Trump torna indietro: pausa 90 giorni per tariffe reciproche. Solo a Cina dazi al 125%

Come ha abituato il mondo, con una giravolta improvvisa il presidente americano Donald Trump ha bloccato tutti i dazi ‘reciproci’ in vigore da sabato scorso “per 90 giorni”. Per tutti i Paesi che “gli hanno chiesto un negoziato“. Tranne per la Cina, contro cui le nuove tariffe saliranno al 125% “con effetto immediato”. In una giornata che aveva sancito l’avvio di una guerra commerciale globale, con l’entrata in vigore dei nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti su prodotti provenienti da decine di Paesi, la massiccia risposta della Cina, e una contromossa più sofisticata dell’Europa. E soprattutto, con i mercati globali in forte sofferenza.

Lo stesso Trump aveva invitato a “mantenere la calma” esortando i cittadini ad approfittare del calo del mercato azionario per “acquistare”. Di fronte al panico dei mercati azionari,  il presidente aveva promesso infatti “accordi su misura, non prêt-à-porter, ma alta moda”, prima di tutto con i partner militari dell’America, in testa Giappone e Corea del Sud. Durante una cena con i capi del Partito Repubblicano, il miliardario conservatore si è congratulato con decine di Stati – inclusa la Cina – perché stanno facendo “di tutto” per trovare un accordo con Washington. Poi la frase choc: “Questi Paesi – ha detto dal palco – mi stanno chiamando per baciarmi il culo. Muoiono dalla voglia di fare un accordo, mi dicono ‘per favore, per favore, faremo qualsiasi cosa”, ha aggiunto. Da questa notte alle 4:01 GMT (le 6:01 ora italiana) infatti sono entrati in vigore i nuovi dazi Usa nei confronti di quasi 60 Paesi. Le tariffe aggiuntive vanno dall’11% al 50%, ad eccezione della Cina, i cui prodotti sono ora tassati al 104%. Le nuove imposte hanno fatto precipitare le borse asiatiche. Trump, nonostante le critiche provenienti anche dai suoi più stretti alleati come Elon Musk, sostiene di aver trovato la ricetta per ridurre il deficit commerciale, risanare le finanze pubbliche e delocalizzare molte attività industriali. Ma non ha considerato la reazione da parte di Pechino che ha annunciato un nuovo aumento dei dazi ‘di ritorsione’ sui prodotti americani all’84%, anziché al 34% inizialmente previsto, a partire da giovedì alle 12:01 ora cinese (06:01). “Continueremo ad adottare misure ferme e rigorose per salvaguardare i nostri legittimi diritti e interessi“, ha avvertito un portavoce del Ministero degli Esteri cinese. E in un’escalation anche diplomatica, non solo commerciale, la Cina ha esortato i suoi cittadini a prestare attenzione ai potenziali rischi di un viaggio turistico negli Stati Uniti. In serata il colpo di scena: “Considerando che oltre 75 Paesi hanno convocato rappresentanti degli Stati Uniti per negoziare una soluzione” “autorizzo una pausa di 90 giorni e una tariffa doganale reciproca sostanzialmente ridotta del 10% durante questo periodo, anch’essa con effetto immediato”. Tranne per la Cina, ovviamente. “Considerata la mancanza di rispetto dimostrata dalla Cina nei confronti dei mercati mondiali, aumento la tariffa doganale applicata alla Cina dagli Stati Uniti d’America al 125%, con effetto immediato” Colpita da metà marzo dai dazi doganali statunitensi del 25% su acciaio e alluminio e, da mercoledì, da una tassa del 20% su tutti i suoi prodotti, anche l’Unione Europea oggi ha approvato le sue prime contromisure contro oltre 20 miliardi di euro di beni “made in USA”. L’elenco, che è stato aggiornato nelle ultime settimane, comprende prodotti agricoli come la soia, il pollame e il riso e prevede inoltre accise fino al 25% su legno, motociclette, prodotti in plastica e apparecchiature elettriche, a partire del 15 aprile. Ulteriori misure europee potrebbero essere rivelate la prossima settimana. Tuttavia, Bruxelles ha affermato di essere pronta a sospendere i dazi doganali “in qualsiasi momento” nel caso in cui si raggiunga un accordo “equo ed equilibrato” con Washington. Il timore di un ciclo infinito di ritorsioni sta già spingendo alcune banche centrali a cercare di salvare la situazione. La Nuova Zelanda ha tagliato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli al 3,5%. La banca centrale indiana ha abbassato i tassi di interesse al 6%.

