La Cina riprende a costruire le centrali a carbone: a rischio obiettivi climatici

Lo scorso anno la Cina ha avviato la costruzione di centrali termiche a carbone che rappresentano la più grande capacità combinata dal 2015, il che mette in dubbio il suo obiettivo di raggiungere il picco di emissioni di carbonio nel 2030. Pechino ha iniziato la costruzione di unità combinate con una capacità di 94,5 gigawatt (GW) nel 2024, pari al 93% del totale mondiale, secondo quanto riportato in un rapporto dal Centro di ricerca sull’energia e l’aria pulita (Crea), con sede in Finlandia, e dall’organizzazione americana Global Energy Monitor (GEM).

La seconda economia mondiale è il principale emettitore di gas serra, all’origine del cambiamento climatico, ma è anche all’avanguardia nel settore delle energie rinnovabili. Nel 2024 ha aggiunto 356 GW di nuova capacità eolica e solare, ovvero 4,5 volte di più dell’Unione Europea, secondo i dati ufficiali. Se il carbone è stato una fonte di energia essenziale in Cina per decenni, l’esplosiva crescita delle sue capacità eoliche e solari negli ultimi anni ha fatto sperare che il Paese possa abbandonare questo combustibile fossile altamente inquinante. La Cina ha annunciato di voler raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060.

“La rapida espansione delle energie rinnovabili in Cina ha il potenziale per rimodellare il suo sistema elettrico, ma questa opportunità è compromessa dalla contemporanea espansione su larga scala dell’energia derivata dal carbone”, ammette tuttavia Qi Qin, autore principale del rapporto. Questo aumento si verifica nonostante l’impegno assunto dal presidente cinese Xi Jinping nel 2021 di “controllare rigorosamente” i progetti di centrali a carbone e l’aumento del consumo di carbone prima di “ridurlo gradualmente” tra il 2026 e il 2030.
La produzione di carbone è aumentata costantemente negli ultimi anni, passando da 3,9 miliardi di tonnellate nel 2020 a 4,8 miliardi di tonnellate nel 2024. “In assenza di urgenti cambiamenti politici, la Cina rischia di rafforzare un modello di energia aggiuntiva piuttosto che di transizione, limitando così il pieno potenziale del suo boom nel settore dell’energia pulita”, afferma il rapporto.

Le nuove autorizzazioni per progetti di centrali a carbone sono diminuite dell’83% nella prima metà del 2024, infondendo ottimismo per il ritmo della transizione energetica in Cina. Ma da allora la tendenza si è invertita. A novembre, un gruppo di esperti del Crea e del think tank australiano International Society for Energy Transition (ISETS) stimava al 52% che il consumo di carbone cinese avrebbe raggiunto il picco nel 2025.

Ma l’elettricità prodotta dal carbone è aumentata alla fine del 2024, nonostante un aumento delle capacità di energia rinnovabile sufficienti in linea di principio a coprire la crescita della domanda di elettricità. Questa evoluzione suggerisce che l’energia derivata dal carbone è preferita rispetto alle fonti rinnovabili in alcune regioni, secondo il rapporto.

Usa&Cina: dacci oggi il nostro dazio quotidiano

Dacci oggi il nostro dazio quotidiano. La Cina ha annunciato che dal 10 febbraio imporrà una tariffa aggiuntiva del 15% sul carbone e sul gas naturale liquefatto provenienti dagli Stati Uniti, oltre a un ulteriore 10% sulle importazioni di petrolio statunitense. La misura arriva come risposta ai dazi aggiuntivi del 10% imposti dal presidente americano, Donald Trump, su una serie di prodotti cinesi e che sono entrati entrati in vigore oggi. Proprio mentre il Tycoon aveva sospeso una minaccia che prevedeva l’imposizione di una tariffa del 25% su tutte le importazioni dal Messico e una tariffa del 10% sulle importazioni energetiche dal Canada, decidendo invece una pausa di 30 giorni in cambio di concessioni sui temi della criminalità e della sicurezza ai confini. Nessuno stop invece per Pechino, che ha già definito i dazi imposti dagli Stati Uniti come una grave violazione delle normative dell‘Organizzazione Mondiale del Commercio (il Wto), annunciando di essere pronta a presentare una causa contro gli Stati Uniti presso il Wti. Tra i beni statunitensi che saranno soggetti ai nuovi dazi di ritorsione, si trovano anche l’antracite, la lignite e una serie di macchinari agricoli, veicoli di grandi dimensioni e pick-up, che saranno colpiti da tariffe aggiuntive.

