Giornata api, il cambiamento climatico è la principale minaccia per gli impollinatori

Il 20 dicembre 2017, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione con la quale ha dichiarato il 20 maggio di ogni anno (a partire dal 2018) la Giornata mondiale delle api. A proporre la sua istituzione era stata la Slovenia, dove il 20 maggio 1734 nacque Anton Janša, noto soprattutto per essere stato uno dei precursori dell’apicoltura razionale. Lo scopo della risoluzione è portare all’attenzione dei cittadini, dei media e dei decisori politici l’importanza delle api e in generale di tutti gli impollinatori per la sicurezza alimentare, la sussistenza di centinaia di milioni di persone e per il funzionamento degli ecosistemi e la conservazione degli habitat.

‘Bee engaged with youth’ è il tema scelto per la Giornata del 2024. “Questo tema – spiega Ispra – sottolinea l’importanza di coinvolgere i giovani negli sforzi di conservazione dell’apicoltura e degli impollinatori, riconoscendoli come futuri custodi del nostro ambiente”

Sul fronte della ricerca, intanto, gli scienziati stanno lavorando da tempo per combattere il declino degli impollinatori. Uno studio intitolato ‘Quali sono le ragioni principali del declino mondiale delle popolazioni di impollinatori?’, pubblicato sulla rivista CABI Reviews conferma che il cambiamento climatico è la minaccia più importante per gli impollinatori – come bombi, vespe e farfalle – che sono essenziali per la conservazione della biodiversità, la resa dei raccolti e la sicurezza alimentare.

Le popolazioni di impollinatori sono in calo in tutto il mondo e l’85% delle specie di piante da fiore e 87 delle principali colture globali si affidano a questi insetti per la produzione di semi. Il declino degli impollinatori ha un grave impatto sulla conservazione della biodiversità, riduce la resa dei raccolti e minaccia la sicurezza alimentare.

Secondo la Piattaforma intergovernativa di scienza e politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES), circa il 16% degli impollinatori vertebrati, come uccelli e pipistrelli, e il 40% di quelli invertebrati, come api e farfalle, sono a rischio di estinzione. Johanne Brunet e Fabiana Fragoso, autrici della revisione, sostengono che gli sforzi per controllare i vari fattori che hanno un impatto negativo sugli impollinatori devono continuare, viste le terribili conseguenze. La comprensione delle cause del declino degli impollinatori, spiegano, può guidare lo sviluppo di strategie e piani d’azione per proteggere e conservare questi insetti e i servizi ecosistemici essenziali che forniscono.

I ricercatori ritengono che le variazioni di acqua e temperatura associate ai cambiamenti climatici possano ridurre la quantità e la qualità delle risorse disponibili per gli impollinatori, diminuire la sopravvivenza di larve e adulti e modificare gli habitat adatti.

Nel frattempo, gli insetti, sostengono, subiscono l’impatto negativo delle azioni umane, tra cui la perdita e il degrado degli habitat, l’applicazione di prodotti agrochimici, il cambiamento climatico e l’inquinamento.

In assenza di impollinatori, la dieta umana si sposterà verso una preponderanza di grano, riso, avena e mais, poiché si tratta di colture impollinate dal vento. Le colture che si riproducono vegetativamente, come le banane, saranno mantenute.

Per Fragoso, “l’uso diffuso di pratiche sostenibili in agricoltura e l’ulteriore sviluppo di strategie di gestione integrata degli impollinatori, strategie ecologiche che includono la riduzione dell’uso di pesticidi, contribuiranno a preservarli”.

I ricercatori concludono consigliando che l’adozione di un approccio più olistico alla conservazione degli impollinatori, con strategie di gestione che integrino gli habitat naturali e i sistemi agricoli, insieme alle api gestite e a quelle selvatiche, dovrebbe diventare una priorità a livello mondiale.

