccio di fertilizzanti azotati. E ad attrezzarsi per soddisfare in maniera sostenibile il sostentamento di una popolazione che nel mondo ha appena superato gli 8 miliardi.

E la rivoluzione in corso non è soltanto “in teoria”. I ricercatori del campus universitario di Piacenza, per esempio, hanno sviluppato un nuovo fertilizzante “bio e green” dagli scarti della filiera alimentare. In particolare, grazie alla collaborazione con l’azienda Sacco srl di Cadorago, dai residui della produzione di batteri lattici.

Si tratta di tonnellate di scarti prodotti ogni anno, e rappresentano il 90% del brodo di fermentazione in cui vengono normalmente riprodotte e moltiplicate le cellule. I batteri lattici vanno all’industria alimentare, per produrre – per esempio – formaggi, prodotti freschi, bevande fermentate. “Il resto della parte organica, invece, è a tutti gli effetti uno scarto, che viene inserita in cicli di smaltimento” spiega Francesco Vuolo, Agro R&D manager di Sacco. “Almeno finché non abbiamo deciso di investigare potenzialità in altri settori”.

L’Università Cattolica ha testato l’utilizzo del fertilizzante sperimentale nella coltivazione in serra di pomodoro e lattuga. “Abbiamo misurato le rese, i parametri fisiologici, e abbiamo visto miglioramenti importanti della diversità microbica nella rizosfera” spiega Edoardo Puglisi, “con l’effetto di promuovere la crescita della pianta”. Un booster, insomma.

Nella configurazione più efficace, il fertilizzante viene applicato al suolo. Con l’effetto di nutrire allo stesso tempo la pianta, la comunità batterica e la percentuale di umidificazione del suolo stesso.

I risultati della ricerca indicano la potenziale riduzione del 30% dell’uso di fertilizzanti chimici azotati, senza compromettere la produzione e migliorando alcune caratteristiche fisiologiche della pianta. E si stima un possibile calo del 40% delle emissioni di gas serra associati oggi alla produzione dei fertilizzanti chimici.

I test hanno messo in evidenza il valore produttivo del fertilizzante. Ora dovrà raggiungere gli end user. E proprio per questo si sta inserendo nel frame regolatorio europeo. Mentre l’azienda coinvolta nel progetto ha già iniziato a valorizzare con questo approccio residui del processo produttivo pari a oltre 700 tonnellate l’anno. L’impressione è che davvero per il settore ci siano interessanti prospettive di cambiamento.

Legambiente: 2022 annus horribilis per il clima. In Italia 310 fenomeni estremi, +55% sul 2021

Alluvioni, ondate di caldo anomalo e di gelo intenso, frane, mareggiate, siccità, grandinate hanno fatto vittime e sfollati negli ultimi dodici mesi. Gli eventi estremi si moltiplicano a una velocità crescente, come raccontano i dati di bilancio dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente, realizzato in collaborazione con il gruppo Unipol, e sintetizzati nella mappa del rischio climatico.
Nel 2022 la Penisola ha registrato un incremento del +55% di casi rispetto al 2021, parliamo di 310 fenomeni estremi che quest’anno hanno provocato impatti e danni da nord a sud e causato ben 29 morti. Nello specifico si sono verificati 104 casi di allagamenti e alluvioni da piogge intense, 81 casi di danni da trombe d’aria e raffiche di vento, 29 da grandinate, 28 da siccità prolungata, 18 da mareggiate, 14 eventi con l’interessamento di infrastrutture, 13 esondazioni fluviali, 11 casi di frane causate da piogge intense, 8 casi di temperature estreme in città e 4 eventi con impatti sul patrimonio storico. Molti gli eventi che riguardano due o più categorie, ad esempio casi in cui esondazioni fluviali o allagamenti da piogge intense provocano danni anche alle infrastrutture. Nel 2022 sono aumentati, rispetto allo scorso anno, i danni da siccità, che passano da 6 nel 2021 a 28 nel 2022 (+367%), quelli provocati da grandinate da 14 nel 2021 a 29 nel 2022 (+107%), i danni da trombe d’aria e raffiche di vento, che passano da 46 nel 2021 a 81 nel 2022 (+76%), e allagamenti e alluvioni, da 88 nel 2021 a 104 nel 2022 (+19%).

