Dazi, è stallo nell’accordo Ue-Usa. Trump: “Potrei anticipare scadenza del 9 luglio”

Con la scadenza del 9 luglio sui dazi, “possiamo fare quello che vogliamo”. Parola di Donald Trump. Che nel bel mezzo dei negoziati, in conferenza stampa lascia spazio a tutte le strade: “Possiamo estenderla, possiamo accorciarla…”. E confessa: “A me piacerebbe accorciarla, mi piacerebbe mandare lettere a tutti dicendo ‘Congratulazioni, pagate il 25%'”. La prossima settimana, o forse prima, fa sapere, invierà una lettera a molti dei Paesi con cui ha parlato, per dire “semplicemente quello che devono pagare per fare affari con gli Usa”, taglia corto.

Intanto, il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, e il rappresentante statunitense, Jamieson Greer, hanno avuto un nuovo colloquio per provare trovare la quadra. “Continuiamo a lavorare intensamente per una soluzione negoziata tra l’Ue e gli Usa. Apprezziamo l’impegno costruttivo di oggi con l’ambasciatore Greer“, riferisce Sefcovic su X nel pomeriggio di venerdì.

I contatti tra le due sponde dell’Atlantico sono sempre stati frequenti – “quasi quotidiani” li aveva definiti Sefcovic qualche settimana fa -, ma con l’avvicinarsi della scadenza dei 90 giorni di pausa, il 9 luglio, il lavoro deve arrivare a una conclusione. Anche in virtù dell’intesa, a margine del G7 in Canada, tra i presidenti della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e statunitense, Donald Trump, di accelerare il lavoro per arrivare a un accordo entro la scadenza del 9 luglio. E nella notte tra giovedì e venerdì, nella conferenza stampa al termine del Consiglio europeo, è stata la stessa von der Leyen a dare la notizia del nuovo documento inviato da Washington a Bruxelles. “Oggi abbiamo ricevuto l’ultimo documento statunitense per ulteriori negoziati. Lo stiamo valutando proprio ora. Quindi il nostro messaggio è chiaro: siamo pronti per un accordo. Allo stesso tempo, ci stiamo preparando all’eventualità che non si raggiunga un accordo soddisfacente, per questo abbiamo lanciato una consultazione su una lista di riequilibrio e difenderemo gli interessi europei secondo necessità. In breve, tutte le opzioni restano sul tavolo“, ha scandito von der Leyen.

Un messaggio che non fa cantare vittoria. E a quanto si apprende a Bruxelles il testo Usa contiene una soglia minima del 10% di dazi sui prodotti europei e chiede agli europei maggiori acquisti di Gnl e di materie critiche, tra cui il combustibile per il nucleare. Intanto, i leader Ue – a partire dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e il presidente di turno dell’Ue, il premier polacco, Donald Tusk – esprimono “piena fiducia” nel lavoro di negoziati, nella Commissione e in von der Leyen.

La presidente ha riscosso fiducia anche dal cancelliere tedesco Friedrich Merz così come dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier spagnolo Pedro Sanchez, per citarne alcuni.

Ci sono comunque delle differenze di vedute sul risultato finale. Il presidente Costa, ad esempio, ritiene che sia preferibile accettare un accordo il prima possibile, anche se asimmetrico, piuttosto che rimanere nell’incertezza. “Un accordo è sempre meglio di un conflitto, zero dazi è sempre meglio di un dazio, e l’incertezza è la cosa peggiore per la nostra economia”, ha affermato. Anche la Germania si allinea su questa posizione. “Ho incoraggiato e sollecitato la presidente della Commissione a raggiungere un rapido accordo con gli americani, dato che rimangono meno di due settimane di tempo utile per farlo”, ha affermato il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, al termine del Consiglio europeo. “Ma se non ci sarà un’intesa, l’Unione europea è pronta e in grado di adottare anche le proprie contromisure. Abbiamo sostenuto la presidente della Commissione anche in questa direzione, affinché agisca di conseguenza“, ha precisato. Secondo Macron, invece, “il risultato migliore sarebbe quello di dazi zero”. E “se, alla fine, la scelta degli americani fosse quella di mantenere il 10% di dazi sulla nostra economia, ci sarà inevitabilmente una compensazione sui beni e sui prodotti venduti dagli americani sul mercato europeo”. Macron ha ribadito il suo sostegno a Bruxelles nell’opera di trattativa con gli Usa. “Sosteniamo gli sforzi della Commissione per una soluzione equilibrata e negoziata. Non vogliamo che questa situazione si protragga all’infinito e abbiamo interesse ad agire rapidamente”, ha osservato. Inoltre, “sono favorevole a un accordo pragmatico, che metta in luce gli elementi positivi di entrambe le parti e che sia equilibrato”, ha aggiunto.

E mentre gli Stati Uniti trovano l’accordo commerciale con la Cina e aprono alla possibilità di una proroga dei 90 giorni di pausa – decisione che spetta al presidente Usa Donald Trump -, Bruxelles lavora anche sul piano commerciale multilaterale. Nel pomeriggio Sefcovic ha avuto “un’ottima conversazione telefonica con la direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), Ngozi Okonjo-Iweala”, riporta la Commissione europea. Una telefonata in cui è stata ribadita a “l’ambizione comune di preservare un sistema commerciale basato su regole e di collaborare per trovare soluzioni volte a rivitalizzarlo e rafforzarlo”, cosa che “include l’urgente necessità di una riforma significativa del Wto per affrontare le realtà e le sfide commerciali odierne, come le politiche non di mercato”. Per Bruxelles, i risultati saranno “migliori” se il lavoro sarà collettivo. “Pertanto, l’Ue si è impegnata con altri partner che condividono gli stessi ideali per valutare il modo migliore per rinvigorire i Wto e il sistema commerciale basato su regole in quanto tale”, si legge in una nota della Commissione Ue.