I contro-dazi cinesi segnano l’ennesimo capitolo di un conflitto commerciale che va avanti dal 2018 tra le due maggiori economie mondiali, con effetti che potrebbero sconvolgere ulteriormente i mercati energetici globali, in particolare le forniture di Gnl e petrolio. Alcuni analisti hanno avvertito che, se dovesse ripetersi una situazione simile alla guerra commerciale del 2018, gli importatori cinesi di gas liquefatto potrebbero essere costretti a sostituire le forniture statunitensi con carichi provenienti da altri mercati, come avvenne in passato. Di che numeri parliamo? Nel 2024 la Cina ha importato beni per un valore di 163 miliardi di dollari dagli Stati Uniti, tra cui 3,25 miliardi per il petrolio, 651,65 milioni per il Gnl e 520,99 milioni per il carbone, secondo i dati delle dogane cinesi. A fronte di questi scambi, l’inasprimento delle misure tariffarie da parte di Pechino potrebbe dunque accelerare gli sforzi cinesi di diversificare le proprie importazioni energetiche, con un maggiore ricorso a partner come la Russia e il Qatar.

Per quanto riguarda invece il greggio, nonostante sia il quarto produttore mondiale di petrolio, la Cina dipende per circa il 70% dalle importazioni e le recenti sanzioni statunitensi hanno interrotto una parte delle forniture provenienti dalla Russia e dall’Iran. Tanto che le importazioni di greggio statunitense da parte della Cina sono diminuite del 33% nel 2024, passando a 193.000 barili al giorno. In caso di un nuovo conflitto commerciale, alcuni analisti sentiti da S&P Global Commodity Insights suggeriscono che i principali acquirenti asiatici di greggio Wti potrebbero approfittare della situazione, procurandosi carichi spot aggiuntivi di greggio statunitense, come accaduto in passato. Da sottolineare inoltre che la Cina, parallelamente ai nuovi dazi verso gli Usa, ha anche deciso di rafforzare il controllo sulle esportazioni di cinque minerali critici, tra cui molibdeno, tungsteno e tellurio. Tutti essenziali per diverse industrie, tra cui quella aerospaziale, solare e militare. E la decisione di limitare le esportazioni di questi materiali è stata proprio giustificata dalla necessità di salvaguardare la sicurezza e gli interessi nazionali.

Detto questo “le misure sono piuttosto modeste, almeno rispetto alle mosse degli Stati Uniti, e sono state chiaramente calibrate per cercare di inviare un messaggio agli Stati Uniti (e al pubblico nazionale) senza infliggere troppi danni”, ha affermato in una nota Julian Evans-Pritchard, responsabile di China Economics presso la società di analisi finanziaria Capital Economics. I dazi cinesi colpiscono al massimo 20 miliardi di dollari delle importazioni annuali del Paese dagli Stati Uniti, circa il 12% del totale, una cifra “ben lontana” dagli oltre 450 miliardi di dollari di beni cinesi presi di mira dagli Stati Uniti, ha aggiunto, secondo quanto riportato dalla Cnn.
Di fronte a queste cifre e con un previsto calo della domanda cinese, i prezzi del petrolio e del gas – specie in Europa – hanno messo la retromarcia. Soprattutto il Ttf scambiato ad Amsterdam è in calo di oltre il 3% a 52 euro per megawattora. Discorso diverso per il greggio. Dopo essere sceso del 3% a 70,5 dollari al barile, il Wti texano rimbalza fino alla parità perché crescono le voci per un inasprimento delle sanzioni all’Iran con l’obiettivo di tagliare completamente le sue esportazioni di petrolio, aumentando di fatto la domanda di greggi tradizionali come appunto il Wti e il Brent europeo, scambiato attorno a quota 76 dollari al barile.

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Prendiamo a prestito il ‘Make Europa great again’ ma per rispondere a Trump

‘Make Europe great again’ è lo slogan che  coniato da Elon Musk – scimmiottando il Make America great again – e lanciato su X per sostenere la salita al governo dell’estrema destra tedesca ma  già usato a suo tempo dal premier ungherese Victor Orban. Noi lo prendiamo a prestito come stimolo -invece – per rispondere al decisionismo estremo del presidente Donald Trump. In particolare e senza dubbi sul tema dei dazi. Chi pensava che il tycoon non avrebbe messo a terra ciò che aveva promesso ai suoi concittadini durante la campagna elettorale è stato smentito. E non solo riguardo alle misure difensive/offensive in tema di economia. Ad esempio, Trump aveva aveva anticipato che sarebbe uscito dall’Accordo di Parigi e lo ha fatto; aveva garantito una politica durissima contro gli immigrati irregolari e non ha perso tempo al confine tra Usa e Messico; aveva profilato una politica energetica di assalto e infatti ha subito lanciato il ‘drill, baby, drill’.

Insomma, Trump non si sta tirando indietro soprattutto con i dazi. Prima mossa contro Canada e Messico, poi toccherà alla Cina e infine all’Europa. “che ci ha trattato male”, ha ripetuto più volte. Di qui sarebbe bello e utile che facessero davvero  ‘l’Europe great again’, nella speranza che questo slogan preso a prestito e a presa rapida come l’attaccatutto possa diventare  il vademecum per un cambio di passo da parte del vecchio Continente. Ormai ineludibile.

