Dal carbone alle rinnovabili: il magnate indiano Adani rende green la sua fortuna

Nel bel mezzo del deserto, al confine con il Pakistan, Gautam Adani sta costruendo il più grande parco di energie rinnovabili del mondo. Un investimento nel futuro per l’uomo più ricco dell’Asia, che ha costruito la sua fortuna principalmente sul carbone. Sotto un sole cocente, migliaia di operai ‘coltivano’ file di pannelli solari, preparano il terreno per le future turbine eoliche e srotolano cavi infiniti per alimentare il tutto. A Khavda, il Parco delle Energie Rinnovabili coprirà ben 726 km2, quasi la dimensione di New York. Quando sarà completato nel 2027, dovrebbe generare 30 gigawatt di energia solare ed eolica: 17 GW da parte di Adani, il resto da altre aziende. Abbastanza per dare energia a 18 milioni di persone. Il parco dovrebbe produrre addirittura un terzo in più della Diga delle Tre Gole in Cina, il più grande sito energetico del mondo. Secondo Gautam Adani, che nel 2022 è diventato per breve tempo il secondo uomo più ricco del mondo con una fortuna di 154 miliardi di dollari, l’impianto sarà “visibile anche dallo spazio“.

I critici del magnate affermano che la sua ascesa è stata in gran parte favorita dal primo ministro Narendra Modi. Un anno fa, il suo gruppo è stato accusato di “spudorata manipolazione” delle proprie azioni e di “frode contabile per diversi decenni” dalla società di investimento statunitense Hindenburg Research. Il valore dell’impero è crollato di oltre 150 miliardi di dollari, ma il gruppo ne ha recuperato la maggior parte e, da allora, l’imprenditore 61enne ha speso ingenti somme in progetti di transizione energetica. L’India è il terzo maggior emettitore di CO2 e il governo Modi si è ripetutamente espresso contro la graduale eliminazione del carbone.

Il parco per le energie rinnovabili di Khavda è il fulcro di Adani Green Energy Limited, di cui la francese TotalEnergies ha acquisito una quota del 19,7% per 2,5 miliardi di dollari nel 2021. Il porto commerciale di Mundra, il più grande dell’India e gestito da un altro ramo dell’impero Adani, produce componenti chiave per la sua futura offensiva nel settore delle energie rinnovabili, tra cui eliche di turbine eoliche lunghe 80 metri. “Stiamo creando uno dei più grandi e integrati ecosistemi di energia rinnovabile al mondo per il solare e l’eolico“, ha scritto Gautam Adani su X, dove si descrive come un “orgoglioso indiano“. L’ambizione di Nuova Delhi è di creare 500 gigawatt di capacità di energia rinnovabile entro il 2030 per soddisfare metà del suo fabbisogno. Adani, che respinge le accuse di Hindenburg, ha dichiarato che investirà circa 100 miliardi di dollari in questa transizione energetica. Tuttavia, l’India sta anche pianificando di aumentare la sua capacità di produzione di energia a carbone e non intende essere neutrale dal punto di vista delle emissioni di carbonio fino al 2070.

Secondo Ashok Malik della società di consulenza Asia Group, il Gruppo Adani è “seduto su asset molto solidi” e “riflette le ambizioni, le speranze e la strategia dell’India“. “È perfettamente sensato che una società che è coinvolta solo nel settore energetico indiano inizi a guardare alle energie pulite e rinnovabili come una via d’uscita dal carbone, anche se il carbone non sparirà del tutto“, ha dichiarato l’esperto all’AFP. Al Khavda Park, gli operai indossano elmetti e giubbotti di segnalazione e lavorano con il volto coperto per proteggersi dal sole cocente e dalla sabbia pungente. Un manager non autorizzato a parlare con i media ha comunque dichiarato che le condizioni erano “difficili“. Il sito dista circa 75 km dal villaggio più vicino e sei km dal confine militarizzato con il Pakistan. Un altro dirigente ha detto che le sottounità dell’impianto saranno in grado di funzionare autonomamente “nel caso in cui la sala di controllo centrale diventi inoperante“.