Caldo record

Clima, 153mila morti per ondate di calore tra 1999 e 2019

Oltre 150.000 persone sono morte in tre decenni – dal 1999 al 2019 – di cui la metà in Asia, a causa delle ondate di calore. E’ quanto rivela il primo studio al mondo che ha mappato a livello globale la mortalità legata ai picchi di caldo. La ricerca, pubblicata su PLOS Medicine, è stata guidata dal professor Yuming Guo della Monash University e ha esaminato i dati relativi ai decessi giornalieri e alla temperatura di 750 località in 43 Paesi o regioni.

Rispetto al periodo 1850-1990, la temperatura superficiale globale è aumentata di 1,14℃ tra il 2013 e il 2022 e si prevede un ulteriore aumento di 0,41-3,41℃ entro il 2081-2100. Con la crescita dell’impatto dei cambiamenti climatici, le ondate di calore stanno aumentando non solo in termini di frequenza, ma anche di gravità e forza.

Lo studio – condotto in collaborazione con l’Università di Shandong in Cina, la London School of Hygiene & Tropical Medicine nel Regno Unito e università/istituti di ricerca di altri Paesi – ha rilevato che, nel periodo 1990-2019, le ondate di calore hanno portato a un aumento di 236 decessi per dieci milioni di residenti per ogni stagione calda di un anno. Le regioni con il maggior numero di decessi legati alle ondate di calore sono state l’Europa meridionale e orientale, le aree con climi polari e alpini e quelle in cui i residenti hanno un reddito elevato. Nelle località con clima tropicale o con basso reddito è stato osservato il maggior calo del carico di mortalità legato alle ondate di calore dal 1990 al 2019.

“I nostri risultati – spiega Guo – secondo cui le ondate di calore sono associate a un sostanziale carico di mortalità che varia spazialmente nel mondo negli ultimi 30 anni, suggeriscono la necessità di una pianificazione dell’adattamento e di una gestione del rischio a livello locale e a tutti i livelli di governo”.

Secondo gli autori dello studio, le ondate di calore causano un aumento del rischio di morte a causa di uno stress termico eccessivo sul corpo umano, innescando disfunzioni di diversi organi e provocando esaurimento, crampi e colpi di calore. Lo stress termico può anche aggravare condizioni croniche preesistenti, portando a morte prematura, disturbi psichiatrici e altri esiti.

costa rica - batterie -

Clima, l’Aie avverte: “Fare di più o rischio tensioni su forniture globali di materie prime”

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) teme “tensioni” sulle forniture globali di minerali e metalli critici, essenziali per la transizione energetica, e incoraggia un aumento degli investimenti minerari se si vuole che il pianeta riesca a limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi entro la fine del secolo.

“Il calo dei prezzi di minerali critici come il rame, il litio e il nichel, utilizzati per condurre l’elettricità o nelle batterie per i veicoli elettrici, le turbine eoliche e i pannelli solari, ‘maschera il rischio di future tensioni sull’offerta’” afferma l’Aie nel suo secondo rapporto annuale sui metalli, ‘Global Critical Minerals Outlook 2024’. L’Agenzia stima che saranno necessari “800 miliardi di dollari” in investimenti minerari in tutto il mondo da qui al 2040 se il pianeta vuole raggiungere l’obiettivo fissato dall’accordo internazionale sul clima firmato a Parigi nel 2015 di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale.

Lo scorso anno, il crollo del 75% del prezzo del litio e il calo dal 30% al 45% dei prezzi di cobalto, nichel e grafite hanno portato a una diminuzione media del 14% dei prezzi delle batterie, ma anche al rischio di un rallentamento degli investimenti nel settore minerario rispetto agli anni precedenti. In termini di volume, i due metalli più a rischio di “tensione” dell’offerta sono il litio e il rame, che mostrano un “divario significativo” tra produzione e prospettive di consumo, secondo il rapporto. Questo perché la domanda è in crescita. Nel 2023, le vendite delle sole auto elettriche sono aumentate del 35% e la diffusione dei pannelli solari e dell’energia eolica è cresciuta del 75%. Gli elettrolizzatori che producono l’idrogeno verde necessario per decarbonizzare l’industria pesante e i trasporti richiedono metalli come il nichel, il platino e lo zircone. Eppure le loro installazioni stanno crescendo in modo esponenziale: +360% entro il 2023, secondo il rapporto.