Oggi è il giorno dei dazi di Trump, l’annuncio alle 22. L’Ue si prepara a “risposta forte”

E’ il giorno dei dazi commerciali del 25%, che saranno formalmente annunciati dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, questa sera alle 22. Le imposte riguarderanno alcuni beni Made in Europe importati nell’altra sponda dell’Atlantico. Per ora, acciaio, alluminio, automobili e componenti per auto, ma Bruxelles si aspetta che anche i semiconduttori, i prodotti farmaceutici e il legname finiscano sotto la scure del tycoon. Che, quasi ad aggiungere la beffa al danno, ha affermato: “Saremo molto gentili“, promettendo una “rinascita” dell’America e definendo, ancora una volta, il 2 aprile come “il giorno della liberazione” per gli Usa.

Intanto, però, nel Vecchio Continente, l’Unione europea non sembra vedere segnali di gentilezza dall’alleato storico e prova, piuttosto, a prepararsi a rispondere ai colpi. “Pensiamo che questo confronto non sia nell’interesse di nessuno“, ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’aula plenaria dell’Eurocamera a Strasburgo. “Staremmo tutti meglio se potessimo trovare una soluzione costruttiva”, ma “allo stesso tempo, devo essere chiara: l’Europa non ha iniziato questo confronto. Non vogliamo necessariamente reagire, ma abbiamo un piano forte per farlo se necessario“, ha scandito. La risposta Ue si affila su tre pilastri: il negoziato con Washington, l’apertura ad accordi commerciali con altri Paesi, il potenziamento del Mercato unico. “Affronteremo questi negoziati da una posizione di forza – dal commercio alla tecnologia alle dimensioni del nostro mercato -, ma questa forza si basa anche sulla nostra prontezza ad adottare contromisure ferme, se necessarie. Tutti gli strumenti sono sul tavolo“, ha precisato la presidente.

E a tal proposito, nel dibattito, ha alzato il tiro il tedesco Manfred Weber, capo del Partito popolare europeo (Ppe) – famiglia politica di cui von der Leyen fa parte – sottolineando che se l’Ue ha “un surplus sui prodotti”, “gli Usa ne hanno uno sui servizi digitali” e “quindi se Trump si concentra sui beni europei, noi dobbiamo concentrarci sui servizi americani” dato che “i giganti digitali pagano poco alla nostra infrastruttura digitale, da cui traggono così tanto vantaggio“.

Bruxelles sa anche, come le ha insegnato la crisi energetica scatenata dalla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, che è preferibile guardarsi attorno e non fermarsi a una sola relazione economica. “Continueremo a diversificare il nostro commercio con altri partner“, ha specificato von der Leyen. “L’Europa ha già accordi commerciali in essere con 76 Paesi. E ora stiamo ampliando questa rete”, ha affermato citando quelli con Mercosur, Messico e Svizzera, la prima Clean Trade and Investment Partnership con il Sudafrica, l’obiettivo di chiudere con l’India entro l’anno e l’impegno in trattative con Indonesia e Thailandia. E, infine, “raddoppieremo gli sforzi sul nostro Mercato unico” perché “ci sono troppi ostacoli che bloccano le nostre imprese” e l’ex premier italiano “Mario Draghi ha ragione quando dice: ‘Le alte barriere interne sono molto più dannose per la crescita di qualsiasi tariffa’”. L’Unione cerca ancora un dialogo con gli Usa per una “soluzione negoziata” e si prepara a rispondere. Così come altri Paesi hanno già annunciato di fare. “Non ha iniziato l’Europa questo confronto”, ha ripetuto due volte von der Leyen. E forse anche un altro elemento inizia a essere più sentito: il pianeta è grande. “La crescita arriva dal Mercato Unico, ma anche dagli accordi commerciali. Dunque finalizziamoli”, ha ricordato Weber. “Quello con il Mercosur sta diventando un simbolo della nostra preparazione ad impegnarci con il resto del mondo”, “sta diventando un accordo anti-Trump”, ha sottolineato.