Progetti di questo tipo hanno spesso un costo ambientale elevato, ma l’ambientalista Mahendra Bhanani fa notare che il parco energetico è situato lontano dagli insediamenti umani e da siti rinomati per la loro biodiversità. “L’energia solare è meglio di molte industrie chimiche inquinanti“, afferma, chiedendo uno studio.

Nell’anno più caldo della storia schizza alle stelle il consumo di carbone

In un 2023 che è già stato classificato come l’anno più caldo della storia, il mondo non ha mai consumato così tanto carbone. La domanda globale ha raggiunto 8,53 miliardi di tonnellate, un record assoluto, secondo quanto emerge dal rapporto ‘Coals 2023’ dell’Aie, l’Agenzia internazionale dell’energia. Mentre l’osservatorio europeo Copernicus ha stimato all’inizio di novembre che le temperature medie globali di quest’anno supereranno “quasi certamente” il record annuale stabilito nel 2016, l’Aie ha reso noto che le tonnellate di carbone consumate in tutto il mondo quest’anno supereranno il precedente record stabilito nel 2022.

Bruciare carbone per produrre energia o per scopi industriali emette nell’atmosfera gran parte della CO2 responsabile del riscaldamento globale. È in Asia che l’appetito per il carbone è maggiore: secondo l’Agenzia, quest’anno il consumo in Cina aumenterà di 220 milioni di tonnellate (+4,9%) rispetto al 2022, quello in India di 98 milioni di tonnellate (+8%) e quello in Indonesia di altri 23 milioni di tonnellate (+11%).

D’altro canto, il consumo ha subito un forte rallentamento in Europa (-107 milioni di tonnellate, pari al 23%) e negli Stati Uniti (-95 milioni di tonnellate, pari al 21%), soprattutto a causa della trasformazione delle centrali elettriche, che stanno gradualmente abbandonando il carbone e della debolezza dell’attività industriale.

L’Aie ammette di avere difficoltà a formulare previsioni per la Russia, quarto consumatore mondiale di carbone, a causa della guerra in Ucraina. Anche le previsioni per Kiev sono “incerte”, afferma l’Agenzia.

“A partire dal 2024”, il consumo globale dovrebbe iniziare una tendenza al ribasso, secondo le previsioni dell’Aie pubblicate all’indomani della chiusura del 28° incontro internazionale delle Nazioni Unite sul clima a Dubai, che ha chiesto una graduale eliminazione dei combustibili fossili, compreso il carbone, per combattere il riscaldamento globale.

L’Agenzia conta in particolare su un aumento molto significativo delle energie rinnovabili (eolica e solare in particolare) per “spingere il consumo globale di carbone su una traiettoria discendente”. Il consumo di carbone “dovrebbe raggiungere il picco nel 2023”. Oltre all’uso per le centrali elettriche, non è previsto un calo del consumo di carbone per scopi industriali come la produzione di cemento.

Paradossalmente, nel caso dell’Indonesia, è l’estrazione e la raffinazione del nichel, in piena espansione per rifornire i mercati delle batterie per autoveicoli nell’ambito della transizione energetica, a trainare il consumo di carbone nei processi estrattivi. Tuttavia, la Cina rimane di gran lunga il principale attore sulla scena, rappresentando da sola più della metà del consumo globale (54%). “Oltre il 60%” di questa fonte fossile utilizzato da Pechino è destinato alla produzione di elettricità e il Paese continua a costruire centrali a carbone (52 GW di nuovi progetti sono stati approvati per il 2023). Ma l’Aie prevede una svolta nel 2023, se il Paese non subirà troppe ondate di freddo (o di caldo), che influenzano l’uso delle centrali. Secondo l’agenzia, il consumo cinese per la produzione di energia elettrica dovrebbe diminuire di 175 milioni di tonnellate nel periodo 2024-26, fino a 2,8 miliardi di tonnellate.

Nell’Unione Europea, la proliferazione delle energie rinnovabili sta contribuendo a ridurre l’uso di questa fonte. In Germania, le centrali elettriche a lignite e a carbone sono destinate a ridursi drasticamente da qui al 2025, grazie alla diffusione delle centrali solari ed eoliche, che non emettono praticamente CO2.