L’Aie richiama inoltre l’attenzione sulla necessità di diversificare le forniture per contrastare l’egemonia della Cina, in particolare nella produzione di due componenti chiave per le batterie per auto: gli anodi (il 98% della produzione proviene dalla Cina) e i catodi (90%). “Più della metà del processo di produzione del litio e del cobalto avviene in Cina. E il Paese domina l’intera catena di produzione della grafite”, utilizzata sia nelle batterie che nell’industria nucleare, secondo il rapporto.

“Non sarei sorpreso di vedere un interesse sempre maggiore per l’estrazione del litio” tra le major petrolifere, ha sottolineato Tim Gould, capo economista dell’Aie. L’americana Exxon Mobil, la più grande compagnia petrolifera del mondo, ha già annunciato investimenti in questo settore. Tuttavia, lo sviluppo di queste miniere comporta molti rischi sociali e ambientali per le comunità locali vicine, come hanno avvertito le Ong pochi giorni fa in vista di una riunione dell’Ocse sul tema a Parigi. La corsa ai minerali critici sta infliggendo “gravi costi” alle popolazioni indigene e alle loro terre tradizionali, spiega Galina Angarova, della tribù Buryat in Siberia, a capo di una coalizione di associazioni che difendono i diritti delle popolazioni indigene.

“Se continuiamo di questo passo, corriamo il rischio di distruggere la natura, la biodiversità e i diritti umani” in un’economia a basse emissioni di carbonio che si è allontanata da petrolio, gas e carbone, dice. “Siamo sulla soglia della prossima rivoluzione industriale… e dobbiamo fare le cose per bene”, aggiunge Angarova. Adam Anthony, dell’Ong Publish what you pay, sottolinea che i minatori si stanno precipitando in Africa senza che il continente benefici del valore aggiunto dell’estrazione di minerali e metalli. “Quando parliamo di minerali critici, dobbiamo chiederci per chi sono critici”, dice. “Non riceviamo alcun beneficio da questa estrazione”.

La Tanzania, ad esempio, estrae manganese e grafite, ma non produce nessuna delle apparecchiature – auto elettriche o batterie – che li utilizzano.

Valle d’Aosta sul podio italiano: è la prima regione per case green

La Valle d’Aosta è la prima regione d’Italia per case green, grazie a un punteggio di 8,4 su 10: è prima per l’elevato numero di attestati di prestazione energetica Ape (22,1%) – superiore alla media italiana di 14,3% di attestati – e per l’indice di consumo medio di energia rinnovabile (40,8 kWh/m2 anno). E’ quanto emerge da un’indagine realizzata da Acea per fotografare la situazione regione per regione.

La classifica nazionale prende in considerazione variabili come gli Ape green, che, come ricorda la guida di Acea Energia, deve contenere la classificazione energetica degli immobili, le emissioni di CO2 e gli indici di consumo medio di energia rinnovabile e non rinnovabile .

Il tema è caldo, lo scorso 12 aprile si è tenuta la votazione dell’Ecofin: il Consiglio dei ministri europei di Economia e Finanze ha dato il via libera alla direttiva sulla prestazione energetica degli immobili. L’obiettivo è ridurre in maniera netta il consumo energetico e le emissioni di gas inquinanti riconducibili a case e palazzi entro il 2035, con il fine ultimo di realizzare immobili a zero emissioni entro il 2050.

Secondo i dati raccolti dal sistema informativo sugli attestati di prestazione energetica la medaglia d’argento, invece, va al Trentino-Alto Adige con uno score di 7,9. Al terzo posto c’è la Lombardia – seconda per numero di attestati di prestazione energetica (20,7%) – e Basilicata – quarta per Ape (18,6%) e per l’impiego medio di energia rinnovabile (25,9 kWh/m2 anno) –, che totalizzano entrambe un 7,6 su 10.

