Ecomondo, si chiude l’edizione più sostenibile di sempre: +7% presenze, +10% quelle estere

In un contesto mondiale sempre più volatile, la sostenibilità rappresenta la bussola di orientamento per governi, imprese e comunità scientifica. Ecomondo 2025, evento internazionale di riferimento in Europa e nel bacino del Mediterraneo per la green, blue and circular economy, organizzato da Italian Exhibition Group (IEG), si chiude oggi alla Fiera di Rimini riaffermandosi hub globale per la transizione ecologica. Un ruolo che si traduce nei risultati concreti di una 28ª edizione in crescita. Le presenze totali sono cresciute del 7%, con un +10% di quelle estere. Oltre 1.700 i brand espositori, di cui il 18% dall’estero, sui 166.000 mq di superficie del quartiere fieristico. Più di 600 i giornalisti accreditati (per il 15% esteri), che hanno portato la Fiera di Rimini all’attenzione della comunità mondiale.

A rimarcare la centralità di Ecomondo nel panorama internazionale, come guida di un percorso verso il futuro sostenibile che parte dall’Italia e che l’Europa sta continuando a perseguire con decisione, la presenza, giovedì 6 novembre, del ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, in visita nei padiglioni della Fiera. “Possiamo dirci tra i primi Paesi al mondo nella capacità di riciclo – ha spiegato il ministro – si parla tanto di terre rare e materie prime critiche ma il più grande giacimento che abbiamo sono i nostri rifiuti… E la capacità di riciclo si manifesta pienamente proprio in questa fiera, simbolo di innovazione e sostenibilità”.

Ecomondo 2025 si è confermato luogo privilegiato di scambio tra aziende, ricerca e professionisti del settore di tutto il mondo, anche grazie alla collaborazione con Agenzia ICE e con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI): un crocevia globale, con oltre 800 hosted buyer e delegazioni internazionali provenienti da 65 Paesi. Tra i mercati più rappresentati: Spagna, Turchia, Polonia, Romania, Serbia, Croazia, Bulgaria, Tunisia, Marocco ed Egitto. A completare il quadro, circa 90 associazioni internazionali coinvolte.

Un network che, durante la manifestazione, ha generato 3.800 business matching, favorendo la cooperazione e la diffusione delle best practices per la transizione ecologica. Oltre 200 appuntamenti nelle quattro giornate, di cui circa 70 curati dal Comitato Tecnico Scientifico di Ecomondo, presieduto dal professor Fabio Fava, hanno composto un programma denso di iniziative, offrendo una lettura aggiornata della transizione green in modo trasversale.

Tra i temi principali: i RAEE e le materie prime critiche, il tessile che diventa circolare, la finanza sostenibile a supporto della transizione ecologica, la gestione dell’acqua e la blue economy, bioenergie, economia circolare, AI applicata alla valorizzazione delle risorse e al monitoraggio dei dati, l’osservazione della Terra e il ruolo della comunicazione per superare i falsi dilemmi della transizione ecologica. Grande attenzione alla cooperazione internazionale e alla transizione verde nel Mediterraneo, nonché alle iniziative per l’accesso all’energia pulita e sostenibile nel continente africano, nell’ambito del Piano Mattei e del Programma “Mission 300”, con la quinta edizione dell’Africa Green Growth Forum.

La 14ª edizione degli Stati Generali della Green Economy ha aperto ancora una volta Ecomondo, con la presentazione della Relazione sullo stato della green economy 2025, ponendo al centro del dibattito lo stato e le prospettive della transizione ecologica europea nel nuovo contesto globale. La sessione plenaria della seconda giornata, per la prima volta interamente in lingua inglese, ha ampliato ulteriormente la portata internazionale dell’evento. Il ritorno di Sal.Ve, il Salone biennale del Veicolo per l’Ecologia, in collaborazione con ANFIA, ha portato in mostra l’intera gamma della produzione di allestimenti per veicoli industriali e speciali per la raccolta dei rifiuti solidi e liquidi, per lo spazzamento stradale e per gli spurghi.

A Ecomondo 2025 l’innovazione ha fatto da ponte tra scienza e mercato: l’Innovation District ha dato spazio e visibilità a 40 startup italiane e internazionali dall’alto contenuto tecnologico, di cui 20 da Marocco e Tunisia selezionate nell’ambito del progetto Lab Innova for Africa “Luca Attanasio”, promosso da Agenzia ICE in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Accanto all’esposizione, Ecomondo ha consegnato il Premio “Lorenzo Cagnoni” per l’Innovazione Green alle sette aziende espositrici per le tecnologie più avanzate e promettenti presentate nei settori espositivi della manifestazione. La prossima edizione si svolgerà dal 3 al 6 novembre 2026. 

 

Green economy, l’Italia primeggia per il riciclo in Europa ma le emissioni diminuiscono lentamente

(Photo credit: Ecomondo)

Lo stato di salute della green economy in Italia registra luci ed ombre. Nel 2024 le emissioni di gas serra diminuiscono troppo poco; aumentano i consumi finali di energia per edifici e trasporti e si importa troppa energia dall’estero; il consumo di suolo non si arresta; la mobilità sostenibile si scontra con 701 auto ogni 1000 abitanti, il numero più alto d’Europa.

Dall’altro lato, la produzione di energia elettrica da rinnovabili è arrivata al 49% di tutta la generazione nazionale di elettricità, l’Italia mantiene il suo primato europeo in economia circolare, l’agricoltura biologica cresce del 24% nel 2024 e le città italiane mostrano vivacità nella transizione ecologica. È questa la fotografia dell’Italia delle green economy contenuta nella Relazione sullo Stato della Green Economy 2025 presentata in apertura degli Stati Generali della Green Economy, il summit verde promosso dal Consiglio Nazionale della Green Economy e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che si è tenuto in occasione di Ecomondo, a Rimini.

Da una parte, dunque, nel solo 2024 il taglio delle emissioni di gas serra è stato di poco più di 7 milioni di tonnellate, neanche un meno 2% su base annua: un quarto della diminuzione registrata nel 2023, considerando che in Italia il 2024 è stato l’anno più caldo di sempre con oltre 3.600 eventi climatici estremi, quattro volte quelli del 2018. Dall’altra, però, il nostro Paese primeggia in Europa per le performance di circolarità per la produttività delle risorse, cresciuta dal 2020 al 2024 del 32%, da 3,6 a 4,7 €/kg; per il tasso di utilizzo circolare dei materiali, che nel 2023 ha raggiunto il 20,8; per-il tasso di riciclo dell’86% del totale dei rifiuti e per il 75,6% di riciclo degli imballaggi.

