Dazi, Italia continua a chiedere dialogo. Fitto si dice ottimista: “Troveremo sintesi”

Sui dazi si tratta a oltranza, ma non è ancora il momento del bazooka. Il governo italiano continua a chiedere all’Europa di tenere la via del dialogo con gli Stati Uniti, nella speranza di trovare un accordo con Donald Trump prima dell’1 agosto. “Dobbiamo insistere sul negoziato per una soluzione equa e sostenibile e al contempo indirizzare insieme la Commissione ad aprire nuovi mercati, finalizzando accordi di libero scambio con i Paesi del Golfo, l’India, la Malesia, le Filippine e l’Australia. E ovviamente con il Mercosur”, spiega il ministro delle Imprese Adolfo Urso, per cui il Bazooka è “l’ultima ratio”, perché innescherebbe un’escalation dagli effetti devastanti.

Di dialogo “forte” con gli Stati Uniti parla il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che confida in un “compromesso di qualità”. Si tratta insomma di “fare meno astrologia e più cose concrete”, nell’ottica di un accordo che “conviene a entrambi”. Intanto, assicura, l’Italia fa la sua parte e tra qualche giorno presenterà un collegato annunciato durante la legge finanziaria, “perché mentre gli altri chiacchieravano noi siamo qui con le associazioni e il presidente Prandini”.

Il mondo dell’agricoltura intanto si dice deluso dall’Unione europea: “Ci aspettavamo di più coraggio da parte dell’Ue sul sostegno a tutti i settori produttivi ma si è presa la strada opposta, con il 20% del taglio al comparto agricolo”, denuncia il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, che chiede di modificare l’impianto della misura finanziaria proposta da Von der Leyen e di semplificare la burocrazia dell’Ue, con un costo che, osserva, “non ha eguali”. Anche perché l’impatto de dazi sarà “particolarmente rilevante”, il rischio per i coltivatori diretti è di perdere 2,3 miliardi di mercato negli Usa.

Si dice ottimista il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Raffaele Fitto. Non si riuscisse a trovare un’intesa, la Commissione Europea “metterà in campo le proprie contromisure”, garantisce, sperando però sempre che si possa trovare un punto di sintesi, “sapendo che è un interesse reciproco”.

E a chi accusa il governo di scarsa intraprendenza e troppo servilismo nei confronti degli Stati Uniti, Lollobrigida risponde:”Vogliamo aprire un conflitto? Chi chiede un braccio di ferro probabilmente non ha mai parlato con un imprenditore italiano, non si può dire un’amenità simile”.

Filtra ottimismo sui dazi. Tajani: Parole Trump concilianti, ok al 15% se flat

Filtra ottimismo sui dazi dopo la visita negli Usa del commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, volato a Washington per mitigare l’annuncio del presidente Donald Trump di tariffe al 30% verso l’Unione europea. A vedere una luce in fondo al tunnel è Antonio Tajani. Il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale nel parla sul palco del Congresso Cisl a Roma, dicendosi fiducioso sull’esito delle trattative: “Sono abbastanza ottimista, credo si troverà un accordo entro il primo agosto” e invita a “non essere arrendevoli o arroganti: schiena dritta”, anche perché “le dichiarazioni di Trump sono concilianti, mi lasciano ben sperare”.

Due i giorni trascorsi negli Usa da Sefcovic, oggi tornato a Bruxelles per aggiornare gli Stati membri sulle trattative. Una possibilità per centrare l’intesa, secondo Tajani, esiste. Malgrado le ragioni degli Usa: “Chiedono un riequilibrio della bilancia commerciale, è vero che oggi siamo in una posizione di vantaggio ma questo non deve tradursi in una condizione di svantaggio”. La Commissione Ue sta quindi spingendo “per un accordo equo”, che non si ottiene con “minacce, ritorsioni o frasi roboanti”. Quindi niente contro-dazi. E toni bassi.

Per l’Europa, azzarda il vicepremier, l’accordo sarebbe equo se le tariffe fossero flat. “Dazi al 15%? Se ne può discutere se è flat – sottolinea – sopra il 15% sarebbe inaccettabile”, ma non sono importanti tanto le percentuali “quanto i settori” coinvolti dalle tariffe. Il 15% andrebbe anche bene, secondo Tajani, purché poi “non si metta il 70% al farmaceutico”. Ovvero uno dei tanti settori chiave dell’export italiano. Tajani lo chiarisce quando sgrava l’Ue dalle responsabilità attuali: “Sia chiaro, non è colpa dell’Europa se ci sono i dazi. Quindi dobbiamo trattare il più possibile e impedire che ci siano danni su settori come farmaceutico, automotive, agroalimentare”.