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Pichetto: “Centrali a carbone al minimo, ho firmato l’atto di indirizzo”

Ho firmato l’atto di indirizzo a Terna, coinvolgendo Arera, che prevede una riduzione al minimo delle centrali a carbone e anche la cessazione dell’utilizzo di olio combustibile“. Lo annuncia il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, a margine dell’assemblea di Cida. “Questo determina un passaggio verso il nuovo, verso una prospettiva, speriamo, totale del carbone, con gradualità – continua -. Al momento vengono tenute al minimo per ragioni di sicurezza, perché il quadro internazionale è ancora tale che non sappiamo quale potrà essere il futuro sul fronte energetico“, spiega. “Il nostro stoccaggio ha raggiunto un livello ottimo, siamo ben oltre l’80%, quindi ci sono tutte le condizioni per passare gradualmente all’abbandono del carbone. Poi il passaggio successivo sarà il petrolio“, conclude.

L’Italia mette al minimo le centrali a carbone, primo passo verso lo spegnimento totale

L’Italia si avvia verso il phase out dal carbone. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha infatti firmato l’atto di indirizzo a Terna, all’Autorità di Regolazione per energia, reti e ambiente (Arera) e al Gestore servizi energetici (Gse) per la rimodulazione della produzione di energia elettrica da carbone, olio combustibile, bioliquidi sostenibili e biomasse solide, invertendo quindi l’atto dello scorso 31 marzo, che aveva l’obiettivo di ottimizzare l’utilizzo dei combustibili diversi dal gas al fine di generare un risparmio di questa materia prima strategica si è ravvisata l’opportunità di rimodulare il piano di massimizzazione del carbone.

Ho firmato l’atto di indirizzo a Terna, coinvolgendo Arera, che prevede una riduzione al minimo delle centrali a carbone e anche la cessazione dell’utilizzo di olio combustibile“, annuncia il ministro, a margine dell’assemblea di Cida. Spiegando che “questo determina un passaggio verso il nuovo, verso una prospettiva, speriamo, di abbandono poi totale del carbone, naturalmente con gradualità“, continua Pichetto, specificando che “al momento vengono tenute al minimo per ragioni di sicurezza, perché il quadro internazionale è ancora tale che non sappiamo quale potrà essere il futuro sul fronte energetico.

Nel frattempo, però, “le politiche di diversificazione messe in atto dal Governo – aggiunge il ministro – ci hanno consentito di raggiungere in anticipo l’obiettivo di risparmiare 700 milioni di metri cubi di gas entro il 30 settembre del 2023. Gli stoccaggi riempiti all’82% già a fine giugno e la maggiore produzione di energia da fonti rinnovabili – conclude Pichetto – ci hanno consentito di attivare queste nuove disposizioni che riescono a tenere insieme due dei grandi obiettivi: velocizzare la decarbonizzazione garantendo la sicurezza energetica del nostro Paese”.

Xi Jinping

Terzo mandato per Xi Jinping: sfida ‘green’ cinese al 2030

Dallo scorso ottobre è segretario del Pcc per la terza volta consecutiva. Ora, Xi Jinping, sempre per la terza volta di fila, è anche presidente della Repubblica popolare cinese e capo delle forze armate. Lo ha eletto il Parlamento di Pechino con una votazione unanime: 2.952 voti favorevoli, zero contrari, zero astenuti).  Il leader 69enne aveva già ottenuto a ottobre una proroga di cinque anni ai vertici del Partito Comunista e della commissione militare del Partito, le due posizioni di potere più importanti in Cina. L’unico candidato, Xi Jinping, è stato riconfermato per lo stesso mandato a capo dello Stato.
Le sue sfide rimangono numerose alla testa della seconda economia mondiale, tra il rallentamento della crescita, il calo della natalità e anche l’immagine internazionale della Cina che si è fortemente deteriorata negli ultimi anni. Non da ultima, resta la sfida della transizione green di uno dei Paesi più inquinati e inquinanti del mondo.