Di fronte alla minaccia trumpiana, solo un’Europa coesa in tutte le sue 27 componenti può resistere e provare a ricostruirsi una dignità. Se, al contrario, prevarranno gli interessi dei singoli Paesi sul bene comune, è probabile che il presidente americano stravinca questa sfida e l‘Europa diventi ancora più marginale nel contesto mondiale. Anche perché, va detto, i dazi non fanno bene a nessuno, né a chi li impone né a chi li subisce. E di dazi si può anche morire. Giusto per farsi un’idea, le esportazioni americane verso Cina, Europa, Canada e Messico valgono il 4% del Pil degli Stati Uniti, mentre le esportazioni della Cina o dell’Unione europea verso l’America valgono meno del 3% del Pil di ciascuna delle due aree. Si tratta di cifre, riscontri che devono portare a riflessioni allargate e che devono elidere l’immobilismo e la burocratizzazione. A Strasburgo e Bruxelles devono fare in fretta e bene.

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Avanza la guerra commerciale di Trump: da domani dazi a Canada, Messico e Cina

La Casa Bianca imporrà i dazi annunciati da Donald Trump sui prodotti provenienti da Canada, Messico e Cina a partire da domani, 1 febbraio.

Domani il Presidente imporrà dazi del 25% sul Messico, del 25% sul Canada e del 10% sulla Cina per il Fentanyl illegale che Pechino produce e permette di distribuire nel nostro Paese”, ha annunciato la portavoce, Karoline Leavitt.

Trump giovedì ha anche ribadito la minaccia di imporre dazi “al 100%” ai Brics se questo blocco di 10 Paesi (Brasile, Russia, India, Cina, ecc.) farà a meno del dollaro nel commercio internazionale.

Secondo Oxford Economics, se queste tariffe venissero applicate, l’economia statunitense perderebbe 1,2 punti percentuali di crescita e il Messico potrebbe precipitare in recessione. Per Wendong Zhang, professore della Cornell University, lo shock non sarebbe così forte per gli Stati Uniti, ma lo sarebbe senza dubbio per Canada e Messico. “In un simile scenario, Canada e Messico possono aspettarsi una contrazione del Pil rispettivamente del 3,6% e del 2%, e gli Stati Uniti dello 0,3%”, ha affermato. Anche Pechino “soffrirebbe di un’escalation dell’attuale guerra commerciale, ma allo stesso tempo beneficerebbe (delle tensioni tra Stati Uniti), Messico e Canada”.

Durante la campagna elettorale, il candidato repubblicano aveva dichiarato di voler imporre dazi doganali dal 10% al 20% su tutti i prodotti importati negli Stati Uniti, e addirittura dal 60% al 100% sui prodotti provenienti dalla Cina. All’epoca l’obiettivo era quello di compensare finanziariamente i tagli alle tasse che avrebbe voluto attuare durante il suo mandato. Dopo la sua elezione, il tono è cambiato. Piuttosto che uno strumento per compensare il calo delle entrate fiscali, le tariffe sono diventate, come durante il suo primo mandato, un’arma brandita per forzare i negoziati e ottenere concessioni. Trump ha spiegato che i dazi sarebbero una risposta all’incapacità del Messico di contenere il flusso di droga, in particolare di fentanyl, e di migranti verso gli Stati Uniti. Il suo candidato alla carica di Segretario al Commercio, Howard Lutnick, lo ha definito un “atto di politica interna” volto “semplicemente a far chiudere le frontiere”, durante l’udienza di conferma al Congresso di martedì.

La presidente messicana Claudia Sheinbaum è stata piuttosto ottimista mercoledì: “Non pensiamo che accadrà. Ma se dovesse accadere, abbiamo un piano”. Nonostante tutto, ci sono preoccupazioni, soprattutto per il settore agricolo, che esporta molto negli Stati Uniti. “Quasi l’80% delle nostre esportazioni è destinato a questo Paese e, in ogni caso, tutto ciò che potrebbe causare uno shock ci preoccupa”, ha ammesso martedì all’AFP Juan Cortina, capo del Consiglio nazionale dell’agricoltura. Da parte canadese, la possibilità di dazi è servita a mettere in evidenza la crisi politica che stava già logorando il governo del Primo Ministro Justin Trudeau, ora dimissionario. Il ministro canadese della Pubblica sicurezza, David McGuinty, si è recato a Washington giovedì per presentare i contorni di un piano di rafforzamento della sicurezza al confine tra Canada e Stati Uniti. Howard Lutnick è stato molto chiaro martedì: “So che si stanno muovendo rapidamente”, ha detto riferendosi ai due Paesi. “Se faranno la cosa giusta, non ci saranno tariffe”.

Petrolio, gas, difesa e commercio: ecco perché l’Artico fa gola al mondo

Il ghiaccio marino si scioglie e la voglia di Artico esplode. L’America di Donald Trump, i Paesi nordici, la Russia di Vladimir Putin e anche la Cina sono impegnati in una competizione per l’influenza su questo territorio, mentre si rivela il potenziale economico e il valore strategico della regione polare. “Si dice che l’Artico nel suo complesso contenga il 25% delle riserve mondiali non scoperte di idrocarburi convenzionali”, spiega Mikaa Blugeon-Mered, docente di geopolitica a Sciences Po, riferendosi a un rapporto del Servizio geologico statunitense (USGS). Ed è, quindi, facile intuire il perché delle ambizioni geopolitiche ed economiche sul territorio da parte del resto del mondo.