Eppure gli italiani sono spaventati dai dazi. Secondo uno studio Bocconi-Swg, l’83% teme una guerra commerciale con gli Usa. Ipotesi a cui Tajani non vuole proprio pensare: “Spero si arrivi ad una conclusione positiva e che non sia l’inizio di una guerra commerciale che non farebbe bene a nessuno. Abbiamo bisogno degli Usa e gli Usa hanno bisogno dell’Europa, questo è quel che ho detto nella mia visita negli Usa”. Perché alla fine, lascia intendere il titolare della Farnesina, la trattativa “è competenza esclusiva” della Commissione Ue, ma l’Italia “sta aiutando” in prima linea. L’import-export con l’altra sponda dell’Atlantico “è fondamentale – ribadisce Tajani – come dimostra il recente accordo sul gas”.

Dal G7 di Durban anche il ministro dell’economia e finanze Giancarlo Giorgetti ha sfiorato l’argomento: “Siamo preoccupati per l’impatto dell’incertezza economica e delle persistenti tensioni commerciali sulle nostre economie. L’indebolimento del tasso di cambio del dollaro USA si sta accumulando all’effetto dell’aumento dei dazi commerciali”. Raffaele Fitto, Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea per la Coesione e le Riforme, non entra nel merito della vicenda visto il ruolo ricoperto ma auspica una veloce intesa: “Sarebbe un punto di caduta positivo. Non entro nel merito perché c’è una trattativa molto serrata e i commenti servono a poco”. Chi invece gradirebbe un intervento a gamba tesa dell’Europa è Romano Prodi: “Una forte risposta europea è possibile, come hanno dimostrato Cina e Canada, purché si adotti una politica unitaria e la si applichi senza alcun complesso di inferiorità, con la coscienza che anche fra amici non solo è legittimo ma è doveroso difendere i propri interessi”.

Mattarella scuote l’Ue: Si aggiorni, servono decisioni veloci. Dazi inaccettabili

Difesa, debito, dazi. Le questioni su cui decidere in Europa sono tante e tutte scottanti. L’esperienza dell’Unione è stata “straordinariamente di successo“, ma non mancano lacune da colmare, come quella dei processi decisionali ancora troppo macchinosi. Dal palco di ‘Agricoltura è‘, Sergio Mattarella risponde ad alcuni studenti e l’ancia l’appello a Bruxelles: “Servono risposte veloci e tempestive. L’Europa ha bisogno di aggiornarsi”.

La preoccupazione del Capo dello Stato è soprattutto per i dazi, perché per un Paese come l’Italia la cooperazione di mercati aperti “corrisponde a due esigenze vitali“: pace e interessi concreti di un Paese esportatore. Su questo non ha dubbi: “I dazi creano ostacoli ai mercati, ostacoli alla libertà di commercio, alterano i mercati, penalizzano prodotti di qualità“. Questa è una cosa “inaccettabile” per il nostro Paese, denuncia, ma “dovrebbe esserlo per tutti i paesi del mondo”. Quando si parla di guerre commerciali, osserva Mattarella, spesso si mette l’accento sull’aggettivo commerciale, ma si dovrebbe metterlo sulla parola ‘guerre’: “Anche queste sono guerre di contrapposizione, che inducono poi a contrapposizioni sempre più dure e pericolose”, mette in guardia. Il presidente confida però che l’Unione europea abbia la forza per interloquire “con calma, ma anche determinazione, per contrastare una scelta così immotivata come i dazi. L’Europa è un soggetto forte”, scandisce, suggerendo di restare “sereni, senza alimentare un accesso di preoccupazione”.

“Ogni mossa per la de-escalation è davvero tanto necessaria“, chiosa il commissario europeo all’Agricoltura, Christophe Hansen, che domani sarà a Roma invitato al villaggio del Masaf. Chiede di tornare al tavolo delle trattative, piuttosto che annunciare semplicemente nuove misure.

Distendere i toni è anche la posizione del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida: “Non vogliamo che la situazione si aggravi”, spiega, leggendo nelle parole di Mattarella “la necessità di un atteggiamento fermo e ragionevole nel tentativo di garantire entrambe le economie”.

Dal Business forum Italia-Svezia, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, chiede di non imitarsi a reagire alle mosse di Donald Trump, ma di “agire per realizzare una nostra politica energetica, una nostra politica industriale, una nostra politica commerciale”. Il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, è in viaggio verso Washington, dove incontrerà le controparti americane, il segretario al Commercio Howard Lutnick e il rappresentante degli Usa per il commercio Jamieson Greer. Una buona notizia per il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, che confida nel negoziato: “La strada mi sembra quella della composizione e del dialogo”.

Dazi, allarme agricoltori italiani: A rischio l’export di pecorino, vino e sidro mele

Allarme rosso per alcuni dei prodotti made in Italy più esportati negli Stati Uniti. Vino, pecorino e persino il sidro di mele sono a rischio dal 2 aprile nella guerra commerciale che potrebbe aprirsi in concomitanza coi dazi annunciati dal presidente statunitense, Donald Trump. Lo stesso vale per le regioni, con Sardegna e Toscana particolarmente esposte a perdite milionarie con le nuove tariffe a stelle e strisce. Ad analizzare la situazione è uno studio presentato oggi da Cia-Agricoltori Italiani in occasione della decima Conferenza economica della confederazione a Roma.