“Abbiamo messo al centro di questa edizione un tema cruciale per il nostro paese: conviene o meno all’Italia tornare indietro nella transizione ad una green economy decarbonizzata, circolare e che tutela il capitale naturale? – ha affermato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione Sviluppo SostenibileNoi riteniamo di no, anche alla luce dell’impatto positivo sull’economia italiana avuto con i progetti del PNRR, nei quali è stato rilevante l’aspetto della sostenibilità ambientale. Senza il PNRR, il PIL italiano sarebbe stato in stagnazione o, addirittura, in recessione e sarebbe stato molto difficile contenere il deficit al 3%. Per l’Italia, al centro dell’hot-spot climatico del Mediterraneo, con un aumento delle temperature che corre il doppio della media mondiale, la transizione energetica e climatica è di vitale importanza”.

Luci e ombre, dice il rapporto. Perché se l’’Italia rimane inoltre fra i Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero, cresce però nella produzione di rinnovabili: nel 2024 la produzione ha superato i 130 miliardi di kWh, al 49% della generazione di elettricità, in traiettoria col target del PNIEC, del 70% al 2030. E poi ancora, la e-car non decolla (-13% nel 2024), ma in agricoltura cresce il biologico (+2,4% delle aree certificate); il Il consumo di suolo non si arresta (17,6 ettari al giorno, il terzo valore più alto dal 2012) ma grazie alla partecipazione ad iniziative europee e ai fondi del PNRR, molte città hanno realizzato interventi di mitigazione e di adattamento alla crisi climatica e iniziative dedicate alla transizione ecologica.

“L’Italia, con le sue leadership in settori fondamentali come l’economia circolare, ha le carte in regola per essere nel gruppo di testa di un’Europa che guardi alla transizione in modo realistico e pragmatico. In un contesto complesso sotto il profilo geopolitico e di profondi cambiamenti climatici, il nostro continente deve investire in innovazione, crescita sostenibile e sicurezza energetica. L’Italia delle imprese impegnate nella green economy è un esempio da seguire per l’economia del futuro”‘, ha detto Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

Rapporto Circonomia: Italia arretra in Ue per efficacia transizione energetica

L’Italia resta avanguardia in Europa nell’economia circolare, dal riciclo dei rifiuti all’impiego di materie seconde nell’industria manifatturiera, mentre arretra pesantemente nei ritmi e nell’efficacia della transizione energetica dai fossili alle rinnovabili. La sintesi di queste due opposte dinamiche non è brillante: rispetto allo scorso anno, il Paese retrocede dal terzo al quinto posto quando soltanto tre anni fa era al primo posto. Quest’anno il podio vede in testa la Danimarca, seguita da Austria e Olanda, quarta la Svezia. Questa in sintesi la fotografia contenuta nel Rapporto ‘Circonomia 2025’, curato da Duccio Bianchi dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia ed elaborato come ogni anno nel quadro del Festival dell’economia circolare e della transizione ecologica. Il Rapporto è stato presentato a Rimini, a ‘Ecomondo’, nello stand del Conai (Consorzio per il recupero degli imballaggi). La classifica proposta nel Rapporto si basa su 21 indicatori, suddivisi in tre categorie: impatto sull’uso delle risorse (consumi pro-capite di materia e di energia, emissioni climalteranti), efficienza d’uso delle risorse (consumi di materia e di energia, emissioni climalteranti e produzione di rifiuti per unità di Pil), capacità di risposta (tassi di riciclo e d’impiego di materie seconde). Gli indicatori sono stati normalizzati (min-max scaling) su un intervallo 0-1 e sono equipesati nell’indice generale; nel loro insieme, i 21 indicatori-chiave restituiscono una fotografia attendibile dello stato di circolarità e di transizione ecologica dei vari Paesi dell’Unione europea.

In termini di prestazioni assolute, è da rimarcare come a livello europeo, per il terzo anno consecutivo, quasi tutti gli indicatori mostrino un miglioramento (o quanto meno una stazionarietà) verso la decarbonizzazione e la circolarità. L’arretramento dell’Italia è coerente con l’ulteriore ‘retrocessione’ dal terzo al quinto posto. L’evoluzione positiva che aveva portato l’Italia tra i leader di circolarità e transizione ecologica sembra ormai essersi interrotta. Già nel 2021 e nel 2022 l’Italia ha fatto registrare progressi inferiori alla media europea e a quelli di altri leader della conversione energetica, pur mantenendo invece buone prestazioni negli indicatori di riciclo e circolarità. Questa tendenza si è mantenuta anche nel 2023 (e tutti i dati disponibili suggeriscono che sarà così anche nel 2024 e 2025). Tra il 2023 e il 2022 i progressi dell’Italia sono stati inferiori alla media europea in termini di consumo energetico procapite e per unità di Pil e anche più marcata è la minore riduzione del consumo di fonti fossili. Solo un terzo rispetto alla media europea è stata la crescita della quota di rinnovabili sui consumi energetici ed è impressionante il fatto che la quota di elettricità da solare e vento fosse nel 2014 più alta in Italia che nella media europea (13,6% vs 11,2%) mentre nel 2024 è ben più bassa della media europea (21,9% vs 28,7%).

L’Italia è uno dei pochi casi in Europa dove nel 2023 aumentano le emissioni di CO2 (già superiori alla media europea) dalle nuove auto immatricolate. Anche in termini di riciclo e di circolarità di materia (pur partendo da valori molto elevati) l’andamento dell’Italia è stato in termini assoluti peggiore della media europea. Si tratta ormai di una tendenza consolidata. Negli ultimi 10 anni i miglioramenti dell’Italia sui vari indicatori è stato uno dei più bassi in Europa. L’eccellenza italiana resiste solo nel campo del passaggio da economia lineare a economia circolare, cioè negli indicatori relativi al consumo procapite e per unità di Pil di materia, all’impiego di materia seconda, al tasso di riciclo del totale dei rifiuti e dei rifiuti urbani, alla quota di valore aggiunto da economia circolare. Qui presentiamo sempre una delle cinque migliori prestazioni europee, posizionandoci complessivamente al secondo posto assoluto preceduti solo dall’Olanda. È evidente che questo ‘successo’ italiano ormai consolidato dipende in larga misura dagli ottimi risultati nella raccolta e nel riciclo dei rifiuti conseguiti grazie al sistema dei Consorzi di filiera, a cominciare dai Consorzi che operano nel settore degli imballaggi. Tra questi Cial (alluminio), Ricrea (acciaio) e Biorepack (bioplastica compostabile), partner da sempre del Festival dell’economia circolare. La “nuova frontiera” è poi quella costituita dal recupero dei Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) e dei materiali preziosi in essi contenuti, di cui si occupa il Consorzio Erion Weee.