La siccità ha piegato soprattutto il centro nord. Nei primi sette mesi dell’anno, le piogge sono diminuite del 46% rispetto alla media degli ultimi trent’anni. Cruciale la prima parte dell’anno con cinque mesi consecutivi gravemente siccitosi, e un’anomalia, da gennaio a giugno, pari a – 44% di piogge, equivalente a circa 35 miliardi di metri cubi di acqua in meno del normale. In crescente difficoltà i fiumi, come il Po che al Ponte della Becca (PV) risultava con un livello idrometrico di -3 metri, e i grandi laghi con percentuali di riempimento dal 15% dell’Iseo, al 18% di quello di Como fino al 24% del Maggiore. In autunno è peggiorata la situazione delle regioni del centro, soprattutto in Umbria e Lazio. Nel primo caso il deficit pluviometrico si è attestato sul 40%, il lago Trasimeno ha raggiunto un livello ben inferiore alla soglia critica, con -1,54 metri. Nel Lazio, il lago di Bracciano è sceso a -1,38 metri rispetto allo zero idrometrico. Gravi le conseguenze per l’agricoltura e per gli habitat naturali. L’11% delle aziende agricole si è ritrovata in una situazione talmente critica da portare alla cessazione dell’attività. In molte aree urbane si sono dovute imporre restrizioni all’uso dell’acqua. La siccità ha causato la perdita di produzione di energia, in particolare da idroelettrico. Nonostante i dati di Terna relativi ad aprile abbiano evidenziato un record assoluto di energia prodotta da fonti rinnovabili, è mancato all’appello l’idroelettrico. La produzione di energia da questa fonte, infatti, segnava -41% per effetto delle scarse precipitazioni, che hanno portato per mesi i livelli di riempimento degli invasi prossimi ai valori minimi registrati negli ultimi 50 anni. A dicembre, il livello del Po è rimasto inferiore alla media degli ultimi 20 anni ed a preoccupare è soprattutto la situazione delle falde, con livelli tra il 35 ed il 50% in meno della media mensile.

Si sono registrate temperature eccezionali già da maggio con punte di 36,1°C a Firenze, 35,6°C a Grosseto, 34°C a Pisa e 32,8°C a Genova. Ma anche a Ustica con 33,4°C e Torino con 29,2°C. Il mese di giugno ha visto un’anomalia della temperatura media di +3,3°C se consideriamo l’Italia nel suo insieme, con punte di 41,2°C a Guidonia Montecelio (RM), 40°C a Prato, Firenze, Viterbo e Roma. A luglio record per le città lombarde: a Brescia e Cremona si sono registrati 39,5°C, a Pavia 38,9°C e a Milano 38,5°C. Ad agosto i termometri hanno segnato tra i 40 e i 45°C a Palermo, Catania e Reggio Calabria, mentre a Bari si è arrivati a 39°C. Questi livelli di caldo eccezionale, prolungati per settimane e mesi in gran parte del Paese, hanno portato a gravi conseguenze sulla salute umana. L’ondata di calore che ha impattato più duramente è stata quella della seconda metà di luglio, con un aumento di mortalità che ha raggiunto, stando ai dati di Ministero della Salute e Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, il 36% in tutte le aree del Paese, ma in particolare in alcune città del nord. Tra le città maggiormente colpite Torino che ha visto un eccesso di mortalità pari a +70%, a cui segue Campobasso (+69%), poi Bari (+60%), Bolzano (+59%), Milano e Genova (+49%), Viterbo (+48%), Firenze (+43%), Catania (+42%). Solo nel 2022 sono stati oltre 2.300 i decessi in Italia dovuti alle ondate di calore, secondo le analisi del ministero della Salute e Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, in crescita rispetto ai 1.472 del 2021 e ai 685 del 2020.