Dazi, Federvini: “Mercato Usa insostituibile, Ue eviti ritorsioni. Impatto sarebbe devastante”

“Abbiamo chiesto alle istituzioni italiane ed europee di intervenire senza indugio per rimuovere i vini e i whiskey statunitensi dalla lista tariffaria europea. Un ulteriore passo fondamentale per disinnescare pericolose ritorsioni sul nostro settore”. Lo spiega a GEA il direttore generale di Federvini, Marco Montanaro, in merito agli annunciati dazi Usa sulle importazioni di vini, distillati e liquori dai Paesi dell’Ue. Dal prossimo 2 aprile potrebbe infatti entrare in vigore il dazio del 200% su questi prodotti come annunciato dal presidente Donald Trump. Numeri da far tremare i polsi considerando che in gioco ci sono quasi 2 miliardi di euro solo per il vino Made in Italy.

Montanaro conferma il momento di attesa e incertezza delle aziende, in vista della prossima settimana: l’export verso gli Usa è bloccato dopo la raccomandazione della Wine Trade Alliance, l’associazione che riunisce grossisti, produttori e rivenditori americani. “Negli Stati Uniti al momento non si importano più vini, liquori e spiriti. I trader americani hanno segnalato che non possono ordinare prodotti su cui incombe il rischio di un dazio. I prodotti impiegano diverse settimane per arrivare. Per questo le aziende italiane stanno cercando di gestire i flussi commerciali, anche destinando i prodotti su altri mercati”.

Le aziende tengono il fiato sospeso, ma si devono preparare al peggio. Tra le conseguenze c’è ovviamente la perdita di grosse fette di mercato in Usa, a vantaggio di competitor internazionali esenti da dazi così pesanti (Argentina, Nuova Zelanda, Cile, Australia, solo per citarne alcuni). “Se le tensioni Usa-Ue dovessero continuare – conferma il direttore generale di Federvini – bisognerà individuare eventuali mercati di sbocco per tutte le giacenze e per i prodotti che non potrebbero più essere esportati negli Stati Uniti o potrebbero venire esportati a prezzi decisamente superiori”.

Per ora, tuttavia, si spera nella svolta diplomatica. Su questo Montanaro è netto: “Federvini ribadisce il proprio no ai dazi su vini e spiriti e al contempo esprime il proprio sì alla tutela delle relazioni transatlantiche. il mercato americano è il primo mercato di destinazione e non è sostituibile. L’impatto dei dazi e delle eventuali ritorsioni commerciali sarebbe devastante su un comparto che conta 40mila imprese, un fatturato di oltre 20 miliardi di euro, un totale di 10 miliardi di export a livello globale, 460mila dipendenti e milioni di consumatori”. Il caso italiano è peculiare, perchè a differenza di altri Paesi le tre categorie merceologiche di cui si occupa Federvini (vino, distillati e aceti), sono profondamente integrate. Un colpo difficile da assorbire.

Difficile, anche secondo Federvini, stimare la reale portata delle misure statunitensi. “Dobbiamo capire quali filiere saranno interessate per poi chiedere all’Ue, tramite iniziativa diplomatica, di rimuovere dazi su whisky e bourbon e disinnescare così eventuali misure ritorsive da parte degli Stati Uniti. La diplomazia in questo momento è al lavoro in maniera intensa per ridurre gli annunciati dazi o comunque trovare soluzioni condivise che possano evitare di colpire settori come l’agroalimentare” spiega Montanaro. Che in ultima battuta tiene a sottolineare “l’importanza di tenere vini e spiriti fuori da controverse commerciali che non riguardano il settore del vino, dei distillati. Controversie che originano da tensioni che riguardano alluminio, acciaio, veicoli elettrici. Si parla di asimmetria dei dazi perchè colpiscono prodotti che non c’entrano nulla con le rivendicazioni americane. Colpire il vino non ha proprio senso”.

