Trump medita il rinvio dei dazi sulle auto. La Cina blocca le consegne di nuovi aerei Boeing

Donald Trump sta valutando di esentare temporaneamente le case automobilistiche dai dazi per dare loro il tempo di adattare le proprie catene di approvvigionamento, per fare in modo “di trasferire le produzioni da Canada e Messico e altri Paesi negli Stati Uniti”. Resta la minaccia su chip e farmaci, su cui il presidente americano “ha una timeline, che è in un futuro non tanto lontano”.

Intanto, spuntano nuove tariffe sui pomodori messicani, tassati del 20,9%, mentre la Cina avvia pesanti misure di ritorsione, prima bloccando l’export di terre rare e poi ordinando alle sue compagnie aeree di non accettare ulteriori consegne di aerei Boeing.

Seul, invece, stanzia 4,9 miliardi in funzione anti dazi Usa sui microchip, citando la “crescente incertezza” che sta attraversando il settore chiave a causa delle nuove imposte. La Corea del Sud esporta gran parte della sua produzione negli Stati Uniti e i suoi settori cruciali dei semiconduttori e dell’automotive soffrirebbero notevolmente a causa dei dazi del 25% che il presidente Donald Trump minaccia di imporre.

Dal canto suo, l‘Europa “è pronta a un accordo giusto, inclusa la reciprocità attraverso zero tariffe sui beni industriali. Ma servirà un significativo sforzo da entrambe le parti”, ha detto il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic dopo un incontro con l’omologo americano Lutnick. Accordo che, secondo quanto riferisce Bloomberg, Trump è pronto a rispedire al mittente. “Sto valutando qualcosa per aiutare alcune case automobilistiche in questo” ha detto Trump ai giornalisti riuniti nello Studio Ovale. Il presidente ha affermato che i produttori di auto hanno bisogno di tempo per spostare la produzione da Canada, Messico e altri paesi. “Produrranno qui, ma serve un po’ di tempo“, ha spiegato. Un’apertura che ha portato le Borse europee a chiudere in rialzo. La Borsa di Parigi ha registrato +0,86%, Francoforte +1,43%, Londra +1,41% e Milano +2,39%.

La Cina, intanto, resta sempre il bersaglio preferito del repubblicano. La visita del presidente Xi Jinping nel Sudest Asiatico, cominciata in Vietnam, proseguita oggi in Malesia e che prevede come ultima tappa la Cambogia, è stata oggetto di pesanti critiche. La Cina e il Vietnam stanno cercando “di capire come fregare gli Stati Uniti d’America”, ha scritto Trump sul social Truth. Pechino, ha detto il presidente Usa, “è stata brutale con i nostri agricoltori” che “vengono sempre messi in prima linea con i nostri avversari, come la Cina, ogni volta che c’è una negoziazione commerciale o, in questo caso, una guerra commerciale”. Noi, ha aggiunto, “li proteggeremo”.

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Cina, boom di esportazioni prima dei dazi americani: a marzo +12,4% per 313 mld

Secondo i dati ufficiali pubblicati oggi, le esportazioni cinesi sono aumentate del 12,4% a marzo su base annua, riflettendo un aumento delle spedizioni poco prima dell’entrata in vigore dei dazi astronomici di Washington sui prodotti cinesi.

Una cifra che supera di gran lunga le previsioni (+4,6%) degli economisti intervistati dall’agenzia Bloomberg. Secondo la dogana, le esportazioni cinesi hanno raggiunto un totale di 313 miliardi di dollari a marzo.

Pechino si è posta l’ambizioso obiettivo di una crescita economica del 5% circa per il Paese nel 2025, nonostante la persistente crisi immobiliare e la fiducia delle famiglie in calo. L’obiettivo è però minacciato dai colossali dazi doganali imposti dall’amministrazione del presidente americano Donald Trump su gran parte dei prodotti cinesi, al termine di una gara al rialzo tra le due principali potenze mondiali. Anticipando queste tariffe supplementari, gli esportatori cinesi hanno spedito beni per 40,1 miliardi di dollari negli Stati Uniti lo scorso mese, con un aumento di circa il 9% rispetto a marzo 2024. “I produttori si sono affrettati a spedire merci negli Stati Uniti”, ha osservato Julian Evans-Pritchard, analista dell’economia cinese presso Capital Economics. Ma “le spedizioni dovrebbero diminuire nei prossimi mesi e trimestri”, ha aggiunto.

Nel contempo, le importazioni cinesi sono diminuite del 4,3% a marzo su base annua, segnalando un consumo interno ancora debole. La seconda economia mondiale continua a essere confrontata con una persistente crisi immobiliare e con un calo della fiducia delle famiglie, che pesano sui consumi. Queste difficoltà interne erano state finora compensate da esportazioni vigorose, ora minacciate dall’aggravarsi delle tensioni commerciali con Washington. L’amministrazione Trump ha annunciato dazi doganali del 145% sui prodotti cinesi, mentre Pechino ha risposto imponendo dazi doganali del 125% sui prodotti americani. Venerdì Washington ha dato segni di allentamento, concedendo esenzioni per smartphone, laptop e semiconduttori, di cui la Cina è uno dei principali produttori. Da parte sua, il governo cinese ha dichiarato che non reagirà più a qualsiasi nuova sovrattassa imposta dal presidente Donald Trump. Nonostante tutto, “potrebbero volerci anni prima che le esportazioni cinesi tornino ai livelli attuali”, ha stimato Julian Evans-Pritchard. “Si osservano già segnali di ri-indirizzamento delle spedizioni attraverso paesi terzi – le esportazioni verso Vietnam e Thailandia sono aumentate notevolmente nel mese scorso”, ha rilevato.