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Terre rare: l’asso nella manica di Pechino contro Trump. A Londra accordo Usa-Cina su linee generali

I negoziatori americani e cinesi hanno annunciato nella notte tra martedì e mercoledì di aver raggiunto un accordo su un “quadro generale” per appianare le loro divergenze commerciali, lasciando ai rispettivi presidenti il compito di convalidarlo. Si tratta dell’epilogo di due giorni di incontri a Londra. La Cina ha messo sul tavolo la sua carta vincente, cioè il controllo della maggior parte dei giacimenti di terre rare, minerali strategici indispensabili per l’economia moderna e la difesa. Utilizzati nei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche e persino nei missili, sono diventati una questione cruciale.

“Il Medio Oriente ha il petrolio. La Cina ha le terre rare”, dichiarava nel 1992 Deng Xiaoping, ex leader cinese. Da allora, i massicci investimenti di Pechino nelle sue imprese minerarie, insieme a una normativa ambientale meno rigorosa rispetto ad altri paesi, hanno reso il gigante asiatico il primo fornitore mondiale. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, la Cina rappresenta oggi il 92% della produzione mondiale raffinata. Ma i flussi cinesi verso le imprese straniere hanno subito un rallentamento dall’inizio di aprile, quando Pechino ha iniziato a imporre ai produttori nazionali l’obbligo di ottenere una licenza per poter esportare sette tipi di terre rare. La decisione è stata ampiamente percepita come una misura di ritorsione contro i dazi statunitensi sui beni cinesi.

Garantire l’accesso a questi elementi strategici è diventata la priorità per i responsabili americani durante i colloqui con i loro omologhi cinesi questa settimana a Londra. “La questione delle terre rare ha chiaramente (…) oscurato gli altri aspetti dei negoziati commerciali a causa dei fermi di produzione negli Stati Uniti”, sottolinea Paul Triolo, ricercatore specializzato in tecnologia e Cina presso il think tank americano Asia Society Policy Institute.

Questi disagi hanno costretto, tra l’altro, la casa automobilistica americana Ford a sospendere la produzione di un SUV. I negoziatori cinesi e americani hanno infine annunciato nella notte tra martedì e mercoledì di aver raggiunto un accordo su un “quadro generale” per appianare le loro divergenze commerciali. Il segretario americano al Commercio, Howard Lutnick, si è detto convinto che le preoccupazioni sull’accesso alle terre rare saranno “risolte”.

Il rallentamento nel rilascio delle licenze di esportazione fa temere che altri costruttori automobilistici americani siano costretti a sospendere la produzione. Il ministero cinese del Commercio ha tuttavia dichiarato questo fine settimana che, in quanto “grande paese responsabile”, la Cina ha approvato una serie di richieste di esportazione. Resta il fatto che la situazione evidenzia la dipendenza di Washington dalle terre rare cinesi per la produzione di armamenti, in un contesto di tensioni commerciali e geopolitiche durature. L’aereo militare F-35 del costruttore americano Lockheed Martin, ad esempio, richiede più di 400 kg di terre rare, secondo una recente analisi del think tank americano Center for Strategic and International Studies (CSIS).

La Cina ha già utilizzato il suo dominio sulle catene di approvvigionamento delle terre rare per esercitare pressioni su altri paesi. Dopo una collisione nel 2010 tra un peschereccio cinese e navi della guardia costiera giapponese in acque contese, Pechino aveva temporaneamente sospeso le forniture al suo vicino. Questo episodio aveva spinto il Giappone a investire in fonti alternative e a migliorare le proprie scorte di questi elementi vitali. Ma in 15 anni il Giappone ha compiuto solo “progressi marginali”, il che “illustra bene la difficoltà di ridurre realmente la dipendenza dalla Cina”, afferma Paul Triolo.

Da parte sua, il Dipartimento della Difesa americano mira a sviluppare catene di approvvigionamento nazionali per garantire agli Stati Uniti, entro il 2027, un accesso sicuro alle terre rare necessarie per alcuni armamenti. Ma i giacimenti con un contenuto di terre rare sufficiente per essere economicamente redditizi “sono più rari rispetto alla maggior parte degli altri minerali, il che rende l’estrazione più costosa”, spiegano Rico Luman ed Ewa Manthey della banca Ing. “È proprio questa estrazione e questo trattamento complesso e costoso che conferiscono alle terre rare la loro importanza strategica”, sottolineano. “Ciò conferisce alla Cina una posizione di forza nei negoziati”.

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L’industria automobilistica in sospeso per le restrizioni cinesi sulle terre rare

Tensioni sulle scorte, carenze, interruzioni della produzione: l’industria automobilistica mondiale è in sospeso a causa delle restrizioni imposte dalla Cina sulle esportazioni di terre rare, di cui detiene il quasi monopolio, arma cruciale nella sua battaglia commerciale con Washington.

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, la Cina domina oltre il 60% dell’estrazione mineraria dei metalli denominati “terre rare” e il 92% della loro produzione raffinata a livello mondiale, grazie a sovvenzioni pubbliche e normative ambientali accomodanti. In piena guerra commerciale con Washington, dall’inizio di aprile Pechino impone alle aziende cinesi l’obbligo di richiedere una licenza prima di esportare in qualsiasi paese questi materiali, tra cui i “magneti di terre rare” indispensabili al settore automobilistico. Si attendeva un allentamento dopo i colloqui ad alto livello tra Cina e Stati Uniti tenutisi in Svizzera a maggio, ma secondo gli industriali, le autorizzazioni all’esportazione non sono riprese in misura sufficiente, il che ha portato Washington a denunciare il mancato rispetto dell’accordo di Ginevra.