Il riscaldamento globale sta causando un rapido scioglimento dei ghiacci polari nell’Artico, che sta stimolando l’attività economica, compreso il turismo, nonostante l’ambiente inospitale. Secondo l’osservatorio Copernicus, l’Artico europeo è la regione che si riscalda più rapidamente al mondo.

I Paesi confinanti cercano di accedere al petrolio, al gas e ai minerali che abbondano sotto la superficie, oltre che alle vaste riserve ittiche della zona. Per quanto riguarda il Passaggio a Nord-Est, una rotta marittima al largo delle coste della Siberia che è diventata gradualmente praticabile a causa del riscaldamento globale, promette di far risparmiare tempo – da una a due settimane – e carburante per collegare l’Europa e l’Asia rispetto alla rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez.

Ma l’Artico ha anche implicazioni militari. “Da un punto di vista geopolitico, la regione è centrale. Per gli aerei e i missili, la via più breve tra (…) la Russia e gli Stati Uniti passa attraverso l’Oceano Artico. È anche un’area dove ci sono molti sottomarini che pattugliano e dove i russi hanno le loro più grandi basi militari”, spiega Njord Wegge, professore dell’Accademia militare norvegese.

Una “linea di faglia” che sta stuzzicando l’appetito del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha espresso a gran voce il suo progetto di annettere l’enorme isola artica della Groenlandia. Sabato ha promesso che gli Stati Uniti “prenderanno” il territorio autonomo danese. Come, però, non è ancora chiaro.

La fine della Guerra Fredda ha inaugurato un’era di cooperazione tra gli otto Stati costieri: Norvegia, Danimarca (attraverso il territorio autonomo della Groenlandia), Svezia, Finlandia, Russia, Stati Uniti, Canada e Islanda. Ma il Consiglio Artico, che riunisce questi Paesi dal 1996, ha perso la sua capacità di azione, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

“La linea di demarcazione è di tipo militare, poiché sette degli otto Paesi della regione artica sono membri della NATO”, sottolinea Blugeon-Mered. Oltre il 50% delle coste artiche è russo e Mosca sfrutta l’area da decenni. Secondo una raccolta di dati compilata da questo ricercatore, oltre l’80% del gas russo e il 60% del petrolio sono prodotti nell’Artico. Per Max Bergmann, del think tank americano CSIS, è la Russia a rappresentare la più grande minaccia per gli Stati Uniti. “La minaccia è rappresentata dalla continua militarizzazione dell’Artico da parte della Russia e dalla nostra scarsa presenza”, dice l’esperto. Tuttavia, il ricercatore non approva l’espansionismo di Donald Trump, che considera “inutile”. A suo avviso, “prendere la Groenlandia (…) sovrastima la minaccia alla sicurezza nazionale”. “L’unico motivo per possedere la Groenlandia sarebbe quello di avere accesso a minerali” come le terre rare utilizzate nella transizione energetica e presenti in grandi quantità sull’isola danese, ritiene, ma il presidente “ha firmato decreti per fermare la transizione”.

L’Unione europea non è indifferente ai piani di Trump per la Groenlandia. Diversi leader hanno espresso le loro preoccupazioni negli ultimi giorni. Ad aggravare le tensioni regionali, la Cina, un altro attore importante ma non rivierasco nell’Artico, sta avanzando la sua posizione nella regione. “I russi non hanno altra scelta che collaborare con la Cina (…) il principale acquirente a lungo termine delle risorse dell’Artico russo”, analizza Blugeon-Mered, riferendosi alle perdite commerciali di Mosca in Europa dall’inizio della guerra in Ucraina.

Washington non vede di buon occhio il crescente potere di Pechino nell’Artico. A luglio, il Pentagono ha messo in guardia contro una maggiore cooperazione sino-russa nella regione. Mentre la Russia ha rafforzato la sua presenza militare nell’Artico riaprendo e modernizzando diverse basi e campi d’aviazione abbandonati dalla fine dell’era sovietica, la Cina ha iniettato fondi nell’esplorazione e nella ricerca polare. “Mentre i russi cedono spazio alla Cina, la Cina penetra di fatto. E per gli americani, siano essi repubblicani o gran parte dei democratici, questo è percepito come un rischio”, spiega Blugeon-Mered.