Il rischio, avvertono gli agricoltori, potrebbe essere enorme. L’export agroalimentare negli Usa è cresciuto infatti del 158% in dieci anni e oggi gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di riferimento mondiale per cibo e vino Made in Italy, con 7,8 miliardi di euro messi a segno nel 2024. “Serve un’azione diplomatica forte per trovare una soluzione e non compromettere i traguardi raggiunti finora”, chiede il presidente nazionale Cia, Cristiano Fini, che auspica un ruolo dell’Italia da capofila in Europa per aprire un negoziato con Trump.

Secondo Fini, infatti, l’Italia “ha più da perdere di altri”. Gli Usa in effetti valgono quasi il 12% di tutto il nostro export agroalimentare globale, su cui siamo primi in Europa con un divario molto ampio su Germania (2,5%), Spagna (4,7%) e Francia (6,7%). Tra i prodotti tricolore che trovano negli Usa il principale sbocco, in termini di incidenza percentuale sulle vendite oltrefrontiera, al primo posto si colloca il sidro, una nicchia di eccellenza che destina il 72% del suo export al mercato americano (per un valore di circa 109 milioni di euro nel 2024), seguito dal Pecorino Romano (prodotto al 90% in Sardegna), il cui export negli Usa vale il 57% di quello complessivo (quasi 151 milioni di euro).

Discorso a parte sul vino italiano, per il quale gli Usa sono la prima piazza mondiale con circa 1,9 miliardi di euro fatturati nel 2024, ma con ‘esposizioni’ più forti di altre a seconda delle bottiglie. A dipendere maggiormente dagli Usa per il proprio export sono infatti i vini bianchi Dop del Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, con una quota del 48% e un valore esportato di 138 milioni di euro nel 2024; i vini rossi toscani Dop (40%, 290 milioni), i vini rossi piemontesi Dop (31%, 121 milioni) e il Prosecco Dop (27%, 491 milioni). Grandi numeri che i dazi possono scombinare, lasciando strada libera ai competitor di aggredire una fetta di mercato molto appetibile: dal Malbec argentino, allo Shiraz australiano, fino al Merlot cileno.

Dai dati Cia emerge infine che la regione più esposta sarà la Sardegna (dove si produce oltre il 90% del Pecorino Romano Dop) il cui export agroalimentare finisce per il 49% negli Stati Uniti (e, giocoforza, ci finisce anche il 74% dell’export dei prodotti lattiero-caseari isolani). Al secondo posto per maggior “esposizione” negli Usa figura la Toscana (28% del proprio export agroalimentare, con l’olio in pole position con il 42% e i vini con il 33% delle relative esportazioni). Ma negli Stati Uniti finisce anche il 58% dell’export di olio del Lazio, così come il 28% delle esportazioni di pasta e prodotti da forno abruzzesi e il 26% di quelle di vini campani.

La battaglia passa dunque per l’Europa. Il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, invitato alla Conferenza, ammette la necessità di riportare l’agricoltura al centro del dibattito. “A Bruxelles col tempo – dice – si sono persi i contenuti dei Trattati di Roma. Un articolo era dedicato all’agricoltura come settore strategico europeo. Era al centro delle dinamiche che hanno portato a comporre l’Unione”. Il discorso viene amplificato dal fatto che qui si parla di agricoltura italiana, su cui il ministro ricorda i recenti dati Istat: “Numeri positivi che trainano il Pil italiano, +2% rispetto alla media dello 0,7%”. Secondo Lollobrigida, “il valore aggiunto dell’agricoltura italiana è tornata al primo posto in Europa, superando Francia e Germania”. Quindi si può sperare di influire sulle scelte future. La politica agricola, assicura il vicepresidente esecutivo della Commissione Europea, Raffaele Fitto, “è una priorità della nostra Commissione ed è al centro delle nostre scelte strategiche. Col commissario Cristophe Hansen abbiamo presentato la nostra visione per il futuro, ora c’è una road map chiara e strutturata” che investirà su competitività e sviluppo delle aree rurali. Punta sull’agricoltura anche il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Elvira Calderone: “Si confermi come pilastro per difendere occupazione e coesione sociale”. “Nel mondo c’è una forte voglia di prodotti made in Italy – assicura infine Matteo Zoppas, presidente ICE – ve lo posso confermare anche dalla mia due giorni di incontri in Giappone per FoodEx, la principale fiera dell’agroalimentare nell’area Asia-Pacifico, dove l’Italia è il paese più rappresentato”.