“Dall’inizio di aprile sono state presentate alle autorità cinesi centinaia di domande di licenze di esportazione, ma solo un quarto circa sembra essere stato approvato”, ha denunciato l’Associazione europea dei fornitori di componenti automobilistici (Clepa). “Le procedure sono opache e incoerenti da una provincia all’altra, con alcune licenze rifiutate per motivi procedurali mentre altre richiedono la divulgazione di informazioni sensibili di proprietà intellettuale”, si spiega.

Alcune terre rare (neodimio, disprosio…) consentono di produrre potenti magneti, di cui la Cina assicura il 90% della produzione mondiale. Questi magneti hanno “un ruolo essenziale nei motori elettrici, nei sensori di servosterzo, nei sistemi di frenata rigenerativa, tra le altre funzionalità avanzate dei veicoli”, spiegano gli esperti della società Bmi. La situazione mette in luce la forte dipendenza del resto del mondo: secondo Bmi, l’Europa importa dalla Cina il 98% dei suoi magneti a terre rare. Inoltre, osserva, se l’Ue cerca di aumentare la produzione di terre rare, “queste attività in Europa faticano a competere con i produttori cinesi in termini di costi” e sono ben lontane dal poter soddisfare la domanda del settore automobilistico. Gli sforzi compiuti in Europa per diversificare le forniture (…) non offrono alcuna soluzione a breve termine“, insiste la Clepa.

Una soluzione sarebbe quella di produrre i motori per automobili in Cina prima di esportarli, ”ma i produttori di componenti dovrebbero riallineare le loro catene di approvvigionamento e ciò potrebbe richiedere nuove omologazioni”, avvertono gli esperti di Jefferies. L’industria sta già soffrendo. “Con una catena di approvvigionamento globale profondamente interconnessa, queste restrizioni stanno già paralizzando la produzione dei fornitori europei”, insiste Benjamin Krieger, segretario generale della Clepa. La federazione riferisce di “gravi perturbazioni” in Europa, dove queste restrizioni “hanno portato alla chiusura di diverse linee di produzione e stabilimenti”. “Si prevedono ulteriori ripercussioni nelle prossime settimane con l’esaurimento delle scorte”, avverte.

“La lentezza delle formalità doganali (in Cina) costituisce un problema. Se la situazione non evolve rapidamente, non si possono escludere ritardi o addirittura perdite di produzione“, conferma all’AFP Hildegard Müller, presidente della federazione automobilistica tedesca Vda. Il costruttore Mercedes-Benz, senza fare riferimento a ”restrizioni dirette“, assicura di essere in ”stretto contatto“ con i suoi fornitori in una situazione di ”grande volatilità”. In Giappone, Suzuki ha annunciato giovedì “di aver interrotto la produzione di alcuni modelli a causa di una carenza di componenti”, di terre rare secondo il quotidiano Nikkei.

Negli Stati Uniti, Ford ha dovuto chiudere per una settimana lo stabilimento di Chicago che produce il Suv ‘Explorer’ a causa delle carenze, riferisce Bloomberg. Interrogata dall’AFP, Ford ha rifiutato di “commentare i problemi di approvvigionamento”. In India, il produttore di scooter Bajaj Auto ha avvertito che le restrizioni cinesi potrebbero influire sulla sua produzione nel mese di luglio. “La lentezza nell’elaborazione delle richieste (di esportazione) sembra causare gravi carenze”, afferma Cornelius Bähr, dell’Istituto economico IW, invitando a “prendere sul serio” il rischio di esaurimento delle scorte entro la fine di giugno nelle aziende tedesche.

Anche l’elettronica, grande consumatrice di terre rare, potrebbe risentirne: “La preoccupazione cresce a vista d’occhio, molte aziende dispongono solo di risorse per poche settimane o mesi”, spiega Wolfgang Weber, presidente della federazione tedesca del settore (Zvei). Tuttavia, la telefonata avvenuta giovedì tra Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping sembra aver aperto la strada a un allentamento. “Non dovrebbero più esserci questioni relative alla complessità (per l’esportazione) dei prodotti contenenti terre rare”, ha dichiarato Trump. Sebbene una rapida risoluzione del conflitto commerciale rimanga incerta, i resoconti del colloquio indicano che “è stato raggiunto un accordo per superare gli ostacoli immediati, in particolare sui minerali critici”, osserva Wendy Cutler dell’Asia Society Policy Institute.

Scattano dazi Usa 50% su acciaio e alluminio. Sefcovic: “Accordo con Usa ancora possibile”

Partiti: sono ufficialmente entrati in vigore i dazi Usa su acciaio e alluminio made in Ue raddoppiati con decreto dal presidente Donald Trump al 50%. Washington ha giustificato il rialzo – che non si applica al Regno Unito dove le tariffe restano al 25% – con la volontà di “garantire che (le importazioni) non mettano a repentaglio la sicurezza nazionale” e il Tycoon ha sottolineato che la misura proteggerà “le nostre industrie dell’acciaio e dell’alluminio (che) saranno più forti che mai”, aveva assicurato durante un discorso in Pennsylvania.