Di fronte a queste sfide esterne, la Cina spera di fare del consumo interno uno dei nuovi motori della crescita del paese. Lo scorso anno i leader cinesi avevano annunciato una serie di misure per rilanciare l’economia, tra cui un taglio dei tassi di interesse e un aumento del tetto del debito delle amministrazioni locali. “Dopo un inizio anno lento, la domanda interna ha iniziato a riprendersi di recente, grazie a un nuovo aumento del sostegno di bilancio”, ha sottolineato Julian Evans-Pritchard. Ma il surplus commerciale cinese continuerà a costituire “una fonte di continue tensioni con molti partner commerciali della Cina“, ha rilevato. “A breve termine, prevedo il caos nelle catene di approvvigionamento”, ha avvertito Zhiwei Zhang, economista di Pinpoint Asset Management. In questo contesto, “ci vorrà un miracolo per raggiungere l’obiettivo di crescita del 5% fissato dal governo”, ha commentato per l’AFP Sarah Tan, economista di Moody’s Analytics.

Dazi, Trump non cede: “Presto anche su farmaci e semiconduttori”. Missione di Xi in Vietnam

Photo credit: AFP

Incoraggiati dall’annuncio di Washington di esenzioni per i prodotti ad alta tecnologia, i mercati finanziari hanno registrato andamenti positivi, nonostante Donald Trump abbia continuato a esercitare pressioni sui partner commerciali degli Stati Uniti, primo fra tutti la Cina. Il presidente americano ha avvertito che nessun Paese è “fuori pericolo” di fronte alla sua offensiva doganale, “soprattutto non la Cina che, di gran lunga, ci tratta peggio”, ha tuonato sul suo social network Truth. L’avvertimento arriva all’indomani dell’esenzione dai dazi – fino al 145% per la Cina – concessa dalle autorità statunitensi su prodotti high-tech, in primis smartphone e computer, e sui semiconduttori. Il leader americano dichiara però che annuncerà “entro la settimana” nuove sovrattasse sui semiconduttori che entrano negli Stati Uniti, che “saranno in vigore in un futuro non troppo lontano”. Stesso discorso per i prodotti farmaceutici: “Andremo a produrre i nostri farmaci e le nostre industrie farmaceutiche dovranno battere posti come la Cina”. Per questo “io ho una timeline, in un futuro non troppo distante”, ha confermato parlando ai giornalisti durante un bilaterale alla Casa Bianca con l’omologo di El Salvador, Nayib Bukele.  Per quanto riguarda gli smartphone e gli altri dispositivi elettronici, “saranno annunciati molto presto, ne discuteremo, ma parleremo anche con le aziende”, ha aggiunto il leader, senza entrare nei dettagli, a bordo dell’Air Force One. “Sai, bisogna mostrare una certa flessibilità” per “certi prodotti”, ha aggiunto. In precedenza, il suo segretario al Commercio, Howard Lutnick, aveva accennato alle imminenti tariffe settoriali sui semiconduttori, “probabilmente tra un mese o due”, nonché sui prodotti farmaceutici. “Non possiamo contare sulla Cina per i beni fondamentali di cui abbiamo bisogno. I nostri medicinali e semiconduttori devono essere prodotti in America”, ha dichiarato Lutnick in un’intervista ad ABC. Annunci americani in contrasto con quanto richiesto dalla Cina, in un momento in cui il conflitto commerciale innescato dagli Stati Uniti sta facendo impazzire i mercati finanziari, con azioni che vanno su e giù come montagne russe, prezzi dell’oro ai massimi e il mercato del debito americano sotto pressione. Se il Ministero del Commercio cinese ha riconosciuto il “piccolo passo” fatto da Washington con la sua posizione ammorbidita sui prodotti high-tech, “esortiamo gli Stati Uniti a fare un grande passo per correggere i loro errori, annullare completamente la cattiva pratica dei dazi reciproci e tornare sulla retta via del rispetto reciproco”, ha dichiarato domenica un portavoce in un comunicato. Il protezionismo “non porta da nessuna parte”, ripete il presidente cinese Xi Jinping, in un discorso riportato lunedì dall’agenzia ufficiale China News. “I nostri due Paesi devono salvaguardare fermamente il sistema commerciale multilaterale, la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento globali e un ambiente internazionale di apertura e cooperazione”, ha sottolineato il leader, che lunedì ha iniziato una visita in Vietnam, prima di dirigersi in Malesia e Cambogia, per rafforzare le relazioni commerciali del suo Paese. Durante un colloquio con il leader vietnamita To Lam il presidente cinese ha invitato il Vietnam ad unirsi alla Cina per “opporsi congiuntamente alle prepotenze”. “Dobbiamo rafforzare le nostre relazioni strategiche, opporci congiuntamente alle intimidazioni e mantenere la stabilità del sistema globale di libero scambio, nonché delle catene industriali e di approvvigionamento”, ha detto Xi . In questo contesto di tensione, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha leggermente rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita della domanda di petrolio per il 2025, citando in particolare i dazi doganali statunitensi, secondo il suo rapporto mensile pubblicato lunedì. Pur continuando a colpire la Cina nel corso della settimana, il miliardario newyorkese sembra aver concesso un po’ di tregua agli altri partner commerciali degli Stati Uniti, esentandoli mercoledì per 90 giorni dalle tasse doganali annunciate poco prima e aggiungendo loro solo il 10% di dazi doganali. In una prima critica all’offensiva doganale di Donald Trump, il giorno prima, Pechino si era posta a difesa dei paesi poveri rendendo pubblico un appello con il direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) Ngozi Okonjo-Iweala, durante il quale la Cina aveva messo in guardia contro “i gravi danni” che questi dazi avrebbero causato ai paesi in via di sviluppo, “in particolare a quelli meno sviluppati”. Secondo il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, “potrebbero persino scatenare una crisi umanitaria”. Nonostante queste forti tensioni commerciali tra le due principali potenze economiche mondiali, venerdì Trump ha dichiarato di essere “ottimista” su un accordo commerciale con Pechino. Secondo i dati di Pechino, gli Stati Uniti assorbono il 16,4% delle esportazioni cinesi totali, per un totale di scambi di 500 miliardi di dollari, con un ampio deficit per gli Stati Uniti.