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L’Ue lancia la sua Visione per l’Agricoltura. Fitto: “Sicurezza alimentare non negoziabile”

Semplificazione, digitalizzazione e innovazione: sono le parole centrali della Visione per l’Agricoltura e l’Alimentazione che, presentata oggi dalla Commissione europea, punta a rendere il settore agroalimentare dell’Unione europea “attraente, competitivo, resiliente, orientato al futuro ed equo” per i produttori di oggi e di domani. Dalle parole chiave, però, manca qualsiasi riferimento alla strategia Farm to Fork che, lanciata nel 2020 e considerata centrale nel Green deal, mirava a sistemi alimentari equi, sani e rispettosi dell’ambiente.

La Visione è la nostra risposta decisa all’appello del settore agroalimentare“, ha commentato in conferenza stampa il vice presidente esecutivo, Raffaele Fitto, ricordando le manifestazioni dei trattori dei mesi scorsi. “L’agricoltura e l’alimentazione sono strategici per l’Ue” e “la sicurezza e la sovranità alimentare non sono negoziabili“, ha aggiunto. Elementi che non sono passati inosservati a Roma, con il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che ha definito la Visione “un vero e proprio cambio di rotta, netto e radicale, rispetto alle strategie degli ultimi cinque anni che rincorrevano visioni ideologiche che appiattivano il Green Deal su una presunta tutela dell’ambiente tutta a carico del sistema produttivo“. Per la responsabile Pd alle politiche agricole, l’eurodeputata Camilla Laureti, il documento contiene “aspetti positivi“, come sul reddito dei produttori, ma fa “un passo indietro” su clima e biologico.

La visione delinea quattro aree prioritarie per il settore: attraente, competitivo e resiliente, adeguato alle esigenze future, che garantisca condizioni di vita e di lavoro eque nelle zone rurali. Al primo punto si ascrive l’impegno Ue a garantire con misure concrete che gli agricoltori non siano costretti a vendere i loro beni sotto i costi di produzione e a presentare una strategia per il ricambio generazionale. Rispetto a competitività e resilienza, la Commissione procederà ad un allineamento “più forte degli standard di produzione applicati ai prodotti importati“, stabilendo il principio per cui “i pesticidi più pericolosi vietati nell’Ue per motivi di salute e ambientali non possono essere reintrodotti nell’Ue tramite prodotti importati“. Nel capitolo sulle esigenze future, Bruxelles “considererà attentamente qualsiasi ulteriore divieto di pesticidi se non sono ancora disponibili alternative” – a meno che non siano una minaccia per la salute umana o per l’ambiente – e, nel quarto trimestre 2025, nel pacchetto di semplificazione, “presenterà una proposta che accelera l’accesso dei biopesticidi al mercato dell’Ue“. Infine, sulle condizioni di vita, Bruxelles creerà un piano d’azione rurale per garantire che le zone rurali rimangano dinamiche e avvierà un dialogo alimentare annuale con consumatori, agricoltori, industria e autorità pubbliche.

La Politica agricola comune “resta essenziale per sostenere il reddito degli agricoltori“, si legge nella Visione. Guardando al futuro, la Commissione proporrà, nel secondo trimestre del 2025, un pacchetto completo di semplificazione della Pac per ridurre la burocrazia, semplificare i requisiti e il supporto alle aziende di piccole e medie dimensioni e rafforzare la competitività. E nella Pac post-2027 – i cui dettagli saranno presentati nel corso dell’anno – “il sostegno dovrebbe essere ulteriormente indirizzato verso quegli agricoltori che ne hanno più bisogno, con particolare attenzione agli agricoltori nelle aree con vincoli naturali, ai giovani e ai nuovi agricoltori e alle aziende agricole miste“, precisa la Visione.

Confagricoltura lancia Competition Plan. Lollobrigida: “Proteggeremo settore”

Dall’assemblea invernale, Confagricoltura lancia il ‘Competition Plan’. L’obiettivo è trasversale: creare il terreno fertile per un’agricoltura protagonista del cambiamento globale, che non si limiti a rispondere alle necessità interne. Si tratta di ridefinire il futuro del settore e posizionare l’Italia “come leader a livello globale“. Non solo una dichiarazione d’intenti, per il presidente Massimiliano Giansanti, ma un “vero e proprio programma d’azione che traduce le idee in risultati concreti“.

Per trasformare l’agricoltura in un settore più produttivo, sostenibile e resiliente, bisogna per gli agricoltori italiani adottare politiche, innovazioni e risorse che permettano di passare “dal pensiero all’azione, dall’analisi alla concretezza“. Gli strumenti di cui dispone il settore devono essere adeguati, ma devono anche essere “orientati a lungo termine”, spiega Giansanti.