A Brescia nasce Kilometro verde, per un’agricoltura attenta al risparmio di acqua e suolo

Il risparmio di acqua e suolo, nonché il recupero di aree urbane dismesse sono alcuni tra i benefici della tecnica di coltivazione in verticale anziché in orizzontale. Il ‘Vertical Farming’ – questo il nome della tecnica – viene considerata la nuova frontiera dell’agricoltura, come spiega a GEA Giuseppe Battagliola, ideatore della start up bresciana ‘Kilometro verde’ basata, appunto, su questo concetto. “II Vertical Farming nasce come evoluzione dell’agricoltura idroponica, tecnica di coltivazione fuori suolo in cui le piante crescono in una soluzione di acqua e sali minerali. È un tipo di coltura al chiuso, in cui si sfrutta lo spazio in verticale per far crescere le piante in un ambiente protetto in cui tutti gli elementi sono sotto il controllo dei nostri agronomi. Questo ci permette di creare le condizioni ottimali per le diverse specie, sfruttando le conoscenze relative alle biodiversità e agli habitat. Il Vertical Farming – prosegue l’imprenditore è ritenuto la principale innovazione nel settore ortofrutticolo perché consente di risparmiare il 95% di acqua rispetto alle colture tradizionali, di coltivare 365 giorni all’anno, annullando le stagionalità, di risparmiare suolo e di recuperare aree urbane dismesse. Il prodotto finale è incontaminato, già pronto al consumo e con una qualità e una salubrità superiori”.

Nonostante questa attività sia considerata la nuova frontiera del settore agricolo, in Italia si è ancora in una fase di sviluppo embrionale, mentre si possono trovare diversi esempi in altri Paesi del mondo. “È però verosimile – commenta Giuseppe Battagliola – pensare che l’ulteriore valore aggiunto delle Vertical Farms sarà quello di far fronte a problematiche demografiche e legate al clima ostile che caratterizzano alcuni paesi. Il Vertical Farming non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità, specialmente per quanto riguarda le fonti energetiche, colonna portante di questa attività. Kilometro Verde, consapevole di questo, ha in essere un accordo con un primario produttore/distributore di energia per la creazione di un campo solare di 10 Megawatt. La riduzione del carbon footprint è perseguita anche attraverso la mitigazione ambientale, il riciclo inteso nel suo concetto più ampio, per creare un’azienda basata sull’economia circolare”. Come imprenditore di questo settore – risponde l’imprenditore – sentivo la necessità di soddisfare le esigenze di una popolazione che è sempre più alla ricerca di un prodotto ‘più pulito’ e che, allo stesso tempo, ha una sensibilità sempre maggiore verso le dinamiche ambientali e sostenibili, il tutto in una logica di economia circolare. Uno dei grandi vantaggi del Vertical Farming è appunto quello di poter risparmiare grosse porzioni di suolo, sfruttando lo spazio in verticale e permettendo così di moltiplicare la superficie produttiva, liberando terra per i contadini e massimizzando la qualità dei prodotti. Diamo così una risposta ad una grande problematica, quella della graduale riduzione del terreno coltivabile. Il Vertical Farming permette anche di riavvicinare le coltivazioni ai centri urbani e di creare una vera logica di “km zero”, riducendo le distanze della filiera distributiva e sfruttando aree dismesse per riqualificare, anche dal punto di vista socio-economico, centri abitati che soffrono della decadenza del settore manifatturiero e commerciale. Preciso che non tutte le colture sono adatte ad essere coltivate nelle Vertical Farms, dato che un elemento caratterizzante di questo tipo di coltura è lo sviluppo in altezza di più strati di coltivazione; quindi, piante troppo alte sono difficilmente adattabili a tali strutture”.