Terremoto di magnitudo 6.8 in Tibet: almeno 126 morti e 188 feriti

Un potente terremoto nella regione himalayana del Tibet, nel sud-ovest della Cina, ha causato la morte di almeno 126 persone, il ferimento di 188 e il crollo di molti edifici, ed è stato avvertito fino al vicino Nepal. Il sisma di magnitudo 6.8 ha colpito la cittadina di Dingri, non lontano dal confine sino-nepalese, alle 09.05 ora locale, secondo l’agenzia nazionale cinese per i terremoti (CENC). Secondo il Servizio geologico degli Stati Uniti (USGS) la magnitudo è stata di 7.1. I video trasmessi dalla televisione di Stato cinese CCTV mostrano case bianche ad alta quota con muri squarciati e tetti crollati, con pietre sparse sul terreno. Altri filmati della CCTV mostrano veicoli sepolti sotto i mattoni e clienti che fuggono da un supermercato mentre il terremoto fa cadere a terra i prodotti dagli scaffali. I vigili del fuoco in uniforme arancione sono arrivati sul luogo del disastro, tra le macerie e vicino ai sopravvissuti e agli anziani avvolti nelle coperte, secondo i video delle telecamere a circuito chiuso. “Le scosse sono state fortemente avvertite nella città di Dingri e nei dintorni e molti edifici sono crollati vicino all’epicentro”, ha riferito la CCTV.

Nella piccola città di Lhatsé, i video geotaggati dall’AFP mostrano detriti sparsi davanti ai ristoranti di una strada. L’epicentro si trova a circa 370 km a sud-ovest della capitale regionale Lhasa, secondo i dati del CENC. China News ha riferito che le autorità locali stavano visitando vari comuni della township di Dingri “per valutare l’impatto del terremoto”. Le autorità hanno inviato3400 soccorritori e più di 340 operatori sanitari, oltre aiuti di emergenza, tra cui tende di cotone, piumini e altre attrezzature per aiutare la popolazione a far fronte al clima rigido, ha dichiarato l’agenzia. Le temperature sono di circa -8°C durante il giorno e potrebbero scendere a -18°C durante la notte, secondo l’Ufficio meteorologico nazionale cinese.

Il cantone di Dingri ha una popolazione di circa 62.000 abitanti e si trova non lontano dal versante cinese del Monte Everest. Il presidente cinese Xi Jinping ha invitato a fare “ogni sforzo per effettuare le operazioni di ricerca e salvataggio e per curare i feriti”, secondo quanto riportato dalla CCTV. “Bisogna fare ogni sforzo per ridurre al minimo le perdite di vite umane” e “trasferire le persone colpite” dal disastro, ha dichiarato. Sebbene i terremoti siano comuni nella regione, quella di martedì è stata la scossa più forte registrata nel raggio di 200 chilometri negli ultimi cinque anni, secondo il CENC.

IL CORDOGLIO INTERNAZIONALE. L’Unione Europea, attraverso a commissaria per l’Uguaglianza, la Preparazione e la gestione delle crisi, Hadja Lahbib, ha annunciato di essere pronta a “fornire assistenza alle popolazioni colpite, se richiesto”. Molti i messaggi di solidarietà giunti da tutto il mondo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha scritto al presidente cinese, inviando “le più sincere condoglianze del popolo italiano e le espressioni dei miei personali sentimenti di cordoglio”. “La Repubblica italiana è vicina al lutto dell’amico popolo cinese e, in particolare, al dolore delle famiglie di quanti hanno perso la vita a causa del sisma – ha aggiunto il Capo dello Stato -. Auguriamo ai feriti un pronto e completo ristabilimento, con il pensiero rivolto anche all’importante sforzo che stanno compiendo in queste ore le squadre di soccorso. In spirito di amicizia e partecipe solidarietà”. Anche il Dalai Lama ha espresso la sua “profonda tristezza”  per quanto accaduto e ha offerto le sue preghiere “a tutti coloro che hanno perso la vita e auguro una pronta guarigione a tutti coloro che sono stati feriti”, ha scritto il leader politico e spirituale dei tibetani in esilio in una dichiarazione rilasciata dal suo ufficio. Un breve messaggio è stato inviato a Xi Jinping anche dal presidente russo Valdimir Putin: “La Russia condivide il dolore di coloro che hanno perso persone care e amici a causa di questa catastrofe naturale”, ha detto, porgendo le sue “sincere condoglianze” a Xi per “le tragiche conseguenze”.

I PRECEDENTI. In Nepal, il terremoto, avvertito in particolare nella capitale Kathmandu, ha colpito le zone intorno a Namche e Lobuche, molto vicine al campo base dell’Everest. “Qui la scossa è stata piuttosto forte, tutti sono svegli ma al momento non siamo a conoscenza di danni”, ha detto Jagat Prasad Bhusal, un funzionario della regione di Namche, nel nord-est del Nepal. L’Himalaya si trova sulla linea di faglia tra la placca tettonica indiana e quella eurasiatica e registra una regolare attività sismica. Nel 2015, un terremoto di magnitudo 7.8 ha ucciso quasi 9.000 persone e ne ha ferite oltre 22.000, distruggendo più di 500.000 case. Un terremoto nel dicembre 2023 ha ucciso 148 persone e lasciato migliaia di persone senza casa nella provincia cinese nord-occidentale di Gansu.
È stato il terremoto più letale in Cina dal 2014, quando più di 600 persone sono state uccise nella provincia sud-occidentale dello Yunnan. Nel maggio 2008, un potentissimo terremoto di magnitudo 7.9 ha causato 87.000 morti o dispersi nella provincia sud-occidentale del Sichuan. Il disastro è stato uno shock nazionale.