Da Trump ‘guerra commerciale’: Cina, Canada e Messico preparano contromisure a dazi

E’ di fatto una guerra commerciale quella avviata da Donald Trump: Pechino, Ottawa e Messico hanno lanciato misure di ritorsione contro i dazi doganali punitivi imposti da Washington, descritti come una decisione “stupida” dal premier canadese Justin Trudeau. I nuovi dazi del governo degli Stati Uniti stanno facendo aumentare notevolmente i prezzi dei beni che attraversano il confine, dagli avocado alle magliette alle automobili. Le importazioni dal Canada e dal Messico sono ora tassate al 25% mentre salgono al 10% gli idrocarburi canadesi. I prodotti cinesi saranno colpiti da dazi doganali aggiuntivi del 20% rispetto alla tassazione in vigore prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Il Canada ha risposto “immediatamente” applicando tariffe mirate del 25% su alcuni prodotti americani, la cui portata verrà ampliata nel corso del mese, ha spiegato Trudeau ricordando che la misura americana avrebbe danneggiato entrambe le economie e in particolare i portafogli degli americani. “L’obiettivo di Trump è quello di far crollare l’economia canadese” e poi “parlare di annettere” il Paese, ha aggiunto Trudeau. Dal social Truth gli ha risposto Trump:  “Per favore spiegate al governatore Trudeau che se decide dazi di ritorsione contro gli Stati Uniti, le nostre tariffe reciproche aumenteranno immediatamente dello stesso ammontare”.

Risposte arrivano anche da Pechino che ha annunciato tariffe del 10 e del 15 percento su una serie di prodotti agricoli provenienti dagli Stati Uniti, che vanno dal pollo alla soia. Questa risposta, tuttavia, resta di poco inferiore all’offensiva americana, che riguarda tutti i prodotti cinesi che entrano negli Stati Uniti. Pechino ha comunque presentato un nuovo reclamo all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) contro gli Stati Uniti. “Le misure fiscali unilaterali degli Stati Uniti violano gravemente le norme del Wto e minano le fondamenta della cooperazione economica e commerciale tra Cina e Stati Uniti”, ha affermato il Ministero del Commercio cinese in una nota, aggiungendo di essere “fortemente insoddisfatto e fermamente contrario” ai dazi. “La Cina, in conformità con le norme del Wto, proteggerà fermamente i suoi legittimi diritti e interessi e sosterrà l’ordine economico e commerciale internazionale”, ha aggiunto la dichiarazione del Ministero del Commercio.

Dal Messico la presidente Claudia Sheinbaum ha promesso ritorsioni “doganali e non doganali” per la decisione di Donald Trump. La leader ha intenzione di chiarirne il contenuto domenica e di parlare prima con il presidente americano, “probabilmente giovedì”.

Donald Trump – che può giustificare l’imposizione di nuovi dazi doganali solo per decreto con un’emergenza legata alla sicurezza nazionale – accusa i tre Paesi di non combattere a sufficienza il traffico di fentanyl, una droga dagli effetti devastanti negli Stati Uniti. Ma “se le aziende si stabiliscono negli Stati Uniti, non avranno dazi doganali!!!”, ha affermato ancora Trump.

Dal canto suo l’Unione europea “deplora profondamente” la decisione degli Stati Uniti con dazi che “rischiano di perturbare il commercio mondiale” e “minacciano la stabilità economica su entrambe le sponde dell’Atlantico”. “L’Ue si oppone fermamente alle misure protezionistiche che minano il commercio aperto ed equo. Chiediamo agli Stati Uniti di riconsiderare il loro approccio e di lavorare per una soluzione cooperativa e basata su regole che vadano a vantaggio di tutte le parti”, ha dichiarato Olof Gill, portavoce della Commissione europea per il commercio. Questi fazi “rischiano di perturbare il commercio mondiale, danneggiare i principali partner economici e creare inutili incertezze in un momento in cui la cooperazione internazionale è più cruciale che mai”, ha risposto Olof Gill. “Il Messico e il Canada non sono solo alleati stretti dell’Ue, ma anche partner economici vitali”, ha sottolineato. “Questi Dazi minacciano le catene di approvvigionamento profondamente integrate e i flussi di investimenti”, ha aggiunto il portavoce.