Bankitalia smorza l’allarme dazi: -1% fatturato per chi esporta negli Usa

L’imposizione dei dazi da parte degli Stati Uniti potrebbe pesare sulle imprese italiane esportatrici, ma alcuni fattori strutturali del nostro sistema produttivo potrebbero attenuarne gli effetti più critici. È quanto emerge dal secondo Bollettino economico della Bankitalia, che analizza le prospettive economiche italiane alla luce delle recenti tensioni commerciali internazionali. Secondo le proiezioni contenute nel documento, il Prodotto interno lordo dell’Italia crescerà dello 0,6% nel 2025, dello 0,8% nel 2026 e dello 0,7% nel 2027.

Queste stime includono già una prima, seppur parziale, valutazione degli effetti derivanti dai dazi annunciati dagli Stati Uniti lo scorso 2 aprile. Tuttavia, non considerano possibili contromisure da parte dell’Europa o altre conseguenze sui mercati internazionali, né la sospensione parziale dei dazi annunciata il 9 aprile. L’impatto principale sull’economia italiana sarà un rallentamento della domanda estera, che influenzerà negativamente il Pil.

A contrastare questo effetto interverrà però la crescita dei consumi interni, favorita dall’andamento positivo dei redditi reali. Gli investimenti saranno sostenuti dalle misure del Pnrr, anche se potrebbero essere frenati dall’incertezza derivante dalle tensioni commerciali e dalla fine degli incentivi all’edilizia residenziale. L’inflazione al consumo dovrebbe mantenersi stabile attorno all’1,5% nel 2025 e nel 2026, per poi salire al 2% nel 2027. Bankitalia avverte che ulteriori peggioramenti dello scenario potrebbero derivare da un inasprimento delle politiche commerciali, con ripercussioni su domanda estera, fiducia degli operatori economici e mercati finanziari.

Gli Stati Uniti rappresentano uno sbocco strategico per le esportazioni italiane, con un valore complessivo di 60 miliardi di euro nel 2024, pari al 10,4% del totale. Tuttavia, l’impatto dei dazi va valutato anche tenendo conto delle catene globali del valore, che rendono rilevante non solo l’esposizione diretta, ma anche quella indiretta, legata all’uso di componenti italiane da parte di altri Paesi che esportano verso gli Usa. Secondo le analisi di Via Nazionale, circa l’8,1% del valore aggiunto generato dalla manifattura italiana – ovvero l’1,2% del Pil – è destinato direttamente o indirettamente al mercato statunitense. I settori più esposti risultano essere la farmaceutica e quello dei mezzi di trasporto, in particolare cantieristica e aerospazio. Nonostante l’esposizione significativa, il sistema produttivo italiano presenta caratteristiche che potrebbero però mitigare gli effetti negativi nel breve periodo, sottolinea Bankitalia. Solo un terzo delle imprese esportatrici vende direttamente negli Stati Uniti, ma oltre la metà delle esportazioni verso questo mercato è realizzata da aziende di grandi dimensioni, con almeno 250 addetti, che godono di una maggiore diversificazione. L’impatto dei dazi sarà comunque legato a due fattori principali: la capacità delle imprese statunitensi di sostituire i prodotti italiani e quella delle aziende italiane di assorbire i rincari riducendo i margini di profitto. Da questo punto di vista, la natura multilaterale dei dazi imposti dagli Stati Uniti limita le possibilità di sostituzione con beni provenienti da altri Paesi, anch’essi colpiti da misure simili. Inoltre, il 92% dei prodotti italiani esportati è di fascia medio-alta o alta, meno soggetta a una riduzione della domanda legata al prezzo, poiché destinata a consumatori benestanti o imprese di fascia alta. Questo posizionamento qualitativo è superiore a quello della maggior parte dei concorrenti Ocse, ad eccezione di Francia e Germania, evidenzia Via Nazionale. Nel dettaglio, secondo Bankitalia le imprese italiane che esportano negli Usa registrano in media il 5,5% del loro fatturato proprio da questo mercato, con margini operativi lordi pari al 10% del totale. Anche in caso di rincari dovuti ai dazi, la riduzione media del fatturato sarebbe contenuta a circa l’1%. Per tre quarti delle imprese, i margini scenderebbero al massimo di mezzo punto percentuale. Solo una piccola quota di aziende vedrebbe i propri margini virare in negativo, mentre la percentuale di imprese con perdite elevate crescerebbe di circa 4 punti percentuali, colpendo soprattutto le realtà più piccole.