Cina leader mondiale pure nella produzione di mele e pere. La Ue perde colpi

Non solo nell’industria o nell’auto. La Cina è leader anche nella produzione di mele e pere. Secondo le previsioni diffuse dall’Usda, il Dipartimento Agricoltura americano, la produzione mondiale di mele per il 2024/25 è prevista in calo di quasi 350.000 tonnellate, raggiungendo i 84 milioni, a causa delle perdite nell’Unione Europea, negli Stati Uniti, in Turchia e in Russia, che compensano ampiamente l’aumento della produzione in Cina. Le esportazioni sono previste in calo di meno di 100.000 tonnellate, a 6,1 milioni, con una riduzione delle spedizioni dagli Stati Uniti e dall’Iran che annulla l’aumento delle esportazioni dalla Cina. La produzione cinese è prevista in aumento di 1,5 milioni di tonnellate, raggiungendo i 48 milioni, mentre quella della Ue è stimata in calo di 1,1 milioni di tonnellate, a quota 11 milioni, per la scarsa impollinazione e delle gelate primaverili dannose in Polonia, il principale produttore. Le esportazioni sono previste stabili a 950.000 tonnellate, nonostante il calo della produzione, grazie alla ripresa delle spedizioni verso l’Egitto, dopo il minimo di sei anni dello scorso anno. Le importazioni sono previste in aumento di quasi il 40%, a 350.000 tonnellate, per compensare il calo della produzione.

La produzione mondiale di pere per 2024/25 è invece prevista in aumento di quasi 400.000 tonnellate, raggiungendo i 25,9 milioni. E pure in questo caso la crescita della Cina compenserà ampiamente le perdite legate alle condizioni meteorologiche negli Stati Uniti. La produzione cinese è prevista in aumento di 350.000 tonnellate, per un totale di 20,2 milioni, grazie a un raccolto abbondante nella principale regione produttrice di Hebei: sesto anno consecutivo di crescita, nonostante la diminuzione delle superfici coltivate a causa di ritorni negativi, l’invecchiamento degli agricoltori e le politiche governative che mirano a convertire i frutteti in coltivazioni di cereali. Anche in Europa la produzione salirà di circa 60.000 tonnellate, per un totale di 1,9 milioni, poiché la ripresa in Italia compensa ampiamente i cali legati al clima e alle malattie in Belgio, Paesi Bassi e Spagna. Tuttavia, la produzione rimane al di sotto della media degli ultimi cinque anni.

L’Usda americano ha infine analizzato le prospettive per la prossima stagione dell’uva da tavola. La produzione mondiale è prevista in aumento di quasi 1 milione di tonnellate, arrivando a 28,9 milioni, poiché i maggiori volumi in Cina, India e Stati Uniti compensano ampiamente le perdite nell’Unione Europea. La produzione nell’ex celeste impero è stimata in crescita di 700.000 tonnellate, arrivando a 14,2 milioni, grazie alle nuove varietà e alle condizioni climatiche favorevoli che portano a rendimenti più elevati. Calerà invece di 200mila tonnellate, arrivando a quota 1,1 milioni, la produzione nell’Unione Europea, il livello più basso da almeno 20 anni, poiché in Italia la raccolta è stata danneggiata da escursioni termiche e piogge abbondanti, mentre la Grecia ha vissuto una siccità durante la raccolta estiva.

In Europa le batterie costano il 48% in più che in Cina. Anfia: “Pechino è elefante nella stanza”

Il 2024 segna una tappa significativa per l’industria delle batterie, con i prezzi dei pacchi batteria agli ioni di litio che hanno registrato il calo annuale più grande dal 2017. Secondo l’analisi di BloombergNEF, i prezzi sono scesi del 20% rispetto al 2023, raggiungendo un minimo storico di 115 dollari per kilowattora. Questo declino è il risultato di diversi fattori, tra cui la sovracapacità nella produzione di celle, le economie di scala, i bassi prezzi dei metalli e dei componenti, e l’adozione di batterie al litio-ferro-fosfato (LFP), un’alternativa più economica. A ciò si aggiunge anche un rallentamento nella crescita delle vendite di veicoli elettrici, che hanno visto una domanda più moderata rispetto agli ultimi anni.

Negli ultimi due anni, infatti, i produttori di batterie hanno espanso la capacità produttiva con l’aspettativa di una crescente domanda, soprattutto nel settore dei veicoli elettrici e degli accumulatori fissi. Tuttavia, l’offerta ha superato la domanda, con 3,1 terawattora di capacità di produzione di celle di batteria a livello globale, ben oltre la domanda prevista per il 2024. Sebbene la domanda sia cresciuta annualmente in vari settori, quella dei veicoli elettrici – principale motore della domanda di batterie – è aumentata meno rapidamente, mentre il mercato degli accumulatori fissi, in particolare in Cina, ha visto una forte espansione.