Giuseppe Battagliola, già imprenditore nel settore ortofrutticolo della IV gamma (frutta e verdura confezionata fresca e pronta per il consumo, come per esempio le insalate in busta), conclude consigliando a chiunque di mettersi in gioco rispetto
 a un'esperienza di questo genere. “Posso dire che è un percorso tanto difficile quanto appassionante. Difficile, perché la transizione verso un’economia più sostenibile, etica e che coniughi le mutate esigenze del clima, dell’ambiente 
e del consumatore è una sfida per l’intera l’umanità. Appassionante, perché il Vertical Farming crea un connubio tra elementi apparentemente contrastanti da cui si genera valore per le persone e per il territorio: scienza e tecnologie innovative
da una parte, agricoltura dall’altra”.

 

agricoltura

Via libera dell’Europa al piano strategico italiano per la Politica agricola comune (Pac)

È arrivato il via libera al piano strategico italiano per la nuova Politica agricola comune (Pac) 2023-2027, con la Commissione europea che ha messo il timbro sulla strategia da 35,1 miliardi di euro complessivi. Dando l’ok al piano di Roma – forte di un sostegno dal bilancio comunitario pari a 26,6 miliardi e altri 8,5 da quello nazionale – l’esecutivo comunitario ha voluto evidenziare che “l’Italia è uno dei maggiori produttori agricoli e trasformatori di alimenti dell’Ue, con un settore agricolo molto diversificato”.

Secondo quanto si legge nel documento, la strategia punta a migliorare la competitività e la sostenibilità di un’agricoltura diversificata, a garantire un reddito adeguato agli agricoltori e a lottare contro la sfruttamento della manodopera, ma anche a proteggere le attività dagli effetti del cambiamento climatico e a ridurre l’impatto sull’ambiente. Per tutti questi motivi saranno destinati 17,61 miliardi di euro alla stabilizzazione del reddito degli agricoltori, garantendo una più equa distribuzione degli aiuti: dal 2023 sarà fissato un tetto massimo di 2 mila euro al valore che un agricoltore può ricevere per ettaro come sostegno di base al reddito. Il piano prevede anche interventi settoriali dedicati ai settori vitivinicolo, dell’ortofrutta, dell’olio d’oliva e dell’apicoltura.

Oltre 10 miliardi di euro sono destinati a interventi sul fronte ambientale (inquinamento delle acque, perdita di biodiversità ed emissioni), con 35 schemi volontari che compenseranno gli agricoltori per i costi aggiuntivi e le perdite di reddito derivanti dall’applicazione di pratiche più ecosostenibili. Circa 37 milioni di euro saranno destinati a migliorare i metodi di distribuzione dei fertilizzanti e del concime nel suolo ed è previsto uno stanziamento pari a 518 milioni di euro per promuovere sistemi di agricoltura integrata su 2,14 milioni di ettari, per ridurre l’inquinamento di acqua, suolo e aria e sviluppare l’economia circolare nelle aziende agricole. Saranno anche stanziati circa 2 miliardi per l’agricoltura biologica (che dalla Commissione è considerata una tecnica di produzione in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo), con l’obiettivo di aumentare la superficie coltivata a biologico fino al 25% di quella agricola complessiva entro il 2027.

Sul piano sociale sarà centrale l’intervento per contrastare lo spopolamento e l’abbandono delle attività agricole nelle aree rurali. Di qui il rafforzamento delle politiche a favore dei giovani agricoltori, attraverso la mobilitazione di 1,07 miliardi di euro. Circa 741 milioni saranno destinati alla creazione di 16 mila nuove opportunità imprenditoriali rivolte a giovani, ai disoccupati e alle imprenditrici e saranno sostenuti progetti innovativi e start-up con una forte attenzione alla digitalizzazione (con un ulteriore stanziamento a questo proposito di 2,22 miliardi). Le azioni si concentreranno soprattutto sugli strumenti digitali, la meccanizzazione, il benessere degli animali (con un budget specifico dedicato da 2 miliardi) e la formazione professionale. Il piano italiano stima che saranno coinvolte circa 358 mila persone in consulenze, gruppi operativi e circa 70 mila corsi di formazione, che aumenteranno il sistema della conoscenza e dell’innovazione in agricoltura.