Tajani in India per rafforzare Via del Cotone: Presto a Trieste incontro con Paesi Imec

Nell’attesa di capire le reali intenzioni di Donald Trump con i dazi sui prodotti europei, Antonio Tajani guarda a Est e parte in missione per l’India e il Giappone.

L’obiettivo è incontrate gli imprenditori locali e quelli italiani che hanno deciso di produrre nei due Paesi sui quali l’Italia punta molto per tutelare le esportazioni e compensare eventuali perdite dagli Stati Uniti. Perché nel 2024 Washington è stato il secondo mercato di destinazione dei beni prodotti in Italia, che hanno assorbito il 10,4% dell’export, per 64,8 miliardi. “India e Giappone sono Paesi chiave per la politica estera italiana, soprattutto alla luce degli ottimi rapporti politici, economici ed imprenditoriali”, spiega Tajani, che inserisce entrambi i Paesi fra i mercati extra-Ue da sviluppare del ‘Piano d’azione per l’export italiano’.

A Nuova Delhi, il vicepremier viene ricevuto dalla presidente della Repubblica, Droupadi Murmu e incontra l’omologo Subrahmanyam Jaishankar con il ministro del Commercio e dell’Industria, Shri Piyush Goyal, per co-presiedere un Forum Imprenditoriale, Scientifico e Tecnologico per favorire le relazioni tra le aziende italiane, le agenzie governative e le associazioni industriali indiane al fine di approfondire politiche, obiettivi e progetti nell’ambito scientifico-tecnologico. Transizione energetica, connettività, manifattura avanzata, difesa, sicurezza, turismo, migrazione e mobilità sono alcuni degli ambiti che il ministro punta a promuovere nel periodo 2025-2029.

L’interscambio commerciale tra Italia e India ha totalizzato oltre 14 miliardi di euro nel 2024, con una crescita delle esportazioni italiane che negli ultimi sette anni è stata di oltre il 30%. “Lo spirito della mia missione a Nuova Delhi è imprimere un ulteriore slancio a questi rapporti”, afferma, ricordando che il legame tra i due Paesi risale a tempi antichi: “Oggi, l’Italia e l’India sono più vicine che mai”. Il ministro chiarisce che per rafforzare la Via del Cotone, il corridoio economico europeo indo-italiano, è stato nominato un inviato speciale per l’Imec, l’ambasciatore Francesco Talò. “Guiderà l’Italia in questo importante progetto”, afferma Tajani, che annuncia un incontro a Trieste con tutti i ministri degli Esteri del corridoio, “importante per rafforzare gli scambi commerciali”.

Nello stesso giorno, SolarPower Europe e la National Solar Energy Federation of India firmano un nuovo Memorandum d’intesa per sbloccare la cooperazione nella produzione di energia solare e “costruire catene del valore più diversificate e resilienti”. L’iniziativa servirà a individuare “opportunità commerciali e di finanziamento per progetti manifatturieri e la promozione dello scambio di conoscenze e del rafforzamento delle capacità tra le due regioni”. Per quanto riguarda i quadri normativi, le associazioni si sosterranno a vicenda nell’affrontare le questioni relative all’accesso al mercato delle apparecchiature solari e “faciliteranno gli scambi con i responsabili politici competenti sulle opportunità di supporto ai progetti di cooperazione Ue-India nel settore della produzione di energia solare”. Il protocollo d’intesa riflette gli impegni del partenariato India-Ue per l’energia pulita e il clima, e la recente promessa del presidente Modi e della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di approfondire la collaborazione in materia di energia pulita e catene di approvvigionamento.

L’India, osserva Tajani intervenendo al Forum, è un’economia con “un potenziale enorme”: “Per questo siamo qui, vogliamo investire di più, vogliamo esportare di più e vogliamo più investimenti indiani nel nostro Paese, e anche più aziende indiane che lavorano con l’India“.

Nei prossimi giorni, il 13 e 14 aprile, la missione del ministro si sposterà ancora più a Est, a Osaka, per l’inaugurazione del Padiglione italiano all’Expo e per partecipare a iniziative collegate al Piano Export per l’Asia e alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026.

Borse si rialzano con apertura Usa su dazi. Mercati respirano: Milano chiude a +2,4%

Le Borse europee si rialzano dopo i colpi da ko delle ultime tre sedute. Ancora frastornate dai tonfi culminati nel proverbiale ‘lunedì nero’, le piazze del Vecchio Continente hanno sperimentato l’ennesimo rimbalzo, alimentate dalle possibili trattative sui dazi tra l’amministrazione statunitense e alcuni Paesi colpiti, in particolare Giappone e Corea del Sud. Anche il governo di Pechino, pur sottolineando che “lotterà fino alla fine”, non ha escluso il dialogo con Washington. Ma il tempo stringe. Dopo il 34% annunciato la scorsa settimana, i dazi sui prodotti cinesi dovrebbero raggiungere il 104% a partire da domani.