Fuori dal podio Marche (6,4) e Friuli Venezia-Giulia (6), seguite a pari merito da Abruzzo (5,8) – caratterizzato da basse emissioni di CO2 e da un uso ridotto di energie non rinnovabili – e Veneto (5,8) – penalizzato da un basso utilizzo di energia rinnovabile.

La classifica prosegue poi con Piemonte (5,4) e Toscana (5). Al nono posto, entrambe con un punteggio di 4,9, Puglia e Umbria: la prima, grazie al rilascio di basse quantità di CO2; la seconda, per l’alto valore di consumo medio di energia rinnovabile. Chiude la top 10 la Sicilia (4,7), prima per emissioni ridotte di anidride carbonica.
Tra le regioni meno virtuose, con margini di miglioramento, la Calabria (4,4), l’Emilia-Romagna (4,1) – prima per utilizzo di energia non rinnovabile con 240,7 kWh/m2 anno, superiore alla media annuale italiana di 203,7 kWh/m2 –, Molise (3,8) e Lazio (3,1), sulle quali pesa un numero estremamente ridotto di Ape green rilasciati.

INFOGRAFICA INTERATTIVA Smog, Eurostat: A fine 2023 emissioni gas serra Ue -4% annuale

Secondo Eurostat nel IV trimestre del 2023, le emissioni di gas serra dell’economia dell’Ue sono state stimate a 897 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti (CO2 -eq), una diminuzione del 4% rispetto allo stesso trimestre del 2022 (935 milioni di tonnellate di CO2 -eq). Il prodotto interno lordo (PIL) dell’UE è rimasto stabile, registrando solo un lieve aumento (0,2% nel IV trimestre del 2023, rispetto allo stesso trimestre del 2022). Nell’infografica INTERATTIVA di GEA è possibile confrontare la crescita economica e la variazione delle emissioni emesse a fine 2023 Paese per Paese.

Blitz di Ultima Generazione agli Internazionali di tennis: match sospesi per 45 minuti

Nuova azione dimostrativa da parte degli attivisti di Ultima generazione, che poco prima di mezzogiorno hanno interrotto per circa 45 minuti due partite agli Internazionali di tennis in corso a Roma. Il match tra l’americana Madison Keys e la rumena Sorana Cirstea è stato interrotto sul 6-2, 3-1 per la Keys quando due attivisti sono entrati in uno dei campi principali del Foro Italico, il Pietrangeli. Vestiti con gilet arancioni, si sono piazzati al centro del campo, hanno lanciato oriandoli, prima di essere allontanati dal servizio di sicurezza del torneo. Anche su un campo vicino, il n. 12, dove si stava giocando la partita del torneo di doppio maschile tra Gonzalez/Roger-Vasellin e Arevalo/ Pavic sono entrati in campo altri due attivisti che dopo aver gettato coriandoli si sono seduti vicino alla rete.

I due match, riferisce Ultima Generazione, sono stati interrotti da 11 attivisti aderenti alla campagna Fondo Riparazione. Chi non è entrato in campo ha preso la parola sugli spalti per richiamare il pubblico “all’emergenza climatica, sociale e democratica che sta attraversando il nostro paese”. Una persona si è incollata i piedi sulla gradinata. Poco dopo mezzogiorno sono intervenuti la sicurezza privata, i vigili del fuoco e le forze dell’ordine.

“Se sono qui oggi – ha spiegato Francesca, apicoltrice, una delle attiviste coinvolte – è perché voglio portare la mia testimonianza di operaia agricola di una piccolissima azienda, che sta vivendo quotidianamente nell’incertezza di vedere il proprio lavoro di apicoltrice svanire. Le calamità stanno diventando la norma a causa del collasso climatico e questo porterà le piccole imprese a fallire. Chi deve pagare è chi ha causato tutto questo, ovvero le grandi aziende le multinazionali. Quale futuro, quale mondo stiamo lasciando alle nostre figlie? Ai nostri nipoti?”.