I rapporti tra Pechino e Washington sono ai minimi termini, con molte controversie, da Taiwan al trattamento dei musulmani uiguri, alla rivalità tecnologica Anche questa settimana Xi Jinping ha condannato la “politica di contenimento, accerchiamento e repressione contro la Cina” messa in atto da “Paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti”. Una tensione che si riverbera anche sui reciproci impegni a difesa del clima e nella riduzione delle emissioni.
Sulla scena energetica globale, la Cina dipende pesantemente dalle importazioni energetiche di petrolio e gas. A livello nazionale, in poco più di un anno la Cina ha subito due gravi interruzioni di corrente: una volta a causa di stranezze nella progettazione del mercato energetico locale e un’altra la scorsa estate a causa della siccità e delle ondate di calore legate ai cambiamenti climatici. Il carbone è ampiamente visto come una risposta a breve termine a tali problemi.

Per quanto riguarda le energie rinnovabili, la Cina è stata a lungo il più grande produttore di energia idroelettrica, eolica e solare fotovoltaica. Anche di fronte alle preoccupazioni sulla loro variabilità, l’accumulo di energia eolica e solare in Cina è in fase di accelerazione: nel 2021 sono stati aggiunti oltre 100 GW di energia eolica e solare, molto più di quanto ottenuto da qualsiasi altro paese. Di fatto, il 40 percento della nuova energia solare immessa a livello globale nel 2021 proviene dalla Cina. L’obiettivo dichiarato dal paese per il 2030 per quanto riguarda l’eolico e il solare è di un totale di 1.200 GW, cifra che supera di gran lunga la capacità di generazione elettrica totale dell’Europa odierna. Già alla fine del 2020 disponeva di oltre 500 GW di energia prodotta da queste fonti e i piani quinquennali provinciali in materia intendono aggiungere oltre 850 GW entro il 2025.

Per decenni, la Repubblica popolare cinese, scottata dal caos politico e dal culto della personalità durante il regno (1949-1976) del suo leader e fondatore Mao Tse-tung, aveva promosso un governo più collegiale ai vertici del potere. In virtù di questo modello, i predecessori di Xi Jinping, ovvero Jiang Zemin e poi Hu Jintao, avevano rinunciato ciascuno al proprio posto di presidente dopo dieci anni in carica. Xi ha posto fine a questa regola abolendo il limite di due mandati presidenziali nella Costituzione nel 2018, consentendo allo stesso tempo di sviluppare intorno a lui un nuovo culto della personalità. Xi Jinping diventa così il leader supremo a rimanere al potere più a lungo nella recente storia cinese.

Auto elettriche? Pare inquinino meno quelle a… carbone

Si è incagliato l’iter europeo relativo allo stop delle immatricolazioni di auto a motore endotermico dal 2035. Ciò che pareva una sentenza qualche settimana fa adesso lo sembra un po’ meno: di rinvio in rinvio, di protesta in protesta, di dubbio in dubbio qualcosa si è mosso a Bruxelles. O, per lo meno, sono state prese in considerazione le istanze di chi, in particolare dell’Italia, ha sollevato perplessità su un provvedimento traumatico per un’intera filiera produttiva. Due le premesse.

La prima: è doveroso salvaguardare il Pianeta, dunque eliminare le emissioni di Co2 e circoscrivere l’aumento della temperatura come da accordi presi a Parigi nell’ormai lontano 2015. E in questo senso, l’Europa sta avanti a tutti, esempio virtuoso per India e Cina ma pure per gli Stati Uniti. La seconda: la mobilità elettrica è sicuramente la più funzionale in prospettiva, anche se al momento nessun Paese è strutturato per supportare l’erogazione il bisogno di elettricità di milioni e milioni di veicoli.

Evase le premesse, resta una considerazione. Tra oggi e il 2035 esistono delle vie di mezzo rappresentate, ad esempio, dai biocarburanti. Che inquinano poco e che consentono una transizione meno traumatica per chi non può modificare o capovolgere i propri sistemi produttivi. Soluzione, questa, che giocoforza dovrà essere presa in considerazione dalle autorità di Bruxelles, a volte troppo rigide e troppo distanti dalla realtà. E ancora: tra oggi e il 2035, chissà che non si facciano sostanziali passi avanti sulla produzione a basso prezzo di idrogeno (verde) e che così l’elettrico non rappresenti l’unica via di fuga possibile dalla Co2. Senza dimenticare, comunque, che per ‘offrire’ elettricità fatalmente si inquina.