La prima proposta di piano strategico della Pac era stata presentata il 31 dicembre dello scorso anno, ma ad aprile era stata bocciata dal gabinetto von der Leyen a causa di “numerosi elementi mancanti, incompleti o incoerenti”. Il 15 novembre è stata così presentata la proposta rivista, con la risposta alle osservazioni della Commissione e l’aggiornamento rispetto alle conseguenze della guerra russa in Ucraina – fino alla luce verde arrivata oggi da Bruxelles

agricoltura

Sfida agricoltura sostenibile per sfamare 8 mld di persone: difendere produzione alimentare

Rispettare le risorse naturali come l’acqua, la terra e la biodiversità, assicurando contemporaneamente il nutrimento agli esseri umani nonostante l’impatto dei cambiamenti climatici e l’aumento della popolazione sulla terra. Sono questi gli obiettivi dell’agricoltura sostenibile, dove la parola sostenibilità non è riferita soltanto al rispetto dell’ambiente, ma anche all’ambito sociale: assicurando quindi la salute delle persone, la qualità della vita di chi si occupa della produzione, i diritti umani di chi opera nel settore e l’equità sociale. Un esempio su tutti: per essere sostenibile l’agricoltura dovrebbe abbandonare i pesticidi, veleni che uccidono la fertilità dei terreni, oltre a far male alla salute.

Al centro del concetto di ‘agricoltura sostenibile’, come spiega l’Agricultural Sustainability Institute, c’è proprio l’obiettivo di soddisfare il fabbisogno dell’umanità, che si tratti di cibo o di tessuti, senza che questa attività sia destinata a penalizzare le esigenze delle generazioni future. Soprattutto in un pianeta sovrappopolato. Undici anni fa il mondo tagliava il traguardo dei sette miliardi di abitanti, oggi siamo arrivati a otto. E così, presto o tardi, si dovrà tornare a discutere della presunta necessità di aumentare la produzione alimentare per poter sfamare l’intera popolazione della Terra. “Per sfamare otto miliardi di persone la strada è tanto chiara quanto rivoluzionaria: smettere di inseguire la produttività e cominciare a difendere la produzione alimentare. Il cibo dev’essere un diritto, non un bene da scambiare in Borsa, non una commodity grazie alla quale arricchirsi a discapito di qualcuno, della salute del pianeta e del futuro stesso dell’umanità”, ha spiegato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. E proprio l’aumento della produttività, l’occupazione ed il valore aggiunto nelle filiere alimentari è uno dei 5 principi a cui deve ispirarsi un’agricoltura definita ‘sostenibile’, fissati dalla Fao. In futuro sarà necessario migliorare la produttività alimentare in vista del continuo aumento della popolazione, “ma bisognerà farlo – precisa l’agenzia Onu – diversamente da come avvenuto finora, limitando l’espansione dei terreni agricoli per salvaguardare e migliorare l’ambiente”. Secondo obiettivo è quello di proteggere e migliorare lo stato delle risorse naturali da cui dipendono la produzione alimentare e agricola: quindi a sua volta la sua sostenibilità dipende dalla difesa delle risorse stesse. Sebbene l’intensificazione delle produzioni abbia avuto un esito positivo, la diminuzione dell’espansione agricola per proteggere gli ecosistemi ha avuto anche un impatto negativo per l’ uso massiccio di acqua, pesticidi e fertilizzanti. Tali tendenze dovute all’intensificazione agricola non sono compatibili con l’agricoltura sostenibile e rappresentano una minaccia per la produzione futura. “Nel mondo esistono tante realtà virtuose – continua Petrini – oltre la metà della popolazione viene alimentata da 500 milioni di produttori di piccola scala, imprese familiari oppure piccole cooperative. Un tessuto enormemente prezioso, da salvaguardare e tutelare, da difendere e promuovere, da sostenere, ma che invece si trova sempre più spesso strozzato in un sistema che privilegia le multinazionali, l’agroindustria, i big della chimica applicata al cibo, chi possiede i brevetti e i semi ibridi, gli stessi che incassano una grande fetta dei fondi stanziati a livello internazionale”.