“Sono qui – ha aggiunto Leonardo, ricercatore in fisica – perché ho paura del caldo estremo che dovremo affrontare nell’estate che sta arrivando, sono preoccupato per mia nonna che ha 92 anni ed è tra le persone più vulnerabili, che in una giornata bollente rischia la vita solamente per andare a comprare il pane”.

L’organizzazione Ultima Generazione ha iniziato a condurre azioni non violente in Italia nel 2022, in occasione delle elezioni legislative, chiedendo ai politici di ogni schieramento di inserire il clima tra le loro priorità. Lo scorso febbraio, due membri del gruppo hanno incollato foto dei danni causati dal cambiamento climatico sul vetro protettivo del capolavoro di Botticelli ‘La nascita di Venere’, esposto al museo degli Uffizi di Firenze.

A marzo, tre attivisti hanno interrotto brevemente la maratona di Roma prima di essere fermati e portati in commissariato.

 

Alluvione

Ecco perché le alluvioni sono un effetto del riscaldamento globale

Kenya, Cina, Dubai, Brasile e Somalia. Qui, nelle ultime settimane devastanti inondazioni hanno colpito centinaia di migliaia di persone, causando moltissime vittime, feriti e ingenti danni economici. Anche se non tutte sono direttamente collegate al riscaldamento globale, si sono verificate nel bel mezzo di ondate di calore da record, confermando l’avvertimento degli scienziati che il cambiamento climatico sta aumentando la frequenza e l’intensità degli eventi meteorologici estremi. Perché non riguarda solo l’aumento delle temperature, ma anche tutta una serie di effetti legati all’eccesso di calore immagazzinato nell’atmosfera e negli oceani a causa del rilascio di gas serra da parte dell’uomo, tra cui l’anidride carbonica (CO2).

“I recenti eventi estremi di precipitazione sono in linea con quanto ci aspetteremmo in un clima sempre più caldo”, spiega Sonia Seneviratne, membro dell’IPCC, il gruppo di esperti sul clima incaricato dalle Nazioni Unite. Gli oceani più caldi evaporano di più e l’aria più calda può contenere più acqua: per ogni grado di aumento della temperatura, l’atmosfera può contenere il 7% in più di umidità. “Questo porta a episodi di pioggia più intensi”, osserva Davide Faranda, specialista di fenomeni meteorologici estremi presso il CNRS.

In Pakistan ad aprile è piovuto almeno il doppio della media, con una provincia che ha ricevuto addirittura il 437% in più di acqua. A Dubai, la pioggia di due anni normali è caduta in un solo giorno.

Questo non significa che tutte le regioni del mondo stiano diventando più umide. Secondo Richard Allan dell’Università di Reading, in Inghilterra, “un’atmosfera più calda e assetata è più efficace nell’assorbire l’umidità da una regione e ridistribuirla sotto forma di tempeste altrove”. Questo porta a maggiori precipitazioni in alcuni luoghi, ma anche a siccità e ondate di calore più intense in altri.

Anche le variazioni climatiche naturali influenzano le precipitazioni. È il caso del fenomeno ciclico naturale El Niño sul Pacifico, noto per il suo effetto riscaldante, che da quasi un anno sta alimentando temperature globali record e precipitazioni estreme in alcuni Paesi, tra cui Perù ed Ecuador. Tuttavia, nonostante le variazioni naturali, “l’aumento osservato a lungo termine delle precipitazioni intense è dovuto al cambiamento climatico indotto dall’uomo”, sottolinea Seneviratne.

Non tutte le alluvioni possono essere attribuite al cambiamento climatico, la cui influenza su ogni evento deve essere esaminata caso per caso. Ma gli scienziati dispongono ora di metodi che consentono di confrontare rapidamente un episodio attuale di precipitazioni estreme, ondate di calore o siccità con la probabilità che si verifichi in un mondo senza cambiamenti climatici.