Nel dettaglio, il prezzo delle batterie per veicoli elettrici ha raggiunto i 97 dollari/kWh, scendendo per la prima volta sotto la soglia dei 100 dollari/kWh, e anche se in Cina i veicoli elettrici hanno ormai raggiunto la parità di prezzo con quelli a combustione, in molti altri mercati, le auto elettriche sono ancora più costose. BloombergNEF prevede che nei prossimi anni altre categorie di veicoli raggiungeranno la parità di prezzo grazie alla crescente disponibilità di batterie a basso costo, un fenomeno che inizialmente è stato più evidente in Cina, dove i prezzi medi dei pacchi batteria sono scesi a 94 dollari/kWh, rispetto ai 31% e 48% più alti negli Stati Uniti e in Europa, rispettivamente. Le ragioni di questa disparità vanno ricercate nell’immaturità di questi mercati, nei costi di produzione più elevati e nei volumi più bassi, con la Cina che ha beneficiato di una concorrenza molto forte che ha spinto i prezzi al ribasso. BNEF prevede una ulteriore diminuzione globale dei prezzi di circa 3 dollari/kWh entro il 2025.

Nel contesto europeo, le problematiche legate alla transizione energetica e alla competitività del settore automotive sono state al centro dell’assemblea pubblica di Anfia, a Roma. Tra i temi trattati, è stato enfatizzato il bisogno di lavorare su due piani distinti e interdipendenti: a livello europeo, attraverso il supporto al piano del governo italiano per la decarbonizzazione entro il 2035, e a livello nazionale, con misure immediate per supportare le imprese del settore, come la riduzione del costo dell’energia, incentivi alla ricerca e misure per i veicoli commerciali leggeri. Roberto Vavassori, presidente di Anfia, ha definito la Cina “l’elefante nella stanza. Nel 2000 in Cina venivano prodotti 2 milioni di veicoli, quasi tutti da joint-venture con partner occidentali. Ora i poco meno di 30 milioni sono in gran parte prodotti da case locali, alle quali, tra l’altro, molti Costruttori occidentali fanno la corte per stringere accordi o di tecnologia o di produzione, soprattutto per i powertrain elettrici o per software per ADAS e Infotainment. E oltre a ciò – ha aggiunto – vi sono già importanti investimenti diretti di gruppi cinesi in Costruttori europei di veicoli, e anche di componenti. La penetrazione di veicoli cinesi sui mercati europei è in continua ascesa, Italia inclusa, ed è opinione generale che i dazi attualmente in vigore debbano lasciare il posto ad un sistema di convivenza che non consenta al gigante asiatico di asfaltare in pochi anni l’insieme industriale e di ricerca europeo nel settore dell’automotive”, ha concluso Vavassori.

Cina, il consumo di carbone raggiungerà il picco nel 2025

Il consumo di carbone in Cina, il più grande emettitore di gas serra al mondo, dovrebbe raggiungere un picco nel 2025 prima di diminuire grazie agli sforzi di Pechino per sviluppare fonti energetiche più pulite. Più della metà (52%) degli esperti interpellati in un rapporto pubblicato dai think tank Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) e International Society for Energy Transition Studies (ISETS) prevede che il consumo di carbone in Cina raggiungerà il picco il prossimo anno.

“Raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio in un’economia in rapida crescita come quella cinese non è un’impresa da poco, ma i notevoli sforzi del Paese stanno iniziando a dare i loro frutti”, spiega Xunpeng Shi, presidente dell’ISETS. I permessi di costruzione per le centrali elettriche a carbone sono diminuiti dell’83% nella prima metà del 2024 e nello stesso periodo non sono stati approvati nuovi progetti di acciaio a base di carbone.

Negli ultimi anni, gli esperti sono diventati sempre più ottimisti sulla capacità della Cina di ridurre le emissioni di gas serra, con Pechino che ha raggiunto gli obiettivi di energia eolica e solare con sei anni di anticipo rispetto al previsto. Nonostante questo, c’è ancora “poca chiarezza sulla traiettoria delle emissioni cinesi”, dice Lauri Myllyvirta, analista senior del CREA. Questo lascia aperta la porta a un aumento delle emissioni fino al 2030 e a una riduzione “molto lenta” in seguito, aggiunge.

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, quest’anno la produzione di energia elettrica a carbone dovrebbe aumentare nuovamente in Cina, anche se al ritmo più basso da quasi un decennio, e la crescita del consumo energetico continua a superare quella del Pil. “La Cina dovrà accelerare ulteriormente la diffusione delle energie rinnovabili o orientare lo sviluppo economico verso una direzione meno energivora”, dichiara Myllyvirta.

La Cina si è impegnata a raggiungere il picco delle sue emissioni di carbonio entro il 2030 e a diventare neutrale entro il 2060. L’Accordo di Parigi del 2015, che la Cina ha firmato, prevede che tutte le parti presentino ogni cinque anni un piano d’azione sul clima per ridurre le emissioni a livello nazionale, noto come contributo nazionale determinato (NDC) e Pechino dovrà presentare il suo aggiornato entro febbraio del prossimo anno.