L’ultima riflessione riguarda una questione strettamente europea, che fa a pugni con la volontà (legittima) di preservare il nostro presente e il nostro futuro attraverso la decarbonizzazione. Esiste infatti un paradosso difficile da spiegare e da accettare. Mentre si discute animatamente e quasi si litiga sui motori a diesel e benzina, la Gran Bretagna riapre dopo 37 anni una importante miniera di carbone per supportare la produzione dell’acciaio. Nello stesso tempo, la Germania sta facendo viaggiare ‘a cannone’ le sue centrali a carbone per fronteggiare la crisi energetica. Imitata anche dall’Italia. Ora: non bisogna essere uno di Fridays for Future per capire che i conti non tornano, che qualcosa non quadra. E se usassimo le auto a carbone?

Scontri durante protesta contro miniera carbone in Germania. La polizia porta via Greta Thunberg

Greta Thunberg allontanata a forza dalla polizia mentre partecipava alle proteste degli ambientlaisti a Lutzerath, in Germania. Sui media tedeschi si vedono le immagini della giovane attivista che viene portata via di peso da due agenti. L’ambientalista si era unita alle proteste all’inizio del fine settimana, insieme a altri attivisti che protestano contro l’espansione di una miniera di carbone. Durante la giornata di domenica è stata terminata l’evacuazione degli attivisti per il clima dalla zona. Secondo la polizia, al momento, “non ci sono più militanti nell’area di Lützerath”, ha detto.

Gli organizzatori del movimento hanno dichiarato che si erano radunate 35.000 persone, mentre la polizia ne ha stimate 15.000. Domenica diversi manifestanti hanno accusato la polizia di aver represso “violentemente” la loro manifestazione del giorno prima, degenerata in scontri in cui decine di poliziotti e manifestanti sono rimasti feriti. Un portavoce degli organizzatori della protesta, Indigo Drau, ha accusato la polizia di “pura violenza” durante una conferenza stampa, affermando che gli agenti hanno picchiato gli attivisti “senza ritegno”, colpendoli in particolare alla testa. Il collettivo Lützerath lebt! ha riferito sabato che decine di manifestanti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave. Un’infermiera del gruppo, Birte Schramm, ha detto che circa 20 di loro erano in ospedale.

Domenica la polizia ha dichiarato che circa 70 agenti erano stati feriti il giorno precedente. “Siamo stati bersagliati da proiettili, con pietre, fango e fuochi d’artificio”, ha dichiarato all’Afp il portavoce della polizia Andreas Muller. Diversi veicoli della polizia sono stati danneggiati, in particolare da pietre, e un gran numero di pneumatici di veicoli della polizia sono stati forati, ha dichiarato la polizia. Sono state aperte indagini in circa 150 casi per resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento di proprietà o disturbo dell’ordine pubblico. In totale sono state arrestate o fermate 12 persone. Molti attivisti si sono nascosti nelle case sugli alberi e sui tetti degli edifici per complicare le operazioni di evacuazione.

L’operazione di evacuazione a Lützerath è stata politicamente delicata per la coalizione del socialdemocratico Olaf Scholz, che governa con gli ecologisti, accusati dagli attivisti di aver tradito i loro impegni. Il governo ritiene che l’espansione della miniera gestita dal gigante RWE sia necessaria per la sicurezza energetica della Germania per compensare l’interruzione delle forniture di gas russo, una ragione convincente che gli oppositori contestano in nome della lotta ai combustibili fossili.

Photo credit: Twitter @HumanDilemma

Attivisti per il clima italiani e francesi bloccano accessi al traforo del Monte Bianco