Pioniera di questo approccio, la rete World Weather Attribution (WWA) ha concluso che le piogge torrenziali che hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman in aprile erano “molto probabilmente” aggravate dal riscaldamento globale, causato principalmente dalla combustione di combustibili fossili.

ClimaMeter, che utilizza una metodologia diversa, ritiene che le inondazioni di aprile in Cina siano state “probabilmente influenzate” da una combinazione di cambiamenti climatici e El Niño. “Può essere difficile distinguere tra il riscaldamento globale e le fluttuazioni naturali”, e questo è più evidente per alcuni eventi meteorologici che per altri, afferma Flavio Pons, climatologo che ha studiato le inondazioni cinesi.

Per le inondazioni in Brasile, ClimaMeter ritiene che il cambiamento climatico sia il principale responsabile dell’intensificazione delle precipitazioni, senza alcuna influenza significativa da parte di El Niño.

Molti dei Paesi più colpiti dalle inondazioni, come Burundi, Afghanistan e Somalia, sono tra i più poveri e meno attrezzati per far fronte alle piogge torrenziali. Ma l’episodio di Dubai ha dimostrato che anche i Paesi ricchi non erano sufficientemente preparati. “Sappiamo che un clima più caldo favorisce eventi meteorologici estremi, ma non possiamo prevedere con esattezza quando e dove si verificheranno”, dice Joel Hirschi del National Oceanography Centre del Regno Unito. “I preparativi attuali sono inadeguati”, conferma, ed è “più conveniente investire ora” che aspettare.

Nevicate e piogge abbondanti posso contribuire a scatenare i terremoti

Quando gli scienziati cercano la causa di un terremoto, la loro ricerca inizia spesso sottoterra. Come hanno chiarito secoli di studi sismici, sono la collisione delle placche tettoniche e il movimento di faglie e fessure del sottosuolo a scatenare un sisma. Ma gli scienziati del Massachusetts Institute of Technology hanno ora scoperto che anche alcuni eventi meteorologici possono avere un ruolo nell’innescare alcuni terremoti. In uno studio pubblicato su Science Advances, i ricercatori riferiscono che episodi di forti nevicate e piogge hanno probabilmente contribuito a uno sciame di terremoti negli ultimi anni nel Giappone settentrionale. Lo studio è il primo a dimostrare che le condizioni climatiche potrebbero innescare alcuni sismi.

“Vediamo che le nevicate e altri carichi ambientali in superficie hanno un impatto sullo stato di stress nel sottosuolo, e la tempistica degli eventi di precipitazione intensa è ben correlata con l’inizio di questo sciame sismico”, afferma l’autore dello studio William Frank, professore assistente presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Atmosfera e del Pianeta (EAPS) del MIT. “Quindi, il clima ha ovviamente un impatto sulla risposta della terra solida, e parte di questa risposta sono i terremoti”.

Il nuovo studio si concentra su una serie di terremoti in corso nella penisola di Noto in Giappone. Il team ha scoperto che l’attività sismica nella regione è sorprendentemente sincronizzata con alcuni cambiamenti nella pressione sotterranea e che tali cambiamenti sono influenzati dai modelli stagionali di nevicate e precipitazioni. Gli scienziati sospettano che questa nuova connessione tra terremoti e clima possa non essere esclusiva del Giappone e che possa avere un ruolo nello scuotere altre parti del mondo. Guardando al futuro, prevedono che l’influenza del clima sui terremoti potrebbe essere più pronunciata con il riscaldamento globale. “Se il clima sta cambiando, con eventi di precipitazione più estremi, e ci aspettiamo una ridistribuzione dell’acqua nell’atmosfera, negli oceani e nei continenti, questo cambierà il modo in cui la crosta terrestre viene caricata”, aggiunge Frank. “Questo avrà sicuramente un impatto, ed è un collegamento che potremmo esplorare ulteriormente”.