Trump lancia offensiva commerciale contro Cina, Canada e Messico: “Aumento dei dazi anche del 200%”

A poche settimane dalla sua rielezione e a un mese e mezzo dal suo insediamento alla Casa Bianca, Trump lancia l’offensiva commerciale contro la Cina, il Canada e il Messico, con l’obiettivo di aumentare i dazi. “Il 20 gennaio, in uno dei miei primi ordini esecutivi, firmerò tutti i documenti necessari per imporre tariffe del 25% su tutti i prodotti che entrano negli Stati Uniti da Messico e Canada”, scrive il presidente eletto in un post sul social network Truth. “Questa tassa rimarrà in vigore fino a quando le droghe, in particolare il fentanyl, e tutti gli immigrati clandestini non fermeranno questa invasione del nostro Paese”, aggiunge.

In un altro post, annuncia un aumento del 10% delle tasse doganali, oltre a quelle già in vigore e a quelle aggiuntive che potrebbe decidere, su “tutti i numerosi prodotti che arrivano negli Stati Uniti dalla Cina”. Trump sottolinea di aver spesso sollevato il problema dell’afflusso di droga, in particolare del fentanyl – uno dei principali responsabili della crisi degli oppiacei negli Stati Uniti – con i leader cinesi, che avevano promesso di punire severamente i “trafficanti”, “fino alla pena di morte”. “Ma non hanno mai dato seguito alla promessa”, accusa il presidente eletto.

Le ragioni di sicurezza nazionale possono essere invocate per derogare alle regole stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), ma i Paesi sono generalmente cauti nell’utilizzare questa eccezione come strumento regolare di politica commerciale.

L’aumento dei dazi doganali, che durante la campagna elettorale ha spesso descritto come la sua “espressione preferita”, è una delle chiavi della futura politica economica di Trump, che non teme di rilanciare le guerre commerciali, in particolare con la Cina, iniziate durante il suo primo mandato. All’epoca, aveva giustificato questa politica con il deficit commerciale tra i due Paesi e con quelle che considerava pratiche commerciali sleali, accusando Pechino di “rubare” la proprietà intellettuale. E la Cina si è vendicata con tariffe che hanno avuto conseguenze dannose soprattutto per gli agricoltori americani. L’amministrazione di Joe Biden ha mantenuto alcuni dazi sui prodotti cinesi e ne ha imposti di nuovi su altre.

E poco dopo le dichiarazioni di Trump, è arrivata la replica di Pechino. “Nessuno vincerà una guerra commerciale”, sottolinea il portavoce della diplomazia cinese Liu Pengyu. “La Cina ritiene che il commercio e la cooperazione economica tra Cina e Stati Uniti siano per natura reciprocamente vantaggiosi”.

Non è mancata nemmeno la reazione del Canada. Il governo di Justin Trudeau assicura che le relazioni tra i due Paesi sono “equilibrate e reciprocamente vantaggiose, soprattutto per i lavoratori americani”, anche se non manca un velato avvertimento: il Canada, ricorda a Trump l’esecutivo, è “essenziale per l’approvvigionamento energetico” degli Stati Uniti. Qui, dove il 75% delle esportazioni è destinato proprio agli Usa, le parole di Trump agitano gli animi. Il premier del Québec, François Legault, definisce l’annuncio “un rischio enorme” per l’economia canadese. Il suo omologo della Columbia Britannica, David Eby, ritiene che “Ottawa debba rispondere con fermezza”. Il Messico, invece, “non ha motivo di preoccuparsi”, assicura (e rassicura) la presidente Claudia Sheinbaum. I tre Paesi sono legati da trent’anni da un accordo di libero scambio, rinegoziato su pressione di Donald Trump durante il suo primo mandato.

Wendy Cutler, vicepresidente dell’Asia Society Policy Institute, un think tank americano, ritiene che la capacità dei due vicini degli Usa “di ignorare le minacce del presidente eletto sia limitata”, tanto sono dipendenti da lui. Ma l’analista William Reinsch sottolinea che il loro accordo sarà comunque rinegoziato nel 2026: “questa è una classica mossa di Trump, minacciare e poi negoziare”.

La nomina a Segretario al Commercio di Howard Lutnick, amministratore delegato della banca d’affari Cantor Fitzgerald e critico nei confronti della Cina, avvenuta la scorsa settimana, conferma la volontà del presidente eletto di cercare di piegare i partner commerciali per ottenere accordi migliori e delocalizzare la produzione negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la Cina, Trump ha promesso tariffe fino al 60% su alcuni prodotti e addirittura del 200% sulle importazioni di veicoli assemblati in Messico. Punta anche a reintrodurre dazi doganali del 10-20% su tutti i prodotti che entrano negli Stati Uniti e l’Unione Europea si è già detta “pronta a reagire” in caso di nuove tensioni commerciali.