Lo stesso Donald Trump ha annunciato che “anche la Cina vuole fare un accordo, ma non sa come avviarlo” e che “aspetta una chiamata”. Nel frattempo sono arrivate quelle da Tokyo, con il premier giapponese Shigeru Ishiba che ha annunciato di aver “concordato” di “proseguire” le trattative sui dazi, e da Seul, con il presidente ad interim Han Duck-Soo. A frenare la caduta dei listini e a riportarli in territorio positivo erano state le dichiarazioni di alcuni membri dell’amministrazione Trump, indotti a mediare dopo il tracollo di Wall Street. Primo tra tutti il segretario al Tesoro, Scott Bessent. Gli effetti di tali aperture al dialogo si sono subito fatti sentire. Il Nikkei ha chiuso a +6% in seguito al crollo di lunedì (fino a -8%), l’Hang Seng di Hong Kong ha guadagnato l’1,5% dopo il calo più pesante dal 1987 così come Shanghai.

Dalla parte opposta del pianeta cresce l’ottimismo. Lo Stoxx 600, che raggruppa le 600 maggiori capitalizzazioni di Borsa europee, è salito del 2,7%. Il Ftse Mib di Milano ha guadagnato il 2,44%, il Cac40 è salito del 2,50%, il Dax di Francoforte del 2,48%, l’Ftse 100 londinese del 2,71%. Un rimbalzo dopo il più grande calo degli ultimi cinque anni e l’inizio della pandemia. Alexandre Baradez, responsabile dell’analisi di mercato di IG France, ha addirittura parlato di “una giornata di forte ripresa, la più grande dal 2022”. Riprende fiato anche Wall Street. I principali indici hanno registrato un rialzo nelle prime contrattazioni: il Dow Jones è salito del 2,31%, il Nasdaq del 2,39% e l’S&P 500 del 2,18% dopo l’altalena di lunedì. “I mercati stanno mostrando alcuni primi segnali di stabilizzazione dopo l’incredibile crollo degli ultimi giorni”, ha affermato Jim Reid, economista della Deutsche Bank. In attesa di conoscere la “risposta” Ue ai dazi, che dovrebbe essere presentata la prossima settimana, i titoli si muovono in ordine sparso. Petrolio e gas restano in attesa mentre quelli legati a settori attualmente esenti dai dazi statunitensi, come i prodotti farmaceutici, continuano a fare affari. Oggi i titoli del settore sanitario hanno passeggiato in territorio positivo. A Londra, AstraZeneca ha guadagnato fino al 3,54% e GSK lo 0,7%. Alla borsa svizzera, Novartis ha guadagnato +1,74% e a Parigi quasi +2% per Sanofi e +7% Valneva.

A Wall Street, nelle prime ore di contrattazioni Moderna è salita fino a +4,29% e Novavax a +3,44%. A Milano si è distinto il +2,24% di Recordati. Nel frattempo i prezzi del petrolio si sono mantenuti in equilibrio, dopo essere crollati bruscamente a seguito dell’offensiva commerciale trumpiana. Alle 18 il Brent del Mare del Nord mostrava un timido +0,4% a 64,4 dollari al barile, mentre il suo equivalente statunitense, il WTI, era in rialzo dello 0,82% a 61,1 dollari al barile. Meno brillante la risposta sul gas. Alla Borsa TTF di Amsterdam i contratti con consegna a maggio hanno lasciato quasi il 4% a 35,5 euro/MWh, restando sotto quota 40 euro per la quarta seduta consecutiva. Dopo aver toccato le quotazioni più basse dal 2021, i movimenti al ribasso sul greggio sono limitati anche dai colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran . Trump ha sorpreso ancora una volta gli analisti annunciando che Washington stava tenendo colloqui “diretti” con l’Iran sul suo programma nucleare. Ma “se l’Iran dovesse attenersi a posizioni considerate inaccettabili dagli Stati Uniti – il che è probabile – questi ultimi probabilmente intensificherebbero la pressione” delle sanzioni, il che sarebbe un fattore nell’aumento dei prezzi del petrolio, spiegano gli analisti di DNB Markets. Con l’escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, “il rischio di recessione continua ad aumentare, il che offusca le prospettive della domanda globale di petrolio”, ha affermato Ole R. Hvalbye, analista di SEB. Non per nulla i due Paesi sono tra i principali consumatori di ‘oro nero’ e la Cina ne è il maggiore importatore. A incertezza si somma altra incertezza. L’OPEC+ potrebbe sospendere il piano di aumento della produzione ma sul prezzo incideranno anche le possibili nuove sanzioni statunitensi contro il Venezuela, senza contare che “molti nuovi pozzi petroliferi negli Stati Uniti non sono redditizi agli attuali prezzi del greggio”, ha spiegato Arne Lohmann Rasmussen di Global Risk Management.