In conclusione, l’Italia conferma un notevole ‘talento’ nella trasformazione in senso green della propria economia, come dimostrano i primati nell’economia circolare, e invece arranca nel processo di decarbonizzazione indispensabile per fronteggiare la crisi climatica. Questo non è solo, per il nostro Paese, un problema ambientale, ma un’occasione che rischiamo di perdere per il futuro: “La transizione ecologica – così Francesco Ferrante ed Emanuela Rosio, organizzatori del Festivalè necessaria per impedire il collasso climatico ma se bene governata e orientata è anche una straordinaria occasione che può consentire all’Italia e all’Europa di affermare una leadership economica e tecnologica in un processo globale già in piena corsa, che sta ridisegnando gli assetti del mondo economico di oggi e di domani”.

cingolani

Aumenta trend rinnovabili in Ue ma target 42,5% è lontano. Italia a ritmo lento ma costante

Il numero ‘magico’ per le rinnovabili in Europa è 42,5% entro il 2030. E’ questo l’obiettivo vincolante che l’Ue si è data, con il target di spingersi fino al 45%. In dieci anni la quota è quasi triplicata, passando da 9,6 percento del del 2004 al 24,5 del 2023, ma è evidente che non basta.

C’è più di una speranza, comunque, di recuperare in tempo il gap. Lo dicono i numeri del Power Barometer 2025 di Eurelectric, secondo i quali il 2024 ha segnato un record perché la quota di generazione di energia da fonti fossili è scesa al 28%, minimo storico, con una riduzione di 89 TWh su base annua. In particolare è il carbone a perdere quota, con -50 Twh, mentre il gas è a -35 TWh. La buona notizia è che il rovescio della medaglia vede le rinnovabili salire, e di tanto: +44 TWh dal solare e +43 TWh dall’idroelettrico. È positivo anche che l’eolico sia rimasto stabile a 489 Twh circa, dunque non perdendo terreno. In questo scenario va segnalata, però, anche la performance del nucleare, con una quota del 24% e un aumento di 31 TWh nel 2024.

Secondo i dati Eurostat, nel secondo trimestre di quest’anno il 54% dell’elettricità netta prodotta nell’Ue viene da fonti rinnovabili, in aumento rispetto al 52,7% registrato nello stesso trimestre del 2024. Un aumento dovuto principalmente all’energia solare, che ha generato un totale di 122.317 gigawattora (GWh) nel secondo trimestre del 2025, pari al 19,9% del mix totale di generazione di elettricità. Giugno del 2025 è stato il primo mese nella storia in cui l’energia solare (22%) è stata la principale fonte di elettricità generata nell’Ue, davanti al nucleare (21,6%), all’eolico (15,8%), all’idroelettrico (14,1%) e al gas naturale (13,8%). Tra i paesi dell’Unione, nel secondo trimestre del 2025, la Danimarca, con il 94,7%, ha registrato la quota più elevata di energie rinnovabili nell’elettricità netta prodotta, seguita da Lettonia (93,4%), Austria (91,8%), Croazia (89,5%) e Portogallo (85,6%). Le quote più basse di energie rinnovabili sono state registrate in Slovacchia (19,9%), Malta (21,2%) e Repubblica Ceca (22,1%).

LA SITUAZIONE ITALIANA. Nel quadro generale l’Italia sta facendo passi avanti. Dai dati mensili raccolti da Terna, la società che gestisce la rete nazionale di trasmissione dell’energia elettrica, da gennaio a settembre di quest’anno la capacità rinnovabile in esercizio è aumentata di 4.476 MW (di cui 4.078 MW di fotovoltaico). Negli ultimi dodici mesi, la capacità installata di fotovoltaico ed eolico è aumentata di 6.576 MW (+13,7%), raggiungendo i 54.542 MW complessivi. Al 30 settembre 2025, inoltre, si registrano in Italia 17.417 MWh di capacità di accumulo (valore in aumento del 49,3% rispetto allo stesso mese del 2024), che corrispondono a 7.069 MW di potenza nominale, per circa 849.000 sistemi di accumulo. A settembre, gli accumuli elettrochimici di grande taglia hanno prodotto ben 176 GWh, a conferma della rilevanza che tale tecnologia ha ormai raggiunto per la gestione del sistema in economia e sicurezza. Nel dettaglio, da gennaio a settembre la capacità di impianti utility scale è aumentata di 2.794 MWh, che corrispondono a 709,1 MW di potenza nominale.

Le statistiche periodiche dell’Enea, comunque, mostrano uno scenario ancora carente, sia per l’Europa che per l’Italia. Perché nel primo semestre 2025 i consumi energetici dell’area euro sono rimasti stazionari, con un aumento dei consumi di gas naturale (+5%) mentre si sono contratti i prodotti petroliferi (-3%) e le fonti rinnovabili (-3%). Continua, invece, il trend di ripresa della produzione da nucleare (+2%) dai minimi del 2023. Anche le emissioni di CO₂ sono stimate stazionarie, in contrasto con la traiettoria necessaria per il target 2030, che richiede un calo annuo del 7%.

I CONSUMI. Nel nostro Paese i consumi di energia primaria – stimati secondo la metodologia Eurostat – sono in aumento marginale, in coerenza con la dinamica dei principali driver della domanda. Sono aumentati – riferisce ENEA – i consumi di gas naturale (+6%), sostenuti dalla maggiore domanda della termoelettrica (+19%) e dal clima più rigido del primo trimestre. In flessione invece i consumi di petrolio e prodotti petroliferi (-2%). In calo anche le fonti rinnovabili (-3%), penalizzate dal calo della produzione idroelettrica (-20%) e dalla flessione dell’eolico, mentre è proseguito l’aumento del solare (+20%). In termini di settori i consumi si sono contratti nei trasporti (-1%), sono aumentati nel civile (+3%), per la domanda di gas per riscaldamento e la domanda elettrica del terziario. Il modesto aumento della domanda elettrica (+0,3%) conferma la stazionarietà del grado di elettrificazione dei consumi. L’aumento delle fonti fossili (+1,5% nel semestre) si è riflesso nella dinamica delle emissioni di CO₂ (+1,3%), che sono rimaste sul trend di ripresa iniziato nell’ultimo trimestre 2024. Dopo due anni e mezzo di cali consecutivi sono tornate ad aumentare anche le emissioni calcolate sull’anno scorrevole (+1,2%).

ECOMONDO. E di Energia si parlerà anche a Ecomondo, che si svolge a Rimini Fiera dal 4 al 7 novembre. Giovedì 6 novembre, ad esempio, è in programma la quinta edizione dell’Africa Green Growth Forum, che metterà in luce le iniziative per l’accesso all’energia pulita e sostenibile nel continente africano promosse nell’ambito del Piano Mattei e del Programma “Mission 300”, un programma multilaterale guidato dalla Banca Mondiale e dalla Banca Africana di Sviluppo che punta a fornire elettricità pulita e affidabile a 300 milioni di persone nell’Africa subsahariana entro il 2030.