Per il momento, l’inquilino della Casa Bianca non ha intenzione di fermarsi qui, nonostante i crescenti timori negli Stati Uniti circa l’impatto sulle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie. Sono in programma altre tasse sulle importazioni statunitensi, in particolare su acciaio e alluminio. “Poi arrivano le automobili, i farmaci, i semiconduttori, i prodotti forestali e agricoli e, più in generale, tutti i paesi esportati dall’Unione Europea… Come ha indicato il presidente durante la campagna, potrebbero esserci variazioni di prezzo nel breve termine, ma nel lungo termine saranno completamente diversi”, ha dichiarato il Segretario al Commercio americano, Howard Lutnick, sul canale CNBC. “Avremo la migliore America possibile, un bilancio in pareggio, i tassi di interesse crolleranno”, ha assicurato.

Commercio, l’andamento di import ed export Ue nel 2024

Le prime stime del saldo commerciale dell’area dell’euro hanno mostrato un surplus di 15,5 miliardi di euro negli scambi di beni con il resto del mondo a dicembre 2024, rispetto ai +16,4 miliardi di euro di dicembre 2023. Le esportazioni di beni dell’area dell’euro verso il resto del mondo a dicembre 2024 sono state di 226,5 miliardi di euro, con un aumento del 3,1% rispetto a dicembre 2023 (219,7 miliardi di euro). Le importazioni dal resto del mondo sono state di 211 miliardi di euro, con un aumento del 3,8% rispetto a dicembre 2023 (203,3 miliardi di euro). Sono i dati di Eurostat, l’Ufficio statistico europeo. Nell’infografica INTERATTIVA di GEA sono prese in considerazione le variazioni percentuali mese per mese di import ed export, del 2024 sul 2023.

Usa, i dazi di Trump potrebbero portare ad un crollo del Pil fino a -3,6%

Decine di istituti e centri studi internazionali stanno mettendo in guardia il presidente eletto Donald Trump dopo l’annuncio su imminenti dazi alle importazioni di beni negli Stati Uniti. Le stime, comprese quelle di Moody’s, Ubs e Fmi, mostrano che avranno “un effetto dannoso sull’economia americana” poichè “riducono il commercio, distorcono la produzione e abbassano lo standard di vita” degli americani. Lo segnala una recente analisi di Tax Foundation, think tank con sede a Washington, che ricorda che “le tariffe aumentano il prezzo dei beni prodotti all’estero, incentivando i consumatori a passare a beni prodotti a livello nazionale e offrendo ai produttori locali la possibilità di aumentare i prezzi”. I benefici sarebbero dunque rilevabili per le aziende statunitensi mentre a farne le spese sarebbe il consumatore finale. I dazi, inoltre, nonostante le rassicurazioni del prossimo consulente senior al Commercio di Trump, Peter Navarro, potrebbero avere “un impatto inflazionistico” e “causare una recessione economica nel breve periodo”, a seconda che la Federal Reserve adotti misure di allentamento della politica monetaria.

Le stime di decine di istituti internazionali, messe in fila da Tax Foundation, prevedono perdite del Pil fino al 3,61% entro il 2028 (Moody’s), considerando anche l’eventualità di rappresaglie dai Paesi colpiti di dazi. Per il Fondo Monetario Internazionale, la perdita sarebbe più lieve, tra -0,4% e -0,6% mentre per il Peterson Institute for International Economics il range decennale, dal 2025, stabilisce un minimo di -0,21% a-0,43%. Fitch calcola un range cha arriva fino a -1,1% nel caso di rappresaglie commerciali mentre la Royal Bank of Canada stima una perdita di Pil Usa dell’1,5% a due anni dall’entrata in vigore. Tax Foundation si pone nel mezzo di tali stime, da un minimo di -1,3% ad un massimo di -1,7%.

Secondo Erica York, analista di Tax Foundation, “nel lungo periodo le tariffe colpiscono l’economia riducendo lavoro e investimenti”, “perché aumentano i prezzi relativi dei beni importati e di quelli nazionali”, intaccando il reddito disponibile delle famiglie e dunque il livello dei consumi. Un effetto a cascata che causerebbe una frenata dei consumi e dunque la riduzione degli investimenti delle aziende con successiva perdita di produzione. “Creando un mercato interno protetto, si attenuano le pressioni competitive che costringono le aziende a rimanere innovative – sottolinea York -. Invece di dover cercare costantemente modi per migliorare i processi e soddisfare le richieste dei consumatori, le aziende potrebbero dunque smettere di investire per godersi i maggiori profitti e spingere per un protezionismo anche più aggressivo”.