Le leve su cui agire sono cinque. La prima è porre la Pac al cuore della strategia europea, perché è uno dei principali strumenti a supporto del settore agricolo, ma la sua incidenza sul Pil dell’Unione Europea è diminuita progressivamente, passando dallo 0,66% nel 1993 allo 0,33% nel 2023. “Deve essere riformata per rispondere meglio alle sfide del presente e del futuro“, esorta il presidente di Confagricoltura, per il quale bisogna passare da un approccio meramente redistributivo a uno “realmente strategico, che premi chi investe in sostenibilità, innovazione e competitività“. La seconda leva è la gestione del rischio, per proteggere gli agricoltori dalle crisi. Perché il cambiamento climatico e la volatilità dei mercati mordono il comparto. Servono “fondi mutualistici“, modelli assicurativi avanzati, interventi pubblici mirati, nel piano di Confagricoltura. La terza leva è la digitalizzazione e l’innovazione, per un’agricoltura connessa e resiliente. “La tecnologia e l’intelligenza artificiale sono il nostro alleato più prezioso per affrontare le sfide del futuro. Dobbiamo accelerare la digitalizzazione del settore agricolo, garantendo che ogni impresa possa beneficiare delle innovazioni disponibili“, osserva Giansanti. Ancora, la confederazione chiede politiche commerciali coerenti, per difendere il modello agricolo europeo. Gli agricoltori italiani chiedono reciprocità degli standard, perché gli accordi come il Mercosur, domandano, “devono garantire che i prodotti importati rispettino gli stessi criteri di qualità, sicurezza alimentare e sostenibilità richiesti agli agricoltori europei“. Ma chiedono anche tutela delle denominazioni d’origine per proteggere il Made in Italy, infrastrutture viarie, portuali e aeroportuali adeguate. Infine, il piano prevede di investire nella ricerca e nello sviluppo per costruire l’agricoltura del futuro.

Di necessità di proteggere il settore parla anche il ministro Francesco Lollobrigida, che ricorda che in questi anni gli agricoltori “si sono sentiti abbandonati dall’Europa e negli ultimi anni addirittura considerati antitetici rispetto alla tutela dell’ambiente, un vero paradosso“. Bisogna quindi, insiste, guardare con grande attenzione ad accordi come quello con il Mercosur, perché, osserva, “i trattati di questa natura sono più sopportabili anche in termini psicologici dai nostri agricoltori quando gli agricoltori sono certi che tu li proteggi e metti in campo tutti gli strumenti per garantirli dalla concorrenza sleale“. Se in un accordo con il Mercosur l’Italia può avere un guadagno complessivo, questo non dev’essere fatto “con il sacrificio di alcuni settori che vengono messi in ginocchio”: “Gli agricoltori devono essere certi che non sono stati sacrificati per altri”. “L’accordo è sottoscritto, ma abbiamo le condizioni per rileggerlo bene ed individuare elementi che arrivano dalle domande del mondo agricolo“, tranquillizza senza sbilanciarsi il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Raffaele Fitto, intervenendo in videocollegamento.

Sul fronte del Lavoro, la ministra Elvira Calderone propone di costruire un percorso di valorizzazione delle professionalità e del legame fra aziende e lavoratori: “Le sollecitazioni di Confagricoltura sono state recepite – assicura – e io sono pronta ad aprire un tavolo permanente sul settore agricolo che abbia come elemento di partenza, come filo conduttore, la riforma del lavoro in agricoltura”.

Le sfide del neoministro Foti: per Bce rischio ritardi per due terzi dei cantieri Pnrr aperti

Tommaso Foti ha giurato da ministro nelle mani del presidente Mattarella e a lui desidero rivolgere le più sentite congratulazioni, mie personali e di tutto il Governo”, commentava questa mattina la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “Il ministro Foti raccoglie il testimone di Raffaele Fitto, neo vicepresidente esecutivo della Commissione europea, e io sono certa che saprà lavorare con la sua stessa determinazione e la sua stessa meticolosità. Per il bene dell’Italia e degli italiani”.

Cosa erediterà Foti lo ha ricordato la Bce proprio oggi, in un documento che fa il punto sugli effetti dei piani nazionali di ripresa e resilienza nell’eurozona e ovviamente in Italia, Paese che beneficia della cifra più alta tra gli Stati che hanno ottenuto fondi Pnrr, ovvero 191,5 miliardi di euro. “Fino a giugno 2024, il Paese aveva completato 269 traguardi e obiettivi, inclusi importanti provvedimenti di riforma. Alla fine di dicembre 2023, oltre l’85% dei fondi disponibili era stato assegnato agli enti di attuazione, con circa 120 miliardi destinati alle amministrazioni pubbliche. Per quanto riguarda l’implementazione dei progetti di investimento che richiedono una procedura di gara, più della metà del finanziamento (circa 56 miliardi) è stato messo a gara. Questo importo è iniziato a crescere nel 2022 e ha accelerato nel 2023 – si legge nel report pubblicato sul blog della Banca centrale europea – quando sono stati messi a gara più di 28 miliardi, principalmente legati a contratti di valore medio (tra 1 e 5 milioni di euro) e ad alto valore (oltre 5 milioni di euro) per progetti infrastrutturali di grande portata”.