Torna Ecomondo: dal 4 al 7 novembre a Rimini arriva l’edizione più sostenibile di sempre

(Copyright foto: Italian Exhibition Group)

Valorizzazione dei rifiuti, rigenerazione dei suoli e degli ecosistemi, energia rinnovabile, ciclo idrico integrato. E, ancora, agricoltura, monitoraggio satellitare, tutela del mare, tessili, carta, città sostenibili. Dal 4 al 7 novembre torna a Rimini Ecomondo – organizzato da Italian Exhibition Group (IEG) – il punto di riferimento internazionale per la transizione ecologica e l’economia circolare: la 28° edizione promette di superare ogni aspettativa con un programma ricco di novità, progetti visionari e opportunità imperdibili per aziende, start-up, ricercatori, innovatori e policy maker.

Grazie a 166.000 mq di area espositiva, divisi in 30 padiglioni, la manifestazione si articola in sette macroaree tematiche, ciascuna dedicata a un aspetto chiave della transizione ecologica. Oltre alle aree e ai distretti da scoprire, addetti ai lavori e stakeholder della sostenibilità possono approfondire i temi chiave della transizione ecologica partecipando ai numerosi convegni in programma.

Paesi target 2025 saranno Germania, Spagna, Polonia, Serbia, Turchia e Paesi Bassi, oltre ai paesi nordafricani Egitto, Marocco, Algeria, Tunisia e Middle East. A Ecomondo si aggiunge nel 2025 SAL.VE, il Salone biennale del Veicolo per l’Ecologia, in partnership con Anfia.

E tornano anche gli Stati Generali della Green Economy, che si svolgono il 4 e il 5 novembre, organizzati dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile, promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e con il patrocinio della Commissione Europea.

Ecomondo 2025 – spiega Alessandra Astolfi, Global Exhibition Director della Divisione Green & Technology di Italian Exhibition Group – occuperà 30 padiglioni su 166.000 mq di superficie espositiva. Grazie alla sinergia con l’Agenzia ICE e con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), sono attese delegazioni da tutto il mondo in collaborazione con 80 associazioni internazionali di settore confermandosi come l’appuntamento leader in Europa sui nuovi modelli innovativi di economia circolare”.

L’evento si conferma network globale grazie anche alle edizioni recentemente conclusesi di Ecomondo Mexico e di Ecomondo China – CDEPE; mentre è prossimo, in Italia, l’appuntamento con il Green Med Expo & Symposium (Napoli, 28-30 maggio 2025) che si realizzeranno anche nel 2026.

AREE TEMATICHE, FOCUS E DISTRETTI VERTICALI. Sei le macroaree tematiche di Ecomondo – Waste as Resource, Water Cycle & Blue Economy, Sites & Soil Restoration, Bioenergy & Agricolture, Earth Observation and Environmental Monitoring e Circular and Regenerative Bio-Economy. Confermati i distretti Blue Economy per gli ecosistemi marini, Circular Healthy City per città circolari e salubri, Paper District sulla progettazione della carta in chiave sostenibile, Textile District per la moda etica e Trenchless District per tecnologie No Dig. L’Innovation District sarà il centro dell’innovazione, con il potenziamento dell’area dedicata a Start-Up & Scale-Up e il focus su Green Jobs & Skills. Inoltre, il Premio Lorenzo Cagnoni per l’Innovazione Green premierà le tecnologie più rivoluzionarie nei diversi settori espositivi. Anche il riciclo avanzato delle materie prime strategiche, l’ecodesign e le nuove soluzioni di packaging per ridurre l’impatto lungo l’intera filiera senza compromettere le funzionalità, l’intelligenza artificiale e digitalizzazione per accelerare la transizione ecologica, le nuove tecnologie per il monitoraggio satellitare per contrastare gli impatti del cambiamento climatico e la decarbonizzazione dell’industria, con focus particolari su tessile, energia, RAEE ed edilizia saranno tra i temi di Ecomondo 2025.

PROGRAMMA CONVEGNISTICO AD ALTA INTENSITÀ TECNOLOGICA. Ecomondo affiancherà alla parte espositiva un fitto calendario di conferenze, seminari e tavole rotonde organizzate dal suo Comitato Tecnico Scientifico, con approfondimenti dedicati agli aspetti normativi, policy e regolamenti, anche alla luce del piano Next Generation EU, al ripristino degli ecosistemi, alla blue economy e all’economia rigenerativa, all’AI, Digital Twin e nuove tecnologie, alla gestione predittiva delle risorse, bioenergie e monitoraggio satellitare delle trasformazioni ambientali e della gestione del territorio, alla finanza, alla comunicazione e all’economia circolare e transizione ecologica in Africa e nel bacino del Mediterraneo, soffermandosi fra l’altro sul Piano Mattei.

SPAZIO ALLA SOSTENIBILITA’. Il quartiere fieristico di Rimini, che ospita Ecomondo, è stato progettato ed è gestito all’insegna del basso impatto ambientale. La struttura, premiata con il prestigioso riconoscimento internazionale Elca ‘Edilizia e Verde’ di Norimberga, dispone di 160.000 mq di aree verdi con oltre 1.500 piante, 30.000 mq di tappeti erbosi e impianti di irrigazione che utilizzano esclusivamente acque di falde superficiali. Sono poi presenti padiglioni dotati di grandi finestre e lucernai a soffitto che permettono di ottenere un’illuminazione prevalentemente naturale, integrata attualmente da 2.000 proiettori a Led che garantiscono una riduzione dei consumi fino al 60% e un risparmio energetico annuo di 76.800 kWh (-15 tonnellate/anno di CO2 in atmosfera). Un altro punto di forza del quartiere è la gestione sostenibile delle risorse idriche. Le grandi fontane sono tutte a ricircolo d’acqua, le toilette sono dotate di getti d’acqua a pressione controllata e nei periodici svuotamenti l’acqua viene trattata e riutilizzata per l’irrigazione delle aree verdi. Questa meticolosa organizzazione permette di ottenere un risparmio complessivo di 23 milioni di litri d’acqua all’anno. L’attenzione alla sostenibilità è dimostrata anche nella presenza di impianti fotovoltaici integrati nelle coperture delle strutture. Dal 2022, IEG dispone di una potenza installata totale di 7.170 kWp tra Rimini e Vicenza, con una produzione di energia elettrica pulita di 8,7 milioni di kWh, e che permette di evitare l’immissione nell’ambiente 1.795 tonnellate di CO₂ equivalenti.

Tags:

Decarbonizzazione e competitività: la sfida dell’acciaio green sbarca a Ecomondo

(Photo copyright: AFP)

Oltre 300 mila persone impiegate – ma 2,6 milioni di posti di lavoro tra diretti e indiretti – 500 siti di produzione in 22 Stati membri e un contributo al Pil del continente pari a 80 miliardi di euro: l’Ue è il terzo produttore mondiale di acciaio, ma la situazione non è delle più rosee. A pesare – e molto – è la situazione geopolitica e commerciale internazionale, a cui i dazi hanno dato il colpo di grazia, ma anche la necessità di rendere il settore sempre più sostenibile, in linea con il Green Deal.