Dalla fine del 2020, centinaia di piccoli terremoti hanno scosso la penisola di Noto in Giappone, un dito di terra che curva a nord dall’isola principale del Paese verso il Mar del Giappone. A differenza di una tipica sequenza di terremoti, che inizia con una scossa principale che lascia il posto a una serie di scosse di assestamento prima di spegnersi, l’attività di Noto è uno sciame sismico, ovvero uno schema di scosse multiple e continue senza un’evidente scossa principale o un innesco sismico.
Analizzando tutti i dati a disposizione, i ricercatori hanno osservato un modello sorprendente: nel 2020, all’incirca quando si pensa sia iniziato lo sciame, i cambiamenti nella velocità sismica sembravano essere sincronizzati con le stagioni. Il team si è, così, chiesto se i cambiamenti ambientali da una stagione all’altra potessero influenzare la struttura sottostante della Terra in modo da innescare uno sciame sismico. In particolare, hanno esaminato come le precipitazioni stagionali avrebbero influenzato la “pressione dei fluidi porosi” nel sottosuolo, ossia la quantità di pressione che i fluidi nelle crepe e nelle fessure della Terra esercitano all’interno del basamento. “Quando piove o nevica, questo aggiunge peso e aumenta la pressione dei pori, consentendo alle onde sismiche di viaggiare più lentamente”, spiega Frank. “Quando tutto quel peso viene rimosso, attraverso l’evaporazione o il deflusso, improvvisamente la pressione dei pori diminuisce e le onde sismiche sono più veloci”.

I ricercatori sospettano che nevicate abbondanti e precipitazioni estreme simili possano giocare un ruolo nei terremoti altrove, anche se sottolineano che l’innesco principale avrà sempre origine nel sottosuolo. “Quando vogliamo capire come funzionano i terremoti, guardiamo alla tettonica delle placche, perché è e sarà sempre la ragione principale per cui si verifica un sisma”, dice Frank. “Ma quali sono gli altri fattori che possono influenzare il momento e il modo in cui si verifica un terremoto? È a questo punto che si iniziano a considerare i fattori di controllo di secondo ordine, e il clima è ovviamente uno di questi”.

Aprile 2024 il più caldo della storia: temperature mai così alte

Quello appena concluso, è stato il mese di aprile più caldo mai registrato a livello globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 15,03°C, cioè 0,67°C al di sopra della media 1991-2020 per il mese di aprile e 0,14°C al di sopra del precedente massimo stabilito nell’aprile 2016. Lo rende noto il Copernicus Climate Change Service. Il mese è stato più caldo di 1,58°C rispetto alla stima della media di aprile per il periodo 1850-1900, cioè in epoca preindustriale.
In Europa, la temperatura media europea in aprile è stata di 1,49°C al di sopra della media 1991-2020, rendendo il mese il secondo aprile più caldo mai registrato nel continente. Le temperature sono state più alte della media nelle regioni dell’Europa orientale. La penisola finno-scandinava e l’Islanda hanno registrato temperature inferiori alla media.
Al di fuori dell’Europa, le temperature sono state maggiormente al di sopra della media nell’America settentrionale e nord-orientale, in Groenlandia, nell’Asia orientale, nel Medio Oriente nordoccidentale, in alcune parti del Sud America e nella maggior parte dell’Africa. El Niño nel Pacifico equatoriale orientale ha continuato a indebolirsi verso condizioni neutre, ma le temperature dell’aria marina in generale sono rimaste a un livello insolitamente alto.
Non solo. La temperatura media globale degli ultimi 12 mesi (maggio 2023 – aprile 2024) è la più alta mai registrata, con 0,73°C al di sopra della media 1991-2020 e 1,61°C al di sopra della media preindustriale 1850-1900.  E il mare non se la passa meglio. La temperatura media globale della superficie del mare (SST) per il mese di aprile 2024 è stata di 21,04°C, il valore più alto mai registrato per il mese, marginalmente inferiore ai 21,07°C registrati a marzo 2024. Questo è il tredicesimo mese consecutivo in cui la SST è stata la più calda nel record dei dati per il rispettivo mese dell’anno.
Secondo Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service (C3S), “El Niño ha raggiunto il suo picco all’inizio dell’anno e le temperature della superficie del mare nel Pacifico tropicale orientale stanno ora tornando verso condizioni neutre. Tuttavia, mentre le variazioni di temperatura associate a cicli naturali come El Niño vanno e vengono, l’energia supplementare intrappolata negli oceani e nell’atmosfera dall’aumento delle concentrazioni di gas serra continuerà a spingere la temperatura globale verso nuovi record”.
Infine, ad aprile, l’estensione del ghiaccio marino artico è stata di circa il 2% inferiore alla media. Come a marzo, le anomalie della concentrazione di ghiaccio marino sono state contrastanti nell’Oceano Artico. Le concentrazioni sono rimaste al di sopra della media nel Mare di Groenlandia, una caratteristica persistente da ottobre.  L’estensione del ghiaccio marino antartico è stata del 9% al di sotto della media, la decima più bassa per il mese di aprile nella storia dei dati satellitari, continuando un modello di frequenti anomalie negative di grandi dimensioni osservate dal 2017.  Come a febbraio e marzo, le concentrazioni di ghiaccio marino sono state maggiormente inferiori alla media nel Mare di Weddell settentrionale e nel settore del Mare di Ross-Amundsen.