La nuova ondata di tensioni tariffarie arriva in concomitanza dell’incontro, a Parigi, tra il rappresentante della Casa Bianca per il Commercio (Ustr), Jamieson Greer, e il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, a margine di una riunione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). “Gli ho detto che ci rammarichiamo fortemente di questa ultima decisione degli Stati Uniti e gli ho spiegato che chiaramente non aiuta le negoziazioni in corso, specialmente considerando che stiamo facendo progressi“, ha dichiarato Sefcovic in un punto stampa dopo il suo faccia a faccia con Greer. Per Bruxelles, il 50% “è stato davvero una sorpresa“, ha ammesso. Perché “fin dall’inizio delle mie conversazioni con i nostri omologhi era chiaro che noi non rappresentiamo un problema reale per gli Stati Uniti nel settore dell’acciaio, dell’alluminio e dei derivati: esportiamo poco più di 4 milioni di tonnellate, si tratta di acciaio altamente specializzato, necessario per l’industria americana per produzioni specifiche”, ha puntualizzato Sefcovic.

L’acciaio e l’alluminio sono stati il primo settore interessato dai dazi doganali voluti da Donald Trump, con l’entrata in vigore di una sovrattassa del 25% il 12 marzo, con l’obiettivo dichiarato di incoraggiare gli investimenti nel Paese. Questi dazi settoriali, applicati anche all’industria automobilistica e che presto saranno estesi ai prodotti farmaceutici e ai semiconduttori, sono gli unici a non essere stati bloccati da una recente sentenza della Corte di giustizia, che ha preso di mira i dazi applicati senza distinzioni.

L’aumento non sembra, però, offuscare oltre l’andamento dei negoziati tra Ue e Usa. Anzi, Sefcovic si è detto “ottimista” rispetto ai progressi. Questa mattina, subito dopo l’incontro, ha definito “giusti” la direzione e il ritmo tenuti. E nel punto stampa pomeridiano ha alzato l’asticella: “Credo che possiamo raggiungere un risultato positivo”, ha affermato. “Ciò che mi rende ottimista è il progresso. So da dove siamo partiti, conosco le posizioni iniziali e vedo che oggi le discussioni sono molto concrete”, ha illustrato. “Stiamo parlando di settori specifici, aree precise, e anche di una possibile zona di atterraggio dell’accordo. Questo fa sì che io rimanga ottimista”, ha puntualizzato Sefcovic.

Ma mentre a Parigi Sefcovic ostenta calma e ottimismo e con Greer concorda di restare “in stretto contatto per mantenere lo slancio”, a Bruxelles l’associazione europea dell’acciaio, Eurofer, lancia l’allarme. “Con il raddoppio dei dazi generali statunitensi sull’acciaio al 50% senza eccezioni, prevediamo una massiccia deviazione dei 27 milioni di tonnellate di acciaio precedentemente destinate agli Stati Uniti verso il mercato europeo”, ha affermato il direttore generale Axel Eggert. “Senza un intervento rapido, non saremo solo sommersi, ma affogheremo. Abbiamo bisogno della ‘misura commerciale altamente efficace’ promessa dalla Commissione come àncora di salvezza, e ne abbiamo bisogno ora“, ha precisato. “Se aspettiamo fino al 2026, quando scadrà l’attuale salvaguardia Ue sull’acciaio, gran parte del nostro settore sarà già sommerso irrimediabilmente”, ha proseguito. Allo stesso tempo, per il settore “una soluzione negoziata tra Ue e Stati Uniti è fondamentale per preservare le nostre esportazioni in questo momento critico per il settore europeo” e “gli Stati Uniti e l’Ue dovrebbero riaprire i negoziati, bloccati nel 2024, per affrontare congiuntamente la sovraccapacità globale”.

 

Scattano dazi Usa 50% su acciaio e alluminio Ue. Attesa per incontro Sefcovic-Greer

Sono scattati oggi i dazi del 50% su acciaio e alluminio made in Europe che il presidente Usa Donald Trump ha annunciato, ma Bruxelles mantiene la calma, continua a invocare spazio e tempo per i negoziati in corso – che sono accelerati e costruttivi – e, soprattutto, attende l’incontro di domani a Parigi tra il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, e il rappresentante Usa per il Commercio, Jamieson Greer.

A seguito della telefonata tra la presidente” della Commissione europea Ursula “von der Leyen e il presidente Usa Donald Trump, entrambe le parti hanno concordato di accelerare il ritmo dei negoziati e ciò sta avvenendo“, ha spiegato il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, nel briefing quotidiano con la stampa. “I negoziati tecnici sono in corso in questo momento a Washington e posso dire che il primo giorno di negoziato mi è stato descritto come molto costruttivo. E domani a Parigi il commissario Sefcovic incontrerà il rappresentante Usa per il Commercio, Jamieson Greer“, ha puntualizzato il portavoce. Per tale ragione, “non daremo commenti in corso d’opera su cosa sta avvenendo nelle trattative perché i negoziati sono in corso: dobbiamo lasciare loro lo spazio di svolgersi, ed è ciò che faremo”, ha sottolineato.

Un incontro di persona che lo stesso Sefcovic, la settimana scorsa, aveva dichiarato di auspicare in tempi brevi. Parlando da Dubai nella conferenza a margine dell’avvio dei negoziati tra Ue ed Emirati Arabi Uniti per un accordo bilaterale di libero scambio, l’incaricato dell’Unione europea a condurre il dialogo con Washington ha spiegato di avere telefonate “quasi quotidiane” con le sue controparti Usa – Greer e il segretario al Commercio, Howard Lutnick – e che i team tecnici delle due sponde dell’Atlantico sono “in costante contatto”. Ha sottolineato la “grande intensità” nel lavoro e il fatto che “ogni dettaglio è importante. Ora – ha specificato – ci stiamo concentrando su questi dettagli”, in vista di “un accordo equo ed equilibrato” e di “incontri di persona che speriamo si svolgano a breve”. E un incontro di persona si terrà domani, dunque, ma nel frattempo, sul social Truth, il presidente Usa è tornato a esaltare la sua misura commerciale. “Grazie ai dazi, la nostra economia è in forte espansione”, ha scritto.