Per questo, uno dei principi della Fao è anche quello di ottimizzare i mezzi di lavoro e sostenere una crescita economica inclusiva: garantire ai lavoratori del settore alimentare un accesso adeguato alle risorse e il controllo di queste significa ridurre la povertà e la dispersione alimentare nelle aree rurali. Il quarto obiettivo, è invece quello di migliorare la resilienza dei popoli, delle comunità e degli ecosistemi: eventi meteorologici estremi, volatilità del mercato e conflitti civili compromettono la stabilità dell’agricoltura. Questo si ripercuote sul mercato alimentare con un aumento di prezzi e perdite economiche sia per i produttori che per i consumatori. Limitare attraverso tecnologie e politiche attive questi fenomeni significa dare stabilità a tutto il sistema alimentare. La resilienza diventa quindi centrale nella transizione verso un’agricoltura sostenibile e riguarda sia la dimensione naturale che quella umana. Infine, per essere sostenibile l’agricoltura deve adattare la governance del settore alle nuove sfide, grazie a una serie di norme che renda possibile un equilibrio tra pubblico e privato assicurando trasparenza ed equità.

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Oltre metà italiani teme scarsità cibo. Coldiretti: Coltiveremo 1 mln ettari in più

Gli agricoltori italiani sono pronti a coltivare un milione di ettari di terreno in più per garantire la sovranità alimentare del Paese, ridurre la dipendenza dall’estero e rassicurare oltre la metà dei cittadini italiani che ha paura che il cibo non arrivi più sulle tavole a causa degli sconvolgimenti globali legati alla guerra. Ad annunciarlo, il presidente di Coldiretti Ettore Prandini al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Roma. Illustra il piano per aumentare la superficie agricola coltivata e invertire una tendenza che nel giro degli ultimi cinquant’anni ha visto scomparire un campo agricolo su tre. Un crollo della capacità produttiva che ha aumentato drasticamente gli arrivi di prodotti alimentari dall’estero, con un incremento del 30% dei primi otto mesi del 2022, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. Il risultato è che oggi l’Italia è dipendente ed è costretta ad importare i 3/4 (73%) della soia, il 64% della carne di pecora, il 62% del grano tenero, il 53% della carne bovina, il 46% del mais, il 38% della carne di maiale e i salumi, il 36% dell’orzo, il 35% del grano duro per la pasta e il 34% dei semi di girasole, mentre per latte e formaggi ci si ferma al 16%, secondo l’analisi del Centro Studi Divulga.
“La pandemia prima e la guerra poi hanno dimostrato che la globalizzazione spinta ha fallito e servono rimedi immediati e un rilancio degli strumenti europei e nazionali che assicurino la sovranità alimentare come cardine strategico per la sicurezza – ha aggiunto il presidente della Coldiretti – ma ciò sarà possibile solo attraverso interventi urgenti e scelte strutturali”.  La spinta a incrementare la produzione nazionale per garantire al Paese cibo di qualità, sostenibile e al giusto prezzo viene dagli stessi cittadini italiani, con l’88% che chiede di aumentare gli investimenti pubblici in agricoltura e che il 93% che vorrebbe fosse incrementata la produzione nazionale di prodotti agricoli, secondo Coldiretti/Censis.

L’urgenza è lavorare sulle infrastrutture e in particolare sul sistema degli invasi artificiali, con la realizzazione di oltre 220 invasi che darà la possibilità di rendere irrigui quasi 500.000 ettari. I laghetti consentirebbero di produrre energia da fonti rinnovabili, sia attraverso la realizzazione di circa 350 impianti fotovoltaici galleggianti, sia attraverso il processo di produzione idroelettrico. In totale 7 milioni di megawattora all’anno. Per recuperare terre fertili è poi necessario, per Prandini, promuovere processi innovativi di affidamento e gestione dei campi abbandonati o in fase di abbandono per altri 500.000 ettari. Un piano combinato che porterebbe un incremento del valore aggiunto agricolo per circa 3 miliardi di euro con la creazione di 200.000 nuovi occupati in agricoltura, secondo le previsioni Coldiretti.