LA STRATEGIA EUROPEA. All’inizio di ottobre la Commissione europea ha lanciato la sua strategia per sostenere la siderurgia, che combina misure protezionistiche e un piano d’azione per la decarbonizzazione e la competitività, con l’obiettivo di proteggere l’industria dell’acciaio europea dalla concorrenza globale e sostenere la sua transizione verde.

In un decennio, infatti, da un surplus di 11 milioni di tonnellate, l’Ue è passata a un deficit di 10 milioni di tonnellate. La produzione è in calo, con una perdita di 65 milioni di tonnellate dal 2007 – oltre 30 milioni dal 2018 – e la quantità attuale ammonta a 126 milioni di tonnellate, ma l’utilizzo della capacità produttiva è solo del 67%, ben al di sotto del sano parametro di riferimento dell’80% e dei livelli di redditività. Numeri che si ripercuotono innanzitutto sulle persone, con 18 mila posti di lavoro persi solo nel 2024, quasi 100mila posti di lavoro diretti dal 2008 (circa il 25% della sua forza lavoro) e la chiusura o la riduzione della capacità installata in numerosi stabilimenti in molti Stati membri dell’Unione, mentre “altre economie stanno espandendo rapidamente i loro settori siderurgici”, come spiega la Commissione. E la crisi globale della sovraccapacità sta raggiungendo livelli critici, dato che “si prevede che 602 milioni di tonnellate nel 2024 saliranno a 721 milioni di tonnellate entro il 2027, cinque volte la domanda annuale dell’Ue.

In questo quadro arriva il piano Ue che – in linea con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e stilato insieme a sindacati e industria – ha lo scopo di “salvare le nostre acciaierie e i nostri posti di lavoro in Europa”. Tecnicamente, la misura andrà a sostituire la ‘clausola di salvaguardia’ introdotta dall’Ue nel 2019 per aiutare i produttori europei, che il 30 giugno 2026. E prevede “una riduzione del 47% del contingente di importazione esente da dazi, da 33 milioni di tonnellate a 18,3 milioni di tonnellate; l’introduzione di un dazio proibitivo del 50% per le importazioni fuori quota; saranno coperte le importazioni da tutti i paesi terzi, ad eccezione dei nostri partner See; gli importatori dovranno invece dichiarare dove l’acciaio è stato fuso e colato”.

LA DECARBONIZZAZIONE DEL SETTORE. Il settore siderurgico ha un forte impatto ambientale. Secondo i dati Ispra, le emissioni di CO2 derivanti da questo tipo di industria decrescono del 68,3% dal 1990 al 2020, ma proprio nell’anno della pandemia sono diminuite del 18,55% rispetto all’anno precedente. Con il ‘Piano d’azione della Commissione per garantire un’industria siderurgica e metallurgica competitiva e decarbonizzata in Europa’ si punta alla riduzione dei rischi della decarbonizzazione: il futuro Industrial Decarbonisation Accelerator Act introdurrà criteri di resilienza e sostenibilità per i prodotti europei negli appalti pubblici, al fine di stimolare la domanda di metalli a basse emissioni di carbonio prodotti nell’UE, creando mercati guida. La Commissione stanzierà 150 milioni di euro attraverso il Fondo di ricerca per il carbone e l’acciaio nel 2026-27 , con ulteriori 600 milioni di euro tramite Horizon Europe destinati al Clean Industrial Deal. Nella fase di ampliamento, la Commissione punta a 100 miliardi di euro attraverso la Banca per la decarbonizzazione industriale, attingendo al Fondo per l’innovazione e ad altre fonti, con un’asta pilota da 1 miliardo di euro nel 2025 incentrata sulla decarbonizzazione e l’elettrificazione dei processi industriali chiave.

Inoltre, la Commissione europea prevede di stabilire obiettivi per l’acciaio e l’alluminio riciclati in settori chiave e di valutare se un numero maggiore di prodotti, come i materiali da costruzione e l’elettronica, debba essere soggetto a requisiti di riciclaggio o di contenuto riciclato. Inoltre, la Commissione prenderà in considerazione misure commerciali sui rottami metallici, “un input essenziale per l’acciaio decarbonizzato, per garantire una sufficiente disponibilità di rottami”.

LA SITUAZIONE ITALIANA. Anche la situazione italiana non è delle più semplici. La produzione di acciaio green e a basse emissioni rappresenta una sfida cruciale per la siderurgia italiana ed europea, che l’Ue si è posta l’obiettivo di raggiungere entro il 2050. Per le aziende della filiera questo significa affrontare numerose sfide, che richiedono analisi e approfondimenti per comprendere come affrontare con successo la strada della transizione verde. Nonostante le incertezze, gli alti costi dell’energia e il tema dell’ex Ilva, il settore italiano cresce. Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, conferma a Repubblica che a fine 2024, “il settore siderurgico allargato ha fatto registrare un fatturato complessivo di 42 miliardi. Di questi, 18,5 sono riconducibili alla produzione di acciaio (ex Ilva esclusa), salgono a 29 miliardi se si tiene conto dei laminati”. L’ipotesi è di chiudere il 2025 “con un più 3-4% di produzione rispetto al 2024, vale a dire 700-800mila tonnellate in più: passeremo da 20 a 21 milioni di tonnellate. Negli ultimi tre anni il settore ha investito 3 miliardi”.

I nodi da sciogliere restano comunque tanti. A partire dal costo dell’energia che pesa come un macigno sulle industrie, seguito dai vincoli ambientali e dai dazi imposti dall’amministrazione Usa. 

E di acciaio green si parlerà anche a Ecomondo a Rimini in occasione del convegno ‘Europa: verso l’acciaio senza CO2’, organizzato da Siderweb in collaborazione con Ricrea, il Consorzio Nazionale per il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Acciaio. L’evento si svolgerà giovedì 6 novembre dalle 13:45 alle 15:00 presso Agorà stand Conai/Consorzi, pad. B1 stand 211/410.

Economia circolare e responsabilità estesa del produttore: il tessile si fa green

(Photo copryright: European Union 2022 – Source: EP)

Ogni anno, nell’Unione europea si generano 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, di cui 5,2 provengono soltanto da abbigliamento e le calzature, equivalenti a 12 kg a persona. E la stima è che meno dell’1% di tutti i tessili a livello mondiale venga riciclato in nuovi prodotti, mentre il resto è spesso incenerito o collocato in discarica. 