“Se ad altri Paesi è consentito usare tariffe contro di noi, e a noi non è consentito di contrastarli, rapidamente e agilmente, con tariffe contro di loro, il nostro Paese non ha nemmeno una piccola possibilità di sopravvivenza economica”, ha aggiunto. Allo stesso tempo, secondo i media americani, la Casa Bianca ha inviato una lettera ai suoi partner commerciali per chiedergli di presentare entro oggi la loro ‘migliore offerta’, cioè delle proposte in una serie di settori chiave, tra cui offerte tariffarie e di quote per l’acquisto di prodotti industriali e agricoli statunitensi e piani per porre rimedio a eventuali barriere non tariffarie. La lettera è però un capitolo su cui Bruxelles non si esprime. “Non facciamo commenti in corso d’opera sui diversi tipi di documenti, offerte e altro, che sono oggetto di scambio tra noi e gli Stati Uniti”, ha affermato Gill rispondendo a chi gli ha chiesto se la Commissione abbia ricevuto o meno la lettera degli Usa. Palazzo Berlaymont, insomma, non entra nei dettagli di quella che è una trattativa “complessa e che richiede tempo”, come ha spiegato la settimana scorsa la portavoce della Commissione, Paula Pinho, rispondendo a delle domande sulla telefonata von der Leyen-Trump di domenica 25 maggio. In queste settimane Bruxelles ha ricordato che la proposta zero per zero dazi è ancora sul tavolo e che l’analisi si sta concentrando su tutte le linee tariffarie e anche sulla cooperazione Ue-Usa nel campo dell’aviazione, dei semiconduttori, dell’acciaio, delle diverse dipendenze, specialmente nelle materie prime. “Stiamo parlando della relazione commerciale più ampia e più stretta al mondo, dunque i negoziati sono complessi e richiedono tempo”, ha evidenziato Pinho. Ma la telefonata tra i due leader ha dato “un nuovo impeto per i negoziati e da lì partiremo”, ha aggiunto.

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Dazi, Ue: Dialogo con Usa per accelerare negoziati, proposta ‘0 per 0’ su tavolo

Proroga fino al 9 luglio e avanti con i negoziati. I presidenti della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, hanno trovato un punto di convergenza nel voler mettere velocità alle trattative in corso per risolvere la questione dei dazi commerciali e nel rimanere in contatto. La telefonata intercorsa tra i due leader, ieri, “è stata positiva”, ha commentato oggi la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, nel briefing quotidiano con la stampa. E anche se Bruxelles “non entra nei dettagli” della discussione, comunica che von der Leyen e Trump “hanno concordato di far avanzare velocemente i negoziati commerciali e di restare in stretto contatto”. Palazzo Berlaymont prende tempo: “Stiamo parlando della relazione commerciale più ampia e più stretta al mondo – ha precisato Pinho -, quindi questi negoziati sono complessi e richiederanno tempo”. Ma sottolinea pure che “con questa chiamata c’è un nuovo impeto per i negoziati e da lì partiremo” e che “è positivo vedere che c’è impegno anche a livello di presidenti”. Se “questo era il momento di contatti a livello di presidenti”, dall’altro lato non c’è tempo da perdere e “le discussioni andranno avanti già da questo pomeriggio quando il commissario Sefcovic avrà una telefonata con il segretario per il commercio Lutnick”, ha annunciato la portavoce. Intanto, dalla Commissione chiariscono che, nell’ambito del suo colloquio con Trump, ieri von der Leyen, ha avuto anche delle telefonate di aggiornamento con diversi leader Ue, tra cui la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. E mettono in chiaro che la proposta ‘zero per zero’ dazi è “ancora ampiamente” sul tavolo. “Riteniamo che sia un punto di partenza molto interessante per un buon negoziato che potrebbe portare benefici su entrambe le sponde dell’Atlantico, e certamente lo sosterremo con forza”, ha aggiunto il portavoce della Commissione Ue per il Commercio, Olof Gill. Intanto, a dirsi “fiducioso” rispetto ai colloqui tra Ue e Usa è stato il presidente francese Emmanuel Macron. “Le discussioni stanno procedendo bene. C’è stato un proficuo scambio tra il presidente Trump e la presidente von der Leyen, e spero che possiamo proseguire su questa strada, che dovrebbe portarci a tornare ai dazi più bassi possibili”, ha aggiunto. Mentre dal Consiglio Agricoltura e Pesca dell’Unione europea, il commissario Ue, Christophe Hansen, esprime il desiderio che si usi “saggiamente la nuova scadenza, fino al 9 luglio, per negoziare con gli Stati Uniti” e si possa “evitare qualsiasi dazio che sarebbe dannoso per gli agricoltori e i produttori alimentari su entrambe le sponde dell’Atlantico”.

E il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, osserva che “l’Europa deve parlare a una voce unica” e che “la prima affermazione che si deve fare è evitare ad ogni costo un qualcosa che possa somigliare a una guerra commerciale”. Infine, da un evento ospitato dalla Hertie School a Berlino, la presidente della Banca centrale europea (BCE), Christine Lagarde, ricorda che “l’economia globale ha prosperato grazie all’apertura e al multilateralismo, sostenuti dalla leadership americana” e che “qualsiasi cambiamento nell’ordine internazionale che porti a un declino del commercio mondiale o alla frammentazione in blocchi economici sarebbe dannoso”. Ma, allo stesso tempo, rileva come questi sviluppi potrebbero “aprire la strada a un ruolo internazionale più importante per l’euro”. E migliorare il ruolo internazionale dell’euro potrebbe “stimolare la domanda europea”, “proteggere l’Europa da flussi di capitali più volatili” e consentire all’Europa di “controllare meglio il proprio destino”.