Per ridurre la dipendenza energetica e alimentare dall’estero l’Italia non può fare a meno del Pnrr, per il quale, insistono i coltivatori diretti, “serve il massimo impegno di tutti per non rischiare di perdere quella che è un’occasione irripetibile“. Pensano all’importanza dei contratti di filiera ma anche agli investimenti sulla digitalizzazione con lo sviluppo di applicazioni di agricoltura di precisione, dall’ottimizzazione produttiva e qualitativa alla riduzione dei costi aziendali, dalla riduzione al minimo dell’impatto ambientale con sementi, fertilizzanti, agrofarmaci fino al taglio dell’uso di acqua e sul consumo di carburanti. In quest’ottica, avverte Coldiretti, è “importante anche accelerare sul riconoscimento del ruolo delle nuove tecniche di evoluzione assistita (Nbt) per investire sulla genetica green capace di tutelare l’ambiente, proteggere le produzioni agricole con meno pesticidi e difendere il patrimonio di biodiversità“.

Occorre infine agire sui ritardi strutturali della logistica e sbloccare tutte le infrastrutture che migliorerebbero i collegamenti tra Sud e Nord del Paese, ma anche con il resto del mondo, superando il gap che ci separa dagli altri Paesi. Un passo fondamentale per una ulteriore crescita delle esportazioni, necessaria a soddisfare una “fame” di italianità nel mondo che troppo spesso è oggi “coperta” dal fenomeno dell’italian sounding, i prodotti tricolori taroccati il cui valore – ha concluso il presidente di Coldiretti – ha raggiunto la cifra astronomica di 120 miliardi di euro.

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L’agricoltura attira i giovani: oltre 19mila under 35 tornano in campagna nel 2022

Pandemia, crisi energetica, precarizzazione. E i giovani si rifugiano nell’agricoltura. Sono infatti oltre 19mila gli under 35 che nel 2022 si sono dedicati alla campagna, tornando a rinvigorire un settore che prima della pandemia sembrava in sofferenza. I dati diffusi dalla Coldiretti, sulla base del focus ‘La dinamica dell’occupazione giovanile’, contenuto nella rilevazione Istat sul mercato del lavoro nel II trimestre del 2022, mostrano come in piena pandemia sia cresciuto il numero di giovani imprenditori agricoli, con un incremento dell’8% negli ultimi cinque anni, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale dell’economia.

Rispetto al mercato del lavoro nazionale, quello della popolazione giovane è caratterizzata da un’elevata diffusione di lavoro precario che per primo risente degli andamenti restrittivi o espansivi del ciclo economico. Per la fascia 15-34 anni, infatti, è stato più intenso sia il calo tendenziale iniziato nel secondo trimestre 2020, quando tra gli under35 ha sfiorato i 4 punti percentuali, fermandosi a poco più di 2 punti tra i più adulti e protrattosi fino al primo trimestre 2021, sia la ripresa successiva iniziata nel secondo trimestre 2021, quando l’incremento del tasso tra i giovani è stato quasi il triplo di quello dei più adulti. Parola di Istat. Ma con la crisi provocata dall’emergenza sanitaria, il settore agricolo sembra essere diventato di fatto il punto di riferimento importante per le nuove generazioni tanto che, come ricorda Coldiretti, al lavoro nelle campagne italiane c’è un esercito di 55mila imprese giovani che ha di fatto rivoluzionato il mestiere dell’agricoltore impegnandosi in attività multifunzionali che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l’agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili.

La pandemia ha accelerato il fenomeno del ritorno alla terra e maturato la convinzione comune che le campagne siano oggi capaci di offrire e creare opportunità occupazionali e di crescita professionale, peraltro destinate ad aumentare nel tempo”, ha affermato la leader dei giovani della Coldiretti Veronica Barbati nel sottolineare che “occorre ora sostenere il sogno imprenditoriale di una parte importante della nostra generazione che mai come adesso vuole investire il proprio futuro nelle campagne, abbattendo gli ostacoli burocratici che troppo spesso si frappongono”.