Von der leyen

Accordo Mercosur in vista: Von der Leyen a Montevideo. No della Francia, i dubbi dell’Italia

L’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e i membri fondatori del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – potrebbe concludersi venerdì. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, con il commissario al Commercio e alla sicurezza economica, Maros Sefcovic, è oggi atterrata a Montevideo, in Uruguay, annunciando che “il traguardo è in vista”. Nella capitale sudamericana, von der Leyen incontrerà il presidente, Luis Lacalle Pou, e venerdì parteciperà al meeting dei leader del Mercosur. “Abbiamo la possibilità di creare un mercato di 700 milioni di persone. Entrambe le regioni ne trarranno beneficio”, ha sottolineato. “Stiamo entrando nel rettilineo finale”, ha aggiunto Sefcovic.

I negoziati Ue-Mercosur sono iniziati nel 2000 e hanno avuto diverse fasi. Il 28 giugno 2019 le due parti hanno raggiunto un’intesa politica per un accordo commerciale, ma il processo è stato poi riaperto per affrontare gli impegni di sostenibilità; a gennaio 2023, le parti hanno concordato una tabella di marcia per la prima metà dell’anno per negoziare uno strumento aggiuntivo rispetto agli impegni assunti nell’ambito del capitolo commercio e sviluppo sostenibile del pilastro commerciale.

Ma “nonostante i progressi compiuti, non sono riuscite a firmare un accordo finale al vertice del Mercosur di dicembre 2023 a causa della forte resistenza espressa dall’ex presidente argentino Alberto Fernández e dal presidente francese Emmanuel Macron”, come ha scritto il relatore permanente per il Mercosur, l’eurodeputato popolare spagnolo, Gabriel Mato. E i colloqui dunque sono proseguiti con una nuova scadenza fissata per la fine del 2024.

Proprio Macron, nonostante la crisi interna politica, oggi ha voluto ribadire a von der Leyen che l’accordo “è inaccettabile così com’è”. A favore sono invece Germania e Spagna. Per l’Italia, il vicepremier Antonio Tajani ha affermato: “Noi siamo favorevoli all’accordo con il Mercosur, però bisogna correggere alcuni punti che riguardano i temi agricoli”. E, oggi, il vicepremier Matteo Salvini, da Bruxelles, ha evidenziato di essere “particolarmente attento alle richieste degli agricoltori” che “dicono no a questo accordo che rischia di mettere in ginocchio interi comparti del settore agricolo”. Dunque, “dato che è fermo da anni, non per caso, sarebbe giusto che lo rimanesse ancora”. Invece, secondo l’eurodeputato socialista tedesco Bernd Lange, presidente della commissione per il commercio internazionale, “le conseguenze complessive di un mancato accordo probabilmente supererebbero di gran lunga le carenze di un accordo imperfetto” e per il relatore Mato “l’eliminazione del 91% delle tariffe aprirebbe opportunità senza precedenti per le aziende europee, con vantaggi per settori chiave come l’automotive, la farmaceutica e l’agricoltura”.

L’accordo eliminerebbe gradualmente i dazi sul 91% delle esportazioni di beni dell’Ue verso il Mercosur, compresi prodotti industriali e alimentari, e sul 92% delle esportazioni del Mercosur verso l’Ue. “Le importazioni agricole sensibili sarebbero controllate”, “l’accordo sottolineerebbe elevati standard sanitari e fitosanitari” e “proteggerebbe circa 350 delle indicazioni geografiche (IG) dell’Ue sul mercato del Mercosur”, ha ricordato l’Eurocamera. Se concluso, l’accordo sarà prima sottoposto a revisione legale e poi tradotto in tutte le lingue ufficiali dell’Ue. A seguire, la Commissione lo presenterà al Parlamento e ai governi degli Stati membri dell’Ue per incassare la loro approvazione

Trump lancia offensiva commerciale contro Cina, Canada e Messico: “Aumento dei dazi anche del 200%”

A poche settimane dalla sua rielezione e a un mese e mezzo dal suo insediamento alla Casa Bianca, Trump lancia l’offensiva commerciale contro la Cina, il Canada e il Messico, con l’obiettivo di aumentare i dazi. “Il 20 gennaio, in uno dei miei primi ordini esecutivi, firmerò tutti i documenti necessari per imporre tariffe del 25% su tutti i prodotti che entrano negli Stati Uniti da Messico e Canada”, scrive il presidente eletto in un post sul social network Truth. “Questa tassa rimarrà in vigore fino a quando le droghe, in particolare il fentanyl, e tutti gli immigrati clandestini non fermeranno questa invasione del nostro Paese”, aggiunge.