Ci risiamo: bomba di Trump sui dazi all’Europa. Strategia o fa sul serio?

Ci risiamo. In un tranquillo (si fa per dire) venerdì di metà maggio, Donald Trump sgancia l’ennesima bomba dei dazi: 50% dal mese di giugno nei confronti dei Paesi europei. Che sono brutti, cattivi, bla bla bla… Il refrain è il solito e le conseguenze sui mercati, che sono ipersensibili anche agli starnuti delle formiche, sono parimenti le solite: i listini vanno a picco, lo spread riparte, l’allarme genera panico, l’oro tocca vette inimmaginabili. Solo gas e, soprattutto, petrolio non fanno una piega perché al presidente degli Stati Uniti, adesso, va bene che i prezzi stiano bassi per gli affari che deve portare avanti e per una certa Russia da mettere all’angolo.

Allo stato dell’arte è difficile stabilire se questa volta Trump farà sul serio o se sarà la solita minaccia che genera un po’ di confusione prima della consueta marcia indietro, però su una cosa rischia di avere ragione: trattare con l’Europa non porta a nulla. O, per lo meno, non ha portato a nulla, a differenza dell’interlocuzione con la Cina che ha generato in tempi abbastanza brevi un’intesa su larga scala. Ora, è vero che la Ue non è il gigante di Pechino e che, per raccontarla con un’immagine è una nobile decaduta, ma probabilmente qualcosa di più e di diverso a Bruxelles dovrebbero inventarsi. Per il momento siamo all’apertura (al dialogo) con minacce (di ritorsioni) annesse.

Quella per presidente Usa, che è uno dei più bravi direttori commerciali del Pianeta, è una tattica che fino adesso ha prodotto spaventi (agli altri) e qualche vantaggio (a lui e al suo Paese, alla prese con un debito da vertigini). La bomba di Donald è arrivata paradossalmente il giorno dopo in cui il ministro Giancarlo Giorgetti, chiacchierando al Festival dell’Economia di Trento, aveva pronosticato un accordo al 10% in perfetto stile British. Già, perché Trump ha siglato un’intesa rapida anche con il Regno Unito e con mister Starmer.

Dubitiamo che l’inquilino della Casa Bianca abbia risposto al nostro ministro dell’Economia, però è certo che con lui non bisogna mai dare nulla per scontato. Come è abbastanza singolare che dopo una serie di annunci sempre smentiti dai fatti, i mercati cadano subito in preda al panico, legittimando speculazioni a molti zeri. Come è curioso constatare che i medesimi stati di angoscia non si siano sollevati per i nuovi dazi imposti dalla Ue alla Russia su fertilizzanti e prodotti. Dazi che andranno a impattare pesantemente sull’agricoltura. Tanto per capirsi, la tassazione extra passerà per alcuni fertilizzanti a base di azoto dal 6,5 a quasi il 100% per un periodo di tre anni, con ovvie ricadute economiche. E dire che il valore stimato del traffico commerciale è di circa 1 miliardo e mezzo di euro, insomma qualche mal di pancia doveva pur venire a qualcuno e invece niente. Forse perché ci sono dazi e dazi. O no?

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Cina, banca centrale taglia tassi di interesse: a 1 anno al 3%, a 5 anni al 3,5%

La banca centrale cinese ha abbassato due tassi di interesse chiave a livelli storicamente bassi, nell’ultimo tentativo delle autorità di stimolare la crescita sullo sfondo delle tensioni commerciali con Washington e della crisi del settore immobiliare.

La Cina e gli Stati Uniti hanno concordato la scorsa settimana di ridurre drasticamente per 90 giorni i dazi doganali reciproci, suscitando la speranza degli ambienti economici di un allentamento duraturo delle tensioni. Ma lo Stato-partito cinese deve ancora affrontare una stagnazione dei consumi interni e una lunga crisi immobiliare, che minacciano il suo obiettivo di crescita del 5% circa per il 2025. Il LPR a un anno, che costituisce il riferimento per i tassi più vantaggiosi che le banche possono offrire alle imprese e alle famiglie, è stato abbassato dal 3,1% al 3%, ha annunciato martedì la Banca popolare cinese (PBoC). Il LPR a cinque anni, il riferimento per i mutui ipotecari, è stato abbassato dal 3,6% al 3,5%, secondo la stessa fonte. Entrambi i tassi erano già stati abbassati in ottobre, raggiungendo livelli storici.

Questi nuovi tagli “ridurranno l’importo degli interessi sui prestiti esistenti, alleggerendo in qualche modo la pressione sulle imprese indebitate. Inoltre, faranno diminuire il costo dei nuovi prestiti”, scrive in una nota Zichun Huang, economista di Capital Economics. “Tuttavia, modesti tagli dei tassi probabilmente non saranno sufficienti, da soli, a stimolare in modo significativo la domanda di credito o l’attività economica nel suo complesso”, osserva, precisando che le riduzioni annunciate oggi “probabilmente non saranno le ultime di quest’anno”.

Da mesi le autorità stanno cercando di attivare tutti gli strumenti a loro disposizione per dare nuovo slancio alla seconda economia mondiale. A dicembre, i principali leader cinesi, tra cui il presidente Xi Jinping, avevano individuato diversi “compiti chiave” per il 2025, tra cui una “forte” stimolazione dei consumi, la stabilizzazione del commercio estero e il contenimento del crollo del mercato immobiliare. “Quest’anno abbasseremo il tasso di riserva obbligatoria e i tassi di interesse come necessario in base alla situazione economica e finanziaria” all’interno e all’esterno del Paese, aveva anche avvertito a marzo il governatore della banca centrale cinese.