Andando un po’ più nel dettaglio, l’analisi sottolinea che “il monitoraggio del Pnrr con microdati mostra che l’Italia ha compiuto significativi progressi nell’esecuzione delle opere pubbliche. Tra il primo trimestre del 2023 e il secondo trimestre del 2024, la percentuale di gare Pnrr che hanno attivato un cantiere è aumentata da meno del 10% a più del 35%. Questa quota corrisponde a più della metà dell’importo complessivo già messo a gara, indicando che le gare più grandi sono entrate nella fase di esecuzione. La maggior parte delle gare per le quali i lavori non sono ancora iniziati (quasi i due terzi) sono comunque state aggiudicate. In termini di avanzamento dei lavori, il 18% dei progetti è stato completato. Tuttavia – evidenzia la Banca centrale europeadei cantieri aperti e in corso, circa i due terzi sono a rischio di ritardi nei tempi previsti. Esistono differenze nell’esecuzione delle opere pubbliche in tutto il paese, con il sud Italia che fatica a tenere il passo con le altre aree. Ciò è dovuto a una maggiore congestione e all’avvio di opere pubbliche relativamente più complesse”.

Guardando avanti e guardando l’intero continente, secondo la Bce le spese pubbliche e le riforme strutturali legate al Recovery and Resilience Facility (Rrf) hanno il potenziale di aumentare il prodotto interno lordo dell’area dell’euro dello 0,4-0,9% entro il 2026 e dello 0,8-1,2% entro il 2031, a seconda della produttività del capitale e del grado di assorbimento dei fondi. Tuttavia, si prevede che l’impatto delle riforme strutturali aumenterà nel tempo, mentre l’effetto delle spese pubbliche inizialmente prevalenti svanirà. Per quanto riguarda l’Italia e la Spagna, l’impatto sul Pil fino al 2026 è significativo, con stime comprese tra l’1,3% e l’1,9% per noi e tra l’1,2% e l’1,7% per Madrid. In merito invece al debito pubblico, la Bce stima che l’impatto complessivo del Rrd sull’Italia e la Spagna ridurrà il rapporto debito/PIL di circa 7-8 punti percentuali entro il 2031, assumendo una produttività del capitale media e un alto assorbimento dei fondi nei prossimi due anni.

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Scatta l’ora X per il von der Leyen 2: il voto tra le divisioni nei gruppi

Scocca alle 12 di mercoledì l’ora X per la Commissione europea: la plenaria del Parlamento europeo voterà il collegio dei 26 commissari del secondo esecutivo guidato dalla tedesca Ursula von der Leyen. A poche ore dal verdetto, quello che appare chiaro è che la maggioranza centrista – Popolari (Ppe), Socialisti (S&D) e Liberali (Renew Europe) – terrà, ma riportando le ferite di alcune defezioni non insignificanti. E spaccati appaiono anche i Verdi e i Conservatori e riformisti (Ecr), dove i meloniani sosterranno il nuovo Collegio. No netto, invece, dalle opposizioni di estrema destra e sinistra radicale.

È arrivato il momento di iniziare a lavorare, per questo il Ppe sosterrà il Collegio e voterà a favore”, ha dichiarato Manfred Weber, presidente del Ppe. Ma il suo partito – che esprime von der Leyen e Metsola e che conta 13 commissari nel collegio – dovrebbe veder una trentina di voti contrari al nuovo collegio: i 22 eletti col Partido popular spagnolo, i cinque sloveni dell’Sds e, forse, anche i sei Républicains francesi. Schierati per il sì i 9 deputati di Forza Italia. Fibrillazione in casa S&D che deciderà stasera la posizione definitiva ma che sa già di non avere i 13 deputati francesi. In bilico sono i 14 dell’Spd tedesca, così come indecisi sono belgi e olandesi. Della delegazione italiana di 21 deputati, al momento sembra che possano esserci dei contrari tra gli indipendenti. Malumori si registrano anche tra le fila di Renew che potrebbe vedersi dimagrire nell’appoggio a von der Leyen di una decina di astensioni. Spaccati quasi a metà sono i Verdi. Il co-capogruppo Bas Eickhout ha detto di aspettarsi che “una piccola maggioranza” a sostegno a von der Leyen bis, come già a luglio. Contro saranno gli altri, compresi i 4 italiani, che non hanno digerito la vice presidenza esecutiva della Commissione in mano a Raffaele Fitto dell’Ecr. E proprio dalle fila dei Conservatori arriverà il sì dai deputati di Fratelli d’Italia – che con 24 deputati è la delegazione più nutrita del gruppo – insieme ai fiamminghi di N-Va e i cechi di Ods (3 seggi ciascuno). A opporsi saranno invece i 20 eletti polacchi del PiS. All’opposizione ci saranno invece il gruppo della sinistra radicale (The Left), che ospita i due eletti di Sinistra italiana in quota Avs e gli otto del M5s, e quelli dell’estrema destra, i Patrioti per l’Europa (PfE), dove siedono gli otto leghisti, e i sovranisti dell’Esn.