In un altro post, annuncia un aumento del 10% delle tasse doganali, oltre a quelle già in vigore e a quelle aggiuntive che potrebbe decidere, su “tutti i numerosi prodotti che arrivano negli Stati Uniti dalla Cina”. Trump sottolinea di aver spesso sollevato il problema dell’afflusso di droga, in particolare del fentanyl – uno dei principali responsabili della crisi degli oppiacei negli Stati Uniti – con i leader cinesi, che avevano promesso di punire severamente i “trafficanti”, “fino alla pena di morte”. “Ma non hanno mai dato seguito alla promessa”, accusa il presidente eletto.

Le ragioni di sicurezza nazionale possono essere invocate per derogare alle regole stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), ma i Paesi sono generalmente cauti nell’utilizzare questa eccezione come strumento regolare di politica commerciale.

L’aumento dei dazi doganali, che durante la campagna elettorale ha spesso descritto come la sua “espressione preferita”, è una delle chiavi della futura politica economica di Trump, che non teme di rilanciare le guerre commerciali, in particolare con la Cina, iniziate durante il suo primo mandato. All’epoca, aveva giustificato questa politica con il deficit commerciale tra i due Paesi e con quelle che considerava pratiche commerciali sleali, accusando Pechino di “rubare” la proprietà intellettuale. E la Cina si è vendicata con tariffe che hanno avuto conseguenze dannose soprattutto per gli agricoltori americani. L’amministrazione di Joe Biden ha mantenuto alcuni dazi sui prodotti cinesi e ne ha imposti di nuovi su altre.

E poco dopo le dichiarazioni di Trump, è arrivata la replica di Pechino. “Nessuno vincerà una guerra commerciale”, sottolinea il portavoce della diplomazia cinese Liu Pengyu. “La Cina ritiene che il commercio e la cooperazione economica tra Cina e Stati Uniti siano per natura reciprocamente vantaggiosi”.

Non è mancata nemmeno la reazione del Canada. Il governo di Justin Trudeau assicura che le relazioni tra i due Paesi sono “equilibrate e reciprocamente vantaggiose, soprattutto per i lavoratori americani”, anche se non manca un velato avvertimento: il Canada, ricorda a Trump l’esecutivo, è “essenziale per l’approvvigionamento energetico” degli Stati Uniti. Qui, dove il 75% delle esportazioni è destinato proprio agli Usa, le parole di Trump agitano gli animi. Il premier del Québec, François Legault, definisce l’annuncio “un rischio enorme” per l’economia canadese. Il suo omologo della Columbia Britannica, David Eby, ritiene che “Ottawa debba rispondere con fermezza”. Il Messico, invece, “non ha motivo di preoccuparsi”, assicura (e rassicura) la presidente Claudia Sheinbaum. I tre Paesi sono legati da trent’anni da un accordo di libero scambio, rinegoziato su pressione di Donald Trump durante il suo primo mandato.

Wendy Cutler, vicepresidente dell’Asia Society Policy Institute, un think tank americano, ritiene che la capacità dei due vicini degli Usa “di ignorare le minacce del presidente eletto sia limitata”, tanto sono dipendenti da lui. Ma l’analista William Reinsch sottolinea che il loro accordo sarà comunque rinegoziato nel 2026: “questa è una classica mossa di Trump, minacciare e poi negoziare”.

La nomina a Segretario al Commercio di Howard Lutnick, amministratore delegato della banca d’affari Cantor Fitzgerald e critico nei confronti della Cina, avvenuta la scorsa settimana, conferma la volontà del presidente eletto di cercare di piegare i partner commerciali per ottenere accordi migliori e delocalizzare la produzione negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la Cina, Trump ha promesso tariffe fino al 60% su alcuni prodotti e addirittura del 200% sulle importazioni di veicoli assemblati in Messico. Punta anche a reintrodurre dazi doganali del 10-20% su tutti i prodotti che entrano negli Stati Uniti e l’Unione Europea si è già detta “pronta a reagire” in caso di nuove tensioni commerciali.