Nel 2022 i cittadini dei 27 paesi dell’Ue hanno consumato in media 19 kg di abbigliamento, calzature e tessili per la casa, rispetto ai 17 kg del 2019, collocando questa categoria tra le prime cinque di consumo domestico per pressione ambientale e climatica nel Vecchio continente. Le conseguenze riguardano l’inquinamento atmosferico, l’uso di sostanze chimiche, l’inquinamento da microplastiche derivanti dalla produzione, dall’uso e dal lavaggio dei tessuti, nonché le pressioni causate dalla gestione dei tessuti che finiscono per essere scartati. 

Nel 2020, secondo i dati dell’Agenzia europea per l’ambiente, il consumo medio di prodotti tessili per persona ha richiesto 400 mq di terreno, 9 m3 d’acqua, 391 kg di materie prime e ha generato un’impronta di carbonio di circa 270 kg. In Ue sono state generate emissioni di gas serra pari a 121 milioni di tonnellate. Alcune stime indicano che per fabbricare una sola maglietta di cotone occorrano 2.700 litri di acqua dolce, un volume pari a quanto una persona dovrebbe bere in 2 anni e mezzo.

Si stima che la produzione tessile sia responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile a causa dei vari processi a cui i prodotti vanno incontro, come la tintura e la finitura, e che il lavaggio di capi sintetici rilasci ogni anno 0,5 milioni di tonnellate di microfibre nei mari. Un unico carico di bucato di abbigliamento in poliestere può comportare il rilascio di 700.000 fibre di microplastica che possono finire nella catena alimentare.

DISCARICHE A CIELO APERTO. Parte della responsabilità di questa situazione è dovuta al fast fashion, che garantisce una disponibilità costante di nuovi prodotti a prezzi molto bassi, di scarsa qualità e, molto spesso, attraverso una forza lavoro basata sullo sfruttamento, anche minorile. Capi provenienti di frequente dall’Asia e che lì ritornano una volta che non vengono più utilizzati.  Dal 2000, l’ esportazione europea di tessili usati è quasi triplicata, passando da poco più di 550.000 tonnellate nel 2000 a 1,4 milioni di tonnellate nel 2019. Da allora, il volume è rimasto relativamente costante, con 1,4 milioni di tonnellate esportate nel 2023. Ma dove finisce tutto questo materiale? Spesso all’estero, nelle celebri discariche a cielo aperto nei Paesi a basso reddito, in particolare in Africa (con Ghana e Kenya in cima alla classifica) e Asia

LA SITUAZIONE ITALIANA. Dal primo gennaio 2025 tutti i Paesi dell’Unione europea hanno l’obbligo di adottare la raccolta differenziata dei rifiuti tessili; in Italia questo obbligo, rivolto ai Comuni, è già entrato in vigore dall’1 gennaio 2022, con tre anni di anticipo. Nel corso degli ultimi 12 mesi, il 66% degli italiani ha dichiarato di aver dismesso almeno un capo di abbigliamento, il 57% un paio di scarpe, e il 51% tessuti danneggiati, come gli stracci, secondo quanto emerge dai dati dell’Osservatorio realizzato da Ipsos per Erion Textiles, consorzio no-profit del Sistema Erion, il più importante Sistema italiano di Responsabilità Estesa del Produttore, dedicato alla gestione dei rifiuti di prodotti tessili. Secondo i dati relativi al 2022 dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, sono 160‏‎mila le tonnellate di rifiuti tessili prodotti in Italia (circa 500 milioni di vestiti), per una media di circa 2,7 kg per abitante, e rappresentano un trend in crescita costante.

FATTURATO EUROPEO DA 170 MILIARDI DI EURO. Nel 2023, il settore tessile e dell’abbigliamento dell’Unione europea ha registrato un fatturato di 170 miliardi di euro, impiegando circa 1,3 milioni di persone in 197.000 aziende (Euratex, 2024). Dopo un temporaneo calo dei volumi di produzione nel 2020, ha nuovamente raggiunto i livelli pre-pandemici nel 2022 (ETC CE, 2025a). La produzione europea è specializzata principalmente nei tessuti tecnici e in abbigliamento e calzature di alto valore. Per quanto riguarda le esportazioni, nel 2022 sono state esportate 4,0 milioni di tonnellate di tessuti finiti, per un valore di 73 miliardi di euro.

LA STRATEGIA EUROPEA. La strategia tessile dell’Ue mira a ridurre questi impatti e a rendere i prodotti tessili più circolari e sostenibili fin dalla progettazione. Per il suo successo, è necessario un cambiamento sistemico nel sistema tessile , passando alla produzione di beni più circolari e di qualità superiore, che abbiano un valore d’uso più duraturo e possano essere più facilmente riutilizzati, riparati o riciclati. Il nuovo modulo sui tessili del Circularity Metrics Lab dell’Agenzia europea dell’ambiente sta monitorando questi progressi. All’inizio di settembre il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo a nuove misure per prevenire e ridurre i rifiuti alimentari e tessili in tutta l’Ue, che sono entrate in vigore il 16 ottobre. La revisione della legislazione introduce obiettivi da raggiungere a livello nazionale entro il 31 dicembre 2030. I paesi dell’Ue avranno ora 20 mesi di tempo per recepire le norme nella loro legislazione nazionale. Le microimprese beneficeranno di 12 mesi in più per conformarsi.

Secondo la direttiva aggiornata, i produttori che immettono tessili sul mercato europeo dovranno sostenere i costi di raccolta, cernita e riciclo, tramite nuovi regimi di responsabilità estesa, da istituire in ciascuno Stato membro entro 30 mesi dall’entrata in vigore della direttiva. Le nuove regole riguarderanno abbigliamento e accessori, cappelli, calzature, coperte, tende, biancheria da letto e da cucina. Infine, gli Stati membri dovranno considerare le pratiche di ultra-fast fashion e fast fashion nel determinare i contributi finanziari per sostenere i nuovi compiti dei produttori.

IL TESSILE A ECOMONDO. Il tessile sarà uno degli argomenti chiave di Ecomondo, che si apre a Rimini il 4 novembre. Numerosi gli incontri e i workshop previsti. 