Nel voto di mercoledì, la presidente della Commissione dovrà ottenere la maggioranza semplice dei voti espressi: se tutti e 720 i deputati saranno presenti, il numero sarà fissato a 361. Al momento attuale, sembra che von der Leyen non riuscirà a ripetere il risultato di luglio, quando aveva raccolto 401 consensi. In quell’occasione, la sua rielezione era stata assicurata dal sostegno di buona parte dei Verdi, che avevano compensato le defezioni nei tre gruppi centristi, e dal no di altre delegazioni che domani voteranno “sì”, come quella di FdI. Nel luglio del 2019, von der Leyen fu eletta presidente con 383 voti, appena nove in più della maggioranza assoluta dell’epoca: salvata da tre partiti nazionalisti e populisti, il PiS polacco, il Fidesz ungherese e il M5s italiano, che domani si esprimeranno contro al bis. Per l’intero collegio, a novembre 2019, i voti a favore furono 461, i contrari 157 e gli astenuti 89.

Squadra von der Leyen 2 fatta: Entra FdI, escono i Verdi. Voto finale mercoledì

La squadra di Ursula von der Leyen è pronta e può presentarsi alla plenaria del Parlamento europeo il 27 novembre, alle 12, per incassare l’approvazione definitiva ed entrare in funzione il primo dicembre. Dopo oltre una settimana di stallo, e la giornata di ieri incastrata tra veti, litigi e sospensioni alle procedure di voto fino alle 23, oggi commissari e vice presidenti hanno nomi e competenze confermati dagli eurodeputati e la maggioranza a sostegno del collegio adotta confini diversi da quelli che, a luglio, rielessero la presidente tedesca uscente: escono i 4 eurodeputati Verdi italiani ed entra Fratelli d’Italia.

Mercoledì è andato in scena un ping-pong tra Socialisti (S&D) e Popolari (Ppe). I due campi di gioco sono stati i nomi di Teresa Ribera e di Raffaele Fitto come vicepresidenti. Alla fine, entrambi sono stati approvati, diventando colleghi e riassemblando due pezzi grandi della maggioranza, ma l’equilibrio è sottile e il nuovo esecutivo Ue parte su premesse di non fiducia tra i gruppi politici. Tutto ciò è emerso velocemente: alle 17 i tre leader di S&D, Ppe e liberali di Renew Europe confermano l’accordo, ma alle 19 i meccanismi stabiliti – linee guida politiche di von der Leyen di luglio e ‘logica a pacchetto’ per il voto sui sei i vice presidenti esecutivi e sul commissario ungherese Oliver Varhelyi – si inceppano nelle riunioni dei coordinatori delle commissioni che dovevano promuovere i candidati. Risultato: riunioni interrotte. L’incaglio – dopo il voto a Varhelyi, a cui vengono ridotte le competenze – parte dalla richiesta di popolari e conservatori di mettere nero su bianco le dimissioni di Ribera in caso di ‘indagini’ per le conseguenze e i morti della Dana a Valencia. Un linguaggio rifiutato da socialisti, liberali e verdi che fa esplodere il litigio che sospende la riunione e, di riflesso, blocca anche la valutazione di Fitto. Il balletto caotico si conclude solo poco prima delle 23 e, in entrambi i casi, le lettere di valutazione che accompagnano il via libera ai candidati vengono integrate da un allegato: il Parlamento chiede alla spagnola “un impegno chiaro e inequivocabile” a dimettersi in caso di procedimenti legali nei suoi confronti “che potrebbero compromettere l’integrità del collegio”; l’italiano dovrà essere invece “completamente indipendente dal suo governo nazionale come richiesto dai Trattati e pienamente impegnato ad applicare il meccanismo di condizionalità dello Stato di diritto e a lavorare al rafforzamento dello Stato di diritto nell’Unione”.