Una nuova azione dimostrativa per denunciare i ritardi nell’azione di contrasto al cambiamento climatico. Gli attivisti del collettivo ambientalista ‘Ultimo rinnovamento’ e del movimento italiano ‘Ultima generazione’, infatti, hanno bloccato per circa un’ora i due ingressi del traforo del Monte Bianco, a Chamonix sul versante francese e Courmayeur su quello italiano. Fino a quando non sono intervenuti gli agenti della Polizia Stradale, che hanno sgomberato i manifestanti, ai quali hanno fornito poi coperte termiche per difendersi dal freddo. “Con una sola voce, i cittadini chiedono che i nostri governi agiscano sul cambiamento climatico. Questo mondo viene condannato davanti ai nostri occhi”, rivendicano i manifestanti, che hanno impedito dalle 12.30 di venerdì 9 dicembre la circolazione nella strada che conduce al tunnel. “L’impatto economico di questo lockdown – lamentano – è nulla in confronto ai miliardi di euro sprecati ogni giorno bruciando combustibili fossili. I nostri governi sono chiusi in un atteggiamento attendista per troppo tempo e non sono nemmeno in grado di far fronte ai propri impegni”, continuano.

Secondo ‘Ultima generazione’ (che mercoledì 7 dicembre aveva imbrattato con della vernice la facciata del Teatro alla Scala in segno di protesta), “il tunnel del Monte Bianco simboleggia il legame che esiste tra i nostri popoli e le nostre nazioni, uniti anche oggi nel dramma del collasso climatico. Rappresenta, però, anche un passaggio simbolico da mettere in atto quanto prima, lasciandosi alle spalle un intero sistema di valori, una società insostenibile fondata su progresso e sfruttamento sconsiderati. Con oltre 600mila camion che lo attraversano ogni anno, il tunnel è un punto di passaggio privilegiato per le compagnie di trasporto. Questo tipo di traffico genera un elevato volume di inquinamento atmosferico e di gas serra. Qui, come altrove, questo modo di vivere non è più sostenibile e mette a rischio l’umanità”.

Per gli attivisti, che sottolineano lo sforzo coordinato messo in campo contro “la minaccia globale del cambiamento climatico”, l’impatto economico causato dal blocco di oggi “non è nulla rispetto ai miliardi di euro che vengono sprecati ogni giorno investendo nei combustibili fossili. I nostri governi si sono accontentati di non fare nulla per molto tempo e sono incapaci di mantenere i loro impegni in materia di cambiamento climatico. Ogni momento che passa – proseguono – questo comportamento suicida e omicida ci avvicina a un disastro globale senza precedenti nella storia. La quantità di denaro, anche pubblico, che ogni anno viene destinata alla distruzione dei nostri ambienti e delle nostre vite deve essere reindirizzata verso il finanziamento di provvedimenti che ci permettano di anticipare, adattare e rallentare il cambiamento climatico. Ne va della sopravvivenza dell’umanità”, concludono gli attivisti.

Ogni campagna che fa parte della rete A22 lavora per un obiettivo chiaro. Come si legge in una nota congiunta, in Italia, Ultima Generazione chiede al governo di tagliare i finanziamenti in combustibili fossili per portare risorse all’incremento di energia rinnovabile. In Francia, Dernière Rénovation chiede un ampio programma politico per isolare gli edifici e che i lavori siano interamente finanziati per le famiglie povere.

Terna: A ottobre consumi elettrici in calo, +56% produzione col carbone

A ottobre diminuisce la domanda di elettricità (24,6 miliardi di kWh, -6,6% sul 2021), ma in totale, nei primi dieci mesi dell’anno, è in crescita dello 0,5%. E se da una parte tra gennaio e ottobre, rispetto all’anno precedente, la capacità di rinnovabili è cresciuta rispetto al 2021 del 143%, dall’altra aumenta la produzione di elettricità con il carbone: a ottobre +56,6% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. E’ la fotografica scattata da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale

Considerando che ottobre 2022 ha avuto lo stesso numero di giorni lavorativi (21) e una temperatura media mensile superiore di circa 2,8°C rispetto a ottobre del 2021, il dato della domanda elettrica, destagionalizzato e corretto dall’effetto della temperatura, risultata in calo del 6,3%. La temperatura del mese di ottobre, infatti, apporta un contributo modesto alla variazione del fabbisogno elettrico. A livello territoriale, la variazione tendenziale di ottobre è risultata ovunque negativa: -7,1% al Nord, -6,7% al Centro e -5,3% al Sud e nelle isole.