  • Tessile Circolare: frontiere tecnologiche per il riciclo, recupero e la valorizzazione dei rifiuti tessili non riutilizzabili (4 novembre, alle 15.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Ecomondo & Next Technology Tecnotessile.
  • Technological solutions for resources recovery from end-of-life products and materials in the Mediterranean landscape (4 novembre dalle 9.30 presso Sala Tiglio – Hall A6). A cura di Comitato Tecnico Scientifico Ecomondo & Società Chimica Italiana – Divisione CABC, ISWA international, ATIA – ISWA.
  • Le implicazioni operative dell’EPR Tessile: da strumento di politica ambientale a strumento di politica industriale (5 novembre, alle 10.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3).
  • Circular Fashion at Scale: Supply Chains & Storytelling (5 novembre, alle 12.00 presso Textile District – Workshop Area Hall B3).
  • Waste Shipment Regulation and its impact on the global market for post consumer textiles (5 novembre ore 14.00, presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Ecomondo e Unirau. 
  • EPR Tessile: le opportunità oltre la conformità normativa (5 novembre, ore 15.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Consorzio Rematrix.
  • Premio innovazione riciclo e riuso nel tessile: tecnologie innovative e soluzioni (6 novembre, ore 15.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Chimica Verde Bionet & Federcanapa.
  • EPR tessile: novità normative e progetti circolari della filiera moda (6 novembre, ore 16.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di SAFE – Hub Italiano dei Consorzi per le Economie Circolari, insieme a Retex.Green e Re.Crea.
  • La trama Etica: come le Norme nel Tessile e Abbigliamento riscrivono il futuro di moda e consumo  (7 novembre, ore 10 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di UNI (Commissione Tecnica Tessile e Abbigliamento).
  • Up Style (7 novembre, alle 11.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Confartigianato Imprese Rimini. 

A Rimini si apre Ecomondo: sul tavolo crisi climatica, economia circolare e transizione green

Nonostante lo sciopero dei treni che ha complicato gli arrivi, alla Fiera di Rimini si è aperta la 27esima edizione di Ecomondo, la manifestazione internazionale sulla transizione green e sulla circular economy organizzata da Italian Exhibition Group (IEG), che fino all’8 novembre animerà 166.000 metri quadrati di esposizione. Oltre 1600 i brand espositori, 72 le organizzazioni, istituzioni e associazioni di settore a livello globale presenti, 100 i paesi rappresentati dai buyer e oltre 200 gli incontri e i convegni previsti dal programma. Come ha ricordato Maurizio Renzo Ermeti, presidente di IEG, durante il taglio del nastro si tratta della “più grande manifestazione mai realizzata nella Fiera di Rimini”.

Saranno quattro giorni intensi, durante i quali sul piatto ci sarà una panoramica completa e aggiornata sulle ultime innovazioni, tendenze e sfide nel campo della sostenibilità ambientale. Ecomondo è “un osservatorio privilegiato sull’economia nazionale”, ha ricordato in apertura il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, perché qui “c’è l’Italia vincente della transizione ecologica, naturalmente rivolta alla decarbonizzazione, all’efficienza, all’uso ragionato delle risorse naturali, all’innovazione nella produzione”. Sugli obiettivi climatici, ha ricordato Pichetto, non si torna indietro, ma “abbiamo bisogno della grande energia che proviene dalla green economy italiana e da modelli vincenti come quelli del riciclo, che continueremo a difendere in ogni sede”.

Gli occhi, quindi, sono puntati anche a Rimini sul mondo delle imprese italiane e sulle loro potenzialità per diventare leader della transizione ecologica e digitale. Imprese, ha sottolineato Fabrizio Lobasso, vicedirettore generale per la Promozione del Sistema Paese e direttore centrale per l’internazionalizzazione economica del ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, che sono “in grado di portare sui mercati qualità e innovazione verso gli obiettivi globali di sostenibilità e di diventare risorsa per il percorso di altri Paesi nello scenario internazionale”.

In mattinata si sono aperti anche gli Stati Generali della Green Economy, promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e la Commissione Europea. Il quadro aggiornato sui progressi e le sfide dell’Italia in settori chiave come decarbonizzazione, economia circolare ed efficienza energetica registra una riduzione delle emissioni di CO₂ di oltre il 6%, un Paese leader nell’economia circolare (3,6 euro di PIL per ogni kg di risorsa consumata), produzione biologica in crescita, ma anche sfide aperte, come il progressivo aumento del consumo di suolo e la mobilità sostenibile. Il 6 novembre parteciperanno alla sessione di apertura del mattino (alle 10 in Sala Neri 1), il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso e, in collegamento video, il presidente della Commissione ambiente, sanità e sicurezza alimentare al Parlamento Europeo, Antonio Decaro. Nell’ambito del dialogo sul Grean Deal e sulle opportunità per le imprese europee interverranno Luca Dal Fabbro, presidente del gruppo Iren, Marco Codognola, ad di Itelyum, Nicola Lanzetta, direttore Italia di Enel, Fabrizio Palermo ad di Acea.

Molti i temi al centro della discussione a Ecomondo: si va dal monitoraggio dei cambiamenti climatici alla Blue Economy, dal recupero degli scarti tessili alle strategie per un’industria sostenibile, dalla finanza green alla comunicazione della transizione ecologica. In mezzo si svolgerà la quarta edizione del Forum Africa Green Growth (7 novembre), che si concentra sulle opportunità di sviluppo sostenibile nel continente africano. Con la partecipazione del Ministero degli Affari Esteri e RES4Africa, il Forum esplora le possibilità di cooperazione nei settori dell’acqua, dell’energia, dell’agroalimentare e della bioeconomia circolare. Spazio anche al Premio Lorenzo Cagnoni per l’Innovazione Green, assegnato alla tecnologia più all’avanguardia nei diversi settori espositivi​.

 

Si apre Ecomondo: a Rimini oltre 200 appuntamenti per la transizione green e l’economia circolare

Oltre 200 appuntamenti – di cui 25 internazionali – distribuiti in quattro giornate, una superficie espositiva lorda di 166.000 mq, operatori da oltre 100 Paesi e di 72 organizzazioni, istituzioni e associazioni di settore a livello globale. Ma anche 650 buyer provenienti da 65 Paesi del Nord Africa, Europa, Nord America, America Latina, con un notevole incremento di presenze dall’Asia. L’obiettivo? Una panoramica completa e aggiornata sulle ultime innovazioni, tendenze e sfide nel campo della sostenibilità ambientale. Si apre a Rimini il 5 novembre Ecomondo 2024, l’ormai tradizionale evento di Italian Exhibition Group, che porta sulla Riviera Romagnola una 27esima edizione dal layout rinnovato e ampliato, riflettendo la crescente importanza della transizione ecologica e dell’economia circolare.

Il taglio del nastro avverrà alle 10.30 presso l’Innovation Arena, nell’area sud. Parteciperanno, oltre al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, anche Maurizio Renzo Ermeti, presidente di Italian Exhibition Group, Anna Montini, assessora alla Transizione Ecologica (Ambiente, Sviluppo Sostenibile, Pianificazione e Cura del Verde Pubblico), Blu Economy, Statistica del Comune di Rimini, Irene Priolo, presidente facente funzioni della Regione Emilia-Romagna, Fabio Fava, presidente del comitato tecnico scientifico di Ecomondo, Fabrizio Lobasso, vicedirettore generale per la Promozione del sistema Paese e direttore centrale per l’internazionalizzazione economica del Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale.