Ma se i grandi gruppi hanno provato a finire in pareggio, per gli altri si tratta di entrare o uscire dai giochi. Subito dopo il voto, il capo delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, ha parlato di “risultato storico” e il co-presidente di Ecr, Nicola Procaccini, ha affermato: “Siamo orientati a votare favorevolmente” alla Commissione. Oggi, il capo delegazione del Pd, Nicola Zingaretti, si è detto “fiducioso” che gli eurodeputati dem voteranno sì al von der Leyen 2 e ha rivendicato l’impegno “per far partire la legislatura” ed “evitare che anche l’Europa cada nelle mani dell’estremismo di destra“. Delusi i Verdi: il gruppo deciderà la linea lunedì prossimo, ma la delegazione italiana, che a luglio aveva sostenuto von der Leyen, ha dichiarato già il suo No. Il M5S con l’eurodeputata Valentina Palmisano ha definito “farsa” l’accordo tra i 3 gruppi e ha denunciato la “virata a destra della Commissione europea“. Congratulazioni a Fitto sono arrivate dall’eurodeputato Salvatore De Meo di Forza Italia, mentre il capo delegazione della Lega, Paolo Borchia, ha spiegato che il Carroccio voterà contro una Commissione “di qualità e competenze basse“. Ma ciò “non pone alcun problema” all’interno del governo italiano, anche se “c’erano i numeri per fare altre scelte“.

Lite Meloni-Schlein su Fitto. La dem: “Stallo creato da Vdl e Ppe, allargano a destra”

Non si placa lo scontro a distanza tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Questa volta, il terreno è quello europeo e la posta in gioco è alta per tutti. La vicepresidenza della commissione europea di Raffaele Fitto è in stallo e la premier non accetta che il Paese non sia compatto nel supporto alla causa.

Non posso che augurarmi il massimo sostegno da parte del Sistema Italia, forze politiche comprese, alla conferma della vicepresidenza esecutiva della prossima Commissione per il Commissario italiano Raffaele Fitto”, mette in chiaro Meloni. Il ruolo di vicepresidente, ricorda, consentirà al ministro italiano, già dotato di un portafoglio “significativo” alla coesione e alle riforme, di “supervisionare altre politiche settoriali come quella dei trasporti, affidata al commissario greco Tzitzikostas”. A lui spetterà, tra l’altro, la redazione di un nuovo piano europeo per il settore caldissimo dell’automotive, che sta facendo tremare le vene ai polsi dell’intero Continente. La premier ce l’ha in particolare, con la segretaria dei Dem. Dal palco della chiusura della campagna elettorale del centrodestra per le Regionali in Umbria, la presidente del Consiglio si dice “basita”: “Da giorni chiedo alla segretaria del Partito Democratico quale sia la posizione ufficiale del Pd” su Fitto “e non riesco ad avere una risposta”, denuncia. “Non deve rispondere a me ma ai cittadini italiani, le persone serie fanno così”, ribadisce, invitando Schlein ad assumersi la “responsabilità delle proprie scelte.

Sorrido”, risponde la democratica oggi proprio da Perugia, perché, sostiene “questa cosa chiarisce molto bene chi è la presidente del Consiglio”. Racconta di aver telefonato lei alla premier per chiederle “perché è da una settimana che mi attribuisce cose che non ho mai fatto e che non ho mai detto” e di non aver ricevuto risposta. “Mi attribuisce cortei a cui non ho partecipato, assessorati regionali che non ho mai avuto, e posizioni su Fitto che non ho mai assunto”, assicura. Poi chiarisce la posizione del Pd su Fitto: “Non abbiamo mai messo in discussione un portafoglio di peso per l’Italia in quanto Paese fondatore”, chiosa. Lo stallo politico, secondo Schlein l’hanno creato i Popolari che in Parlamento stanno cercando di allargare “strutturalmente” la maggioranza alla destra nazionalista. Fa nomi e cognomi: il problema l’hanno creato “Manfred Weber e Ursula von der Leyen“. Si rivolge proprio alla presidente della Commissione europea, esortandola a “sbloccare questa situazione”. Perché, spiega, “Il problema non è mai stato Fitto e le sue deleghe, questo non l’abbiamo mai detto. Il nodo politico è l’allargamento della maggioranza a destra diversamente da chi ha votato von der Leyen a luglio“.

Intanto, il commissario uscente all’Economia, Paolo Gentiloni, ricorda a tutti che “il mondo non aspetta la Commissione europea” e che difficoltà e problemi vanno superati il prima possibile. Si dice convinto che ci siano le condizioni perché il nuovo esecutivo entri in funzione “come necessario” il primo dicembre. Le sfide sono tante: “Tutti siamo convinti che nel contesto che si è creato anche dopo le elezioni americane avere una Europa unita e salda sia importante e per questo mi auguro che non ci siano ritardi”, sostiene.

Dalla missione di Monaco di Baviera, il vicepremier e vicepresidente del partito Popolare europeo, Antonio Tajani, tratta con il capogruppo del Ppe Manfred Weber e “gli amici della Csu”, l’Unione Cristiano Sociale. “Di fronte alle sfide da affrontare, da migrazioni a competitività, occorre lavorare per soluzioni”, commenta il ministro degli Esteri italiano, ribadendo che è “necessario approvare la nuova Commissione nei tempi previsti”. I leader Ue avranno modo di cercare una soluzione vis-à-vis nei prossimi giorni, ospiti del G20 di Rio de Janeiro, in Brasile, il 18 e 19 novembre.