All’inizio di questo mese, quest’ultima aveva annunciato una riduzione di 0,5 punti percentuali dell’importo delle riserve obbligatorie delle banche, al fine di incoraggiare gli istituti bancari a concedere più prestiti. Segnale positivo per Pechino, la produzione industriale è aumentata del 6,1% ad aprile rispetto allo scorso anno, secondo l’Ufficio nazionale di statistica (NBS) cinese, un tasso superiore alle aspettative degli economisti intervistati dall’agenzia Bloomberg. Tuttavia, sempre secondo l’NBS, i prezzi delle nuove abitazioni sono diminuiti in 67 delle 70 città esaminate nello stesso periodo, indicando un mercato immobiliare ancora fragile. Lo spettro della deflazione grava anche sull’economia cinese: ad aprile l’indice dei prezzi al consumo è sceso dello 0,1% su base annua, dopo i cali registrati in febbraio e marzo.

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‘Acuto’ di Mattarella all’Europa: “Nessun dorma. Stare fermi non è più un’opzione”

(Photocredit: Qurinale)

Le note della Turandot risuonano poco prima che Sergio Mattarella, assieme a Felipe VI di Spagna e Marcelo Rebelo de Sousa chiudano i lavori del XVIII Simposio Cotec Europa. Lo spunto è perfetto per il presidente della Repubblica, che prende per primo la parola e usa i versi di Giacomo Puccini per un ‘acuto’ politico all’Europa: “La romanza che abbiamo ascoltato, ‘Nessun dorma’, potrebbe applicarsi alla nostra Unione”.

A Coimbra, città fondata dai romani, che dal 1537 ospita la più antica università del Portogallo, una delle più prestigiose del Vecchio continente, il futuro dell’Ue è il tema principale del dibattito Cotec, che festeggia i vent’anni dalla sua prima edizione. Prima del capo dello Stato è Mario Draghi a prendere la parola, con una lunga analisi dell’attualità, con i dazi che segnano un “punto di rottura” tra Ue e Usa e la necessità di trovare strade alternative, puntando principalmente sulla forza che l’Europa può esprimere. Parole che si sposano perfettamente con la riflessione di Mattarella, che indica la necessità di un’Ue rinnovata, più competitiva, resiliente e presente nello internazionale: “Una sfida epocale per il nostro continente, tanto più urgente se raffrontata a recenti evoluzioni negli equilibri mondiali”. Infatti, l’appello è “urgente, direi prioritario: l’Europa agisca, perché stare fermi non è più un’opzione”.

Il presidente della Repubblica ricorda che “i rischi dell’immobilismo sono ben identificati nei rapporti Draghi e Letta” con “ipotetiche conseguenze per l’Europa, ad esempio in termini di arretramento nelle condizioni materiali di benessere diffuso o di un allontanamento irreversibile dalla frontiera tecnologica” che “ne accrescerebbero anche le vulnerabilità sui piani strategico e geopolitico, riducendone la capacità di contrastare le attuali perturbazioni così allarmanti dell’ordine internazionale”.

Sulla difesa comune europea, ad esempio: “Oggi siamo in ritardo, in rincorsa rispetto agli eventi e dobbiamo, di conseguenza, avvertirne l’urgenza”. Ragion per cui “le iniziative avviate in materia dalla Commissione europea sono un primo, fondamentale passo e testimoniano piena consapevolezza della posta in gioco”, sottolinea Mattarella. Che crede nella capacità di adattamento alle sfide globali: “Sarebbe miope guardare all’Unione come ad una costruzione nata sottovuoto”. Ci sono, però, passi da compiere. Anzi, ‘azioni’, come richiama il titolo dell’edizione Cotec 2025. Come “migliorare i nostri punti di forza, a cominciare dal Mercato unico europeo”, cosa che il rapporto Letta ha fatto con le su valide proposte per estenderne gli effetti “a settori che in passato ne sono stati esclusi: tra questi la finanza, l’energia, le telecomunicazioni – mette in luce Mattarella -. Ma anche (ed è questo un aspetto fondamentale) la ricerca, l’innovazione e l’istruzione, che nel rapporto sono parte di una ‘quinta libertà’, accanto alle quattro già esistenti: circolazione di merci, servizi, persone e capitali”.

Servono anche innovazione e cooperazione per lo sviluppo di nuove tecnologie all’Ue, perché “anche in quest’ambito l’Europa non può rischiare di restare al palo”, avverte il presidente mentre sul palco accanto a lui ci sono Re Felipe VI di Spagna e il presidente uscente della Repubblica portoghese ad ascoltarlo. Mattarella ricorda, inoltre, che “il tema delle risorse rimane centrale quando si vuole definire una strategia industriale per il rilancio della competitività”, ecco perché “quando le sfide sono di dimensione europea, tocca all’Unione fornire gli strumenti adeguati”.

Per riprendere un posto di primo piano nello scacchiere internazionale, il Vecchio continente deve necessariamente avere “una strategia che ponga al centro la sicurezza degli approvvigionamenti”, perché è emblematico – ricorda il capo dello Stato – il caso della scarsità di materie prime critiche, che oggi sono più che mai fondamentali. “Dobbiamo lavorare insieme per un’Europa più competitiva, tecnologicamente avanzata e quindi più sicura, capace di ridurre le sue dipendenze strategiche ma senza pregiudicare la tela di fondo di un ordine internazionale fondato sul libero commercio”, è il monito lanciato da Mattarella. Che usa due termini precisi: “Competitività e sicurezza, concetto quest’ultimo che assume oggi numerose dimensioni, dalla sicurezza economica alla sicurezza energetica, da quella cibernetica a quella più tradizionale, sono intimamente connesse”.