Il 5 novembre alle 11.15 il Sala Neri, si aprirà anche la 13esima edizione anche gli Stati generali della Green economy, dedicati a ‘L’economia di domani: il Green Deal all’avvio della nuova legislatura europea’. Sono promossi dal Consiglio Nazionale, composto da 66 organizzazioni di imprese della green economy in Italia, in collaborazione con il Mase, con i patrocini della Commissione europea e del Mimit. Interverranno, tra gli altri, il ministro Pichetto, Irene Priolo, Fabrizia Lapercorella (vice segretaria generale dell’Ocse), Edo Ronchi (presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile) e i deputati Chiara Braga e Mauro Rotelli. Il 6 novembre parteciperanno alla sessione di apertura del mattino (alle 10 in Sala Neri 1), il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso e, in collegamento video, il presidente della Commissione ambiente, sanità e sicurezza alimentare al Parlamento Europeo, Antonio Decaro. Nell’ambito del dialogo sul Grean Deal e sulle opportunità per le imprese europee interverranno Luca Dal Fabbro, presidente del gruppo Iren, Marco Codognola, ad di Itelyum, Nicola Lanzetta, direttore Italia di Enel, Fabrizio Palermo ad di Acea.

Molti i temi al centro della discussione a Ecomondo: si va dal monitoraggio dei cambiamenti climatici alla Blue Economy, dal recupero degli scarti tessili alle strategie per un’industria sostenibile, dalla finanza green alla comunicazione della transizione ecologica. In mezzo si svolgerà la quarta edizione del Forum Africa Green Growth (7 novembre), che si concentra sulle opportunità di sviluppo sostenibile nel continente africano. Con la partecipazione del Ministero degli Affari Esteri e RES4Africa, il Forum esplora le possibilità di cooperazione nei settori dell’acqua, dell’energia, dell’agroalimentare e della bioeconomia circolare. Spazio anche al Premio Lorenzo Cagnoni per l’Innovazione Green, assegnato alla tecnologia più all’avanguardia nei diversi settori espositivi​.

Zago (Pro-Gest): “Il 2023 per la carta sarà anno da record negativo dopo il boom del 2022”

Ventotto stabilimenti in 7 regioni, un fatturato nel 2022 da 826 milioni di euro e 50 anni di storia. Sono solo alcuni dei numeri del Gruppo Pro-Gest, principale gruppo cartario italiano. GEA ha incontrato la direttrice generale, oltre che responsabile della divisione Food & Take Away Packaging e della comunicazione, Valentina Zago, durante Ecomondo a Rimini per capire la situazione del settore del riciclo della carta e della produzione del packaging in Italia.

Il Gruppo Pro-Gest ha festeggiato i suoi primi 50 anni. Di questi, gli ultimi tre sono stati sicuramente complicati per tutti, con una serie di crisi che ha portato ai rincari energetici e a quelli delle materie prime, fra cui la carta. Come li avete vissuti?

“La situazione attuale è quella di un mercato in cui forse si intravede una piccola ripresa, sicuramente il 2023 è stato un anno particolarmente duro. Era nell’aria che sarebbe arrivato questo momento, probabilmente si è proteso un po’ di più di quello che si aspettavano le imprese. Per quanto riguarda il nostro comparto, sicuramente a livello di costi delle materie prime abbiamo avuto un’oscillazione incredibile che è anche un po’ anomala nel nostro settore. Al di là della durata di questa crisi, quello che è stato strano è proprio la velocità, il mercato è cambiato repentinamente. Noi siamo passati da metà 2022 con ordini in portafoglio e scorte molto alte, una richiesta di materiale altissima e quindi di conseguenza a prezzi alti di mercato in generale, a settembre 2022, cioè nel giro di tre-quattro mesi, ad avere addirittura i magazzini troppo pieni. E’ stata la resa dei conti post Covid, il mondo è ritornato ad essere quello di una volta e la situazione è cambiata radicalmente”.

E ora qual è la situazione?

“Stiamo vivendo la stessa situazione ma con una grande differenza rispetto al 2022: l’estate scorsa facevamo la guerra con i costi energetici a 200 euro. Adesso sono ritornati sicuramente a delle cifre più accettabili, un anno e mezzo fa eravamo allo sbando totale. Ma non c’è una grande certezza di quanto questa situazione si possa definirla stabile, perché comunque lo spauracchio degli aumenti energetici e delle scorte di gas c’è, la situazione geopolitica non è chiara. Quello della carta è un mercato internazionale, quindi questi trend influiscono. E se ci caliamo nel nostro Paese, mi sento di dire che l’Italia sta attraversando una fase molto difficile che si ripercuote per forza di cose sui consumi delle famiglie. E la nostra industria è molto vicina ai consumi, quindi nel momento in cui lei le produzioni italiane calano e abbiamo una crescita molto vicina allo zero ci troviamo a fare i conti con volumi estremamente ridotti. Si stima che la carta in Italia quest’anno abbia viaggiato tra un 25 e un 30% di riduzione dei volumi. Noi abbiamo fatto un 2022 che è stato il nostro anno record e il 2023 probabilmente sarà il record al contrario”.

Passando invece agli aspetti positivi, durante gli Stati Generali della Green Economy è emerso che l’Italia è un’eccellenza nel riciclo, mentre sul resto procede lentamente. Perché?

“Perché rispetto altre altri tipi di transizione l’abbiamo interiorizzato un po’ tutti. Forse il riciclo risponde anche ad una necessità, quella dello smaltimento degli imballaggi domestici. Fino a 50-60 anni fa la carta si bruciava, però adesso in qualche modo va smaltita. Credo sia proprio cambiata la cultura, è un processo evolutivo. Ci sono tanti processi evolutivi che avrebbero senso quanto quello del riciclo, però non tutti ma performano bene come questo”.

Si discute molto della nuova proposta di regolamento europeo per gli imballaggi. Qual è la vostra posizione?

“Riutilizzo e riciclo sono due principi dell’economia circolare entrambi validi e entrambi giusti da perseguire. Ci sono tantissimi esempi di riutilizzo che hanno estremamente senso e funzionano bene. Penso per esempio al vuoto a rendere nel vetro. Ma per altre cose non sono d’accordo. Ad esempio nell’industria della carta, dove abbiamo investito negli ultimi 60 anni per perseguire degli obiettivi, credo che questo concetto non sia applicabile in un modo sostenibile. Trovo sia una questione di principio che non valuta gli effettivi benefici. Quindi, se posso essere d’accordo con alcune forme di riutilizzo, ritengo che vengano assolutamente sottovalutati gli impatti che possano avere altre forme. Sono a favore del riutilizzo, se riutilizziamo qualcosa di esistente. Ma se devo creare qualcosa di nuovo, che inevitabilmente ha un impatto, e poi per sostenere questo processo ho degli ulteriori impatti, sto duplicando o triplicando quello che può essere invece l’impatto di un processo già esistente che funziona. Non capisco per quale motivo stiamo pensando di andare in questa direzione. È come rinnegare anni e anni di investimenti”.