Nel mese di ottobre 2022 la domanda di energia elettrica italiana è stata soddisfatta per l’85,7% con la produzione nazionale e per la quota restante (14,3%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. La produzione nazionale netta è risultata pari a 21,3 miliardi di kWh, in diminuzione del 4,6% rispetto a ottobre 2021.

Le fonti rinnovabili hanno prodotto complessivamente 6,9 miliardi di kWh, coprendo il 28% della domanda elettrica, con le seguenti variazioni rispetto a ottobre dello scorso anno: fotovoltaico +17,6%, eolico -35,9%, idrico -36,8% e geotermico -3,2%. La produzione delle fonti rinnovabili è stata così suddivisa nel mese di ottobre: 30,4% fotovoltaico, 26% idrico, 15,4% eolico, 21,6% biomasse e 6,6% geotermico. Pur a fronte di una significativa riduzione del fabbisogno, il calo complessivo della produzione delle fonti rinnovabili e dell’import ha comportato una variazione positiva della generazione termica (+2,6% rispetto a ottobre del 2021).

In questo ambito, è proseguito il programma di massimizzazione della produzione a carbone messo in atto dal Governo per il contenimento dei consumi di gas: nel mese di ottobre la produzione a carbone è cresciuta, infatti, del 56,6% rispetto allo stesso periodo del 2021. Il saldo import-export ha visto una variazione complessiva pari a -16,5%, dovuta a una diminuzione dell’import (-10,1%) e una crescita dell’export (+107,9%). Secondo le rilevazioni Terna illustrate nel report mensile, considerando tutte le fonti rinnovabili, nei primi 10 mesi del 2022 l’incremento di capacità in Italia supera complessivamente i 2.350 MW, registrando una notevole crescita (+143%) rispetto allo stesso periodo del 2021.

Photo credit: Terna

Sudafrica, quasi 500 mln da Banca Mondiale per abbandonare carbone

Il Sudafrica, uno dei principali emettitori di gas serra in lotta per la transizione energetica, ha ricevuto 497 milioni di dollari di aiuti per convertire una delle sue vecchie centrali elettriche a carbone. Ad annunciarlo è la Banca Mondiale.

La prima potenza industriale del continente, la cui delegazione accompagnerà il presidente Cyril Ramaphosa alla COP27 che si aprirà domenica in Egitto, ricava ancora l’80% dell’elettricità dal carbone, pilastro dell’economia sudafricana che dà lavoro a quasi 100mila persone. Ma il Paese è afflitto da continue interruzioni di corrente. L’Eskom, azienda statale piegata dai debiti, non è in grado di produrre elettricità a sufficienza, con impianti che hanno in media 41 anni di vita e una scarsa manutenzione.

La Banca Mondiale “approva un finanziamento di 497 milioni di dollari per ridurre le emissioni di gas serra in Sudafrica e sostenere una giusta transizione”, dichiara l’istituzione. Il finanziamento, sotto forma di prestiti e sovvenzioni, sarà utilizzato per la conversione della centrale elettrica di Komati, nella provincia settentrionale di Mpumalanga. L’impianto è stato chiuso definitivamente lunedì, dopo oltre 60 anni di attività. Con nove generatori, consumava fino a 12mila tonnellate di carbone al giorno e, al momento del suo completamento, produceva il doppio dell’elettricità di tutti gli impianti esistenti nel Paese. Per la Banca Mondiale, il sito “servirà da esempio” per la transizione energetica del potente Sudafrica e sarà trasformato in un sito di produzione di energia rinnovabile alimentato da 150MW di energia solare, 70MW di energia eolica e 150MW di batterie di accumulo.

La riduzione delle emissioni di gas serra è una sfida difficile in tutto il mondo e in particolare in Sudafrica, data l’alta intensità di carbonio del settore energetico“, ha dichiarato il presidente dell’organizzazione, David Malpass, citato nel comunicato. L’anno scorso il Sudafrica ha ottenuto 8,5 miliardi di dollari in prestiti e sovvenzioni da un gruppo di Paesi ricchi per finanziare la transizione verso alternative più ecologiche. L’inizio dei negoziati su come spendere il denaro era previsto prima della COP27. Secondo la Banca Mondiale, il Paese ha bisogno di almeno 500 miliardi di dollari per raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2050.