Prima di fare ritorno in Italia fa tappa al Santuario di Fatima, con Rebelo de Sousa ad accompagnarlo. All’Europa serve tutta la spinta che può per affrontare le sfide che la attendono.

Draghi avverte Ue: “Dazi punto di rottura con Usa. Costi energia sono una minaccia”

Questa volta non basterà nemmeno il “whatever it takes”. La scelta dell’amministrazione americana di imporre i dazi segna un “punto di rottura” tra Europa e Stati Uniti: ne è convinto l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, che al XVIII Simposio Cotec Europa, fa un’analisi approfondita del momento storico che vive il Vecchio continente. Con tanti ‘ma’ a scandire le sue parole.

Draghi riconosce che i problemi dell’Europa non nascono oggi, anzi negli anni sono addirittura peggiorati e il mix tra “frammentazione politica interna e crescita lenta hanno ostacolato una risposta europea efficace” agli Stati Uniti, ma è consapevole che “l’ampio ricorso ad azioni unilaterali per risolvere le controversie commerciali e la definitiva esclusione del Wto hanno minato l’ordine multilaterale in modo difficilmente reversibile”. Non possiamo fare a meno degli Usa come partner commerciale, ma allo stesso tempo “dovremmo chiederci perché siamo finiti nelle mani dei consumatori statunitensi per trainare la nostra crescita”. La strada da seguire sarebbe quella di “aprire nuove rotte commerciali”, ma “realisticamente, non possiamo diversificare le nostre esportazioni al di fuori degli Stati Uniti nel breve periodo”.

La soluzione, quindi, è raggiungere un accordo con Washington, anche se a lungo termine Draghi ritiene “azzardato credere che i nostri scambi commerciali con gli l’America torneranno alla normalità dopo una rottura unilaterale così grave delle relazioni, o che i nuovi mercati cresceranno abbastanza rapidamente da colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti”. In apparenza sembrerebbe il più classico dei ‘cul de sac’, ma l’ex premier qualche exit strategy, anzi “azioni da intraprendere”, come da titolo del Cotec 2025, le indica all’Ue. La prima è “cambiare il quadro di politica macroeconomica che abbiamo elaborato dopo la grande crisi finanziaria e la crisi del debito sovrano”, perché fu uno degli errori rinunciare “a sviluppare il mercato interno come fonte di crescita”. Ma per riuscirci servono maggiori investimenti che possano “generare un forte impulso alla domanda interna, compensando eventuali venti contrari provenienti dalla domanda più debole degli Stati Uniti”.

Altro capitolo doloroso per l’Europa è l’energia. Draghi ricorda che i piani di Mosca e Washington erano noti da tempo, ma “le nostre importazioni di gas dalla Russia hanno continuato ad aumentare anche dopo l’invasione della Crimea”. Così quando ci è stato tagliato il gas, abbiamo perso più di un anno di crescita economica, mette il dito nella piaga Draghi. Che bacchetta sulla corsa alla transizione per garantire la sicurezza energetica: richiederebbe “una trasformazione fondamentale del nostro sistema energetico che non siamo stati in grado di realizzare, ostacolati dall’intermittenza intrinseca delle rinnovabili, dall’inadeguatezza delle nostre reti e dai lunghi ritardi burocratici per i nuovi impianti”. Problemi reali su cui intervenire, perché – avverte l’ex numero uno della Banca centrale europea – “i prezzi elevati dell’energia e le carenze della rete sono, in primo luogo, una minaccia per la sopravvivenza della nostra industria” e “un onere insostenibile per le nostre famiglie”, oltre a mandare all’aria i processi di decarbonizzazione. Servirebbe, dunque, “un ampio piano di investimenti europeo” per reti e interconnettori, nonché la riforma del mercato dell’energia, ma “è scoraggiante vedere come l’Europa sia diventata ostaggio di interessi acquisiti radicati”.

Sulla difesa è altrettanto ampio il ragionamento di Draghi. A suo parere “abbiamo fatto poco per rafforzare la nostra difesa comune” ed è arrivato il momento di “ridurre la frammentazione della nostra industria” incoraggiando la formazione di partnership per creare ‘campioni’ europei. A livello politico, invece, “l’emissione di debito comune colmerebbe il ‘tassello mancante’ nei mercati dei capitali frammentati dell’Europa”. Poi, occorre puntare sulle nuove tecnologie, ma “l’Europa ha perso terreno nell’Ia e in tutte e quattro le altre tecnologie e dobbiamo lavorare su tutti questi settori se vogliamo recuperare il ritardo”. A patto di “creare un cloud strategico europeo che ci garantisca la sovranità dei dati in settori critici come la difesa e la sicurezza”. Restando in tema, infatti, Draghi suggerisce di “investire di più per potenziare la nostra infrastruttura comune di supercalcolo, la rete Euro-HPC”, ma soprattutto “sviluppare una capacità europea in materia di sicurezza informatica, poiché stiamo perdendo competitività nel 5G e siamo deboli nelle comunicazioni satellitari: esiste il rischio concreto – avverte – che finiremo per dipendere dalla tecnologia statunitense e cinese per la trasmissione sicura dei dati”. C’è anche lo Spazio nelle parole dell’ex premier, che chiede di “riformare radicalmente l’interazione tra le agenzie dell’Ue e quelle nazionali e coinvolgere molto di più il settore privato”. Così come “dobbiamo creare un cyberspazio europeo sicuro attraverso un maggiore coordinamento e investimenti nelle tecnologie digitali comuni”. Chi pensa che tutto questo sia “utopistico e impossibile”, mette in guardia Draghi, condanna l’Europa alla “irrilevanza militare”. Con tanti saluti anche a competitività e crescita.