Access2Markets e Single Entry Point: 2/10 a Bruxelles seminario Ice per le imprese italiane

Si svolgerà mercoledì 2 ottobre il secondo appuntamento di ‘ICE Ascolta l’Europa’, il ciclo di seminari introdotto a dicembre 2022 su temi comunitari di particolare rilevanza come le opportunità di finanziamento nelle aree del Mediterraneo e in America Latina, la nuova politica Ue nei Paesi terzi e le opportunità per le aziende italiane fornite dal programma Global Gateway, la strategia comunitaria per il tessile sostenibile e circolare.

L’evento del 2 ottobre, intitolato ‘Access2Markets e Single Entry Point: quali opportunità per le imprese italiane?’ è organizzato da ICE-Agenzia in collaborazione con la Direzione Generale del Commercio della Commissione europea e si terrà in modalità ibrida presso la sede dell’ICE Bruxelles (Place de la Liberté 12) dalle 9.30 alle 12.00 (10.00-11.30 per i partecipanti online). Introdurrà e modererà i lavori Tindaro Paganini, direttore dell’Ufficio ICE di Bruxelles. Successivamente interverranno Simona Pinto e Petya Popova, funzionarie presso la Direzione Generale del Commercio della Commissione europea.

I relatori dell’Ue presenteranno la piattaforma web Access2Markets, che risponde all’esigenza degli operatori di comprendere i termini degli accordi commerciali, e Il Punto di Ingresso Unico (Single Entry Point – SEP). Queste iniziative sono volte ad agevolare sia imprese con esperienza di scambi a livello internazionale sia aziende in cerca di opportunità nei mercati esteri. Access2Markets è un servizio online interattivo e gratuito per ottenere informazioni su molteplici aree chiave del commercio internazionale come norme di origine, accordi commerciali con Paesi terzi, indicazioni sui dazi antidumping, procedure doganali e di importazione, formalità, requisiti, principali barriere commerciali, condizioni per investire o partecipare a gare d’appalto pubbliche.

Il Punto di Ingresso Unico (Single Entry Point – SEP) della Dg Trade della Commissione europea è invece lo snodo per tutte le imprese dell’Ue che si trovano ad affrontare problemi di accesso al mercato in Paesi terzi o che riscontrano il mancato rispetto degli impegni in materia di sostenibilità (CSS/SPG). In questi casi le parti interessate possono presentare moduli di reclamo al SEP tramite Access2Markets. Il SEP garantisce un processo interno semplificato per affrontare le questioni sollevate, compreso il coordinamento delle azioni con altri servizi della Commissione e Delegazioni dell’Ue.

agricoltura

INFOGRAFICA INTERATTIVA Il commercio Ue di prodotti agricoli

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, la quota percentuale degli scambi di prodotti agricoli dell’Ue. Secondo Eurostat, nel 2023 il valore degli scambi ha raggiunto i 410,9 miliardi di euro, 13,5 miliardi di euro in meno rispetto al 2022, in calo del 3,2%. L’Ue ha esportato prodotti agricoli per un valore di 228,6 miliardi di euro e ne ha importati 182,3 miliardi di euro, generando un surplus di 46,3 miliardi. Il Regno Unito è stato il principale partner con una quota del 22% nelle esportazioni Ue (equivalenti a 48,6 miliardi di euro), seguito dagli Stati Uniti (12%, 27,5 miliardi di euro), Cina (6%, 13,5 miliardi di euro), Svizzera (5%, 12,1 miliardi di euro), Giappone (3%, 7,2 miliardi di euro) e Russia (3%, 6,6 miliardi di euro). Le importazioni dell’UE provenivano principalmente da Brasile (9%, 16,9 miliardi di euro), Regno Unito (8%, 15,8 miliardi di euro), Cina (7%, 13,3 miliardi di euro), Stati Uniti (7%, 13,1 miliardi di euro), Ucraina (5%, 9,5 miliardi di euro) e Norvegia (5%, 9,2 miliardi di euro).