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Dazi, Trump minaccia Cina: 50% tariffe in più. Casa Bianca: Fino a 104%

Photo credit: AFP

Si alza lo scontro commerciale a suon di dazi tra Stati Uniti e Cina. Da Washington Donald Trump ha minacciato di aumentare ulteriormente i dazi statunitensi sui prodotti cinesi se Pechino manterrà la sua risposta all’offensiva tariffaria. “Se la Cina non ritirerà il suo aumento del 34% [dei dazi doganali sui prodotti americani] (…) entro domani, 8 aprile, gli Stati Uniti imporranno dazi doganali aggiuntivi del 50% alla Cina, a partire dal 9 aprile”, ha affermato il presidente americano sulla sua piattaforma Truth Social. In precedenza, sempre Trump aveva criticato la Cina per “non aver tenuto conto dell’avvertimento (…) di non reagire” alla sua offensiva commerciale. “Il più grande approfittatore di tutti, la Cina, i cui mercati stanno crollando, ha appena aumentato le sue tariffe del 34%, in aggiunta alle sue tariffe ridicolmente alte a lungo termine (in più!), senza riconoscere il mio avvertimento ai paesi abusanti di non reagire”, aveva scritto sui social.

Da quando è tornato alla Casa Bianca a gennaio, Trump ha già imposto un ulteriore dazio del 20% sui prodotti cinesi, che dovrebbe salire al 54% il 9 aprile, dopo l’aumento del 34% annunciato la scorsa settimana. Interrogata dall’agenzia di stampa AFP, la Casa Bianca ha confermato che se Donald Trump mettesse in atto la sua nuova minaccia, la maggiorazione salirebbe al 104%.

Dal canto suo, Pechino in giornata aveva confermato la volontà di proteggerà le aziende americane restando “una terra sicura” per gli investimenti stranieri. La scorsa settimana Pechino aveva anche annunciato controlli sulle esportazioni di sette elementi di terre rare, tra cui il gadolinio, utilizzato in particolare nella risonanza magnetica per immagini, e l’ittrio, utilizzato nell’elettronica di consumo. “Le contromisure cinesi mirano non solo a proteggere fermamente i diritti e gli interessi legittimi delle imprese, comprese quelle statunitensi (in Cina)”, spiega Ling Ji, vice ministro cinese del Commercio. Ma queste tasse mirano anche a “riportare gli Stati Uniti sulla buona strada del sistema commerciale multilaterale”, ha detto a un gruppo di rappresentanti di aziende americane, secondo un comunicato pubblicato lunedì dal suo ministero.

I dazi doganali cinesi del 34% entreranno in vigore il 10 aprile. “La Cina è stata, è e rimarrà una terra ideale, sicura e piena di promesse per gli investitori stranieri”, sottolinea Ling Ji, rivolgendosi ai rappresentanti di diverse aziende americane, come la multinazionale del settore medico GE Healthcare o la casa automobilistica Tesla. “La radice del problema dei dazi doganali si trova negli Stati Uniti”, precisa il vice ministro. Poi invita le aziende americane in Cina “ad adottare misure concrete e a mantenere congiuntamente la stabilità delle catene di approvvigionamento globali, nonché a promuovere la cooperazione reciproca e risultati vantaggiosi per tutti“.

La Cina è la terza destinazione delle esportazioni statunitensi, con 144,6 miliardi di dollari di beni venduti nel 2024. Allo stesso tempo, il gigante asiatico ha venduto prodotti per 439,7 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Le borse asiatiche sono crollate lunedì a causa dell’inflessibilità dell’inquilino della Casa Bianca e della replica di Pechino, alimentando il rischio di un’escalation distruttiva per l’economia mondiale. A Hong Kong, il gigante dell’e-commerce Alibaba è crollato del 12%, dopo la fine dell’esenzione doganale per i piccoli pacchi inviati negli Stati Uniti. Il suo rivale JD.com ha perso l’11%. Anche i fornitori e i subappaltatori di Apple, che produce i suoi smartphone in Asia, sono stati attaccati, come la taiwanese Foxconn (-10%). Parlando con i giornalisti sull’Air Force One, però, Trump spiega: “Abbiamo un deficit commerciale di 1.000 miliardi di dollari con la Cina. Perdiamo centinaia di miliardi di dollari all’anno a causa della Cina e, a meno che non risolviamo questo problema, non concluderò alcun accordo”. “Sono disposto a concludere un accordo con la Cina, ma devono risolvere questo surplus – insiste -. Abbiamo un enorme problema di deficit con la Cina… Voglio che venga risolto”

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Dazi, panico sui mercati: borse in profondo rosso in tutto il mondo

E’ panico sui mercati: le borse asiatiche e le borse europee precipitano per l’inflessibilità del presidente americano Donald Trump sui dazi che ha imposto al resto del mondo.

Da Tokyo a Shanghai, passando per Seoul e Taipei, i principali indici asiatici, chiusi venerdì, hanno seguito l’esempio di Wall Street, che ha chiuso la scorsa settimana con la peggiore giornata dal 2020. A Hong Kong, il principale indice Hang Seng è crollato lunedì di oltre il 12%, la peggiore sessione dalla crisi finanziaria del 2008.
In Europa come negli Stati Uniti, i mercati registrano un profondo rosso. – Dopo le borse asiatiche, crollano in apertura anche tutte le borse europee. Parigi cede il 6,46%, Francoforte inizialmente l’8,5, poi scende ancora a -9,15%, Londra -2,99%, a Milano nei primi minuti di contrattazione Piazza Affari perde l’8,29% dopo il -6,5% di venerdì. Il petrolio ha toccato il minimo degli ultimi quattro anni nella notte.