Il 70% dei giornalisti ambientali subisce minacce o pressioni

Più del 70% dei giornalisti di 129 Paesi che si occupano di questioni ambientali afferma di essere stato vittima di minacce, pressioni o attacchi. A lanciare l’allarme è l’Unesco che ha condotto un sondaggio pubblicato in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa.
Nel nuovo rapporto ‘Stampa e Pianeta in pericolo’, l’Unesco afferma di aver intervistato 905 giornalisti nel mese di marzo e che più del 70% di loro ha dichiarato di essere stato oggetto di “attacchi, minacce o pressioni” in relazione alle proprie inchieste su questioni ambientali. Di questi, due su cinque hanno dichiarato di aver subito violenze fisiche. Circa l’85% dei giornalisti interessati ha dichiarato di aver subito minacce o pressioni psicologiche, il 60% di essere stato vittima di molestie online, il 41% di essere stato aggredito fisicamente e il 24% di essere stato colpito attraverso azioni legali. Quasi la metà (45%) spiega di autocensurarsi per paura di ritorsioni, di veder rivelate le proprie fonti o perché è consapevole che i propri articoli sono in conflitto con gli interessi delle parti interessate.
I dati mostrano anche che le giornaliste sono più esposte degli uomini alle molestie online. Nell’ambito della pubblicazione di questa indagine, l’Unesco ha anche reso noto che almeno 749 giornalisti e media che si occupano di questioni ambientali sono stati “oggetto di omicidio, violenza fisica, detenzione e arresto, molestie online o attacchi legali” nel periodo 2009-2023. Tra il 2019 e il 2023 si è registrato un aumento del 42% dei casi rispetto al periodo precedente (2014-2018).
L’Unesco sottolinea che almeno 44 giornalisti che si occupano di questioni ambientali sono stati uccisi dal 2009 in 15 Paesi, di cui 30 in Asia-Pacifico e 11 in America Latina o nei Caraibi. Ventiquattro sono sopravvissuti a tentativi di omicidio e solo cinque omicidi hanno portato a condanne, “un tasso di impunità scioccante di quasi il 90%“, afferma l’Unesco.
I giornalisti ambientali, dice l’Unesco, corrono rischi crescenti perché il loro lavoro “spesso si sovrappone ad attività economiche altamente redditizie, come il disboscamento illegale, il bracconaggio o lo scarico illegale di rifiuti“.
L’agenzia delle Nazioni Unite chiede un maggiore sostegno ai giornalisti specializzati in questioni ambientali, perché “senza informazioni scientifiche affidabili sull’attuale crisi ambientale, non potremo mai sperare di superarla“, ha affermato la direttrice generale dell’Unesco Audrey Azoulay, sottolineando anche che “la disinformazione sul clima è onnipresente sui social network“.