Interrogato sulla violenta reazione delle borse alla sua offensiva commerciale, Donald Trump ha sostenuto domenica che “a volte (bisogna) prendere una cura per guarire”.
Ha assicurato che il suo paese è “molto più forte” dopo l’annuncio di queste misure e ha ritenuto che il crollo dei mercati non fosse un suo deliberato intento.

Il presidente repubblicano rimprovera ai partner economici degli Stati Uniti di averli “saccheggiati”. Di conseguenza, ha deciso di imporre un’aliquota doganale universale del 10% su tutti i prodotti importati negli Stati Uniti, entrata in vigore sabato. A partire da mercoledì, la tariffa sarà aumentata per diverse decine di importanti partner commerciali, in particolare l’Unione Europea (20%) e la Cina (34%).

In risposta, venerdì la Cina ha annunciato i propri dazi doganali, alimentando il rischio di una distruttiva escalation per l’economia mondiale. Queste contromisure – tasse del 34% sulle importazioni statunitensi – mirano a riportare gli Stati Uniti sulla “strada giusta”, ha affermato Ling Ji, vice ministro del Commercio.

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Meloni boccia i dazi, ma teme di più calo dei consumi: “Presto per quantificare gli effetti”

Non vuole allarmismi, Giorgia Meloni, e chiede ai suoi ministri, ma alle istituzioni in generale, di “riportare l’intera discussione alla reale dimensione del problema”. Teme più i danni che può provocare il panico nei consumatori che il crollo delle Borse, la premier, confermando in Cdm il giudizio “negativo” sui dazi imposti da Donald Trump, ma allo stesso tempo invitando a tenere i nervi saldi, perché “è ancora presto per quantificarne l’effetto”, sebbene riconosca che “qualsiasi ostacolo agli scambi internazionali è penalizzante per una nazione come l’Italia”, che ha nell’export una delle armi più importanti per la crescita e il Pil. Un effetto domino con impatti anche indiretti, se si pensa ad esempio al mercato dell’auto tedesco, in buona parte prodotto grazie all’indotto tricolore.

Per questo motivo ha chiesto ai suoi vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, ai ministri dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, delle Imprese, Adolfo Urso, dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, e delle Politiche Ue, Tommaso Foti, di rivedersi nel pomeriggio di lunedì 7 aprile a Palazzo Chigi, portando ognuno per la propria parte degli studi “sull’impatto che questa situazione può avere per la nostra economia”. Vuole avere dati certi in mano, Meloni, che al momento si allinea allo speech tenuto qualche giorno fa da Christine Lagarde in audizione all’Europarlamento, dove il grande capo della Bce sosteneva che “un dazio statunitense del 25% sulle importazioni dall’Europa ridurrebbe la crescita dell’area dell’euro di circa 0,3 punti percentuali nel primo anno”. Un impatto “certamente significativo, ma di un ordine di grandezza affrontabile”, argomenta la premier davanti alla sua squadra di governo. Ben conscia che questa situazione potrebbe portare a una riduzione delle esportazioni italiane negli Usa. Perciò chiede ai suoi di attivarsi per studiare strategie da presentare ai rappresentanti delle categorie produttive, convocati a Palazzo Chigi per martedì prossimo, 8 aprile.

Nel frattempo Meloni ripete (all’Ue) che con gli Usa si tratta e non bisogna rispondere ‘a brigante con brigante e mezzo‘. Nel senso che reagire con controdazi non farebbe altro che attivare una guerra commerciale sanguinosa per il continente, per l’Occidente e, in particolare, per l’Italia. Meglio incidere dove si può, in casa propria: “Sappiamo che il settore auto è colpito dai dazi in maniera importante, dovremmo ragionare sul sospendere le norme del Green Deal”. Non solo, insiste sulla necessità di rivedere il Patto di stabilità e sull’accelerare la riforma del mercato elettrico: sull’energia chiede a Bruxelles di essere “un po’ più decisi e coraggiosi”. Del resto, anche Bankitalia avverte che “l’inflazione si collocherebbe all’1,6%” nel 2025, 1,5 nel 2026 e al 2 nel 2027” con l’entrata in vigore del nuovo sistema di scambio di quote di emissione di inquinanti e di gas a effetto serra nell’Unione europea, gli Ets, che provocherebbero un transitorio aumento dei prezzi dell’energia.

La cronaca quotidiana, intanto, dice che i mercati vanno in picchiata, al punto che la Borsa italiana raggiunge i livelli shock del post 11 Settembre. Anche se Tajani si veste da pompiere: “Le borse crollano perché c’è un allarmismo eccessivo di stampa, politici, ma non sta crollando il mondo”. Il responsabile della Farnesina è convinto che qualora dovesse esserci una reazione da parte dell’Ue “sarà piuttosto un segnale politico agli Usa per dire ‘basta’, quindi assolutamente inferiore alla loro azione”. Semmai, l’obiettivo è quello di avere, alla fine della trattativa, “un grande mercato transatlantico, Europa e Stati Uniti, cioè il mercato dell’Occidente, senza dazi“. ‘Sogno’ condiviso anche dal collega Urso. In questo il governo italiano con “Meloni in primis, io in secundis” può “convincere l’Ue ad avere un’azione positiva, attraverso un’azione facilitatrice di un accordo tra Unione europea e America”, spiega Tajani a ‘Cinque minuti’ (Rai1).

Se la traiettoria dovesse deviare, però, l’Italia – assicura il vicepremier – ha già un piano d’azione pronto per esplorare altri mercati. Con un ‘partner’ d’eccezione, Poste Italiane, che “può distribuire sui mercati i prodotti anche delle piccole imprese, ne abbiamo già parlato con l’ad, Matteo Del Fante”.

Tutta la carne messa a cuocere a Roma, comunque, continua a non convincere le opposizioni. Il Pd ritiene che l’esecutivo sia arrivato impreparato alla sfida dei dazi, mentre Matteo Renzi (Iv) rintuzza gli appelli contro l’allarmismo di Meloni: “Abbiamo un governo di influencer incapaci, serve una reazione subito”. Da Avs, poi, Angelo Bonelli chiede alla premier di “farsi da parte”, infine i Cinquestelle, impegnati nella manifestazione del 5 aprile a Roma contro il Rearm Eu, picchiano duro: “Tutti gli altri Paesi si muovono e noi restiamo fermi, il governo è in uno stato comatoso”.

Dazi, le stime di Trump lasciano gli economisti sbalorditi: “Non hanno alcun senso”

Un calcolo che rientra nell’ambito dell’astrologia? Gli economisti di tutto il mondo sembrano sbalorditi dalla formula scelta dall’amministrazione Trump per valutare i dazi doganali imposti dagli Stati Uniti al resto del mondo. “Questo è per l’economia ciò che il creazionismo è per la biologia e l’astrologia per l’astronomia”, ha scherzato l’ex Segretario al Tesoro Larry Summers su X. Il presidente Donald Trump ha annunciato mercoledì una serie di dazi doganali senza precedenti sulle importazioni statunitensi, che vanno da un minimo del 10% per tutti, al 50% per un paese povero come il Lesotho.

A sostegno della sua decisione, il capo della Casa Bianca ha presentato un grafico a due colonne, che elenca a sinistra i dazi applicati secondo lui alle esportazioni statunitensi dai partner commerciali di Washington, e a destra i nuovi dazi che saranno imposti dagli Stati Uniti a partire da sabato a ciascun paese. Per “gentilezza”, come ha spiegato Trump, i nuovi dazi doganali saranno circa la metà di quelli praticati da Washington nei confronti dei paesi stranieri. Ad esempio, la Casa Bianca ha calcolato che l’Unione europea tassa le importazioni statunitensi al 39%. In risposta, gli Stati Uniti intendono quindi tassare le esportazioni dell’UE al 20%. Il problema è che il calcolo non corrisponde alle statistiche dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Secondo quest’ultima, l’UE applica in media un dazio doganale dell’1,7%, molto lontano dal 39% avanzato da Donald Trump.

Per quanto riguarda la Cina, secondo la Casa Bianca, applicherebbe una tassa del 67% sui prodotti americani. Ma nel 2024, secondo la WTO, essa applicava una tariffa doganale media del 4,9%. Per il suo calcolo, la Casa Bianca afferma di aver preso in considerazione altre barriere commerciali oltre ai semplici dazi doganali, citando in particolare le norme ambientali o la manipolazione dei tassi di cambio. Ma è difficile capire come queste barriere non tariffarie possano essere tradotte in cifre.

Il rappresentante americano per il commercio ha pubblicato una formula con molteplici variabili espresse in caratteri greci. L’amministrazione Trump ha diviso la bilancia commerciale (la differenza tra importazioni ed esportazioni) per il valore delle importazioni, indipendentemente dal paese. Una formula che non tiene conto delle specificità dei legami commerciali. “La formula si basa sul valore relativo del surplus commerciale con gli Stati Uniti”, confermano gli economisti della Deutsche Bank. “Questo approccio è talmente pieno di errori che è difficile capire da dove iniziare”, ha scritto sul suo blog il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, sottolineando che i calcoli tengono conto solo dei beni scambiati, tralasciando i servizi. Alla fine, questo metodo è “stupido”, ha concluso. Applicando la formula pubblicata dall’amministrazione alle statistiche americane del 2024, l’AFP ha ottenuto le cifre presentate dal presidente americano. I nuovi dazi doganali annunciati per ogni paese corrispondono a questo risultato, diviso per due. Se la formula dà meno del 10%, o in caso di surplus commerciale, gli Stati Uniti applicano uniformemente un tasso minimo del 10%. È il caso di oltre un centinaio di paesi o territori, tra cui il Regno Unito e l’Australia. Per un motivo sconosciuto, solo l’Afghanistan, tassato solo al 10%, non corrisponde a questo calcolo, dato che Kabul ha un ampio surplus commerciale con gli americani. “È ormai evidente che l’amministrazione Trump non ha utilizzato i dati doganali per calcolare i dazi reciproci”, afferma Larry Summers. “Questa politica tariffaria non ha alcun senso, anche se si crede nel protezionismo”.

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